C 37&é
DIZIONARIO
DI ERUDIZIONE
STORICO-ECCLESIASTICA
DA S. PIETRO SINO AI NOSTRI GIORNI
SPECIALMENTE INTORNO
AI PRINCIPALI SANTI, REATI, MARTIRI, PADRI, AI SOMMI PONTEFICI, CARDINALI
E PIÙ CELERRI SCRITTORI ECCLESIASTICI, AI VARII GRADI DELLA GERARCHIA
DELLA CHIESA CATTOLICA, ALLE CITTA PATRIARCALI, ARCIVESCOVILI E
VESCOVILI, AGLI SCISMI, ALLE ERESIE, AI CONCILII, ALLE FESTE PIÙ SOLENNI,
AI RITI, ALLE CERIMONIE SACRE, ALLE CAPPELLE PAPALI, CARDINALIZIE E
PRELATIZIE, AGLI ORDINI RELIGIOSI, MILITARI, EQUESTRI ED OSPITALIERI, NON
CHE ALLA CORTE E CURIA ROMANA ED ALLA FAMIGLIA PONTIFICIA, EC. EC. EC.
COMPILAZIONE
DEL CAVALIERE GAETANO MORONI ROMANO
SECONDO AIUTANTE DI CAMERA
DI SUA SANTITÀ PIO IX.
VOL. LXXXI.
IN VENEZIA
DALLA TIPOGRAFIA EMILIANA
MDCCCLVI.
à&\ vt>
La presente edizione è posta sotlo la salvaguardia delle leggi
vigenti, per quanto riguarda la proprietà letteraria, di cui
l'Autore intende godere il diritto, giusta le Convenzioni
relative.
DIZIONARIO
DI ERUDIZIONE
STORICO -ECCLESIASTICA
T
TR I
TRI
1 RIONFO, Triumphus. Ceremonia
pomposa e solenne, onore pubblico che
facevasi presso gli antichi , allorché un
duce degli eserciti, che avea ottenuto se-
gnalata vittoria, entrava nella capitale
dello stato cui apparteneva» Le Acclama-
zioni di Laudi (F.) de Soldati e del po-
polo che ne'trionfi gridavano dietro il vin-
citore io triumphe, die origine alla voce
Triumphus j\f\ imitazione dell'/o thriam-
bc 'Bacchiche cantavasi nel trionfo diBac-
co. Già a Ingressi solenni in P».oma , ol-
tre di questi, loro pompe e archi trionfa-
li, parlai del trionfo degli antichi roma-
ni, di sue ceremonie, e dell'ovazione o pic-
colo trionfo, ed eziandio in tutti i nume-
rosi articoli che lo riguardano. Ne'più so-
lenni trionfisi eressero ai chi trionfali, de-
cretali dal senato romano, ed i superstiti
di Roma (Pr.) e di altrove li descrissi do-
ve esistono, anche dicendo de* posteriori
più rinomati, ed a' luoghi loro di quelli
temporanei che si erigono a'principi, ed
anticamente s'innalzavano nel Possesso
del Papa (F.),massime da'duchi di Par-
ma e Piacenza (V.) feudatari della s. Se-
de; il che dalle popolazioni si pratica nei
loro Piaggio Villeggiature (J7.), e tal-
volta nel loro ritorno a Roma. Si eresse
da principio in Roma una solaPorto trion-
fale, della quale ragionai a Porte di Ro-
ma, per la quale tutti i vincitori entrava-
no, e per la Strada {V.) trionfale si re-
ca vano al Campidoglio ( V.) ad offrire un
Sagri fizio ( V .) nel Tempio di Giovc^V.),
che si ringraziava con forinola che si legge
nelDrissonio, De Formulisjahve pronun-
ziandone nell'ascendere il carro trionfale.
Siccome il dittatore Furio Camillo dopo
la presa di Veio volle trionfare cou ap-
parato insolito e troppo superbo, travet**
san do Roma su carro tirato da cavalli
bianchi, ed i romani dando tale carro al
Sole, fu obbligato a esiliarsi da se stesso da
Roma. Scrisse Giovanni Reiskio, Disser-
tatio de Tviumpho Romano per equos
candido s facto , Luneburgi675. In ap-
presso gli archi trionfali si moltiplicaro-
no in occasione di particolari trionfi, e dì
essi ne trattarono fra gli altri: Pietro Le-
hvecht,Commentatio deArcubus Trium-
phalibus, Lipsiaei75o. Corrado Rupcr-
4 TRI
lo, De romaiiovum Trìumphis , Jenae
ijoi. Gio. Pietro Bellori, Feterus Ar-
cus Augustorum triumphy insignii*, Ilo-
mae 1 690 : Sj-gismundi Augusti Man*
tuoni (idcuntis profectio ac triumphus,
Roinae: Archi trionfali di Roma con le
spiegazioni ilei Bellori e delFea, Roma.
Gio. Ballista Piranesi, Trionfi de* roma-
ni: Archi trionfali di Roma, e aV Italia.
Oltre gli ardii trionfali, vi sono i monu-
mentali e di transito. Gli archi monumen-
tali trionfali furono destinali a ricordare
i trionfi ottenuti dopo vittorie segnalate.
L'idea primitiva degli archi trionfali cre-
de il Nibby poterla dedurre dagli orna-
menti , che posticci facevansi alle porte
delle città, ed agli archi di transito, do-
ve l'esercito reduce vittorioso passava, che
venivano ornati con immagini e con isto-
rie che dopo la pompa trionfale toglie-
vansi. Affine pertanto di rendere perpe-
tua la memoria de' trionfi vennero co-
strutti monumenti solidi sul luogo pel
quale l'esercito era passato, sia entrando
in Roma stessa, sia lungo la strada con-
solare che avea seguito. Non tutti gli ar-
chi furono eretti in memoria di trionfi;
ve ne furono ancora di quelli innalzati, o
da qualche corporazione, o da particola-
ri agl'imperatori in benemerenza di bene-
fìzi o di favori ricevuti, e di quelli resta-
ti non tutti presentano la magnificenza
de'trionfali. Finalmente altri ne furono
eretti come semplici fornici di transito,
onde entrare in qualche luogo particolare
o recinto, e questi che debbonsi riguar-
dare come d'origine più antica, e che a-
vea fornito l'idea de'monumentali e dei
trionfali, naluralmeuteerano più sempli-
ci de'nominati. A quest'ultima classe uni-
sconsi i giani, fornici a due ed a quattro
faccie, perciò chiamati hifrontes e qua-
drifrontes) e particolarmente costruì van-
si ne'fori e presso il Tribunale. Dell'an-
tica invenzione degli archi trionfali, e che
sene fa menzione pure dalla s. Scrittura,
parla il p. Menochio, Stuore> t. 3, cent.
1 13 cap. 3g3; Dell'arco trionfale che si
T R I
drizzh Saul , e degli archi pari me n li
trionfali de romani. Nota che questi al
principio furono di semplioe lavoro e di
vile materia, poi crescendo la potenza e
la ricchezza della repubblica, si fecero con
ispesa e ornato maggiore, e s'abbellirono
con trofei, iscrizioni, colonne e statue; nou
che fu costume scolpirvi la pompa del
trionfo e le cose in esso portate, le bat-
taglie navali e terrestri, con varie mac-
chine da guerra e armi. Principalmen-
te vi si scolpirono Vittorie espresse eoa
figure alate e corone in mano, e le iscri-
zioni per dichiarar le cause per le quali
furono drizzali, e se per decreto degl'im-
peratori o del senato romano. Per impe-
dire al trionfatore di troppo inorgoglir-
si, era permesso a'soldati che portando ra-
mi d'alloro esultanti cantavano iotrium»
phctd'ì unire alle lodi versi satirici; di più
si faceva salire sul carro trionfale uno
schiavo, da Plinio ingegnosamente chia-
mato carnifex gloriae, perchè incessan-
temente gridava all'orecchie del trionfa-
tore: Respice post te; hominem memen-
to le. Piomolo e i suoi successori guerreg-
giarono quasi sempre co' loro vicini per
ottenere uomini, donne, terre, e ritorna-
vano in Roma colle spoglie de'popoli de-
bellati: consistevano queste per la massi-
ma parte in biade e in armenti, oggetti
importanti di grandissima gioia. PeròRo-
molo 1 .°re di Roma, fu pure il r .°a entra-
le trionfante in Roma {F.) carico di spo-
glie opime, che cosi chiamò per quelle del
da lui ucciso Acrone re de'ceninesi, e le
depose nel tempio di Giove Feretrio, sul
quale fu poi costruito il Tempio di Gio-
veOltimo Massimo Capitolino. Ecco l'o-
rigine de' trionfi de'roinani, che furono
in appresso la principale cagione del se-
gno di grandezza a cui giunse la città e-
terna. Siccome quegli solo sotto i cui au-
spica si era fatto la guerra, avea diritto
di chiedere il trionfo, allorché non v'eb«
be altro duce supremo se nou Y Impera-
tore, i trionfi doveangli essere riservati;
per tal modo il trionfo divenne un pri-
T II I
\ilegio degl'imperatori e de'principi del-
la casa imperiale. Benché poi si toglies-
se a persona privata la pompa del trion-
fo, si continuò tuttavia ad accordai- loto
quelle distinzioni che in ogni tempo era-
no a quelle annesse, vale a dire il di-
ritto di portare la Toga o Tonaca (F.)
pietà o palmata, abito trionfale in cer-
te ceremonie, una statua che li rappre-
sentava con quella veste e con Corona
(T.) d'alloro; finalmente alcune altre
prerogative meno comuni, da Tacito rin-
chiuse nelle parole: et cptidquid prò
triumpho datur. Qualche volta avven-
ne, che se il senato rifiutava d'accordare
il trionfo, richiesto dal vincitore e con-
quistatore, per mancanza di qualche ne-
cessaria condizione, il duce trionfava sul
monte Albano (ora Cave e luogo ove so-
no i Pas sionisti). Papirio Massa filili.0
che trionfò in questo modo l'anno di Ro-
ma 52 2; e ili.°che dell'ovazione godesse,
l'u Publio PostumioTuberto l'anno di Ro-
ma 2 5o. Talvolta iPapi concessero l'onore
del trionfo con Ingresso solenne in Roma
(7 .), come Paolo 11 1 all'imperatore Carlo
V vincitore di Tunisi (FAj e s. Pio V a
Marc' Antonio Colonna generale dì s.
Chiesa vincitore della Turchia a Lepanto
(V*)} colle 12 galere pontificie, onore de-
cretatogli anche dai senato e popolo ro-
mano, e descritto da Francesco Alberto-
li io nella Relazione dell' entrata fatta in
Roma dall' Ecc.mo Marc Antonio Co-
lonna, e daLucianoCenturioni, Columna
Rostrata, seu plausus Triumphantis M.
A. Columnae, R.omaei633. Il Buonar-
roti, Osservazioni sopra alcuni meda-
glioni, ne riporta eruditissime sui trionfi
degli antichi romani , mediante pompa
presa da quella colla quale ritornavano
alla patria i vincitori de'giuochi Olimpici.
Ragiona particolarmente sui carri o qua-
drighe trionfali tirate da 4 o da 6 cavalli
(Nerone si servì d'alcune cavalle ermafro-
dite in alcuni suoi effeminati e vituperevo-
li trionfilo dagli elefanti ne'lrionfi Partici
o Persici degl'imperatoriAlessandroSeve-
T R I 5
ro e Gordiano. Che i trionfanti erano pre-
ceduti e circondali da' soldati con rami
d'alloro, ma nelle medaglie monumenta-
li de'trionfì sono espressi con rami di pal-
me , ed anche i trionfatori vestiti della
toga pietà portavano un ramo d'alloro e
lo scettro coli' aquila, perchè sempre a-
veano qualche imperio come consoli o
proconsoli, avvertendo che siccome gl'im-
peratori aveano a vita l'imperio procon-
solare, i trionfi loro nelle medaglie si di-
stinguono particolarmentedal ramo d'al-
loro da loro portalo, senz'altro bastone,
quando però non fossero stati nel mede-
simo tempo consolai quali magistrati con
solenni pompe venivano portati in pub-
blico a rallegrare il popolo con feste e
giuochi fatti a loro spese e da loro pre-
sieduti, treni o processi consolari che nei
monumenti furono presi per tronfi. Che
a'trionfatori era portata la corona dà uà
servo pubblico, e poi sotto gl'imperatori la
fecero reggere da una figura della Vitto-
ria; nella pompa trionfale conducendosi
pure le torri dette Fercula a più ordi-
ni, con le spoglie de'vinti in forma di tro-
fei, e degli schiavi sopra e da' medesimi
portate, essendovi effigiati e dipinti i prin-
cipali avvenimenti della vinta guerra, e
rappresentate le città espugnate nella me-
desima; i prigionieri principi erano con-
dotti avanti e vicino al carro del trionfan-
te, e legati colle mani avanti. Che appe-
na in Roma giungeva la notizia delle ri-
portale vittorie, si celebravano le feste e
i giuochi trionfali, ed il senato decretava
l'onore del trionfo. In essi si rallegrava il
popolo, facendosi condurre le immagini
o statue degl'imperatori in abito trion-
fale sui carri e cogli ornamenti trionfali;
feste e giuochi che si rinnovavano dopo
i trionfi, assistendovi gl'imperatori colla
toga pietà, i quali ne'lrionfi incedevano
nell'ultimo luogo, che però veniva ad es-
sere il primo. De' trionfi trattarono an-
cora: Onofrio Panvinio, De Trìwrnpho,
Ilelmstadii 1 67$. G. Battista Marliani, De
Triumphis veterum r ornatiti rum, liomue
e tri
1 549. Tommaso Lidiati, Serie summo*
rum magistratuum,etJ riunì phorwn ro-
ma nor imi. Filippo Antonini, fi Trionfo
romano, Faenza 1 769. G. Cesare Bulen-
gero, De spoliis bellici*, trophaeis, ar-
elibus triunijilialilnis, et pompa trium-
pìii, nel T/ics. ili Grevio. Francesco Mo-
di, Ponderine Triuntplialcs, Francofur-
li 1 586. J. Dario Schieferdech, Disserla-
tio de Triumphiset Ovatiombus roma-
fiorimi, Lipsiae 1 6o5. Giovanni Nicolai,
flomanorum 'Trinili pini* solemnissimus,
Francofnrti 1 690. Le pompe trionfali de-
gli antichi furono in parte imitate ne'so-
Icnni Treni (V.), per la Coronazione de-
gf Imperatori (V .), per la Coronazione
delie (F), nel Possesso del Papa (f .)
quando era solennissimo, nel possesso del
Prefetto di Fonia (J7.), nel possesso del
Senatore di Homa(V.), ed in altre pub-
bliche funzioni splendidissime.
TRIPOLI. Sede vescovile della pro-
vincia ecclesiastica di Lidia, nell'esarcato
d'Asia, eretta nel secolo IV sotto la me-
tropoli di Sardi. La città, non piti esiste,
e ie rovine si vedono ancora sul fiume
Meandro a poca distanza da Gerapoli. Si
conoscono i seguenti 7 vescovi greci che
ne occuparono la cattedra. Agogio fu nel
3i5 al concilio di INicea I; Leonzio dot-
tissimo assistè al sinodo di Seleucia del
359, non riconosciuto per canonico, e nel
quale si un\ agli ariani e sottoscrisse la lo-
ro formola di professione di fede; Com-
inodo sottoscrisse al concilio d' Efeso del
43 ij Paolo Irovossi nel 449 a" m'gan_
daggio o conciliabolo d'Efeso, e nel 4^1
fu al concilio generale di Calcedonia; Gio-
vanni sottoscrisse la lettera del concilio
di Lidia all'imperatore Leone I, relati-
vamente all'assassinio di s. Pioterò d'A-
lessandria ; Anastasio assistè e sottoscris-
se al VII concilio geneiale; Sisinniofu al
concilio di Folio. Oriens christianus, t.
1 , p. ò'8o. In questo nel t. 3, p. 1 070, tro-
vai che Tripoli di Lidia ebbe altresì dei
vescovi latini, e ne riporta due: fr. Mar-
tinodeSoto -Major carmelitano, nomina-
TR I
to da Eugenio IV neh 44°; n- Bartolo-
meo de Ghisolfì de*minori,eletto da Sisto
IV nel 1 479* Tripoli, Tripolitan, è ora
un titolo vescovile in partìbus del simi-
le arcivescovato di Sardi, che conferisce
la s. Sei\e.
TRI POLI. Sede vescovile della i.a pro-
vincia della Frigia Pacaziaua, nell' esar-
cato d'Asia, sotto la metropoli di Laodi-
cea, eretta nel secolo IX,
TRIPOLI, Tripolis, T ar aiolo s.Cxi-
tà vescovile e considerevole d'Asia della
Fenicia marittima, ora nella Turchia a-
siatica, già capitale d'una contea de'cro-
ciati e di presente capoluogo del pascià*
laticodel suo nome in Siria, che compren-
de in parte l'antica Fenicia, l'antica Leo-»
dicea, e abbraccia il paese di Kesrauan
abitato da'maronili che ne occupano la
parte sud-ovest. Giace a 35 leghe da Da
masco, ed a 43 da Acrio Tolemaide, in
una fondura a pie d'un ramo del fiume
Xanto che scaturisce nel Monte Libano,
sotto una montagna in cima alla quale
sorge un castello munito a circa mezza le-
ga dal Mediterraneo. Residenza d' un
mutsellim o governatore, e d'un console
di Francia, è lunga e stretta e traversata
dal Nahar-Aba-Aly, o l'antico Xanto, fiu-
micello che quivi si varca sopra due pon-
ti di pietra, le cui sponde riescono som-
mamente pittoresche, ed il quale forma
cascate bellissime, essendo formata la sua
cinta da mura di giardini. Poco salubre
n'è l'aria, a motivo dell'acque stagnanti
che contiene; le case assai ben fabbrica-
te e le strade insinuiate per la maggior
parte, ma in parecchi punti traversate da
acquidotli sospesi, i quali, essendo in pes-
simo stato, lasciano piover 1' acqua sui
passeggiali. Numerose fontane, tutte più
o meno decorate d' arabeschi, trovansi
sparse per tutti i quartieri. Vi sono due
moschee , un bagno ben fabbricato , ed
un kan vastissimo e pulitissimo. Tra la
città ed il maredistendesi una fertile pia-
nura coperta d'alberi fruttiferi, tra altri
da moricelsi e olivi, e presso la spiaggia
T R I
trovasi In borgata chiamata Marina, dal
nome dell'antico monastero dove s. Ma-
rina sotto abito virile visse molti anni pe-
nitente, con grandi magazzini, kan, caf-
fè ed altri edilìzi. Più. oltre sorgeva in ma-
no de'greci il famoso tempio di s. Grego-
rio Taumaturgo, profanato verso la me-
tà del secolo XVII da' maomettani, co-
me tanti altri santuari. Sebbene il Terzi
riferisca nella Siria sacra , che Tripoli
giace sulle sponde del mare, come in pe-
nisola, favorita dalla natura di sito como-
do, elevato e fortissimo, provvista anco-
ra di spazioso porto, cinta da torri e da
mura terrapienate; nondimeno i geografi
moderni affermano , che non v' è porto
propriamente detto, né la rada offre si-
curezza quando forte sia il vento mae-
strale; le navi danno fondo fra la terra e
certi piccoli isolotti sassosi. Quantunque
la situazione sia poco favorevole al com-
mercio, tuttavia vi si fanno grandi espor-
tazioni di seterie,di fazzoletti nel paese fab-
bricati, di sapone e di sponghe raccolte
fra questa città e Berito. Conta più. di
20,000 abitanti, e nelle vicinanze si fan-
no notare il sepolcro e la moschea d'un
santone, ombreggiati da platani, con una
vasca entro cui alimentatisi de'pesci sagri.
Il territorio forma un affienissimo giar-
dino, pieno d'ogni sorla di fruiti; è irri-
galo da parecchi fiumi e ruscelli scen-
denti dal Monte Libano. Quando il tem-
po è in calma scorgesi sulla spiaggia del
mare ed entro questo stesso parecchie sca-
turigini di dolce ed eccellente acqua, che
credonsi procedere da una gran grotta di-
stante una lega all'est, e ch'è osservabi-
le per una sorgente copiosissima ch'esce
dalla terra a grosse bolle, e si perde indi
a poco nella grotta stessa. Allorquando i
Crocesignati(V, funsero in questa cam-
pagna, rinvennero tra le altre cose canne
di zucchero, che la più parte degli storici
chiamarono canne di miele. Questa pian-
ta eravi stata trasportata dall' Indie, co-
me in altri luoghi della Siria, donde por-
tate in Sicilia e di qui a Granata, indi a
TRI 7
Madera, furono poi recale al Brasile e
nel rimanente d' America. A due leghe
verso l'oriente diTripoli vedeasi una tom-
ba tagliata nello scoglio, che i sirii cristia-
ni credeano essere il sepolcro di Canaan o
Chanaan nipote di Noè, il padre de'feni-
cii. Il nome di Tripoli corrisponde alla
sua origine, perchè fondata da 3 popoli
diversi, cioè Tirii, Sidonii e Aradi (non
Arabi come vogliono altri). Erano que-
sti soliti convenirvi in tempi stabiliti per
cagione del traffico, e volendo assicurare
le merci vi fabbricarono alcune case ore-
cinti, ben distinti l'uno dall'altro per uno
stadio, come in seguito si costumò in o-
rienfe. Questo nome di Tripoli, che signi-
fica tre città, trovasi in diverse altre prò-
vincie ove esisteva una città composta di
tre parti, oppure in cui eravi un'associa-
zione di tre città. In progresso di tempo,
colla frequenza de'popoli crebbero a se-
gno, che gli uni agli altri si unirono, e con
ciò di 3 borghi si formò una città, ove poi
si radunavano i pubblici rappresentanti
delle circonvicine per trattar di affari po-
litici e distato. Ciò avvenne, secondo Dio-
doro Siculo, nell'Olimpiade 107. Si vuo-
le da alcuno che ancora sussistano le 3
divisioni o intervalli, ma il Terzi nel cele-
brarne l'opulenza,onde gareggiò colle pri-
marie cittàdiFenicia,dice che non conser-
va l'antica figura, per essere stata riedi-
ficata parte sulle rovine dell'aulica e par-
te fuori del suo ricinto in forma triango-
lare. 11 p. Quieu neWOriens christianus,
quanto al nome di Tripolit\o dice deri-
vato dalle vicine tre città di Arado,Sido-
ne e Tiro; e formatasi di 3 parti, tutte
con pari distanza da essa lontane, ciascu-
na avendo coloni di Arado, Sidone e Ti-
ro. Die i natali a Teodosio poeta lirico,
ed a Teodoro matematico che scrisse de
Sphaeris, e dicesi che da lui Tolomeo,
Frodo e Tione apprendessero i precetti
più essenziali di quella scienza. Nel me-
morando confitto in cui Dario in queste
vicinanze fu vinto da Alessandro il Gran-
de, fuggirono 8000 greci del suo esercì-
8 TRI
to , prevalendosi delle navi trovate nel
porto, e veleggiarono a Cipro. La città
pervenuta in dominio d'Alessandro, dopo
la sua morte ubbidì a vicenda a'Seleuci
ed a' Tolomei. Sotto i primi vi si adorò
Giove Tripolitano, ciò ricavandosi dalle
medaglie coll'epigrafe Jovi Delubro. An-
tioco il Grande re di Siria la conquistò
con tutta la Fenicia verso l'anno 219 a-
vanti l'era corrente. Recatosi a guerreg-
giare nella regione il Magno Pompeo, la
conquistò alla repubblica romana , con
l'uccisione del tiranno Dionisio, ch'erosi
impadronito della città. Si conoscono più
medaglie col nome di Tripoli di Fenicia,
coniale ad Antonio e Cleopatra, degl'im-
peratori Augusto, Nerone, Traiano, Se-
vero, Eliogabalo, e dell'imperatrice Giu-
lia Soemia. Sotto il dominio de' romani
fu la città libera, adendo il diritto di go-
vernarsi colle proprie sue leggi , e sotto
l'imperatore Vespasiano prese il sopran-
nome di Flavia. Vi fu promulgato l'È-
vangeloal nascere della Chiesa, ma il cul-
to cristiano scemò notabilmente quando
nel 638 fu tolta a' romani da Youkima
greco rinegato, uno degenerali del calif-
fo Omar maomettano. Tripoli passò poi
in potere de'califii d'Egitto, a cui la tol-
sero i crociati del lai/ Crocia la (^.), per
bberare i santi luoghi di Stria dalle ma-
ni degl' infedeli, di che e con altre no-
zioni analoghe riparlerò all'articolo Tur-
chia. Narrai nel voi. LXXVII, p. 25, che
Raimondo IV conte di Tolosa e di s.
Gilles, fece parte della crociata alla te-
sta di 100,000 uomini, dopo aver ri-
cusato la corona della conquistata Geru-
salemme^ recò all'assedio di Tripoli, du-
rante il quale si andò formando uno sta-
to inSiria, e morì a'28 febbraio 1 io5, nel
castello di Monte-Pelarin da lui fabbri-
cato in faccia a Tripoli, lasciando il det-
to stalo al nipote Guglielmo conte diCer-
dague, succedendolo negli stati aviti il pri-
mogenito Bertrando contedi Tolosa e di
s. Gilles. Questi imitando il zelo religio-
so del padre, prese la croce, neh 109 si
TR I
recò in oriente, ed a' io giugno espugno
Tripoli dopo un assedio o blocco di 7 un-
ni, aiutato da Baldovino I re di Gerusa-
lemme e da' genovesi. Non pare quindi
che Tripoli fosse conquistata avanti la
Pasqua del 1099, come vuole il p. Le
Quien. Tripoli allora divenne capitale di
una contea, checomprese parecchie piaz-
ze lungo il mare di Fenicia da Maraclea
sino al fiume Lieo, donde avea principio
il regno latino di Gerusalemme ^eù uno
de' 4 principati Ialini eretti in Siria dai
principi cristiani crocesignati, sotto la
sovranità de* Tripoli tatù Comites. Que-
sto principato e questa città per distin-
guerli dagli altri Tripoli, fu detto Tri-
poli di Soria o Siria. Bertrando fu pro-
clamato contedi Tripoli nello stesso gior-
no che vi fece il suo ingresso, e nel me-
desimo anno morto il cugino Gugliel-
mo riunì alla contea le terre che avea ri-
cevuto dal padre suo. Neh 1 io coadiu-
vò Baldovino 1 a conquistare Berilo, che
si arrese a'i5 maggio. I due principi nel
seguente giugno marciarono in soccorso
di Baldovino del Borgo conte di Edessa,
ove un'armata di saraceni lo teneva as-
sediato ad istigazione del di lui nemico
Tancredi cuginooziodiBoemondo I prin-
cipe d' 'Antiochia , della quale e de! prin-
cipato latino riparlai a Siria. Al rumo-
re della loro marcia gl'infedeli levarono
l'assedio. Indi dopo aver con Baldovino
1 assediata Sidone, che si arrese nel di-
cembre, Bertrando si recò a stabilir la sua
residenza in Tripoli. Neh 1 1 1 Tancredi
amministratore dei principato d' Antio-
chia, dopo la morie di Boemoudo, essen-
dosi disgustato con Bertrando, gli tolse
Tortosa o Ortosia ossia Antarada, che
in Siria avea conquistato il padre, dan-
done il governo a Guglielmo naturale di
Roberto duca di Normandia. Bertrando
si vendicò di quest'insulto in una manie-
ra tutta cristiana. Avanzatosi sino a Ce-
sarea di Filippi un esercito di 100,000
turchi, distanti una sola giornata da An-
tiochia, la minacciavano d'assedio, per cui
T I T
Tancredi implorò il soccorso de' principi
cristiani. Prontamente l'ebbe da Baldo-
vino I, da Bertrando e da altri signori,
cìie con soli 26.000 uomini fugarono
gl'infedeli a'29 dicembre. Bertrando non
potè esimersi di collegarsi nel 1 1 12 con
Alessio 1 imperatore greco contro Tan-
credi, per riaver da questi Antiochia in
forza del suo giuramento. Durante le ne-
goziazioni della lega morì Bertrando a'
2 1 aprile, cui successe I' unico suo figlio
Pons, sotto la direzione del vescovo del-
la città, e si meritò d'esser chiamalo Vc-
mulo della gloria de suoi maggiori, ti-
tolo che giustificò colle sue belle azioni.
Hgli però succedette soltanto agli stati
paterni d'oriente e alla contea di Tripo-
li, lasciando godere ad Alfonso Giorda-
no suo zio la contea di Tolosa e gli al-
tri stati d'occidente; il quale articolo va
tenuto presente , per le altre notizie ri-
guardanti i conti di Tripoli derivati dai
conti Tolosa ni. Pons si distinse in quasi
tutte le guerre ch'ebbero al tempo suo i
crociati contro gl'infedeli. Nel 1 1 1 3 mar-
ciò verso Tiberiade in soccorso del re Bal-
dovino I, e nel 1 1 19 sentendo che Bug-
gero reggente di Boernondo 11 principe
d'Antiochia veniva aggredito da un for-
midabile esercito di turchi, corse per li-
beramelo, ma non fece in tempo, poi-
ché era già perito colla sua armala; indi
lo vendicò con Baldovino li re eli Geru-
salemme.in una sanguinosa battaglia vin-
ta sugl'infedeli. Neh 122 Pons ebbe col
re in proposito dell'omaggio d'investitu-
ra che ricusava rendergli, una questione
vivissima, di cui gli altri baioni del regno
ne impedirono le conseguenze. Ne\i ii/\.
si segnalò all'assedio di Tiro, il cui conqui-
sto principalmente si dovè al suo valore
e abilità. Dipoi coll'aiutodel re, nel r 127
sottomise la città di Rafania vicina a'suoi
stali e nella provincia d'Apamea. Dopo
la morte neh 1 3 1 di Baldovino II prese
le parli d'Alice vedova di Boernondo 11
principe d'Antiochia, che il re Folco con-
trastava a' tutori delia figlia Costanza il
TIW 9
governo del principato. G l'impedì il pas-
saggio per marciarvi sopra, ma nella guer-
ra insorta rimase sconfitto dal re, il qua-
le poi lo liberò dall'assedio cui l'aveauo
cinto i turchi in Montferrand. Nondime-
no Pons continuando la guerra cogl* in-
fedeli, neh 137 tradito da'siri del Mon-
te Libano restò vinto e prigione, patendo
barbara morte. Gli successe nella contea
il primogenito Baimondo, il quale da fi-
glio animoso volle subito vendicar la mor-
te del padre contro gli assassini1 che l'a-
veauo occasionata; li prese nel Monte Li-
bano e con rigorosi supplizi li fece mori-
re in Tripoli, con giubilo del popolo. In-
tanto Sanguino sultano d'Aleppo gli rup.
pe guerra e assediò iti Rafania. Accorse
Baimondo 1 con re Folco, ed assalito San-
guino, restarono disfatti e il conte prigio-
ne e Folco assediato in un castello; finché
soccorsi da Guglielmo patriarca di Ge-
rusalemme, che colla vera Croce guidava
le truppe, e da Raimondo principe d'An-
tiochia e marito di Costanza, ambedue ri-
cuperarono la libertà. Neh 149 alla bat-
taglia di Belinas vinse il sultano d'Alep-
po Noradino , il quale si risarei in altro
combattimento,ove morì Raimondo prin-
cipe d' Antiochia, a cui successe il figlio
Boernondo III sotto la tutela ili Costan-
za e del padrigno Rinaldo. Nel 1 1 5 1 Hai -
mondo 1 perì presso la porta di Tripoli,
ucciso da una masnada de'diutorni, dive-
nendo conte di Tripoli il figlio Raimon-
do Il sotto la regg-mea della madre O-
diema, sorella di Melissende regina di Ge-
rusalemme.Neh 1 (3 3 iNoradino all'assedio
di Harene fatti prigionieri il conte e Boe-
rnondo 111 d'Antiochia, fece toro provare
asprissima cattività, e mediante riscatto
d 80,000 ducali d'oro li rimise in liber-
tà neh 171. Nel precedente anno Tripo-
li soggiacque a sì orribile terremoto, che
quasi tutti i suoi fabbricati crollarono, ri-
manendo la più parte degli abitanti sepol-
ti sotto le rovine. Non guari dopo però la
città venne rifabbricata meglio di prima.
1 cristiani vi stabilirono manifatture di se-
io TK1
ta e camellotti, continuamente occupan-
dotene nelle fabbriche ben 4°°°- Nel
1 177 il conte dopo esser stato sconfìtto
davanti Hama, si portò ad assediar Ha-
renc, e indusse diversi signori a secondar-
lo, ma adescato da una <ommn olfertagli
dal governatore si ritirò. Neil 173 essen-
do Baldovino IV re di Gerusalemme a
cagione della lebbra impotente al gover-
no,aflidòla reggenza al contedi Tripoli, e
neh 1 85 morendo la confermò sino alla
maggiorità del nipoteBaldov'moV, il qua-
le pure nell'anno dopo scese nel sepolcro,
Raimondo II allora contrastò il trono di
Gerusalemme a Guido di Lusignano, ma
pel bene della pace rinunziò poi alla sua
pretensione. Mentre il conte nel 1 187 sta-
va all'assedio di Sefori venne assediata in
Tiberiade sua moglie Esquiva da Sala-
dino, die impadronitosi della città a' 2
luglio la die alle fiamme, risparmiando il
castello ov'erasi ritirata la contessa, e re-
candosi incontro al marito che veniva ad
assalirlo. Nel dì seguente cominciò la fa-
mosa battaglia diTiberiade, cui Piai inon-
do li con un'allocuzione deqna di Sallu-
stio, avea inutilmente consigliato d'evi-
tare. Nella rotta de' cristiani fu costretto
aila fuga, per cui fu da alcuno incolpato
di connivenza co' nemici , e poscia morì
nell'anno stessoin Tripoli minacciata d'as-
sedio da Saladino, il quale s'impadronì
del castello di Tiberiade. Non avendo fi-
gli, legò i suoi stati al figlioccio Raimondo
III figlio di Boemondo III principe d'An-
tiochia. Caduto esso in demenza, talvol-
ta violenta, verso il 1 200 allìdò la contea
a Boemondo IV il Guercio suo fratello,
dorante la minorità di Raimondo Rupi-
no di lui figlio, avuto da Alice figlia di
Rupino della Montagna principe d'Arme-
nia. Boemondo IV abusando della fidu-
cia fraterna, nel 1 20 1 riunì nella propria
persona la contea di Tripoli in un al prin-
cipato d'Aiitiochi-ì:delle vertenze che per-
ciò insorsero feci parola nel voi. LI, p. 307
eullrove,essendovi intervenuto Innocen-
zo III (F.) per pacificarle, Neh 233 di-
TRI
venne principe d'Antiochia e conte di Tri»
poli Boemondo V, succeduto al padre
Boemondo IV, che sposò Luciana Conti
nipote d'Innocenzo III, la quale dal ma-
rito ebbe in dono la metà della contea di
Tripoli nel caso che avesse successione, e
3o,ooo bizantini in caso contrario, come
notai nel voi. XVII, p. 76. Da essi nac-
quero Boemondo VI che nel 1 15 1 succes-
se al genitore, e Piacenza maritata ad En-
rico I redi Cipro: la madre Luciana fa-
cendo da amministratrice nella sua mino-
rità non venne lodata. Fu creato cavalie*
re d'Antiochia da s. Luigi IX in Joppe,
onde inquartò al suo stemma quello di
Francia. A suo tempo il vescovo latino di
Tripoli, Obizzo Sanvitale, fu nel 1260 da
Papa Alessandro IV traslato a Parma,
Boemondo VI prese imprudentemente le
parti de' veneziani contro i genovesi, e
così mantenne le dissensioni che trassero
in rovina le cose di Terra Santa. Egli per-
de Antiochia neh 268, la quale fu pre-
sa d'assalto a'29 maggio o a' 12 giugno,
dal sultano Bibaso Bondochar, facendo-
vi 100,000 prigionieri, oltre r 7,000 che
sul luogo fece trucidare. Morì a Tripo-
li nel 1274, lasciando il figlio Boemon-
do VII sotto la tutela della madre Sibil-
la figlia del re d'Armenia e del vescovo
di Tortosa ossia Antarada. Egli stabilì la
sua residenza a Tripoli, donde prestò o-
maggio d'investitura a Carlo 1 ti'Angiò
re di Sicilia e Gerusalemme, nelle mani
del bali d'Acri. Il suo carattere petulan-
te e indiscreto accese gravi dissensioni coi
cavalieri templari. N'ebbe pure col vesco-
vo latino di Tripoli, che obbligò ad ab-
bandonare Terra Santa. A' 1 3aprileia87
Tharanlhai, generale di Kelaoun Malek-
el-Mansor sultano d' Egitto e di Babilo-
nia , che il p. Le Quìen chiama Melec-
Messor, tolse a Boemondo VII Laodicea
e l'adeguò al suolo. Morto poi Boemon-
do VII a' 19 ottobre senza prole, insorse
contrasto tra Sibilla sua madre e Lucia
sua sorella, moglie cliNajare diTouci fran-
cese e grande ammiraglio di Sicilia, in-
TR I
Ionio alla successione della contea di 'tri-
poli. Il sultano Kelaoun troncò le dispu-
le colla presa da lui falla Od* Mammaluc-
chi (VA di Tripoli , che fece incendiare
a'26 027 aprile 1288 01289, Nana '' ^'"
naldi che la combattè di notte sì fiera-
mente, che per l'infievolite forze de'cri-
stiani l'ebbe per forza, e furonvi uccisi
7000 cristiani. Alquanti scamparono so*
pra legni ch'erano nel porto, rifugiando-
si a Tolemaide, Alle crudeltà il malva-
gio sultano aggiunse I' empietà, facendo
legare alla coda de'cavalli le ss. Immagi-
ni e trascinarle per tutta la città. Dopo
averla i saraceni rubata e spogliata d'o-
gni sostanza, essendo piena di molte mer-
canzie e altre cose, il barbaro sultano la
fece ardere, abbattere e disfare da' fon-
damenti, Addolorato Papa Nicolò IV da
tanto disastro, ili /di settembre con let-
tera ingiunse al vescovo di Tripoli, che
predicasse e facesse promulgare la crocia-
ta sopra i pessimi saraceni, nella Sehia-
vonia e nella Marca di Treviso. Tutte le
altre piazze della contea di Tripoli cad-
dero nel tempo stesso sotto la potenza del
sultano, unitamente a quelle del princi-
pato d'Antiochia. Per tali perdite i cro-
ciati si trovarono ridotti alle sole città di
Tolemaide, d'\ Tiro e di Sidone } che non
tardarono a cadere nelle mani degl'infe-
deli. Tripoli cogli stati formanti la con-
tea , furono poi riuniti all' impero della
Turchia, e ne segui i destini e le vicen-
de politiche,
La fede cristiana fu predicata a Tri-
poli ne'tempi degli Apostoli dal principe
di essi s. Pietro, che vi costituì per ve-
scovo Marone, un collegio di 1 2 preti e
de'diaconi, non che l'ordine delle vedo-
ve e tutti i ministri della Chiesa, a'quali
impose d'ubbidire a Marone. Tanto egli
che i successori vi eliminarono gli avanzi
del gentilesimo,non senza difficoltà e per-
secuzioni, poiché la chiesa di Tripoli fu
innaffiata dal fecondo sangue de'martiri
i ss. Leonzio che patì insieme con Ipazio,
Tribuno e Teodolo sotto l'impero d' A-
TR I ri
driano. In quello di Diocleziano riporta-
rono la palma del martirio i ss. Luciano,
Metrobio, Paolo, Zenobio, Teotino eDru-
so, come si legge nella Siria sacra, L'im-
peratore Giustiniano I eresse una sonino»
sa basilica a s. Leonzio, che si rese cele-
bre, La sede vescovile appartenne alla
provincia ecclesiastica della Fenicia Ma-
rittima nel patriarcato d'Antiochia, suf-
fraganea dell'arcivescovo di Tiro, ed eb-
be vescovi greci, greci-melchiti, maroniti
e latini, I vescovi greci che si conoscono
sono Marone, cui successe Ellanico, che
nel 3ij intervenne al concilio di Nicea I,
e poi a suggestione degli ariani abbrac-
ciati i loro errori, fu obbligalo a dimet-*
tersi ed esulare, da s, Eustasio patriarca
d'Antiochia, surrogandogli Teodosio. Nel
sinodo di Seleucia del 35$ Ireneo episco-
pio Tripolis Plweniciae^'xccome ariano,
sottoscrisse I' eretica professione di fede.
Commodo nel 43 1 si recò al concilio d'E-
feso, e per la sua adesione a Nestorio fu
separato dalla comunione cattolica. Teo-
doro nel 45 1 intervenne al concilio diCal-
cedouia e ne sottoscrisse i canoni, indi nel
458 firmò la rinomata epistola dal sino*
do di sua provincia indirizzata all'impe-
ratore Leone I, sul martirio di s. Pioterò
d'Alessandria. Il vescovo Stefano amma-
latosi d' infermità incurabile, si recò al
sepolcro di s. Eutimio archimandrita, e
coli' olio di sua lampada per virtù divi-
na guarì perfettamente, Gli successeLeon-
ziodi lui cugino, ornato di cospicue virtù,
e fu largo benefattore del monastero di
monaci sotto l'invocazione del gran mar-
tire s. Leonzio. Arsenio è l'ultimo vesco-
vo di cui si abbia memoria. Oriens dir,
t. 2, p. 822. I maroniti antichi vi ebbero
degli arcivescovi, suffraganei del patriar-
ca maronita d' Antiochia, e se ne cono-
scono sei. Isacco insigne per dottrina scia-
drensis, alunno del Collegio de' 'Maro-
niti di Roma, ordinato nel 1629, autore
di diverse opere, e perito nelle lettere la-
tine,siriache ed arabiche. Gli successe Mi-
chele Hesronita arcivescovo, indi Gio-
ti TRI
vanni IJesronita degnissimo.nominato da
Urbano Vili e morto nel 1 644* Poscia
Gabriele, quindi Giuseppe Hesronìtaar-
chìrpìscopi Tripoli tri tu' del 1676. Nel
j6g5 sedeva Giuseppe Si monto, al dire
del Terzi successore- di Gabriele, per cui
sembra il medesimo Hesronita. Basilio
monaco fiorì nella 1 ." metà del secolo de-
corso. Orie/is dir. t.'3,p. 79.C0nquistat.-1
Tripoli da'crocesignali latini, vi fu eretta
la sede vescovile del rito loro, sotto il pa-
li iarca d'Antiochia, indi Papa Innocenzo
Il la dichiarò sullraganea dell'arcivescovo
J.itino di Tiro, quando elesse per vescovo
di Tripoli Gerardo, che nel 1 137 cadde
prigione de'saraceni. Fiumano nel 1 179
intervenne al concilio di Laterano IH.
L. eletto arcivescovo d'Apamea, dal pa-
triarca d'Antiochia neh 198 fu traslato
a Tripoli di propria autorità ; ma Papa
Innocenzo III sospese al patriarca l'offi-
cio pontificale e perciò la facoltà di con-
fermarlo, per avere operalo inconsulta
Sede apostolica ^cotne sospese L. eletto.
Dipoi assolse L. ed a'3 1 dicembre di pro-
pria autorità lo trasferì a Tripoli, come
similmente tolse la sospensione al patriar-
ca; indi ingiunse al vescovo di Tripoli e
al suo capitolo di conferire ili. "canoni-
cato che vacasse a certo Piai mondo. Do-
po ili2i3 gli successe Gaufrido arcidia-
cono francese e fratello di Fiandra (ti san-
ta vita e operatrice di miracoli. Nel 12 i5
Innocenzo HI invitandolo al concilio di
Laterano, con sua lettera enciclica, dice :
In eodem modo (archiepiscopo et episco-
pis)/?er T rinapoli tanam (Tri poli tanam)
provinciam (consti tutis). Papa Innocenzo
J V del 1 243 mandò l'arcivescovo di Tiro
e V. eletto episcopo Tri poli tano, per in-
quirire il vescovo di Biblos e il patriarca
antiocheno. Il vescovoObizzo sunnomina-
to nel f 260 passò a Parma. Al vescovo^»'.
Guglielmo domenicano nel i263-^*crisse
Urbano IV, perchè gli esponesse le dissen-
sioni che agitavano la Terra Santa. Nel
1 274sedeva fr. Paolo minorità, fu al conci-
lio di Lione 11, e probabilmente fu quel
TR I
vescovo di Tripoli vessato d'Antarada nel
I278,eche per insidiargli la vita dovèfug-
gire. Nel 1279 Nicolò 111 l'inviò a Rodolfo
I re de' romani, ed a Carlo I re di Sici-
lia per collegarli insieme ; e poi avendo
patito atroci ingiurie da Boeraondo VII
conte di Tripoli , questi fu gravemente
ammonito dal Papa. Cintio Pigna nobile
romano essendo eletto di Tripoli, Onorio
IV nel 1286 lo dichiarò arcivescovo di
Capua. Era vescovo B. quando il solda-
no di Babilonia Melec-Messor 3*27 aprile
1 289 espugnò Tripoli, onde Papa Nicolò
IV ingiunse al vescovo di predicare iti oc-
cidente la crociata contro i saraceni, con
lettere del i.° settembre, e nuovamente
con altra de'20 ottobre 1 290. Nel i332
il vescovo Guido Baisi di Re™io fu eletto
arcivescovo di Ravenna. Giovanni abba-
te benedettino vescovo di Trieste, da A-
lessandro V fu traslato a Tripoli. Gli suc-
cessero Pietro I,e per sua morte a'28 gen-
naio^ '4 II'- Simone minorità; indi tro-
vasi Pietro II, che morto a'i4 novem-
bre 1 435, ih questo Eugenio IV gli sur-
rogò fr. Nicola del Nevo minorità. Dopo
il vescovo Antonio, trovo per sua morte
nominato nel r45i fr. Benedetto de A-
doaria minorità. Orienschr. t. 3,p. 1 1 74-
Presentemente Tripoli ha i seguenti ve-
scovi di diverso rito. L'arcivescovo mg.'
Paolo Musa, Tripolitan Maronitarum,
e ne parlai nel voi. XLI1I, p.127, nel pa-
triarcato d'Antiochia lìti' Maroniti in Si-
ria. Il vescovo mg/ Atanasio Totungi,
Tripolitan Me Ichi tarimi, come dissi nel
voi. XLIV,p.i 58, nel patriarcato de'gre-
c\-3Iclchiti in Siria. Il vescovo Tripo-
litan Syroriun, la cui sede è tuttora va-
cante, sulfragauea del patriarcato de Siri
in Siria, il che riferii nel voi. LXVII, p.
3o. Vi sono le missioni apostoliche de'la-
tini, del vicariato apostolico di Aleppo o
Bcrrea(V.),e ne riparlai a Monte Liba-
no ed a Siria. Vi sono poi ora in Tripoli
i la zza risti col prefetto di loro missione, e
un tempo eranvi i gesuiti e i carmelitani:
i lazzaristi furono sostituiti a'gesuiticou
(
T 11 I
decreto della congregazione di propagan-
da fide, da cui dipendono i vescovi di Tri-
poli de'diversi ricordati ri ti, de' a 2 novem-
bre 1782. Dell'ospizio de' minori osser-
vanti di Terra Santa, esistente in Tripoli
e dipendente dal p. Guardiano i\it\ s. Se-
polcro (%*)> feci menzione nel voi. XXX,
p. 5g e 60, ove dissi della missione de*
cappuccini. FinalmenteTripoli, Tripoli-
tiiu, è un titolo \esco\\\ein partibns} del-
l' eguale arcivescovato di Tiro, che con-
ferisce la s. Seile. Ne fu insignito mg/Giu-
seppe Habaisci, che trasferito a' 3 mag-
gio 1824 da Leone XII al patriarcato
d'Antiochia ùe Maroniti, il Papa nel con-
cistoro de'2 3 giugno 1828 nominò vesco-
vo di Tripolis civitas Maritima Phoe-
niciae, sub Archiepiscopo Tyrenjn par-
tibus infidelium , come leggo nella pro-
posizione concistoriale, mg/ Ferdinando
Siciliani diGiovenazzo diocesi di Molfetta,
già arcidiacono ei.a dignità dell'insigne
collegiata di Giovenazzo, e con ritenzio-
ne dell'arcidiaconato; dichiaralo poi au-
siliare del vescovo di Melfi e Rapolla, pa-
re da Gregorio XVI, poiché con tale qua-
lifica venne perlai.3 volta pubblicato nel-
le Notizie di Roma del 1 84o. 11 regnante
Pio IX nel concistoro de'3 luglio 1848,
per obitum Ferdinandi Siciliani, come
ricavo dalla proposizione concistoriale,di-
chiaro vescovo in par tibus Tripolis ci-
vitas episcopali* Phoeniciac sub archie-
piscopo Tyren\ il rev. p. fr. Giusto Re-
canati di Camerino, dell'ordine degnino-
li cappuccini, maestro in filosofìa e teo-
logia, definitore generale e prefetto delle
missioni del suo ordine, consultore delle
congregazioni del s. ofuzio,de'vescovi e re-
golari, e di propaganda fide; indi e per
quelle qualità lodate nella medesima pro-
posizione, il Papa lo fece amministrato-
re apostolico del vescovato ih' Sinigaglia
(V.) sua patria, ed a'7 marzo 1 853 lo creò
cardinale titolare de'ss.XI I A postoli e pro-
tettore di tutto l'ordine religioso delle Da-
me de\ Sa grò Cuore. Tvo\o per ultimo nel
Giornale di Roma de' 1 5 genuaio 1 855,
TRI i3
che nel giorno precedente, domenica, il
cardinal Patrizi vicario di Roma, nella
chiesa della ss. Trinità de'Monli, assistito
dall'arcivescovo di Parigi e dal vescovo d'
Orleans,avea fattola solenne consagrazio-
ne di mg/ Leone Francesco Sibour d'I-
stres arcidiocesi d' Aix, vicario generale
(del fratello arcivescovo) di Parigi, eletto
vescovo di Tripoli in partibus infidelium
(con breve apostolico del Papa Pio IX dei
23 dicembre i854, dichiarandolo inoltre
ausiliare del fratello).
TRIPOLI, Tripolis. Regno o reggen-
za di Barbarla, nell' Africa (^.), trova-
si tra 23° 45 e 33° di latitudine nord, e
tra 7°4o e 26° di longitudine est, nella
parte più orientale della Barbarla mede-
sima. Composto del paese di Tripoli pro-
prio al sud-ovest, del regno di Fezzan al
sud e del regno di Barca all'est, viene al
nord limitalo dal Mediterraneo, all' est
dall'Egitto, al sud dalSahara, ed all'ovest
dal regno di Tunisi ' (V.). Irregolarissima
n'è la forma: il Mediterraneo vi produce
il gran golfodella Sidra, ed il Fezzan inol-
trasi considerabilmente ne'deserli. La lun-
ghezza della regione è di circa 4oo leghe
dall'est all'ovest, presso a poco sotto il pa-
rafilo della repubblica di Gadames,Oasi
occidentale della reggenza di Tripoli, e
della repubblica e altra Oasi di Syouab,
governate da'sceiki nominati dal pascià
governatore della reggenza di Tripoli,cui
pagano annui tributi, prima esse forman-
do parte de'dominii della reggenza di Tu-
nisi. Sotto il 1 20 meridiano è la massima
sua larghezza dir 3oleghe,tutta la reggen-
za diTripoli avendo la superficie di45,ooo
leghe quadrate. La regione di Barca oc-
cupa tutta la parte orientale della reg-
genza di Tripoli, ed è posta fra la gran
Sirte e l'Egitto: la gran Sirte insieme al-
la piccola Sirle che sta alla spiaggia tu-
nisina, si denominano le Secche di Bar-
barin. Le coste sono abitate lungo il Me-
diterraneo, la parte meridionale è del tut-
to abbandonata, e sparsa di bollenti e de-
serte sabbie , denominandosi Deserto di
i4 T li I
Barai, susseguito nell'interno più al sud
dalDeserlodi Libia.Equcsta l'anticaCire-
naica, e comprende all'est la più grati par-
ie della Marmarica. Si elisie ancora FJ-
bia ( / .) Pentapoli ( 7 .) per le 5 sue prin-
cipali città denominale: Berenice, Arsi'
/H'c.To/c/naidc oTolomeln, Cirene (P\),
tulle state sedi vescovili^ Cirene o Curili
divenne metropoli della Libia Pentapo-
li con su ir» aganei sotto il patriarcato d'A-
lessandria, ed Apollonia o Apollonos, del
qua] nome vi furono due sedi vescovili,
una detta pure Cossia, sotto la metropo-
li d' Antinoe eretta nel V secolo, l'altra
sulFraganea di Tolemaide eretta nel IX
secolo, ambedue appartenenti al medesi-
mo patriarcato ed aliai.3 e 2* Teìnnde.
Alcuni dicono che una di dette sedi tosse
Sozusa (7 .), sede vescovile suffraganea
di Cirene, ma essa fu eretta nel IV seco-
lo. Fu Sozusa l'antico e famoso porlo di
Cirene, emporio il più insigne del com-
mercio di Libia, e le navi d'ogni banda vi
affluivano. Ora appena gli è rimasto il no-
me di Marza-Susa, difficilmente accessibi-
le, come tutta la spiaggia Cirenaica. Tali
città ora probabilmente corrispondono a
Bengasi, Tochira, Curio già capitale del-
la Cirenaica, Barca e Bonandria. I mon-
ti Gerdobab, che si estendono al sud, rac-
chiudono nelle loro valli le due famige-
rate Oasi di Syouah e di Audjelah. Tan-
ta era la fama di fertilità della Cirenaica,
che i mitologi vi favoleggiarono simbo-
licamente gli Orti Esperidi, ne'quali le 3
sorelle Esperidio Allantidi della bella vo-
ce, che altri fanno giungere sino a 7, vi
custodivano le piante che producevano
de'potni d'oro di sorprendente virtù, e
perciò guardali dall'orribile drago Espe-
rio (diverso dal mostro o Idra di Lerna di
7, ovvero e) e anche 5o teste, che nel ta-
gliarle si rinnovavano) dalieioo teste, il
quale a un tempo mandava 100 fischi di-
versi, poi ucciso da Ercole per impadro-
nirsi de'pomi d'oro, che fu la i2.a e ulti-
ma ^a fatica e conquista. Oggi nella Ci-
renaica si \ cdouo le spaziose e verdeggiali-
TR I
ti praterie d'Elicali. Dentro il deserto
di Barca trova vasi pure la regione Ani
monia celebrata per l' inaccessibile tem-
pio di Giove Aminone, a motivo delle sab-
bie bollenti che Io circondavano, idolo che
rendeva i vantali oracoli, e reso più famo-
so dall'accesso d' Alessandro il Grande^
che vi fece la pazza apoteosi di se stes-
so, qualificandosi figlio di quel nume, per
la mania d'innalzar la propria origine si-
no alla divinità. Sebbene il regno di Bar-
ca appartenga al pascià governatore del-
la reggenza di Tripoli, pure il governo è
affidalo a' due bey indipendenti, ma da
esso investili del potere, di Bengasi o Be-
renice, e di Derna o Darnis o Dardani-
de (V>), metropoli della Libia Mannari-
ca con suffraganei sotto il patriarcato d'A-
lessandria, che gli pagnno annuo tributo,
ed in ambedue le città essi risiedono co-
me loro capitali. La regione di Fezzan gia-
ce nella reggenza di Tripoli fra'due de-
serti, il Libico e il Sahara, e corrisponde
al paese degli* antichi garamanti, ultimi
popoli dell'Africa noli a'romani, e doma-
ti da Cornelio Balbo, che ne menò trion-
fo. 11 Fezzan, che ha Murzuk per capita-
le, abbondante di sorgenti d'acqua dol-
ce, anticamente avea per metropoli Ga-
rama^ e Plinio ricorda la pietra prezio-
sa garamantide, che si traeva dalle vi-
scere d'uno de'monti Garamantici. Que-
sto paese ha 1' aspetto tristo e infecon-
do, tranne qualche vallata, ove la vege-
tazione col beneficio dei rigagnoli d'ac-
qua acquista qualche vigore; e dissemi-
nate si vedono delle specie di Oasi , cir-
condate sovente da acacie e palme datte-
rifere. Ardentissimo è il clima nella sta-
gione estiva, e agl'indigeni stessi rende-
si insoffribile, quando il micidiale vento
Rhamsyn soffia dalle contrade equatoria-
li. Poco si parlerebbe del misero regno di
Fezzan, che non devesi confondere colla
provincia e regno di Fez o Fes e sua ca-
pitale omonima nell'impero di Marocco
(/^.), se non vi fosse stabilito l'emporio del
traffico fra l'Africa settentrionale e la cen-
T fi I
trale. Al Ira versano tulio il Fezzan le ca-
rovane, che dall'Egitto, dalla Cirenaica,
da Tripoli muovono per l'interne regio-
ni, e vi penetrano dal Sondali, dal Bor-
ni), dalla famosa Tombuclù città e prin-
cipale emporio della Nigrìzia ( V .), e dai
paesi tutti che il misterioso Niger innaffia.
Il sultano di Fezzan governa indipenden-
te e dispoticamente, e non solo ereditario
nella sua discendenza èquel trono, ma an-
che il cadi Irasmetle il supremo potere
giudiziario e religioso a'suoi discendenti.
L' armata non è permanente, ma sono
pronti al insegnale 20,000 difensori per
respingere qualunque esterno assalto. L'o-
maggio che dalla mela del secolo XVI
presta il sultano al pascià di Tripoli, con-
siste in un donativo annuale d'una ma-
no di schiavi, di polvere d'oro e di sena
medicinale. Quanto alle amichila, come
nel regno di Barca, e singolarmente quel-
le belle di Cilene, anche in quello di Fez-
zan vi sono avanzi di monumenti roma-
ni, testimoni di loro dominazione. Nel
Fezzan, 1' auliche vestigia della città di
Zuela dimostrano la grandezza passata.
Tragan fu un tempo la città più delizio-
sa del Fezzan, perchè collocata in mezzo
a giardini amenissimi, ed alle campagne
in miglior guisa coltivate, ed imponenti
sono le rovine del suo castello già forti-
ficato. La città di Bonjem, posta all'estre-
mità del Fezzan, è una delle fortezze ga-
ramantiche, che i romani nell'Africa co-
struirono in mezzo a 'deserti, e vuoisi eret-
ta a'tempi di Settimio Severo. II regno
di Tripoli propriamente è limitato al nord
dal mare, dal Barca all'est, dal Fezzan e
dal Sahara al sud , dal regno di Tunisi
all'ovest, e comprende una superficie di
16,000 leghe quadrale. Trovasi questa
contrada bagnata nella massima parte dal
golfo della Sidra, all'ovest terminalo dal
capo Mesurata, il più notabile del paese;
le sponde di esso golfo sono generalmen-
te fronteggiate da banchi d'arene e sco-
gliere. Le montagne che una gran parte
cuoprono della regione, ponno conside-
TIW \5
ratti come una continuazione orientale
dell'Atlante; segnalandosi all'ovest i mon-
ti Tarhona e Gharian, e sul limite me-
ridionale i monti Ouadan ed Haroudjè-
el-Acouad; la parte orientale abbraccia
vaste pianure deserte. Non trovasi nelTri-
poli proprio fiume nessuno rimarcabi-
le;meglio torrenti che fiumi ponno dirsi
I'LJaadi-Quaam, eh' è l'antico Ciniphusi
l'Uadi-Nahil, e PUadi-el-Gaml: alcuni la-
ghi s'incontrano lungo il golfo della Si-
dra, e nell'interno giace il lago Sciabara.
11 clima di Tripoli è salubre; tuttavia gli
abitanti hanno a temere lo scirocco , il
quale in autunno di sovente soffia per 3
giorni di seguito, e che non si evita se non
rinchiudendosi accuratamente nell'abita-
zioni. La peste viene meno frequente che
nella maggior parte degli altri paesi del-
la Barbarla. Le pioggie cominciano gene-
ralmente in ottobre, tempo in cui le ter-
re sono ai atee seminate. I mesi di dicem-
bre e gennaio riescono secchi; in aprile
la vegetazione fa pompa di tulio il suo
vigore. 11 territorio aggiacente alla costa,
particolarmente all'ovest, è di grande fer-
tilità. 1 dintorni della capitale del regno,
la città di Tripoli (l7.), soprattutto l'al-
ture di Tarhona e di Gharian sommini-
strano l'olio d'olive migliore che si cono-
sca; l'orzo abbonda. 1 datteri sono una
delle principali ricchezze di Tripolina pal-
ma che li produce somministra, al tem-
po del rinnovellamento annuo del suc-
chio, un liquore abbondante, che i nati-
vi chiamano laghi, ed ilqualeappena usci-
to dall'albero, dà una bevanda deliziosa
e rinfrescante; ma un momento dopo ac-
quista un grado grande di forza per mez-
zo della fermentazione, ed ubbriaca abu-
sandone. 11 zafferano, tra'più pregiali del
mondo, viene precipuamente coltivalo
sulle montagnedi Tarhona e di Gharian;
larobbia,che i cristiani del paese chiama-
no alirzari, e gli arabi fura, è uno degli
articoli più importanti del commercio
d'esportazione in Europa. Benissimo cre-
sce il gelso, e l'introduzione de'bachi do
io TRI
scia potrebbe farsi agevolmente; la cas-
sava, in Europa sconosciuta, somministra
Boa farina nutritiva, ed è uno degli og-
getti principali della sussistenza del popo-
lo;! I bisnaé un altro grano assai importan-
te. Trovanti nc'cautoni montagnosi mol-
ti piedi di carubbì o frutti di loto, albe-
ro celebre dell' antichità come alimento
della nazione de'lotofagi; folto n'è il fo-
gliame, ed \\ frutto somiglia assai a quel-
lo del tamarindi. Le mandorle, i fichi, i
cedri, gli aranci, i peri, le prugne, le pe-
sche, l'uve, i meloni, vengono abbondan-
ti e di sapore squisito. Copiose sono le no-
ci di galla, e il duplice frutto delle api, la
potassa. Le razze arabe de'cavalli indige-
ni sono di debole qualità, piccoli e agili,
e diconsi barberi; i muli vengono di fuo-
ri; numerosi vi si trovano gli asini e mol-
to robusti. Esportasi per Malta quantità
grande di pecore, capre, polli e pernici.
Abbondano i castrati, ma la carne è in-
feriore; quella però de'bovi piccoli è mol-
to buona. Lunghesso la costa trovansi
quantità di sponghe, destinate all'espor-
tazione. Il sale marino è la produzione
principale del paese, e potrebbesi racco-
glierne abbastanza pel consumo di tutta
l'Europa. Sono i tappeti uno tra gli og-
getti primari tra le fabbriche di Tripoli,
e ne esporta annualmente più di 2000;
stuoie di vario genere, acquavite di dat-
teri, liquore di palma, burro salato, i ba-
racani o schiavine, stoffedi lana, lavoraq-
si soprattutto nelle tende de' beduini; si
(anno bernumi, sorta di manlellicol cap-
puccio. Apprestano cuoi di bue, pelli di
vitello, di pecora, e di capra di grossa co-
da, marrocchini rossi e gialli. La fabbri-
cazione della potassa appartiene al solo
pascià, come l'esportazione del sale è mo-
nopolio sovrano. Si trae un dazio nota-
bile su tutti i boschi di datteri, e su tutti i
pozzi di acqua, il tripolo, sostanza terrea
acconcia a lavar vetri , pietre e metalli,
sebbene trovasi in altre parti, anche d'A-
frica, specialmente è abbondante ne'din-
torni di Tripoli, e perciò ne avrà tratto
T 11 l
il nome , dicendosi anche terra tripoli*
tana. Si fanno molle esportazioni per Tu-
nisi, Algeri, Marocco, il Levante e l'Eu-
ropa. Trai' importazioni si noverano an-
che gli schiavi e gli eunuchi: nel 1 83c) gli
schiavi negri, secondo l'età e il sesso, si
vendevano da 5o a 100 colonnati, gli eu-
nuchi si pagavano sino a 700 colonnati, il
numero desili schiavi calcolandosi a 2.5oo
l'anno. Importanlecommercioera pe'tri-
politani il passaggio delle carovane, che
dall'imperodi Marocco dirigevansi indi-
voto pellegrinaggio alle città della Mecca
e di Medina nell'Arabia, per venerazio-
ne a Maometto; ma la spedizione france-
se del i 798 deviò lo zelo de'mussulmani,
e non più si riaccese coll'antico fervore,
anche per gli ostacoli politici frapposti dai
pascià di Tripoli. Si osservò, che tranne
la carovana del 1824, composta di 3ooo
individui e 20oocammelli, oltre qualche
centinaio di donne, le posteriori appena
giunsero a 4°o individui. Importavano
questi pellegrini gran quantità di merci
dall'Africa interna , che ordinariamente
cambiavano co'colounati spaglinoli e coi
zecchini veneti. Nel ritorno poi che face-
vano da'detti luoghi, recavano differenti
produzioni asiatiche, le quali però pre-
ferivano di portare nella patria. Di siffatti
pellegrinaggi riparlo a Turchia. Tripoli
è il principale porto del paese propria-
mente di Tripoli; i porti poi più impor-
tanti del regno sono quelli di Bengasi e
di Derna, sulla costa del Barca. Il com-
mercio marittimo si fa principalmente so-
pra bastimenti italiani e francesi; gl'indi-
geni hanno piccoli bastimenti, ma il pa-
scià possiede brigantini, parecchie scune,
e de' legni a vapore. La popolazione del
regno supera due milioni d'abitanti, tra
i quali la metà appartengono al paese di
Tripoli;popolazione checomponesi di mo-
ri, turchi, arabi, beduini e giudei; tran-
ne questi ulti mi, che so no in numero mag-
giore di 1 2,000, lutti gli abitanti della re-
gione diTripoli sono mussulmani,nè man-
ca un numero di cattolici e di cristiani.
TRI
Al servizio del governo sonovi un gran nu-
mero di cristiani rinegati e di negri. S'in-
contrano alcuni avanzi di quella schiat-
ta chiamata prilli dagli antichi , ed alla
quale attribuì vasi il potere di guarire dal
morso de'serpenti e fare altre cose mera-
vigliose: si vedono percorrere le vie in uno
stato di nudità e di sporcizia, e sono ve-
nerati quali santi dogli abitanti, ed han-
no pe'cristiani violenta antipatia. Altre tri-
bù d'arabi menano vita pastorale nelle
campagne, e ti abituano alle depredazio-
ni. Ne' monti Gharian incontratisi tribù,
arabe , che abitano nelle caverne. I soli
dintorni del lido sono coltivali e abitabi-
li, mentre poco al di là errano ne'deserti
gli arabi vagabondi, che rendono diffìci-
li le comunicazioni col Fezzan nel lato
australe. Quindi non si presenta la con-
trada, che sotto l'aspetto di monotona pia-
nura, di cui si tengono in gran pregio i
pozzi per dissetare le carovane che i'at-
traversano. Vi sono moltissime abitazioni
sotterranee e incavate nel sasso, che pren-
dono lume dall'alto; s'incontrano all'op-
posto sopra terra frequentissimi i sepol-
cri costruiti regolarmente in pietra, e di-
stinti da una bianca cupola sono quelli
de'loro marabotli o santoni. La riputa-
zione e il titolo di marabottosi acquista
colla lettura daW" Alcorano (P.)y coll'a-
stinenza dal vino e da'liquori spiritosi, ed
invece della poligamia comune agli altri
maomettani, avere a compagna una so-
la donna. Lo stesso sovrano s'inchina per
superstizioso rispetto a questi pretesi san-
toni,i quali fomentano tale credulità, pra-
ticando goffe ciurmerle e ridicoli atteg-
giamenti d'affettata pietà. La reggenza di
Tripoli è governata da un pascià dispo-
tico, già tributario del gran sultano della
Turchia (/x.), il quale pascià in segui-
to si limitò a ricevere l'investitura e soc-
correre la Porta ottomana ne' bisogni,
con truppe e denari. Su di che e altro
riguardante Tripoli, meglio a Turchia.
Da più d'un secolo la sovranità diven-
ne ereditaria nella famiglia mora de'Ca-
TRI ,7
ramanti. Anni addietro l'armata tripo-
litana di terra non sorpassava 3o,ooo
soldati regolari, oltre i5,ooo arabi pron-
ti ad ogni cenno, con un treno di 3o
cannoni. La marina militare contava 2
corvette da 20 a 22 cannoni, 3 brigan-
tini, 5 golette, 6 bovi, 6 bastimenti mer-
cantili armati in caso di guerra,eio scia-
luppe, i quali legni erano montati da
1408 ufficiali e marinai, con un corredo
di 1 36 cannoni. 11 cabotaggio si pratica
da'tripolini lungo la costa e specialmen-
te da Tripoli città , a Gerba o Gerbi o
Girba o Zerbi isola de'Lotofagi del Me-
diterraneo sulla costa del regno di Tuni-
si, col mezzo de'navigli chiamati sanda-
li, della portata di io a i5 tonnellate. I
corsari e pirati tripolini sempre furono te-
nuti i più audaci e formidabili della Bar-
balia , e quasi tutte le nazioni europee,
sinché durò la pirateria, si sottrassero con
l'oro dalle loro molestie, e dopo tale a-
bolizione continuarono qualche lieve an-
nuo donativo la Svezia, la Danimarca e
l'Olanda, che probabilmente più non fa-
ranno. 1 principali luoghi del regno di
Tripoli, oltre i nominati di quelli di Bar-
ca e di Fezzan, ed oltre la capitale Tri-
poli > sono i seguenti. Saba Ira (/^.) o Sa-
bathra, ossia l'ripoli Vecchio, già città
vescovile ragguardevole, posta sul Medi-
terraneo verso la piccola Sirte o golfo di
Cabes. Il nome di Tripoli le derivò, come
a diverse altre città così chiamate, per-
chè le vicine popolazioni di tre paesi con-
vennero a edificarla, come specialmente
narrai di Tripoli (V.) di Fenicia, già ca-
pitale d'uno de'4 principati formati in Si-
ria dacrocesignati. 11 suo porto è cape-
vole di navi d'aito bordo, ma oggi e per
essere ridotto in rovina, e per l'aere mal-
sana giace quasi abbandonato. E distan-
te peri o leghe all'ovest da Tripoli NiW'
i'o, cioè dalla capitale della reggenza. Ger-
bi o Zerbi o Girba o Girbita (/r.), iso-
la del Mediterraneo del limite orientale
della piccola Sirte, che segna l'estremo
confine della reggenza coll'altra di Timi*
vol. LXXXI.
s
T R I
sì, e già vescovato, per cui e per appar-
tenere nello spirituale a quel vicariato a-
postolico, in tale articolo ne riparlai. Di
figura quadrilunga ha le coste all'intor-
no addentellate; e serra colla sua massa
una piccola baia, e da'due capi che la de-
terminano viene per angustissimi stretti
divisa. Nelle guerre contro i turchi, soste-
nute dall'ordine Ccrosoli/ziilano, e nella
spedizione africana di Carlo V, fu teatro
di molti combattimeuti navali, e con va-
rio fato fu occupata dalle potenze belli-
geranti.La reggenza diTunisi la riconqui-
stò, comechè in essa geograficamente si-
tuata, indi la dinastia de'Caramanli nuo-
vamente la riunì a questa di Tripoli. Ma
essendo compresa nel vicariato apostoli-
co di Tunisi, può essere ritornata nel suo
naturale dominio. Tagiura,città posta ove
col capo di tal nome termina la pianura
suburbana orientale di Tripoli , eh' è la
meglio coltivata de' dintorni , e forse la
stessa che Tacapa (F.) già sede vesco-
vile,anzi viene chiamata anco Capes o Ca-
pez. Ridonda di santoni marabutti, e vi
s'intrecciano stuoie con foglie di palme,
essendola popolazione di mori e ebrei an-
che intenta all'agricoltura. Lebda, Leptis
Magna, già sede vescovile, città posta nel-
la spiaggia del Mediterraneo, presso la fio-
rente pianura di Turot, abitata dagli a-
rabi beduini. Ha discreto porto, con ca-
stello forlificato.Fondata da'fenicii,fu poi
colonia romana , e divenne magnifica e
celebre. De' sontuosi suoi edilìzi restano
tracce d'un anfiteatro, d'un arco trionfa-
le, di terme, acquedotti, lapidi e colonne
granitiche. Fu patria dell'imperatore Set-
timio Severo, e di s. Fulgenzio dotto e
pio vescovo di Ruspa e dottoredella Chie-
sa. Mes tirata, città posta a mezzo del ca-
po omonimo, con fertile territorio, alter-
nalo da boschi di palme e olivi. Vi si fab-
bricano belli tappeti colorati, ed è il luo-
go di riposo per le carovane dirette al Fez-
zan, ed a Vadei per passare in Nigrizia,
tragitto a cui i soli negri resistono, poi-
ché il gran deserto è colpito da' cocenti
TR I
raggi del sole. Murate o Maiala, città si-
tuata lungo la costa orientale di Sidre o
gran Sirte, ampio seno famoso per vetu-
sti naufragi, le cui spiaggie sono del tut-
to deserte. Si vanta possedere eccellenti
pozzi d'acqua potabile, che fornisce alle
carovane assetate. Presso di essa sono le
maestose rovine della citlà di lierchicha-
mera. L'autore dell'Istoria degli stali di
Algeri, Tunisi , Fri poli e MaroccOyhoii-
drai754> osserva che il regno di Tripo-
li è in generale diviso in due provincie o
regioui, la Marittima e la Mediterranea;
chele sue vicende sotto il governo de'tur-
chi sono una serie di crudeltà e di stragi,
come gli altri governi di Barbarla; che le
scene furono le stesse, solo diversi gli at-
tori che lo dominarono, cioè i dey e i pa-
scià dipendenti dalla Porta Ottomana, a
cui paga annuo tributa. Dice inoltre, che
le principali ricchezze ili Tripoli mussul-
mana si riducevauo alle prede de'suoi cor-
sari, con navi e galere, al cui tempo cir-
ca 8 erano i principali pirati. Quanto poi
al governo, al commercio, a'eostumi dei
tripolini, sono così somiglianti a quelli di
Tunisi t aggi unge, che il volerli particola-
rizzare sarebbe una ripetizione soverchia.
Gli è per questo, che trovai più oppor-
tuno di diffondermi in tale articolo , ed
in questo essere breve; articolo che deve-
si tenere sempre presente,anche per quan-
to mi resta a dire, poiché la più. parie del-
le vicende politiche, civili e religiose di
Tunisi, si rannodano e quasi sono comu-
ni a quelle di Tripoli. Di più rimarca il
citato storico, che avvi una differenza fra
i due legni, almeno alla sua epoca, che
il governo de' tripolini osservava esat-
tamente i trattati, uè lasciava mai di pu-
nire rigorosamente chiunque de' suoi
sudditi ardiva violarli. Se ciò proveniva
da vera probità o dal conoscere la pro-
pria debolezza, lo scrittore non credè de-
ciderlo, non pertanto tale sistema era di
notabile conseguenza per la navigazione
dell'altre nazioni. I moderni geografi ri-
feriscono che la dinastia de' Caramanli
T II I
tuttavia stabilì il governo in Tripoli for-
se meglio e più illuminato, e con miglio-
re condizione sociale e più. inoltrata ili
quella degli altri stati barbareschijappog-
giandosi tutto il potere de'pascià di Tri-
poli, e la loro arbitraria amministrazio-
ne, su Ile truppe negre. Belle e interessan-
ti rovine di monumenti, massime roma-
ni, attestano che questa contrada un tem-
po godette d'una civiltà più perfeziona-
ta di quella che oggidì non olire.
La Barbaria o Bai beria è quadripar-
tita ne'paesi di Tripoli, Tunisi, Algeri
e Marocco (F): i due primi sono reg-
genze, l'Algeri ènei dominio di Francia,
il Marocco forma un impero separato. La
regione di Tripoli si chiamò Tripolita-
na per le tre ci Uà di Oea, Sabrata eLeptis
Magna, lai.adelle quali poi ne aggiunse
il nome e si chiamò pur essa Tripoli. Il
nome di Tripolitana pare che sia deri-
vato alla provincia dopo Tolomeo; e fa
anche detta Tripolitana regia,pm esatta-
tamente che Tripoli, nome che peraltro
prevalse. Alla contrada visitata ab anti-
co dagli egiziani e da'fenicii, derivò il i.°
lustro dalla potenza di Cartagine fonda-
ta da'fenicii presso Tunisi, per cui ivi ne
riparlai, in uno ad Algeri, 886 anni avan-
ti l'era nostra, e tosto i cartaginesi signo-
reggiarono quasi tutta la Barbaria, ed e-
stesero altrove le loro vaste conquiste.
Crollato il loro impero dalle vittorie dei
romani, Tripoli che avea fatto parte del-
l'Africa ede'possedimenti cartaginesi,sog-
giacque a'roinani, i quali della Barbaria
costituirono un' ampia provincia nelle
quattro parli suddivisa di Cirenaica os-
sia la regione del regno di Barca, Afri-
ca minore, Numidia e Mauritiana. Do-
po Costantino I l'estremità orientale ap-
partenne alPEgitto,l'occidentale allaSpa-
gna, e lo spazio intermedio si chiamò A-
frica propria. Nel J±i$ Genserico re dei
Mandali (V.) tolse l'Africa a' romani e
con essa la Barbaria, e da lui incominciò
nella contrada uu'epoca di desolazione e
di lutto; i vandali distruggendo le belle
TRI ,0
città e le fabbriche superbe da' romani
erette durante il pacifico possesso del pae-
se per lo spazio di 4oo anni. Quasi 100
anni dopo Belisario ricuperò all'impera-
tore Giustiniano I la Barbaria e Tripoli,
e interamente cacciò i vandali dalla con-
trada nel 553; e l'imperatore nominò
Sergio a governatore della provincia , e
contribuì all'intera propagazione del cri-
stianesimo, già in parte introdottovi nei
tempi apostolici. Rimase in possesso dei
greci fino al 663, quando gli arabi Mao-
mettanisotto pretesto di religione, deva-
starono l'Africa, indi a poco a poco se ne
impadronirono gli stessi arabi e Saracco
«^pubblicandovi l'Alcorano nel 697 sot-
to il califfato d' Osman 3.° successore di
Maometto, e se ne resero crudelmente de-
spoti.Sotto i primi principi saraceni il pae-
se riacquistòquasi l'antico splendore, ma
cacciati i saraceni dalle Spagne e perse-
guitati anche di là da'mari, non potero-
no quindi più sostenersi in Africa, nella
Barbaria e in Tripoli. Chiamarono ben-
sì molti turchi avventurieri, i quali inve-
ce di difenderli, alla loro volta s'impadro-
nirono del paese e fondarono nella Bar-
baria diversi stati, fra'quali Tripoli, Bar-
ca e Fezzan. Questo regno cosi formalo
venne a corrispondere alla parte dell'an-
tica Africa propria detta Tripolitana , e
all'antica Libia, che conteneva sotto i ro-
mani la Cirenaica, la Pentapoli eia Mar-
marica. Nel 1 129 circa Ruggero I re di
Sicilia occupò Tripoli, Tunisi e Malta,
ed unì i conquisti alla Sicilia, i quali poi
furono perduti. Dopo l'invasione sarace-
na, Tripoli avea avuto uu particolare de-
stino, diverso dal rimanente di Barbaria,
quando Ferdinando V re di Spagna e di
Sicilia con l'aiuto de' maltesi conquistò
Tripoli, che restò al nipote imperatore
Carlo V. Avendo i cavalieri di Rodi(F.)
o Gerosolimitani perduto quell'isola, va-
gheggiando Carlo V d'essere il ristaurato-
re dell'illustre ordine, gli donò in feudo
nobile nel 1 53o l'isole di Malta (F.), Ga-
zo e Cornino, con Tripoli, mediante l'ob-
20 TRI
bligo di far guerra continua a'turchi ed
a' barbai esebi corsari, e di mandare in an-
nuo tributo al vicerèdi Sicilia un uccel-
lo falcone o sparviero. I cavalieri quindi
presero possesso di Malta e sue altre iso-
le, e di Tripoli, sebbene con ripugnala,
siccome certi di non poterlo conservare,
senza valide fortificazioni e numerosa
guarnigione. Infatti Tripoli fu riconqui-
stato da'turebi, a mezzo del famoso corsa-
ro Dragut; ma pareebe l'imperatore Car-
lo Y lo conquistasse di nuovo nel 1 535 in-
sieme a Tunisi. Però non andò guari, ebe
i tinelli ricuperarono Tripoli nel i55i
con Gozo, e più: tardi anebe Tunisi, per
opera di Sinan pascià luogotenente di So-
limano II imperatore de'turchi. Nell'ar-
ticolo Schiavo dissi dell'insurrezione de-
gli schiavi cristiani di Tripoli. Dessa av-
venne mentre Assan pascià viceré di Tri-
poli dimorava in campagna con buon
nervo di soldatesca, aitine di riscuotere
a viva forza da'mori del paese quel tri-
buto,cb 'eglino non volevano di buon ac-
cordo pagare. 1 cristiani schiavi, ebe ge-
mevano in Tripoli, servendosi di questa
occasione, deliberarono di sacebeggiar la
città, e quindi fuggirsene. Siccome essi do-
veano quotidianamente caricare di sassi
lungi 6 miglia per portarli in Tripoli per
la fabbrica del palazzo del viceré, ed i
custodi erano pochi e deboli, ed era aper-
ta la doviziosa armeria con armi per mol-
te migliaia, cosi divisarono di profittar-
ne. La trama fu scoperta dall'impazien-
za d'uno schiavo, gridando inopportuna-
mente: libertà) libertà. I custodi subito
serrarono le porte del palazzo e l'arme-
ria, invocando con alle strida aiuto. Ac-
corsi in folla gli abitanti e scagliatisi su-
gli schiavi ne uccisero 1 5o e ferirono i oo,
e poco mancò che non li tagliassero tutti
a pezzi, trattenuti dal pensiero che per-
devano l'utile che ne ricavavano; bensì
gl'incatenarono e gettarono in prigione.
Tornato il pascià, ne fece scorticare uno
vivo, due impalare ei 6 trinciare a furia
di sciabolate, senza però che le ferite fos-
TRI
sero mortali. Tra di essi eranvi alcuni ec-
clesiastici e religiosi, che ricorsero alla cle-
menza di Papa Sisto V7, il quale con de-
naro li fece con altri riscattare. La Por-
ta ottomana pienamente a mezzo de'pa-
scià governatori dominò Tripoli sino al
1713, in cui Hamet il Grande, bey o pa-
scià oriundo di Caramania, si volle eman-
cipare e negò di riconoscere l'autorità del
sultano Acinet III, il quale gliene avea
affidato il governo, ed eresse Tripoli in
istato indipendente, cominciando così il
dominiodella dinastia de'Caramanli. Do-
po aver fatto sanguinosa carnifìcina del-
la guarnigione turca, estese la sua domi'
nazione al regno di Fezzan. I suoi discen-
denti soffrirono sovente rivoluzioni inte-
stine e sanguinose, suscitate dall'ambi-
zione edalla discordia. All'articolo Schia-
vo parlai dell'incessanti piraterie de' tri-
polini, tunisini e algerini, e di quanto fe-
cero i Papi e diversi sovrani pel riscatto
degli schiavi e per frenare tali ladronec-
ci ed escursioni. Piaccontai come nel 1 8 1 6
l'Inghilterra, sotto il comando dell'am-
miraglio Exmouth , sped'i una squadra
navale nel Mediterraneo, per obbligare
il pascià di Tripoli e le altre reggenze bar-
baresche a stabilire cogli stati italiani re-
lazioni pacifiche, come le aveano contrat-
te colle grandi potenze per politica o per
forza. Pertanto Exmout costrinse Tri po-
li e gli altri slati a convenire co're di Sar-
degna e delle due Sicilie,a libertà di traf-
fico commerciale, e che i re potessero te-
nere i loro consoli in Tripoli e negli al-
tri luoghi, colle particolari condizioni ivi
riportate pel riscatto degli schiavi e per
la definitiva abolizione della pirateria e
della schiavitù de'cristiani.Nel 1 8 1 7 il bey
Ahmet secondogenito del pascià o dey di
Tripoli, si recò con un'armata nella Cire-
naica per sottomettere i beduini,delti zoa-
si, i quali si rendevano ollremodo infesti
a' vicini paesi; ed allora regnava tiranni-
camente sulle due provincie di Bengasi e
Derna del regno di Barca, Mhamet. suo
fratello primogenito, che colle crudeltà
TR I
avea provocalo invece di soffocare il ger-
me della ribellione. I zoasi furono ster-
minali a tradimento nel modo il più or-
rendo, mentre in pegno di pace aveano
spedito a Bengasi 22 ostaggi, accampan-
do di fuori col loro esercito. Si promise
adessi da Allinei piena amnistia, e si pre-
parò nella solennità del Ramadan il ber-
nusso rosso da distribuirsi a'capi. Di que-
sti 45 malaccortamente entrarono nella
città di Bengasi per ricevere tale onore,
ma ad uu dato cenno furono inumana-
mente trucidati insieme a' 11 statichi, e
quindi piombò Ahmetco'uiamelucchi sul
campo; però essendosi impiegato alquan-
to di tempo perordinare la cavalleria, po-
terono i zoasi fuggire rapidamente fra i
monti, lasciando però utì bottino di 4ooo
cammelli, di 100,000 moutoni, di 6000
bovi, e di molti schiavi e oggetti prezio-
si. Le donne, i fanciulli e gl'inermi furo-
no tutti barbaramente passati a fìl di spa-
da. Questa strage ordinala dal pascià di
Tripoli ben poco si accorda cogli elogi che
La posteriormente meritato il suo gover-
no. 11 primogenito Mhamel recidivo ne-
gli attentati di fellonia e di parricidio,
venne posteriormente strangolato nell'e-
silio. Non cessando interamente i ladro-
necci barbareschi, neh 8 19 una squadra
navale anglo-francese si presentò sulle co-
ste dell' Africa, e indusse le reggenze di
Tripoli e Tunisi a promettere con due
trattati d'astenersi dalle predecontro qua-
lunque potenza cristiana, di mantenere
con esse relazioni amichevoli, e d' aboli-
re la tratta de'negri. Nel 18 16 erasi sta-
bilito che il re di Sardegna dasse al dey
di Tripoli un regalo di 4ooo piastre di
Spagna ogni volta che mandasse un nuo-
vo console. Accadde nel 1825 che il conso-
le sardo allontanossi per temporaneo cou-
gedo e poi vi ritornò. Pretese il dey che
fosse il caso del regalo, e commise qual-
che vessazione ad alcuni sudditi sardi per
averlo. Allora il re per indurlo a desiste-
re dalle sue eccessive pretensioni, spedì a
Tripoli una divisione navale composta di
TRI 21
2 fregate, d'una corvetta e d'un brick sot-
to gli ordini di Sivori capitano di vascel-
lo. Giunto questi avanti la città di Tri-
poli, a'27 settembre introdusse qualche
negoziato per accomodar le cose buona-
riamente;ma trovandosi deluso appiglios-
si alla forza. Quindi nella seguente uotte
incominciò ad inviare Mamelli luogote-
nente di vascello con 9 lancie o palischer-
mi per distruggere alcuni bastimenti tri-
polini ch'erano nel porto. Di fatti fra il
fuoco delle batterie barbaresche furono
incendiate due golette e un brick; prepa-
rossi poscia a bersagliar la città. Allora
il dey cedette, interpose il console ingle-
se, e colla di lui mediazione a'29 conclu-
se un accordo, col qualerinunziò alla pre-
tensione che avea suscitato, e promise di
osservare il trattato esistente. Le«2;o nel-
l'Algeria del cav. Calza console ponti-
fìcio della medesima, che la Francia, la
quale avea garantito a'bastimeuti della s.
Sede libera navigazione, viudice detrat-
tati solennemente stipulati nel 1 8 r 9 dal-
le potenze di Barbaria, per la preda fat-
ta da'tripolini di due bastimenti pontifì-
cii, spedi nel febbraio 1826 a Tripoli due
fregate l'Amazzone e l'Armida, e la go-
letta la Bearnese, comandate da Arnoldo
de Saulsay comandante di vascello, per
farsi restituire i bastimenti di bandiera
pontificia predati, insieme al loro carico,
ed ottenere un compenso pe'danni soffer-
ti da' proprietari. Fu in quell'occasione
che vennero nuovamente sottoscritte tan-
to dal bey di Tripoli, che da'go verni di
Tunisi, Algeri eMarocco,le promesse for-
mali, di lasciare d'allora in poi in perfet-
ta pace le navi coperte dalla bandiera pa-
pale, dimodoché la navigazione de' ba-
stimenti romani divenue liberissima, per
la generosa protezione accordata dal re
di Francia Carlo X alla marina pontifì-
cia. Non ostante però tali atti solenni, una
squadra algerina ne'giorni 1 8 e 1 9 agosto
1 826 sorprese nel Mediterraneo due ba-
stimenti di bandiera pontifìcia e li con-
dusse in Algeri co'loro equipaggi. Il con-
22 TRI
sole francese Deval colà residente prese
sotto la sua protezione immediata quei
sventurati, ed ottenne che fossero tratta-
ti con lutti i riguardi possibili, sommi-
nistrando loro la quotidiana sussistenza.
Quindi Carlo X fece tubilo partire la fre-
gata la Golatea e la goletta laTorche per
chiederne la libertà, e difatti l'ottenne ai
99 ottobre. Deval continuò le più calde
trattative per la restituzione o rimborso
de'carichi predali, non che pel risarcimen-
to delle perdile sofferte, e la sicurezza to-
tale della bandiera pontificia nell'avve-
nire; trattative che se rimasero sempre in •
fruttuose, servirono poi per un de'moti-
\i che determinò la Francia al conquisto
d'Algeri. Nel 1828 il governo del regno
delle due Sicilie era molestato dalla reg-
genza di Tripoli, colla quale nel 1 8 1 6 a -
\ea stabilito pacifiche relazioni e il rega-
lo di 4ooo piastre alla rinnovazione d'o-
gni console. Il pascià o dey però, addu-
cendoloslranoprincipioche i trattati ob-
blighino soltanto durante la vita de'con-
traenti, dopo la morte di re Ferdinando
1 chiese nel 182 5 al figlio Francesco I un
regalo di 100,000 piastre per la rinno-
vazione della convenzione. Gli si dimo-
strò l'irrazionabilità d'una tal pretensio-
ne e per allora vi rinunziò; ma nel 1828
rinnovò la sua richiesta, e prefisse arro-
gantemente un termine di due mesi alla
risposta. Allora il re spedì una divisione
della sua marina per fienaie la strava-
ganza del pascià, composta di 24 legni,
de'quali 3 fregale, un brick, una goletta,
due pacchetti, 1 2 cannoniere e 4 bombar-
diere. N'ebbe il comando Sozj Carafa ca-
pitano di vascello, e sciolse le vele da Na-
poli a' 14 agosto, ma sebbene il numero
de'bastimenti fosse ragguardevole, i gros-
si non erano alti alla sottile spiaggia tri-
polina , con officiali nella più parte ine-
sperti e gli artiglieri quasi tutte reclute.
Dopo inutili negoziati, incominciarono le
ostilità, mentre il dey ch'erasi preparato
alla guerra, avea aumentato le batterie, e
schieralo avanti il porto una flottiglia di
TR 1
20 legni. L'attacco fu respinto con gra-
vi perdite degli aggressori, che consuma-
rono tutte le munizioni senza recar alcun
danno all' inimico. Laonde il Sozj si ri-
tirò a Messina colla squadra, e usciti in
mare diversi corsari tripolini, predaro-
no vari bastimenti del regno delle due Si-
cilie. Il re fece quindi, colla mediazione
del console generale di Francia in Tripo-
li e del comandante d'un brick francese,
sottoscrivere la pace a'28 ottobre, pagan-
do 80,000 colonnati, così ristabilendosi
le anteriori relazioni. Non cessando il dey
d'Algeri interamente dalle piraterie, a-
vendo esso insultalo il console di Francia
Deval, dandogli sul viso un colpo del suo
ventaglio, quindi rifiutato il credito del-
l'israelita Bacry,efattofar fuoco sull'am-
miraglio La Brettonniere,Carlo X ordinò
l'occupazione d'Algeri, e Gregorio XVI
vi ristabilì il cristianesimo coli' erezione
della sede vescovile. Racconto a Tunisi,
che la Francia dopo aver occupato nel
i83o gli stati della reggenza d'Algeri, ob-
bligò il dey di Tunisi e quello di Tripo-
li alla convenzione che riportai, di rinun-
ziare cioè al diritto di corseggiamento in
tempo di guerra colle potenze, d'abolire
la schiavitù de' cristiani, lo stabilimento
de'consoli eagenti commerciali in qualun-
que luogo delle due reggenze senza im-
posizioni, e la libertà di commerciare a-
gli stranieri co'lunisiui e tripolitani, e che
, il nome della religione di Cristo ed i suoi
seguaci fossero rispettati ec; convenzio-
ne conclusa e sottoscritta l'i 1 agosto col
dey di Tripoli. Dal loro canto le poten-
ze rinunziarono al diritto verso i navigli
tripolini ealtri barbareschi. Il re clelledue
Sicilie Ferdinando li, volendo profittare
de'vantaggi che un tale impegno assicu-
rerebbe alla navigazione mercantile, per
mezzo del governo francese partecipò al-
la reggenza di Tripoli e a quella di Tu-
nisi, che da parte sua rinunziava formal-
mente al diritto di corso verso le mede-
sime, in caso di guerra. Ambedue i dey
si obbligarono coi re ad una perfetta re-
TR I
ciprocanza. In questo tempo dominava
nella reggenza di Tripoli Sidi-Jussuf Ca-
ramanli, principe lodato per giustizia, li-
beralità e animo pacifico, circondato da
savi ministri. In Tripoli quasi lotte le na-
zioni cristiane vi mantengono un rappre-
sentante, che vi è costautemente rispet-
tato. Sono già quasi Z'j anni che la schia-
vitù de"prigionieri cristiani è abolita, ma
ancor prima erano que* miseri umana-
mente trattati a segno, che molti dopo
conseguita la libertà, amarono meglio di
continuare i domestici servigi, ed eserci-
tarvi le arti e mestieri, di quello che ri-
passare in Europa. Gl'intrepidi viaggia-
tori dell'Africa centrale trovarono in Tri-
poli valida protezione, anche per la be-
nefica influenza dei benemerito diploma-
tico inglese Warrington. Anche il mono-
polio praticato tirannicamente da altri
despoti africani, è nella reggenza di Tri-
poli più moderato, dacché il pascià si ri-
serva la sola vendita delle proprie mer-
ci derivate da decime, tributi e confische,
e le comprite di munizioni da guerra e
t» arma, e delle provvigioni de'forti. Il di-
vieto temporaneo di esportazione di ta-
luni articoli è in favore deluciditi, e ta-
luni altri pochi si danno in appalto agli
ebrei. Si trae un dazio non indi (Ferente,
ch'è impostosi! tutti i boschi de'datteri,
e su tutti i pozzi d'acfjua. Certo Ghuma
pretendendo rappresentare la nazionali-
tà delle tribù arabe dell'interno, che vo-
gliono rovesciare il governo feudale dei
bey di Tripoli, insorse con altri, fu quin-
di vinto e ma ridato in esilio a Trebison-
da; donde sfuggito, neh 855 tornò nella
reggenza a proclamar la causa dell'indi-
pendenza delle tribù arabe , che trovò
pronte a secondarlo, siccome angariate da
molteplici vessazioni. Indi nel luglioGhu-
ma capitanando i ribelli, affrontò le trup-
pe turche del pascià e le costrinse alla bat-
taglia che durò per due giorni. La disfat-
ta dell'armata turca fu completa ; arti-
glieria, bandiere, provvisioni, munizioni,
tutto perde. Appena a pochi riuscì fug-
TRI 23
gire. Ghuma dopo aver sterminati e fat-
ti prigionieri quasi tutti i turchi, avendo
loro preso 4o pezzi di cannone e trovan-
dosi alla testa dii5,ooo rivoltosi, si pro-
pose di assediare Tripoli,che non a vea per
mezzi di difesa che un migliaio d'uomi-
ni; voltò le artiglierie controia cittadel-
la e si arrese. La Francia e l'Inghilterra
presero misure per guarentire i lorocon-
soli e nazionali, avendo il bey invocato
il soccorso della i." Nel novembre arrivò
in Tripoli Osman Mesciar spedilo dalla
Porta a nuovo governatore della reggen-
za , e molti del partito rivoluzionario si
recarono nella capitale a far la loro som-
missione, e tutti furono perdonati; in tal
modo più della metà de'sollevati si arre-
se, e con tale esempio buona parte fece-
ro altrettanto. Gacim pascià, il quale era
il governatore della Montagna , e ch'era
stato preso e imprigionato da Ghuma, ca-
po de'ribelli, fu da questi liberalo e resti-
tuito al nuovo pascià Osman. Questo poi
si mosse colle truppe ottomane contro il
luogo ov'erasi accampato Ghuma, per co-
stringerlo alla resa. Ghuma però evitan-
do formali combattimenti, ne'primi del
1 856 si ritirò nell'interno del paese, la sua
truppa si sbandò, e l'insurrezione restò
del tutto domata nella reggenza. Nel 1828
il dotto Giacomo Gràberg de Hemnsò
pubblicò la sua erudita: Memoria sul com-
mercio di Tripoli d'Africa, e delle sue
relazioni con quello d'Italia. Già erasi
stampato: Della Cella, Piaggio a Tripo-
li di Barbarla alla frontiera occiden-
tale dell'Egitto «e/1817, Milano «826
con figure colorate. Levati, Storia del-
la Barberia, Milano 1826 eoa figure.
TRIPOLI, Tripolis.Oea. Città arci-
\escoviie di Barbarla nell'Africa, capitale
del regno e reggenza di Tripoli (V.)% e
capoluogo di Tripoli proprio sul Medi-
terraneo, fra le antiche Cartagine per oc-
cidente e Cirene peroriente,moltoprossi-
maalle Sirti, notissima per le sue anteriori
piraterie tanto infeste a'na vigniti e agii
abitanti litoranei, ed ai i5 leghe sud-est
24 T R I
da Tunisi e 220 eia Algeri: da Marsiglia
è distante 270 leghe. S'innalza sull'estre-
mità d'un basso promontorio, facendoal-
l'estcrno buona comparsa, ed è bagnata
dal mare da 3 lati, col 4-° comunicando
col continente mediante una pianura d'a-
rena. Cinta di mura bastionate fiancheg-
giate da 6 fortissime torri, ricevendo di-
fesa da una principale batteria avanzata
in forma di mezzaluna con 24 cannoni di
grosso calibro, che si collega alle mura
mediante un molo guernilo da altri 12
cannoni. Un' altra batteria si prolunga
verso il lato meridionale, un considere-
vole forte guarda il fianco occidentale, ol-
tre l'imponente Castello del Pascià, che
dal lato sud-est la rende munita. Chia-
masi Forte Inglese la batteria marittima
che domina la rada, e che per poco è di-
sgiunta dalle varie batterie minori. In
compendio ultimamente si numeravano
nelle fortificazioni i5o pezzi d'artiglieria
di vario calibro, de'quali la 3/ parte di
bronzo. Altri geografi descrivendo le for-
tificazioni di Tripoli lo fanno con varian-
ti : dicouo che il Castello del Pascià è al-
l'est, ed al nord sopra una lingua di ter-
ra che sporge all' ovest del porto sono o-
pere fortificatorie , fra le quali il Forte
Spagnuolo, e che all'ovest della lingua di
terra trovansi numerosi isolotti,sopra uno
de'quali sta il Forte Francese. A piedi del-
le mura della città, dalla parte del nord,
sono le tombe de'ct istiani. 1 1 porto di Tri-
poli è formato da un ammasso di scogli,
ond'è riparato dall'impeto de' venti nord-
est, i soli che arrechino danno in que'pa-
raggi. Alla sua poca vastità supplisce ii
pregio della massima sicurezza, e vi stan-
ziano comodamente i vascelli; però man-
ca di fondo pe'grossi vascelli da guerra.
Tripoli,men grande d'Algeri e diTuuisi,
ha però le vie più larghe che in quelle due
città, almeno qoanto alla 1. 'innanzi aldo
minio francese: sono diritte e spalleggiate
da case assai regolari, ma cosi ineguale
riesce \\ suolo stante le macerie successi-
vamente statevi accumulate, e sulle quali
TR I
si è fabbricato, che alcune soglie di porle
trovansi a livello de' terrazzi delle case
vicine. Tripoli residenza ordinaria del pa-
scià o dey governatore della reggenza, e
delle autorità di questa, lo è pure de'con-
soli esteri, i quali soli, oltre i primari mus-
sulmani, hanno il diritto di avere nelle lo-
roabitazioni finestre dalla parte della stra-
da. Veggonsi qua e colà parli di pavimen-
to, alcune delle quali molto antiche e che
sembrano del tempo de'romani. Uno de'
maggiori archi trionfali dell'antichità an-
cora sussiste, non però del tutto intero,
ed i mori lo chiamano l'Arco Vecchio:
fu eretto nel 164 di nostra era, dal pro-
console Ser. Cornelio Orfito, e da Ultedio
Marcello legato, ad onore dell'imperatore
Marc' Aurelio il Filosofo. Si può vedere
il Morcelli, Africachristiana, t.i, p. 23.
Sebbene altissimo è quesl' arco marmo-
reo, nondimeno si crede che la parte dal-
l'arene accumulate coperta sia eguale a
quella che discoperta si vede. E costruito
tli pietre di grandissima dimensione, da
nessun cemento congiunte. Della più bel-
la scultura va ornata la volta, ma non vi-
sibile che in parte, avendola i mori riem-
pita di macerie e calcina pei- far botte-
ghe.I suoi bassorilievi e iscrizioni eccitano
la meraviglia degl'investigatori, comechè
in parte il monumento sia notevolmente
mutilato, oltre la parte sepolta. Noterò per
coincidenza, ed a scanso di equivoci, che
, in Roma nella via del Corso e incontro al
Palazzo Otlohoni Fiano (?.), sorgeva
l'arco di Mare' Aurelio, fatto demolire da
Alessandro VII acomodoe regolarità della
iìob\\tStrada,\\ quale era decoralo di più
sculture di marmo, e le principali furono
portate nel Masco Capitolino , e poi al
palazzo de' Conservatori, e nel palazzo
Tor Ionia a piazza di Venezia, e le 4 co-
lonne di verde antico si collocarou^negli
altari maggiori di s. Agnese in piazza Sa-
vona e della cappella Corsini nella basi-
lica Laleranense. Siccome il volgolo chia-
mò arcodi Tripoli, voglio dichiarare che
alfatto il nome non derivò da Tripoli, ma
TRI
dalla decorazione d'alcuni trofei, eda#r-
co de Trofei o de'Trofoli, si formò il vo-
cabolo di Trìpoli. Fuvvipure un'opinio-
ne tra gli archeologi, che l'arco venne in-
nalzato per la vittoria riportata su ti e cit-
tà e così venne detto di Tripoli. Marc'Au-
relio trionfò de'germani e de'sarmati, per
cui gli fu eretto l'arco, e non degli africani
e barbareschi. Si distinguono in Tripoli le
6 moschee fra gli edilìzi di i ."ordine, con
minareti, e 6 altre minori. Magnifica è
la grande moschea, il cui coperto tutto
composto di cu potette, sta appoggiato so-
pra 1 6 colonne doriche di bellissimo mar-
mo bigio; la splendidezza degli ornamen-
ti, la luce modesta che la rischiara, i pro-
fumi deliziosi che vi si respirano, fanno
di questa moschea un soggiorno magico.
E più d'un secolo che fu fabbricata, e rac-
chiude il sepolcro de'membri della fami-
glia regnante. Vengono poi i caravanser-
ragli, e le case de' principali cittadini, e
de' consoli stranieri che sono le più ele-
vate, costruite in pietra, ed imbiancate
al di fuori regolarmente due volte entro
l'anno. Le altre abitazioni d'un medesi-
mo modello hanno un solo piano e sono
uniformemente quadrate, con un cortile
nel mezzo lastricato di pietre di Malta,
e circondato da un portico sostenuto da
pilastri, e sopra di esso innalzasi la galle-
ria. Dal portico e dalla galleria varie por-
te danno accesso a grandi camere, che tra
esse non comunicano, ne sono illuminate
se non dalla corte, ed è questa l'abitazio-
ne delle donne. 11 tetto o terrazzo pia-
no, serve di passeggio e raccoglie l'acqua
piovana, recata poi per mezzo di tubi alle
cisterne, ove conservasi purissima per
supplire alla deficienza della sorgiva. Le
case per la maggior parte sono intonacale
d'un cemento bruno a marmo lucidissi-
mo somigliante, ed alcune fatte di mar-
mo nero e bianco. Ne'terrazzi ascendono
i mussulmani dopo il tramonto del sole,
a respirare la frescura dell'aere marino
e ad invocare Maometto. Le persone di
I ,a sfera hanno una sala con banchi di pie-
TRI »S
tra da ogni lato, e per una scala si entra in
un solo e grande appartamento,riservato
al padrone di casa,con finestre sulla stra-
da.Le più belle botteghe somigliano a me-
schine bolteguccie, ma di sovente conten-
gono mercanzie di gran valore, come per-
le, oro, gemme e droghe ricercate. Vi han-
no due bazar ben costruiti e ben provve-
duti; uno solo contiene botteghe, essendo
l'altro destinato alla vendita degli schia-
vi negri. Vi sono 3 carceri, una pe'tur-
chi, le due altre pe'mori. Havvi inoltre,
fuori dell'unica porta presso la spiaggia,
mentre l'altra è verso la campagna, uà
mercato che tiensi ogni martedì, e un al-
tro che ha luo^o in ciascun venerdì della
settimana, due leghe più lungi nel sito di
Sabba; ed in tutti i lunedì e giovedì nel
villaggio di Taquera, distante 5 leghe. Il
caffè-bazar è quel grazioso ritrovo, in cui i
turchi si radunano per parteciparsi le no-
velle del giorno e prendere il c.ilfè; nessun
moro della classe distinta entra in quel
luogo; e si fanno portare il calìe da'loro
schiavi, alla porta,dove sono sedili di mar-
mo, coperti da pergolati di verzura. Le
provvisioni di Tripoli in selvaggina ven-
gono dalle montagne di Chiaran o Go-
nano e di Tarhona, e consistono princi-
palmente in lepri, gazelle, cotornici, co-
lombi, quaglie. Lecostecircostanti sono pe-
scosissime, e la maggior parte de'pescatori
sono maltesi. In generale le vettovaglieso-
no a prezzi moderati; a caro prezzo per
la loro rarità sono i gallinacci, la anitre e
le oche, provenienti col pollame da Malta.
imbarcanti a Tripoli datteri, lane, zaffe-
rano, robbia, soda, sena, pellami e penne
di struzzo pe'porti d'Europa e pel Levan-
te. La popolazione ascende a circa i6,ooo
anime, e componesi di turchi, mori,
giudei, e d' alquanti cattolici e cristiani.
Sono gli ebrei in numero di circa 3ooo
ed hanno 3 sinagoghe; i cattolici hanno
chiesa e oralorii.La civiltà trovasi in que-
sta città molta avanzata. Ordinariamente
"vengono adoperati negli abili i ricchi me-
talli e la seta. La corte del pascià gover-
•26 TRI
nalore e tributario della Porta , è som-
mamente fastosa. La peste fa talvolta stra-
ge della popolazione. Il paese circostante
è infestato da orde d'arabi beduini, che
aboliscono per derubare. I dintorni so-
no aridi, non mancano però di ville col-
tivale. Negli scavi si trovarono urne, me-
daglie e altre anticaglie degne d'osserva-
zione. Tripoli prese il suo nome dall'an-
tica contrada o provincia di Tripolis, cosi
anch'essa chiamata perciò che conteneva
3 città principali, Sa brani, Leptis gran-
de, ed Oea o Oeea, olla quale in seguilo
si comunicò il nome della contrada me-
desima, ed è l'odierna Tripoli, che dive-
nutane capitale ne seguì e le furono co-
muni tutte le vicende. Sabrata, come no-
tai nell'articolo precedente, fu anch'essa
chiamata Tripoli, perchè le vicine popo-
lazioni di 3 paesi contribuirono a edificar-
la, e per distinguerla dall'attuale Tripoli
Oea, fu denominata Tripoli Secchio , di-
cendosi l'altra Tripoli Nuovo, distanti
tra loro io le«he. L'Autore dell' Istoria
degli stali di Tripoli, ec, dice che la sua
capitale, ossia la Tri poli in discorso, è di-
visa in due parti, cioè vecchia e nuova; la
i." consistere in un mucchio di rovine,
Ja 2." situata da essa a qualche distanza
eassai popolata, benché non molto gran-
de. Il [j,im\vimd,Lexicongeographicum,
verbo Oea, la dice: Urbs Africae in Tri-
poli tana regione. Nunc Tripoli dici tur,
estqtte Urbs ampia et ninni ta,regni Tri-
politemi caput, cum porta in ora maris
Mediterranei. Nel vocabolo Tri polis la
qualifica. Urbs Africae, in ora maris
Mediterranei. Duplex est, nempe Tri-
polis Vetus, Tripoli Vecchio, ubi alias
Sabrata, Urbs Africae in ora maris Me-
diterranei et in Tripolitana regione ,
media inter Leptim Magnani ad ortum
et Tacapam ad occasum, cum por tu ca-
paci. Sed parva est, et in dies deficit ,
a paucis tantum habi tata propter aeris
indente ntiam. Tripolis autent Nova ,
Tripoli seu Tripoli de Barbarla, Urbs est
ampia Africae, ubi alias Oca Urbs. A-
TR I
lias capta fueral ab hispanistet concessa
equilibus Mclitensibiis , ut commodius
servare tur; sed inde postea ejectifue-
re a Turcis, quibus pariti t per aliquot
annos , nunc autem fere sui juris est ,
Jlcipublica formatti qiiamdam servans
sub clientela Turcaruin. La cillà di Tri-
poli fu rovinata dal terremoto nel 4o4i
solfrì le vicende a cui soggiacque la con-
trada per l'invasione de' vandali e de'sa-
raceni; venne presa da Ruggero I re di
Sicilia, che s'intitolò re di Tripoli, di Tu-
nisi e di Malta; e più. tardi venne conqui-
stata dagli spaglinoli, che la cederono al-
l'ordine Gerosolimitano; fu bombardata
sotto Luigi XIV redi Francia neh 6S5,
da una sua squadra navale comandata
dal maresciallo d'Estrees;bombarda men-
to rinnovato per ordine di Luigi XV nel
J728, per cui la citta si trovò costretta
inviare una deputazione al re per doman-
dargli perdono. A Vendola occupata i fran-
cesi, ritornò in potere della Porta Otto-
mana a'5 ottobre 1809.
L' evangelo penetrò nella regione, per
la predicazione del tesoriere ed eunuco di
Caudace regina dell' Etiopia, istruito e
battezzato da s. Filippo,il 2.°de'7 diaconi
che gli A postoli scelsero dopo l'Ascensione
delSignore, perchè si crede che fu il 1. "apo-
stolo dell'Etiopia, donde l'evangelo mira-
bilmente si propagò nella Barbaria e nella
regione Tripolitana; Indi si formò la pro-
vincia ecclesiastica Tripolitana, con Oea
o Tripoli per metropoli, il cui vescovo
ebbe a suffraganti i vescovi di Girba. o
Girbita, Napoli di Barbarla, Sabatra,
Gì Ut, Leptis Magna o Leseti* città del-
la Tripolitana e di Libia Tripolitana sul
Mediterraneo, la quale ebbe pure un ve-
scovo sotto il patriarcato d'Alessandria,
siccome posta sul limite delle due nomi-
nale provincie ecclesiastiche, i cui vescovi
D'ioga del 265, Vittorino del 393, Sal-
viano del 4 1 1 e Calipide del 484 sono ri-
portati neW Africa Christiana^. i,p. 202
di Morcelli. Questa parla purea p. 2o3
di Leptis minor % sede vescovile della Bi-
ti; i
zacena sotto la metropoli di Hadramito
(V.) o Adrumcto. Già nel precedente ar-
ticolo feci parola delle provincie ecclesia-
tiche della Libia Marmarica, con Derna
o Dardanide (V.) per metropoli; della
Libia Pentapoli, con Cirene (F.) o Cu-
rio per metropoli; tutte nel patriarcato
d'Alessandria. Al medesimo appartenne
la provincia della Libia Tripolilana, la
quale secondo Commanville, Histoire.de
tous les Eveschez, ebbe a vescovati Oea
o Hyon,Sebon e Lebeda o Leptis Magna,
tulli eretti nel secolo IX. Di più. Com-
manville nel novero de' vescovati copti ,
suffraganei del patriarca d'Alessandria,
riporta quelli che pure furono nella Bar-
baria, cioè di Tripoli, Barca, Faran, A-
frica, Keirvan o Cirene. Fu Tripoli che
die il nome alla provincia Tripolilana, ed
i suoi vescovi furono egualmente secon-
do i riti ei luoghi sotto la primazia di Car-
tagine, e sotto il patriarcato d' Alessan-
dria; ma ne'concilii di Cartagine il vesco-
vo di Tripoli s'intitola di Oeam, ed è per
questo che il Morcelli tratta di sua chiesa
e de'suoi vescovi sotto il vocabolo Oen-
sis, chiamando insigne la provincia Tri-
polilana, e la metropoli e sede vescovile
Oeam, Oeensis civitas, Oca, Oeea, se-
condo le diverse nomenclature usate da'
geografi antichi. Registra per vescovi:Na-
tale, che nel 265 fu al concilio di Carta-
gine, il quale disse la sua sentenza, ed an-
cora pe'vescovi Pompeo di Sabrata e Dio-
ga di Leptis Magna. Mariniano donati-
sta fu nel 4i ' alla conferenza di Carta-
gine e si sottoscrisse. Cresconio, che per
difendere la fede cattolica fu esiliato dal-
l'ariano Genserico re de' vandali, ed è no-
minato a'28 novembre nel martirologio
« ornano. Inoltre il Morcelli ragiona della
provincia d' Africa sotto i diversi impe-
ratori come fu divisa sino all'occupazio-
ne de'saraceni. Pel fanatismo di questi la
religione cattolica restò del tutto abbat-
tuta, e priva de'suoi pastori. Isella Me-
moria intorno alle missioni di Africa
ec. estratta dall' archivio di propagai
T I I 27
da fide d'ordine di ClementeXl da mgS
Forteguerriys\ dice che l'apostolico zelo
de' Papi non lasciarono diligenza alcuna
di riunire alla Chiesa si vasta regione,che
da lei separavano gli errori di Èutiche e
di Nestorio, e l'intuì leni uza del maomet-
tismo. Che la Barbarla, la migliore e la
più popolata regione dell'Africa, a cagio-
ne della ricchezza del traffico e del com-
mercio, e comprendente l'Africa propria,
la Mauritiana ed una parie dellaLibia an-
tica, fu oggetto delle paterne sollecitudini
de'Papi Dell'inviarvi missionari, e dell'e-
roica carila de'frati istituiti per la reden-
zione degli Schiavi^ /y.),come l'ordine del-
la Mercede e quello de' Trinitari ( F.).Ma
nel regno di Barca a detta epoca non e-
ravi alcuna stabile missione apostolica.
Bensì eravi in quella di Tripoli, e spet-
tava a'minori osservanti riformati, e nel
1691 da uno in fuori tutti vi morirono
di pe^te, ma speditamente ve ne furono
mandali degli altri, onde la missione tor-
nò all'essere di prima. Tra gli schiavi, e i
forastieri, la maggior parte francesi, che
frequentavano il porto di Tripoli, erano
da 600. In Derna vi erano soli 3 catto-
lici, e 2 in Bengasi; in Gibel e in Susa po-
chi o nessuno. Nondimeno però di quan-
do in quando si recavano i missionari per
quelle parti con molto loro incomodo e
pericolo a sovvenirli. Il maggior frutto
di queste missioni consisteva nel mante-
nere costanti i cattolici nella fede, e nel-
l' affaticarsi per richiamarvi i rinegati. [
sacerdoti e i religiosi schiavi, per lo più
erano quelli che intorbidavano la missio-
ne di Tripoli , non volendo riconoscere
per loro superiori la congregazione di pro-
paganda fide, ne il prefetto della missio-
ne, assolvendo, celebrando cammini sh an-
dò i sagra me») ti fuori di parrocchia. Al qua-
le inconveniente la congregazione prov-
vide con dichiarare a'20 luglio 1682, che
nessuno avrebbe soddisfai lo a'precetti del-
la Chiesa se non avessero preso i sagra-
menti nella chiesa della missione. Nel re-
gno di Tripoli teneva la congregazione
28 TRI
un sacerdote con titolo di vicario aposto-
lico. Con lettera cW6 giugno i 704, scritta
dal console di Francia, che risiedeva in
Tripoli, s'ebbe notizia come il bey aveva
permesso che si fabbricasse una bella chie-
sa e ospizio pe' minori osservanti rifor-
mati, e che in delta chiesa già fabbricata
si facevano con piena libertà e decoro tut-
te le funzioni sagre, e che dal medesimo
bey era slata conceduta facoltà areligiosi
medesimi d'edificare un ospedale capace
ili 5o letti, per conforto de' poveri schiavi
infermi; che però supplicarono Clemente
XI a concorrere a questa santa opera con
abbondante limosina, siccome subito ot-
tennero, avendo loro dato 5oo scudi per
la fabbrica, ed altri 5oo da investirsi per
mantenere co' frutti la medesima. Nel
17)4 trovo notizie che la bella chiesa, il
convento e l'ospedale de'suddetti religio-
si sussistevano dentro la città di Tripoli.
Dell'attuale prefettura apostolica di Tri-
poli darò le notizie che ricavo dallo Sla-
to delle missioni del i832, dalla con-
gregazione di propaganda presentato a
Gregorio XVI; dalla Notizia statistica
delle, missioni, stampata neh 843, e da
altre posteriori notizie. Neh 832 era pre-
fetto della missione il p. Filippo da Col-
tibuono minore osservante riformato, il
quale aveva seco alcuni altri missionari
dello stesso ordine , a cui tuttora spetta
la missione di Tripoli. Neh 843 era pre-
fetto della missione il p. Lodovico da Mo«
dena di detto ordine, con due missionari
correligiosi, con facoltà della forinola 4>
residente in Tripoli, ov'è una pia con-
gregazione della Via Crucis,altra pia con-
gregazione della Madonna del Carmine,
ed una scuola frequentata da 5o ragazzi
era slata aperta nell'ospizio de' religiosi
missionari. Vi si parla anche la lingua mal-
tese e l'italiana. Eranvi due chiese, l'una
in Tripoli, l'altra in Bengasi 370 miglia
lungi dalla capitale. Altri luoghi della mis-
sione sono Capo Bonandrea}Derna e Gi-
bel. In Tripoli la popolazione cattolica e-
ra di Goo, senza contarvi i fanciulli; io
TR I
Bengasi la popolazione cattolica nell'esta-
te richiamatavi dal commercio ascende-
va a 3oo, nell'inverno discendeva anche
a meno di 100. Per tutta la reggenza si
calcolavano circa i3oo cattolici, in Tri-
poli vi dimora un prete greco scismatico,
ivi mantenuto dal pallia rea eretico d'A-
lessandria. In Bengasi vie la confraternita
del ss. Sagramento: la sua piccola cristia-
nità si distingue per la concordia e per la
divozione, onde quasi tutti soddisfano al
precetto pasquale. Nel i83g nella visita
fatta dal prefetto apostolico nella missio-
ne, si trovò un luogo adattalo per fab-
bricare una chiesa : si aspettava il fir-
mano da Costantinopoli per edificarla,
e qualche sussidio per la costruzione, che
forse ebbe probabilmente luogo. La ri-
voluzione da alcuni anni avea fatto ces-
sare il commercio, e la povertà essendo
divenuta eccessiva , molti cristiani era-
no partiti per cercarsi altrove la sussi-
stenza. La civilizzazione nella citlà di Tri-
poli era in progresso, come lo è in Tu-
nisi e nel rimanente dell'impero di Tur-
chia (Z7.), eminentemente nell'Algeria,
non però in Marocco. Il culto cattolico è
libero, ed il cattolico è rispettato anco da'
maomettani. Si associano i morti per la
città con cotta e stola; si suonano le cam-
pane anche di notte nel Natale del Signo-
re.senza che alcuno impedisca i missionari
dal farlo o li derida. 11 solo Viatico si por-
ta occulto agi' infermi, per evitare ogni
possibile caso d'irriverenza. Al missiona-
rio però è vietato di muover questione,
o discorso di religione co'maomeltani, per
condannare i quali alla morte bastereb-
be il minimo indizio che pensassero d'ab-
bracciare il catolicismo. Quindi i casi di
conversione sono moralmente impossi-
bili. Però con l'ultimo firmano emanato
dal regnante sultano, anche nella reg-
genza di Tripoli col tempo i mussulma-
ni potranno liberamente convertirsi, co-
me giova ed è consolante lo sperare. Que-
sta missione ha una rendita di scudi 5o,
provenienti dall'affitto dell'antico ospizio t
TRI
edavea de'sussidii dalla congregazione di
propaganda in proporzione del numero
de' missionari.
TRIREGNO PONTIFICALE, Tri-
regnum, Tìiiara seu Regnimi triplici Co-
rona ornata, Triregnali Mitra seu Re-
gnali seu Camauri, Papalis Mitra. Or-
namento del capo e mitra turbinata, os-
sia di figura conica piramidale rotonda in
forma di pileo, proprio del sommo Pon-
tefice, tutto chiuso di sopra e circondato
da tre corone; nobilissima e splendida in-
segna d' onore, di maestà e di giurisdi-
zione. Il Magri nella Notìzia de' vocaboli
ecclesiastici , in quello di Mitra , orna-
mento proprio de' vescovi, dice che il Pa-
pa oltre la Mitra ordinaria suole porta-
re in alcune solennità una Corona Im-
periale (/^alta e ovata, la quale comu-
nemente si dice Regno o Camauro, or-
nata con 3 Corone j che Innocenzo III
nel Sermone di s. Silvestro I, spiegò si-
gnificare la Mitra e il Regno: In signum
Imperii Pontìfex utitur Regno , in si-
gnum Pontìficis utitur Mitra. Il che già
notai nel voi. XLV, p. 266, anzi vi ag-
giunsi, collo stesso Papa: Sed Mitra serti*
per utitur et ubiquej Regno vero nec u-
bique, nec semper. Ecclesia in signum
temporalium dedit miài Coronavi ; in
signum spiritualium contulit mihi Mi-
tram: Mitrampro sacerdotio, Coronarli
prò regno. Imperocché la sagra Tiara
(V.) fu delta Regnimi Mundi, non che
Corona e Diadema (Z7.). Quella degli e-
brei fu un ornamento del capo de* Sa-
cerdoti (/^.), però la tiara del loro Som-
mo Sacerdote (P .) era circondata da tri-
plice corona, cioè dalla corona d'oro di-
stinta in 3 ordini, i quali lasciavano lo
spazio per la lamina d'oro (V.), in cui
era inciso il ss. Nome di Dio. Ne ripar-
lai nel citato voi. a p. 260 e 277. Ivi no-
tai che i vescovi greci usano una specie di
tiara, che descrissi nel voi. XXX 1 1, p. 1 47,
per la mitra data da Papa s. Celestino I
nel 43 1 a &. Cirillo patriarca d'Alessan-
dria, qual suo legato al concilio generale
TRI 29
d'Efeso; e quali altri vescovi usano mitre
che in parte le somigliano, come i ruteni.
Rimarcai ancora che i Vescovi investiti
del dominio temporale usarono una co-
rona nelle mitre, almeno in quelle sovra-
stanti lostemma,esene vedono tuttora or-
nati per memoria dell' esercitata sovra-
nità, oltre la Spada e il Pastorale. Tra*
privilegi che diconsi concessi all'arcivesco-
vo di Ravenna (V.) da Valentiniano III,
si enumera il Camauro ornato di due co-
rone. La Tiara, pontifìcia fu ed è una
Mitraò\ lìgura conica turbinata e ornata
d'una sola corona; poi vene fu aggiunta
altra, e quindi la 3.a, onde prese il nome
di Triregno. Il Vettori, // Fiorino d'o-
ro illustrato, eruditamente ragiona della
tiara pontifìcia, che il Vallemont descris-
se, quale mitra di forma rotonda ed ele-
vata, con due infide o pendenti frangiati
nell'estremità, e seminati di crocette,cin-
ta di 3 corone ducali, nella cui sommità è
posto un mondo o globo d'oro, e sopra di
esso nel centro è una croce. Di più il Val-
lemont soggiunge, che l'antica tiara pon-
tificia era un berretto rotondo ed elevato,
circondato da una corona; che Bonifacio
VII! fu ili. "Papa che vi aggiunse la a."
corona , allorquando dichiarò la sovia-
nità e preminenza del sommo Pontefi-
ce in lutto il mondo, e finalmente Rene-
detto XII v'aggiunse la 3.a, dopoaver de-
ciso che l'autorità del Papa si estendeva
sopra le 3 Chiese, cioè Militante , Pur-
gante e Trionfante ; e volle ancora cosi
decidere la celebre questione della visio-
nebealifìca, perla quale faticò tanto Gio-
vanni XXII suo antecessore. Siccome la
tiara più comunemente si disse Regno,
così dopo 1' aggiunta della 3." corona si
nominò Triregno. La tiara altre volte fu
ornamento di testa in uso presso i persia-
ni, gli armeni, i frigi, i parti ec; il quale
serviva a' principi ed a'sagrificaìori. Si
vuole che tuttora i persiani ornino la te-
sta con una foggia di tiara, e i grandi del
regno, non che il re stesso, portano sul ca-
po una berretta non dissimile nella for-
3o TRI
ma d.illa tiara papale, priva perì1) dello
corone edella croce. Alcune provincie ile'
sciti usano egualmente la tiara. Le don-
ne di Uidach nella Guinea in Afi ica,han-
no pure le berrette simili nlla tiara, ri-
spetto alla forma, non all'ornamento e.
sterno. Era anticamente assai in uso fra
gliorientali,anche pressoi particolari, pe-
rò rotonda o ricurva o ritorta in cima sul
davanti, e simile al frigio berretto chia-
malo pileo, poiché soltanto a'sovrani era
permesso portare la tiara diritta. Ne'prin-
cipii della repubblica i romani andavano
d'ordinario a capo ignudo, o non lo co-
privano se non col lembo della loro ve-
stejnon facevano uso del pileo che ne'giuo-
chi, nelle saturnali, ne'viaggi e alla guer-
ra. Gli schiavi che venivano posti in liber-
tà, facevansi radere il capo, e ricevevano
il pileo ch'era il seguo di loro Uberazio-
ne, ()u'um\\ capere pileu/n significava es«er
posto in libertà; giacche questa Berretta
era il simbolo della libertà. // Prefetto
di Roma^F.) sotto i Papi usò un berret-
tone in forma di tiara chiusa e ornata di
corona. Nell'articolo Mitra dichiaracene
fu pure denominala P/irygium, Thiara,
Corona sacerdotalisj ragionai di sua o-
rigine, differenti forme e uso, de'suoi sim-
bolici significati, e delle 3 diverse specie,
cioè preziosa, aurifrigiata e semplice. Del-
le mitre del Papa, ed anco di sua mitra
turbinata di forma conica, appellata an-
ticamente regno, corona, tiara; che a-,
venie una corona, poi vi fu aggiunta la
a.*, quindi la 3.a, per cui prese il nome di
triregno. Riportai il già riferito signifi-
cato della tiara, dichiarato dal dottissimo
Jnnocen2o IH, le diverse mitre usate da'
Papi,ridottecomunemenle a 3, cioè seni-
plice,aurifrigiata e preziosajcome formate,
e de'tempi e funzioni in cui si usano: de-
scrissi le più ricche e magnifiche, enume-
rando le gemme di quelle che non più e-
sistono. A Coronazione de'Sommi Ponte-
fici, riparlai di questa solennissima cere-
ruonia, con altre erudizioni, notando che
Giulio li fu il i.° a separare la funzione
T R I
della coronazione da quella del Posses-
so del Papa ( / .); e nuovamente ripor-
tai la forinola che recita i! cardinal Prio-
re (V.) de'diaconi, Dell'imporre il sagro
triregno sul capo del nuovo Papa, a cui
inoltre spetta nell'altre pontificie funzio-
ni di metterglielo sul capo, incombendo
il levarlo al cardinale 2.° diacono: ese-
guendosi la funzione nella gran loggia
Vaticana delle solenni benedizioni fatta da
Paolo V, mentre il Papa è sulla seilia pon-
tificale sopra del trono ivi preparato e sol-
lobaldacchino,alla vistadi tutto il popolo
affollato nella vastissima piazza dis. Pietro.
Nella zecca pontificia, tra'conii delle meda-
glie d'Urbano V 1 1 1, vi è quello colla effigie
del Papa col capo nudo e genuflesso in pi-
via!e,con s.Miehele che scende dal cielo fra
raggi egli pone il triregno. Altre medaglie
espressero il formale atto della coronazio-
ne, mediante l'imposizione del triregno.
Le forme degli antichi e degli odierni tri-
regni si ponno vedere, oltreché nelle ope-
re che ricorderò in fine, ne' seguenti au-
tori. Bonanni, La Gerarchia ecclesiasti-
ca consideratanelle vesti sa gre e >civili,p.
265,in cui trattando Della mi traponti fi-
ciat riprodusse i disegni delle mitre sem-
plice,aufi igiata e preziosa, e quello del tri-
regno pontificale a tempo di Clemente XI,
con 3 corone, sovrastato dal globo e dalla
croce. Osservai nel voi. LXII, p. 107, che
il Papa portando nella cima del triregno
e nella superficie de' *5tfW#/z' e del lei5W7r-
pc(f7.) la Croce, fa vedere al popolo cri-
stiano, ch'egli è tutto interamente da ca-
po a piedi professore della dottrina e del-
la vita di Cristo. Tanto il triregno, quan-
to le dette mitre hanno le loro code ter-
minanti ciascuna con la croce e una fran-
gia. Tali code si dicono infidae, vittae,
né senza mistero, disse Innocenzo III, De
misi. Missac lib. 2, cap. 44 > poiché men-
tre pendono nelle due estremila del tri-
regno dietro le spalle, dinotano li due sen-
si e significati co'quali si espongono le di-
vine Scritture, e sono letterale e mistico.
Di tali Fascie (V.), liste o pendenti fran-
T R I
grati, dette pure lemnisci, e proprie anche
d'ogni mllva Mi tra e (\e\Diadema(Pr.),i\-
parlai nel voi. XLV,p. 2 65, dicendo degli
altri vocaboli e simbolici significati. Il ve-
scovo SiivneUì tLetterc cccl. t. 3, lelt.17:
La Mitra de vescovi, dice significare la
gloria della Resurrezione di Cristo, e per-
ciò secondo il rito romano non si usa d'al-
tro colore che o di seta e oro tempestala
digemmee perle, cioè la preziosa; di sem-
plice tela d'oro, l'aui ifrigiata; e di dama-
sco bianco o candido bisso, la semplice,
la quale si usa anco nelle funzioni lugu-
bri. Quanto alle due ville o fimbrie o fa-
sce, che pendono sulle spalle, dice signi-
ficare che il vescovo adempia coll'opere
ciocché insegna colle parole. Opina che il
triregno o regno pontificale non è. orna-
mento sagro.Delle vilte,quale antico orna-
rnentoprofano,parlanoil Buonarroti nelle
Osservazioni sui medaglioni, e il Mon
gitore nella Dissertazione presso il Ca-
logeri t. io, p. 352. Nella Chi-ortologia
Romanorum Pontificum- , dipinta sulle
pareti della basilica di s. Paolo, illustrata
dal Marangoni , stampata in Roma nel
1 7S 1 e dedicala a Benedetto XIV, si trat-
ta nel cap. r 1 : De Mitra Pontificali, seu
Episcopali, qua ImaginesSummor. Pon-
tificum poste, rioris aevi exornalae con
spiriuntur in Chronologia basilìcae s.
Pauli via Ostiensi. Exploralur ejusdeni
origo, et usus in Romanis Ponti ficibus :
nec non quaesliones de ejusdem ornalus
anliquitate : ac de illius extensione ad
caeleros Episcopos, S. R. E. Cardina-
lesJ et alios, ex speciali ejusdem Roma-
ni Pontificis privilegio: Etaliaplura hoc
super argumenlo notatu digna explican-
tur. Nel cap. 12 : De Romani Pontificis
ornamento capiti*, quod Tiara, seti Re-
gnimi, nuncupalur: Cuinam ex veslibus
summiPontificis veterisTestamentì ,a qua
originem traxil, respondeat : linde pri-
mus ejus usus processeril, et probabili-
ter statuilur asaeculo Christi Fili, re-
jecto testimonio con fieli edicli, seu Dona-
tionis M agni Constatimi imperato! is.
TRI 3 1
Qua occasione illuni usurpaverit Roma-
nus Pont'fex. Tiara e Coronatae aliquod
monumentimi profertur sub inilia saeculi
TX, imnw,et sub finem saeculi FUI sub
Leone PP. UT. De varia forma ejusdem
Tiarae, et praecipue Turbinala, sub fi-
ne saeculi IX, ac sequentibus, usque ad
saeculum XI V sub Bonifacio FllI.Sla-
iuitur ipsum Bonifacium Tiarae Ponti-
ficiae alterarli coronarti minime addidis-
se, et a quo successore probaliler adje-
clafuerit, sicuti etiam lertia. Usimi Tia-
rae nulli palriarchae, vel episcopo , aut.
etiam legato a lalere unquani a Roma-
no Ponti fi.ee frisse concessimi. De fabu-
losa Tiara s. Silvestri PP. De Tiarae
usu usurpature postea interdicio archie-
piscopo Beneventano. Tiara Romani
Pontificis preziosissimi gemuris, et uni o
nibus maximi valoris a Paulo II exor-
nata. De ipia, seu preziosa Mitra, oppi-
gnorata ab Eugenio I E prò expensisgrae-
corurn ad concilium Florentiuum, prou-
nione utriusque Ecclesiae,arlunatorum,
nec non curii aliis jocaliis a Calisto III
prò expensis belli sacri contea turca s. De
usu Tiaram Ponti fidarti apponeteli sterri-
malibus Romanorum Pontif curii. Nella
stessa Chronologia si riportano l'imma-
gine di s. Urbano I fatta eseguire da s. Pa •
srjnale I nella chiesa di s. Cecilia, colla tia-
ra ornata di corona ; e le figure di 8 tia-
re, lulte di forma conica colle code, due
sovrastate dalla croce, tutte ornate d'un
diadema o corona, ed una di 3 corone:
queste tiare sono tratte da' monumenti,
pitture e statue esistenti nelle basiliche
Lateranense e Vaticana, in Firenze, in A
nagni, in Orvieto, in Bologna, tutte ap
pai tenenti a Bonifacio Vili; ma quella
col triregno esistente in Bologna fu fatta
dopo Urbano V, al quale comunemente
si attribuisce l'aggiunta della 3.a corona,
altri anticipandola, come dirò poi. Ri-
portasi pure l'immagine di s. Silvestro I
esistente nella basilica Lateranense, con
tiara ornata di due corone. Parlandosi
poi dell' epoca quando s' introdusse ne-
32 TRI
gli Stemmi (F.) pontificii e ne' Sigilli
(/'.) pontificii, l'uso tli ornarli colla tia-
ra o il triregno e colle C/u'<i\'i (1 .) incro-
ciate, sembra doversi attribuire al pon-
tificato tli Bonifacio Vili, venendo con-
cesso alle basiliche Lateranense e Vatica-
na per istemma il triregno e le chiavi in-
crociate alla i.a, il triregno e le chiavi pen-
denti alla 2. "j costumandosi esprimere il
triregno anche raggiante. Anzi si vuole che
innanzi Bonifacio Vili comunemente le
armi gentilizie non fossero sovrastate da
mitre, né da cappelli cardinalizi o prela-
tizi. Et haec sufjicìanl ad ostendeiidum}
(letale Bonifacii PP. FUI in usti adirne
jìonfuisse (salteri corani u ni lev ) sitpra
stemmata genti Ut ia appone re aliud orna-
mentimi, non Tiarae, neqne Piiei, neque
Mitraej nude indiani in hoc adhibendam
esse fida ri nec Ciacconio, nec Frizonio,
neque cinque ex scriptoribus deRomanis
Pontificibus, vel Cardinalibus, qui stem-
mata eorum bisce ornamentis insignita,
exhibenl. Quando i Papi introdussero nel-
le loro Monete Pontificie i loro stemmi
esovrastati dal triregno,e da questo e dal-
le chiavi, si può vedere ^'trattatisti del-
la numismatica pontificia, nel citato Vet-
tori, e nella recente e lodata opera <leld.r
Angelo Cinagli, Le monete de' Papi de-
scritte in tavole sinottiche. Pare che già
a'tempi di Martino V si usasse porre nelle
monete il triregno colle chiavi, che diven-
ne il sigillo e lo stemma di molte auto-
rità pontificie, e di lutto ciò che ha appar-
tenenza co' Papi, che troppo lungo sareb-
be a voler classificare.Dice il Vettori, che i
Papi nelle monete si servirono nel rove-
scio per prima e sola insegna delle chiavi
pontificie,quindi passarono a inserirvi al-
cuna parte dell'insegne gentilizie senza lo
scudo, colle chiavi però sopra dei mede-
simo campo della moneta, le quali in cro-
ce traversa vi adattavano. Posero dipoi
le insegue interamente dentro la targa ,
sovrapponendovi le due chiavi in croce, e
sopra tutte queste cose collocarono il trire-
gno. Il Vettori iutende parlare delle mo-
T : I
nete pontificie cominciate ad usarsi dopo
le antichissime, nelle (piali usarono por-
rei nomi loro in cifra e monogrammi, so-
pra di che è da vedersi il Vignoli , An-
tiquiores Pont. Borri, denarii. Osserva
il Cancellieri, Storia de* possessi p. 67,
che il duca di Modena per essere il più
antico vicario temporale della Chiesa ro-
mana porta nello stemma, oltre le chiavi,
anche il triregno, distintivo che non ha
verun'allra famiglia. Notai nel vol.LXVI,
p. 7g,cbe negli stemmi pontifìcii della cas-
sa mortuaria de' Papi defunti, in quelli
del catafalco pe'suoi funerali, ed in quelli
delle carte mortuarie che si affiggono nelle
pareti esterne delle patriarcali basiliche
e della chiesa de'ss. Vincenzo e Anasta-
sio, tutte sovrastate dal triregno, non ci
deve andare l'ornamento delle chiavi, per-
chècolla morte del Papa cessa la sua giu-
risdizione e podestà significata dalle chia-
vi.Tutlavolla non sempre si osserva, forse
per ignorarsi da chi dovrebbe impedirlo.
11 cardinal Garampi, nell' Illustrazione
del sigillo della Garfagnana, oltre le
belle erudizioni che riferisce sulla mitra,
sulla tiara e sul triregno, ci die 4 tavole
incise, colle immagini de' Papi coronate
di tiare e di triregni. La 1 .a esprime il bu-
sto di Bonifacio Vili già collocato nella
cappella di s. Bonifacio da lui ristorata e
ornata nella basilica Vaticana, e ora nella
cappella della B. Vergine delle Grotte Va-
ticane. Egli è colla tiara in capo ornata
di due corone, in atto di benedire colla
destra e reggendo le pontificiechiavi colla
sinistra. Tali chiavi anticamente i Papi
non l'usavano che il giorno di loro solen-
ne coronazione e del possesso che pren-
devano nel Laterano, dove il priore di s.
Lorenzo ad Sancta Sanctorum, gli con-
segnava le chiavi della basilica esngro pa-
lazzo Lateranense: quia specialiler Pe-
tro principi Apostolorum data est po-
testas claudendi et aperiendi, et ligan-
di atquc solvendi) et per ipsum Aposto-
limi omnibus Roma ni s Ponlificibus. I
pittori e scultori iu lai forma vollero rap»
T R I
presentare Benedetto XII, esistente nelle
Grotte Valicane, e altri Papi, per effigiarli
con tutti i più solenni e onorifici distin-
tivi di loro autorità e dignità. La 2.a ta-
vola rappresenta il sepolcro di Bonifacio
Vili esistente nelle suddette Grotte, la
cui statua giacente ha la tiara fregiata dal-
la doppia corona da lui aggiunta, per cui
il Garampi censura il dotto Marangoni,
che nella discorsa Clironologia pretese di
provare, che non mai Bonifacio Vili u-
sasse la doppia corona , anzi lo rappre-
sentò con una, affermando cosi essere ne*
monumenti Vaticani, il che non è vero.
Bensì in varie statue del medesimo Bo-
nifacio Vili apparisce con una sola coro-
na, perchè non aggiunse la 2.a che sul fi-
ne del pontificato. Il Garampi chiama
strano il vedere la figura giacente di Bo-
nifacio Vili nel coperchio del suo sepol-
cro colla corona in capo, quando non si
è mai costumato di seppellire con essa i
Papi, ma colla sola mitra, come lo fu Bo-
nifacio Vili. Ne' Sepolcri de Romani
Pontefici (V.) divenne comune l'uso di
rappresentarli quasi tutti coronati del tri-
regno, sebbene si seppelliscano colla mi-
tra di lama d'argento. Il Garampi sog-
giunge: » Ma chi mai potrà render ragio-
ne di tutti i capricci de' pittori ? In una
vecchia pittura fu rappresentato l'Eter-
no Padre col triregno in capo; e in altra
antica immagine, Cristo crocefisso colla
mitra." La 3." tavola contiene il detto bu-
sto o mezza statua di Benedetto XII esi-
stente nelle Grotte Vaticane, scolpito in
Roma da Paolo Sanese, mentre dimora-
va in Avignone, per aver fatto di nuovo
il tetto alla basilica, con due sole corone;
ma lo scultore che lavorò la statua di Be-
nedetto XII , che ancora vedesi sul suo
sepolcro nella chiesa d'Avignone, vi fece
il triregno come l'avrà veduto portare dal
Papa medesimo nella stessa forma che si
costuma anche oggidì. Anche tal mezza
statua, come accennai, tiene le chiavi col-
la sinistra, il che non si riferisce a fun-
zione particolare , ma per indizio della
VOL. LXXXl.
TRI 33
somma pontificale podestà, e della chiesa
romana, della quale le chiavi sono pro-
pria e distintiva insegna,oltreil Padiglio-
ne o Sinnicchio {V\, insegna che sovra-
sta gli stemmi delle Monete de'cardina-
li Camerlenghi di s. Chiesa ( Z7.), e gli
stemmi de' Parenti (V.) de' Papi. La
4.a tavola contiene le teste: di Giovanni
XXII della statua sepolcrale giacente pres-
so la sagrestia della metropolitana d'A-
vignone, colla tiara in capo, che oltre alla
corona inferiore, ne ha un'altra che può
dirsi quasi doppia, più in alto; di Bene-
detto XII della statua sepolcrale nella cap-
pella de' Sartori di detta chiesa; col tri-
regno in capo, e con questo ornato di 3
effettive corone sono le statue sepolcrali
d'Innocenzo VI nella cappella a lato del
santuario de' certosini di Villanova dio-
cesi d'Avignone, e dell'antipapa Clemen-
te VII sepolto nel coro de' celestini d'A-
vignone. 11 Cancellieri, Storia de posses-
si', dice a p. 49 ' , parlando delle Teste de'
ss. Pietro e Paolo (F.)\ e de' loro anti-
chi busti gioiellati non più esistenti, che
il capo di s. Pietro avea la tiara con 3 co-
rone a gigli di perfetta figura conica, quale
dovea usarsi a'tempi d'Urbano V, che in
essi pose tali ss.Reliquiejoud'èdameravi-
gliarsijChe di questa forma di triregno non
si valessero ne il Marangoni, ne il Garam-
pi ne'dotti loro libri della Clironologia
e del Sigillo dellaGarfagnana, ne'quali
dierono incise le più antiche forme de'pon-
tificii triregni. La forma del triregno di
s. Pietro in discorsosi può vedere ne'due
disegni pubblicati dal medesimo Cancel-
lieri a p. i e 22 delle Memorie delle sa-
gre Teste, ed io lo descrissi nel citato ar-
ticolo, con tutto il fondo di perle piccole,
colle 3 corone piene di gemme preziose,
la croce in cima formata di gioie, ed i pen-
doni o code del regno ornati di pietre pre-
ziose finissime e grosse, nel fine def quali
erano 6 campanelle lunghe dorate. Tan-
to la Chiesa trionfante,quanto la militau*
tesi diletta della varietà de' Co lori eccle-
siastici (F.), con iride sagra; lai/ rap-
34 T R I
presentala nelle Gemme (/'.), la 2." ne'
Fiori (/ .). L'ornamento della Cliiesa
trionfante non si rappresenta di fiori che
sono corruttibili, ma eli gemme e Pietre
(F.) preziose perchè durevoli. Dell' im-
magine di s. Pietro (F.) espressa nelTW-
clinio Lconiano(F.)e\u altri monumen-
ti con tre Chiavi pontificie (F.) in ma-
no, ragionai in più luoghi, spiegato per
simbolo della triplicata podestà pontifi-
cia sulle tre chiese militante, purgante e
trionfante, da Dio comunicala al princi-
pe degli Apostoli ed a' suoi Successori j
ovvero la scienza, il potere e la giurisdi-
zione pontificia. Questa slessa pienezza di
podestà si vedeva indicata in un'imma-
ginedis. dietro esistente nell'archivio disi-
la basilica Vaticana e riferita dal Torri-
gio a p. 76 delle Grotte Faticane, con
Ire ordini di capelli in testa, invece del
triregno, a tempo del s. Apostolo non u-
sato, ma bensì in quello d'Urbano V in
cui fu dipinta, ed al quale il Torrigio at-
tribuisce l'introduzione della 3.* corona
nella tiara, dicendo significare le 3 chiavi
e le 3 corone, le 3 podestà che ha il som-
mo Pontefice, cioè Imperatoria, Regia,
Sacerdotale, e la podestà che ha nel Pa-
radiso, in Terra, nel Purgatorio; ed è
pei ciò che s. Pietro fu anticamente espres-
so con 3 chiavi, vale a dire quando non
j>i usava la tiara fregiala di 3 corone, colle
quali fu poi a nell'egli rappresentato, e la
veneranda sua statua di bronzo della Chie-
sa di s. Pietro in Faticano, per la sua
festa è vestita con piviale e triregno. Al-
cuni critici osservano, che l'unione delle
Ire chiavi nelle mani di s. Pietro può es-
sere ancora un mero arbitrio de' pittori
e musaicisli, come fecero nel Triclinio
e in allri monumenti colla croce doppia,
trovandosi molti ritratti di s. Pietro con
una sola chiave e con due. Il ricordalo Bo-
nonni, dicendo del simbolico significato
del triregno, riporta le opinioni di Maz*
zoroni, Saussay e Raiuaudo, i quali pen-
sano che la mitra comune a'vescovi è se-
gno dell'autorità episcopale, ma la coro-
TRI
na d'oro è simbolo della triplicala pode-
stà pontificia, con cui il romano Ponte-
fice supera ogni altra dignità, avendo fa-
coltà d'insegnare,di dispensare. e di puni-
re, pel Primato (F.) che gode di onore
e di giurisdizione. Di più dichiara il Bo-
nanni, sulla cima del triregno è un glo-
bo e su di questo uno croce , non senza
mistero, poiché viene significalo il mon-
do adombrato nel globo soggettalo in vir-
tù della s. Croce, e si sostiene dal Papa
perchè alla di lui cura consegnato. Altre
misteriose significazioni delle 3 corone col
quale è ornata la tiara, sono le riferite dal
cardinal Sirleto; cioè di portarsi dal Pa-
pa una corona perseguo della sublime di-
gnità; che la 2." corona fu aggiunta in me-
moria di quella donata da Costantino I a
s. Silvestro I, e la 3.a per segno di quella
mandata da Clodoveol a s. Pietro. USaus-
say poi fu di parere, usare il Papa 3 co-
rone, perchè in esso si devono conside-
rare 3 dignità, lai .a di Sommo Sacerdo-
te, la 2." di Re e Signore temporale, e la
3." d'uni versa le Legislatore; siccome 3 so-
no le podestà in terra del Vicario di Cri-
sto, cioè coelestium, terrcstrium, et in-
fernorum , spiegale nelle 3 chiavi colle
quali anticamente si esprimeva s. Pietro.
11 Landucci sagrista pontificio, nel trire-
gno ravvisò le tre potenze espresse nelle
tre corone, cioè àe\V Impero, del Regno,
dei Sacerdozio, le quali sebbene indicate
nella sola corona o tiara prima usala, fu-
rono poi con Ire distinte più chiaramente
significate. Perciò Innocenzo III vi rico-
nobbe nel Papa la dignità di Sacerdote
e di Re, V Imperio e il Sacerdozio che
in se riunisce, e i diversi usi della mitra
e della tiara. Laonde si prescrive nel Ce-
remoniale Romano Kb. 3, sez. 5, cap. 9:
Che il Papa ne'giorni solenni usi il Regno
ossia la Tiara, nell'andare e tornare dal-
la chiesa , non mai nelle funzioni sagre,
nelle quali si adopera la Mitra, e si de-
pone il Regno sull'altare nella sua testie-
ra coperta di velluto cremis in seta. Nelle
autiche Cavalcate del Papa, egli iuce-
TRI
deva alla chiesa colla tiara o triregno, di-
sceso dal cavallo lo deponeva e assume-
va la mitra ; quindi nel partire lasciala
questa riprendeva il triregno: altrettanto
si praticò nel Possesso sino e inclusive a
Leone X, perchè prima il Papa, dopo co-
ronato in s. Pietro, recavasi immediata-
mente al Laterano pel possesso, funzio-
ni che poi furono divise. Anche il Magri
afferma, coll'autorità dell'Ordine Roma-
no di Cencio Camerario, nel 121 6 Ono-
rio III, ch'era solito il Papa quando ar-
rivava alla porta della chiesa di deporre
il regno e di pigliar la mitra, come or-
namento sagro. A Cappelle pontificie, nel
descrivere tutte quante le sagre funzio-
ni che celebra o assiste il Papa, si ordi-
narie che straordinarie , rilevai quando
dalla sagrestia si reca al Genujlessorio
(V.) col triregno , deponendolo per far
breve orazione, terminata la quale assu-
me la mitra alzatosi in piedi; e quando
ivi terminata la funzione torna, e depo-
sta la mitra che avea assunto, dopo bre-
ve orazione alzatosi in piedi, riprende il
triregno. Ivi ancora riportai 1' orazione
che nel procedere alla coronazione del
nuovo Papa pronunzia il incardinale del-
l'ordine de'diaconi, in cui lo chiama Pa-
ter Regum et Rector omnium fidelium,
dicendo poi nell'atto d' imporgli il tri-
regno sulla testa nuda (talvolta i Papi u-
sano di ritenere sotto il Berrettino , ed
anticamente alcuno anche il Camauro):
AccipeTiaram tribusCoronis ornatani,
et scìas te esse Patrem Principum , et
Regum, Rectorem Orbis) in terra Fica-
riunì Salvatoris N. J. C. Anticamente
appena il cardinale avea imposta la tiara
sul capo del Papa, lutto il popolo l'ac-
clamava con dire Kyrie eleison (F.)t ed
apprendo dal p. Gattico, che ancora si co-
stumava a tempo di Nicolò V. Indi il Pa-
pa col triregno in capo per la 1.» volta
comparte al popolo solennemente la Be-
nedizione aposloliea (V.), e col medesi-
mo triregno in capo e il Pallio, sulla Se-
dia Gestatoria (f. ), co' Flabelli (F.)*
TRI 35
lati, viene condotto nella Camera de pa-
ramenti t per deporlo e spogliarsi degli
abili pontificali. Il Papa dalla camera de
paramenti o dalla sagrestia si reca co!
triregno a celebrare o ad assistere allo
feste dell' Epifania, della Cattedra di s.
Pietro, della ss. Annunziata, della Pa-
squa di Risurrezione, dando poi col tri-
regno la solenne benedizione, dell'Asce) 1
sione, nella quale festa pure col triregno
comparte la benedizione, di Pentecoste,
del Corpus Domini (cioè viene portato
da' cappellani nella processione al mo-
do che dirò, nel descrivere la quale fun-
zione notai i Papi che col triregno sul
capo portarono il ss. Sagramento; dopo
che il Papa con esso ha dato la trina be-
nedizione, riceve nel capo la mitra dnì
cardinal i.° diacono, e si porta al came-
rino vicino ove depone i paramenti), de*
ss. Pietroe Paolo,cioè nella sola festa, del
l'Assunta dando poi col triregno la solen-
ne benedizione, d'Ognissanti, del s. Na-
tale nella sola festa, e x\q\Y anniversaria
della propria coronazione. In tali circo-
stanze dunque il Papa usa il triregno nel
solo accesso e recesso dalla camera de'pa-
lamenti o sagrestia della cappella ponti-
ficia o chiese, non facendo mai uso di tri-
regno nell' accesso a' vesperi , ancorché
pontificali, e conseguentemente neppure
nel recesso. Siccome nellecappelle del pa-
lazzo apostolico ora non si usa di recar-
visi in sedia gestatoria, vale a dire in que'
vesperi e feste in cui si usava, essendosi
nel nostro secolo introdotto il costume,
per maggior semplicità e comodo de'Pa-
pi, d'entrare nella cappella uscendo dalla
sagrestia, e non dalla camera grande de'
paramenti, così non ha luogo la sedia ge-
statoria, per la brevità del tragitto, che
si ripete nel ritorno. Per l'anniversario
della coronazione aveano anche luogo i
flabelli.
Innanzi di ragionare dell'origine della
Tiara Pontificale , ora Triregno^ con-
viene che io rammenti d'aver già tratta
to, principalmente ne'vol. LV1IJ, p-22<)
36 TRI
e seg., LXVII, p. 278 e seg., come l'im-
peratore Costantino I il 3Iagno,i\\ venuto
pubblicamente cristiano , ridonò la pace
alla Chiesa, sino allora crudelmente per-
seguitata, ma floridamente rigogliosa per-
chè innaffiata dal fecondissimosangue dei
suoi gloriosi ss. Mar ti riaccordando ai cri-
stiani il libero esercizio di loro Religione,
donando a Papa s. Mele hi a de parte del-
l'imperiai palazzo di Laterano, con ren-
dite per mantenere il decoro del supre-
mo Gerarca. Le quali munificenze viep-
più provò il Papa s. Silvestro I(fr.) dal
3 r4 in poi; però avvertendo, che le di lui
grandi gesta furono mescolate con atti ri-
tenuti da' critici apocrifi o alterati. Im-
perocché Costantino I, oltreché donò a s.
Silvestro I il rimanente del palazzo, che
perciò divenne il Patriarehio Latera-
nense (f.), quando lasciò per sempre
Roma (V .) per trasferire la sede del ro-
mano impero a Costantinopoli r'(/^.), co-
minciata a fabbricare nel 326 e dedicata
nel 33o; mirabile e strepitoso avvenimen-
to predisposto dalla divina provvidenza,
che die principio all' esistenza di Roma
cristiana, la quale colle sue glorie offu-
scò quelle di Roma pagana, restando li-
bera nel benefico e paterno potere de'Pa-
pi. Così l'eterna Roma , nobilitata dalla
Sede apostolica (^.), fu elevata a me-
tropoli di tutto quanto l'orbe cattolico,
pel maggior lustro e propagazione della
fede. Raccontai che alcuni sostengono a-
ver Costantino I concesso a s. Silvestro I
la Tiara, corona che poi si mutò nel Tri'
regno, o se fu ili.°Papa ad usarla, per-
chè fu ih.°Papa dipinto con essa; oltre
quell'altre insegne imperiali che enume-
rai; se fu l'imperatore ili.0 a rendere al
Papa l'omaggio di Palafreniere (V.)ì e
se s. Silvestro 1 istituì l'ordine dello Spe-
ron d'oro (V*), che porta il suo nome, e
se ne fregiò l'imperatore. Che oltre le vi-
stose rendite da Costantino 1 assegnate
alle chiese da lui fondate in Roma, e a-
scendenti a circa annui 3oo,ooo scudi,
se con editto e donazione, tenuta suppo-
TRI
sta, nella quale si pretende compresa
quella della Tiara, concedesse Roma e
molle provincie in Sovranità de* Papi e,
della. Chiesa romana (/ .). Di tutto,y;ro
et contea, tenni proposito; poiché gli uni
sostennero colla concessione della Tiara,
la famosa donazione del principato tem-
porale; gli altri negarono la 1 .*, e dichia-
rarono apocrifa la 2. ': narrai io che piut-
tosto consistesse la donazione, cioè in quei
Patrimoni de Ila chiesa romana (F.) che
nominai. Né mancò chi credette, avere s.
Silvestro I da se medesimo preso l'orna-
mento della tiara, in segno della libertà
che laChiesa avea riacquistato da Costan-
tino I, nel proteggerla apertamente, ma
con tale prudenza e moderazione che il
paganesimo non potè vantare i suoi mar-
tiri, sebbene facesse di tutto per distrug-
gete l'idolatria. Libertà dalla Chiesa ricu-
perata dopo la sofferta servitù gentilesca,
la quale si volle simboleggiare nella tia-
ra, per la sua figura corrispondente al-
l'antico pileo o berrettone romano , col
quale indicavasi la libertà ; dagli antichi
scrittori chiamato pure Camelaugo, Ca-
melauroe Camauro, con una corona nel-
la parte inferiore e perciò detto Regno:
di sua antichità, dissi al suo articolo, che
già l'usava Papa Costantino nel 7 1 o. Tut-
tociò premesso, comincierò dal dire, che
antichissimo è l'uso di coronarsi i roma-
ni Pontefici, prima colla tiara, indi col
triregno. Sempre fecero questa cererno-
nia con ecclesiastica magnificenza, non già
per far pompa della suprema loro digni-
tà, ma per maggior esaltazione della glo-
ria di Gesù Cristo e della sua Chiesa. Il
Novaes,£>mertazzo/j/,t. 2, dissert.5: Del-
la solenne coronazione de' Pontefici, ri-
ferisce che una sola volta coronavausi i
Papi dopo la loro elezione, ma in quei
diversi altri giorni, denominati Festum
Coronae, i quali con esso già riportai nel
voi. Vili, p. i6r,ove trattai: Della co-
ronazione del Papa; cioè ne'gioroi nei
quali solevano adoperare la tiara e poi il
triregno, diversi dagli odierni descritti di
TRI
sopra, tranne alcuni , e solo noterò che
tra 'detti giorni eravi quello infestivita-
te s. Silvestri I, ed in anniversario suo.
11 Garanipi nel trattare di detto argomen-
to, osserva che i Papi oltre di coronarsi
nel giorno della coronazione, costumaro-
no di rinnovare la stessa funzione in al*
cune più celebri solennità dell' anno, le
quali ci vengono additate da Pietro Mal-
lio nel libro dedicato ad Alessandro III
e ristampato in Ada ss. Junii} t. 6, par.
2,cap. 8, §i5i,da Benedetto canonico di
s. Pietro uel Museum Italicum, t. 2, e nel
medesimo da Cencio Camerario; ond' è
che per Festum Coronae, ovvero cele-
brare Coronam, s'intese questa solenne
e ripetuta incoronazione, ogni qualun-
que volta si rinnovasse fra Tanno. Papa
debet accipere Coronam in capite suot
et per mediani Urbem cum processione
redire adpalatium.perficere festum Co-
rotiac. Coronatus redit ad palatami, si-
cut in aliis Cofonis. Acceptis laudibus,
et celebrata Corona, sicutmos est,omnes
r e deunt ad propria. In appresso poi si
andò tralasciando tale funzione, per cui
Paolo II stimò conveniente rimetterla in
uso, scrivendo nella sua vita il Cannesio:
quum celeri Pontijìces vix semel in an-
nidecursu Tiarae usudelectatisint,ipse
primus prò rerum ac dignitatis condì-
tione frequentius, atque id solcmniori-
bus anni diebus, eam magna cum venu-
statedeferrecousuevit. Dieequindi il No-
vaes, che ili^de'Papi che trovasi dipinto
colla 'Tiara coronalo è s. Silvestro I, co-
me col Pvocoa , De Mitra s. Silvestri I
Papae, e con molti altri, riporta il San-
diui, Vitae Pontificum, t.i, p. 92. Vuo-
le renderne ragione il cardinal Stefane-
schi, scrivendo che Costantino I, battez-
zato da s. Silvestro I (pare che invece lo
fosse da altri in Nicomedia),^ questo die
la corona 0 tiara: proprium sibi Regnimi,
seu Phrygium manibus Silvestri inver-
tite pressil. Sembra ch'egli l'abbia rica-
vato dall'editto famoso della donazione
di Costantino 1, presso il Labbé, Conci-
t a I 37
lior. 1. 1, p. i538, ove si legge. Decrevi-
mus et hoc, ut idem venerabilis pater no -
sterSilvester summus Ponlifex,etomnes
ejus successores Pontifices diadema te,w-
delicet Corona, quam ex capite nostro
UH concessimus, ex auro purissimo, et
gemmis pretiosisf uti debeant, et in ca-
pite ad laudem Dei, et prò honore B.
Petri, gestare. Il No vaes non intende ivi
trattar la questione, tanto agitata fra'cri-
tici , se Costantino I ricevè in Roma da
s. Silvestro I il battesimo, né di disputa-
re sull'editto della donazione, poiché si
proponeva addurre gli autori contrari e
favorevoli nella BibliotecaPontificia,chQ
per altro non pubblicò (forse questa si
potrebbe formare, se non completa cer-
tamente copiosissima, con quanto mi fu
dato in questa voluminosa mia opera di
pubblicare). Si limitò, per riguardo al
i.°Papa dipinto colla tiara, di conclu-
dere col Papebrochio, In Conat. ad s.
Silvestr. I, u.° 5, p. 128. Ommissis fa-
bulis dici posse videtur3 quod constituta
per Costantinum ecclesiastica pace, Sil-
vesler vel propria electiones , vel ipsius
(Imperatoris) mandalo, Pdeuni sutnsc-
rit, romano more symbolum libertalis ,
euniqne aureo phrygio , seu diademate
ornatimi inferne3 qua caput langit , ad
significandum Regale Sacerdotiuni o-
mnium Principimi collalum a Christo.
Così ancora i critici Bollandisti, Ada ss.
Mali, t. 4, die 19^.467: Gemmalo dia-
de tua le usuni Constanti uum edam ex a-
liquibiis ejus numinis habemus. Quod
aulem Ponlificiae Thiarae inferne c/r-
cumduda Corona tj asmodi orìgine mha-
beat, velini cerlius probalum legere. In-
terim video itnagines Pontificum, ut mine
habentur, Silvestri anlecessores omnes
nudo vertice exprimere, ìpsumque pri-
muni Inter eospìlealum, seu Tiara (quae
formam veleris pilei romani habet) ledimi
co ns pici -.ncque disciplinet con/edura pri-
dem animo meo abversans , quod scili-
cet Silvesler, vel proprio ino tu, vel Con-
slanùni/ussuj islud liberlatis uoUssiinuui
38 TRI
signutn assumere volueritj quia Eccle-
sia eatenus sub imperalorum gentiltum
servilute gemens per Constantinum diri-
sii ami m emancipala quodammodofuit,
et sui juris facta est, plurimisque liber-
tatibus ab eodrm imperatore donata. Il
Donai] ni cap. 65: Del Triregno Ponti-
fìcio, riferisce che Innocenzo 111 fu uno
tli quelli, che nel serm. 3, In consecrat.
Pouti/ic, e nell'altro di S.Silvestro I, ere-
delle alla donazione fattagli da Costanti-
no I, della corona d'oro ornata di gioie,
dichiarando così la dignità che possede-
va e da Dio ricevuta, benché il santo Pa-
pa per umiltà nou volle usarla. Che Co-
stantino 1 donasse la corona a s. Silvestro
1 è stato affermato da molli scrittori, poi-
ché dice il Dominili, il pio imperatore con
tale azione non conferì alcun dominio ne
podestà al Papa, ma solamente dichiarò
ciò che possedeva, dando campo al me-
desimo di esercitare liberamente la sua
sublimediguilà, come successore di s. Pie-
tro, impedito sino a quel tempo dalle per-
secuzioni de' tiranni e degli eretici. Che
perciò essendo i Papi in istato libero po-
terono usar l'insegne della suprema di-
gnità, da Dio a loro conferita. Il Bonan-
ni riporta diversi scrittori che crederono
alla tiara donata a s. Silvestro I, e per-
sino di quelli che la ritennero fregiata di
3 corone, che portata in Avignone e ri-
tornata in Roma venne rubata nel i^$5.
Di parte della mitra di s. Silvestro 1, che"
si conserva nella chiesa de'ss. Silvestro e
Martino a' Monti, parlai nel voi, XLV,
p. 262 : se ne può vedere il disegno nel
citato Rocca, Opera omnia, t. 2, p. 379,
De Mitra s. Silvestri I Papae. La de-
scrisse pure il Sarnelli già citato, dichia-
rando giustamente essere la mitra pon-
tificale, non il regno. Quanto a questo e-
gli riferisce, che Costantino I stando per
partire da Roma, volle mettere sul cupo
di s. Silvestro 1 la Corona imperiale del
proprio capo, d'oro e di gemme; ma e-
gli per riverenza della corona chiericale,
cioè della sagra mitra, non volle portarla,
TRI
bensì si fece un altro diadema reale au*
ri frigia lo ili forma circolare, ch'egli cre-
de sia quello chiamato regno, indi per le
3 corone triregno. Anche il Sarnelli se-
guì l'opinione d'Innocenzo 111, ed il si-
mile fece il Thiers xx^X Istoria delle par-
rucche. 11 Platina nelle Vite de* Ponte-*
fìci scrisse, che Costantino I avendo of-
ferto a s. Silvestro I una corona tempe-
stala di perle preziose, la ricusò come or-
namento che in veruna forma eragli con-
veniente, e si contentò d'una mitra bian-
ca tonda ricamata d'oro; e che riporta-
ta in Roma d'Avignone, Eugenio IV l'u-
sò religiosamente in solenne processione
che fece con lutto il clero e il popolo ro-
mano, dalla basilica Vaticana alla Late-
1 anense, indi venne riposta nella suddet-
ta chiesa de'ss, Silvestro e Martino. Nella
biografìa di Gre
X dissi col suo sto-
'b— regorw.
rico Bonuccijche dopo eletto inViterbo gli
fu domandato se ivi oin Roma voleva es-
sere coronato, ma che egli rispose: in Ro-
ma, dove Costantino I cavatosi dal capo
l'imperiai diadema l'olfiì a s. Silvestro I,
qual simbolo della regia dignità e del do-
minio temporale de'Papi. Alcuni storici
vogliono ancora, che Costantino I donas-
seas. Silvestro I il suo ricco Manto o am-
manto, Superhumerale (V.), vidclicet
lorum quod imperiale circumdare asso-
let collimi, quindi che da esso ebbe ori-
gine il sagro Pallio f/^.J, come asserisce
il De Marca; insigne ornamento pontifi-
cale, chiamato Stola Pontijicalis, e det-
to pure Plirygium perchè si soleva tes-
sere da'fi igi, in quo est plcnitudo Pon-
tijicalis officii; ed il Papa è il solo che
pel suo Primato (F.) può usare il pallio,
essendovi in esso la pienissima podestà di
tutta la Chiesa, in ogni tempo e in ogni
luogo, il che non è lecito agli altri che ne
sono insigniti. i\eli856 dalla Stamperia
di propaga nda fide fu pubblicato» De sa-
cri Pallii origine Philippi Vespasiani
kistoriae eccle.siasticae in Coli. Urba-
no professoris disquisilio. Il dotto auto-
re, come ne dà bella contezza la Civiltà
TRI
cattolica, serie 2.a, t. 2, p. 3ag, con pre-
gevole e severa erudizione, ammettendo
eziandio il dono del manto imperiale, pro-
va che non può essere il Pallio sagro che
il Papa usa e conferisce a'patriarchi e a-
gli arcivescovi. Di più entra poi a prova-
re, che ii pallio non è derivato a' sommi
Pontefici romani dall' E/odo Ephod(V.)
e dal Razionale (F.) del Pontefice degli
ebrei,sebbeue potea in qualche modo sim-
boleggiarli; come simboleggia ne'rituali,
nelle lettere apostoliche e ne' monumen-
ti artistici cristiani il buon Pastore (F.),
che si leva sulle spalle la pecorella smar-
rita, o la Croce che portò in ispalla il Re-
dentore. Mg. r Vespasiani, considerato un
celebre passo di Liberato diacono, entrò
nel pensiero, che il pallio pontificale non
sia altro che il pallio portalo in vita da
s. Pietro, e dopo il suo martirio eredi-
tato da' sommi Pontefici, come successo'
ri di Pietro, e portato da essi in segno
dell' apostolica podestà. Qui il eh. auto-
re osservò l'antichissima usanza d'aversi
in gran tonto il pallio antico, onde so-
lcano andare adorni gli uomini insignito-
me i filosofi, ed i romani benché tenaci di
loro usanze, deponevano la Toga(F.)pev
assumere il pallio filosofico, al modo dei
greci che aprivano scuola in Ptoma. Vol-
gendo poi l'attenzione alle cose sagre, dal
lib. 3 de Re si ha, che per l' indumento
del pallio s'intendeva di trasmettere qua-
si lo spirito e la virtù di chi lo vestiva,
il che fece il profeta Elia coprendo Eliseo
col suo pallio o mantello, cosi inaugu-
randolo in Profeta, e col suo pallio gli
conferì il gagliardo suo spirito. Eliseo poi,
possessore del pallio del suo maestro, cou
quello operò i più meravigliosi e tremen-
di prodigi. I cristiani appresero molte co-
stumanze dagli ebrei, e le pregiarono som-
mamente e le seguirono con venerazione;
perciò s. Paolo i.°eretu ita volle essere se-
polto involto nel mantello che s. Atana-
sio d'xllessaudi ia, allora so (ferente le più
crudeli persecuzioni in difesa de' dogmi
cattolici; avea dato a s. Aulouio abbate,
TRI 39
il quale l'ubbidì, e poscia ne' dì solenni
toglieva dal corpo di s. Paolo l'indumen-
to e se ne vestiva con gran divozione; e
s. Ignazio di Costantinopoli si ornava
òeM'humerale di s. Giacomo Minore apo-
stoloei.°vescovodi Gerusalemme. Viem-
maggiormenle si confermò mg.r Vespa-
siani a riputare il pallio pontificale im-
magine di quello che i Papi successori di
s. Pietro ereditarono da lui, dall'osserva-
re che nella chiesa d'Alessandria il pal-
lio di s. Marco passava dall'uno all'altro
vescovo, togliendosi dal corpo del defini-
to. E che il pallio sia quello di s. Pietro,
dopo la sua morte lasciato a'sommi Pon-
tefici , quasi pegno e testimonio ch'essi
sono vestiti della sua virtù, del suo spi-
rito e della sua autorità, deducesi aper-
to dal testimonio dell'antico autore che
va sotto il nome d'Eusebio da Cesarea,
il quale nel sermone dell' Epifania dice:
Nìhilantiquius veste illa sacerdotali ar-
chipraesulis nostri quae Mi vestì de V.
T. successit Ephod bysso auroque con-
textae, qua in signum plenissimae po-
testà tis primus Linus amictus est, cui
et typum dedit et nomea, ut a veteribus
accepimus scrìptoribus, quam appella-
vit et Pallìum. Donde è naturale conse-
guirne quello essere il pallio medesimo di
s. Pietro e l'usuale sua veste, ed in Pa-
pa s. Lino suo immediato successore di-
venne un sagro indumento tipo della suc-
cessione, e segno della pienissima pode-
stà.Nolerò d'aver dichiarato a Pallio, che
comunemente a s. Lino se ne attribuì l'i-
stituzione, e che a Praga si vuole conser-
varsi parte del pallio filosofico di s. Pie-
tro, primo pastore universale dell'ovile
raccomandatogli daCristoje perciò i sagri
palili si pongono sul corpo di s. Pietro, da
dove eziandio gli antichi Papi lo prende-
vano e se lo mettevano sulle proprie spal-
le. Quindi mg/ Vespasiani con validissi-
mi argomenti passa a provare, che tut-
tociò che si pratica dalla Chiesa si riferi-
sce al pallio di s. Pietro, sia de'riti che lo
riguardano, dal benedirsi nel giorno del
4o TRI
martirio e, sopra il suo celeberrimo se-
polcro, e perciò sopra il beato suo corpo
si custodiscono, donde si tolgono per man-
darli a'raetropolitani; anzi i Papi sonoin-
ironizzati e consagrali all'altare che so-
vrasta la tomba di s. Pietro , ed ivi essi
ricevono il pallio e celebrano lai. "messa
pontificale: cosi figurasi il Pontefice imo-
vo sorgere perennemente come un nitro
Pietro dal suo sepolcro, e da quel sepol-
cro pigliare il mantel suo, indice della po-
destà conferita da Cristo a lui ed a' suoi
successori. La Civiltà cattolica poi volle
aggiungerti a Uro forte argomento con sa-
gra erudizione archeologica , che com-
prende il più nobile e sublime concetto
che uomo vaglia ad escogitare intorno al-
la divina podestàconcessada Cristo al suo
rappresentante in terra, nel vedersi espres-
so dall'antica Chiesa in vetustissimi mo-
numenti cristiani, che descrive, il Salva-
tore che neir ascendere al cielo getta il
suo pallio in grembo a Pietro, onde sim-
boleggiare con sublimità di mistero,la vir-
tù di Cristo trasfusa in Pietro coli' ere-
dità del pallio , come la virtù profetica
d' Elia fu col pallio travasata in Eliseo.
Cristo avea già colle Chiavi dato rinve-
stitura a Pietro d'aprire e chiudere i cie-
li, ora col suo pallio gl'infonde la divina
virtù, che informa l'altro potere conces-
sogli come a suo Sicario in terra. Cosi
testimoniata ch'ebbe poscia Pietro col suo
sangue la divinità di Gesù Cristo, lasciò
morendo in eredità a Lino un mantello,
che secondo il discorso simbolo era il man-
tello di Cristo. Quali vesti poi Cristo a-
doperassein questo mondo, lo dissi a To-
naca inconsutile, a Sandali e Scarpe, e
in altri articoli. Essendo il triregno il pri-
mario e maestoso principesco ornamen-
to del Papa, ora che il pallio pontificale,
primaria insegna della pienezza di sua
pontificia podestà, ha ricevuto un'ulterio-
re illustrazione, per l'importanza dell'ar-
gomento e per l'analogia che ha con que-
sto, mi si condoni l'eseguita digressione.
Nelle Vitac Pontifwum del Ciacco-
TRI
ilio, riportando tutti i ritratti de' Papi
co' loro stemmi, l'effigie di s. Silvestro I
è col camauro; quindi quella dell' im-
mediato successore s. Marco, coronata
colla tiara circondata da corona, e co-
sì i capi di altri immediati successori di
s. Marco. Nella Clironologia illustrata
dal Marangoni, ed esistente nella basili-
ca Ostiense, i ritratti di s. Silvestro I e
di s. Marco sono col capo nudo: ili.°Pa-
pa colla tiara ornata di corona reale e
terminante colla croce, è Costantino del
708, ed il 2.°s. Gregorio II del 7 1 5 ; il
i.QPapa colla tiara con due corone è In-
nocenzo VI del 1 352, e il r .°Papa col tri-
regno è Urbano V deli 362. Il Bonanni
inoltre riporta le opinioni di quelli che
attribuiscono a Clodoveo I re di Francia
l'origine della tiara pontificia, poiché nar-
ra: essendo egli ili.°re de'franchi cristia-
no, l'imperatore Anastasio I per animar-
lo a mantener la fede, gl'invio il titolo di
Patrizio dell'impero d'oriente, con tut-
ti gli ornamenti reali, fra 'quali una ricca
corona d'oro con gemme preziose; ma
Clodoveo I volendo mostrare di ricono-
scere il suo regno da Dio, e non dalla sua
spada, inviò i suoi ambasciatori verso il
5 18 a Papa s. Ormisda, per riconoscerlo
Vicario di Cristo, e gli fece presentare la
detta corona acciocché l'offrisse a s. Pie-
tro, in segno di sua ubbidienza a Dio. Da
questo dono presero occasione alcuni scrit-
tori di dire, che i Papi successori comin-
ciassero a usare il regno o corona nella
loro coronazione. Di tale opinione fu il
Junio scrivendo De translationc Impe-
r/V, contro il cardinal Bellarmino, per ar-
gomentare maliziosamente, che la digni-
tà dell' impero in Carlo Magno non de-
rivò da s. Leone III, ma bensì da Clodo-
veo I. Il Junio fu egregiamente impugna-
todall'Alemanni, De Parietinis Latera-
nensibus, cap. 1 3, con riflettere che la co-
rona donata da Clodoveo I a s. Pietro fu
appesa all'altare sovrastante il suo sepol-
cro, ove pendevano molte corone reali, e
non mai fu usata da'Papi. Il Magri all'ai-
TRI
liccio Epanoclistus, che significa chiuso
e nascosto dalla parte superiore, dice es-
sere il vocabolo della corona donata da
Clodoveo Las. Pietro. Regnimi de. auro
purissimo Epanoclistum cum catemdis
suis habens in medio Crueem auream.
Alcuni osservarono che il ritratto di s.
Gregorio II fu espresso fregiato colla tia-
ra ornata d'una corona, perchè da lui do-
po il 726 ebbe principio la Sovranità dei
Pontefici 'j ma notai di sopra, che l'im-
mediato suo predecessoreCostantino ven-
ne dipinto colla tiara ornata di corona
nella cronologia de' Papi dipinta nella ba-
silica di s. Paolo. Alcuni col Mabillon, Mu-
sami Italicum, 1. 1, p. 8s*q, pretendono
che lai.3 solenne coronazione de' Papi si
fece a'27 dicembre 795 con s. Leone III,
come si ha da un codice di s. Gallo, ch'e-
gli crede scritto ne'tempi dello stesso Pa-
pa, nel quale si narra l'episcopale suacon-
sagrazione, e poi raccontasi che giunto s.
Leone III a'gradini inferiori della basili-
ca Vaticana: Prior stabuli imponi t in (e-
jus) capite Regnimi, quod ad simili tu-
dinem Cassidis ex albo fit indumento,
ciò che propriamente si spiega per la co-
ronazione. Da questa funzione, che poi
si fece sui medesimi gradini e quindi nel-
la gran loggia della basilica da dove i Pa-
pi benedicono il popolo, cominciò il Can-
cellieri a descrivere la Storia de' solenni
possessi de3 sommi Pontefici detti anti»
camente Processi o Processioni, dopo la
loro coronazione, dalla basilica Vati-
cana alla Laleranense. Trovo nel Vet-
tori, che il regno o tiara usata da'Papi,
viene detto nelle loro vite da Anastasio
Bibliotecario, comechè di sopra coperto,
Regnimi Spanoclistum, ovvero Epano-
disturna specialmente nella vita di s. Leo-
ne III. Papa s. Pasquale I deli' 81 7 nel
riedificare e abbellire la chiesa di s< Ce-
cilia, vi fece rappresentare colla tiara cin-
ta dalla corona la figura di s. Urbano I
che l'avea consagrata, figura riportata dal
Marangoni; laonde egli è questo altro ar-
gomento, che già era iu uso la pontificia
TRI 41
tiara. Nell'827 già erano stabiliti diver-
si riti per l'ordinazione, intronizzazione
e possesso del Papa, lai. 'facendosi nella
basilica di s. Pietro, la 2.a nella Latera-
nense; ma Papa Valentino fu prima in-
tronizzato che consagrato. Dalla vita di
Benedetto HI dell'855 si rileva l'antico
costume di tornare al Laterano dopo la
celebrazione della messa pontificale nella
basilica Vaticana, in cui il Papa era ordi-
nato e consagrato. Tutlavolta Francesco
PagijZfrewVzr. gest.Roni. Pont, in vitaNi-
colai I, crede ch'egli fu ili.°Papa che do-
po la sua Intronizzazione e Consagra-
zione (V.), fu pure coronato colla tiara
pontificia a'24 aprile 858, alla presenza
dell'imperatore Lodovico II, il quale gli
fece l'uffizio di palafreniere, allorché ca-
valcò nel suo possesso. La funzione si ce-
lebrò nella basilica Laleranense, benché
poi s'introdusse l'uso, costantemente ri-
tenuto, d'incoronarsi i Papi nella basilica
Vaticana, e di tornare in processione al
Laterano, ov'era il patriarchio,peI posses-
so. Nelle vite de' precedenti Papi non si
ved ono adoperate altre frasi,che quella di
ordinazione e cons a gr azione, ma per s.
Nicolò I per lai. "volta si nomina espres-
samente l'incoronazione. Coronatur de-
niaue... Haec Coro natio facta est in Ec-
clesia Lateranensi. Osserva il Donanni,
che alcuni furono di parere, che s. Nico-
lò I aggiungesse alla tiara un circolo d'o-
ro, dopoché cessato l'Esarca dì Raven-
na, cominciarono i Papi ad esercitare il
dominiolibero nell'ltalia,echein tal tem-
po fu denominata Regno e Corona la tia-
ra pontificia. Ma la dominazione ponti-
fìcia nell'Esarcato e l'esercizio della sua
Sovranità temporale, é di mollo anterio-
re a s. Nicolò I, come può vedersi negl'in-
dicali articoli. Non voglio però occultare
il dichiarato dal dottissimo cardinal Ga-
rampi. Solevano gli antichi Papi fregiar-
si dell'ornamento del regno o tiara, la qua-
le essendo una corona segno di tempora-
le dominio, ne viene che non si dovesse
lai. 'voi la imporre se non che nel giorno
4* x R i
in cui il nuovo Papa prendeva il posses-
so del Patriarchio Lateranenscj e quin-
di li può congetturare, che prima del se-
colo IX non si trovi memoria di una ta-
le funzione(stam pò l'opera nel i 7 5c), men-
tre il Cancellieri pubblicò la Storia idei
possessi nel 1802), perchè il temporale
dominio non era ancora ben dichiarato e
stabilito. Veramente questo lo era sino da
Adriano 1 del 772, solo i Papi furono im-
pediti nel libero esercizio della Sovrani-
tà e nell'amministrazione delle cose civi-
li qualche volta pel furore delle fazioni
e delle ribellioni. Dal sin qui narrato si
mostra erronea l'asserzione di Lunadoro,
nella Relazione della corte di Roma , il
qualecredeche la 1. 'pontificia coronazio-
ne di cui parla la storia, sia quella di Da-
maso li nel 1048. Benzone vescovo sci-
smatico d' Alba di Monferrato ne' suoi
commentari De rebus Henrici III (cioè
IV), panegirico che leggesi nel Mencke-
nio, Scriptorum rerum Ger manicar uni,
1.1, lib. 7,cap, 2, p. io63, descrive la co-
ronazione di Nicolò II fatta in Roma nel
io5g in un concilio di vescovi per ope-
ra del grande Ildebrando arcidiacono car-
dinale e poi s. Gregorio P II, ch'egli per
dileggio chiama Prandello, che gl'impo-
se in capo una reale corona, nel cerchio
inferiore della quale si leggeva; Corona
Regni de manu Dei, e nell'altro cerchio;
Diadema Imperli de manu Petri. Si at-
tribuisce dunquea Ildebrando l'avere pel'
i.° introdotto nella tiara la 2.a corona, e
formata la tiara di due cerchi; ma i po-
steriori monumenti ci dimostrano la tia-
ra dJuna sola corona sino aBouifacioV 1 li,
11 Gararnpi avverte che il contempora-
neo Benzone era un vescovo scismatico
partigiano d'Enrico IV persecutore della
Chiesa, il quale s'intitolava vescovo d'Al-
ba (leggo nel can. Bima, Cronologia dei
vescovi d' Albaì che nel 1057 fu eletto
Pietro IH Penso ne'tumulti di guerra, e
assistè neh 060 al concilio di Milano); ed
il panegirico fatto da lui a quell'iniquo
principe è uua stomacosa satira contro il
TR I
virtuoso Papa Alessandro II, immediato
successore di Nicolò II, ed Ildebrando car*
dinale sostegno in que'deplorabili tempi
della chiesa romana; panegirico da met-
tersi coli' altra infame satira e piena di
bugie, che abbiamo di Belinone falso car-
dinale e ribelle alla s. Sede, comesi espri-
me il Muratori negli Annali d 'Italia ai-
ranno 1 06 1 . Benzone dunque lasciò scrit-
to, che corrumpens Prandellus roma-
nos multis pecuniis multisque perjuriis
indìxìt synodum , ubi Regali Corona
suum coronavit ìdolum : auod cerne ri"
tes Epìscopi \facti sunt velut mortili. Le-
gebatur enim in inferiori circolo ejus-
dem serti ita: Corona Regni de manu
Dei; in altero vero sic: Diadema Impe-
rii de manu Petri. Dallequali parolesem-
bra ricavarsi, che qualche innovazione fa-
cesse Ildebrando, per di cui cagione i ve-
scovi del sinodo restassero così meravi-
gliali. Non può dirsi che fosse cosa nuo-
va l'incoronare il Papa, pegli esempi an-
teriori riferiti, oltre gli altri che riportai
a'ioro luoghi, e la loro corona appellava-
si assolutamente Regno.Q perciò è da cre-
dersi, che l'innovazione soltanto consi-
stesse in quelle due iscrizioni, che furo-
no poste sulla corona, colle quali dichia-
ravasi risiedere nel Romano Pontefice
tutta la pienezza della podestà sì Regia
che Imperiale. Qualunque però fosse, o
il sentimento d'Ildebrando, che andava
maturando il gran concetto di francare la
Chiesa dall'Impero, o ciò che pretendes-
se di esprimere il barbaro, oscuro e ap-
passionato scrittore Benzone, sarà sem-
pre vero ciò che assai opportunamente
a questo proposito osservò il p. Mansi :
Hi ne discimus duplicis Circuii in Coro-
na pontificia ornamentimi multo vetu-
stius esse , {piani liucusque ab erudids
ereditimi sii. Tanto si legge udì' Animaci-
vers. in Annal, Baronii, t. 17, p. 355.
La più antica descrizione circostanziata
che abbiamo delle ceremooie, ohe comin-
ciarono a introdursi nell'Elezione, Con-
sagruzionci Coronazione del Papa fi del
T II 1
suo ritorno al Laterano pel Possesso, è
quella riferita da Cancellieri di Pasqua-
le 11 del 1099. Fra le altre cose, da ine
narrate altrove, si dice che dopo d'esse-
re stato acclamato Papa: Pascalem Pa-
paia s. Petrus elegit, nella chiesa di s.
Clemente a' 1 3 agosto. Ilis aliisque lati-
elibus solemnìler peractis9chlamydecoc-
ci ne a induci tur a Patribus, et Tiara ca-
piti ejus imposita,comitanle turba euni
cantico, Lateranum veclus a cavallo, dal
quale disceso fu collocato nella Sedia dei
Papi (F.) e poi nelle altre sedie, e falle
quelle belle ceremonie , che in tale e in
altri articoli descrissi. Nel dì seguente fu
poi consagralo, ricevè il Pallio e fu co-
ronato nella basilica Vaticana, da cui pas-
sò processiona (mente alla Lateranense,
Anche per Pasquale II seguì prima l'in-
tronizzazione nel Laterano, forse per la
vicinanza della chiesa ove fu eletto, e per-
chè non tornasse a fuggire e nasconder-
si. Nella funzione ordinaria, tale introniz-
zazione seguiva dopo la consagrazione,
intronizzazione sulla Cattedra di s, Pie-
tro, e coronazione che facevasi nella ba-
silica Vaticana. Ne'posteriori monumen-
ti sempre la tiara pontificia viene chia-
mata Regnimi seu Mitra turbinata cani
Corona e colla quale erano i Papi secun-
duin solituin Ecclesiae moretn , Regno
de more insigni tis, et solemniter corona-
ti ; persino negli alti della coronazione
d' Alessandro III, fatta a'20 settembre
1 1 59 nella terra di Ninfa, a cagione del-
lo scisma dell'antipapa Vittore V, come
si ha diigli atti di tal solenne funzione
presso il Baronio, e dall'enciclica all'epi-
scopato d'Alessandro 111 medesimo. Tre
mitre diverse usavano da lungo tempo i
Papi perle loro solennità, come raccoglie-
si dal Ceremoniale Romano, pubblicato
per ordine di Gregorio X del 1271, presso
il Mabillon, Museuni Ilalicum, \.i,Ord.
Rom. XIII, p. 111; g dall' Ordine Pio-
mano, composto dal cardinal Giacomo
Gaetano Slefaneschi, presso il medesimo
Mubillou, Ord. Rom, XIF9 p. 243. E-
TR I
43
rano le 3 mitre, una bianca tutta liscia,
l'altra ricamala a oro, ma senza cerchio
nella parte inferiore, e la 3.a pure ricama-
ta con cerchio d'oro, ossia la tiara. Quan-
do si usavano le 3 mitre papali, lo dissi
a Mitra ove meglio ne parlai. Il cardinal
Pietro d' Ayllj, uno de'più dotti vescovi
che assisterono a'famosi sinodi di Pisa e
di Costanza, ragguagliando la pompa,con
cui fu coronato s. Celestino V umilissimo
di Sulmona(V.) nel 1294 in Aquila, co-
sì dice. Hos quippe magnifLcos appara-
tus sive in equis, sive investibus,aut a-
liis exterìoribus ornamentis, quos pie-?
rique pompas vocant, a tempore b. Sil-
vestri I Papae sancii Patres non solimi
stimmi Pontifices, sed e t alii minore s Et
piscopi non ad suam, sed ad Christi, et
Ecclesiae ejus gloriarli extollendam in*
troduxisse credendi suntj quos exterius
cum temperantiae moderami ne obser-
vare, interim tamen servata humilita^
te, non est vanitatis aut vidi, sed est wr»
tutisac meriti. Il santo a somiglianza del
praticato da Cristo, che celebriamo nella
domenica delle Palme, era entrato in A-
quila sopra un asino, che addestravano
Carlo li re di Sicilia e il suo figlio Car-
lo Martello re d' Ungheria, e non An^
drea III come vuole Novaes. Non mani-
carono biasimi a tanta profonda umiltà,
poiché uomini santissimi, per conservare
la maestà deIlaChiesa,tollerarono la pom-
pa reale. Pure, che il praticato da s. Ce-
lestino V non fu d'ingiuria alla Chiesa,
ma con onore, lo mostrò Dio con mira-
colo. Poiché smontato il Papa dall'asino,
un uomo vi pose sopra il figlio zoppo
d' ambo i piedi e subito restò perfetta-
mente sano. Indi si fece coronare solen-
nemente nella chiesa suburbana, e colla
corona in capo, frigium gemnds, auro-
que curuscum , sopra un bianco cavallo
rientrò in Aquila, fra gli applausi di 200
e più mila persone, ch'eranvi accorse al-
lo straordinario spettacolo, per vedere il
i.° e più grande personaggio del mondo,
quello che poco prima era un semplice e
44 TRI
umile romito. Insorto malcontento tra i
cìii cimali, s. Celestino V sospirando la so-
litudine e la contemplazione delle cose
celesti, nel concistoro pubblico di Napoli
a'i 3 dicembre fece la Rinunzia del Pon-
tificato (ì .); e spogliatosi delle pontifì-
cie insegne, comparve vestito d'un abito
irsuto e arricciato, movendo a molto pian-
to i cardinali, da lui scongiurali a proce-
dere senza indugio all'elezione del succes-
sore, die secondo la sua predizione fu il
cardinal Gaetani d'Anagni. Preso questi
il nome di Bonifacio I III, siccome gran
legista e deeretalista, gran zelatore e con-
servatore della Chiesa, fece di tutto per
difenderla e per sostenere la dignità pa-
pale die voleasi conculcare dall'orgoglio-
so Filippo IV il Bello redi Francia; on-
de \\t\YAiino santo i3oo si fece vedere
per Roma colle divise pontificali e impe-
riali, con questo molto: Ecce duo Gladii.
Il Vettori ragionando della tiara ponti-
ficia e della 2.'1 corona ad essa aggiunta
dopo ili3oo circa, essendo prima orna-
ta d'una sola, come apertamente dimo-
stra il Rituale di Benedetto canonico del-
la basilica Vaticana neh i3o, chiaman-
dosi la tiara usata da Innocenzo 11 eletto
in detto anno (e non Innocenzo IV co-
me dice Vettori), dall'abbate Suggero nel
descriverne la coronazione , presso Du-
chesne, Script. Frane, t. 4,p. 3 1 8: Phry-
gium ornamentimi imperiale instar ga-
leae)circulo aureo concinnatimi. Perciò"
Bonifacio Vili nel 1294 dopo avel' pub-
blicalo la celebre bolla V nani sane tara ,
riguardando forse i diademi descritti nel
cap. 1 9 de\V Apocalisse, aggiunse alla tia-
ra o regno pontifìcio la 2/ corona, come
prova lo Spoudano sull'autorità dell'A-
lemanni, che confermarono altri scritto-
ri. Aggiunge il Vettori, che quantunque
Bonifacio Vili avesse ordinato fin dal
j 294 le due corone nel regno o tiara pa-
pale, nondimeno da'monumenti ricorda-
ti superiormente chiaramente apparisce,
che non sempre se ne servì, ma solamene
te uegli ultimi uuni di sua vita, cioè do-
TRI
pò il i3oo, nel quale celebrò in Roma il
Giubileo universale, poiché l'antica pit-
tura fatta in esso da Ci ma bue, o meglio
Tommaso detto dottino, come vuole Va-
sari, ed esistente nella basilica Lateranen-
, se fa vedere la tiara con una corona sola.
Conviene che io rilevi un anacronismo
di Vettori. Egli dice , che aggiunse alla
tiara la a." corona nel 1294, dopo aver
pubblicato la bolla Unam sanctam; ma
come in tanti luoghi riportai , Bonifacio
Vili fu dello in Napoli a' 24 dicembre
1294, e ne partì a' 2 gennaio per Roma
ove fu consagrato, e coronato dal cardi-
nal Matteo Rosso Orsini 1. "diacono a' 16
gennaio e altri dicono a*23, colla pompa
non mai veduta per faddietro, ecolla tia-
ra in capo passò dal Vaticano alla basi-
lica Lateranetise pel solenne possesso, ad-
destrando a piedi la chiiiea che cavalca-
va, i re di Sicilia ed'Ungheria, i quali poi
loservironoa^AYmso colla corona intesta.
Dunque nel 1 294 Bonifacio Vili non ema-
nò la bolla Unam sanctam, la quale ben-
sì per bene stabilire l'autorità apostolica
che i malvagi consiglieri di Francia si stu-
diavano di deprimere, decretò neh3o2
nel sinodo romano che riportai nel voi.
LIX, p.g8,in cui spiegando il potere del-
la spada spirituale e della temporale, de-
cretò la podestà de're soggetta al Papa;
inoltre dichiarando, che non poteva dirsi
senza colpa d'eresia, che i cristiani tutti
nou sieno soggetti al Papa. 11 Garam-
pi osserva che la più distinta descrizio-
ne della tiara pontificale, come la trovò
Bonifacio Vili, è l'inventario da lui or-
dinato del palazzo apostolico nel 1295,
nel quale si legge. Rcgnum sive Corona^
in qua sunt 48 balasci, in quibus sunt
aliqui rubini, et 72 zaffiri) et ^5 inter
praxiiiy et smaragdos, non computalis
parvis smaragdis et balassisjet 66per-
lae grossae. In summitate autem habet
unum rubinum gr ossimi. In inferiori au-
tem par te m habet unum Circulum cum
esmaltis. Caudas vero habet nigras cum
8 esmaltis prò qualibet. Ponderi? 12.
T È I
marcharum et 5 unciariim.Taìe era dun-
que il Regno, che Bonifacio Vili trovò
nel tesoro pontificio, allorché fu assunto
al pontificato, e tale anche l'usò per pa-
recchi anni, come vedesi in varie sue im-
magini , e di già descritte. Osservarono
per altro l'Alemanni, il Ciacconio e mo I-
ti altri scrittori, che il medesimo Bonifa-
cio "Vili fu ili.°ad accrescere alla sua tia-
ra o regno la 2.a corona, e in fatti alcu-
ne delle descritle sculture che lo rappre-
sentano, hanno la tiara fregiata da dop-
pia corona. Nota il Papehrochio, in Co-
natii, che Bonifacio Vili fu il i.° ad ac-
crescere la tiara o regno della i.* corona:
exprimi volens utriusa ite Regni Corpo-
ralis, et Spiritualis prerogativam Pon-
tifici competentem. Frattanto per le tra-
me de' Colonna e del re di Francia, Bo-
nifacio Vili credendosi poco sicuro in Ro-
ma, si ritirò nel i3o 3 in Anagni sua pa-
tria; ma dopo la congiura ordita a l'A-
ringo a Pietrarea o Pietra del malo con-
siglio, vicino ad Anagni, di cui parlai an-
che nel voi. XXVII, p. 273, cioè in una
selva del territorio di Ceccano, chiama-
ta la macchia del Fai lo (nel secolo pas-
sato afflitti più volle i ceccanesi da gra-
vissime angustie per vedersi nel meglio
involata la raccolta dalla furia delle tem-
peste, temerono che fosse castigo divino
per le scomuniche incorse da'loro ante*
nati pe'gravissimi insulti fatti a Bonifacio
Vili da alcuni congiurali di loro fami-
glie, per cui invocarono e ottennero da Be-
nedetto XIV l'assoluzione dalle censure
incorse dagli an lenati, e per loro l'aposto-
lica benedizione. Piacque al Signore tan-
ta fede,e i ceccanesi in appresso si videro li-
beri da quel grave e continuato flagello),
Giacomo Sciarra Colonna irreconciliabi-
le BcmieodelPapa, e Negare t perfido con-
sigliere del re, avendo col denaro subor-
nato un buon numero di signori della pro-
vincia di Frosinone o Campagna, entra-
rono nella città a'7 settembre in nume-
ro di 3 00 cavalieri con molta fanteria, e
spiegate le insegne del re di Francia, co-
T 1 I 45
m i n ci a ro n 0 a g r i d a r e : Blu 0 ia il Papa Bo -
nifacio}e Viva il re di Francia. Non fu
loro difficile d'impadronirsi della città, e
in quella sorpresa il popolo,sempre aman-
te della novità, si unì loro, e tutt' insie-
me si portarono a sforzare il palazzo, ov'e-
ra il Cristo del Signore, e mettere su di
esso le loro sacrileghe mani. La famiglia
del Papa resistè a questo moto empio e
violento fino al dopo pranzo. Finalmen-
te la gente armata penetrò nel palazzo.
Quando Bonifacio Vili intese che le por-
te eronostateguadagnate,sidisposea mo-
rire da uomo forte. Vestitosi degli abiti
pontifìcii, postasi la tiara in capo, presa
con una mano la croce ecoll'allra lecita-
vi della Chiesa incrociate, si collocò nella
sua sede aspettando i nemici. Nogaret e
Sciarra Colonna ebbero la temerità di
presentarglisi. III. "non altro gli disse se
non che dovea condurlo a Lione, acciò
ivi in un concilio generale rispondesse al-
l'accuse che si producevano contro di lui.
Sciarra vomitò varie ingiurie contro di
lui e pretese d'indurlo a rinunziare. In-
tanto si diede il sacco a) palazzo, e ne fu-
rono derubate tutte le ricchezze. Per mi-
rabile singoiar provvidenza di Dio in fa-
vore del supremo Capo visibile della Chie-
sa, compresi gli empi congiurali di cecità,
si limitarono di lasciare il Papa com'era
vestito, prigione nel suo appartamento
con rispettosa guardia, senza trasportar-
lo altrove, mentre egli non prese in tal
tempo ne cibo, ne sonno. Calmati gli spi-
nti degli anagni ni, rientrati in se stessi e
conosciuto il loro grave fallo, alla voce
del cardinal Luca Fieschi, presero le ar-
mi, fugarono i congiurati e liberarono Bo-
nifacio Vili. Sciarra con maniere dimes-
se inutilmente gli domandò l'assoluzione
dalle censure. Bonifacio Vili tornato in
Roma(T .) sommamente afflitto, vi morì
l'i 1 ottobre. Dopo il brevissimo pontifica-
to del successole Benedetto XI, per l'in-
fluenza del re Filippo IV fu eletto Papa
Clemente V (T7'.), che per compiacerlo
fissò la residenza in Francia, e si stabili
4G TRI
poi in Avignone (/"•)• Chiamali i cardi-
nali a Lione (fy.)i a' i/\. novembre vi si
fece coronare nella chiesa di s. Giusto, al-
la presenza ilei ree fa cardinali, dal car-
dinal Napoleone Orsini i ."diacono, colla
corona papale, die con gran pompa gii
recò da Roma il cardinal Teodorico Ra-
nieri, come Camerlengo di s. Chiesa. Il
Chiaramonti , Hist. Cernute, lib. 2, p.
445» narra: Annoi3o5 in festo b. Mi-
cline lis, Camerarius D. Papae cum co-
mitiva maxima transivit per Cesenam
deferentc sei uni Coronam, qua coronari
(ìehebat idemClemens; et quasi tota. Cu-
Ha, exceptis quìbusdam Cardinalibus,
cum maximo sudore ivit in F ranci ani.
Dappoiché imporla che io qui rilevi, che
già la custodia delle sagre suppellettili
pontificie era stata riservata al Sagrista
del Papa(F.)y tranne la Tiara e il Che-
rubino, che restarono in custodia del Te-
soriere generale, presiedendo alla con-
servazione di tutto quello che formava il
tesoro della chiesa romana, l'antico Vt--
stii/rio.Cosn fosse il Cherubino, fovseFla-
bellote$e la tiara la custodiva il tesoriere,
generale)ox\evo il cubiculario della Fa-
miglia pontificia (F.), custode del le gioie
e cose preziose, tesoriere domestico e se-
greto, si può vedere il voi. LXXIV, p.
270 e 271. Dopo la coronazione, volen-
do il Papa con isplendida cavalcata di
principi e baroni, olire i cardinali e pre-
lati, passare ad altra chiesa, per prender-
vi il possesso in luogo e che facesse le ve-
ci della basilica Lateranense, come avea
praticato s. Celestino V, la funzione re-
stò funestata da deplorabili sciagure di
molti feriti e morti, per la caduta d' un
muro. Il Papa ancora cadde da cavallo e
andò per terra la tiara, dalla quale si slac-
cò un rubino valutato 6000 fiorini d'o-
ro, che non più fu trovoto; e l'avvenuto
fu preso per presagio infausto e si veri-
ficò, come narra Bernardo di Guido in
Chron. Boni. Pont. Lo racconta ancora
l'autore della vita di Clemente V, Gio-
vanni canonico di s. Vittore di Parigi,
TR I
presso il Muratori, Script, rer. Italie.
t. 3, p. 442, Cuj'us la pi de s equum die ti
C/ementis Papae percusserunt talitei\
quod equus suus in terram cecidit , et
Thiara seti Corona de capite suo, in qua
crai unus carbunculus valde prctiosus,
et ad sex millia florenorum communi-
ter acstimalus, cujus botus, ut dici tur,
postea non fuit in. terra inventus. La
Chiesa lungamente pianse la strana riso-
luzione di Clemente V, per le sue fatali
conseguenze; le principali furono Roma
propria e vera sede del Papa abbandona-
ta; essa e V ftalìa in preda alle fazioni; il
grande Scisma d' occidente; la celebra-
zione de'famosi Sinodi di Pisa e di Co-
stanza, non che del conciliabolo di Basi-
lea, da cui derivò l'ultimo antipapa Fe-
lice V di Savoia. In un inventario fatto
in Avignone neh 3 i4 pfirla morte di Cle-
mente V, di cui 3 uniformi originali si
conservano nell'archivio Vaticano, si an-
novera un regno 0 tiara, che espressamen-
te dicesi di 3 corone o cerchi: Iteni Co-
ronarli, quae vocatur Regnimi, ami tri-
bus Circulis aureis, et multis lapidibus
pretiosis. Deficit rubinus pretiosissimus,
qui consueti t esse in stimmi tate, et per-
la alia. Mancava il rubino , per essersi
perduto nella fatale caduta in Lione. Al-
tri lo chiamano carbonchio, ch'è sinoni-
mo del rubino quando è più acceso; del
resto è noto, che oltre i brillanti, la impie-
tra preziosa è il rubino, indi lo smeraldo,
il zaffiro, l'opale, ec. In questa città fu elet-
to il successore Giovanni XXII neh 3 16,
ed ivi fu coronato dal cardinal Orsini che
quah.° dell' ordine de' diaconi avea pu-
re messo la tiara in capo a' predecessori
Benedetto XI e Clemente V. Dissi già
che nel suo sepolcro esistente nel duo-
mo d'Avignone vedesi la statua colla tia-
ra in capo, che oltre alla corona inferio-
re, ne ha un' altra quasi doppia più in
alto. Giovanni XXII fu ih. °a battere il
fiorino d'oro ad uso di quello di Firen-
ze neh 32?., colla stessa figura del giglio
da una parie e di s. Gio. Battista dali'ul-
T II I
tra, come praticavano i fiorentini; se non
che da un lato in vece di Florentia, vi
fece scrivere Sant. Petru.t e dal l'altro in
vece del segno o conlromarchio de' zec-
chieri, v* impresse una piccola nulra o
piuttosto tiara a due corone. Ne riporta
il disegno il Vettori, Il fiorino d'oro il-
lustrato, nel prezioso museo del quale il
Garampi riscontrò tali fiorini colla chia-
ra e distinta figura delle due corone sul-
la tiara. Neh 334 worì Giovanni XXII,
e gli successe il beato Benedetto XII in
Avignone, ove nella chiesa de'domenica-
ni lo coronò il suddetto cardinal Orsini,
al quale lJapa propriamente si attribui-
sce l'aggiunta della 3. a corona alla tiara,
che perciò prese il nome di triregno, e col
quale si vede coronala la sua statua se-
polcrale in Avignone. Il Vettori rigettan-
do le testimonianze dell' Enschenio, del
Papebrochio, dell'Alemanni, del Vitto-
relli, che attribuirono a Urbano V l'ag-
giunta 3.a corona alla tiara, e confutan-
do il roaggiorabbagliodiMontfaucon,che
attribuì la 2.' corona a Nicolò IV e la 3."
a Bonifacio Vili, dichiara che da Bene-
detto XII s'incominciò ad usare la tiara
o regno con 3 corone, il quale venne de-
nominato Triregno, dopo avere per un
tempo osato la tiara con due corone, per
le ragioni che adduce, e per quanto al-
tro più sopra notai. Il Marangoni poi pre-
tese attribuire l'aggiunta della 1* coro-
na a Clemente V, ed a Bonifacio IX del
i38g la 3.a II Bonanni tratta della que-
stione sull'accrescimento del le corone del-
la tiara, e dice che alcuni attribuirono a
Bonifacio Vili l'aggiunta 3.a corona. che
altri assegnano o a Benedetto X 1 1 o a Ur-
bano V. Nel i34^ a Benedetto XII suc-
cesse in Avignone Clemente VI , che fu
coronato nella chiesa de'dornenicani, col-
la massima solennità e intervento di prin-
cipi: itaque sicut in Aposlolos singulos
in illa die prout lingua ignis apparuit,
sic hunc summum Pontifìcem per car-
bunculum lapidati pretiosum, lucentem
ignis ad instargli Tiaraet scu Diadema-
T R I 47
tis culmine posi lum de scendi sse, seu ap-
partasse monstrafur. Leggo nel G aram-
pi, chenellemonete di Clemente VI, giu-
sta il disegno pubblicato dal Fioravanti,
Antiqui denari Ro/n. Pont. p. 64, si ve-
de rappresentata sulla tiara una triplice
corona; la quale ancor si vede in quelle
d'Innocenzo VI che neh 352 gli succes-
se. Il Papebrochio, Propylaeo ad Ada
ss. Maj'i, p. 4 1 6, riprodusse il disegno del
sepolcro di Cleoìente VI, nel quale il suo
triregno è con 3 corone. Lo stesso Pape-
brochio pubblicò il disegno del monu-
mento sepolcrale d'Innocenzo VI a p-4' 7>
la cui statua è egualmente colla tiara cir-
condata da 3 corone. Morto questo Pa-
pa neh 362, gli fu sostituito Urbano V,
al quale comunemente fu attribuita l'in-
venzione delle 3 corone sulla tiara , ma
pel fin qui riferito non pare affatto. In ap-
presso poi l' uso delle 3 corone Irovossi
già tanto introdotto, che Urbano V nel
fare i summenlovati preziosissimi busti
per le teste de'ss. Pietro e Paolo, rappre-
sentò ih.°col vero triregno. Del resto non
»i deve tener conto de' Ritratti de' Papi,
che fiorirono innanzi all'introduzione del-
la triplice corona, se sono rappresentali
col triregno, e con questo viene sovrasta-
to il loro stemma, come nel Ciacconio,/7/-
tae Ponti ficum , nel Bullarium Ro/na-
num , e in altre simili opere. Posterior-
mente furono eretti monumenti ed ese-
gnile pitture, in cui gli artisti capriccio-
samente attribuirono il triregno a Papi
ed a stemmi cui non competeva. Di-
ce il Garampi, essere necessario avverti-
re, che sebbene nelle stampe divulgate si
veda il monumento sepolcrale del bealo
Gregorio Xcol triregno, fu assicurato che
realmente non ha che una sola corona; uè
doversi far conto delle medaglie de'Papi
del XIN e del XIV secolo, pubblicate con
disegni dal Ciacconio, e riferite anche dal
Papebrochio, perchè tulle di moderna
fattura, come si prova colle medaglie di
Bonifacio Vili e di Clemente VI , allu-
si ve al giubileo,le quali hanno impressa la
4$ t n i
Porta santa(F.), la quale solo dal i 5oo si
cominciò ad aprire, anzi Clemente V I es-
sendo in Avignone non poteva farne la fun-
zione in Uonia.se ne fosse già stato comin-
ciato il rito; né della statua di Bonifacio
"Vili, eretta da' bolognesi nelle mura e-
sleriori del palazzo pubblico, nella qua-
le furono aggiunte le 3 corone, non me-
no che l'iscrizione, in tempi assai poste-
riori; ne finalmente del monumento se-
polcrale d' Urbano III, che esiste nella
chiesa di Ferrara, erettogli neli3o5, nel
quale sebbene vedasi effigiato il triregno
colle chiavi, tale ornamento vi fu aggiun-
tone! 1 460, cosa non avvertita né dal Pa-
pebrochio, né da altri scrittori delie vi-
te de'Papi.
Gregorio XI ebbe la gloria di resti-
tuire a Roma stabilmente la pontificia re-
sidenza nel 1 377, precaria essendo stata
quella del predecessore Urbano V, seb-
bene avesse considerato la dignità papale
come esiliata al di là de' monti, mentr'e-
ra in Avignone, per cui nonavea voluto
cavalcare dopo la funzione della corona-
zione. Morto Gregorio XI nel 1378, ca-
nonicamenteglifu dato in successore Ur-
bano VI, che fu coronato e poi con so-
lenne processione passò al Laterano, col
triregno in capo e su cavallo bianco. Es-
sendo quasi tutti i cardinali francesi, do-
po pochi mesi sospirando le delizie di Pro-
venza e malcontenti d' Urbano VI per-
chè con eccessivo zelo severamente ne co-
minciava a correggere i costumi, e per-'
che voleva che chi era vescovo tornasse
alla propria residenza, sul fine di giugno
irritati si ritirarono uno dopo l'altro in
Allagai, col pretesto de' calori estivi e
previa licenza, con Pietro Gros arcivesco-
vo d' Ai les e camerlengo di s. Chiesa
(poi anticardinale, e perciò parlai di lui
ne' voi. Ili, p. 212, VII, p. 75), ma questi
seuza permesso, e qual custode del trire-
gno e degli altri ornamenti della cappella
papale, li portò seco. Avanti di lui i car-
dinali ribelli iniquamente protestarono
dell'invalidità dell' elezione, onde il ca-
TRI
merlengo audacemente citò Urbano IV
come fosse antipapa,e lo deposero del pon-
tificato; quindi passando in Fondi a'20
settembre elessero antipapa Clemente
V 11 de'eonti di Ginevra (onde ne ripar-
lai a Svizzera), e col triregno lo corona-
rono nella cattedrale. L'antipapa co'car-
dinali si portò in Avignone, e vi stabilì
una cattedra di pestilenza, dando prin-
cipio al grande scisma d'occidente. Ur-
bano VI dopo un burrascoso pontificato
morì in Roma nel i38(), e nel Vaticano
gli fu data sepoltura. Il Ci acconto ripor-
ta il disegno del monumento che gli fu
eretto, dove è rimarchevole che nel co-
perchio del sepolcro si vede la sua figura
giacente colla tiara ornata d'una sola co-
rona, mentre nel davanti dell'urna vi so-
no due sue armi sovrastate dal triregno
e dalle chiavi, e nel mezzo Cristo che gli
dà le chiavi, ricevendole il Papa genu-
flesso col piviale e col triregno sul capo.
Di più nelle basi delle due colonne vi è
il simbolo d'Urbano VI, formato da una
colomba con triregno sopra e l'epigrafe :
In imitate Deus esU M' istruisce però il
Gara m pi, che il detto coperchio ov'è la
figura del Papa colla tiara d'una soia co-
rona, non crede affatto che gli apparten-
ga, perchè mezzo palmo più lungo del-
l' urna, e perchè la llsonomia del volto
della statua giacente è totalmente diver-
sa da quella del bassorilievo nella faccia
dell'urna col triregno; e questa deve dir-
si sicuramente il ritratto d' Urbano VI,
sì per l'iscrizione che vi è, sì per l'aquila
ch'era il suo stemma gentilizio. L'anti-
papa Clemente VII morì neli3c)4 in A-
vignone, e gli successe nell'antipapato Be-
nedetto XIII ,che fu coronato in tal città,
cavalcando per essa con pompa e il trire-
gno in capo. Clemente VII con esso fu
rappresentato uel suo sepolcro, al modo
già detto, anzi sembra col camauro sotto
il triregno. Osservai nella serie delle me-
daglie pontificie, che molti Papi usarono
il camauro sotto il triregno per cuoprire
le orecchie. Egli fu profusissirao iti ina-
TRI
gni fiche spese, e per mantenere il suo par-
tilo scismatico, mule vuoisi che si ridu-
cesse in tal bisogno, sino ad essere co-
stretto a dar in pegno per una somma di
denaro al cav. de Heredia, il triregno, la
mitra preziosa, e tutta la sagra e ricca
suppellettile papale, in guisa che non a-
vrebbe potuto coronarsi il successore,seil
cavaliere non avesse somministrato quam
to ero necessario alla funzione. Sostenen-
dosi dal falso Benedetto X 1 1 1 lo scisma, e
non volendo ne lui, né il legittimo Papa
Gregorio XII (auch'egii coronato iti ca-
po alle scale di s. Pietro com'era costu-
me) rinunziare per terminarlo, nel sino-
do di Pisa furono ambedue deposti e in
vece eletto Alessandro Vy che poco do-
po venendo successo da Giovanni XXIII \
l'unità de'fedeli si trovò divisa fra tre che
si trattavano da Papi. Finalmente per e-
slinguere sì pernicioso scisma fu convo-
cato il concilio di Costanza, pel qualeGre-
gorio XI 1 eroicamente nel 1 4 1 5 in Rimi*
ni adunato il concistoro, vestilo dell'in-
segne papali e col triregno in capo, con-
fermò solennemente la rinunzia del pon-
tificato, che pel suo procuratore avea fat-
to in Costanza, spogliandosi delle dette
insegne e deponendo il triregno, vesten-
dosi dell'abito cardinalizio, per averlo il
concilio creato cardinale e legato della
Marca. Recatosi a Recanati sua sede, jri
inori di cordoglio neli4»7, e fu sepolto
nella cattedrale cogli abili pontificali, co-
me leggo nel Qui ri ni, Tiara et Pur pu-
ra veneta p. 3. Nel concilio vi fu deposto
Giovanni XXI ll,cbe da Costanza era fug-
gilo nella Svizzera } onde fu tolta dalle sue
stanze di Raloyall nel cantone di Turgo*
via la Croce pontificale, e gli si ritirò VA'
nello pisea torio o Sigillo poti tificio, spo-
gliandosi egli del Manto pontificale{V ).
L'antipapa Benedetto XIII fu deposto e
scomunicato per la sua ostinazione,dichia-
ratoinfrattore pertinace dell'articolo di fe-
de U nani sane tamEeelesiam. Indi l'i i
novembre 1417 in Costanza venne eletlo
sommoPonlefice filar tino V, che fu coro-
VOL. LXXXI.
TR l
49
nato nella cattedrale solennemente,da do-
ve con maestosa cavalcala e pompa trion-
fale, col triregno in capo si recò per la
città sino alla chiesa di s. Agostino. i»ij-
catosi poi a Firenze, l'exGiovanni XXI il
foggi dalla prigione e corse a buttarsi a'
piedi di Martino V,che lo creò cardinale;
ma dopo 6 mesi, uou senza gloria più <hd
ceduto che del goduto pontificato, vi la-
sciò l'umana spoglia. Deposto nella chie-
sa di s. Giovanni coll'iscrizione: Ili e re-
quie'scit corpus Balthassaris Cossa an-
tea Papae Johannis XXI li; tali paro-
le Martino V voleva che si togliessero, ma
non fu ubbidito. L'antipapa che da Per-
pigliano erasi ritiralo presso Tortosa a
Paniscola (V.), quivi morì nello scisma
nel i424 c',ca) ordinando a 'suoi due su-
perstiti anticardinali di procedere all'e-
lezione del successore, che a* io giugno
i4*25 nominarono l' antipapa Clemente.
Vili) il quale fu coronato a'i 7. Martino
V ne procurò la rinunzia, per estinguere
le reliquie dello scisma, a mezzo del lega-
to cardinal de Foix,e la ottenne a'26 lu-
glio, ovvero a' i4 o 1 6 agosto 1429 solen-
nemente nel palazzo del maestro dell'or-
dine militare di Monlesa, presso s. Matteo,
terra contigua a Paniscola. Vestito del-
l'insegne pontificie, si assise tra due an-
licardinali nella sedia papale col triregno
in capo, creò anlicardinale FrancescoRo-
vera; ciò fatto si spogliò del triregno q
delle vesti papali, ad alta voce abdicò al
mal fondalo papato, e riconobbe Marti-
no V, il quale lo fece vescovo di Maior-
ca. Narra il Bonanni, citando il Vasari,
cheMartino V fece fare da Lorenzo Ghi-
berti insigne artefice (scultore, pittore e
orefice), un triregno d'oro, il di cui peso
fu di 1 5 libbre, oltre libbre 5 e mezza di
perle, del valore di 3 0,000 scudi. Riscon-
trato il Vasari, trovo invece che Giober-
ti fece a Martino V un bottone d'oro o
Formale (V.) pel piviale, con figure ton-
de di rilievo, e fra esse gioie di grandissi-
mo prezzo, lavoro molto eccellente. E co-
sì una mitra meravigliosissima di foglia-
4
5o TRI
mi d'oro traforati, e fra essi molle figure
piccole tulle tonde, che furono tenute bel-
lissime; e ne acquistò, oltre maggiore ri-
nomanza, grande ni ile dalla liberalità del
Papa, 11 Bonanni rifletta con Paschale.
Traci, de coroni* Kb. 7,cap. 5y,che ciò
non deve stimarsi pompa inutile e super-
flua nel Papa, ma cosa ragionevole, men-
tre che liegnum (liristi, auòda Ponti-
/icc guBernatur in tetris Vicaria potè*
state, superemineat omnia regna. E se
nell'antico sacerdozio volle Dio che ap-
parisse la maestà, con prescrivergli la mi-
tra ornata d'oro e di gioie, molto più con-
viene al Pontefice romano Vicario di Dio
in terra. Il Bulengero lodando la mode-
stia di s. Silvestro I nel ricusare la coro-
na offertagli da Costantino I, la quale co-
munemente è riferito che fosse d'oro e
ornala di gioie, prudentemente aggiunse
nel cap. 4» de / esiis sacris, che jure o-
blatam potuti acciperet cum legitìme
s urn ini Dei Pontifici justius, quampro-
phanis Sacerdotibus debere tur, Sacer-
dote s enim ethnieorum corona aurea a-
sus fuisse historiac perhibent. Afferma
Ateneo, che i sacerdoti d'Ercole furono
coronati, corona laurea ex auro; e di
Giulio Cesare si sa, che per essere Ponte-
fice massimo sibi corona m auream sum-
psit, et diadema, cum Antoiàus adfer-
ret repudiavit, essendo allora il diade-
ma una fascia di lino,con cui si cingeva il
capo. Che però conelude lo stesso Bulen-,
gero: Et vwo quis ade.o sit iniquus re-
rum aestima tor,ut honorem quiDeorum
manium Sacerdotibus tributile sit veri
Dei stimmi Sacerdoti tribuendum ne-
get? Frattanto Martino V in conseguen-
za del convenuto a Costanza fece convo»-
care a Basilea nella Svizzera un altro
concilio, il quale sotto il di lui sticcesso-
re Eugenio IV divenne conciliabolo, enei
1439 elesse antipapa Felice P già duca
di Savoia (T/.)ì onde colla sua potenza
sostenesse tale falsa dignità e con essa lo
scisma, il quale neh 44° fu dal cardinal
Lodovico Alemand arcivescovo d'Arles
TRI
>vo e cr
regno valutato dal Piccolomini, poi Pio
11, Epist, ad Joan. de Segov.y 3o,ooo
scudi d'oro, per le preziose gemme di cui
era doviziosamente fornito. Eugenio VV
avendo opposto allo scisma di Basilea il
concilio generale di Ferrara, questo tra-
sferì poi a Firenze, ove avendo veduto le
opere del Ghiberti, gli fece fare una mi-
tra d'oro dii 5 libbre con perle del peso
di libbre 5 e mezza, le quali gioie in essa
legale furono stimate 3o,ooo ducali d'o-
ro. Dice Vasari, ch'era n vi 6 perle, come
nocciuole avellane, il tutto di superbo e
mai veduto disegno, colle più belle biz-
zarrie di legami nelle gioie e nella varie-
tà di molti putti e figure che servivano
a molli vari e graziosi ornamenti; della
quale opera l'artefice ricevè, oltre il pa-
gamento, grazie e fa voti dal Papa. Se que-
sta mitra o altra, o il triregno, Eugenio
I V impegnò a'fìorentini per 40,000 scu-
di, non saprei stabilirlo; certo è che l'ero-
gazione di tal somma il zelante Papa l'im-
piegò per compensare a' viaggi de' greci
da lui invitati al concilio, per l'unione di
loro chiesa colla latina. Il legalo cardinal
de Foix dopo 1' abdicazione del pseudo
Clemente Vili, ricuperò il triregno che
usarono i 7 Papi che risiederono in Avi-
gnone e gli antipapi che ne profanarono
la sede, insieme al regno di S.Silvestro I
ornato di 3 corone d'oro una sopra l'al-
tra, varie insigni reliquie, fra le quali par-
te della vera Croce, ricchi paramenti pa-
pali e un gran numero di registri pon-
tificii degli antichi privilegi della chiesa
romana, e gl'istrumenti dell'i nfeudazio-
ni delle due Sicilie, il tutto trasportato
da Benedetto XIII in Paniscola, e dal car-
dinale inviato a Roma come ricordai ne'
voi. II, p. 2 1 i, III, p. 237. UNovaes dice
che il triregno usato da'Papi in Avigno-
ne, riportato in Roma, fu mandato da
Eugenio IV alla basilica Lateranense, co-
me si ha dal diarista Infessura. » A' 12
febbraio 1 447 '1 ^aI)a processionalmenta
mandò a s. Gio. in La tara no il regno di
T R l
I. Silvestro I, cioè 3 corone d'oro, l'ima
sopra l'altra, la quale donò Costantino a
detto santo, e il detto regno venne da A.-
vignone, dov'era stato portato." Altret-
tanto registrò il diarista Filippo Moro-
ne. Il Platina invece scrisse, che lo stesso
Eugenio IV con gran divozione portò il
regno o mitra di s. Silvestro I (se si ani-
met le che fu quella attribuita a Costan-
tino I con una corona, convien dire che
le altre vi furono aggiunte dipoi, se real-
mente ne fu ornalo quel regno; il Bona li-
ni poi dichiara interamente falso che tal
mitra fosse ricca di 3 corone). Rimarca il
Novaes nella Storia d'Eugenio IF, che
di questa mitra dubitano molti critici; e
della traslazione eseguita dal Papa ne du-
bita ancor lui, come dicendosi fatta in
tempo nel quale Eugenio IV era grave-
mente infermo, e mori a' 2 3 febbraio,
malattia che secondo Vittorelli durò 1 6
giorni. Pertanto il Novaes ritiene più pro-
babile, che la mitra con altre reliquie si
portassero da'cardinali e prelati in pro-
cessione da s. Marco a s. Gio. in Latera-
no per ottenere da Dio la guarigione del
Papa infermo, come si ricava da' Com-
mentari di Pio II, lib. 2. Dopoio giorni
di sede vacante fu eletto Papa Nicolò V,
restando deluse le speranze concepite dal-
l'antipapa, d'essere riconosciuto dal sa-
gro collegio. Secondo il solito fu corona-
to su'gradini della basilica Vaticana e col
regno di s. Silvestro I, come attesta il p.
Gallico, Acta caeremonialia i>.io5.Ye-
dendo Felice V che tulli i principi cristia-
ni ubbidivano a Nicolò V, convenne alla
rinunzia del pontificato nel 1 449>e »lPnpa
perchè non vivesse senza dignità lo creò
cardinale,e gli concesse alcun'insegne pon-
tificie: tra quelle da lui eccettuate non leg-
go inNovaes e in altri il triregno, ma si deve
naturalmente iutendere, perchè giammai
i Papi ne concessero l'uso a veruno, anzi
lo vietarono come dirò; sola eccezione fu
il patriarca di Gerusalemme quando era
legato della s. Sede, e Io notai a Mitra,
prò j) ter honorem locorum. 11 suo corpo
TRI 5i
fu sepolto in Ripaglia, e poi trasferito nel-
la cappella della ss. Sindone, propinqua
alla metropolitana di Torino, nel qual ar-
ticolo mollo riparlando di lui, descrissi
il magnifico monumento erettogli da re
Carlo Alberto, forse con qualche allusione
nell'iscrizione al dimesso autipontificato.
A Mitra e a Benevento già narrai come
Paolo II represse l'orgoglio di quegli ar-
civescovi che fino dal secolo XII usavano
il Camauro triregnale o Regno, e dal
secolo XI V la Mitra con 3 corone, come
10 chiama il cardinal Boi già, Memorie <:/£
Benevento 1. 1 , p. 3 1 5 e 327, dicendo che
gli arcivescovi di Benevento, oltre l' uso
della tiara papale,a poco a poco assunsero
tutte le altre insegne sacerdotali del Pa-
pa, tranne il Fanone (V.). Prima di lui
ne trattò il vescovo Sarnelli nelle Memo-
rie degli arcivescovi di Benevento. Que-
sti riferisce, che l'arcivescovo Ugone Gui-
dardi nel suo concilio proviucialedeh374
dichiarò, che la sua chiesa Beneventana,
ma Jori, digniori, et praecellenti regno,
sive mitra, admodum summi Pontifici?
utimur, quod hic Camaurum vocatur,
11 Sarnelli dice quindi, che il regno era
con una sola corona e l'aurifrigio, e l'u-
savanogli arcivescovi di Benevento a gui-
sa de'Papi. Che quindi Paolo II nel 1 ^66
vietò l'uso di tal camauro a tre corone
e di farsi portarcavanli la ss. Eucaristia
nella visita della provincia ecclesiastica,
come costumavano iPapine'lunghi/7<r/£
g7, essendo arcivescovo Nicolò Piccolomi-
ui. Dice inoltre che Sisto IV nel i47^j
secondo 1' Ughelli, tolse all' arcivescovo
Corrado Capece e successori il privilegio
di farsi precedere dalla ss. Eucaristia nel-
le visite, e di usare il regno o sia camau-
ro; ma che il Vipera sostiene che gli fu
confermato l'uso del camauro e di bolla-
re in piombo. Spiega il Sarnelli la proi-
bizione, che la tiara non fosse a 3 corone,
come riferisce Rinaldi, essendo stata sem-
pre di una, com'era quella dell'arcive-
scovo Massimiliano Palombara del 1 5y4»
che mandò a Roma per (aria rialtare, per
I» T R I
cui ernie che sino n tale anno ne durò l'o-
so : quest'arcivescovo nel iSjG aprì la
Porla stinta (1 '.) dì sua metropolitana.
Più ( hiaro e piò sicuro è il cardioa! Bor-
gia. Questi ritiene, che gli arcivescovi di
Benevento alla loro tiai a aggiunsero 3 co-
rone, nello stesso tempo che ciò fecero i
l'api: ma che avendo Paolo II ripreso l'u-
so annuale e frequente del triregno, al-
quanto andato in disuso, perchè i Papi
l'adopravano ormai nella sola coronazio-
ne, come già rilevai, avendo riconosciu-
to negli arcivescovi l'uso del triregno una
antica usurpazione, lo proibì sotto gravi
pene,non meno al Piccolomini,che a'suoi
successori, con bolla citala dal Rinaldi.
E perchè l'arcivescovo cardinal Giacomo
Savelli avea usato più volte il camauro
o mitra triregnale o regnale, sebbene ne
ignorasse il divieto di Paolo 11, nel i 56g
s. Pio V col moto-proprio Duduni si qui-
(leni) riportato dal Borgia, ne riunovò la
proibizione, assolveudo il cardinale dalle
pene incorse. Non solo Paolo li ristabilì
l'annuale uso del triregno, ma ne fece fa-
re uno preziosissimo con 3 corone. Il car-
dinal Egidio Canisio, tlistor. XX sae-
culor.y scrivendo di Paolo II del i4^4>
dice: Incredibili predo emit, sacravit-
t/uc mi tram maximam, insolito pretio-
sissimarum gemmar uni pondere exple-
i'it, (pia ornalus cimi prodiret, oculos
omnium luce radiisque feriebat. Vocari
coepta est maxima illa mitra Regnimi*
Verissimo che lo splendido e magnifico
Paolo li formò un ricchissimo triregno,
non però ch'egli peli. Tornasse con gioie,
e che a suo tempo la tiara cominciò a
chiamarsi Regno, denominazione coeva
al principio della tiara stessa; mentre di
ciòedell'antichitàdellegemme colle qua-
li si fregiavano la tiara e il triregno, si-
cure testimonianze ne riferii piùsopra.Di
tali abbagli del cardinal Canisio ne fece-
ro la rettificazione il Bonanni e il Novaes.
Che Paolo li abbellì vagamente il trire-
gno e Tornò di preziosissime gioie, ricer-
cale con particola!' diligenza per tutto il
TRI
mondo, ne fa fede anche il cardinal Aro-
mannettdi Pavia, suo contemporaneo, di
cui scrisse in Commentar. Iti). 2: Porro
autem gemmis, laptHisque admodum
de Ice tal tis conquisi tisund/'quepre tìosis-
simis mitrani^quac tribù* edueta coro*
nis, Regno appellatili', atque a Ponti fi-
cibus multis ante saeculìs desila e rat
gestori, novam conferì t (stimata del va-
lore di 200,000 scudi, come scrive il Ca-
nesio, i/i Vita Paulill, presso Murato-
ri, Scriptor. rer. Ital., e poi pubblicata
dal Quirini nella Tiara et Purpura ve-
neta) atque adhibuit. Anzi essendo Pao-
lo 11, come dissi, grandioso e magnanimo
in lolle le sue cose, nell'apparato ponti-
ficio superò tulli i suoi predecessori, co-
me afferma in Vita Pauli II il Ciacco-
nio: Coemlis undìque,ac magnis preti ist
adamanlis^apphirisjsmaragdis^ryso-
lithisyjaspidibus, unionibus,et quidquid
gemmarum in predo est, per fare la di-
scorsa tiara. E non potendo egli reggere
all'enorme peso di quesla,un'altra ne fece
fare più leggera del valore di se. 1 80,000,
come attesta il citato Canesio. Tiaram,
quani Mitram appellamus, tam ingen-
ti àuri, gemmar umq uè elee lissimar uni
sumptu,ac splendore confeci t,utomnium
antecessorum Pontifieum industria ni ,et
impensam evicerit. De hineprimae Tia-
rae pondero sitate gravatus, alter ani ge-
statu leviorem, capitique aptiorem fe-
di.... uti^o milia aureorum preti uni
adjudicatumfueritMCanceU'ievì ne Pos-
sessi, dopo aver ricordato i due prezio-
sissimi triregni fatti da Paolo II, diceche
nella Dissertazione sopra Mincio Felle-
trano,ne\ Giornale di Pagliariui,si par-
la de'triregni e delle corone papali, e si
narra che Sisto IV, immediato successo-
re di Paolo II, non curando di portar le
gemme di cui tanto quello si pregiava,
ordinò che si vendessero tutte, come in
parie fu eseguito, benché il denaro da es-
so ritratto non servisse a pagare i debiti
falli da'suoi antecessori Eugenio IV, Ni-
colò V, Calisto 111, Pio II e Paolo II, co-
TRI
ree avea fallo credere. Dal diarista Mo-
rone e dal notaio Nautiporto (del quale
nome e vocabolo ne feci spiegazione nel
voi. LXXV, p. 279) fu registrato. »> A*
2 3 novembre 1 4^4 s'avvidero i canonici
ed altri preti di s. Gio. Laterano, ch'era
stato rubato il regno di s. Silvestro, e de'
calici d'oro massiccio, mandativi l'uno da
Lodovico XI redi Francia, e da Ferdi-
nando I re di Napoli l'altro, e per que-
sto furono pigliati messer Belardino da
Stia moscia eTomao della Palma, e me-
nati in Tordi Nona". Tale tiara di s. Sil-
vestro I non fu più trovata, né si potè
mai scuoprire l'autore del furto, come ri-
leva il cardinal Raspoui, De Basìlica et
Patriarchio Latcranensi. Ciò avvenne
nel pontificato d'Innocenzo Vili, il qua-
le per difendere il dominio temporale del-
la Chiesa, non essendo sufficiente l'era-
rio pontificio, impegnò a diversi mercanti
di Roma il triregno, con molte altre gioie,
vasi d'oro e d'argento, per la somma di
\ 00,000 ducati d'oro. Appena Giulio II
fu sublimato al pontificato ili.°novem-
brei5o3,fece fare un nuovo triregno ca-
rico di gioie preziose e del peso di 7 lib-
bre, e l'usò per la i.a volta a'26 quando fu
coronato Regno pulchro, o almeno a' 5
dicembre nel possesso che prese con so-
lenne cavalcata dal Vaticano al Latera-
no, avendo pel indivise le due funzioni;
poiché leggo nel Cancellieri, nella rela-
zione scritta dal Burcardo. SS. D. N. in
camera sua accepit sandalia, in came-
ra Papagalli amictum, albani, chiro-
thecas, crucem pectoralem, stolam al-
batn, pluviale pretiosum album Inno-
centii Pili, et Regnimi novum, quod
Sanctitas Sua fieri fecit pondere li-
bramai septem, vel circa de gemmis pre-
tiosis. No lui t capere fanonem, ncque tu-
nicellami ac dalmaticamyet planetam,
ncque manipuluni, ncque pallium, asse-
re nst Papam illa portare quando ce-
lebratj non advcrtens, liane processio-
neni esse siugularcni (e veniva precedu-
ta anco dalla ss. Eucaristia) t illis pa-
T R I 53
ramentis ordinatami t alteri in pluvia-
libus caeremonias hodiernas non con'
venire. Nolui lumen Sanctitati Suae
prò sua quiete replicare. Ho voluto ri-
portare questo brano, per indicare quali
vesti indossava il Papa col triregno,quan-
do prendeva possesso co' paramenti sa-
gri, e quali volle usare Giulio II, ad onta
delle rimostranze del ceremoniere. Non
ostante il peso di questo triregno, sappia-
mo dal Platina che Giulio 11 lo portava
in tutte le solennità. Tale triregno fu l'u-
nico che rimase dopo il sacco di Borbone
nel 1 52 7. Agostino IV Chigi detto il Ma-
gno, si dice nell' Istoria de* 'Chigi Augu-
sti di Giuseppe Buonafede agostiniano,
Venezia 1660, che a Giulio II improntò
4o,ooo scudi d'oro senza alcun interesse,
da cui ebbe per pegno di sicura restitu-
zione quella mitra o triregno pontificio,
che da Paolo II fu ricolmo di ricchissime
gioie, chiamato il Regno j che poi per su-
bitanea ira, cui andava soggetto quel gran
Pontefice d'alti spiriti e vasta mente, vio-
lentemente gli ritolse, non senza biasimo
della corte: ma dopo la morte del Papa,
tosto fu restituito il triregno ad Agosti-
no dal sagro collegio, e non molto dopo
venne rimborsato del denaro suo dato a
Giulio II. Il successore di questi fu Leo-
ne X eletto 1' 1 1 marzoi5i3, che a' i5
venue ordinato sacerdote, a' 1 7 consagra-
to vescovo ea'19 coronato , indi prese
possesso l'i 1 aprile. Egli avendo la testa
molto grossa, per non aggravarla con tri-
regno carico di gioie, che perciò dovea es-
sere grandioso, ne fece fare altro di nuo-
va specie e l'usò nel possesso, di 1 ui scris-
se Paride de Grassis, Sacra Processuali
ad Lateranum, presso il p. Gattico, Ada
caeremonalia, p. 384 : levissimum, a-
lioquin ditissimum et speclabile. Giunto
innanzi la portadeMa basilica Laleranen-
se, discese Leone Xdal cavallo: Deposi-
to Regno novi ter facto ex pennis pavo-
num, et cooperto cum tabino aureo, et
tribus aureolis circumdantibus, et gem-
mis, osculatus est Crucem, aspersus, et
54 T II I
inccnsalus est. Deinde accenta mitra
preliosa sedit in Sale dia apud portimi
Ecclesia^ Questo triregno fu lavorato
con singolare: artifizio, e ornato di gem-
me e oro dal celebre Caradosso, il qua-
le fece inoltre a Giulio II il superbo suo
Formale (1 \). Narrai a Feltre e a Tar-
ragona che nel i522 eletto Adriano VI
assente da Roma e dimorante in Vitto-
ria nella Spagna, o\'vriì governatore ge-
nerale e vescovo di Torto.sa (fr,)t il sa-
gro collegio a mezzo del vescovo di Fel-
tre Campeggi, gli mandò il triregno pon-
tifìcio. Giunto poi il Papa da Ostia alla
basilica di s. Paolo, si disputò nella cor-
te se egli dovesse entrare in Roma già co-
ronato; ma prevalse il sentimento d'os-
servare per tale solennità il rito antico,
per cui fatto il suo Ingresso solenne in
Roma a'29 agosto, indi a'"3 1 fu corona-
to dal cardinal Coi naroi. "diacono sulle
scale della basilica Vaticana, avanti le sue
porte sul solito alto tavolato che magni-
ficamenleaddobbato appositamente s'in-
nalzava : tale tavolalo o palco trovo nel
p. Gallico che si chiama Suggestiva su-
per scalas basilicac Vatieanae; pulpi-
to seu lodia benedictionum in platea, s.
Petri. Per questa solennità fu coniata una
medaglia esprimente la coronazione d'A-
driano VI ,xosì descritta dal Venuti, Nu-
iiiism. Rom. Pontif.a p. 4°: Admanvs
II Pont. Max. effìgie s Pontificis eum
Pi ho lo, et Tigil lo, Co no NAT. Ponlifex^
sub perpulchra porticu a duobus cardi-
nolibus coronatus, elcuslodibiis circum-
dalus. Praesens numisma elegantissi-
mis quibuscjuc comparandum Corona-
liontm de si gna t Pontificis a card, dia-
cono peracta sub umbella in magnifica
porticu coram purpuratis patribus, mi-
litia, et populo ob suum adventum lae-
tantibus. Moltissime furono le Medaglie
pontificie coniate per memoria dell'im-
posizione del triregno , azione che fu e-
spressa anco in diversi Sepolcri de3 roma-
ni Pontefici, con marmorei bassorilievi.
Durante il conclave per morte d' Adria-
TR I
no VI, riporta il p. Gallico, Acta eoe-
remonialìa,yì. 322. Die dominica i5 o-
ctobris i523, diedi m'issa fnit scruti-
nium. Vinccntius Pimpinella missus ex-
tra Conclave, et ima cimi quibusdom
praelatis, et clerieis camerae caperent
Tliiaram, et Mi tram pretiosam papa-
leni ad effectum Ulani impignorandi, et
sic porta tae fneruiit, et inde reversus in
Conclave. Dello stato deplorabile in cui
Adriano VI trovò l'erario papale, parlai
nel voi. LXXIV, p. 287, dicendo pure
che alla sua morte nel medesimo lasciò
appena 3ooo scudi. Al virtuoso Adriano
VI, in tempi deplorabili successe l'i nfiu-
sto pontificalo di Clemente VII Medici,
della celebre famiglia che signoreggiò la
bella Toscana, uel quale articolo anco-
ra ragionai delle clamorose vicende che
resero memorabile la sua epoca. Quanto
precedette, accompagnò e seguì il tremen-
do sacco dell'alma Roma,a quest'ai lieo-
Io ed a tutti i relativi lo narrai e deplo-
rai; ed altamente riprovare lo dovè in
pubblico e genuflesso a'piedi di Clemen-
te VII, lo stesso imperatore e re di Spa-
gna (V.) Carlo V, nel cui nome crudel-
mente si operò, benché porli quello odia-
to di Saccodi Borbone, il che notai anco-
ra nel voi. LXX, p. 48 e 4g- Qui ana-
logamente all'argomento dirò solo, che il
politico Clemente VII vedendo impri-
gionato Francesco I redi Francia, dalle
vittoriose armi di Carlo V, e la potenza
di questi vieppiù, ingigantire formidabile,
l'i 1 giugno 1 526 entrò nella famosa le-
ga formata contro di lui a Cognac. Que-
sta lega irritò talmente Carlo V, che im-
mantinentedichiarò guerra al Papa, e pe'
primi nedierono principio in Roma i po-
tenti e prepolenti Colonna, favoriti da U-
go Moncada viceré di Napoli per Carlo
V,alla testa di forte esercilo.A'20 settem-
bre sorpresero la Città leonina (V.), die
comprende il Vaticano ove abitava Cle-
mente VII, non senza cospirare alla vio-
lenta sua morte, per quindi colle armi co-
stringere i cardinali a sostituirgli Tarn-
TRI
bizioso cardinal Pompeo Colonna. Per-
venuti i nemici nel palazzo apostolico, es-
sendovi ancora dentro Clemente VII, il
quale invano cercando difesa e aiuto, in-
dittando ormai a morite nella sua sedia,
si preparava, come già avea fatto Boni-
facio Vili nell'insulto di Sciarra Colon-
na,sebbenecon infelice esito, a collocarsi
coll'abito e cogli ornamenti pontificii, io
uno al triregno in capo, nella sedia pon-
tificale; ma rimosso con difficoltà grande
da questo proposito da'cardinali,ch'essen«
dogli intorno lo scongiuravano a muover-
si se non per se, almeno per la salute di
quella sedia, e perchè nella persona del
suo Vicario non fosse sì scelleratamente
offeso l'onore di Dio, si ritirò con alcuni
di ioroede'suoi più confidenti nel Castel
s. Angelo pel corridoio di comunicazio-
ne a oreiy, e m temP° cne già furiosa-
mente si saccheggiavano il palazzo, e le
cose e ornamenti sagri della contigua ba-
silica Vaticana, non che circa la 3.a parte
del Borgo Nuovo. Sedato poi il tumulto,
ii Papa premurosamente chiamò in Ca-
stello nella sera d. Ugo inviandogli stati-
chi in casa Colonna. Ad onta della ripu-
gnanza de Colonnesi, vi andò d. Ugo, e gli
portò la mitra pontificale preziosa e un
pastorale rubati la mattina da 'soldati, e
conclusero una tregua, nonostante i re-
clami de' Colon itesi, ludi Clemente VII ri-
cevendo promesse di sostegno da' re di
Francia e d'Inghilterra, e sdegnato con-
tro i Colonnesi ribelli , rivolse contro le
loro terre le forze che avea chiamato in
Roma a sua sicurezza, non volendoli com-
prendere nel forzato accordo, e privando
del cardinalato Poni peo.lntantoCarlo du-
ca di Borbone agli stipendi di Carlo V,
marciò con un esercito raccogliticcio e nel-
la più parte di luterani su Roma nel 1527,
onde soddisfarlo colle prede,non avendo
denaro per pagarlo. Per evitare Clemen-
te VII il pericolo, convenne ad altra tre-
gua ammettendovi iColonuesi,che di mal
cuore dovè assolvere dalla scomunica e
reintegrare Pompeo della dignità cardi-
TRI 55
nalizia ; quindi incautamente liceuziò la
maggior parte delle truppe assoldate. li
Borbone però non aderì alla tregua e pro-
seguì la sua marcia sull'infelice Roma, e
1' assaltò a'6 maggio: vi restò ucciso nel
salire le mura, ma l'esercito entrato fu-
riosamente nella città , per due mesi vi
commise quel saccheggio e feroci crudeltà,
che tuttora non si rammentano senza or-
rore. Clemente VII rifugiatosi in Castel
s. Angelo vi restò assediato. Era vi pure il
celebre orafo e scultore Benvenuto Cel-
imi, facendovi da valente bombardiere,
il quale chiamato in sua camera dal Pa-
pa, e rinchiusi col francese Cavalierino
servo intimissimo e di gran fiducia del
Papa, gli fece guastare dall'oro due tri-
regni, le mitre, gli anelli e tuttala quanti-
tà di gioie della camera apostolica. In uno
de'triregni era un diamante di colore in
carnato nettissimo e limpidissimo, ed in
tal guisa brillava e splendeva che pare-
va una stella, ed appresso di lui perdeva
di vaghezza ogni altro diamante. Slegate
le gemme, Celimi le involse ciascuna in
poca carta, e le cucì e trapuntò col Ca-
valierino in certe falde addosso al Papa
e al medesimo Cavalierino; e poscia l'oro
ricavato ascendendo a circa 200 libbre,
il Celliui segretamente lo fuse e consegnò
a Clemente VII. Non avendolo il Cava-
lierino compensato, il Celliui si appropriò
l'oro cavato dalle ceneri del valore dii 5o
ducati, per cui poi ne domaudòe otten-
ne l' assoluzione dal Papa. Intanto erasi
trattata e conclusa a dure condizioni 1 1
pace, ed era stabilito il 9 dicembre per
la liberazione del Papa; ma egli diffidan-
do sempre de'suoi nemici, la notte pre-
cedente col Cavalierino, le gioie e l'oro
fuggì travestito da mercante o da orto-
lano in Orvieto. Tranquillate le cose, e
tornato il Papa ali» sua sede, pare che da
certo Micheletto facesse rifare i due trire-
gni, colle gioie degli antichi guastati, ma
non se ne ha sicura cognizione. Dipoi Cel
lini fu accusato a Paolo III di possedere
80,000 ducati e la maggior parte in gioie
T U !
rubale alla Chiesa in Castel s. Angelo, ove
iii posto in eaiv.ere e nel Fuggirne si i -lip-
pe una gamba. Nel pontificato stesso tli
Paolo III e nel 1 544 ^u scoperto vicino
all'altare del tempio di s. Petronilla ora
basilica Vaticana, nel demolire il mede-
simo, il sepolcro delle i\i\e figlie di Si-
licone e di Serena, Maria e Termanzia,
spose consecutive dell'imperatore Ono-
rio, che similmente ebbe il suo sepolcro
vicino a quoto. Vi fu trovatoli corpo del-
l' imperatrice Maria vestilo d'una veste
d'oro tirato, che fusa pesò 4o libbre, ol-
ire i5o anelli, vasetti di pietre preziose
e una gran copia di gioie e di perle, die
furono impiegate da Paolo III nel forma-
re un ricchissimo triregno. Era il mondo
muliebre dell'imperatrice, con cui, secon-
do l'antico costume, fu fatta seppellire dal
suo amantissimo consorte, che l'avea in-
consolabilmente perduta appena sposata.
Fra le altre cose pregevoli ivi trovate e-
ravi una laminetta d'oro, in cui erano in-
cisi i nomi di quegli Angeli, di cui par-
lai nel voi. XVII, p. 166,167,168. Alcu-
ne perle grossissi me il tempo le avea gua-
state, e si sfogliavano come le cipolle. I
gigli fàrnesiani che circondavano questo
triregno, e stemma di Paolo 111, erano
mirabilmente formati da tanti zaffiri o-
1 ientali, tagliali appositamente. Siccome
Paolo III era gibboso e colla testa curva,
il bizzarro BenvenutoCellini, avendo bia-
simato che il triregno gli piangeva in lev
sia e che pareva un uomo vestito di pa-
glia, perde la grazia di Paolo III. S'igno-
ra se Paolo IV redimesse il triregno la-
sciato in pegno a certi mercanti in tem-
po di sede vacante, come ricavasi da que-
sto pauso, riportato ne* Possessi dm Can-
cellieri. Paulus IV i3uov.i555. Coro-
nata ponti fìciam preliosam, Regnimi min-
cupalam, quam nominili mercatores de
Olgiale, et Ubaldinis ex causa certi con-
Iractus cimi eis per collegium cardina-
lium sede vacante farti in pignus habitat,
Tliornae de Maritai consigliati promisit.
Gregorio Xlll arriccia il triregno di Giù-
T I I
Ho II di un nuovo ornamento: fece col-
locare in cima della tiara un grossissimo
smeraldo di carati 4<>4 e mezzo, che for-
mava la base alla croce di diamanti, e in-
torno ad esso erano incise le parole: Gre-
gari us X1IL P. O. Al Sebbene il No-
vaes nella Storia dì Sisto V c\ dice che
il suo triregno superava in beltà e valo-
re quelli de' predecessori, non mi riuscì
trovarne altra notizia. 11 triregno fatto da
Clemente VI II, così lo degl'i sseGio. Paolo
Mucanzio, nel Diario del suo viaggio a
Ferrara. Anno 1 5oy8 die x maji dominic.
Pentecoste*, paratus fuit Ponlfex soli-
tis paramenti s, et cum pluviali rubro no-
vo, et Tiara, seti Regno prelioso, de no-
vo ab ipso SS. D. N. facto, inargaritisì
et lapidi bus preliosis ornato, et valde con-
spiato, valoris, ut ajunt, ultra 3oo mil-
liiun aureorum , quod hac die primuni
porlavit. Sedquuni csset ni/nis angustimi
in apertura,non potuit illud diufitts f-rrej
sedne sibi a capile caderci, vlx illud por-
lavil usque ad altare ss. Sacrata, ubi eo
deposito, fida oratione, aliud pretiosis-
simuni Julii PP. Il accepit et porlavit
tani in eundo ad Cappellani, qua ni re-
denudo ab ea. Anche il magnifico Urba-
no Vili fece un prezioso e ricco triregno,
di cui vado a parlare dicendo come lo fe-
ce rilegare Pio VI, altrettanto avendo pra-
ticato co'triregni di Giulio II, Paolo III
e Clemente Vili , giacché dopo il sacco
di Roma non più esistevano que' di Bo-
nifacio Vili, Paolo li e Leone X. Dirò
prima, che mentre nel 1 712 il principe
Federico Augusto di Sassonia (V.) s'i»
struiva in Bologna per abiurar gli errori
di Lutero, per frastornarne il lodevole
proponi mento, alcuni principi protestanti
minacciando 1' invasione della Sassonia,
Clemente XI che tante preghiere a Dio
avea fatte per la salute eterna del prin-
cipe, scrisse al di lui padre Augusto li re
di Polonia ed elettore di Sassonia, asp-
irandolo non solo de'suoi caldi uffizi co'
sovrani cattolici, ma anchedi soccorsi pe-
cuniari, disposto perciò a vendere gli ir-
TR I
redi sagri più preziosi e l'istesso triregno,
StJbsse bisognato, per rintuzzar la violen-
za de'nemici. Un zelo così generoso, Dio
compensò colla desiderata conversione del
principe al cattolicisoio. Mentre la s. Sade
possedeva i memorali 4 triregni, il Papa
Pio VI, che in magnificenza e grandezza
d'animo non la cedeva ad alcuno de'suoi
piìi splendidi predecessori, per maestre
decoro delle pontificie funzioni, dal gio-
ielliere pontificio Carlo Sartori li fece ri-
legare di nuovo, e quell'eccellente arti-
sta ne die la minuta descrizione a Fran-
cesco Cancellieri, il quale la pubblicò in
Roma prima nel i 788 nella Descrizione
de' tre Pontificali, cioè le descrizioni de'
triregni rinnovati di Giulio li e Clemente
Vili; nel 1790 nella 3. a parte della De-
scrizione delle cappelle pontificie, le de-
scrizioni de't riregni rimodernali di Giu-
lio II e Urbano V III; e nel 1 3 1 4- ne^a 2«8
edizione della Descrizione de' tre Ponti-
Jicali, le descrizioni di tutti e 4 « trire-
gni. Queste descrizioni furono riprodotte
dal Novaes nel t. 2 delle Dissertazioni
d'introduzione alle vite de9 sommi Pon-
tefici, dissert. 5.a Della solenne corona-
zione de' Pontefici j e dal Ba Massari nella
Relazione delle avversità e patimenti di
Pio li, t. 2, lib. 3. Di tutti mi gioverò
senza replicare il già riferito. lli.° trire-
gno di Giulio li nel 1789 fu rilegato con
un vaghissimo disegno. Conteneva 3 dia-
manti di rara grossezza e 36 fra mezza-
ni e piccoli , 24 balasci grossi assai del
Mogol, 22 zaflìri orientali grossissimi, it\.
smeraldi, 12 rubini mezzani e 2 piccio-
lissimijoltre una gran quantità di perle o-
rientali e scaramazze, molte perle grosse
a gocciola, ed altre tonde, e i 6 cordoni
dellefasciedi perle orientali grosse ed una
tonda grossissima. Nella fascia da piedi si
leggeva il nome di Pio VI, che lo fece ri-
legare con copioso accrescimento di pie-
tre preziose, formato con lettere di dia-
manti tagliati a tale effetto, in questo mo-
do : Ex munificentia Pii VI P. O. M.
Anno XIV. Figurava iu cima di questo
TRI 57
prezioso triregno il suddescritto smeral-
do di Gregorio XIII, il quale pervenuto
per quanto dirò in mano di Napoleone I,
lo fece porre nella sommità del triregno
da lui donato a Pio VII; il quale trire-
gno, dice Baldassari, rapilo dal generale
Miotlisper rimandarlo a Napoleone I, iu
ultimo fu restituito al medesimo Pio VII
da Luigi XVIII re di Francia. Il 2.0 tri-
regno di Paolo III, nel 1789 fu disfatto
e rimodernato di bella forma e nuovo di-
segno, con corone rilevate tutte filettate
d'oro, e guarnite di perle orientali e sca-
ramazze, infilate con filo d'argento fino
per renderle stabili e non soggette a veru-
na perdita. Le rose di dette corone a for-
ma di giglio, erano di zaffiri orientali ta-
gliati e lavorati a tale effetto. Furono poi
aggiunte molte altre pielr* preziose orien-
tali e occidentali, per eseguire il nuovo
disegno; cioè 5 diamanti grossi e 14 di
mezzani e (\i piccoli, 1 4 balasci grandi del
Mogol e 4 mezzani, 1 o rubini grossi e mez-
zani, e 4^3 mezzanelli, 184 zailìretti mez-
zani e piccoli, 5o smeraldi grossi e mez-
zani, 18 acquemarine oltre 2 grosse, q.o
grisolite fra le quali 4 grosse, 12 topazi
grossi e 1 8 mezzani,6 giacinti grisopazi ol-
tre due grossi, 2 amatistegrosseeS mezza-
ne, 24 perle grosse pendenti e moltissime
grosse tonde pendenti mezzanelle fram-
mezzo, che formavano 6 cordoni delle 3
fascie sotto le corone, e nella fascia da pie-
di le lettere di rubini orientali tagliati
appositamente e che componevano le pa-
role : Più* VI P. 31. Anno XV. Il fon-
do del triregno era tulto di perle minute
che furono aggiunte. Nella cima del me-
desimo un grosso baiaselo del Mogol for-
mava base alla croce, tutta di diamanti
con testate di rubini, ed il pieduccio era
tutto d'oro con 4 testine, rappresentanti i
venti (parte dello stemma B raschi di Pio
VI), con sodio di rose d'Olanda, e fiori di
brasca smaltati. Le infide erano ornate
di buon disegno,filettate di oro,con perle e
con molte pietre preziose, ed alla fine del-
le medesime si vedeva l'arma tutta d'o«
58 T 1\ I
io ili bassorilievo, collo stemma di Pio VI
smaltato, e col fondo delle code di tocca
d'argento. Il 3." triregnodi Clemente Vili
fu rifiuto in miglior forma de'precedenti
nel i 782, con aggiunta di moHeallre pie-
tre preziose. Le3corone erano rilevate con
filetti d'argento (ino, per renderle stabili.
) cordoni di perle grosse tonde e a peret-
ta. Inoline ti vedevano e) diamanti grossi,
9.37 fra piccoli e mezzani, zalliri orien-
tali, baiarci del Mogol, smeraldi, plasme
di smeraldi, giacinti, topazi, granate, a-
matisle, e un rubino orientale a goeeia
di i.° colore. Anche le code erano di nuo-
vo disegno, con l'armi d'oro guarnite. Nel-
la fascia da piedi si leggeva con lettere
smaltate : Pius FI P. M. Anno Vili.
Il 4«° triregno d' Urbano Vili , che nel
1 790 fu disfatto e rimodernato con beila
forma, con nuovo disegno con corone ri-
levate e guarnite di perle e pietre prezio-
se. Le rose di queste corone erano a for-
ma di rosa naturale con gambo di sme-
raldi , e foglie di grisolite tagliate a tale
elicilo, con molte altre pietre preziose o-
rientali e occidentali aggiunte pel com-
pimento del nuovo disegno, cioè un dia-
mante grosso a goccia e 79 mezzani, 18
za (lì ri grossi e mezzani e 1^0 piccoli, 5o
balasci,3 rubini grossi e 37 mezzani e pic-
coli, i56 smeraldi mezzani, 67 topazi gros-
si e mezzanelli, 6 acquemarine, 4 giacinti
grossi, 5o grisolite grosse e 36 mezzane,
con moltissime perle grosse orientali,ed a
pendere nelle corone e ue'6 cordoni delle
3 fascie sotto le medesime corone con pia-
lletti smaltati turchini, e nella fascia da
piedi le lettere erano tutte di grisolite in
n.°di 171, tagliate e lavorate a quest'uso,
componenti l'iscrizione: Pius VIP. 31.
Aimo XVI. Nella cima di questo trire-
gno un balascio giallo orientale formava
Imsc alla croce di diamanti, ed il peduc-
cio con due pallini tutti d'oro, quali te-
nevano una fascia cou lettere di rose d'O-
landa. Il fondo del triregno era tutto di
perle minute. Le infule erano ornate di
buon disegno, e tutte filettate d'oro con
TRI
perle e colle ricordate pietre preziose, e
intorno all'ornato delle medesime, a gui-
sa di galloneino,era una bacchettimi smal-
tata turchina, e nel (ine l'arma tutta d'o-
ro in bassorilievo colloslemma di Pio VI
smahatoeil fondo di tocca d'argento.lnol-
ti e in tempo di Pio VI eravi un altro tri-
regno leggero d'uso, al (piale egli nel 1 780
fece fare la croce di diamanti con testata
di sineraldi,e sotto la medesima una perla
grossa tonda che formava il mondo, colle
rose di brillanti. Inoltre Pio VI fece due
mitre preziose, e rimodernò quelle di s.
Pio V e di Paolo V, tutte descritte a AIi-
tra. Leggo in Novaes, che per la nuova
rilegatura de'triregni e delle mitre, e pei*
l'accrescimento delle gioie, v'impiegò Pio
VI un milione di scudi. I discorsi 4 tri-
regni e le 4 mitre, dallo stesso Pio V I fu-
rono di necessità ben presto fatti scioglie-
re per darne il loro prezzo a conio de'6
milioni di franchi (scudi dice il Novaes)
da sborsarsi, in seguito del fatalissimoe
rovinosissimo trattato di Tolentino (V.)t
dettato e imposto da Napoleone Bonapar-
te comandante de'fraucesi occupatoli del-
lo stalo papale nel febbraio 1 797. Il sud-
detto gioielliere Sartorj ,che ne avea fitte
tu Ite le legature, non li stimò più di scu-
di 285,885, come risulla dal Sommario
della scrittura romana di partecipazio-
ne di mercede per i sig." Michele Mas-
selli, Nicola Garroni e Vincenzo Gclpi
n.°8. Osserva il contemporaneo Baldas-
sari, che i nominati preziosi ornamenti
papali, essendo stati destinati da Pio VI
a servire al pagameli lo delle taglie im-
postegli da'suoi nemici, fu certamente pel
Papa un sacrifizio che gli dovette costare
uno sforzo tanto piti doloroso, in quan-
to che gli ornamenti erano stati da lui di
recente abbelliti e arricchiti,secondo quel-
la sua gran magnificenza che sarà sem-
pre ricordata con ammirazione. Oltre tali
gioie, e la requisizione di quelle de'sud-
diti, cogli ori e gli argenti, sacrifizi enor-
mi e calamitosi, da me narrati e deplo-
rati a Tesoriere, a Tolentino, e articoli
TR I
relativi, Pio VI per adempiere i duris-
simi patii della fugace pace, v' impiegò
pure le suppellettili preziose delle chiese,
il tesoro del santuario di Loreto, le perle,
le gemme, l'oro ricavati anche da' man-
ti, dalle pianete, dalle stole, da' formai»,
dalle milre preziose, dagli anelli e da-
gli altri ornamenti pontificali della Sa-
grestia pontificia (/".), la quale da ric-
chissima che era si trovò del tutto depau-
perata. Il gioielliere de'palazzi apostolici
Sartorj, per ammucchiare le dette gioie,
quantunque assiduamente lavorasse più.
che poteva, v'impiegò in islegarle dagli
ori e argenti ili cui erano legate il tempo
che trascorse da'28 febbraio a' i o marzo
di detto 1797, per satollare l'esigenze del-
la repubblica francese, ingiuste e prepo-
tenti, anche a irreparabile danno dell'ar-
te della più insigne orificeria, dovendosi
distruggere moltissimi capolavori di essa
e stupendissime sculture, come il famoso
formale di Clemente VII, fatto dal som-
mo orafo Celimi. Il Baldassari che tutto
vide e di tutto fu esattamente istruito, de-
scrive ancora il pregiudizievole modo co-
mesi riceverono da'repubblicani francesi
le contribuzioni. Le gemme e le perle,
in quanto al Papa, erano apprezzate da
Carlo Sartorj, gioielliere palatino, e da'
3 gioiellieri molto rinomati Masselli, Gar-
roni e Gelpi; e in quanto alla repubbli-
ca francese da Ulisse Pentini, e da'com-
D) issa ri francesi Villetard, Munge e Ber-
thollet,alla presenza dell'agente Cacault,
con precisione e scrupolosamente. Non è
vero che nelle slime romane fosse stato
attribuito alle gioie un valore enorme-
mente maggiore del giusto, ad onta che
Bonaparte pretese scrivere a'i4 maggio
al direttorio di Parigi: il Papa ci ha dato
otto milioni di gioie, i quali secondo la
stimazione diModena (dell'ebreoFormig-
gini,che osò ridurre a niente un tesoiodi
gemme iniquamente !) non valgono più di
quattro milioui e 5oo,ooo franchi. Tul-
l'altro. I commissari repubblicaui ridus-
sero le stime arbitrariamente e ingiusta-
TR 1
59
mente, massime il voracissimo commis-
sario Haller, che si servi degli ebrei per
una nuova stima delle gioie, e ne fu rim-
proverato da Cacault. Piuttosto devesi
confessare, che a Bonaparte bisognava a-
ver milioni in contanti, e per averne col
vendere le gioie pontificie, era necessa-
rio venderle in tempi di generale defi-
cienza di denari a prezzo bassissimo; l'e-
poca era cosi calamitosa, che niuno po-
teva sperare di fare pronto e buon gua-
dagno comprando perle e pietre preziose.
Cacault stesso biasimò le pretensioni bru-
tali e ingiuste, l'esorbitanti esigenze ti-
ranniche di Haller e di altri; dicendo che
il Papa ormai era smunto, e non pote-
va dar ciò che non avea, aver fitto sforzi
estremi, ed essere in travaglio e fallimen-
to, e non doversi comandare a Roma ad
usanza di tartari e corsari, dopo avere il
governo romano pagalo trentun milioni
d'imposizioni. Per terminare l'angusliosa
vertenza del calo delle stime, Pio VI sog-
giacque ad altri gravissimi sagrifizi e spe-
dì a Modena, a Milano e poi a Genova
con altre gioie del valore di quasi cinque
milioni, stimate bassissimamente a Mila-
no, Gio. Battista Sartorj figlio di Carlo
e un perito di conti, per usar tutte le con-
discendenze e rassodare un'effimera pace.
La dilapidazione commessa aMilano sulle
gioie, e tutti gl'intrighi che accompagna-
rono una serie di ribalderie, si ponilo det-
tagliatamente leggerle nell'accurato Bal-
dassari. Narra il JXovaes nella Storia di
Pio FI, che avendo i francesi ricevuto
le gioie de'triregni, delle milre e di altri
ornamenti pontificii in conto delle som-
me statuite nella pace di Tolentino, Ca-
cault si portò da Pio VI a fargli l'offerta
di rendergli le gioie spettanti a' triregni
per due milioni meno del valore loro e
anche in rate. 11 Papa che molto brama-
va di conservare al Tesoro della s. Sei\e
e a'successori que'preziosi monumenti, i
quali oltre a perpetuare le memorie della
generosa pielàde'fedeli, servivano ad ac-
crescere e render più maestose le sagre ce-
60 TRI
remonie <lc*I supremo Gerarca, vi accudì
subito, e perciò spedì a Milano il gioiel-
liere Sartori, ed il banchiere poi duca d.
Giovanni Torlonia per combinare l'oc-
corrente. Ma siccome i francesi pretende-
vano C) milioni di moneta elfettiva, sborso
impossibile ad effettuarsi per la deficien-
za in cui era stato ridotto il LJapn, dovè
Pio VI contentarsi di ricuperare una par-
te di quelle gioie; ma lo spoglio de'suoi
domimi e il suo detronizzamento gì' im-
pedirono di rifare neppure un triregno,
né una mitra. Per finire la narrativa di
qtiesta espilazione delle sagre gemme di
Roma, ricorderò di aver notato nel voi.
LXXVI, p. 324, ebe Pio VI per sazia-
re l'esigenze di Haller, mandò in depo-
sito nd ari banchiere di Genova gioie e
brillanti de'triregoi e mitre sciolte per un
valore di 10 milioni, sui quali la repub-
blica ne pretendeva 4' di compenso alle
stime credute esagerate; per cui almeno
6 milioni appartenevano al governo pon-
tificio; ma appena seguì in Roma l'ucci-
sione di Duphault, il direttorio di Pari-
gi, che l'avea provocata, ordinò il seque-
stro di tutto il tesoro e se l'appropriò con
pubblico ladroneccio, e quindi consumò
l'intera occupazione dello stato pontifi-
cio e lo democratizzò, dopo aver detro-
nizzalo e imprigionato Pio VIa'20 feb-
braio 1798. Quando il general Berlhier
mosse all' invasione di Roma, fra gli o-
staggi che esigette, vi volle compreso Car-,
lo Sartorj gioielliere di Pio VI. Così i fran-
cesi, fatti i conti a modo loro, percepiro-
no 6 milioni di franchi o lire lornesi di
più de'3o milioni voluti a Tolentino, ol-
tre i capolavori d'arte e la cessionedi pro-
vincie. 11 eh. Pistoiesi nella Vita di Pio
VII, t. r, p. 38 e 241, dice che pel trat-
tato di Tolentino furono spogliali di tutte
le gioie i 4 suddescritti triregni, per sup-
plire con essi a sei milioni di scudi; e che
forse il triregno fatto poi a Parigi d'or-
dine di Napoleone I per donarlo a Pio
VII, si eseguì con porzione di tali gioie.
Sia comunque , almeno lo smeraldo di
T R I
Gregorio XIII vi si collocò, e probabil-
mente per non potersene fare altro uso,
a motivo di sua iscrizione.
Nel 1800 in Venezia fu eletto Pio VII,
e ricevè la mitra preziosa che pel nuovo
Papa durante il conclave avea donato
n)g.r Sebastiano Alcaini veneziano soma-
sco, che nel 1 785 Pio VI avea tf aitato da
Apollonia inpartibus alla sede di Bellu-
no. Narrai nel voi. XVII, p. 227 e altro-
ve , che essendosi portato Pio VII nel
1804 in Parigi a ungere Napoleone I im-
peratore de'francesi e l'imperatrice Giu-
seppina, nella sua coronazione, che l'ira*
peratore fece da se stesso e a un tempo
coronò sua moglie; dipoi l'imperatore gli
donò il prezioso triregno esistente , che
vuoisi formato con parte delle gioie dei di-
sfitti antichi triregni, e gli altri oggetti ivi
notali, per cui si pubblicò nel n. °5i del Dici'
rio di Roma de'26 giugno 1801." Essen-
do giunto in Roma il ricco e vaghissimo
triregno, che S. M. I. e R. Napoleone I
manda iu regalo alla Santità di Nostro Si-
gnore; perciò l'E.roo Sig.r Cardinale Giu-
seppe Fesch ministro plenipotenziario
dell'I. M. S. presso questa s. Sede, la se-
ra dello scorso martedì lo presentò al San-
to Padre. Questo triregno è di fondo vel-
luto color perla, con tre magnifiche fascie
c'isoliate e guarnite di rare e grosse pie-
tre colorite di primo colore, consistenti
in zaffiri, smeraldi e rubini orientali del
Mogol. Queste si vedono contornate da
brillanti di ottima qualità di concia d'Iu-
ghilterra, lavorati doppi; sonovi ancora
delle fila di perle tutte orientati , e sor-
prendenti per la loro eguaglianza. Ciascu-
na delle suddette fascie viene guarnita da
due fila di dette pei le. Il cupolino è lavora-
to d'oro guarnito di rubini e perle, e nella
sua sommità posa un grosso smeraldo a
foggia di due monti, da dove elevasi una
sorprendente ed elegante croce di gros-
si brillanti; indi seguono le due code di
egual fondo guarnite di rubini e perle. Il
da capo de'fiocchi trovasi guarnito di di-
verse pietre colorate e brillauti. Le frau-
TRI
gie sono di perle e granoni d'oro. Segue
finalmente il suo cordone di granoni d'o-
ro con fiocco tondo lavorato simile a'fioo
chi delle code. Tutto il lavoro è elegantis-
tissimo e riscuole giustamente le lodi di
ognuno". Il cav. Artaud, Storia di Pio
1 II, t. 2, cap. 46, racconta che l'impe-
ratore avea ordinato che i migliori orefi-
ci di Parigi fossero incaricati di cesellare
una tiara, dietro disegni venuti da Ro-
ma, che dovea poi più tardi essere pre-
sentata al Papa. Il lavoro essendo affret-
tato a forza di denaro e di premura, que-
sta tiara veune presto portata in Roma.
USanto Padre ringraziò tosto l'imperato-
re colla seguente lettera. «Dilettissimo fi-
glio in Gesù Cristo. Abbiamo ricevuto il
dono della ricchissima tiara che V. M. si
è compiaciuta di mandai ci, e congiunta-
menle ammirata tanto la magnificenza di
Vostra Maestà, quanto l'eleganza del la-
voro. Penetrali della più viva riconoscen-
za, noi rendiamo a V.3VI. le grazie più di-
stinte per un dono sì generoso, che sarà
sempre conservato ed ammirato quale
monumento della munificenza di V. M.
e della memoranda epoca che ricorda. Noi
ne faremo uso per lai.* volta nella pros-
sima festade'gloriosiapostoliPietroePao-
lo, celebrandoli solenne pontificale nel-
la basilica di s. Pietro, e così tutta Roma,
nel sommo pregio del dono, ammirerà la
grandezza del donatore. Nel ripetere a V.
M. Imperiale e Reale i sentimenti a lei già
ben noti del nostro cuore, siccome segno
del nostro paterno alletto, con tutta l'ef-
fusione dell'anima, le impartiamo l'apo-
stolica benedizione. Data in Roma, pres-
so s. Maria Maggiore, il 23 giugno i8o5,
VI del nostro pontificalo. Pius PP. VII".
Napoleone I per le sue esigenze inammis-
sibili, non vedendosi esaudito da Pio VII,
gli occupò lostato e lo fece trasportare pri-
gione a Savona (V.): mentre a'6 luglio
1809 rapivasi il Papa a Roma, l'impe-
ratore trionfava nella battaglia di Wa-
gram nell'arciducato d'Austria. L'Artaud
nel cop. 61 racconta, che a' 5 gennaio
TRI 6i
1810 si presero i Sigilli pontifìcii, e se-
gnatamente V AnvUoPcscat.orìo(V.), dal
governo imperiale francese di Roma,e fu-
rono inviati a Napoleone I. Il prelato E-
manuele de Gregorio (f.), poi ;i m piissi-
mo cardinale, delegato in Roma nello spi-
rituale perPio VII, pe'bisogni della Chiesa
universale, siccome gli fu tolto 1' anello
pescatorio col quale sigillava i brevi, fece
fare altro sigillo, che poi mi consegnò per-
chè ne restasse memoria con descriverlo,
come feci nel citato articolo. Indi l'aiutan-
te di campo del general Miollis, gover-
natore generale residente in Roma, par-
tì improvvisamente da questa cittàcol tri-
regno che Napoleone 1 avea donato a Pio
VII, e cogli altri ornamenti papali; onde
per Roma si sparse la diceria, essete in-
tenzione dell'imperatore di farli tenere a
Pio VII. Piacque a Dio di annientare la
formidabile potenza di Napoleone, di ri-
stabilire sul trono di Francia i Borboni,
e di restituire trionfante alla sua sede Pio
VII a' 24 maggio i8i4- Avendo anche
mg.r de Gregorio ricuperato la sua liber-
tà fin dal i.° aprile, uscendo dalla Force
di Parigi, si adoperò fortemente per ri-
cuperare i più preziosi monumenti della
s. Sede, e dal conte d'Artois, poi CarloX,
che assunse il governo di Francia pel suo
fratello Luigi XVIII , ottenne il decreto
di restituzione; ma dovè trattenersi a Pa-
rigi, perchè le mitre preziose e pontificie,
donate dal vescovo Alcaini e dalla regina
d'Elruria poi duchessa di Lucca nel pas-
saggio di Fio VII per Firenze., il triregno,
e diversi arredi della cappella pontifìcia,
colla sema gestatoria , si ritenevano dal
tesoro; le carte tolte al Papa in Savona
dalla polizia, e l'anello pescatorio, erano
presso il ministero de'culli; oltre 1 oc), 000
volumi degli archivi di Roma , collocati
nell'archivio generale dell'impero, e per
la ricupera de'quali contribuì mg.1 Mari-
ni. Superate le difficoltà, mg.r de Grego-
rio nel declinare di maggio partì da Pa-
rigi eoi triregnOjl'anelloe gli arredi, e tut-
to festevole si condusse a Roma. Si degnò
e>2 tri
narrarmi, che ammesso ali* udienza be-
nignamente da Pio VII, si felicitò di pre-
sentargli il ricuperalo triregno, poiché a-
vrebbe potuto usarlo nella prossima fe-
sta de'ss. Pietro e Paolo, oltre l'anello pe-
scatorio; e mentre si aspettava di vedere
apparire un raggio di giubilo sul volto
del Papa, invece e non senza sorpresa,
con gravità e freddamente s'intese di-
re: ponetelo su quel tavolino, guatati-
dolo appena sott' occhio Pio VII. Que-
sto turbamento, mi soggiunse il car-
dinale, probabilmente nel mansueto Pio
VII si sarà prodotto nel rammentare il
complesso de'dolorosi avvenimenti, che si
rannodavano al triregno, la cui vista in
certo modo in quel momento non gli riu-
scì gradevole. Alla morte del Papa i suoi
eredi pretesero il triregno, indi transige-
rono colla camera apostolica mediante un
compenso-disc, i 2,ooo,secondoalcuni,al-
tri raddoppiando la somma. Nell'insurre-
zione del 1 83 i,GregorioXVI fece nascon-
dere tale triregno ed altri sagri e prezio-
si ornamenti, per salvarli da depredazio-
ni se in Roma avessero potuto prevalere
i ribelli. L'onesta e fidata persona di ciò
incaricata, per sicurezza pose in una cas-
sa il triregno sotto terra. Tranquillate le
cose, il triregno fu estratto dal nascondi-
glio, ma si trovò che avea sofferto, rovina •
to il fondo del velluto, e disciolte diverse
pietre e perle. Gregorio XVI ne fu afflitto,
e geloso custode delle cose della s. Seóe^
rigorosamenteordinò, che ove occorresse
fosse dismesso e rilegato tal quale, e che
allatto non mancasse neppure della più
piccola perla, non badandosi a spesa. L'e-
secuzione fu affidata a'28 dicembre» 833
al probo e intelligente negoziante di gioie
Annibale Rota, il quale egregiamente cor-
rispose alla sovrana fiducia, poiché in sua
casa e sotto la vigile sua direzione il tri-
regno perfettamente ritoruòqual era pri-
ma,cou soddisfazione del Papa e del mag-
giordomo mg.r Patrizi ora cardinal vica-
rio, allorquando lo consegnò a'i5 mar-
zo i834.L'opcraziouc ch'egli vi fece coo-
T R I
siste, nell'essere stato il triregno dismes-
so dal busto, rinnovandosi il fondo di vel-
luto nella tiara e nelle code; scassate e ri-
montate diverse gioie, come quelle della
croce e delle code, e fatte tutte le occor-
renti riparazioni e rimonte; nonché ripu*
lite tutte le gioie, ed il tutto rimesso di-
ligentemente in opera , senza menoma-
mente alterare in modo alcuno l'anterio-
re forma ed ornato. Questo triregno è im-
ponente, nobile e maestoso, decorato da
una collezione di pietre preziose colora-
te di gran pregio, contornate da perfetti
brillanti e perle orientali. L'oro si valu-
ta scudi 1 1612; lo smeraldo di Gregorio
XIII, che forma base alla croce, per la ra-
rità di sua mole scudi 3ooo; tutto il tri-
regno, comprese le dette somme , venne
stimato sotto lo stesso Gregorio XVI a
scudi 43,3 5o. Si forma questo bellissimo
triregno di '3 corone, del cupolino, delle
code e de' cordoni per tenerlo fermo sul
capo. Ne farò in breve una generica de-
scrizione, che ricavo da altra minutissi-
ma. Nella r."corona inferiore vi sono per
guarnizione 8 mostaccioli e 6 rosoni di
rubini a doppio contorno di brillanti, più
i4 rubini grandi. Basano sulla medesima
1 6 pezzi in oro,che compongono il meau-
clro sopra di cui sono collocate 8 cartel-
le con 32 rubini e in mezzo 8 smeraldi.
Dal meandro partono 8 rubini contorna-
ti di brillanti , i quali basano sopra due
foglie in figura di tulipani, similmente in
brillanti e ballotte. La corona di mezzo
si compone d'8 mostaccioli con 8 smeral-
di contornati di brillanti, essendo tramez-
zali i mostaccioli da 6 smeraldi più gros-
si e pure contornati di brillanti. Basa la
corona sopra 1 6 pezzi d'oro, che compon-
gono il meandro, sopra il quale sono le
cartelle in cui brillano 32 smeraldi. Par-
tono dal meandro 8 smeraldi contornati
di brillanti, che basano su due foglie in
figura di tulipani, similmente in brillan-
ti e balIelle.Olto cartelle d'oro sono guar-
nite da 8 rubini contornali di brillanti.
La 3." coroua si compoue di 8 mostaccio-
TR I
li con rubini a doppio contorno di bril
lauti; più di 6 rosoni con rubini a dop-
pio contorno di brillanti. Stilla medesima
basano 1 6 pezzi che coiti pongono il mean-
dro, sopra di cui sono collocate 8 cartel-
le con 32 rubini. Partono dal meandro
8 rubini contornati di brillanti , i quali
basano sopra due foglie in figura di tu-
lipani, egualmente in brillanti e bullette.
Le 8 cartelle in oro sono guarnite da al-
trettanti zaffiti contornati di brillanti. Il
cupolino della tiara è guarnito da 8 ru-
bini con ^4 piccole perle, quindi si ele-
va il raro masso di smeraldo, più volte
ricordato, sul quale trionfa il salutifero
seemo della Croce formata dii2 brillan-
o
ti. Le code sono guarnite di perle e pie-
tre di colore, cioè di 70 castoni con ru-
bini, con 4 perle per ciascuno. Fa orna-
mento al contorno delle medesime una ri-
ga di perle tramezzate da 56 rubini. Guar
niscono la parte inferiore de'fiocchi delle
code un meandro con 5 pietre di colore
per ciascuna contornate di brillanti , le
quali pietre consistono in 1 zaffiri, in 4
rubini, in 4 smeraldi. Le perle de'fiocchi
si formano di 17 fila per ciascuna. I due
cordoni d'oro finalmente,cheservonoa te-
nere fermo il triregnosul capo del Papa,
li riunisce il passante guarnito da un ru-
bino contornato di brillanti. Altro pezzo
sotto il passante ha uno smeraldo per par-
te contornati di brillanti. Nella parte su-
periore del fiocco del cordone vi sono 1 1
rubini. Ne'detli pezzi si vedono 5 contorni
di piccole perle che guarniscono i mede-
simi. Termina il fiocco con cascale di per-
le in ìi fila. Questo triregno di Napoleo-
ne I è pesante di circa 8 libbre, per cui
lo stesso Pio VII, al quale fu donalo, a-
doperò un triregno leggero fatto di car-
tone, coperto di ricami d'oro e d'argen-
to formanti le 3 corone, con fìnte gem-
me di talco. Questo medesimo usarono
Leone XlI,Pjo Vili eGregorioXV [.Con-
siderando quest'ultimo Papa, non essere
decente che il sommo Pontefice nella ma-
gnificenza delle sagre funzioni apparisse
T R I 63
con un triregno così abbietto, fece forma-
re un triregno leggero per usarsi nelle
pontificie funzioni, ornato modestamen-
te di 3 corone ricamate in oro e decora-
te di vere gemme, e mi pare che costò cir-
ca 1 5oo scudi. Per l'infàusta epoca della
rivoluzione di Roma, de' 16 novembre
1848 e successiva deplorabile repubblica
del 1849, il regnante Papa Pio IX fece
nascondere.il triregno di Napoleone I al-
la rapacità degl' insorti, servendosi della
stessa encomiata persona a cuiavea affi-
dato eguale geloso incarico il suo prede-
cessore. Si legge nel n.°6 del Giornale
di Rojna del i855. » Sua Maestà Catto-
lica Isabella II ha inviato alla Santità di
Nostro Signore Papa Pio I X un ricco pre-
sente, quasi a solenne documento di sua
speciale venerazione inverso la sagra di
lui persona e di sua filiale divozione alla
s. Sede. Desso consiste in un triregno di
rara bellezza e per la quantità delle pie-
tre preziose e per il lavoro squisito. Tre
corone di eguale forma e dimensione, col-
locate adeguale distanza l'una dall'altra,
cingono il berretto del triregno, che è un
perfetto tessuto di filo d'argento apposi-
tamente lavorato a mano. Ogni corona è
formata da una fascia orlata da due file
di brillanti legati in oro, e tutta tempe-
stata di grossi brillanti disposti colla mag
gior simmetria, e ad una eguale distan-
za fiamezzati da 8 stelle di gemme colo-
rate, di cui 4 sono rubini e 4 smeraldi.
Codesta fascia porta nel suo giro 8 orna-
menti, che presentano la forma quasi di
un fiore di vaga fattura, e che lutti sono
di brillanti, di cui uno di maggior gros-
sezza giace a mezzo di ciascuno di e*si.
Anche questi fiori sono divisi gli tini da-
gli altri da un ornato egualmente in bril-
lanti, la cui sommità porta una grossa per-
la di t /"qualità. Onde il numero di questi
ornati è eguale a quello de' fiori: e le 3
corone, che in nulla di (Feriscono fra loro
nella forma,con tengono tante perle di con-
siderevole grossezza quanti sono gli sme-
raldi ed i rubini. La sommità del trite-
G4 I R I
gno poi è coperta da un rosone formato
anch'esso di bri Hauti ledili in òro, e ab-
bellito tla i 6 perle leggiadramente dispo-
sti-: ■ mezzo di esso sorge un globo di
za (li ri duo pei fello attui ro, citilo da due
zone di brillanti, e sormontato da una
croce egualmente di brillanti. Lecodedel
triregno sono di tessuto di filo d'argento
ricamato in oro, e orlale da vari giri di
perle: fra i ricami primeggiano alcuni se-
gni simbolici. Così questo triregno con-
tiene da ben diecinove mila pietre pre-
ziose, dì cui dieciolto mila sono brillan-
ti. Esso è opera del sig.r cavaliere Carlo
Pizzala, gioielliere di Si M. Isabella li, il
quale La moslraloquanlo sia valente nel-
l'arte sua. considerando, che questo lavo-
ro india lascia a desiderare nella preci-
sione e nella eleganza. L'artista ha sapu-
to mirabilmente disporre a diseguo secon-
do la loro dimensione una sì grande quan-
tità di pietre tutte montate a giorno.
L'Eni. mo e Piev.mo sig.r cardinale Gio.
Giuseppe Bonel-y Orbe, arcivescovo di
Toledo, ebbe l'incarico dalla regina Isa-
bella 11 di presentare questo prezioso do-
no al Santo Padre, ed egli lo compiva ac-
compagnato da mg. r Michele Garcia Cue-
sta arcivescovo di Composiella, da mg.r
Ferdinando de la Puente vescovo di Sa-
lamanca.dairincaricalo d'affari sig.'eom-
inend. Banuelos, non che dal sig.r conte
diCedilloe dall'artista Pizzala, ambedue
spediti appositamente a Roma per reca-
re il triregno. Sua Santità ne ha fatto uso
per lai. 'voi la nella grande solennità del
santoNatale". Infatti d precedente n.l'2g3
del Giornale di Roma del 1 854 avea ri-
ferito, che recatosi il Papa la mattina dei
2.5 dicembre nella basilica Vaticana a ce-
lebrarvi il pontificale, vestilo cogli abiti
pontificali e il triregno, scese dalla sedia
gestatoria per venerare il ss. Sagramen-
lo:» e dopo avere oratoalquanlo, assun-
se il ricchissimo triregno in questi giorni
a lui mandato in dono dalla pietà e mu-
nificenza di Isabella li regina di Spagna
(y.)".D\ questo nobilissimo e religioso
T R I
donativo e del primo uso fattone, ne fece
parola anche la Civiltà cattolica,*. "serie,
t. (), p. aio. Gl'intelligenti trovarono que-
sto triregno magnifico ed elegante, di for-
ma giusta e regolare, del peso di circa 3
libbre e perciò portabile. Sembra un mon-
te di brillanti tutti bianchi d'acqua per-
fetta e uniformi; le 3 corone sono a for-
ma di diademi, i cui fogliami sporgono in
fuori, li fondo o fodera che cuopre il fri-
gio berretto conico, è di mnglia d'argen-
to tutta d'un pezzo falla in Lione. Si va-
lutò da 5o ovvero 60,000 scudi circa.
Nondimeno,quanto alla forma e suo com-
plesso, fu trovato più maestoso il trire-
gno di Napoleone I. Da allora in poi nei
pontificali e nella processione del Corpus
Domini si videro tre triregni, quello di
Napoleone I, quello d' Isabella II, ed il
triregno usuale. Quello di Gregorio XVI
riuscendo ormai piccolo per la testa del
regnante Pio IX, questi lo fece guastare
neh 855, ed invece formò l'attuale più
grande e più ricco , per la prima volta
assumendolo nella Pasqua di Risurrezio-
ne del medesimo anno. Questo nobile ed
elegante triregno, fallo sotto la direzio-
ne del valente cav. Pietro Paolo Spagna,
pesa circa 3 libbre e compresa la fattu-
ra si valuta circa scud'uSoo.E di feltro
fìnissÌQ)o, coperto d'un tessuto a maglia
d'argento egregiamente eseguito in Ro-
ma , ed è foderalo di sela. Le 3 corone
sono d'oro in rilievo e leggerissime. Ec-
co il novero delle gemme da cui è orna-
to, fra le quali ve ne sono di quelle già
del precedente triregno. Nella fascia del-
la i /corona sonovi 1 6 piccoli rubini baia-
sci, 3 smeraldi, un giacinto grisopazio,
un'acquamarina, 2 rubini balasci, un zaf-
firo, i giri di perle orientali. Nel mezzo
dei»li 8 fiori d'oro che formano la coro-
o
na, 4 smeraldi , un zaffiro, 3 rubini ba-
lasci. Nelle 8 punte che sono tra un fio-
re e Tallio, 6 granale e 2 rubini balasci.
Nella fascia della 2.a corona, 2 smeraldi,
3 rubini balasci, un grisolito, a acquama-
rine, 1 6 piccoli balasci e i file di perle o-
TR I
rientali. Nel centro degli 8 fiori d'oro che
formano la detta 2.a corona, 3 zaffiri e 5
rubini balasci. Nelle 8 punte che sono tra
un fiore e l'altro, 8 smeraldi. Nella fascia
della 3.a corona, 1 6 piccoli rubini balasci,
2 zaffiri, 2 rubini balasci, un giacinto gri-
sopazio, 3 acque marine, una granata, i
giri di perle orientali. Nel centro degli 8
fiori che formano la 3." corona, i smeral-
di, un rubino balascio, 2 zaffiri, un griso-
lito, 2 giacinti grisopazi. Nelle 8 punte che
sono tra un flore e l'altro, 8 granate. Nel-
la sommità del triregno, un rosone d'o-
ro con 8 rubini e 8 smeraldi. Sopra il me-
desimo è la palla d'oro smaltata bleu,
sormontata dalla Croce formata da 1 1
brillanti. Nelle code finalmente vi sono 2
piccoli rubini, 4 topazi e 4 smeraldi. In
totale, ornano questo bel triregno i46
pietre preziose di colore e 1 1 brillanti, ol-
tre le perle orientali. Anticamente, come
notai in principio, custodiva la pontifi-
cia tiara e gli altri ornamenti preziosi pa-
pali il Pestarario, indi il cardinal Cd'
merlengo di s. Chiesa ', poi il prelato Teso-
riere generale, e pev ultimo in una stanza
di Castel s. Angelo (V.) con molta gelo-
sia; e nella Famiglia pontificia vi fu pure
l'uffizio di custode delle gioie; indi fu isti-
tuito quello palatino di Gioielliere de*
ss. Palazzi apostolici custode del sagro
Triregno, com'è intitolato nel biglietto
di nomina che ne fa il Papa a mezzo di
mg.r maggiordomo. Egli però mai custo-
di, come dirò, il pontificio triregno; il ti-
tolo di custode probabilmente gli viene
dato, perchè quando nelle processioni de'
pontificali e nella processione del Corpus
Domini, i Cappellani comuni (V.) in
cappa rossa e nell'inverno con pelli d'ar-
mellino, dopo i bussolanti, portano so-
pra testiere foderate di velluto in seta di
colore cremisi, sostenute da cinte, il tri-
regno e le mitre preziose pontificie, il gio-
ielliere de'sagri palazzi apostolici, in abi-
to nero e spada al fianco, al modo de'gen-
tiluomini, incede a lato del triregno pre-
zioso, oltre due della guardia svizzera con
VOL. LXXXI.
TRI 65
alabarde, e giunta la processione all'al-
tare papale, si depone il triregno colla
testiera sulla mensa del medesimo altare,
ed in cui celebra il Papa, dalla parte del-
l'epistola, ed il gioielliere palatino con-
tinua a rimanere alla sua custodia per
tutto il pontificale ; le mitre preziose col-
le loro testiere collocandosi dalla parte
dell'evangelo/msieme alla mitra preziosa
e al triregno usuali portali innanzi la cro-
ce papale da due Cappellani segreti (V.),
egualmente sopra porta-mitre o testiere.
Terminata la funzione il gioielliere ac-
compagna il triregno prezioso alla Ca-
mera de' paramenti, donde era partita la
processione. Nella processione del Cor-
pus Domini, il triregno e le mitre pre-
ziose, il triregno e le mitre usuali non si
pongono sulla mensa dell'altare. Dopo i
cappellani comuni portatori del triregno
e delle mitre preziose, incedono gli aiu-
tanti di camera del Papa; ed inuanzi la
croce pontificia pollano il triregno e le
mitre usuali i cappellani segreti.Quest'u-
so di portare innanzi al Papa i triregni
e le mitre nelle processioni de'pontifìcali
e nella processione del Corpus Domini,
ed anche ne'possessi, è antichissimo. Nel-
la descrizione del possesso preso da Leo-
ne X nel t5i3,aldire di Cancellieri fu in-
trodottolo stile che»due cubiculari avea-
no una mitra episcopale per uno, da ric-
chissime gioie e perle adornate, ed altri
due co'regni circondati di corone, tutti di
finissime gioieadornati".Essi cavalcavano
dopo gli altri cubiculari che in 54 coppie
come loro vesti vano di rosato,co'cappucci
attorno il collo, foderati di bianchissimi
armellini, seguiti dal baronaggio e dalla
ss. Eucaristia. Nel possesso preso da Si-
sto V nel 1 585, leggo che nella processio-
ne dentro la basilica Lateranense, fue-
runt portatae mitrae, et regna a Papae
cappellanis ante Crucem. In queste ca-
valcate dipoi 4 camerieri del Papa por-
tavano sopra aste corte, foderate di vellu-
to cremis, 4 cappelli pontificali '; ed al-
trettanto facevano nelle4auuuali e so-
5
66 T R I
lenni Cavalcate per le coppelle della ss.
Annunziala, di s. Filippo, della Natività
e di s. Carlo. Negli Acta Canonizatianis
Sa/te forum , celebrali da Clemente XI
nel 1712 nella basilica Vaticana e descrit-
ti dal ceremoniere Chiapponi, trovo a p.
2 18, che nella processione dopo il fisca-
le e il commissario incedevano : Cappel-
la ni secreti Papae prae manihus mitras,
et regna preliose segmentata deferen-
tcsj$e$ml\ da'camei ieri d'onore e segreti.
Trovo nel Diarioistorico del contempo-
raneo Cccconi, che Benedetto XIII nel
1724 pel pontificale di sua coronazione,
nella processione all'aliare papale dopo i
chierici di camera procedevano i cappel-
lani comuni e segreti, vestili con vesti e
cappucci rossi co'lriregni e mitre prezio-
se, che si conservavano nel lesoro di Ca-
slels. Angelo, indi veniva la croce del Pa-
pa.Poscia descrivendosi la processione del
Corpus Domini, si dice che dopo i caine-
1 ieri segreti incedevano i cappellani se-
greti e comuni che portavano le mitre e
i triregni preziosi, seguili da'canlori e da-
gli abbreviatoli. Il Cancellieri che nel
1 788 pubblicò ìaDescrizioncde'trePon-
ti fi cali di Nata le, eli Pasqua e di s. Pie-
tro, riferisce che nelle processioni de'me-
desimi 4 cappellani comuni portavano 4
triregni e 2 le mitre preziose,dopo i came-
rieri extra .segui ti dagli aiutanti di came-
ra e da'cappellani segreti, due de' quali
precedevano la croce pontificia colle due
milre usuali; e che i 4 triregni si poneva-
no sulla mensa a cornu Epistolae, e le
mitre col triregno usuale a cornu Evan>
gelii dell'aitai e papale dove celebra il Pa-
pa. NtWnDescrizionc delle cappelle pon-
ti/icicyche il medesimo Cancellieri stam-
pò nel 1 790, descrivendo la processione
del Corpus Domini, ci dice, che dopo i
procuratori generali delle religioni segui
vano i cappellani comuni che portavano
i triregni e mitre preziose, che a quest'ef-
feltosi estraevano dal Castel s. Angelo il
giorno precedente, segniti dagli aiutanti
di camera e da'cappellani segreti, due de'
t 1; 1
quali avanti la croce pontificia portavano
il triregno e la mitra usuale preziosa del
Papa. Noterò, che ne'pontificali, ancorché
il Papa non li celebri, ma tempi uemenle
vi assista, pure il triregno e le milre pre-
ziose si portano nella processone, e per-
ciò coli' intervento del gioielliere palati-
no. Finche esisterono gli antichi triregni
e mitre preziose, nonché i formali pre-
ziosi, cioè finché Pio VI non le fece scio-
gliere, dice il Cancellieri nelle opera ci-
tate, e così il Novaes nelle Dissertazioni,
ne'giorni precedenti a'suddetti 3 pontifi-
cali (oltre quelli per la Coronazione del
nuovo Papa e per la Canonizzazione de'
Santi, ed altri straordinari, come a'noslri
giorni fu il glorioso pontificale dell'8 di-
cembre i854 per la promulgazione del
decreto sul dogma dell'Immacolata Con-
cezione della B. Vergine Maria), e nella
vigilia del Corpus Domini, mg.1 Mag-
giordomo e mg.' Tesoriere (/ '.), o altri
deputati da loro a fame le veci (quando
il tesoriere non riuniva la presidenza del
mare, oltre di lui v'interveniva tal pre-
lato presidente), si recavano in Castel s.
Angelo, ciascuno colla propria chiave,col-
le quali era chiuso il cassone di ferro in
cui stavano riposte. Quindi si esimevano
coll'assislenza del gioielliere pontificio, e
si consegnavano a un cappellano segreto,
rodandosi l'atto d'estrazione e della cou-
segna da un notaio di camera, da cui e
coli' intervento de' medesimi soggetti si
rogava l'altro atto, quando si riportava-
no nello stesso luogo,dopo le funzioni. Dal
cappellano segreto, nel ricevere i triregni
e le mitre, si collocavano nella stanza con-
tigua alla sala ducale del palazzo Vali-
cano, e nella mattina prima della funzio-
ne si ponevano sopra una mensa, ticino
alla camera de'parainenti ove si vestiva
il Papa, ovvero sopra una mensa vicino
al pilo dell'acqua santa a destra della ba-
silica Vaticana, se il Papa assumeva i sa-
gri paramenti nella propinqua cappella
della Pietà. Aggiunge il Cancellieri e il
Novaes, che il gioielliere pontificio, con
TR I
vari alabardieri della guardia svizzera, a-
vea l'incombenza di star fermo alla loro
custodia, e di accompagnare i triregni e
le mitre preziose, con altrettanti gioiel-
lieri in abito da città, alla sinistra de'cap-
pellani comuni che li portavano in pro:
cessione, e collocavano gli uni é le altre
sopra la mensa dell'altare papale, vicino
a cui restava lo stesso gioielliere per tut-
to il tempo del pontificale, dalla parte
dell' evangelo. L'onorifico officio palati-
no di gioielliere de'ss. Palazzi apostolici
custode del sagro triregno è a vita, e Gre-
gorio XVI vi nominò l'attuale cav. Fran-
cesco Borgognoni. Questo uffizio consiste
quale lo descrissi, talvolta però di fatto
è anche gioielliere de'ss. Palazzi, come Io
fu con detto Papa il ricordato cavaliere,
giacche ogni Papa ordinariamente fa ser-
vire la sua persona e il palazzo da'propri
artisti che adoperava nel cardinalato, ov-
vero li sceglie a suo beneplacito e perciò
talvolta conferma alcuno del predecesso-
re. Dopo la dispersione degli antichi tri-
regni, mitre e formali preziosi, custode del
triregno di Napoleone I, del triregno u-
suale, dell'esistenti mitre e formali, come
«li tutte le Suppellettili sagre pontificie,
è il prelato Sacrista delPapa\V.):e per
esso il p. sotto-sagrista, che tutto con di-
ligenza custodisce nella Sagrestia ponti-
fìcia del palazzo apostolicoValicano, pres-
so di cui slabilmenteahita. 11 triregno do-
nato dalla regina Isabella II, tuttora Io
custodisce il cardinal prefetto de'palazzi
apostolici, a'quali appartiene pel disposto
dal Papa. Sulla tiara e sul triregno scris-
sero i seguenti, riportati dal Novaes nel-
la Appendice dejla Dissertazione ^'.De
Pontefici eletti, ma non ancora corona-
f/.CristinnoGolthulfb Blumberg, Mystc-
riunì coronae meretrici s Babilonicae
fronlispicium^ sive exercitiumAnli-Bos-
sueticum, quo mysterii nomen in coro-
na Patulli olim fuisse co/ispicuum, ex
Jpocal. VI, v. 5, adversus Jac. Beni-
gnum Bossuelum demo// stra tur (il tito-
lo dice chiaramente lo spirito dell'auto-
T B I 67
re), Lipsiae et Francofurti 1694 : Myste-
rium Papali coronae. adscriptum Ens
hucusque reale Non-Enti Joannis Lu-
dovici Ilannemanni oppositum, Cygnae
1 702 : Veritas mysterii tiarae romani
Pontificis olim adscripti*, novis aliquot
testimoniis asserto, età contradictioni-
bus aliter sentientium vindicata, inser -
tis observationibus hi storico-più lologi-
cis, Cygnaei7io. Gio. Lodovico Hanne
man, Mysterion Papali coronae adscri-
ptum Non-Ens, seu Comme/itarius in
e. 1 j,v. 5 Apocal.,quo demonstratur Pa-
pali coronae mysterionjiumquamj'uis-
se inscriptum jHainbuvg'i 1 GgS.Marc'An-
tonio ^lazzaroni di Monte Rubbiano, e
prof, di teologia in Perugia, Tractotus
de tribus coronis Pontificis Maximis,
nec non de osculo s aneti s sin/o rum cjus
pedum^WQtnaeiSSS, e neh 609. Enrico
Pipping (del quale (rovo óun opere teo-
logiche tifali' Indice de'libri proibiti) pre-
dicante del duca elettore di Sassonia, De
triplici corona romani Pontificis Dis-
sertalo, Lipsiae 1692: Eadem disser-
talo, nelle sue Exercitaliones academi-
cae juvcnilcs, p. 345, Lipsiae 1708. Teo-
filo Raynaud gesuita piemontese erudi-
tissimo per la singolarità degli argomen-
ti, Corona aurea super Mytrami ex-
pressa sig/u's sdnctitatisì gloria hono-
ris, Collectio illustrala titulorum scie-
ctorum, quibus Concilia et Patres o-
in/iium retro chrislianorum saeculorum,
majestatem romani Pontificis , et lucu-
lentissimum Sedis apostolica^ splendo-
re///^ compendio expresserunl: Reposi-
ta Poppae genuensi, qui Christi Vica-
rimi! infatui Antichristi nomine dehonc'
storat, liomaei647: Eadem collectio ,
nelle sue Opera omnia, Lugdunir 665.
Angelo Rocca sagrista del Papa, Opera
omnia, 1. 1 ,p. 7 : De Tiarae Ponti jìciae
quam Regnum Mundi vulgo appellant,
origine, significato et usti, Romaei 7 1 9.
Carlo Bartolomeo Piazza, Iride sagra
spiegata ne'colori degli abiti ecclesia-
stici, Roma 1682. Li più si pouno vede-
68 TRI
re: Cori, Dìssertalio de mytrato capile
Jesu Christi Cruci fi xi ca p . 8 . Ma r t e 1 1 e, De
Mitra pontificali a pud christianos, t. i
De antiq.Eccles. ritibus,^. 347. Giorgi,
De Liturgia rom. Ponti f iris in solcmni
celebrai, missarum, t. 1,0.27, p. 240.
Saussay, Panoplia Episcopalis cap. 5:
Tiarae summi Pontificis, contra Aioli-
nari impias scurrili la ics, defensio. Ap-
prendo dal Moreni, Notizie del p. Povil-
lard carmelitano, che dobbiamo dolerci
che non die alla luce l'opera sua predi»
letta delle Memorie istoriche delle mi'
ire e de* triregni Pontificii e della loro
origine e cambiamenti ,dalV Vili secolo
fino al presente (fine del pontificato di
Pio VII), arricchite de'rami di 1 5 diversi
triregni e di due medaglie. Poiché essen-
dosi prefisso di fare uscire tali memorie
nell'idioma italiano, tradotte dal france-
se, come avea fatto della Dissertazione
sopra V anteriorità del bacio de1 piedi
de* sommi Pontefici, ali* introduzione
della Croce sulle loro scarpe o sanda-
li; gli mancò il tempo di farlo esegui-
re prima di partire da Roma, come tan-
to desiderava, affinchè l'ornamento no-
bilissimo e splendido dell' augusto capo
òe' Sommi Pontefici, e in cui trionfa la
Croce salutifera e portentosa, restasse e-
gualmente illustrato dalla sua penna, co-
me quello de'piedi per le Scarpe cruci-
gere, a Capite usque ad Pedesj il che per
mirabile e benefica disposizione della di- .
Tina provvidenza, e con indicibile confu-
sione e soddisfazione del riverente mio ani-
mo, alla penna mia inferiore copiosamen-
te concesse, anzi anche per tutto quanto
lo riguarda in ogni cosa, mediante que-
sta voluminosa, compatita e incoraggia-
ta mia opera, con molteplici confortanti
modi, i quali vieppiù superano la mia e-
speltazione. Però unicamente Laus Deot
cui si deve incessantemente e in eterno
Gloria, Laus et Honor.
TR1SAGRAMENTARI. Settari Pro-
testanti (V.) che ammettono tre soli Sa-
grameli (F.), cioè il Battesimo, YEu-
tu 1
caristia, la Penitenza, mentre che altri
di loro non riconoscono che isoli due pri-
mi. Alcuni crederono che gli Anglicani
(V.) considerassero anche ì'Ordinazio-
ne come un sagramento, ed altri che fos-
s*e in vece la Confermazione : ma questi
due fatti sono contraddetti dalla Confes-
sione di fede anglicana, imperocché la
chiesa protestante <X Iiigliiltcrra(J .)y>v&-
tende, non altrimenti che la chiesa pro-
testante di Svezia (V.), di avere la suc-
cessione episcopale apostolica.
TRISAGIO ANGELICO e TRION-
FALE. V. Sanctus, Sanctus, Sanctus,
e Tris agio Cherubico.
TRISAGIO CHERUBICO , Trisa-
gius, Trishagius, Ter Sanctus. Verset-
to o inno che si canta nel venerdì della
settimana santa, e con fiducia e fervore
si recita pel terremoto, e in tempo di tem-
peste e di fulmini, per placare Tira divi-
na. Non si deve confondello coll'anleriore
e vitloriale Trisagio Angelico (V.), ben-
ché questo pure è denominato con tale
■vocabolo, tratto da\V Apocalisse, cap. 4,
vers. 8, e già udito dal profeta Isaia, cap.
6, vers. 3, cantare e ripetere 3 volte da-
gli Angeli in cielo, e perciò di maggiore
antichità, chiamato Trisagio della Li-
turgia e della Messa perchè segue il Pre-
fazio (P.). Imperocché Isaia vide in cie-
lo i Serafini, che stando avanti il trono
di Dio Io lodavano e benedicevano con in-
cessantemente ripetere la dossologìa di
Sanctus, Sanctus , Sanctus, Dominus
Deus exerrituum, piena est terra glo-
ria tua: Gloria Patri, Gloria Fi Ho, G io-
ria Spiritai Sanclo, l'eterno divin Pa-
dre, l'eterno divin Figlio, l'eterno divino
Spirito. Lo stesso facevano in cielo quei
4 mistici Animali, veduti e descritti da s.
Giovanni apostolo ed evangelista nella sua
Apocalisse. Attesta s. Ambrogio, che a suo
tempo il trisagio cantavasi in oriente e
in occidente. A somiglianza de'Serafiui e
degli Animali, tanto più noi fedeli cristia-
ni qui in terra , credendo nell' ineffabile
mistero della ss. Trinità (F.)t con umi-
TRI
liare l'intelletto in ossequio della fede do-
nataci da Dio nel santo battesimo, dob-
biamo onorare, benedire e lodare la ss. e
Individua Trinità. Per eccitarci sempre a
rinnovare spesso tali atti di adorazioni, di
Iodi e benedizioni, Clemente XIII con-
cesse i oo giorni d'indulgenza per una vol-
ta il giorno a quelli che con cuore contri-
to adorando la ss. Trinità divotamente
reciteranno il trisagio Sanctus, Sanctus,
Sanctus etc. , e da potersi conseguire 3
volte in tutte le domeniche, e nella festa
e 8.* della ss. Trinità. Indi il successore
Clemente XIV confermò in perpetuo ta-
li indulgenze, e di più concesse altresì in
perpetuo la plenaria una volta al mese a
que'che nel decorso di esso avendo quo-
tidianamente recitato il trisagio , in un
giorno ad arbitrio confessati e comuni-
cati pregheranno per las. Chiesa e secon-
do l' intenzioni del Papa. Dichiarato il
più antico Trisagio Angelico, col qua-
le il Coro degli Angeli (F.) canta e can-
terà in cielo per tutta l'eternità le lodi di
Dio immortale, il quale nell'essenza d'u-
na stessa natura sussiste in tre Persone
divine, per distinguerlo dall'alquanto di-
verso Trisagio Cherubico, dirò che que-
sto si compoue delle parole: +j+ Sanctus
Deus-fy Sanclusfortis+fy Sanctus et ini-
mortalis, miserere nobis. Il Magri nella
Notizia de' vocaboli ecclesiastici, a quel-
lo di Sanctus della messa, lo dice hymnus
Angelicus , Cherubicus , Triumphalis,
Victorialis, et Trisagius dalla voce gre-
ca significante Ter Sane tus, sebbene (\\xe-
st' ultimo vocabolo propriamente signi-
fichi l'inno che spesso sogliono cantare i
greci nella messa e in altri uffizi divini,
cioè Sanctus Deus, Sanctus fortis, San*
ctus immortalis , miserere nobis. Que-
st'inno misterioso fu per divina rivelazio-
ne insegnato a un fanciullo, il quale nel
44^» o 446 nel tempo de' terribilissimi
Terremoti (/^.) di Costantinopoli, e di
altri luoghi d'oriente e d'occidente, oltre-
ché la città era desolata dalla fame e da
un puzzo pestifero che cagionava grande
TRI 69
mortalità d'uomini e d'anirnali,fu per vir-
tù diviua improvvisamente rapito in al-
to e in cielo a vista di tutto il popolo che
con gemiti e pianto replicava Kyrie elei-
son (/r.). Ritornando poi in terra il fan-
ciullo dopo un'ora, riferì d'avere udito
da'celesti Spiriti cherubici cautare innan-
zi a Dio il detto trisagio, e subito spirò;
il quale divino cantico ad alta voce repli-
cato dal popolo con divozione, per ingiun-
zione del fanciullo e del vescovo s. Pro*
ciò (V.)y onde placare l'ira divina, con
mirabile prodigio il terremoto, che da 6
mesi rovinosamente spaventava tutti, ces-
sò immantinente. Tutti si posero a can-
tare l'inno tanto più volontieri , perchè
venivano attribuiti i pubblici flagelli per
le bestemmie che gli eretici di Costanti-
nopoli vomitavano contro il Figlio di Dio.
11 luogo dove fu rapito e portato in cie-
lo il fanciullo, si chiamò Exaltatio di'
vinaj ed esso fu sepolto nella chiesa det-
ta la Pace. Quindi l'imperatore Teodo-
sio II, e l'imperatrice s. Pulcheria sua
sorella, attoniti del miracolo strepitoso,
ordinarono che il trisagio si cantasse per
tutto l'impero, e nel 45 1 l'approvòe can-
tò nel fine della 1." azione il concilio ge-
nerale di Calcedonia; registrandosi il mi-
racoloso avvenimento nel Menologio dei
greci a' 24 settembre, per celebrarne la
memoria. Fin da quel tempo il trisagio
fu usato con gran frutto da'fedeli, e dal-
la chiesa non meno orientale che occiden-
tale. Il santo vescovo di Costantinopoli
Proclo introdusse il trisagio nella liturgia
innanzi alla lettura dell' Evangelo, colle
parole: Agio s Theos,Agios ischyros, A-
gios athanatos , eleyson irnasj e fu se-
guito dalla chiesa di Gerusalemme. Altra
aggiunta nella liturgia greca non fece s.
Proclo, mentre pretesero alcuni greci mo-
derni ch'egli vi operasse vari cangiamenti,
cioè nella liturgia di Costantinopoli, ossia
l'antica di Gerusalemme di s. Giacomo,
compendiata o riveduta da s. Gio. Criso-
stomo , la quale a poco a poco divenne
d'un uso universale nella chiesa greca. Di-
7o T R I
. . s. Gio. Damasceno che gli ortodossi si
servirono del trisagio per esprimere col
maggior ardore la propria ledo concer-
ni nle ta ss. Trinità; che Santo Dio, in-
dicava il Padre, Santo forte, il Figlio,
Stinto immortalerò Spirilo santo. Il Mu-
to dottore pai la ili questo cantico ne'snoi
trattati: De Trisagio, e De fide orlho-
doxa. Alcuni anni dopo e verso il 4^3,
Gìiafeo (F.) ossia Pietro Fui Ione, fana-
tico fautore di Nestorio, essendosi intru-
so nella sede d'Antiochia, ardi temeraria-
mente di aggiungere al trisagio le paro-
le: Qui passiti est prò nobis, o Qui prò-
pier iios fuit Cruci fi. rus,o Qui Cruci fi-
.eus es prò nobis, attribuendo erronea-
mente la Passione non al solo Figlio, ma
a tutte e tre le Persone della ss. Trinità,
e di questa sua addizione scrisse ad Aca-
cio vescovo di Costantinopoli , il quale
sebbene in altre occasioni eragli stato fa-
vorevole, nondimeno nel 478 adunato un
concilio in Costantinopoli, condannò l'er-
rore di Gnafeo, e da alcuni di que'vesco-
vi fu ripreso acremente con lettere, ve-
nendo dal si nodo deci età tofana tema con-
tro quelli che avessero aderito a tale e-
letica bestemmia. Così Gnafeo si scuoprì
eutiehianOy con riconoscere in Cristo una
sola natura; apolli nari sta, dicendo che
la carne di Cristo venuta dal cielo si era
convertita nel Verbo; e s nielli a no , at-
tribuendo la passione egualmente al Pa-
dre, al Figlio e allo Spirito santo; poiché
sosteneva che una sola Persona era nel-
la divinità, e rinnovando l'eresia àe'Teo-
pasehili (^ .), così detti perchè asseriva-
no che la divinità a vea patito, i quali pro-
priamente solevano aggiungere al trisa-
gio le parole: Qui Crucifixus es prò no-
bis, introdotte dallo stesso Gnafeo nel sen-
so eutichiano. Laonde Gnafeo fu condan-
nato e scomunicato anche da Papas. Feli-
ce \\\,co\V Ejrist. 3.a a lui diretta nel 4,<:>4>
e riportata dal Labbé, Concilio/', t. 4> p»
j oG3.Tultavolta l'errore dell'eresiarca si
propagò per alcuni paesi, ed acciò gli ar-
meni cantassero il trisagio colle riprova-
TRI
te parole da lui aggiunte, li corruppe cou
insegnarglielo in lingua greca da essi non
intesa; ma poi s. Saba abbate, come si
legge nel Su rio a'5 dicembre, e nel Ra-
mino an. 4(J2? n-° 39 e 4o, togliendo le
parole erronee, dichiarò agli armeni le
verità della fede, e volle che continuan-
do a cantare le altre orazioni nella lip-
gua armena, proseguissero eziandio a can-
tare in greco il trisagio senza le parole
ereticali, perchè da tutti fossero uditi can-
tarlo cattolicamente, in quell'idioma al-
lora comune, cioè col quale erano stati
ingannati , così potendo ciascuno accer-
tarsi della sincerità e purità di loro i'ede.
Questocostumefuabbracciato dalla chie-
sa occidentale nel venerdì santo, giorno
della morte del Salvatore, nel tempo del-
l'adorazione della Croce (/"'.), al line di
ogni Improperio (/"'.) alternativamente
cantandosi solennemente in greco e in la-
tino da due cori e còlle parole riferite di
sopra, come notai nel voi. Vili, p. 309,
ed in greco in detestazione della bestem-
mia in tale lingua introdotta e mescola-
ta nell'inno da Gnafeo, e colla quale era
stato corrotto, confessando non essere al-
trimenti crocefissa la ss. Trinità, ina il so-
lo e umanato Verbo, Avendo diversi ar-
meni ripreso il trisagio colle parole ripro-
vate di Gnafeo, loro lo vietò Papa s. Gre-
gorio VII BeWEpis ti del lib. 8, a'quali
fu anche proibito da un decreto della con»
- gregazionedi propaga fida fide de'3o gen-
naio 1 635,la quale loro ingiunse di canta -
re il trisagio senza le parole vietate in lin-
gua greca, benché la loro salmodia e ri-
ti si eseguiscono col nazionale idioma.
Questo trisagio si trova altresì in altre li-
turgie, come nell'etiopica, copta, siriaca,
e nell'uffìzio mozarabico, senza alcuna ad-
dizione e quale l'insegnò s. Proclo, mal-
grado tutti gli sforzi dell'empio Gnafeo e
de'suoi settari. Vedasi il Remino, Ilisto-
ria di tutte Veresie; l'annalista Raronio
an. 44^> H'°5 e seg.; ed il Lambertini, Del-
la s. Messa, sez. i.a, cap. 1 1, § 2 dell'in-
no Sanctus 9 Sanctus, Sanctus. Egli dice
TR I
che i greci Io chiamano trionfale, ed i la-
tini angelico; e che non deve confonder-
si col trisagio Sanctus Deus, Sanctus for-
tis, Sanctus immortali*, inno viltoriale
o angelico, come osservò il Menardo, nel-
le note al Sagramentario di s. Gregorio
I; ed il Juenin, De Sacra mentis dìssert,
5; che il i .°trovasi in tutte le liturgie gre
che e latine, il 2.0 cantasi quotidianamen-
te da'greci nel principio della liturgia, e
da'latini solamente nell'oflìzio del vener-
dì santo. Il Mazzinelli nell' Uffizio della
Setti/nana santa , dice che nel venerdì
santoal fine di ciascun improperio e men-
tre si adora la Croce, si canta in greco e
in latino alternativamente da due cori il
celebre trisagio Agios o Tlicos- Sanctus
Deus. Agios ischyròs- Sanctus forlis. A-
gios athànatos eUyson imàs - Sanctus
immortalis miserere nobis. Fu esso da
prima inserito nella liturgia, per essere
cantalo in onore della ss. Trinità; ed og-
gi cantandosi in tempo che si adora il Cro-
cefisso, si vede che in esso si ha la mira
a Gesù Cristo, ed a lui si riferisce in quan-
to è uno nella Trinità, che vestito di no-
stra carne fu posto in croce, e ad esso ri-
corriamo per implorare misericordia. Co-
me nell'inno angelico della messa si dice:
Tu solo Santo, tu solo Signore, tu solo
Altissimo, o Ge.sù Cristo; così essendo e-
gli il Santo decanti, uomo e Dio viven-
tervero ed immortale, si dice a lui Santo
Dio, Santo forte, Santo immortale, ora
che appunto gode vita immorta le alla de-
stra del Padre particolarmente in questo
giorno, che colla sua morie ha vinto la
morte e l'inferno.Scrissero sul trisagio.Th.
Vegelino, De hy nino Trisagio, Franco-
furlii 609. Pietro Allix, De Trisagii o-
/7g//K>JR.othomagii674.Gio. Giorgio À-
bieht, De Domino Esajae viso, et Tri-
sagio celebrato, Gedani 1 7 1 8. Menochio,
Stuore, t. 2, cent. 6, cap. 69: Dell'ori-
gine del Trisagio, cioè del versetto che
si canta la setti/nana santa, e per qual
causa sì canta in lingua greca. Fr. Sa-
verio Brunetti, Orazione e Trisagio of
TRI 71
/erto alla ss. Trinità, Roma 1735. Bene-
detto XW,Defestis,p. 258. Borgia, De
Crttce Vaticana: Thrisagius, frequen-
tissima oratio ingraeco ritoj cur in ec-
clesia latina bilingui formula canatur?
Thri sa gii formula orthodoxa quae cs-
set? Altera nonnullarum occìdentalium
Ecclesiarum. Goar, Rituale gr accorimi,
p. 1 09. Sigismondo Jac. Baumgarten, Ili-
storia Trisagii , Halae 1736. Petavio,
Theolog. dogmat. t. 4> l»'3- 5, cap. 4-
TRIS! PI, Trisipellis. Sede vescovile
della provincia proconsolare d'Africa sot-
to la metropoli di Cartagine. Ebbe a ve-
scovi, Vittore che trovossi alia conferen-
za di Cartagine tenuta nel 4MJ e Felice
che sottoscrisse la lettera che il concilio
proconsolare d'Africa mandò nel 646 a
Paolo patriarca di Costantinopoli contro
i monoteliti. Morcelli, Afr. chr. t. 1.
TR1SULTI, Trisulto. Certosa celebre
dello stato pontificio, nella delegazione di
Prosinone, paese degli antichissimi erni-
ci, situata presso e nella diocesi d'Alalri,
antichissima citlà,celebre anche per le sue
mura ciclopee,e pel corpo di s. Sisto I{ V.)
Papa e martire, che si venera nella cat-
tedrale; nel territorio di Collepardo, del-
la quale comune, della certosa e della sua
grangia di Ticchiena riparlai nel voi.
XXVII, p. 269, 270 e 317, e negli ar-
ticoli che indicherò in corsivo. Distante
miglia 4 i/2 da Trisultiè la famosa Grot-
ta di Collepardo, visitata per le sue na-
turali, singolari, variate e imponenti cri-
stallizzazioni, stallatlili o stalagmiti e al-
tre curiose petrificazioni, di gruppi di for-
me diverse e scherzi trasparenti; grotta
emula di quella pure dalla natura for-
mata in Anliparos nella Grecia. La cer-
tosa prese il nome dal castello che vicino
sorgeva, e chiamato ancora TrisaltoJoV'
se a tribus saltibus, cioè dalle sue tre col-
line boscose, ne'bassi tempi tributario de-
gli alatrini, demolito ob malitiam inha-
bitantium in cimi, dal popolo di Castro
ueli3oo per ordine de'Colonnesi polen-
ti. Ivi fu già la chiesa e il monastero edi-
7* TRI
ficati nel 999 da s. Domenico di Foligno
clrll'ordiiie benedettino, detto di Sora pel
monastero di cui fu abbate e fondatore;
e siccome con Lubini Abbatiavum Ila-
line, p. 394*. De nbbatia titillo s. Bar-
tholomaei de Tri sullo , e con altri auto-
ri, all'articolo Certosa ne dissi fondato-
re s. Domenico Loricato, così per emen-
darmi e perchè meglio apparisse la diver-
sità che passa fra' due santi e il da loro
operato, ne compilai le brevi biografìe,
sebbene non comprese nel Butler, che sol*
tanto mi proposi a guida nella parte a-
giografica di questa mia opera. Innocen-
zo 111 nel 1208 donò gli avanzi del mo-
nastero e della chiesa fabbricati pef bene-
dettini neri da s. Domenico di Foligno,
chiamato eziandio di Cocullo pel riferi-
to uella biografia, a Certosini (J~.) co'be-
iii e pertinenze de'medesimi; quindi nel
1 2 1 1 fabbricò l'attuale certosa e l'esisten-
te chiesa; alla quale certosa è unita quel-
la di Roma, colla sontuosa Chiesa di s.
Maria degli Angeli, nelle Terme di Dio-
cleziano (Z7.), della quale chiesa e certo-
sa riparlai in più luoghi , come ne* voi.
XVII,p.i67,LXXV,p.2i7.PioVIIcol
breve Monasterii Cartusianorum,quod
in saltu est, cui Trisulto nomen, de'24
1 uglio 1 80 1 , Bull. Rom. conti. 1 1 , p. 1 8 1 :
Confirmalio capilulorum editorum prò
recta administr adone, et gubernio ino-
nastcriiCartusianorum Trisulti nuncu-
pati in dioecesi Ala trina. Eccone gli ar-
ticoli. 1. "Delle due Certose di Trisulti e
di Roma se ne formerà in avvenire una
sola, incorporandosi il monastero dr Ro-
ma e le sue pertinenze, alla certosa di Tri-
suiti, onde questa sarà rispetto a quella,
come figlia a madre. i.° La certosa ili Ro-
ma sarà considerala come un ospizio di
quella di Trisulti, da governarsi da un
vicario, che deputerà il priore di Trisul-
ti, il quale avrà la facoltà di destinarvi
la famiglia sufficiente al servizio della
chiesa e del monastero. 3.° Vi avrà la sua
abitazione e decente mantenimento il pro-
curatore generale, acciò possa trattare gli
TR I
affari del corpo della religione, senza pun-
to ingerirsi però nel governo della c;isa e
sua amministrazione, e facendovi la per-
manenza il p. generale, sarà mantenuto
e trattato, come richiede il suo grado e
la sua dignità. 4-° Dovrà la certosa di Tri-
suiti addossarsi i pesi annessi e connessi
a quella di Roma, come mantenimento
intero degl'individui, sagrestia, fabbrica
e tuttociò che necessiterà al mantenimen-
to e manutenzione, tanto degl'individui
che della chiesa, sagrestia e chiostro. 5.°
Per il risarcimento del chiostro non do-
vrà la certosa di Trisulti indugiare a met-
tervi mano.
TRITEISMO. Eresia poco conosci u-
ta ne'primi secoli della Chiesa, e primo
inventore di essa fu Giovanni Ascasnago
di Siria, col sistema mostruoso di distin-
guere in Dio tre nature. Il triteismo è l'e-
resia di quelli che insegnarono esservi in
Dio non solo tre Persone, ma ancora tre
sostanze divine, perciò tre Dei. Dipoi Gio-
vanni Filopono, grammatico e filosofo in
Alessandria, ove morì nel 610, profon-
damente versalo negli scritti d'Aristotile
e di Platone, dietro lo studio di quest'ul-
timo insegnò una Trinità {V.) di natu-
ra in Dio, e fu caposetta de'triteisti, ere-
tici che ammisero tre essenze e tre natu-
re particolari nella ss. Trinità, e per con-
seguenza tre Dei, sebbene ciò non osas-
sero di pronunziare. Mg.r Giuseppe As-
semani nella Bibliot.orient. Iib.2, p. 237,
riguarda Filopono propriamente come
inventore del triteismo. Appena compar-
ve quest' errore, fu condannato da' pa-
triarchi e da molti concilii d'oriente. La
pretesa riforma che ravvivò la semenza
di tante eresie, fece anche rinascere il tri-
teismo: t.° Negli scritti di Valentino Gen-
tili di Cosenza, il quale ammetteva nel-
la Trinità tre spiriti eterni, realmente di-
stinti e differenti nella loro essenza nume-
rica. Per quest' errore, col quale accop-
piava l'arianesimo e gli errori di altri e-
retici Trinitari (J7'.), bestemmiando con-
tro la Trinità, dovè fuggire da Ginevra,
T R T
e venne cacciato dalla Polonia; ma essen-
do motto il suo nemicoCalvino, l'eresiar-
ca tornò a Ginevra, ove fini con essergli
troncata la testa nel 1 566. 2.° Nell'opere
di due famosi protestanti , te^ogi della
sedicente chiesa anglicana, Raffaele Cud-
WÒrt, rinomato principalmente per le sue
profonde ricerche contro i Deisti nel 1678,
e pel suo Vero sistema intellettuale del-
l'universo, in cui segue Piatone e i moder-
ni discepoli di lui, rispetto alla divinità,
egli spiriti e alle idee. Dietro «.questa no-
zione immaginaria della Trinità di Pla-
tone, egli pretese che le tre Persone sie-
no tre sostanze spirituali distinte tra lo-
ro; ma che il Padre solo sia veramente
Dio e propriamente l'Essere supremo; per
modo che l'onore assoluto non sia dovu-
to che a lui , quasi il Figlio e lo Spirito
Santo non fossero Dio se non pel concor-
so del Padre con essi, e per la subordina-
zione e sornmessione che a lui rendono.
L'altro protestante che poco dopo dife-
se il triteismo, fu il pericoloso e ardente
Guglielmo Sherlok, curalo di s. Giorgio
a Londra nel 167 3. Egli impugnò la dot-
trina de'Solifidiani e degli Antinomiani
(Vi)ì e scrisse pure contro i Sociniani
(V.)t con libro nel quale chiaramente in-
segna l'errore di tre spiriti o intelletti di-
stinti nella divinità; fu accusato di tritei-
smo,e la sua dottrina condannata da una
assemblea d'Oxford, come falsa, empia,
eretica e contraria alla dottrina della chie-
sa cattolica, e particolarmente della chie-
sa anglicana. Le opere eh' egli compose
per difendersi e per arrestare i progres-
si del socinianismo, e le sue dispute con-
tro i suoi avversari, si potino vedere nel
Buller, il quale fa la storia del triteismo
nelle sue Feste mobili, trat. io: Sulla do-
menica della ss. Trinità ,cap. 3. Di quel-
li clw combatterono il mistero della ss.
Trinità. Così pure tratta degli errori e
delleoperedeglialtri eretici trinitari, Gu-
glielmo Whiston e Samuele Clarke.
TRITTICO, Triptyehum. Tavola o
tavoletta tripla che ripiegasi in tre partile,
TRI 73
al di dentro con sagre Immagini (Tr.) di-
pinte, o scolpite sul marmo, sul metallo,
sul legno o sull'avorio o sull'osso, per col-
locarsi sulle Mense degli altari pubblici
o domestici, o d'uso privato per divozio-
ne particolare verso Dio, laJB. Vergine e
alcuni Santi in esse rappresentati. L'o-
rigine decrittici sagri è comune a3 Dittici
(V.) sagri. I dittici sagri erano, secondo
1' etimologia del nome greco, anche pic-
coli armadi composti di tavolette pieghe-
voli da potersi aprire e ferrare a piaci-
mento. Ciascuna di delte tavoletteera se-
parata dall'altra, e formava uno sportello.
Se gli sportelli erano due, e due erano
per conseguenza le tavolette, chiama vansi
dittici; se tre, denominavansi trittici; se
finalmente erano molti, portavano il no-
me di polittici. Oltre a ciò erano questi
sportellisostenuti e fermati da piccoli gan-
gheri, e ciò affinché si potessero aprire e
serrare comodamente. Quanto all'uso, il
Buonarroti, Osservazioni sopra alcuni
frammenti di vasi antichi di vetro or-
nati di 'figure, ove riporta ancora le Os-
servazioni sopra tre Dittici antichi (Va-
vorioy riferisce che uno de' luoghi prin-
cipali , dove più frequentemente e eoa
maggior abbondanza mettevano ed espo-
nevano al pubblico gli antichi fedeli tali
loro sagri arredi, erano alcuni palchi in-
torno aìì'Jltare (V.) che si dissero per-
gole (vocabolo che secondo il Fanciulli,
e meglio il Donati , spiegò Cujacio, est
exhedra scu cathedra angusta in super-
ficie aliqua aediumj lo stesso significato
gli danno 1' antiche glosse. Inoltre Ter-
tulliano dice, Coenacula in aedicularum
disposi ta forma aliis, atout aliis per-
gulis super sunt , seti super structis j di
più avverte Cujacio che in queste pergole
per lo più^i spandevano le mercanzie, on-
de nel codice Teodosiano si dona il pri-
vilegio a' pittori di poter tenere le per-
gole. Della voce pergula si sono serviti poi
scrittori ecclesiastici ad exhedram , seu
mensam designandam, in qua sacra do-
narla exibebantur diebus celebriori-
74 TRI
hush come si può vedere in Anastasio Bi-
bliotecario, e nelle note che su di osso fece
l'AltaSNcrra particolarmente. Ancora gli
mettevano in veduta in certi gradi o rialti
in testa dell'altare, che tornando sopra la
Confessione (7 .) de'ss. Martiri, si pote-
vano ben godere i\n\ popolo; i quali rialti
mutato il sito dell'altare, furono trasfe-
riti verso la tribuna in feccia, e «opra i
medesimi, e questi hanno data l'occasio-
ne agli odierni gradini dell'altare, che si
sogliono ornine di vasi più o meno pre-
ziosi, di candellieri, di busti colle imma-
gini de'Santi, e di reliquari colle loro reli-
quie. In tali luoghi dunque si collocarono
le varie specie de'dittici sugli di legnosi 'os-
so, d'avorio o d'altra materia di prezzo, o
per mero ornamento, o perchè fossero vi-
cini e pronti per l'uso che se ne dovea fa-
re nelle sagre liturgie, e nel mezzo a que-
sti dittici o trittici nel luogo più princi-
cipale si mettevano quelli intignili del-
l' immagine de' Santi , specialmente di
quelli, a cui fosse dedicata la chiesa o la
solennità, al qual costume si conformano
i greci, i quali pongono in mezzo al coro
nella parte vicina al santuario in un com-
petente rialto l'immagine voltata al po-
polo del Santo, di cui di mano in mano
ne celebrano la festa. Il Donati, De' dit-
tici degli antichi profani e sagri, osser-
va che dal rito antichissimo di colloca-
re le ss. Immagini sopra gli altari (e ri-
porta esempi de' tempi di Papa s. Sisto.
Ili del 43a, e di Papa s. Simmaco del
49B, e per le chiese dell'Africa da un pas-
so di s. Ottato vescovo di Milevi del 370)
e presso le confessioni de'ss, Martiri, non
essere improbabile il dire, che ne sia an-
cora derivato il costume di porre in te-
sta alle sagre mense i dittici o trittici i-
storiati aldi dentro di sagre ligure. I quali
dittici e trittici ebbero anticamente nelle
chiese quel medesimo uso, che presente-
mente hanno i nostri Quadri (f^.) o ta-
vole dipinte da altare , che dal senatore
Buonarroti credonsi originate da questa
stessa sorte di dittici. Mentre anticamente
T II I
fabbricavano a foggia di essi, cioè come
tanti piccoli armadi da aprirsi e serrarsi
in più parti, ciascuna delle quali era di-
stinta dalle altre con qualche lista , che
serviva loro d'ornamento, terminandoiu
cima in un angolo acuto, nella guisa ap-
punto che sono lutti i dittici di siimi fatta,
che ci sono rimasti. Tali quadri da altari
con altro nome più propriamente non
pare che si possano chiamare, che di dit-
tici, o trittici, o polittici, dal numero più
o meno de' loro sportelli. I quali poi in
decorso di tempo gli fecero fissi, e da star
sempre aperti, ritenendo solo della primie-
ra loro figura la distinzione degli spotv
telli, o nicchie separate da qualche spe-
cie di colonna, o lista per ornamento, ter-
minando anch'esse nella parte superiore
in un angolo acuto. Il Donali aggiunge,
d'averne osservati di simile struttura de-
gli avanzi tratti da antichi quadri d' aU
tari di chiese., fabbricali nel tempo di mez-
zo; usanza che perseverò poi anche dopo
il 1 4°°j ritrovandosene alcuni dipinti da
fr. Filippo Lippi. In fatti uno quasi so-
migliante, dice il Donati, tuttora esiste-
va nell'antica chiesa di s. Frediano, fatto
tutto di marmo da Giacomo di Siena nel
secolo XV; quantunque nell'istesso tem-
po vi fosse introdotto il costume di far le
tavole d'altare tutte andanti e intere, e
dipinte con una sola storia. Questi dittici
o trittici fabbricati poi sulla maniera di
que'che tuttavia esistono,ol tre l'essere sta»
lo in costume di riporti in lesta alle sa-r
gre mense, che sempre teneva nsi fisse,ser-
virono ancora per gli Altari portatili
(7^.), essendo molto facile e comodo il lo-
ro trasporto. Non sarà forse cosa tanto lon-
tana dal vero, il credere che potessero es-
sere stati usati eziandio da' cristiani in
tempo della persecuzione degV Iconocla-
sti (7'.), esprimendo entro di essi le sa-
gre Immagini per potere nell'istesso tem-
po e venerarle e guardarle da' loro in-
sulti sacrileghi e oltraggiosi. Servirono an-
cora questa sorte di dittici per soddisfare
la divoziouedichi viaggiava, mentre por-
T 11 I
tancluli conloro,aveano ilcomoclocli pre-
slare il dovuto cu Ilo al le ss. immagini non
solo nelle proprie case dove le tenevano,
ina anco in qualsiasi altro luogo. Quindi
il Donali descrive e illustra eruditamente
6 trittici sagri; cioè ih.0 della metropo-
litana di Lucca, formato di 3 sportelli di
legno di figura bislunga, «miti da 3 gan-
gheri di ferro; stando aperto nella parte
superiore, termina in 3 angoli o sesti a-
culi, e quando è serrato in un solo. Cia-
scuno degli sportelli laterali è eguale nella
grandetta alla metà di quel di mezzo, di-
modoché serrandosi, tutti e due insieme
gli servono di coperchio. Formasi di pezzi
dosso, bianco incastrato e storiato a bas-
sorilievodi sa«relmma"ini,esi vuole lavo-
io barbaro del secolo XI li. Il 2.°è il tri'l*
lieo sagro de carmelitani di Lucca,in tutto
nella forma del pi ecedente, come sono lut-
ti gli altri trinici di tal sorte, parimenti
con pezzi d'osso bianco incastrato, ed ef-
figiali assai rozzamente con bassorilievi.
3.° Altro trittico lucchese, di proprietà
del Donati, era anch'esso composto di 3
tavoluccie piegabili, affatto uniformi a*
precedenti trittici, e ne fece eseguire il di-
segno che riprodusse nel suo libro, acciò
si prendesse una chiara idea de' trittici,
non meno che de'qnadrida altare. Nel-
lo sportello a destra la figura sembra un
«.Evangelista o un s. Apostolo, ed in quel-
lo a sinistra forse un s. Leonardo mona-
co e confessore. Nello sportello di mezzo
è figurata la B. Vergine col divin Figlio
in un braccio, fra due Angeli. 4«° 'I trit-
tico di Verona , pure di tavole di legno
con pezzi d'avorio incastrati, rozzamente
scolpili a bassorilievo. 5.° Il trittico de'
carmelitani di Modena, simi le a'preceden-
ti, con pezzi d'osso bianco incastrati, tutti
eiììgiati a bassorilievi di sagre figure. Rac-
conta poi il Donati, che nell'antica chiesa
di s. Pietro della Badia di Camaiore di
Lucca, esisteva un antico quadro da al-
tare dipinto in tavola, espartito in 5 spor-
telli storiali di s. Immagini, terminanti tut-
ti, come i trittici accennati, in altrettanti
TR I
7*
angoli acuti. Questelavoledipinteda alta»
re,otiginate da trittici, si principiarono a
introdurre ne.1 medio evo,dopo il secoloX;
e fra le più antiche si deve contare quella
d'argento dorato e ornata di gemme,fatta
in Costantinopoli nel 976 d' ordine del
Doges. Pietro 1 Orseolo per la ducale ba-
silica di Venezia, la di cui descrizione può
leggersi anche nel Marangoni, Istoria di
Sancta Sanctorum p. 23 1 . Questa è la
celebre Pala d'oro della basilica patriarca-*
ledi s. Marco.il can. Luca Fanciulli,/)/ <7,/-
cuni antichi riti della cattedrale di Osi*
mot colla spiegazione d'un sagro Trit-
tico, ohe si conserva nell'archivio capi-
telare, ci'eóe che abbia servito per oggetto
di culto e venerazione a qualche osima-
110, nell'oratorio domestico, o piuttosto in
occasione di viaggio; e rappresenta gli a-
dorabili misteri dell'Incarnazione e Pas-
sione del Redentore, e le figure di pareo*
chi santi. Di 3 tavolette o sportelli è com-
posto. Ih.0 rimane fermo e immobile, gli
altri due si piegano e si chiudono, uno
dentro l'altro. Quindi stando tutti e 3 a*
porli, formano 3 quadri diversi e sepa-
rati. La pittura non sembra più antica del
XV secolo , e perciò non senza qualche
buon gusto. Non solo il Fanciulli spiegò
tutte le pitture e le figure in esse espresse,
ma ne riportò i disegni con incisioni. Di-
ce inoltre, che I' uso di questi trittici fu
comunissimo sempre presso i greci e al-
tri popoli orientali, ed esserlo ancora tra'
ruteni mediante tavolette dipinte di sa»
gre Immagini, poiché non sogliono mai
fare orazione se non hanno davanti qual-
chesagra immagine, esi servono ditali ta-
volette come di altrettanti altarini. Il trit-
tico ruteno di cui sono possessore, e ne feci
cenno a vScultura, ragionando di quella
in legno, è una prova dell'asserto del can.
Fanciulli. Si ponno vedere le opere di Gio,
Antonio Gov\ , Thesaurus veterum Dipty-
chorum, e Gio. Battista Passeri che ne
compilò le prefazioni. Nella Raccolta
d'opuscoli scientifici, del camaldolese p.
d. Angelo Calogerà, molto si traila della
76 TRI
diversa specie di dittici, profani ed eccle-
siastici, e nelle Osscrvéatoni intorno alla
cattedrale di JbrreZ/o, del p. Costadoni
della stessa congregazione. Egli discorre
delle tavole d'altare divise per lo più in
due o tre parli, che l'una facendosi ca-
dere sopra l'altra vengono perciò a chiu-
dersi, e ad essere meglio conservate e di-
fese, chiamandosi dittici se due parti solo
lecompongouo, trillici e polittici se tre o
più, poiché con tali vocaboli i greci chia-
mavano i libri formati di due, tre o più
tavole.
TRIUMVIRO, Triumvir. Uno de'3
del Triumvirato ossia principato di 3 uo-
mini. I triumviri erano i magistrati che
governavano con sovrano potere in Roma
(^)e dividevano fra loi'oil governo della
repubblica romana,il che abbiamo veduto
in ombra rinnovato nel 1849. I triumviri
dell'anticaRoma niente aveano di comune
fra loro, fuorché dell'ambizione, e della
crudele rendetti che ciascuno faceva de'
propri nemici. Il triumviraloera un gover-
no assoluto di 3 persone,che assumendo il
potere dispoticamente, cambiarono la co-
stituzione da democratica in monarchica.
Vi furono in Roma due famosi triumvi-
rati, che governando sovranamente du-
rarono 1 2 anni circa. G. Pompeo Magno,
C Giulio Cesare, e M. Licinio Crasso for-
marono il i.°;Ottavio, poi imperatore Au-
gusto, M. Antonio e Lepido formarono
il 2.0, dopo la morte del dittatore Giulio,
Cesare, nell'isoletta di cui riparlai nel voi.
L.VlI,p.255e 258. Questo ultimo trium-
virato affrettò la rovina della repubblica,
e portò l'ultimo colpo alla di lei libertà.
Ottavio entrato in discordia conM. Anto»
nio e Lepido, fece loro la guerra, ed aven-
doli vinti ad Azio, rimase il solo padro-
ne di Roma e dell'impero della repubbli-
ca, venendo proclamato imperatore. Vi
erano ancora in Roma diversi ufliciali o
magistrati, che chiamavansi triumvirati.
I triumviri capitati furono creati verso
l'anno 4^4 di Roma: essi erano giudici
delle cause criminali; giudicavano degli
TRI
omicidii, de'furti,e di tuttociò che riguar-
dava gli schiavi colpevoli; assumevano le
informazioni contro coloro ch'erano so-
spetti di qualche delitto; aveano la custo-
dia delle prigioni, e facevano eseguir la
sentenza contro quelli ch'erano condan-
nati a morte dal pretore, dagli 8 littori
loro addetti. Il luogo ov'essi amministra-
vano giustizia, era situato vicino alla co-
lonna chiamata Mocnia. Questa non era
lungi dal Comizio nell'area del Foro ro'
mano, e fu così chiamata perchè eretta
a onore di Caio Menio vincitore de'latini
nel 4' 6 di Roma, quello stesso che ornò
la tribuna pubblica co' rostri. Plinio la
mostra come la più antica fra le colon-
ne onorarie, ma non più esistente a'suoi
giorni, forse perita nell'incendio Neronia-
110. Altri pretendono chiamarsi così la co-
lonna, da un tal Menio che si riserbò nel
vendere a Catone la sua casa per edificar-
vi la basilica Porcia, e questo affine di po-
ter di là veder esso e i posteri suoi i giuo-
chi gladiatore che si davano nel Foro fa-
cendovi alla circostanza palchi posticci. I
triumviri capitali dilferi vano soltanto nel-
la maniera di eleggersi, da'duum viri, che
parimenti giudicavano le cause criminali,
giacché questi erano eletti a sorte , ed i
primi da' suffragi del popolo convocato
per Tribù. Tali duumviri pure si dice-
vano capitali, erano giudici o luogotenen-
ti criminali, maggiori de'triumviri capi-
tali, perchè condannavano a morte i de-
linquenti, ma dalla loro sentenza si ap-
pellava al popolo, il quale soloavea il di-
ritto di confermare un giudizio di morte
contro un cittadino romano. Non si devo-
no confondere co'duuuiviri, poi accresciu-
ti , che custodivano i libri della Sibilla
(T7".),!! consultavano e proponevano i mez-
zi di placar gli Dei in tempo di pubbli-
che sciagure. I triumviri nocturni erano
3 individui che vegliavano durante la
notte, per la conservazione della quiete
di Roma, ed affinchè se mai si manifesta-
va in qualche parte incendio, fossero più
pronti nei dare gli ordini necessari per e-
TR I
st inguerlo a'vigili, ora Pompieri (V.), e
mettevano sentinelle sulle mura e in di-
versi quartieri per avvertirli subito, ve-
dendo fuoco. Yi erano ancora 3 magistra-
li della pubblica salute, cbe chiamavansi
triumviri valeludiiris, e creavansi princi-
palmente in tempo di Pestilenze (P.) e
di malattie popolari. 1 triumviri mone-
tari erano magistrati direttori e soprin-
tendenti destinati alla fabbricazione della
Moneta (V*). Ne' tempi della repubblica
l'intendenza delle monete era commessa
a 3 ufhziali che si chiamavano triumviri
auro,argento, aeri Jlando.feriundo. G.
Cesare ne aggiunse un 4-°; ma sotto il ni-
pote Augusto i cambiamenti fatti dallo zio
furono riformati, e i triumviri monetari
continuarono a incidere i nomi loro sulle
monete che faceano coniare.Dopo la mor-
te d'Augusto non leggesi più sulle mone-
te i nomi de'triumviri. Nel basso impero
non si fece più menzione di questi magi-
strati, e le lettere S. C. non trovatisi più
come prima sulle monete di bronzo. Que-
sto fa supporre, che gì' imperatori attri-
buendo alla lorodignità il diritto esclusivo
di far battere moneta, abolirono le cari-
che di coloro che ne presiedevano la fab-
bricazione, e che probabilmente erano no-
minati coll'approvazione del senato. Se-
condo tutte l'apparenze quel cambiamen-
to si operò sotto Aureliano, contro cui i
monetari eransi rivoltati. Gli operai che
lavoravano sotto gli ordini de'triumviri
monetari erano liberti o schiavi, divisi in
molte classi. Gli uni chiamati signatores,
intagliavano i punzoni; gli altri detti sup-
postores, aveano cura di porre il pezzo di
metallo ne' punzoni; gli altri, delti ma-
leatores, le battevano col martello. Ol-
tre questi, eranv i altri operai occupati nel-
la preparazione e fusione de'metalli, e di-
ce \am\ jìatores o Jlatuarii. Alcuni era-
no incaricati della verificazione del titolo
e del peso delle monete, appellali exa-
ctores auri3 argenti, aeri: egli è per que-
sto che leggesi, exagium solidi su certe
medaglie d'Onorio e di Yalentiniano ili,
TRI 77
che sembrano essere slate una specie di
t ipo per verificare i soldi d'oro che si co-
niavano a'tempi di quegl' imperatori. Il
capo di quegli operai è chiamato optio nel-
le iscrizioni. Nella i* guerra punica era-
no slati creati i triumviri mensarii, per
l'intendenza delle monete e del cambio.
Si dissero triumviri senatus legendi , 3
personaggi che nominavano i soggetti cui
credevano più degni d'entrar nel senato.
GÌ' istituì Augusto, poiché da principio
questo diritto apparteneva a're di Roma,
indi a'consoli,e nel 3 io di Roma fu at-
tribuito a'censori.Yi furono pure i trium-
viri agrarii , ed i triumviri epuloni poi
settemviii. Finalmente eranvi i triumviri
o duumviri delle Colonie (F.) dedneen-
dae} i quali venivano incaricati della di-
rezione delle colonie , che il popolo ro-
mano inviava e stabiliva altrove. Dessi
appunto eran quelli che con aratro desi-
gnavano il luogo e i confini, ove bisogna-
va edificare le nuove città, chedividean
le terre in proprietà a ciascun colono ,
davano i regolamenti, ed amministrava-
no la giustizia a'nuovi abitanti, e conser-
vavano lo stesso grado e l'autorità stessa
che aveano i consoli in Roma. Questi
triumviri oduumviri erano scelti dal cor-
po de' decurioni, e la loro magistratura
durava 5 anni: si eleggevano dall'assem-
blea del popolo per tribù. Sui monumenti
lo stabilimento delle colonieè indicato da
un aratro con buoi attaccati. Abbiamo di
Citi i de la Guelte, Histoire du triumvi-
rat de J. Cesar, Pompe e et Crassus^a-
risi 694: Histoire du trinmvir a t a" Au-
guste, M.Antoine et Lepidus,Vaiis 1 694.
Joh. Guil. Hoffmanui, Singularia capi-
ta ex historia triumviratus^iaticofavii
ad Yiadrum 1 733. Gio. Adolfo Hartman-
ni, Dissertalo historica de triumviri s
RoìnanaeReipublicaefunestis^oìhtwn.
1736. Gaspar AchatiusBechius, Brevis
historia triumvirati prioris apud Ro-
manos, Basileaei74o.
TR1YENTO (Triventin). Città con
residenza vescovile della provincia di Alo-
78 t n i
lise nel Sanino, del regno delle cine Si-
cilie, distante da Benevento per la via
di Morcone, Campobasso e Castro mi-
glia 3(), capoluogo di cantone. Giace in
salubre e benigno cielo, sopra un alto
colle, sotto del quale poco discosto per
una profonda valle scorre il fiume Tri-
gno, al confluente dell' Arresta. E cin-
ta di mura, ha vie regolari e ben lastri-
cate, ed ha alquanti belli edifizi. La cat-
lediale, antichissimo edilìzio di nobile
struttura, è sotto l'invocazione de'ss. Na-
7.ario, Celso e Vittore martiri patroni del-
la città, e tra le reliquie sono in ginn ve
neraatone i capi de' ss. Melario e Celso.
Il rapitolo si compone di 5 dignità, la i .a
delle quali è l'arcidiacono, di 7 canonici
comprese le due prebende del teologo e
del penitenziere, di 6 mansionari, e di al-
tri preti e chierici addetti al divino ser-
vizio. Vi è l'unico fonte battesimale del-
la città, con la cura d'anime amminisl ra-
ta da una delle dignità, come dalla 3.a
dell' arciprete o da un canonico. Presso
la cattedrale è l'episcopio che si fa distin-
guere tra gli edifizi. Non vi sono altre
chiese parrocchiali, bensì diverse chiese,
un convento di religiosi, due sodalizi, il
seminario cogli alunni. I suoi 4^00 abi-
tanti circa vi tengono fiera il 27 e 28 lu-
glio d'ogni anno. Vi si sono trovate mol-
tissime iscrizioni, alcune delle quali ri-
portò Muratori. Nelle vicinanze è una sor-
gente solforosa. Trivenlo dal suo fiume
Trigno detto da'lalini Trinumt onde al-
cuni vogliono che sia appellala Triven-
tum} ubi Triiium v'ertilnr. Altri disse-
ro, essere chiamata Trivento per essere
posta in luogo ventosissimo. Antichissi-
ma fra le più importanti città de'sanni-
ti , i romani vi dedussero una colonia
d'ordine di Giulio Cesare, dicendo Fron-
tino: Triventum oppidum} Àger ejus in
praecisuras 3 et stri gas est assignatus
post lertiam obsidiouem mi li ti bus Julia-
nis. Iterpopulo nondebetur. Si vuole che
fosse anche municipio romano. Divenne
contea sotto i longobardi, e la siguoreg-
TRI
ginrono prima la nobilissima famiglia di
A Millo, e poi il celebre capitano Antonio
Giacomo Caldora. Vanta molli illustri
nella toga e nell'armi; e seguì le politiche
vicende della Puglia. L'Ughelli, Italia
sacra, 1. 1, p. 1 327, Tridentini Episcopi >
ne riporta la serie, ed il Coleti nel t.10,
p. 346j le collezioni. Riferisce il Sarnel-
li nelle Memorie degli arcivescovi di ' Jìe-
nevento, che da'primi tempi la sede ve-
scovile di Trivento fu ad essi soggetta,
come apparisce dalla bolla di Agapito li
Papa del Cj{\f>, che nel detto anno cacciò
dalla cattedra Tridentina l'intruso Leo-
ne prete e monaco, ad istanza di Giovan-
ni V vescovo Beneventano, riti Ecclesia
Tridentina aniiquitus subdita crai. E-
rella la chiesa di Benevento in arcivesco-
vato, il vescovo di Trivenlo fu uno dei
suoi suffragane'! , come si ha dalla bolla
del pallio di Papa Giovanni XI V ad Alo-
ne arcivescovo nel g84- Similmente Papa
Gregorio V nella bolla del pallio ad Allu-
no nel 998, s. Leone IX nel io53,ed è scol-
pito tra'suffraganei nella porta di bronzo
della metropolitana. Nel 147 1 l'arcivesco-
vo Corrado Capace, come metropolita vi-
sitò la cillà di Trivento. Il Sarnelli sebbe-
ne confessa che nel 1 474 Sisto IV esentò
Trivenlo e lo sottopose immediatamen-
te alla s. Sede, tuttavolta dice che non de-
ve esentarsi dal concilio provinciale, co-
me non ne fu dispensata Troia, benché
divenuta esente, il che si apprende dal-
l'editto sinodale dell'arcivescovo Palom-
bara del 1 ^99, e dalla lettera sinodica del-
l'arcivescovo Foppa deli 656,iu cui ven-
ne compresa Trivenlo obbligati a inter-
venirvi. Leggo nell'CJghelli: Tridentina
Ecclesia, quae rcgiae praesentationis
est) una habetur ex insignioribus huj'us
provinciae Ecclesiis , tum ex dioecesis
amplitudine , tum quia ex Alexandri
III i ac Sixti IV aliorum summorum
Ponlificum privi leg. ab ornili alio metro -
polii, jure exempta s. Sedis apostolicis
proxime subjacet, uniusque tantum ro-
maniPontificis vencratur arbitriumtlam
T R I
e! si Episcopus ad nornmm Tridentini
conciln, ex electione ad Lancia nensem
provìncialem synodttm accessit) idquc
nobìs causaefiiityCiir Triventinos F.pi-
scopos inter romanae Ecclesiae imme-
diate subjeclos Episcopus rejiciamusì
auos ex alior um vecordia in nostro /to-
mo praetermisimus. Nell'ultima propo-
sizione concistoriale si dice, Apostolicae
s. Sedis est immediate sid>j'ecta. Il r ."ve-
scovo di Tri vento è s. Casto, ma s'igno-
ra il tempo in cui fiorì, il 2. ° vescovo che
si conosca fu N. milanese contemporaneo
di s. Ambrogio del 3<)0, il quale recò da
Milano a Trivento i capi venerabili dei
ss. Nazario e Celso. Domenico Episcopus
Triventinus nell'861 intervenne al con-
cilio romano, ed in quello di Ravenna nel-
1*877 o v'è detto Trivensis. Leone intru-
so nel 946» comedissi fu espolso. Lintnl-
fo del 1 o 1 5 fu al concilio romano di I>e-
nedello IX, nel quale si concesse un pri-
vilegio all'abbazia di Fluttuarla. Alferio
vivea a'tempi di Papa Pasquale II, cen-
surato pel suo operato. Giovanni del 1 1 09
vivea nel 1 l 1 9. Llao o Raus nel 1 i 76 con-
fermò la donazione di Rinaldo signore di
Torri fatta al monastero di s. Angelo.
Ponzio oPel io intervenne nel 1 179 al con-
cilio di Laterano MI celebrato da Papa
Atessandrol II, il quale prese la sede diTri-
vento sotto l'immediata protezione del-
la s. Sti\e , facendola immune da Bene-
vento: Ponzio visse sino al 1 189. N. elet-
to dal capitolo, fu confermato da Grego-
rio IX nel 1 237. Riccardo monaco diMon*
te Cassino del 12 4° tM gran virtù, vivea
neli 246. Nicola monaco di Subiaco, elet-
to da Innocenzo IV fu confermalo nel
1256 dal successore Alessandro IV. O-
dorio del 1265, per sospetto di Manfredi
usurpatore di Sicilia, questo l'intruse nel-
la sua sede, cacciandone fr. Luca, il qua-
le neh 266 si rifugiò presso Gemente IV
che lo reintegrò. Giovanni fiorì nel 1 295.
Fr. Natimbene oAntibono figlio di Fran-
cescoManfredi signore diFaenza, nel 1 334
eletto da Giovanni XXII, morì nel 1 344-
T R I 79
In questo gli successe fr. Giordano Cur-
ii francescano, traslaloa Messina nel 1 348
da Clemente VI, il quale gli sostituì fr.
Pietro Scolelli dell'Aquila pure minori-
la di esimia dottrina e lodalo commen-
tatore del Maestro delle sentenze. Fran-
cescoMarchisio diSalerno morto nel 1 379
in patria, e sepolto nella chiesa di s. Fran-
cesco con epilafì'10 riportato da Ughelli.
Nel detto anno Urbano VI nominò Rog-
gero de Carcasi di Sangro, in diverse let-
tere dichiarando esente Trivento; e Bo-
nifacio IX elesse nel 1 39 1 Pietro, cui suc-
cesse Giacomo per destinazione di Gre-
gorio XII nel i4°9i e nuovamente nomi-
nato da Giovanni XXI li nel 1 4 1 3. Nel
1421 Marano V elesse Giovanni Masi,
morto nel 1 45 1 . In questo fu fatto com-
mendatario e neh 4^2 vescovo Giacomo
de Tersis o Uvilj abbate benedettino di
s. Stefano di Tordona. Nel 1 472 Sislo I V
conferì la sede a Tommaso Carafa nobi-
le napoletano, lodato e caro a Ferdinan-
do I redi Napoli, indi colla bolla Ad A-
postolicae, de'3o giugno 1 4?4> p»'es<;o U-
ghelli, confermò l'esenzione della chiosa
e vescovo di Trivento dal metropolita di
Benevento. Alessandro VI neh499 n0"
minò Leonardo da Corba ria. Gli succes-
se Tommaso Caracciolo nobilissimo na-
poletano assai stimato, nel 1 523 fatto an-
cori amministratore di Capaccio, indi nel
1 53 1 dimise la ^ec\e di Trivento a favo-
re di Enrico Lodredi nobilissimo e vir-
tuoso, nel 1 536 traslato a Capua, con ri-
tenere l'amministrazione ili Trivento,ehe
cede nuovamente nei 1 54o.lu questo Pao-
lo 111 vi trasferì da Muro Matteo Grif-
foni toscano di Poppi, abbate vallombro-
sano.sià inlimo di Clemente VII, morto
in Roma nel 1 567 e sepolto nella cappel-
la gentilizia della linea romana ins. Mar-
cello. Nel 1 568 vi fu traslato d' Acerra
Gio. Fabrizio Severi ni nobile napoletano.
Nel i582 Giulio Cesare Monconi na-
poletano, in ogni genere di scienze ver-
sassimo, zelantissimo pastore, restatilo
ampiamente e abbellì la cattedrale, \i fé-
80 TRI
ce l'organo, la cantoria, il pulpito, l'alta-
re maggiore ornatissimo, e fra le reliquie
pose una ss. Spina della Corona eli Gesù
Cristo aspersa del suo prezioso saligne,
chiusa in reliquiario d'argento. Accrebbe
la dignità del clero, ridusse all'antico nu-
mero i canonici e ne aumentò le dignità,
e nella forma di vivere dagli alti i lisegre-
gò: eresse l'archivio e in esso diligente-
mente raccolse i monumenti di sua chie-
sa; in Angiomi eresse il seminario, nel si-
nodo diocesano corresse i costumi de'chie-
liei e adempì le parti tutte di eccellente
pastore per 24 anni, perciò degno d'eter-
na memoria. Nel 1 606 Paolo de Lago pe-
rugino, nel 1623 Girolamo Costanti no-
bile napolelanOjtraslatoaCapua nel i63o.
In questo, per regia presentazione Urba-
no Vili nominò fra Martino de Leon-y-
Cardenas nobile spagnuolo agostiniano,
encomiato per insigne pietà, dottrina, mu-
nificenzae altre eccellenti virtù; indi nel
1 63 1 traslato a Pozzuoli. In tale anno il
Papa gli sostituì Carlo Scaglia bresciano,
canonico regolare di S.Giorgio in Alga. Nel
1646 Gio. Battista Capaccio di Pozzuoli,
arcidiacono di quella cattedrale e vicario
generale. A '22 gennaio 1 653 fr. Gio. dei-
la Croce di Toledo minore osservante,
-visitatore generale del 3.° ordine nella
Spagna, morto in Roma a'20 marzo pri-
ma d'essere consagrato, e sepolto in A-
raceli con iscrizione riportata da Cole-
ti. Nel i655 Gio. Battista Ferrimi di
Messina; nel 1660 Vincenzo Lanfranco
nobile napoletano teatino, traslato ad A-
cerenza. Nel 1666 Ambrogio M.a Picco-
loniini napoletano olivetauo, nobilissimo
e virtuoso pastore, trasferito all'arcive-
scovato d'Otranto. Nel 1679 Diego Yba-
nezde la Madriz cappellano del re di Spa-
gna, decano della cattedrale di Lugo, tra-
slato a Pozzuoli nel i684- In questo fr.
Tortorelli di s. Gio. Rotondo minore os-
servante, lodatissimo pastore che il capi-
tolo onorò con solenni funerali nella cat-
tedrale, e seppellì nella cappella della B.
Vergine de'Sette Dolori a corrili Evan-
T R I
gelìim marmoreo sepolcro, collo tua im-
magine e iscrizione scolpiti. Nel 1717 Al-
fonso Mariconda patrizio napoletano, mo-
naco cassiuese, professore di teologia nel-
l'università di Napoli, di singoiar dottri-
na, miracolo d'erudizione; prese solenne
possesso a'27 luglio vigilia de'ss. Patro-
ni Nazario,Celsoe Vittore. Illustrò la va-
sta diocesi colle sue operazioni, donò al-
la cattedrale preziose suppellettili, e ne
ornò il prospettoesterno; rifece il palazzo
vescovile con religiosa modestia. In più
luoghi della diocesi ristabilì i sodalizi, nel
1721 celebrò il sinodo con salutari de-
creti e per l'erezione del seminario. Vi-
gilante pastore, di grande probità, lasciò
la sua memoria in benedizione. Qui ter-
mina ì'/talia sacra, ed io compirò la se-
rie de'vescovi colle Notizie di Roma. Nel
1730 Fortunato Palumbo, monaco ce-
lestino di Marzano, diocesi d' Otranto.
Nel r 734 Giuseppe M/ Carafa teatino di
Nola. Nel 1756 Giuseppe Pitocco napo-
letano. Neh 771 Gioacchino Paglioni di
Civita Reale diocesi di Rieti. Nel 1792
Luca Nicola de Luca di Ripa Limurano
diocesi di Boiano, traslato da Muro. Nel
1820 fr. Bei nardo d'Avolio cappuccino
d'bchitella diocesi di Manfredonia. Nel
1822 Giovanni di Simone napoletano,
indi traslato a Conversano." Nel 1827 Mi-
chelangelo del Forno di Cave, canonico
della patria cattedrale, ed esaminatore
pro-sinodale. Per sua libera dimissione,
Gregorio XVI nel concistoro de'2 luglio
1 832 gli surrogò Antonio Perchiacca di
Capua e parroco della chiesa d'Ognissan-
ti di quella città, esaminatore pro-siuo-
dale. Per sua morte, lo stesso Papa nel
concistoro de' 19 maggio 1837 dichiarò
successore, Benedetto Terenzio di Fondi
diocesi di Gaeta, parroco e vicario fora-
neo in patria, zelante predicatore. Vaca-
ta la sede pel suo decesso, il regnante Pio
IX nel concistoro de' 23 giugno 18^4,
preconizzò l'attuale vescovo mg.r fr. Lui-
gi de Agazio da Soriano diocesi di Ca-
tanzaro, dell'ordine de'minori osservan-
t a i
ti riformati della provincia della i? Ca-
labria Ulteriore, già definitore generale,
custode e segretario provinciale, ornato
di quelle qualità encomiate nella propo-
sizione concistoriale. Ogni nuovo vescovo
è lassalo ne'libri della camera apostolica
in fiorini ioo, ascendendo la mensa a
3ooo ducati napoletani. La diocesi si e-
stende a circa 100 miglia, e comprende
nella sua ampiezza 55 luoghi.
TRIVULZI Antonio, Cardinale. Dì
nobilissima prosapia di Milano e chiama-
to pure Gio. Antonio, essendo intimo con-'
sigliere del duca Gio. Galeazzo Sforza e
suo inviato al senato veneto, nel 1487 In-
nocenzo Vili lo fece vescovo di Como, in-
di uditore di rota,e nel '499 vescovo d'A-
sti. Ad istanza di Luigi XII redi Fran-
cia, a'28 settembre i5oo Alessandro VI
Io creò cardinale prete di s. Anastasia.
Giulio II neh5o8 lo trasferì alla chiesa
di Piacenza, che appena ritenne pel bre-
ve spazio di 6 mesi. Mostrò ii cardinale la
sua gratitudine al re di Francia, coll'es-
sere di lui costante fautore e partigiano,
e singolarmente nella guerra fatta dal re
in Lombardia, in cui s'impadronì di Mi-
lano, dove il cardinale fece fabbricare da'
fondamenti la chiesa di s. Antonio, e poia'
teatini graziosamente la donò. Singolare
fu l'amicizia del cardinale con Giulio II,
il quale nel cardinalato trovandosi inMila-
no a vea conosciuto e trattato ilTrivulzi ed
anche da lui ospitato, onde il Papa pren-
deva gran diletto di sua compagnia, e so-
vente lo voleva a commensale. La sua ge-
nerosità, congiunta ad elegante aspetto e
naturale facondia, non andò immune da
un vizio notabile, che fu quello dell'ira,
in cui prorompeva in atti sconci e disdi-
cevoli alla dignità dell'eminente suo gra-
do, fino a percuotere e maltrattare i fa-
migliari e domestici che aveano la disgra-
zia d'incontrarvisi. Una profonda e tetra
malinconia, concepita per la morte del
fratello Luigi, trapassato nel più bel fio-
re degli anni e da lui teneramente amato,
accorciò a lui in Roma, meglio che a Co-
VOL. LXXXI.
TRI St
mo, il tempo del viver suo, avendo ricu-
sato nel principio della malattia di pren-
dere le medicine. Terminò dunque la sua
carriera mortale nel 1 5o8, d'anni 52 non
compiti, e fu sepolto nella chiesa di s. Ma-
ria del Popolo, dove nel i.° pilastro al de-
stro lato e rimpelto alla cappella ' Millini
vedesi un elegante avello, eretto alla sua
memoria dal cardinal Teodoro Trivulzi
e con breve iscrizione. Contribuì col suo
suffragio alle elezioni di Pio III e di Giu-
lio II.
TRIVULZI Scaramuccia, Cardina-
le. Nobile milanese, pubblico professore
d' ambo le leggi in Pavia o in Padova,
acquistò tal fama di sapere, che divul-
gatasi nella corte di Luigi XII re di Fran-
cia , fu cagione che lo dichiarasse suo
consigliere di stato, e conferitigli pingui
benefìzi gli procurò nel i5o8 da Giulio
li il vescovato di Como, di cui prese pos-
sesso nel 1 509. Profondamente pio e re •
ligioso , in occasione del conciliabolo di
Pisa de'cardinali fautori di Francia con-
troGiulio Indifese valorosamenlele parti
del Papa, il quale lochiamo in Roma per-
chè fosse uno degli assessori del concilio
di Lalerano V, e quantunque non potesse
allora intervenirvi, vi si recò sotto Leo-
ne X. Questi nella famosa promozione di
3 1 cardinali, ih." luglio 1 5 1 7 lo creò car-
dinale prete di s. Ciriaco, colla protetto-
ria di Francia presso la s. Sede, secondo
alcuni l'arcivescovatodi Vienna nel Del-
fìnato, e nel 1 5 1 9 la sede di Piacenza, che
dopo 3 anni rinunziò al nipote Catalano.
Cacciati i francesi dall'Italia, il duca di
Milano Francesco li spogliò il cardinale
come partigiano di essi, di tutte le reu-
dite che possedeva in Lombardia, e Io
stesso fecero gli spagnuoliquando presero
prigione a Pavia Francesco I re di Fran-
cia. L'integrità d'un incorrotto costume,
che appariva anco dal suo esteriore, e la
somma facilità con cui ammetteva all'u-
dienza e sentiva benignamente chi ricor-
reva a lui, lo resero a tulli amabile e ve-
nerabile. Voleva suoi commensali i dotti
6
gì T Et I
e letterati, co'quali volentieri conversava,
oltre a tenerne buon numero presso ili
se. Allorquando l'esercito crudele di Bor-
bone s'incamminava da Milano a Roma,
presago il cardinale dell'orribili sciagure
che poi piombarono sulla disgraziata cit-
tà, col permesso diClemente V 1 1 ne partì,
e seco recando quanto avea, si recò nel
territorio di Verona, dove lasciò la vita
nel 1527 nel monastero Magenzano oMa-
guzzano sul lago di Garda, ed ivi rimase
sepolto, dopoessei intervenuto a'conclavi
d'Adriano VI e Clemente VII.
TRIVULZI AGosTiNO,CW/Wc\Pa.
trizio milanese, nipote del cardinal An-
tonio, protonotario apostolico e carnei ie-
redi Giulio II, il qualeèopinione che l'a-
vrebbe creato cardinale, sediflìdandoegli
della natura focosa del Papa non si fosse ri-
tiralo dal suo servizio, tanto più eh' era
giovane di grazioso e bell'aspetto, spirito-
so e d'acuto ingegno, savio, prudente e di
non poche lettere fornito. Prelese Bernini
che fòsse uditore di rota, ma non è provato.
Leone X nella promozione del precedei!
te parente, ili.0 luglio 1 5 1 7 lo creò car-
dinale diacono di s. Adriano, legato <7 la-
leve in Francia e protettore di questa
presso la s. Sede, come pure dell'ordine
cistercense. Molli furono i pregi che con-
corsero a renderlo amabile e rispettabile,
e gli guadagnarono la grazia de'priucipi.
Leone X inolile, nel 1 5io lo fece arcive-
scovo di Reggio, che dopo un mese rinun-
ziò al fratello Pietro, ed Adriano VI nel
i522 gli conferì il vescovato di Bobbio.
Clemente VI! a nomina di Francesco I
nel 1 5?-4 Sn* accordò la chiesa di Tolone,
indi neh 528 quella d'Asti, e nel 1 53 1
quella di Bayeux. Prima di questo tem-
po e nel 1527, fu uno de'cardinaliche in
conseguenza dello strepitoso sacco di Ro-
ma, fu dato in ostaggio a'eomandanti del-
l'esercito di Carlo V, e ritenuto in Na-
poli nella fortezza di Castelnuovo, dove
seppe sostenere la gravila e il decoro di
sua dignità. Abbiamola Corrisponden-
za segreta di Gio. Matteo Giberli cla-
TR I
tario di Clemente 1 //, eoi e ar (linai A-
gostino Trivulzìo dell' annoi 5 vj, Tori-
no i845. Paolo 111 circa ili 535 l'elesse
vescovo di Brogliato, e nel 1 537 diGratz:
gli si attribuiscono erroneamente diversi
altri vescovati. Nella guerra che Clemen-
te VII fece a'Colonna, il cardinale fu de-
putalo alla legazione di Marittima e Cam-
pagna, dalla quale passò di nuovo sotto
Paolo 111 a quella di Francia, forse per
trattar la pace del re Francesco I colPiin-
peratore Carlo V, e si dice che fu reggen-
te di quel regno. Per 1' Italia, Francia,
Spagna eGermania mandò persone a rac-
cogliere tutte le notizie che riguardava-
no la storia de' Papi e de'cardinali, quale
egli per testimonianza di Panviuio si fe-
ce a scrivere, ma prevenuto dalla morte
non potè dare alla luce, e di cui si gio-
varono poi Ciacconio, e lo stesso Panvi-
nio, come egli confessa, e in particolare
pe'cardinali di Urbano VI fino a Paolo
IN. Aiutò questa compilazione il suo se-
gretario Antonio Lelio. Si trovò presente
a'conclavi d'Adriano VI, Clemente VII
e Paolo III, morendo in Roma nel 1 548,
dopo 3i anni di cardinalato, e le sue ce-
neri furono deposte nella chiesa di s. Ma-
ria del Popolo, nella quale dal cardinal
Teodoro Trivulzi gli fu eretto un sem-
plice monumento e col solo suo nome, nel
2.0 pilastro del destro lato di quel tem-
pio, innanzi alla cappella Millini. Alcuni
scrivono, che ambì il pontificalo.
TRIVULZI Antonio, Cardinale. Di
nobilissima prosapia e nato in Milano, ni-
pote del cardinal Scaramuccia Trivulzi,
divenne poi illustre per la prudenza del
governare, dopo essersi applicato con gran
cura allo studio della legge si condusse a
Roma ove fu ammesso tra'prelati, e per
mezzo dello zio cardinal Agostino Tri-
vulzi nel i528 ottenne da Clemente VII
l'amministrazione perpetua del vescova-
to di Tolone, rinunziatogli dal detto zio.
Paolo III l'assegnò governatore a Peru-
gia,in cui ebbe largo campodi far risplen-
dere la singoiar saviezza di cui era for-
TR I
nito, e nel 1 544 ^° slabiPi vicelegato d'A-
vignone, in tempo in cui presiedeva alla
legazione il nipote del Papa cardinal Far-
nese. Ivi l'eminente sua perizia nell'uno
e nell'altro diritto faceva accogliete e ri-
guardare i suoi sentimenti come altret-
tanti oracoli. Introdottasi e dilatatasi nel
territorio d'Avignone la pestifera eresia,
raccolto buon nerbo di milizia, e aiutato
eziandio da'regi ministridi Francia, scon-
fisse totalmente i protestanti e loro agi-
tatori, bruciando e rovinando i castelli di
Cabrieres e di Merinolde, non che altri
luoghi ov'eransi ricoverati e stabiliti, Giu-
lio III lo trasferì alla nunziatura di Fran-
cia, e poi fu internunzio al senato veneto,
aggiungendovi il Cantalmaio l'uditorato
di rota, che Cardella nega. Paolo I V a' i 5
marzo r 557 lo creò assentecardinale pre-
te de'ss. Gio. e Paolo, prefetto di segna-
tura, e nel 1 559 'e8a*° a ^a^ere a Enri-
co II re di Francia, per pacificarlo con Fi-
lippo li re di Spagna, onde dopo due an-
ni fu concluso il trattato nel castel Cam-
bresis, con piacere e soddisfazione univer-
sale. Dopo 26 mesi di cardinalato, nel ri-
tornare da Francia in Italia, cessò di vi-
gere nel i559, con dolore di tutti i buo-
ni, nel castello di s. Maturino o Martino,
ed ivi restò sepolto.
TRIVULZITEODOR0,CtfrdzWe.Nac.
que in Milano dalla nobilissima stirpe
de'precedenli porporati, e fin dalla pueri-
zia perduto il padre, fu dalla madre edu-
cato alla pietà e alle buone lettere. Fatto
adulto, visitò le corti di Vincenzo I Gon-
zaga duca di Mantova, e di Francesco M."
JI duca d'Urbino suoi congiunti, e datosi
alla professione dell'arati, militò nell'e-
sercito di Filippo III re di Spagna edu-
ca di Milano, conducendo a sue spese due
compagnie di cavalleggeri. A persuasio-
ne di quel monarca, che l'ascrisse fia'gian-
di di Spagna , sposò la primogenita del
principe di Monaco, che dopo averlo fatto
lieto d'un figlio maschio del suo nome,
lo contristò colla propria morte. L'impe-
ratore Ferdinando II l'incaricò di soste-
TRI 83
nere le sue parli di procuratore, co'pi in
cipi d'Italia perla guerra d'Ungheria, con
titolo di commissario imperiale, e da cui
in premio riportò il principato di Musoc-
co e della valle Mesolcina, per se e suoi
discendenti. Deposti a un trattogli spirili
bellicosi e guerrieri, risolvette di dedicarsi
a'servigi della Chiesa, e ricusate le splen-
dide nozze delle più illustri femmine, che
gli veni vano proposte, fatto acquisto sotto
Urbano Vili d'un chiericato di cantera,
pervenne quasi di volo al cardinalato d«
32 anni,, che il Papa gli conferì a' 19 no-
vembre 1 629 colla diaconia di s. Cesareo,
a cui aggiunse la legazione della Marca,
ma di questa non trovo memoria nella
Series Rcctorum Marchine del conte
Leopardi, la qual provincia dal 1 623 era
governata da prelati governatori, e si con-
tinuò sino all'istituzione de'delegati. Tra-
sferitosi in Ispagna, presiedè con somma
vigilanza in qualità di viceré de'regni d'A-
ragona, Sicilia eSardegna,e in ultimo per
lo stesso re di Spagna al ducato di Mila-
no, che difese dall'armi nemiche, in qua-
lità di capitano generale, con quella tol
leranza della Chiesa che talvolta i princi-
pi di essa trascurano nell'osservanza del
la disciplina ecclesiastica, onde secondare
i sovrani del secolo, come riflette Battagli-
ni ne'suoi Annali^ ripreso dal Cardella,
il quale non ammette affatto una tale tol
leranza.-l 1 cardinale dappertutto incontrò
non meno il plauso de'popoli, che la sod-
disfazione del re di Spagna, di cui sosten-
ne in Roma le parti di ministro, colla pro-
tettola dell'ordine gerosolimitano. Do-
po aver col suo suffragio promossa l'ele-
zione d'lnnocenzoX,edi Alessandro VII,
a cui come 1 .° diacono impose il triregno,
finalmente giunse al fine de' suoi giorni
in Milano nel 1 657, di 60 anni non com-
piti. Nella basilica di s. Stefano di quella
metropoli, nella cappella Tri vulzi,si vede
alla sua memoria eretta una nobile iscri-
zione.In Roma incalzò monumenti sepol-
crali a'cardinali Antonio o Gio.Antonio,e
Agostino Tiivulzi. A titolo di commenda
8 % TRO
avea ottenuto l'antichissima abbazia eli s.
Celso, un tempo de'cluniacensi. la cui basi-
lica minacciando rovina, con ecclesiasti-
ca magnificenza rinnovò quasi da'fundu-
uoenti. Lasciò quell'orazione che recitò
in occasione della ribellione seguila in
Napoli nel 1647, nell'assemblea de' no-
bili, e parecchie lettere contenenti gravi
affari, riportate con altri suoi scritti dal-
l'Argelati, nella Biblioteca degli scritto-
li milanesi. Il p. Alessandro Porro tea-
tino, poi vescovo di Bobbio, ci die Y Ora-
rio in funere cardi nalis Theodori Tri-
vuhiì Mediolanii 656. Sebbene io abbia
riprodotto la biografia di 5 cardinali di
questa nobilissima famiglia, il p. Mene-
strier, citato da' giornalisti di Trevoux
nell'agosto 1703, ne conta 6. Forse sa-
rà uno degli antichi cardinali senza co-
gnome.
TRO A DE o TROAS. Sede vescovi-
le dell'Ellesponto nell' esarcato d' Asia,
chiamata anticamente Anrigonia^ed A-
lessandria al tempo di Plinio, ed anche
e più ragionevolmente Troas, sotto la
metropoli di Cizico, eretta nel IV secolo.
Dal Baudrand, Lexicon geograpliicum,
e dal coni une de'geografì, trovo cheTroa-
de non fu e non è città, ma antico paese
della Turchia asiatica, oggi compreso nel
sangiacato di Biga, in Anatolia. La fa-
mosa Troia n'era la capitale, quindi si
prese la Troade regione dell'Asia mino-
re e piccola Frigia, per tutto il paese sog-
getto a'troiani, detto pure Misia. Sotto i
romani la contrada divenne colonia, e
coniò medaglie a diversi imperatori, fra'
quali Alessandro Severo. In questo arti-
colo ho preferito al suo vero nome di
Troas, cuiperòhodatoil2.°luogo,quelio
di Troade,\w uniformarmi in parte alle
Notizie di Roma, che con tale denomina-
zione chiama il vescovo che ne porta il ti-
tolo. Sembra lo stesso che Troia{V.\ al-
tro o il medesimo titolo vescovile in parti-
forchi amata ancora Ilio o //z'o/7,secondo
alcuni, ma certamente diversa, dicendo-
si fabbricala colie rovine della famosa
TRO
Troia e alquanto da essa distante. Ci edesi
che la sede di Troas fosse unita a quella
di Scepsi (/'.) in principio del V secolo,
e poi ne fu separata. Si legge negli Aiti
degli Apostoli, che s. Luca raggiunse a
Troade o Troas, città marittima dell'A-
sia, l'apostolo s. Paolo, il quale erasi fer-
mato per qualche tempo nella Troade,
come apparisce dalla sua2.a Epist.n Ti-
moteo; il che prova, chela chiesa diTioas
o Troade fu fondata al tempo degli A-
postoli. Fu in Troade che s. Paolo vide
certa visione, nella quale un macedone Io
pregò che andasse a Macedonia, ed in
fatti passò con s. Luca in Macedonia, fit-
ti ceiti d'essere chiamati da Dio a predi-
carvi l'evangeIo,al riferire dell'annalista
Rinaldi; di che meglio a Troia, dove con
breve discussione riporto le diverse opi-
moni, e concludo che Troas o Troadet
sia lo stesso che Troia, e sono loro co-
muni le notizie che riportai ne'due arti-
coli, anzi ad essi spettano anche alcune
di quello d'Ilio, altra sede vescovile. Si
conoscono 9 de'suoi vescovi, cioè Marino
del 3a5 fra' pad ri del concilio di Nicea I;
JNiconio sottoscrisse la lettera degli aria-
ni riuniti a Filippopoli; N. ebbe per suc-
cessore Silvano, il quale vescovo scuoprì
a Scepsi il corpo di s. Cornelio centurio-
ne, e fecevi fabbricare una chiesa in ono-
re di detto santo. Atanasio succedette a
Silvano; Pionio assistette al concilio di
Costantinopoli nel 44^ contro Etiliche;
Leone fu al VII concilio generale; Pie-
tro, zelante difeusore del patriarca s. I-
gnazio di Costantinopoli contro Fozio;
Michele intervenne al concilio pel rista-
bilimento di Fozio. Oriens chr. t. 1, p.
777. Troade, Troaden, è ora un titolo
vescovile in partibus, sotto il simile ar-
civescovato di Cizico, che conferisce la s.
Sede. Gregorio XVI a'3 marzo i8441°
attribuì all'odierno coadiutore del vica-
rio apostolico di Mongolia, che in pari
tempo nominò a tale apostolico ministe-
ro mg.r Fiorenzo Daquir della congre-
gazione della Missione.
T R O
TROALLA. V. Tralla.
TROAS. V. Troade e Troia.
TROCMADA o TROCMI. Sede ve-
scovile della i* Galazia nell' esarcato di
Ponto, sotto la metropoli di Pessino o
Pessinonte, eretta nel IV secolo. Ebbe a
vescovi, Ciriacio !,clie fu uno de' padri
della provincia di Galazia intervenuti nel
32 5 al concilio di Nicea I; Ciriaco 11 tro-
vossi al brigandaggio d'Efeso; Teodoro
sottoscrisse il VI concilio generale, ed a'
canoni in Trullo; Leone si trovò presen-
te al VII concilio generale. Qriens chr,
|.l, p. 4<)3. Trocmada o Trocmi, Troc-
maden, è un titolo vescovile inpartibusi
dell'eguale arcivescovato di Pessinonte,
che si conferisce dal Papa.
TROFIMO (s.), vescovo di Arles. Se-
condo la tradizione della chiesa d'Arles,
èqueglichefudiscepolodi s. Paolo e com-
pagno nelle sue fatiche. Egli era di Efeso
e nato da genitori gentili. Mandato nelle
Gallie, predicò il vangelo nella Proven-
za e fondò la sede di Arles. Parecchi dotti
però,sull'autorità dis. Gregorio di Tours,
sostengono che la missione di s. Trofioio
è meno antica, e che questo santo passò
nelle Gallie circa la metà del III secolo,
co' ss. Saturnino di Tolosa, Paolo di JXar-
bona, Marziale di Limoges, Austrimonio
d'Ai vergna, Gaziano di Tours e Dionisio
di Parigi. Essi aggiungono tuttavia che si
può collocare la missione di s. Trolimo
alcuni anni più presto di quella di que-
sti altri santi. Comunque sia, sembra cer-
to ch'esso sia stalo ili." vescovo d' Arles,
e questa chiesa l'onorò sempre come suo
fondatore. La tradizione della medesima
chiesa colloca la di lui morte alla fine del
i.° secolo; ma quelli che seguono l'altra
opinione la riportano dopo la metà del
III. Si ritiene ch'egli sia morto in pace,
non risultando che sia stato tormentato
per la fede. Le sue reliquie furono trasferi-
te neh i52 nella cattedrale d'Arles, che
prese poscia il nome di s. Trolimo, invece
di quello di s. Stefano che portava dappri-
ma, La sua festa si celebra il 29 dicembre.
T R O 85
TROFINIA, Trofinium, Trophinia-
na. Sede vescovile della provincia Biza-
cena nell'Africa occidentale, sotto la me-
tropoli di Hadramito o Adrumeto. Ne fu-
rono vescovi, Proba ozio, che trovossi co*
vescovi cattolici alla conferenza di Car-
tagine tenuta nel 4' lì ed Ilari no, che fu
mandato in esilio da Uo nerico re deman-
dali nel 4§4- Morcelli, Afr. chr. t.i.
TROIA o TROAS o TROADE. Se-
de vescovile della Frigia, la medesima che
Troas e Troade, per quanto vado a nar-
rare, ed affatto diversa da Ilio sede vesco-
vile suffraga nea di Cizico, la cui città, se-
condo alcuni, si pretende che successe alla
famosa Troia capitale della Troade (^.),
poi detta piccola Frigia. Del la celebre Tro-
ia e della Troade, diversi eruditi schia-
rimenti si ponno leggere nel p. Sebastia-
no Pauli, Ragionamento sopra il titolo
di Divo dato agli antichi Imperatori ,
presso il Calogerà, Opuscoli 9 1. 1 5, p. 79.
Dice che il Cantero raccontando l'origi-
ne del regno Troiano, col seguitare quel
che la favolosa storia ha registrato, nar-
ra che Teucro figlio di Scamandro, par-
tito di Candia venne in Asia ed edificò
Srninzio, e chiamò quel paese Teacria e
i popoli Teucri. Dardano figlio di Giove
e di Elettra essendo arrivato da Samo-
tracia nella Troade fu umanamente ri-
cevuto da Teucro, e questi gli die la sua
figlia Catica in moglie. Morto Teucro,
Dardano fabbricò una città cui die il pro-
prio nome di Dardano. Da Dardano nac-
que Erittonio, il quale generò Troe, da
cui la regione fu chiamata Troia.Da Troe
nacque Ilo, il quale Ilo edificò la città di
Ilio. Dopo la rovina d'Ilio e dell' antica
Troia fu rifabbricata un'altra Ilio e un'al-
tra Troia, e ambedue esistevano ne' pri-
mi tempi dell'impero romano, ed anche
molto dopo insieme al falso culto d' A-
pollo. Imperocché G. Cesare onorò con
privilegi la città d'Ilio che ricordava l'an-
tica, per l'amore e la stima che portava
al suo immortale cantore Omero, il più
grande e forse il meno conosciuto di tut-
86 TRO
ti i podi, autore de'due grami» poemi VI-
liade e Y Odissea. G. Cesare in memoria
d' Enea, da cut i romani discendevano,
concedette agl'iliensi la libertà delle loro
leggi municipali, assegnò loro il territo-
rio, e gli esentò da' pesi pubblici, il che
venne poi confermato dal nipote Augu-
sto, da Tiberio, da Claudio e dagli altri
impelatoli; Claudio particolarmente, a
preghiera di Nerone, diede agl'iliensi, co-
me a progenitori de'romani, l'esenzione
in perpetuo da tutti i pesi pubblici. Che
Troia nuova sussistesse ne' primi tempi
del romano impero, il p. Paoli lo dice ri •
cavarsi dalle sagre lettere. Questa è duri
«pie quella, egli anemia, che negli Atti de-
gli Apostoli si chiama Troas, ove. l'apo-
stolo s. Paolo insieme con Sila e Timoteo
vi venne l'annodi Cristo 53, e dove ap-
parve loro in visione lo Spirito Santo, ma-1
infestando, che allora a'popoli dell' Asia
non predicassero la divina parola. Indi
nell'anno 5j, preceduto da'suoi compa-
gni, s. Paolo tornò a Troia reduce da Fi-
lippi,e vi si trattenne 7 giorni. Alcuni de-
gl'interpreti degli Atti apostolici hanno
creduto che la voce Troas qui potesse
prendersi per nome di regione e non di
città, ma le testimonianze riportate dal
p. Palili, fanno abbastanza vedere, che
questa voce negli Alti degli Apostoli s'in-
tende di città, dichiarando che alla Tro-
ia nuova furono comuni i nomi di Troas,
Troadv ,Cebrcnia, Antiuoma, A lessa n-
ilraj avvalorando le sue asserzioni con
diverse testimonianze di gravi e antichi
scrittori, storici e geografi, che comune-
mente la chiamano Troas e Troademn-
ultima nella Frigia minore, però distin-
guendola altri da Ilio pure nella Frigia
minore, ma citlà mediterranea. L'iline-
rario d'Antonino e le tavole Peutingeria-
ne distinguono Bardano, Ilio città me-
diterranea della Troade, e Alessandria
Troas. Apertamente poi attesta s. Giro-
lamo, che Truasèqife\\acheprius Troja
appellala tur. Il p.Pauli riprodusse quin-
di le iscrizioni delle medaglie degl'impe-
T 1\ O
latori, ove il uomedi Y'rov/.vè quello della
nuova Troia, dicendosi Troas, A litigo-
nia, Ale,eandr.,e<\ anche Troad. Il Buo-
narroti ne' Medaglioni osserva che la co-
lonia Troadensc sotto Caracalla riprese
il nome à' Alessandri <ii fors' anche per
essere tenuto padre d'Alessandro Seve-
ro. Conclude il p. Pauli, che anco ne'ino-
nnmenti cristiani del III secolo si chia-
ma Troas, poiché negli Atti de'ss. Pietro,
Andrea e compagni martiri, sotto la per-
secuzione di Deeio, si hanno queste paro-
le: Kodem tempore eunte Proeonsule ad,
Troadem crVi&zfc/tt. Egli antichi vescovi
di questa città si chiamavano Episcòpi
Troadis. Cosi egli crede tolte tulte le dif-
ficoltà a coloro che s'immaginassero, che
il nome di Troia fosse sempre rimasto in
cenere colle rovine dell' antica Troia , e
perciò la nuova Troia fu litorale. Al pre-
sente Troia, Trojan, è un titolo vesco-
vile in partibus, che si conferisce dal Pa-
pa, e dipendente dal simile arcivescovato
diCizico.Pio VII dichiarò vescovo diTroia
e coadiutore di Santorino Gaspare De-
lenda, il quale nel 181 5 successe al detto
vescovato. Quindi Leone XII nel conci-
storo de'^3 giugno 1828, nominò vesco-
vo di Troia mg.r Giovanni Nuschel di See-
pusio , confessore dell'arciduchessa M.a
Luisa duchessa di Parma e Piacenza, ed
abbate di Guastalla. Nella proposizione
concistoriale si dice: In provi uria Asiae
Minoris in Phrygia sita est Trojan, ab
Alexandro Magno extrueta , sed sub
injidelium jugo edam mine misere op-
pressa gemit, eie. Indi lo stesso Papa nel-
l'elevare l'abbazia nulli us di Guastalla
a vescovato, a' 1 5 dicembre vi trasferì da
Troia il dello prelato. Questa 1 1 io o Troia
fu pure denominata Alexandria- Troas,
e sollo i romani si accrebbe talmente, da
non cederla ad Alessandria d'Egitto. E-
sistono un gran numero di rovine, come
dellesue mora fortissime fiancheggiate da
mura quadrate. L' odierna città che ne
occupa in parte l'area, si chiama Eski-
Stambul, ed è costrutta sul monte, di-
TRO
visa dal monte Ida da una valle profon-
da. 11 porto è cinto da una montagna se-
micircolare, e coperto di rovine, essendo
l'ingresso chiuso da un banco sabbioso.
Dal fin qui riferito risulta, che molte no-
zioni appartengono all'articolo TROAS,ed
anche a Troade, per la discrepanza degli
scrittori. A me sembra, secondo anche la
Mitologia, che Ilio cittadella della famo-
sa e antica Troia, fabbricata da Ilo4-° re
de'troiani, die poi il suo nome alla città
la quale perciò si disse e Troia e Ilio. Do-
po lungo tempo dacché fu distrutta Troia
e la sua cittadella Ilio, circa 3o stadi di-
stante fu fabbricata un'altra Ilio, insie-
me al tempio di Minerva. In questo A-
lessandro il Grande si recò ad offrirle un
sagrifìzio, dopo il memorabile passaggio
del Cranico. Più tardi fu da Antigono e-
dificata nella Troade una città che da lui
prese il nome di Antigonia, e poi dalla
regione e per memoria dell'antica Troia
fu denominata Troia, Troas e Troade;
vocaboli che si confusero presso di versi sto-
rici e geografi con Ilio , e perciò alcuni
di essi di due differenti città ne fecero una,
mentre altri, chi volle attribuire gli av-
venimenti d'Ilio a Troia, e chi quelli di
Troia ad Ilio. Da qui surse il laberinlo
e il buio, che tentai in breve rischiarare.
La stessa Mitologia ci dice, che Alessan-
dro dopo aver sacrificalo nel tempio della
nuova Ilio, non di questa ma della nuova
Troia ne ordinò l'ingrandimento, la quale
allora non era che un borgo: Lisimaco che
ne effettuò il comando, a di lui onore l'ap-
pellò Alessandria,^^ prevalse io seguito
il nome della regione Troade, e fu detta
pure Troas e Troia dal nome dell'antica e
celebratissima. Vieppiù, fu poscia ingran-
dita da'iomani, ritenendosi discesi da E-
nea e da'troiani. Ammetto dunque, che
la nuova Ilio e la nuova Troia furono due
tittà diverse della Troade, due di verse se-
di vescovili; di più opino, che Troas o
Troade, sia lo stesso che Troia, e comu-
ni ne sono loro le notizie civili ed eccle-
siastiche; perciò delle due sedi e de' due
T R O 87
titoli vescovili si debba ritenerne uno <olo,
il quale in tutto si compenetra coll'altro.
TROIA (Trojan). Città con residen-
za vescovile di Puglia nella provincia di
Capitanata, nel regno delle due Sicilie,
lontana da Benevento per la via di Pa-
duli e Buccolo 21 miglia, e per la stra-
da del ponte di Bovino 4-0, capoluogo di
cantone. E posta sopra una collina alla fal-
da boreale del monte Buccolo, secus /lu-
men Chilar uni aedificata conspicitur ,
quae in suo unius circiter milliarii am-
bi tu octingentas fere domus, et sex cir-
citer mille coiitinent incolas sub tempo-
rali dominio praefati regni, come dice
l'ultima proposizione concistoriale. Vi si
osserva una grande e bella strada che tra-
versa la città in tutta la sua lunghezza,
e diversi edilìzi di pietra. La cattedrale è
di bella e antica costruzione gotica, dedi-
cata alla B. V. Assunta in cielo. Il capitolo
si compone di 4 dignità, la 1. "delle quali è
l'arcidiacono, di 16 canonici comprese le
prebende del teologo e del penitenziere,
di 6 mansionari, e di altri preti e chierici
addetti alla divina ufficiatura. Vi è il bat-
tisterio, e la cura d'anime esercitata dal
decano "2. "diguità. 11 palazzo vescovile le è
aderente, optimum praefert aedijicium,
sed plures exigit reparaliones. luoltre
vi sono 4 9\ire chiese parrocchiali muni-
te del s. fonie, due conventi di religiosi,
due monasteri di monache, alcuni soda-
lizi, l'orfanotrofio, l'ospedale, il monte di
pietà, il monte frumentario, il seminario
bellissimo.E patria di diversi illustri, fra'
quali primeggia il cardinal Girolamo Sé*
ripando (I7.) di vasta dottrina, gli abi-
tanti essendo quasi 6000. In agosto d'o-
gni anno tiene una fiera di 2 giorni. Fu
riedificata Troia o uotabilmeote restau-
rala nel suolo dell'antica Ecaiia 0 Eca-
nano, uel 1022 da Bolano o Bubaiano ca-
pitano di Basilio 1 1 e Costantino Vili im-
peratori greci, che stabilitavi una colonia
di greci le die il nome dell'antica Troia.
1 greci la costituirono piazza di guerra e
guardia de'ioro possedimenti di Puglia e
88 T 11 O
di Calabria, e per diffondersi di qua sulle
-vicine provineie ne'easi guerreschi, e fa-
re correrie ne'lnoghi romani. Altri anti-
cipano, altri ritardano la formazione di
Troia, il che si può vedere nel relativo
documento prodotto dall'Ughelli, Italia
sacra t.i, p. 1 334 : Trojani Episcopi.
Ivi si legge ancora: Trojani Apuliae o-
valentissima iirl/em, (pine prius Costa
Annibalis dicebatur, I/cnrici II tem-
pore,anno Domini 1008 a B uh agno in
urbis sjìccicm numi tanisgraccorum co-
lonia inde deducta, prò romanis infe-
standis, speciali quodam oppida. Am-
mettendosi l'anteriorità al 1022 della ri-
storazione di Troia, è ragionevole la nar-
rativa che nel 1022 stesso fu memoran-
do l'assedio che vi pose l'imperatore Eu-
lieo li, duralo ben 3 mesi, e dopo presa
ne discacciò i greci. In vece narra l'an-
nalista Rinaldi, cheEnrico 11 assediòTroia
nel 1022, nell'anno stesso che i greci a-
veano cominciato a fabbricarla; e che i
cittadini disperando di ricevere l'atteso
soccorso da Costantinopoli, si arresero al-
l'imperatore come a clementissimo prin-
cipe. Essendo la Puglia dominio della s.
Sede, ed avendola occupala i normanni,
il Papa Nicolò li scomunicò Roberto Gui-
scardoeh'erasene impadronito^ con esso
tulli i normanni. Questi però avendolo
iuvitato a recarsi in Puglia a ricevere la
loro sommissione e riconciliarli collaChie-
sa, il Papa gli esaudì subilo portandosi a
Melfi, gli assolse dalla scomunica e gl'iu-
vestì della Puglia e altre terre, come feu*
datari della Chiesa romana, con annuo
tributo. Papa Urbano li nel 1093 passò
in Puglia, e I' 1 1 marzo essendo in Troia
vi celebrò un concilio composto di 7 5 ve-
scovi e dtift abbati, nel quale con auto-
rità pontificia rinnovò le proibizioni di
contrarre matrimonio fra parenti, e sciol-
se quelli contratti coll'impedimento ca-
nonicodella consanguineità; vi trattò del-
la riforma del clero, e vi confermò la Tre-
gua di Dio (/.). Il successore Pasquale
li neh 1 15 andò in Puglia, ed a'24 lu-
T 11 O
glio celebrò un concilio in Troia, coll'in-
ter vento di (piasi lutti gli arcivescovi, ve-
scovi e baroni di queste contrade, per la
tregua e la pace. Reg. t. 2G; Labbé 1. 1 o;
Arduino t. 6. Mentre la coite de'ductii
risiedeva a Salerno, morì il duca Gu-
glielmo, onde Ruggero conte di Sicilia si
recò a Salerno, e fu riconosciuto per prin-
cipe; gli si dierouo gli amalfitani e altri
baroni della contrada, ed avendo ridot-
te alla sua ubbidienza le città di Troia e
di Melfi, e altre della Puglia, dilatò tan-
to il suo potere,che stimò a se dovuta l'in-
vestitura di questi stati dalla s. Sede su-
prema signora de'medesimi. Perciò si ri-
vòlse a Papa Onorio II per conseguirla;
ma sebbene gli promettesse di cedergli
Troia eMontefusco,edi più buona som-
ma d'oro e d'argento, non potè per allo-
ra ottenerla. Intanto il sagace Onorio II
neh 1 27 si recò a Benevento, perchè Rug-
gero disgustalo avea incitato i suoi ba-
roni a rivolgere le armi contro quella cit-
tà. Era il Papa in Benevento, quando vi-
desi attorniato dalle loro soldatesche u-
nite a quelle di Ruggero; onde a por freno
a tanta alterigia, dopo aver fulminato la
scomunica contro di lui e di chiunque gli
prestasse aiuto, passò a Capua nel prin-
cipio del 1128, dove ir» copiosa assemblea
di prelati e di baroni espose a Roberto
II principe di quella città le sue dogliau-*
ze contro Ruggero, e domandò pronto
soccorso a difesa di Benevento dominio
pontificio, e per ritogliere dalle sue mani
le terre di Puglia. Grande condiscenden-
za trovò Onorio II negli animi di tutti,
e perciò a vieppiù accalorare la spedizio-
ne, concesse indulgenza plenaria delle pe-
ne canoniche (cosa in que'tempi assai ra-
ra, perchè il rigore dell'ecclesiastica di-
sciplina manteneva ancora in osservanza
i canoni penitenziali) a chiunque pentito
e confessato morisse in quella guerra, e
la metà delle dette pene condonò a chi
confessato e pentito non vi fosse rimasto
morto. Presto si mosse l'armata degli al-
leati, ed essendosi il Papa recalo iu Moli-
TRO
tesnrchio per attendere l'esito di essa, eb-
be di lì a poco il piacere di veder con pro-
spero successo liberata Benevento dalle
gravissime minacce de' potenti norman-
ni. Erano frattanto grandemente trava-
gliati dall'armi di Ruggero i popoli della
Puglia, i quali avutone ricorso al Papa,
lo pregarono di portarsi nelle loro con-
trade; al che esso prontamente condiscen-
dendo venne a Troia, dove corina homi'
mini (cioè gli abitatili della città, come
scrive Alessandro abbate di Telese scrit-
tore di que'tempi, De rebus gest. Rog.
Sic. Reg. cap. 20, lib. i ) flagìtantihus i-
psig accepit. Cosi gli abitanti di Troia si
dierono spontaneamente al diretto e im-
mediato dominio temporale della s. Se-
de. Nondimeno il saggio Onorio 11, te-
mendo qualche sinistro evento, òlFrì a
Ruggero l'investitura del ducato di Pu-
glia, ed egli con piacere l'accettò, median-
te investitura ricevuta col vessillo. Nel
I 1 3 3 essendosi rivolta la Puglia a Rug-
gero, dalla Sicilia con poderosa armata
passò in Puglia, piombò come fulgore sul-
le terre rubelli, e tra le città prese anco-
ra Troia, mettendo tutto a sacco ed a fuo-
co, non ostante che i cittadini usciti gli
fossero incontro processionalmente colle
reliquie de'sauti. Nel i i 3y si dierono i
troiani all'imperatore Lotario 11, men-
tre il Papa Innocenzo 11 e il duca Enri-
co genero di miei principe, porta vanii iu
Bari,già assediata dal medesimo impera-
tore,che guerreggiava Uuggero, qual fiu-
tole d'Anacleto II antipapa, per averlo
dichiarato re. Ma non passò gran tempo
ch'ebbero di «movo a sottomettersi al re
Ruggero I. Dipoi insorse il funesto scisma
contro Papa Alessandro III, sostenuto
dall'imperatore Federico I persecutore
della Chiesa. Per concludere finalmente
la pace, dopo l'Epifania del i 173 Ales-
sandro 111 da Anagni parli per Troia e
Si ponto, recossi a Vasto, ove trovò le re-
gie galere che lo condussero a Venezia, ed
ivi restò stabilita. Colle galere venete par-
li du Venezia neh 177, veleggiò a Sipon-
T R O 89
to, onorò di nuovo Troia di sua presen-
za, e passò a Benevento. Troia ebbe pri-
ma titolo di contea e poi di principato,
e fu signoreggiata ne'tempi feudali dalle
nobilissime famiglie diSatigroe d'Avalos.
Ora è principe di Troia sua altezza sere-
nissima d. Alfonso d'Avalos principe di
Pescara e marchese del Vasto, dal Papa
Pio IX neh85o dichiarato Principe as-
sistente al Soglio pontificio (V>); della
quale prerogativa in altri personaggi di
sua eccelsa famiglia, riparlai nel voi.
LXVII, p. 104.
La sede vescovile fu eretta ne'primi del
secolo XI in Troia, ma anteriore fu già,
quella d'Ecana o Eclanum scu Acae Ac-
canaci che Commanville dice eretta nel
5oo, e di cui fu vescovo s. Secondo, il cui
corpo si trovò ne'fondamenti della nuo-
va basilica con iscrizione, ed entusiastica
letizia religiosa del popolo, celebrando-
sene la festa l' 1 1 febbraio. Altri dicono
che s. Secondino fu vescovo di Ecana poi
Troia, e TUghelli ne riporta gli atti, col-
le notizie dell'antica Ecana, ove si legge
s. Sccundiìii Trojani Episcopi. Il Sar-
nelli, Memorie degli arcivescovi di Be-
nevento, narra che nel 1022 Dolano Ca-
tapano ed i suoi greci finirono d'edifica-
re la città di Troia, Dragonara, Fioren-
tino e Ci vitale, tutte della provincia Be-
neventana. Quindi eh' ebbe principio la
sede vescovile di Troia, con Angelo elet-
to e consagralo nel 1028, il quale consa-
grò la chiesa di s. Sofia di Troia, fabbri-
cala da Bisanzio abbate di s. Sofia di Be-
nevento, e la fece libera d'ogni vescovi-
le giurisdizione. Che nelio34 '« sede ve-
scovile di Troia fu assegnata per sulfra-
ganea alla metropoli di Siponto, insieme
con Rapo! la, Melfi, Monopoli e Viesti,che
sono state anche sulfraganee di Beneven-
to, quando la metropoli Si pontina fu di
nuovo unita alla Beneventana nel io53
sotto l'arci vescovo CJIdarico. ala nel 1 o58
Troia fu dichiarata sulfraganea di Bene-
ventoda Papa Stefano X con bolla ripor-
tata dal Vipera, data in Me.ite Cassino.
t>°
T II O
Leucite poi Troin fu esentata dalia metro-
poli di beuevenlo, e immediatamente sog-
gettata alla s. Scile, dice Sai nelli, essere
però il vescovo di Troia tenuto d'inter-
venire al concilio provinciale, come nel
celebrato dal cardinal Savelli nel 1 5G7 in-
tervenne ProsperoRebiba cpiscopus Ti o-
janus. Riferiteti il Magli nella Notizia
de vocaboli ecclesiastici, che il vescovo
diTroia gode la singolare prerogali va d'tt-
iarfl i Flabelli (/ .) nella processione del
Corpus Domini , come 1' arcivescovo di
Messina ne' pontificali. La memoria del
■vescovo Angelo si conserva in un monu-
mento del 1037 pubblicalo dall'Ughelli,
riguardante il diploma della consagra/io-
ne della suddetta chiesa, importante an-
che per le sottoscrizioni: Actum in rivi*
tale Trojana in sacro Episcopio nostro
felieiter admodum. Fgo Angelus Epi-
scopio. Ego Joannes Archi presby ter. E-
go Rodelgrinus Archilevita. Ego Lau-
rentius Cardinalis. Ego Co ns tanti nus
Cardinalis. Ego Hermannus Cardina-
lis camerarius. Dunque pure la chiesa di
Troia ebbe i suoi cardinali ', come altre.
11 vescovo Arduino intervenne nelio5g
al sinodo romano di Nicolò li. Stefano
si trovò nel 1 071 alla solenne cousagra-
liane della basilica di Monte Cassino, e-
seguita da Alessandro 11. Questo Papa
gli spedi il diploma Concedimus, ripor-
tato da Ughelli, in cui si dice che a te-
nore de'privilegi accordati da'lralelli im-
peratori Basilio 11 e Costantino Vili, aiti
ij)i>ani civita tern Trojanam reaedi fica -
refteerunt per B uh aj animi capitanimi
suum> e stabiliti i suoi confini, così al ve-
scovo gli concedeva in uno a' suoi suc-
cessori canonicamente eletti, nella cit-
tà e diocesi tutta di potere jura Epi-
scopali^ libere exercenda , et quod
Trojani Pontiflces a nullo alio, nisi a
Romano Ponti/ice consecrentur ; indi
sono nominate le chiese e l'abbazie del-
la diocesi, di giurisdizioue del vescovo di
Troia. Roberto, poi nel 1082 arcivesco-
vo di Messili!!, secondo PUghelli 5.° ve-
TRO
scovo, il Lucenti dice per abbaglio poiché
non di Troia, ma di 'Eroina fu vescovo,
alla quale chiesa in tal anno fu unita
quella di Taormina, occupata da'.sarace-
ni. Gerardo sottoscrisse la bolla d'Urba-
no Il nel 1091 pel monastero di Monte
Cassino, e nel 1092 per quello di Cava, e
sì trovò all'alto della donazione dal du-
ca Ruggero fatta alla chiesa di Melfi nel
ioc)3. Ad liberto, Trojac Episcopusi e
suoi successori nel 1 100 Pasquale II col
diploma Justis votis, che si legge nell'U-
ghelli,dato in Monte Cassino e sottoscrii-
lo dal Papa e da 7 cardinali, concesse
interamente la giurisdizione sulle chie-
se e monasteri della diocesi che nomi uà.
Guglielmo nel 1 1 06 fu al concilio di Gua-
stalla,intervenne alla consagrazione diGe-
lasio 11, e vivea neh 1 33 quando Troia
passa est e jl ci di uni Rogerio rege juben- ,
te. Elio Trojanus electus sottoscrisse nel
1 177 il diploma del matrimonio di Gu-
glielmo Il re di Sicilia con Giovanna li-
glia del re d'Inghilterra. Gualberto del-
la Pagliara o Patena de'conti diMarsi è
ricordato in un privilegio del 1 1 93 d'En-
rico VI imperatore e re di Sicilia, e in
altro deli 195 pel monastero Florense di
Sesti, avvertendo Lueenzi che Ughelli l'ha
confuso con Gualtiero che gli ila per suc-
cessore, il quale fu veramente della fami-
glia Pagliara, e non Gualberto, che inol-
tre Ughelli pretende trasferito nel 1 1 55
a Catania, ma invece a Palermo fu tra-
viato e sotto Innocenzo 111. Essendo Gual-
tiero, e non Gualberto, gran cancelliere
del regno, cospirò contro il trono nella mi-
norità di Federico II, onde il Papa che
n'era tutore, lo fece acremente rimpro-
verare dal cardinal Cinzio Cenci legalo
di Sicilia, e ne parlai nel voi. LXV , p.
1 8 [ . Aggiunge Lueenzi: id enim aposto-
lieus legato in facultalibus cimi non ha-
beret, concesserat tamen Gualtero, qui
temere nec diem pallio ohtento, Episco-
palici munera exercebal. Indi Innocen-
zo 111 consagrò vescovo di Troia Filippo
nella basilica Lateranense, e scrisse al eie-
TRO
ro e popolo troiano F Epist. ijj a' i3
oltobrei a ia. Innocenzo IVneha53 e-
lesse M. Pietro de Barbuco. Nel i^5c)
Alessandro IV confermò Matteo eletto
dal cardinal Capocci legato, morto nel
1276. Indi il capitolo postulò M. ti-
gone di Troia canonico della cattedra-
le, che liberamente cedette ; laonde il
medesimo indi postulò Fallro canoni;
co Berterio , che prima della conferma
ffloiì; per cui Nicolò III di sua autorità
nel 1 278 nominòfi . Ugo domenicano, che
nel 1279 trasferì a Bettlemme. Hugo ni
Episcopo Trojano paulo post suam con-
fi rmatìone ni idem Nicolaus III Irans-
misit Pallium, cujus iisus ex indulto
•Sedis apostolicae fuerat ei concessili,
/in hoc privilegium fuerit personae i-
psius met Hugonis^an Trojanae eccle-
siae, adhuc me latet. Il diploma, Curii
Pallio, dato in Viterbo 2 nona augusti
ì 278 è nel Regesto Vaticano n.°i 3o. Nel
1280 fr. Rainerio francescano; Roggero
neli3o2 morì, e nello stesso anno eletto
dal capitolo fr. Pietro francescano, lo con-
fermò Bonifacio Vili, e inori nel 1309.
11 successore Guglielmo Bianchi francese,
priore cluniacense,elelto da Clemente V
in Avignone, morì nel seguente 1 3 io. In
questo Berardo rettore della chiesa par-
rocchiale di Salis, diocesi di Tolosa, elet-
to dal capitolo e confermato da Clemen-
te V. Indi lo furono, nel 1 322 Arnoldo,
nel 1 332 Bisanzio, nel 1 34 1 Enrico, Gui-
do neh 385 fu traslato da Urbano VI a
VeuafrOjiiel 1 39 1 Ricca rdo,nel 1 SgSBar-
tolomeo, nel 1409 eletto Nicola fu nello
stesso traslalo alla chiesa Cavallicense.Nel
i4-i 1 Gregorio XII elesse Angelo di Man-
fredonia, successo nel i438 dal coadiuto-
re Giacomo Lombardi arcidiacono della
cattedrale. Nel 1 469 da Potenza vi fu tra-
sferito Gio. Paolo, per morte del prede-
cesare. Nel 1 47^ Stefano, che passò al-
l'arci vescovato di Reggio nel 1480; ma lo
stesso Ughelli nella serie degli arcivesco-
vi di Reggio, disse fallo dell'amanuense,
e doversi ri tenere traslato al vescovato Ri-
TRO 91
gensempon già di Reggio di Modena; for-
se Riga, ina è dubbiosa asserzione. In det-
to 1480 Scipione Piscicelli napoletano no-
bilissimo, e morì nel 1 4§4; ,>e' cIua' anno
gli fu sostituito Genocioo Giannotto Pan-
dollìni nobile fìoreuliuo,che intervenne al
concilio di Laterano V, abdicò nel 1 5 1 4>
fu prefetto di Castel s. Angelo per Cle-
mente VII, e morendo in Roma neh 5^5
ebbe temporaneo sepolcro in s. Silvestro
al Quirinale, con epitaffio che riporta TU-
ghelii, donde il corpo fu portato a Firen-
ze nell'abbazia di s. Benedetto, ove gli fu
posta un'epigrafe che lo dice soltanto E-
piscopus Trojae. Egliavea neh5i4 ri-
nunziato al nipote Ferdinando Pandolfi-
nt, che resse la chiesa con somma lode,mo-
rendo in Foggia nel 1 56o, e sepolto nella
collegiata con epigrafe riportata da U-
ghelli, il quale lo pretende tumulato pres-
so lo zio. A' 19 giugno la sede fu data in
amministrazione al cardinal Scipione Re-
Liba (^r.), che FUghelli chiama Giovan-
ni, e per sua successione a' 4 settembre
1 56o divenne vescovo Prospero Rebiba,
forse suo parente, anzi nipote,che nel 1 563
fu al conci Ih) di Trento, indi insixnitodel
titolo di patriarca di Costantinopoli. Nel
1593 Clemente Vili elesse il suo paren-
te Giacomo Aldobrandino canonico fio-
rentino; funse in Roma lodevolmente va-
ri utfìzi ecclesiastici, fu nunzio di Napoli,
e morì in Firenze neh 607 sepolto io s.
Lorenzo. In tale anno Pietro Antonio da
Ponte teatino napoletano, facondo e cele-
bre oratore, consultore del s. Ollìzio , e
nunzio di Paolo Va Ferdinando arcidu-
ca d'Austria. Nel 1622 Gio. Battista Ro-
viglioni napoletano, morto nel 162 3. In-
di Silvestro che cessò di vivere nel 1626.
In questo Gio. Astalli nobile romano, re-
ferendario,morto nella sede apostolica va-
cante in Roma nel 1 644) e nj tumulato in
Araceli nel sepolcro de'suoi maggiori. Nel
i645 Gio. Tommaso de Veneziani di Mo-
nopoli avvocato in Roma, d'antica pro-
bità e incolpate virtù. Neh 648 da s. Se-
vero vi fu traslato Antonio Sacchetti, lo-
92 TRO
dalissimo pastore. Nel 1 663 Sebastiano
Sorrentini di Ca va, avvocato e uditore ilei
nunzio di Napoli, di singolare integrità.
Nel i6y5 Antonio de Sangro nobilissimo
napoletano, teatino e professore di teolo-
gia; virtuoso, zelante e pio pastore, sol-
lecitodelcnltodivino: ncli6(.)3 interven-
ne al concilio provinciale di Benevento,
celebralo dal parente cardinal Orsini, poi
Benedetto XI II, e si propose osservarne i
decreti sull* ecclesiastica disciplina. Di
maestosa statura, di bella presenza, colle
grazie del dire accresceva venerazione al-
l.i Mia dignità. Nel i 6q4 Emilio Giacomo
de Cavalieri napoletano giureconsulto,
quindi de'pii operai, dotto e integro, per
cui il cardinal Canlelmi arcivescovo di Na-
poli stimandolo assai, gli attribuì diversi
primari uffizi. Sollecito pastore, fu ama-
to: intervenne nel 1698 al concilio pro-
vinciale di Benevento, convocato dal no-
minato cardinal Orsini. Morì in buon o-
dore di santità e con fama di miracoli, e
perciò fu degno zio di s. Alfonso de Li-
guori fondatore della congregazione del
ss. Redentore (/".), mirabile istituto fio-
rente, die ora ha aperta la casa genera-
lizia in Roma, ed altra a Trevi (J\). Ter-
minando col servo di Dio Emilio ['Italia
sacratcom pi ròla serie de'vesco «idi Troia
colle Notizie di Roma. Nel 1726 Gio. Pie-
tro Faccoli di Lecce. Nel 1752 Marco de
Simone di s.Elpidio diocesi d'A versa. Nel
1777 da Teano vi fu traslalo Gio. Gia-
como Onorati, di Rocchetta diocesi di La-
cedonia. Dopo notabile sede vacante nel
j8o6 da Motola vi fu trasferito Miche-
le Palmieri di Monopoli. Leone Xil nel
concistoro de'3 maggio 1824 preconizzò
vescovo di Troia mg.r Antonino Maria
de'principi di Monforle patrizio di Napo-
li, saggio, piissimo e zelante pastore, ge-
nerosissimo co'poveri, e ornato di molle
virtù: morto neh 855, fu compianto qual
padre. Nel medesimo anno il regnanlePa-
pa Pio IX smembrò la diocesi di Troia
colla bolla Ex hoc Stimmi Pontificis, dei
26 giugno, formandovi quella di Foggia,
TR O
della quale poi darò un cenno, nuche per
essere stata negli ultimi tempi l'ordina-
ria residenza de'vescovi di Troia. Indi il
Papa nel concistoro de' 16 giugno i856
dichiarò vescovo di Troia l' attuale mg.1
fr. Tommaso Passero di Barletta dome-
nicano, professore cattedratico di filoso-
fia e di teologia in Napoli e sua provincia,
predicatore e direttore spirituale di mo-
nache; lodato nella proposizione conci-
storiale per gravità, prudenza, dottrina e
altri pregi. Di più il Papa colla bolla / hi
prìtftttm, de' 10 giugno 1 856, decorò del
privilegio del pallio la cattedrale di Troia
e il nuovo vescovo di essa, onde nel sud-
detto concistoro ne fu fatta la postulazio-
ne e la concessione, come si Ie""e nel n.°
1 36 del Giornale di Roma. Ora ogni
nuovo vescovo, secondo il disposto della
bolla Ex JioCy è tassato in fiorini 200, la
mensa ascendendo ad octo circiter mille
ducata illiusmonetac, quae annua gra-
vantar favore novae mensae Episcopa-
li? Fodianae pensione ducatorum bis-
millium supra quadriugentay ad mille
tantum et quatuor ce ntum quamprimum
redigendorum. Satis ampia est dioece-
sis quinque sub se complectcns oppida.
Foggia, Fogiae seu Fodiae, Ecclesia
Fodian. Città con residenza vescovile di
Puglia, capoluogo della provincia di Ca-
pitanata, di distretto e di cantone nel re-
gno delle due Sicilie, in una vasta pianu-
ra a 29 leghe da Napoli, ed a 5 leghe i/4
al sud-ovest da Troia. E posta questa bel-
la città tra il Gelone, influente del Can-
delaia, ed il Cervaro, quae in suo triwn
circiter milliarium ambita ultra, tri gin-
ta tria conti net incolarum millia.JL piaz-
za di 4-a elasse e residenza d'un intenden-
te, di un comandante di piazza, e di un
giudice istruttore, esede d'un tribunale di
commercio; in una parola, vi dimorano
le autorità amministrative,poichè le giu-
diziarie risiedono a Lucerà. Può dirsi ri-
fabbricata con migliore euritmia, dopo
che il terremoto de' 1 9 marzo 1731 ne ro-
viuò una gran parte. E' dunque assai he-
TRO
ne fabbricala e le sue strade sono ampie
e rettilinee; talune principali sono ador-
ne di eleganti case e di ricchi fondachi.
Tra'belli edilìzi i più notabili sono, il pa-
lazzo dell'intendenza, la dogana destina-
ta specialmente ad esigere le tasse de'pa-
scoli ,e la cattedrale. Pio VII col breve
Insinuino /4 postolatus>àt 1% settembre
1806, Bull. Rom. cont. t.i3, p. 61: E-
rectio in Basilicam ecclesiae Collegia-
tac oppiai Foggiae dioecesis Trojanae.
Dice in esso il Papa, che ad istanza del
clero, dell'università e uomini della città
di Foggia, elevò al grado di basilica mi-
nore la chiesa collegiata ematrice, ove da
antichissimo tempo è in grande venera-
zione l' immagine della D. Verdine sub
greco n latria, Icono- l'etere, denomina-
tione, già dal capitolo Vaticano corona-
ta, per la celebrità de' suoi miracoli an-
che in lontani paesi, donde i fedeli accor-
revano a invocarne il possente patrocinio,
sia nelle penurie de'viveri, sia pel terre-
moto, sia per altri flagelli; ed essendo l'ef-
fìgie di s. Maria dell' Icone- Ecteris ap-
parsa ad un pio uomo, vieppiù si accreb-
be il fervore della divozione, onde il pre-
decessore Pio VI concessegraziespirilua-
li e indulgenze a'visitanli. Dipoi lo stes-
so Pio VII col breve Romanoruni Fon-
tificumyAt'i dicembre 1 808, Bull. c\t. p.
3o4: Conce s sio novor uni iiuhuncntoruni
magis insignium prò dignità tibus, etca-
nonicis basilicae de Foggia dioecesis
Trojanae. Pertanto , dopo aver confer-
mato alla basilica di s. Maria d' Icone- fé-
teris i privilegi e le prerogative di basi-
lica minore, Pio VII in perpetuo accordò
•'suoi canonici: Mantelle -ttain , et western
oblongam violaceas cum ocellis, et glo-
bulis coloris similis tatti in Ecclesia prae-
dicta^quam extra eam in quibusvìspro-
cessionibus, aliisque functionibus, et a-
ctibus publicis quibuscumque pestare, il-
lisque uti libere et licite possint , eie. Il
Papa Pio IX colla ricordata bolla, Ex
hocSut/uniPonti ficis ,de 2.6 giugno 1 855,
Fogiae ex iypogrophia Michaelis Rus-
Tli O
93
so, disgiunse Foggia dal vescovato di Tro-
ia e l'eresse in sede vescovile,essendo trop-
po distante da Troia e posta nell'angolo
estremo della diocesi. Si esprime nella bol-
la essersi a ciò determinato pe' pregi che
distinguonoFoggia, già città di residenza
ordinaria del vescovo di Troia, per la bel-
lezza de' suoi edilìzi, pel numero di sue
famiglie nobili, per la popolazione in in-
cremento (i moderni geografi dicono cir-
ca 24,000 abitanti), per l'abbondanza d'o*
gni derrata e per la frequenza del com-
mercio , essendo una delle città che for-
mano ornamento alla Puglia; per la sua
collegiata, capitolo e clei'OjCom posto di ca-
nonici e mansionari, ove si venera la ce-
lebree miracolosa immagine dellaB. Ver-
gine, pel liceo e seminario diocesano. Per
tutto questo il Papa nella sede vacante
dismembrò dalla chiesa di Troia, e dal-
la metropoli di Siponto o Manfredonia
(/.), l'abbazia di s. Marco di Lamis, già
nullius dioecesis, e l'unì alla nuova e vi-
cina diocesi di Foggia. Questa formò con
un territorio di circa 5o miglia, e la sot-
tomise immediatamente alla santa Se-
de, come era ed è tuttora il vescovato di
Troia. Elevò la basilica collegiata in cat-
tedrale, sotto l'invocazione della 13, Ver-
gine Assunta in cielo. Il capitolo lo com-
pose di 1 8 canonici, comprese le 4 digni-
tà, essendo la t .a l'arciprete cui è annes-
sa la cura d'anime della medesima cat-
tedrale, ch'è munita delbattisterio, la i.a
del primicerio, la 3.a del cantore, la 4-*
del tesoriere: dispose inoltre, che co'due
primi canonicati vacanti si formino le
prebende del teologo e del penitenziere,
da conseguirsi per concorso; con 6 man-
sionario beneficiati, a'quali se nedovran-
110 aggiungere due altri , fissandone la
mensa capitolare, contribuendovi il mu-
nicipio di Foggia, così per quanto riguar-
da la cattedrale e la sua uiliziatura. Di più
volle che al vescovo della nuova sede di
Foggia, dal municipio si assegnasse l'e-
piscopio propinquo alla cattedrale, e fin-
che questo non fobse edificalo, il compen-
94 TUO
so (li 200 aniirii ducali pel fitto d'un'a-
Minzione conveniente. Fu pure statuito
dalla bolla (pianto spetta al vescovo, alla
dotazionedisua mensa, cioè cheiooo du-
cati d'argento avrebbe somministralo il
municipio, 24uo ducali furono imposti
di annua pensione Milla mensa di Troia,
da ridursi quam pr'unum ai/foo ducati,
e 1000 ne olfn il regnante re delle duo
Sicilie Ferdinando II , al quale il Papa
concesse il privilegio della nomina e pre-
sentazione alla s. Sede d'ogni nuovo ve-
scovo. Pel 1 .°nominò l'odierno mg/ Ber-
nardino INI.'' Frascolla d'Andria, canoni-
co teologo in quella (attediale, esamina*
tore oro sinodale e dottore in sagra teo-
logia, la quale in uno alla s. Scrittura in-
segnava nel seminario patrio. Trovando-
lo il Papa dotto, grave, prudente, probo,
pieno d'esperienza e versato nelle cogni-
zioni delle sagre funzioni, nel concistoro
de'16 giugno 1 856, dopo aver dichiara-
to il vescovo di Tioia, lo preconizzò per
i.° vescovo di Foggia. Nella proporzio-
ne concistoriale riepilogandosi alcune del-
le principali discorse cose, si riferisce, es-
servi nella città di Foggia altre 4 chiese
parrocchiali, tutte munite del s. fonte, con
5 conventidi religiosi, 3 monasteri di mo-
nache^ conservatorii, l'orfanotrofio, di-
versi sodalizi, due ospedali, il monte di
pietà pe'pegni, il monte frutti entario, e il
seminario cogli alunni. Fructus laxati,
per ogni nuovo vescovo, in libris Came-r
raeac/lorenoi 200, eoccedunt summani
qualuormillium ducaloriun aeris neapo-
litani. Hujus novae dioeceseos ambititi
fere universum Fodiaeets. Marci in La-
mi sierrilorhim complectitur, alqut quia-
quaginta pene mille incolas sub se coti'
linet Di quest'abbazia di s. Marco in La-
inis, ossia di s. Giovanni in oppidum s.
Marci, si può vedere il Lubin, Abballa-
rumltaliae,p. 182. Una delle altre 4 chie-
se parrocchiali è sotto l'invocazione.di s.
Giovanni Battista, dove è in grande ve-
nerazione la statua della B. Vergine Ad-
dolorata, della quale in Napoli fu pub-
TRO
blicata nel 1837: Relazione del miraco-
lo avvenuto nella statua della /ergine
Addolorata nella città di Foggia, estrat-
ta dal processo reddito in curia. Men-
tre in quasi tutta Europa l'Angelo ster-
minatore la sanguinosa spaila fulminava
sulle teste de' morta li per svegliarli dalie-
largo, in cui fallace sicurtà di leggieri li
seppellisce, onde atterriti da'mali presen-
ti si rendessero savia fuggirei futuri; il
Signore delle misericòrdie all'uopo appa-
recchiò a'foggiani un segno più singola-
re di sua bontà, mediante l'intercessione
della B. Vergine, da farlo noto in quella
flessa chiesa, dove poco più d'un secolo
prima n'avea altri operati, anche in cir-
costanza di terribile flagello di terremo-
to, nell'immagine della ss. Vergine cono-
sciuta sotto il titolo de'Sette Veli, e spe-
cialmente quando dalla detta ss. Imma-
gine spiccossi un raggio di vivissima lu-
ce, che irradiò s. Alfonso de Liguori , il
quale a di lei lode sermonava. Foggia che
visibilmente sperimenta la speciale prote-
zione della gran Madre di Dio, gemeva
nel luglio 1837 sotto la micidiale Pestilen-
za del cholera, per cui ricorse pregando
la B. Vergine suo rifugio, come far suo-
le nelle calamità, uè la prece fu vana. La
statua di legno vestita della B. Vergine
Addolorata che si venera in detta chiesa,
si vide dal popolo molte volte prodigio-
samente alzar le pupille degli occhi, or
verso il cielo, or calandole rivolgerle ver-
so il popolo astante, e chiuder le labbra
e tramortir di colore, come se penetra-
ta da amarissima doglia fosse svenuta, e
traesse dal cuore profondi sospiri, versar
lagrime e aver de' movimenti convulsi-
vi. Tutto venne narrato nella Relazione
stampata dal conte Marnili comandante
dell'armi della provincia, alla quale la Re-
lazione di cui parlo è come un supple-
mento, non polendosi leggere senza com-
mozione religiosa. Dopo i replicati por-
tentosi miracoli , il morbo distruggitore
che orribilmente infieriva andò in modo
scemando, che tosto cessò quasi del tut-
TU O
to. Il brevemente narrato è ricavato da!
processo della curia vescovile e dal de-
creto di mg/ Monforte, anch'egli spetta-
tole edificato del prodigio. Del resto Fog-
gia è il centro di tutto il traffico puglie-
se, che consiste in bestiame, lana, vini del
Monte Gargano, e specialmente iti biade,
per tenere in serbo le quali si sono eret-
ti i numerosi e solidi magazzini a volta,
sulla piazza pubblica e in altri sili. Nei
settimanali mercati affluisce la moltitu-
dine, però il maggior lucro si ha dalla fie-
ra di 12 giorni che vi si tiene a'16 mag-
gio, e dalla triduana negli ultimi giorni
di novembre. Patria di diversi illustri, ri-
corderò il rinomato Galiani.Ne'suoi din-
torni e alla sinistra riva del Gelone, so-
no le rovine dell'antica città vescovile
cYJrpi (/".), che taluno disse essere sta-
ta fondala da Diomede, e ch'ebbe a ve-
scovo nel 3 1 4 Pardo: ne tratta V Dalia
sacra, t. 1 o, p. 1 6: Arpcnsis Episcoptitus.
Nel 1240 l'imperatore Federico 11 in Fog-
gia tenne un parlamento, ed il suo na-
turale Manfredi vi battè l'armata di Pa-
pa Innocenzo IV. Indi Carlo I d'Angiò
re di Sicilia, avendo nel 1266 sconfitto
Manfredi e poi Corredino nel 1268, di-
strusse Foggia che avea favorito Corra-
dino nipote di Federico II, l'ultimo degli
Hohenslaufen;allridiconoche Foggia era
sorta dalle rovine di Ai pi. Poco dopo Car-
lo I permise la riedificazione di Foggia, e
vi morì nel 1285 a' 7 gennaio. Foggia se-
guì i destini della Puglia e del regno di
Napoli.
TROIANO (s.), vescovo di Saintes.Fu
collocato sulla sede vescovile di Saintes,
città della 2/Aqnitania,circa l'anno Sì 1;
e riferisce s. Gregorio di Tours, eh' egli
fu celebre per virtù e per miracoli, e vi-
vente conservavansi come preziose reli-
fjuie le frange de'suoi abiti. Egli si acqui-
stò pure gran fama pel suo sapere, e com-
pì la sua mortale carriera al più tardi nel
532, giacche il suo successore Eusebio as-
sistette al 2.0 concilio d'Orleans del 533.
Fu seppellito presso a Bibiano 0 Vivia-
T R O 9>
no, uno de'prìmi vescovi di Saintes, alla
cui tomba per virtù divina opera va usi
frequenti miracoli. E nominato a'3o no-
vembre nel martirologio romano, e in
quelli di Adone e di Usuardo.
TROINA. V. Traina e Taormina.
TROIS-CHATEAUX. V. s. Paul.
TROIS R1VIÈRES o TRE FIUMI
(Trisluvianen). Città con residenza ve-
scovile dell' America settentrionale, nel
Basso-Canada, nelle colonie inglesi della
Nuova Bretagna, capoluogo del distret-
to del suo nome e della contea di s. Mau-
rizio, a 25 leghe da Quebech e 27 da
Montreal. Viene così chiamata perchè il
fiume s. Maurizio trovasi in 3 canali di-
viso da due isole che ne sono alla foce;
cioè giace sulla riva sinistra del fiume s.
Lorenzo, ove sboccano i 3 rami del fiu-
me s. Maurizio, fra Quebech e Montreal
a Monreale. La città distendesi per lun-
gospazioinun territorio sabbionivo; una
delle sponde del s. Maurizio è quivi al-
tissima, mentre la sponda opposta sta a
livello del fiume. Poco seducente è que-
sta città, essendone le vie alquanto angu-
ste, la maggior parte delle case fabbrica-
le di legno, le più antiche essendo d'un
sol piano con giardinetto appresso, men-
tre le moderne di miglior gusto hanno
assai bella appariscenza. Però il suo in-
cremento e floridezza è in notabile pro-
gresso. I principali edilizi sono il palazzo
municipale, la cattedrale e le chiese de'
cattolici, le chiese de'protestanti, le car-
ceri, le caserme, ed il monastero dell'or-
soline, cioè quello ricostruito dopo l'in-
cendio del 1 786, spaziosissimo e con chie-
sa parrocchiale, l'ospedale e bellissimi
giardini. Presso al vecchio convento de'
minori riformati, è un magazzino da pol-
vere, lì commercio d'importazione con-
siste in ogni sorte di mercanzie inglesi,
che poi distribuisconsi in tutta la pro-
vincia; gl'indigeni vi concorrono dall'in-
terno, e vi recano pelli da permutarsi con
vettovaglie e merci europee: le esporta-
zioni compongcnsi di grano,legname per
96 TRO
la marineria, ferro di fusione provenien-
te dalle miniere di s. Maurizio, pellami
provenienti dalla compagnia del nord-
ovest, birra e mattoni manifatti della cit-
tà. Vi si fabbricano imbarcazioni desti-
nate a fine il viaggio del nord-ovest. Be-
ne situato è il porto e capace di riceve-
re navi d'assai grossa portata che pori no
arrivare sino alla riviera. JNon è questa
città che di 3/ classe nella provincia, né
contiene più di /j<)()(> abitanti circa. Al-
l'assemblea della provincia essa manda
due membri. Il distretto di Tre fiumi
dividesi in 4 contee: Bedfurd,Buckingam,
"Wanvick e s. Maurilio. Il Papa Pio IX
avendo eretto in sede vescovile Trois Ri-
vières, m*2 giugno i852 per breve apo-
stolico vi nominò a i.° vescovo l'attuale
mg.' Tommaso Cooke, come si legge nel-
le annuali Notizie di Roma, o meglio l'8
giugno, data che trovai nel breve; del re-
sto tutto ignorandosi, non essendosi pub-
blicalo il breve, né preconizzato il vesco-
vo in concistoro. 11 breve Universi Do-
minitigre gis, che mi recai a leggere nella
segreteria della s. congregazione di pro-
paganda fide, soltanto dice: Che il sino-
do tenuto in Quebech nel 1 85 1, conside-
rando l'ampiezza di tale areidiocesi, on-
de meglio provvedere al bene spirituale
de'fedeli, decretò l'istituzione della dio-
cesi Trisluviana, mediante dismembra-
mento di parte della medesima, e che il
vescovo risiedesse a Tre Fiumi. Ilasse-,
guata la domanda alla detta s. congrega-
zione, avendola approvata, il Papa nel
confermarla disgiunse dall'arcidiocesi di
Quebech tutto il territorio Trisluvianen-
.se e altri paesi, istituendo la nuova sede
vescovile Trisluvicuiam ,ela dichiarò suf-
fraganea dell'arcivescovo di Quebech. Nel
1 853 la Civiltà cattolica, 2.a serie, t. 4>
p. 47 i, nel riferire la visita pastorale fat-
ta agli Slati Uniti, per esaminare lo sta-
to della religione in que'paesi, per mis-
sione e ordine del Papa regnante, da mg/
Gaetano Piedini arcivescovo di Tebe, al-
lora nunzio apostolico del Brasile e ora
TRO
segretario di propaganda //V/e\;e dicendo
della visita alle popolazioni del Canada,
a Quebech e Montreal, dichiara che nel-
la i. di tali città si recò a ossequiarlo mg.r
Cook vescovo di Tre Fiumi.
TROMBELLI Gio. Crisostomo, filo-
logo. Nato nehG97 pressuNonantola, ri-
mase orfano in tenera età, e venne edu-
cato sotto lo zio nolaro di Bologna. In-
cominciò gli studi dell' umanità sotto i
gesuiti, e li continuò presso i canonici re-
golari Lateranensi del ss. Salvatore, de'
quali abbracciò l'istituto nel f 7 i 3. Ter-
minati ch'ebbe gli studi fu fatto lettore
di filosofia aCandianopressoPadova. Non
ti rimase che 3 anni, in capo a' quali fu
richiamalo a Bologna, per dargli una cat-
tedra di teologia. La severità di tale in-
segnamento non gl'i ni pedi di rivolgersi
a quando a quando alla poesia, ma vi ri-
nunziò al tutto quando eletto abbate nel
1737 aspirò a più solida fama. Innalzato
in progresso alle più cospicue dignità del-
l'ordine, nel 1760 ne divenne abbate ge-
nerale. Con zelo si adoperò per aumen-
tare la biblioteca di sua canonica, perla
quale fece importanti acquisti di libri,
inss., medaglie antiche e del medio evo.
Dopo aver pubblicato una Raccolta d'o-
puscoli inediti de'Padri della Chiesa, com-
pose una grand'opera sul cullo de'sauli.
Siffatto lavoro meritò l'approvazione di
Benedetto XIV, il quale commise al dot-
to cardinal Quirini di attestarne la sua
soddisfazione all'autore; ma veisoil me-
desimo tempo comparve di Gio. Rodolfo
Kiesling, Exercitationes anti-trombcl-
lianae, Lipsiaei 75 1 , nelle quali l'opera
è amaramente censurata. Ad onta della
vivacità del suo carattere, Trombelli e-
sitava a rispondere; saviamente non ama-
va le questioni letterarie, e senza le isti-
gazioni de'snoi amici egli ordini del Pa-
pa,non avrebbe pensato a difendersi. Lun-
gi d all'imitare l'avversario che bassamen-
te l'avea oppresso di sarcasmi, scrisse la
sua apologia nobilmente con altrettanta
moderazione che dottrina. Lo stcssoKies-
TRO
ling giustamente ne fu sorpreso, e gli
scrisse una lettera per domandargli lascia
amicizia e il suo ritratto. Terminata la
contèsa. Trombetti adunò materie per
comporre le memorie della sua canonica.
Recitò parecchi discorsi nelP istituto di
Bologna, del quale era stalo fatto mem-
bro, ed il più notabile è quello, in cui e-
spose le pretensioni de'diversi popoli con
l'invenzione della bussola; De acus nau-
ticae inventore.Viopo a ver composto mol-
te opere, grave d'anni senz'essere ancora
oppresso dalla fatica, ideò un'opera im-
mensa sui Sagramenti, che condusse fino
al i 3.° volume senza -.poterla terminare.
Fece altresì diverse traduzioni di poeti
antichi greci e latini, e morì a'a/j. gennaio
1784. Meritò che l'abbate Minganelli e
Guido Zanetti facessero coniare una me-
daglia con la sua effigie e l'epigrafe: Fer-
tilis et varius: Nani bene eultus aser. Il
o
can. regolare d. Vincenzo Garofalo, poi ab-
bate generale e arcivescovo di Laodicea,
scrisse: De vita J. Chrysostomo Troni-
belli commentarius, Bononiae 1788. Le
principali sue opere sono: Le favole di
Fedro tradotte in versi volgari, Vene-
zia 1735. De cullu Sanetorum disserta-
liones decerti quibus accessit appendix
de Crwrc,Bononiae 1701. Priorum qua-
tuorde cultu Sanetorum dissertationum
vindiciae, Bononiae 1 j5 1. È la risposta
olle critiche di Riesling, e comparve sot-
to il nome di Philalethes Aphobos. Ve-
terani Patruni latinorum opuscula ,
numquam ante hac edita, ivi 1 75 r . Me-
morie istoriche concernenti le due Ca-
noniche di s. Maria del Reno e di s. Sal-
vatore insieme unite, ivi 175*2. Arte di
conoscere l'età de' codici latini e italia-
ni, ivi 1756. Mariae ss. Vita ac gesta,
eultus q uè UH adhibitus, ivi 1761. Vita
e culto di s. Giuseppe, ivi 1767. Vita e
culto de1 ss. Gioacchino ed Anna, ivi
1768. Tractatus de S acr amenti s, per
polemicas et liturgicas dissertationes
dis trib uti, i v i i 7 7 1 .
TRON (s.). V. Tradone (s.).
VOL. LXXXC.
TRO 97
TRONDIIEIM o DRONTHEIM. K
Nidrosia e Svezia.
TRONO o .SOGLIO, Thronus, So-
lfimi, Tribunal, Sedei Regalis, Caflic-
draPontificalis, SoliumPontificis. Seg-
gio o sedia magnifica elevata di Papa,
d'imperatore, di re, di principe e de'pri-
mari magistrati. Sedile nobilissimo e mae-
stoso, con appoggio alla schiena, e sup-
pedaneo e predella, a cui si ascende per
diversi gradini, sovrastato e coperto da
grandioso Baldacchino (V.),<\\ cui è sim-
bolo V Ombrellino [V.)3 formato di ric-
chi panneggiamenti. Il trono fìsso trova-
si nella sala d'Udienza del sovrano, pei
pubblici e solenni ricevimenti degli am-
basciatori , per ricevervi gli omaggi dai
sudditi , ed anche per amministrarvi la
giustizia. Il trono è inoltre un distintivo
e segno di Regno principesco, di supremo
sovrano potere, prerogativa di dignità, di
giurisdizione spirituale e temporale;laon-
de dagli antichi fu specialmente attribui-
to alle Divinità e ai monarchi, non che
a'primari magistrati. L'architettura e la
scultura gareggiano nell'ornare i troni di
legno de'sovrani moderni. Però pare che
nulla siavi tra noi in questo genere che
paragonare si possa alio strabocchevole
lusso de'sovrani dell'oriente, sebbene le
descrizioni ordinariamente sono roman-
zesche. II suppedaneo o soppidiano o sop-
pediano, suppedaneum,scabellum, è quel
tavolato di legno, su cui si posano i piedi,
specie di cassa bassa, che anticamente sì
teneva attorno a'Ietti. Dicesi predella l'ar-
nese di legname, sul quale si siede o se-
dendosi tengono i piedi, scamnumìsedesi
scabellum. Si pone sotto la sedia del tro-
no; a pie degli altari, sulla quale sta il sa-
cerdote quando celebra la messa: la pre-
della si prende talora per quell'imbasa-
mento, che rimane sotto la tavola dell'al-
tare, o per il grado di esso altare. La pre-
della è un'aggiunta, anzi parte de'troni.
Di diversi troni feci la descrizione a'Iuo-
glii loro. La s. Scrittura dice, che il cie-
lo è il Irono di Dio, e la terra losgabel-
7
i)S TRO
lode'suoi piedi. Negli Atti degli Apostoli
è dello, che Gesti Cristo è seduto alla de-
stra del trono del Signore. Il profeta Isaia
rosi descrive il trono del Signore.»» lo vi-
di il Signore sedente sopra un trono ec-
celso ed elevato: e le eslremità della ve-
ste di lui riempivano il tempio. Intorno
al trono stavano i serafini: ognuno di es-
si avea 6 ali: con due velavano la faccia
di lui, e con due velavano i piedi di lui,
econdue volavano. E ad alla vocecanta-
vano alternativamente e dicevano: San-
to, santo, santo (fr.) il Signore Dio de-
gli eserciti j della gloria di Ini è piena tut-
ta la terra". L'area dell'Alleanza, die ti
custodiva prima nel Tabernacolo (/*.) e
poi nel Tempio (Lr.), era considerata co-
me il trono di Dio; quindi in più luoghi
della s. Scrittura è dello, che Dio è se-
duto sui cherubini; sia che si voglia par-
lare de' cherubini eh' erano posti sopra
l'arca, oppure di quelli di cui Isaia ed E-
zechiele hanno data la descrizione. La r ."
gerarchia del Coro degli 4 rigeli ( /^com-
prende i Serafini, i Cherubini e i Troni;
l'ordine de'Troni, per la loro sublimità,
serve quasi di Trono all'Altissimo. La
s. Scrittura parla del trono di Salomone
come d'una meraviglia.» Fece il re Salo-
mone un trono grande d'avorio, e lo ve-
stì d'oro giallissimo: egli avea 6 gradini:
la sommità del trono era rotonda dalla
parie di dietro; e due bracci, uno di qua
ed uno di là, tenevano la sedia: e due leo-
ni stavano presso all'uno e all'altro brac-
cio. E12 piccoli leoni stavano sopra i 6
gradini da una parte e dall'altra: non fu
fatta mai opera tale in verun altro re-
gno ". Gli scrittori arabi raccontarono
mille meraviglie favolose sul trono di Sa-
lomone. Pretendono che gli uccelli inces-
santemente svolazzassero su quel trono,
mentre quel re di Giuda e d'Israele era-
vi assiso, per procurargli dell'ombra. Al-
la destra era n vi 12,000 sedie d'oro pei
patriarchi e pe' profeti , e alla sinistra
12,000 d'argento pe' saggi e pe' dottori
chea'di lui giudizi assistevano. Inoltre si
T II O
ha dalla s. Scrittura, che gli ebrei gì uva*
vano talvolta per il trono di Dio; ma il
Salvatore proibisce questa sorte di giu-
ramenti. Parlasi del trono del Figlio di
Dio alla destra di suo Padre, nell'episto-
la agli ebrei, e nell'Apocalisse: de' troni
che Gesù Cristo promette a'suoi aposto-
li, nell'Evangelo di s. Luca; di quelli dei
24 vecchi nell'Apocalisse; e di quello di
Dio nel giorno del finale giudizio degli
nomini , in Daniele. Trono con baldac-
chino è chiamalo il Tabernacolo della
ss. Eucaristia (V.). La B. Vergine Re-
gina (F.) del cielo, degli Angeli, Aposto-
li, Patriarchi, Profeti, Martiri, Confesso-
ri, Vergini e d'Ognissanti, si rappresen-
ta sedente sul trono col Bambino Gesù,
attorniata dagliAngelioda'Santi. Il Huo-
tmrvol\tOsservazioni sopra tre Dittician-
tichi d' avorio , illustrando quello espri-
mente la Madre di Dio collocata a sede-
re in un trono, dice chesono collocati due
Cherubini, per denotare la consuitanzia-
lità del Verbo, e che in Gesù Cristo, te-
nuto dalla Madre, unita è ipostatica men-
te la natura umana alla divina, e che ad
esso si convengono gli onori come a Dio,
e il corteggio de'Cherubini.Dice ancora,
che si costumò in modo speciale di dipin-
gere l'immagine di Maria col suo divin
Figlio, per ammaestrare nella dottrina
cattolica il popolo, contro l'eresia et Ne-
sloriani (T .), che empiamente ponendo
in Cristo due persone, negarono alla Ver-
gine il bel titolo di Madre di Dio. Il ve-
scovo Sarnelli, Leti, ecclesia sii che , t. 9,
lett. 12: La tergine ss. ab antico dipin-
ta col suo divinissimo Figlio ih braccio,
e ciò sostiene prima e non già dopo il con-
cilio d'Efeso tenuto nel 43», nel quale
fu dichiarata Theocolos , cioè Deipara,
ossia Madre di Dio. Paragona il Irono
di Salomone alla B. Vergine con erudi-
te spiegazioni, e come trono di Dio lo ri-
conoscono tutti i Santi del cielo. Leonar-
do Adami nella rislampacon noledel#/Vj-
rio sagro del gesuita Mazzolali o Parte-
ndo, t. 3, p. 247, pai la de'troni della Ma-
T R O
donna. Egli dice, non v'ha dubbio, che
per la disciplina dell' Arcano, di cui ri-
parlai nel vol.LXlV, p. 28 r, esattamen-
te osservata dalla Chiesa ne' primi 3 se-
coli singolarmente dell'era cristiana, sia
vero quanto sostiene il Tommasino nel
suo trattato De Feslis, lib. 2, cap. 20.n.°
io, che dopo il concilio d'Efeso, cioè nel
secolo V e nel VI, molto dilatossi il culto
di Maria ss., ecominciò tra'cristiani a par-
larsene liberamente , ed a dedicarsi dei
templi, nondimeno trattandosi dell'inter-
no de'fedeli, i più antichi loro monumen-
ti ce l'esibiscono con tulli que'caratteri e
que'distinlivi, che si con vengono alla Ma-
dre d'un Dio, e che in quelli i quali o l'e-
spressero o l'ordinarono, non sono figli
che d'un profondo culto e d'una filiale
divo/ione. Tanto nelle pitture cimiteria-
li, che ne'sarcofogi, la lì. Vergine è quu-
si sempre rappresentata a sedere in quelle
sedie, che dissero i nostri maggiori Theo-
nus, e sono aliai lo simili alle cattedre dei
vescovi, delti perciò Sacerdoti deli? tro-
no, laddove gli altri prelati, come rica-
vasi dalla lettera di Costantino I a de-
sto Ili vescovo di Siracusa, presso Eu-
sebio, Jslor. Eccl. I. 6, e. 5, nell'invitai lo
a portarsi al concilio d'Arles, furono delti
Sacerdoti del i.° Irono (quantunque av-
verte il Bingham, Orìgines et aniiq. Ec-
cles.ì. 3,p. 1 18, che il p. Carlo di s. Pao-
lo, Geograph. sac. p. 44> fibbia pensato,
che per troni secondi debbansi intende-
re i vescovi suffragane-! di desto HPch'e-
gli perciò vuol riconoscere per metropo-
litano. Ma oltreché tale dignità il vesco-
vo di Siracusa ricevè assai più tardi , il
comune parere degli eruditi di sagre an-
tichità si è, che siccome sui secondi troni
sedevano i preti, cos'i non devono inten-
dersi per vescovi). Erano queste sedie te-
nute in alto pregio, né davansi ordina-
riamente che agl'imperatori
che ne'rovesri delle medaglie
sfe veggonsi i genii e le fortune che siedo-
no sopra quelle sedie, che diconsi da Fe-
sto Siliqnastre , maestose ceilamenle di
...iperaton romani, poi-
ché ne'rovesri delle medaglie delle Augu-
T I\ O f)()
spalliera, e cogli appoggi laterali incava-
ti, ma non tanto quanto quelle dette tro-
ni. In fatti Igino, De éign. coelest. cap. <),
attribuisce il siliquastro a Cassiopea, del
qua! genere di sedie parlando il Casan-
bono dice, che nsavansi dalle dorme stan-
do in casa, in occasione però di qualche
straordinaria comparsa, giacché riferisce
Arnobio, lib. 2, p. 76, che nelle dome-
stiche loro funzioni usavano d'un' altra
sedia propria egualmente del loro solo
sesso, detta arquata. Nel sarcofago tro-
vato nel cimiterio di s. Agnese, si vede lo
B. Vergine seduta in un siliquastro. Del
resto è sempre seduta ne'troni, anzi nei
monumenti di minor antichità sono a-
dorni di gioie e di borchie d'oro; non
hanno però ne suppedaneo, né scalini. Le
sue vesti tutte sono maestose, e ricche di
roba , mai però non hanno lo strascico
tanto riprovato da' ss. Padri. Il pallio le
cuopre la testa, e maestosamente le tor-
na sulle spalle e <ul petto, essendo que-
sta veste, secondo s. Girolamo, un distili-
tivo delle donne cristiane più pudiche e
oneste. Ne'musaici è sempre assistita da
più Angeli, che le fanno corte, come a lo-
ro Regina, e sono d'intorno alla sua testa
le nuvole, segno ne'monumenti ecclesia -
stici , dopo il Salvatore non ad altri ac-
cordalo. Si osserva che nienle mai noti
ha delle donne ebree, tranne alcune mi-
niature del codice antico della Genesi con-
servato nel Valicano, ed i bassorilievi del
dittico di Piambona, ne'quali ha in capo
un velo o panno bene accosto e stretto al
viso, solito modo delle donne ebree, che
ritennero almeno per qualche tempo lo
stesso costume, anche dopo la dispersio-
ne di loro gente, al dire di Tertulliano,
De coron. cap. 4. Nella Dissertazione f).'
del Mondelli: Sopra la decorosa custo-
dia in che teneva usi i sagri librile la poni-
pa con cui al popolo leggevasi massima-
mente /' Evangelo, ragiona del culto solen-
nemente prestato al codice de'sagrosan ti
Evangeli nelle pubbliche generali ariti-
uanzedella Chiesa. Si vide di ricchi arazzi
ioo TRO
ibi iiito e collocato sotto maestoso trono
nel concilio di JYicea I e primo geni tale,
celebratone! 325. ì enerandum cnim E-
vangelium in sacro Throno collocatimi
erat, i Ila J tantum sanctorum sacerdotum
auribus insinuatis : Juslum jiulicium fu-
dicale. Altrettanto fu praticato ne'con-
cilii d'Efeso, di Calcedonia e di Coslan-
imopoli\'m quello di Nicta 77, del quale
scrisse Tarasio patriarca di Costantino-
poli a Papa Adriano I: Curii onines sedis-
semus, capitlfecimus Chrislum. Jacehal
aulem insacco Throno Evangelium san-
ctuniy contestans vobis omnibus sacralis
viris, qui com'cncramus : Jiulicium ju-
stum jitdicale. E finalmente nel concilio
IV di Costantinopoli furono eziandio in-
nalzali sul trono I* Evangelo e la Croce
vera. Questa pratica tenuta inviolabil-
mente ne'sinodi orientali, fu dagli occi'
dentali ancora eseguita ne'concilii di s.
Martino I, di s.Zaccaria,di Giovanni XIII
e di Eugenio IV. In alcune cinese, come
nella cattedrale di Faremo^ anticamente
a'Iati della mensa dell'altare si poneva-
no due Tabernacoli (P.)t in uno conser-
Tavasi la ss. Eucaristia, nell'altro il libro
degli Evangeli. Dall'idea simbolica di di-
gnità e di potere die si attaccava a' tro-
ni,furono condotti gli antichi ad assegna-
le anche alle false divinità de'troni, laon-
de divennero ben presto un simbolo rap-
presentativo del nume,in luogo del nume
stesso, con ispeciali attributi; poiché u-
sarono di dedicare de'nobili sedili o tro-
ni a'Ioro numi e di arricchirli d' intagli
sovente relativi agli attributi del nume a
cui li consagravano. E menzione di simili
troni vuoti presso gli antichi scrittori; al-
cuni vedonsi rappresentati sulle medaglie,
nelle pitture antiche, e principalmente ne'
bassorilievi. Si fecero troni d'oro, d'ar-
gento, d'avorio e d'altre materie prezio-
se, le di cui forme però, quali si ravvi-
sano negli antichi monumenti, non sono
elegantissime. In Olimpia, già la piti ce-
lebre città di Grecia nella Trifilia o E-
lide,per la solennità de'famosi giuochi che
TRO
ne presero il nome e mimarono col prin-
cipio YEra delle Olimpiadi (Z7.). In essa
il tempio di GioveOlimpico superava tutti
glialtri in bellezza, e la Statua (/7.),chedi
quel nume vi si vedeva, era il più magni-
fico lavoro di Fidia, nativo di questa città,
primo scultore che abbia vantato la Gre-
cia. La statua di quel padre de' finti Dei
era talmente meravigliosa, che reputa-
taci sommamente sfortunati coloro che
morivano senz'averla veduta. Il Dio vi e-
ra rappresentato assiso sul trono tutto d'o-
ro e di gemme risplendente; non vi man-
cavano e 1' avorio e l'ebano, ed era ador-
no d'alcune figure rappresentanti diversi
animali; vi si vedevano altresì varie pic-
cole statue. I piedi della sedia portavano
4 Vittorie in atteggiamento di danza : so-
pra ciascuno de'piedi anteriori si vedeva
un giovane tebano rapilo da una Sfinge;
al di sotto di que'mostri stavano Apollo
e Diana, mentre co'loro dardi trafigge-
vano i figli di Niobe. I piedi erano uniti
di /flavole traversali; sulla tavola di fronte
si vedeano alcune figure rappresentanti,
secondo l'aulica usanza, gli atletici arrin-
ghi; il giovane che d'un nastro si cinge-
va il ca pò, credevasi essere Panturco eleo,
il quale neH'8o.a01impiade, alla lotta de'
giovani fu vincitore: sulle altre tavole e-
rano effigiati i compagni d'Ercole, mei) -
tre combattevano contro le Amazzoni. Il
soglio non era sostenuto da f\ piedi sol-
tanto, ma fra quelli sorgevano alcune co-
lónne d'egualegrandezza;la parte del pa-
rapetto verso la porta non era dipinta che
d'un semplice azzurro; negli altri lati scor-
gevansi le pitture di Paneno, fra le quali
rimarca vasi Atlante che il cielo e la terra
sosteneva, cui Ercole assisteva come per
sollevarlo dal peso. Eravi Teseo con Pi-
) itoo; le immagini dell'antica Grecia e di
Salamina; il combattimento d'Ercole col
JNemeo Leone; Cassandra ed Aiace; Ip-
podamia figlia d'Enomaco; Prometeo in-
catenato, ed Ercole che lo guardava ; e
finalmente la moribonda Pentesilea con
Achille che la sostiene; e due Esperidi col-
T R O
le poma, la cui custodia era stata loro af-
fidata. Alla sommità del trono e sulla le-
sta del nume , il rinomato artefice pose
da una parte le 3 Grazie e dall'altra le
3 Ore, siccome anch'esse figlie di Giove;
nella base che slava sotto i piedi del nu-
me eranvi de' leoni d'oro, fra' quali era
scolpita la pugna di Teseo contro le A-
inazzoni; sul piedistallo che tutta la gran
mole sosteneva, vedeausi altri emblemi
d'oro quasi a compimento di sì mirabii
opera; vi si scorgeva il Sole in atto d'a-
scendere sul suo carro, poscia Giove e la
sua moglie Giunone; vicina eravi una
Grazia, cui porgeva la mano Mercurio ;
Vesta la presentava a quest'ultimo; dopo
veniva Amore in atto d'accoglier lama-
die Vrenere che usciva dal mare, ed alla
quale presentava una cotona la dea della
Persuasione : vi erano eziandio Apollo,
con Diana, Minerva ed Ercole; nella parte
piìi bassa stavano AnfitriteeNettuno.il
trono di Bacco nel Museo Pio-Clementi-
no, è un grandioso marmoreo sedile, i cui
appoggiatoio bracciuoli formatisi da due
simboliche chimere, la cui testa è un mi-
sto di pantera e di capro selvaggio, col
corpo di pantera alato. Quindi gl'intagli
che lo fregiano rappresentano emblemi
bacchici, tralci di vite, pampini, grappoli
di uve, fiondi e corimbi d'edere, timpa-
ni e lire, strumenti usitali ne'baccanali.
Una gran nebride, o pelle di cavriolo ser-
ve a parare la spalliera del Irono, e le pi-
ne solile terminare la sommità de' tirsi,
ornano qui come pomi le sommila delle
due colonne quadre della spalliera. Sot-
to il sedile è intagliato un vaso avente
per manichi due pantere. Di qua e di là
sono state inserite due maschere antiche,
una è di Pane, e posa su d'una siringa,
l'altra d'un Fauno marino o Tritone con
pinne alle mascelle, e sotto vi sono scol-
pite le onde del mare. Le Sfingi essendo
divenute presso gli antichi uno degli or-
namenti più usilati defedili delle divini-
tà, immagini di questo animale simboli-
co, che le urti greche aveauo tolto dall'e-
TRO roi
giziana mitologia, modificato e abbelli-
to, servirono a decorare il trono di Giove
in Olimpia, e quello immenso d'Apollo
in A micia nella Laconia eseguito da Ba-
ticle e coperto di gran numero di scultu-
re; e vedonsi poste a sostenere de' brac-
ciuoli di maestosi sedili dove Minerva è
assisa in antiche medaglie, e Cerere in an-
tiche gemme. Le Sfingi, animali allegori-
ci, divenute simboli di misteri, fu credu-
to proprio per tale allusione adornare il
trono di Cerere, dea a cui si attribuì l'i-
stituzione de'inisteri Eleusini. Con esse è
un suo trouo marmoreo del suddetto Mu-
seo, ove è pure scolpita da un lato la fal-
ce de'mietitori, istrumento sagro alla Dea
frugifera; dall'altro un volume, attribu-
to della Dea legifera, e iudicante quello
che conteneva i riti arcani de'misteri, o
quello delle prime leggi della società ci-
vile fondate in gran parte sull'agricoltu-
ra. Le colonne della spalliera rappresen-
tano le faci che Cerere accese ne' fuochi
dell'Etna, vulcano di Sicilia, per andar
in cerca della rapita figlia Proserpina,e
le loro fiammelle servono di pomi. I ser-
penti alati che tiravano il carro della Dea,
sono scolpiti a bassorilievo sulla spalliera
stessa : le spiche e i papaveri cereali sono
intagliati a fregiare le altre parti del tro-
no. Dice il Buonarroti, nell'O sservazio-
ni sopra i vasi di vetro, che anco presso
gli egizi il trouo fu simbolo del regno e
della podestà, onde Tolomeo Evergete e-
resse nella città d'Adule, porto degli A-
xumiti nel mare Rosso, un trono grande
di marmo in cui erano descritte le sue a-
zioni e le sue vittorie ; e che gli antichi
gentili per esprimere la podestà de'loro
falsi Dei, figurarono simili troni, ponen-
dovi sopra qualche insegna di quel Dio, la
cui maestà volevano rappresentare, Giu-
none presso Omero venendo chiamata
dall'aureo trono. Illustrando il Buonar-
roti, neil' Osservazioni sopra i meda"
glio/ù antichi, quello di Commodo, os-
serva il panchetto o predellino sul quale
posa i piedi la Roma, vedendolo ancora
102 TUO
in nitro e poi sotto i piedi di Gordiano
e d'Otacilia, si vede che quello é un ono-
re particolare degli Dei e delle persone
illustri; così Pausania riferisce che ilGio-
ve Olimpio avea sotto i piedi una simile
base; una ne descrive parimenti sotto i
piedi de'simulacri della dea Era, e Ce-
rere fuori del tempio di quella, ch'era
lontano da Acacesio 4- stadi, dicendo che
il trono dove seggono e il panchetto, ch'è
sotto i piedi, era lutto d'una sola e me-
desima pietra. Omero descrive col pan-
chetto o predellino le sedie più belle per
le persone di qualità, come quelle d'Ele-
na e d' Ulisse, chiamando quest' ultima
sedia come più nobile trono. Indi Buo-
narroti cita gli scrittori che fecero osser-
vazioni sulle predelle de'troni, e il Chi-
meutelli, De honore Bisellii, che le dice
proprie delle persone illustri, onde Dio
appresso David: Donec ponam inimicos
tuus tcabellum pedum tuorum. 11 trono
di Toante re di Lenno, padre d'Iperme-
stra,era pure di pietra, In Aquisgranacva
l'orci trono dell' Imperatore d'occidente,
nella qual città si faceva la suai.*Co/o-
nazionc, ed all'elettore arcivescovo diCo-
Ionia spetta va collocarlo sul trono, in det-
ta coronazione, imperocché nella solenne
Coronazione dell' Imperatore [V.) che
facevasi dal Papa, a questi apparteneva
d'intronizzarlo; cosi nella Coronazione
de* Re (T.). Però gl'Imperatori ed i Re
(F.) riceveano la corona genuflessi sul
tronodelPapa,il quale stando egualmen-
te sul proprio trono, eseguì la coronazio-
ne d'altri principi, come pure del gran-
duca di Toscana (F.). Ordinariamente
i sovrani ricevono la Corona sul proprio
trono. Di queste coronazioni ragionai ne-
gli articoli eziandio de'i ispettivi stati, col-
le speciali cereojonie e solennità proprie
di ciascuno. Intronizzazione dicesi pro-
priamente il collocamento nel trono o
nella Cattedra vescovile (V.)&X\ antichi
re di Francia tenevano il letto di giu-
stizia, allorché i parlamenti o le assem-
blee delle uazioni teuevausi neli' aperte
TUO
campagne; il re vi sedeva sopra un trono
d'oro o dorato; itti dopo che il parlamen-
to cominciò a tenere le sue sedute nel-
l'interno d'un palazzo, a quel trono d'o-
ro si sostituirono vari cuscini con un bal-
dacchino al di sopra, e siccome nell'an-
tico linguaggio una sedia coperta da un
baldacchino chiamavasi Letto , si diede
il nome di Letto di giustizia al trono sul
quale il re sedeva nel parlamento. In ap-
presso nominossi letto di giustizia anche
una seduta o una riunione solenne, nel-
la quale il re assisteva al parlamento per
deliberarvi sopra gli all'ari importanti
dello stato. Que'lelti di giustizia succes-
sero adunque a quelle assemblee generali
the anticamente si tenevano nel mese di
marzo, e poscia nel mese di maggio, don-
de vennero i nomi di campo di marzo e
di campo di maggio.
11 trono dato agli Apostoli, e dipoi ai
Vescovi loro successori, dice il Buonar-
roti, lignifica la facoltà d'insegnare la leg-
ge al popolo, e ciò per una imitazione di
Gesù Cristo, il quale sedendo insegnò, co-
me riferisce s. Matteo, e. 5; onde s. Ago-
stino, De Serm. Doni, 1. 1, disse: Sederti
autem Domiuus docci, quo deperti net ad
magisterii dignità temj siccome ancora
denotava, come vuole s. Urbano 1 Papa
del 226, riferito da Burcardo, 1. 2, e. 1 o,
specu laliou em , e tpo tes ta te ni judiean di,
soh'endi^atque ligandi, onde sono chia-
mati ancora Tribunali (V.), allorché de-
cretò che le Sedie de'vescovi fossero al-
zale e ornale a guisa di trono. Può anco
essere un simbolo dell'onore promesso da
Cristo agli Apostoli di sedere nel giudizio
universale, e di giudicare le 12 Tribù lY[-
irtele. Narra inoltre il Buonarroti, i 1 1 li r
girando imi monumento che rappresenta
i ss. Pietro e Paolo sedenti su due troni
in segno del Sacerdozio, essere stali so-
liti gli Apostoli e gli antichi vescovi, nel-
le sagre funzioni, dì sedere sopra un tro-
no o cattedra distinta, adattata però alla
povertà professala da'primi fedeli. Quin-
di eolie Eusebio, Istor. Eccl. 1. 7,0.19
T II O
e 32, racconta come ancora ne'tem pi suoi
era in Gerusalemme custodito e tenuto in
gran venerazione il trono adoperato ti a
s. Giacomo il Minore apostolo, l ."vescovo
di quella città (fallo dopo l'Ascensione da
6. Pietro); e che nella chiesa di Alessan-
dria si conservava con gran religiosità la
cattedra di s. Marco, si deduce dagli atti
della passione di s* Pietro Alessandrino,
uno de'successori del medesimo in quel-
la chiesa palliai caie; e si ha parimenti da
una continua tradizione, che la Cattedra
dis. Pietro (F.) si conserva in Roma nel-
la Chiesa di s. Pietro in Faticano {V.),
6ulla quale anticamente s'intronizzavano
i Papi di lui successori; e che generalmen-
te tutte le chiese apostoliche avessero par-
ticola!- cura di custodire le cattedre degli
Apostuli lo teslificaTertulliano, fiorito nel
Jl secolo, De Praescript. e. 36. Quau-
do poi i cristiani per la condiscendenza
d'alcuni imperatori, e specialmente dopo
la pace conceduta alla Chiesa sul comin-
ciar del IV secolo da Costantino I, pote-
rono liberamente edificare dei Templi
(F.), furono quote cattedre o troni col-
locati in cima della Tribuna (F.) delle
Chiese, e nel mezzo delle medesime tri-
bune alquanto più alti de' muriccioli, o
sedili o Stalli (Z7.) che li circondavano,
fatti pel Presbiterio ( F.) de'preti, i qua-
li perciò nella summenlovata lettera di
Costantino 1 sono chiamati Sacerdotidel
i.° trono, dicendo a Gesto 111 che seco
conducesse due de* suoi preti, adjunclis
libi duobus Secundi Throni, nella ma-
niera stessa che si dissero Sacerdoti del
2.° ordine, da s. Ambrogio e da s. Ago-
stino. Aveano questi troni uè' primi tem-
pi un sul gradino o pochi più, comedimo-
strano alcuni dell'antiche chiese di Roma,
il che viene confermato dall'avere i vesco-
vi del concilio d'Antiochia, presso Euse-
bio, I. j, e. 3 (a questi alti troni allude s,
Gregorio JNisseuonell' Orazione del gior-
no de' lumi e battesimo di JY. S., t. 3, p.
367), nella loro lettera sinodale, taccia-
lo Paolo di Samosata d'essersi eretto in
TRO 10Ì
chiesa un trono mollo sublime. Comin-
ciarono poscia a costumarsi le cattedre di
moltissimi gradi, dette perciò gradale da
s. Agostino neìì'Epist, 2o3 ad Maximi-
num; e si cava pure da Sulpizio Severo,
Dial. 2 de Virtutib. s. Martini, dove par-
la della modestia di quel sauto, quando
stava in chiesa assistendo allefunzioni ec-
clesiastiche. Nel cimiterio di s. Ermete di
Roma in una pittura, dove paresia espres-
sa unasagra Ordinazione,^ vedeun tro-
no umlto alto. E non solamente s'iucou-
trauo di queste cattedre in Roma nelle
chiese antiche, esposte alla pubblica vi-
sta, e l'enumerai a Sedia, precisamente
nel voi. LXIII, p. 189 094, ma ve se ne
trasportarono ancora delle bellissime di
porfido prese dagli antichi bagni, dette
per una certa vulgare tradizione Sedie
(/■*.) Stercorarie, ma se ne trovano pu-
re dell'antiche nelle stanze de' cimiteri,
per uso de' ss. Pontefici quando vi cele-
bravano i divini sagrifizi, specialmente in
tempo di persecuzione, ed in una di que-
stefu martirizzato nel 260 il Papas. Ste-
fano I, la quale ora si venera in Pisa nel-
la chiesa dell'ordine di s. Stefano I (F.),
nel suo magnifico altare. Ed era così gran-
de la venerazione che gli antichi cristia-
ni aveano a queste cattedre o troni epi-
scopali, che solevano adornarle di panni
preziosi, anticamente chiamali Feli(F.),
il che ricordai nel voi. X, p. 264. Inol-
tre il Buonarroti nelle ricordale Osser-
vazioni sui Dittici, rimarcò che la Ma-
dre di Dio sedente in trono invece del
panchetto o predella, solita aggiunta, an-
zi parte de' troni, tiene i piedi sopra un
guanciale o cuscino, adornato e guarnito;
poiché si era forse di già introdotto l'u-
so di questo cuscino in vece di suppeda-
neo o predelia a'troniealle sedie de'prin-
cipi. Un tal cuscino, sotto i piedi l'ha la
figura di Baldovino I, nel 1 204 eletto im-
peratore latino di Costantinopoli, nel sigil-
lo d'un suo diploma riportato dal Du Gan-
ge nelle Famiglie Bizantine, p. 216, il
quale uel trattato delle Monete, lav. fc»,
k>4 TUO
ii.° 8, inserì mu pittura greca presa dal
museo di s. Genovdla, nella quale il Sal-
vitele sedente iu trono, per maggior o-
norevolezzu , posa i piedi sopra uno di
questi guanciali. De'medesimi gl'impera-
tori greci se uè doveauo servire in certe
occasioni, non solo in atto di sedere, ina
anco quando stavano in piedi, ritraendo-
si ciò da alcune ligure rappresentanti in»,
peratori di Costantinopoli, portate nelle
delle Famiglie Bizantine; e tal guancia-
le par die fosse quello, die secondo Co-
dino, Degli 0//ìcii,c. 7, n.°32, era te-
nuto ferino da un giovanetto ad elicilo
che l'imperatore ? i potesse star sopra si-
curo, quando ne'eoiivili solenni alia fine
della tavola il sovrano li rizzava iu pie*
di al comparire il pane benedetto , por-
talo dal Domestico (fr>)> che i greci chia-
mavano panagia. Apprendo dalla Noti-
zia de' vocaboli ecclesia stiei del Magri,
che il lilolo di Panagia fu dato dalla chie-
sa greca alla B. Vergine, che significa san-
ata tota sancta, Santissima, per la se-
guente origine. Gli Apostoli dopo l'Ascen-
sione, sedendo a tavola costumavano la-
sciare uu luogo vuoto pel Salvatore loro
maestro, ponendovi un guauciale, sopra
del quale posavano parte del pane che
mangiavano. Finita poi la mensa piglia-
vano quel pane, sollevandolo iu alto e re-
citando alcune orazioni in rendimento di
grazie, il qual pio e santo costume con-
tinuarono divisi pel mondo a predicare
il Vangelo. Congregali poi miracolosa-
mente nella morte della Vergine, e fini-
te l'esequie, mentre nel 3.° giorno rende-
vano dopo il cibo le consuete grazie col
pane sollevalo,apparvelorola gloriosissi-
ma Vergine in alia circondala i\a cori
d'Angelici, che con sembiante piacevole
li salutò, pel quale spettacolo attoniti gli
A postoli, invece di recitare le solite ora-
zioni di rendimento di grazie, esclama-
rono: Panagia Deipara adjuva.nos. Ri-
tornando poi al sepolcro, e non ritrovan-
do il sagro corpo, si certificarono , che
ti ioulaute se uè IbsàC salila al ciclo iu tui-
T 11 O
pò eiu anima. Da questo ebbe origine non
solamente il titolo di Panagia dato alla
Vergine, ma anco il chiamarsi col mille-
simo nome il pane col quale al/.ato in al-
to sogliono i monaci greci, a imitazione
degli A postoli, rendere le grazie dopo il ri-
storo del corpo, il quale pane benedetto
poi dividono tra di loro, ed il vaso in cui
si pone tal pane chiamasi Panagia riunì.
Da ciò nacque l'errore di Meursio, il qua-
le disse che Panagia significa pane san-
to, fondandosi sopra la cereinouia del reo-
dimenio di grazie, delia quale ragiona il
Codino, trattando della mensa imperia-
le. Porro praefectus mensae acceptiun
panagiarium mensae imponi t,et elevans
pana giani dat Ulani Domestico mensae,
ille Magno domestico , hic Imperatori,
et q unni prinium panagiam ori inserii,
oiuues accinunt. Ad multo s annos. Nel-
le (piali paiole si vede chiaramente, che
per nome di panagia s' intende il pane
sollevalo in alto per adempimento della
descritta cereaioniajlaoude^/z^g/V/ non
significa pane benedetto , ma piuttosto
Tutta santa. L'erudilissiino vescovo Sar-
nelli nelle Lettere ecclesiastiche, t. 9, ci
diede la lett. 73 : Se Trono o Baldac-
chino sia lo stesso , e del Faldistorio.
Dice che il baldacchino è parte del tro-
no. Che i vescovi ab antico ebbero la Cat-
tedra, cioè una sedia tonda al di sopra,
come quella del trono di Salomone, al-
la quale si ascendeva per alcuni gradini.
Era vestita d'alcuni veli, e situata nella
Tribuna della chiesa, che anticamente si
diceva Apside, che propriamente signi-
fica l'arco, per essere la tribuna delle chie-
se antiche rotouda, e da questa tribuna
la cattedra vescovile si diceva anche Apsi-
da e Tribunale, e gradata per la mol-
titudinede'gradi. Quindi s. Agostino, nel-
la citata £/j/.s£. aMassimino scrisse: Tran-
sii houor hujus saeculi, transitambitio.
In futuro Christi judicio nec absidae
gradatae, nec cathedrae velatae aditi»
bebuntur ad defensionem.S'i chiama an-
cora Exedra dalla voce greca somigliali*
TUO
le, e dalln tribuna com'è detto tribunal:
così abbiamo nel lib. 4 de'Ue,cap. g. Che
unto re Jehu da un figlio de'profeti d'or-
dine di Eliseo, festinaverunt ilaque, et
unuxquisque lollens pallimi» suum po-
sile runt sub pedibus ejus in simili tudi'
ncm tribunali sj cioè del trono reale. Ed
è così proprio del vescovo il trono, che i
greci chiamarono Throni i T escovati, ed
aggiungerò che dissero Prototrono (F .)
il i.° vescovo d'una provincia ecclesiasti-
ca, ovvero quel vescovo che occupava il
i.° posto presso il Patriarca, o dopo il
Metropolita no (F.). 11 vescovo di Tiro,
che in assenza del patriarca d'Antiochia
nella Siria (V.) reggeva quella chiesa,
istituita da s. Pietro, si diceva Protothro-
nus , cioè il i.° de' vescovi Suffragatici
(f7.). 11 concilio di Trullo, parlando dei
Vescovi litolari dice: Propter praedictam
causarli in suis Thronus non sunt con-
stilliti ; perchè le chiese erano in mano
degl'infedeli, che noi diciamo Vescova-
ti o Arcivescovado Patriarcati in par-
tibus infidelium. Passando il Sarnelli a
dire del Baldacchino, la qualifica voce
bai bara e significante un drappo di broc-
cato d' oro ricco. Feretrum, coopertum
fuit Baldachino, quod Ecclesiae re lì'
querunt. Rex veste deaurata, facto de
preti osisi imo Baldakino. Conclude, il
baldacchino è parte del trono, non il tro-
no stesso, cioè è quella parte che al tro-
no sporge in fuori come un Ombrellino,
ed ecco come descrivesi nel Cercmonia-
le Epucoporum, lib. i, cap. *3. Forma
Sedis erit praealta, et sublimi s, sive ex
Ugno, sive ex mar more, ani alia mate-
ria faì> ricala in modum Cathedrae, et
Throni inimobilis, quale s in multis Ec-
clesiis antiquis videmus, qui debet tegi,
et or nari ali quo panno serico concolo-
ri cum aliis paramentis, nontamen au-
reo, nisi Episcopus esset Cardinalis: et
super eam umbraculiim, seu Baldachi-
nurn ejusdem color is appendi poteri t,
dummodo et super Altari aliud simile,
vel elicmi sumptuosius appeiulantur etc.
TRO io5
Ivi pure si dice: Tribus gradibus ad eam
ascendatur, quipannis,aul tape tibus tc-
gan tur. Quindi è che Baldacchino si chia-
ma ancora quel drappo che colle astesi
solleva, come dice lo stesso Ceremonia-
le nel cap.i/f- Umbraculum, seuBalda-
chinum duplex est, aliud appendi in ai-
timi debet super Altare, et supra Sedem
Episcopi, forma, quadrata, etc, aliud
quod supra Episcopum, ac res sacras
inprocessionibus gestari consuetum est,
sex, vel orto haslis sublevatum, etc. Ma
perchè dalla parte talvolta si nomina il
tutto, spesso per baldacchino s'intende
il trono vescovile. Oilre al quale vi è un*
altra Sedia minore., detta Faldistorio
(f -), e di questa il vescovo si serve io.
molte occasioni. Essa è somigliante all'an-
tica Sedia chiamata da' roma ni curale, la
quale era una sedia quadrata d'avorio
senza spalliera, una dell'insegrìe de'con-
soli e di altri primari magistrati. Di que-
sta sedia si valevano! vescovi, cheavea-
no il trono nella tribuna, ed avanti il lo-
ro altare, perchè allora per fare la Pre-
dica (V.) mettevano il faldistorio nel su-
premo scalino dell' altare, onde Sidonio
nel canto Eucaristico a Fausto vescovo,
lo descrive predicante sul faldistorio con
questi versi. Seu te conspicuis gradibus
/ enerabilisArae- Conciona tur um plebs
sedula circumsislit.-Expositaelegis hi-
hat auribus ut medici nani. Termina il
Sarnelli, con dichiarare la riverenza do-
vuta aironi de' vescovi. IlcamaldoleseCo-
stadoni descrivendo l'antica cattedrale di
Torcello (V.), riferisce che in fondo alla
navata di mezzo è 1' antico presbiterio,
chiamato ne'primi secoli Absida, ed E-
xedra a motivo della Cattedra , ove il
clero stava assiso secondo il suo rango
nell' ecclesiastiche funzioni , tenendo in
mezzo il vescovo, conforme al costume an-
tichissimo della Chiesa, come si ha nelle
costituzioni apostoliche: In medio autem
situm si t Episcopi Solium,et u trini q ne
se deal Praesbyteriiim.j leggendosi pres-
so Teodoielo; Si Cathedra in medie pò»
i of> T R 0
sita contentfonem facit, cani ego (infer-
ri' conabor. Il presbiterio ili Torcetto è
composto di 6 scaglioni di pietra , che
prendono la stessa figura del semicircolo
che l»a il presbiterio, ma essendo i due so -
perioii più alti e più larghi, siccome i 4
j umilienti più stretti e meno alti, è prò-
labile che quegli servissero per ascende-
re a quelli, incoi solo sedevasi. Tali sca-
glioni sono tagliali nel mezzo da un'alta
e stretta scala d' i i scalini, in capo alla
quale è la cattedra vescovile di marino,
mi cui sedendo il prelato nelle sue fun-
zioni, quindi scorgeva facilmente lutto il
popolo the vi era sino al fondo della ba-
silica, per cui disse s. Agostino in Psahn,
126; Nani altior loens posi lus est Epi-
scopis, ut ipsi superintendant , et tara-
anani custodiant populum .,. qnomodo
enini vernieri altior sii loens ad cuslo-
diendam vi/team, sie et Episcopis altior
loens faetas est. L'altezza di questa cat-
tedra vescovile è di rito antichissimo, av-
vertendo il Bona, De dignit, Sacerd, cap.
6, che id ex Apostolica institntione ha-
let Ecclesia, Dunque fino dal tempo de-
gli Apostoli si costumò di collocar in al-
to le cattedre de'vescovi, perchè ognuno
agevolmente potesse scorgere il proprio
pastoie, e udir meglio i suoi ragionamen-
ti. Queslecaltedre erano più alte di quel-
le de'preti, che a' lati vi erano, e perciò
venivano ad esser assai alte, allorché e-
rano posti pure in alto i sedili pe'preti,'
com'è nella chiesa di Torcello. Poteva ciò
farsi in qualche chiesa per recarle un mag-
gior onore, e talvolta eziandio per uudrir-
le l'ambizione. In fatti Eusebio, Jlistor.
Eccl. hb. 1 o, cap. 4? P- 38 i, riferisce un
panegirico della chiesa di Tiro sunnomi-
nata , la più illustre di tutta la Fenicia,
ed uno degl'insigni monumenti della pie-
tà di Costantino I, ed in esso leggesi, ch'e-
ia quella chiesa ornata di tioui altissimi
ad onore de'prelaU, Thronis allissimis
in lionore praesidentium, E così all'op-
posto il ricordato coucilio d'Antiochia
cuudanuò Paolo di Samusuta per aversi
T R O
ambiziosamente innalzato una cattedra
sublime e separata dal suo clero a foggiti
de'principi ; Scdem, et Thronum subii*
nun sibi paravi t; euhiq uè y non ut Ckri-
sii dìscipuhtm decet, sta ut mundi pria-
cipes solent, secrelmn et separatimi ha-
buerit eie. Accorda vasi dalla Chiesa a've-
scovi un posto più elevato nel loro clero,
Episcopi** in consessu presbyteronim
sublimior sedeatj ma non volevasi che
si gareggiasse co'principi e per l'altezza
delle cattedre, e per la situazione seco-
laresca delle medesime, giacché execha
illa Sedes supercaelestem Christi Ca~
tìwdram designata come nel lib. De Sa-
crauient. ditte Simeone diTessalonica. I
greci chiamano sintroni i riferiti scaglio-
ni , ovvero ordini di sedili posti ad am-
bedue i luti de'troni o cattedre vescovili}
ed appellarono anticamente troni seco a»
di, poiché i primi troni erano quelli dei
vescovi. Su questi troni secondi sedeva-
no i preti, onde s. Gregorio di Nazianzo
disse di se stesso quando venne con vio-»
lenza consagrato sacerdote; pet VI/71 Se-
cundis colloca t me in Thronis. Egli è
per questo che gli Stalli canonicali dipoi
furono detti piccoli troni e troni di se-
condo ordine, tribune e tribunali. Anzi
leggo nel Nardi, De'Parroehi, che i ca-
nonici ebbero ne'cori sedi distinte, chia-
mate neh" antichità Throni , Subsellia,
Cathcdrae honoris, Tribunalia, Stalli t
grande importanza dandosi nell'antichi-
tà all'ordine di sedere de' canonici, e le
sedi più basse del clero inferiore erano in
plano, In certi cori antichissimi vedonsi
le sommità degli stalli canonicali sporge-
re infuori a guisa di baldacchinetto. Cre-
de il Nardi che così fossero negli antichi
secoli, perchè erano appellati Tribuna"
Ha, e Secundi Throni, Perchè sedeva-
no in sedi assai distinte, da Eusebio di Ce-
sarea, /list. lib. io , cap. 5, sono anche
chiamati Deuterothroni o sia secundi
thronijeneì canone 26 del Trullano del
681 dicousi i canonici, Cathcdrae par-
lìcipes. Diverse erudizioui riporta il Kar-»
IRÒ
di sul Irono vescovile. Riporta i monu-
menti in cui è anche detto Solittm, Se-
dcs9 Cathedra; e che i vescovi si deno-
minarono eziandio Tlironi Dei, Cìirist.i
Tiironi. e Throni assolutamente. Che.il
loro trono dev'esser alto in segno ili prin-
cipato, quali principi della Chiesa di Dio,
gli 'essi rappresentano, e quali pastori per
divina istituzione mediante la sagra or-
dinazione, che pascono con impero; e s.
Gregorio di [S'aziauzo, OraU fune.br. prò
d. Basilio, chiama il vescovo, principe
con trono; mentre s, Epifanio, Hacres.
29> § 3j dice che i vescovi hanno il trono
concesso loro da Cristo,che volle donar al-
la sua chiesa la reale e pontificale digni-
tà riunite insieme. Intronizzare diceva-
si mettere il nuovo vescovo in trono, e
10 dice anche oggidì il Pontificale Roma-
no, De Consacrai, Episc. Secondo ilcan.
7 i Niceuo- A rabico, dopo la consagrazio-
ne, il metropolitano mandava il novello
vescovo alla sua sede con un vescovo che
l'accompagna va,e lo faceva mettere a sede-
re sul trono,ciòehe ivi è appellalo indirò*
nizatio, cioè il Possesso. Anche Flodoar-
clo, lib. 4> cnP- 33 e 35, chiama inthro-
nizari il mettere il nuovo vescovo nella
sua sede. Ciò veilesi anche nell'azione %vi
del concilio di Calcedonia del 4^' > nve
Proclo vescovo dice : prqfectus snm in
Cangra,in thronizariEj liscopum ,In una
carta del 9 i 4> ne"a Gallia Cìirìst. Ep.
Araiisic. Append, n.°i , adoprasi pure la
parola intlironizare in quest'istesso sen-
so di dar possesso a un nuovo vescovo.
11 trono vescovile dev' essere di facciata
all'altare, e se questo occupa il mezzo e
fondo della tribuna, a corna Evangeliij
ed in un antichissimo ordine, Bi'liot, Fa-
ir, t. G, p. 181, si spiega perchè il vesco-
vo sieda in trono in faccia al popolo, per
Ja ragione, che Episcopo commissaesunt
aniniae prò quibus rationem Deo red-
(ìilurusest. Nelle costituzioni apostoliche,
lib. 2, cap. 56, si dice: Sit solami Epi-
scopi in medio positum , et ex utroque
cjus Intere presbiteri sedeant, etastent
TUO 107
diaconi, I troni antichi erano di faccia-
ta, e ni un prete celebrante poteva, e non
può neppure a'giorni nostri, sedere di fac-
ciata al popolo, ma di fianco. In man-?
causa di trono, il solo vescovo siede sub
l'altare verso i| suo gregge; niuu altro,
benché celebrante, può sedere sull'altare,
ma fuori del medesimo, edi fianco a cor-
mi Epistolae. II Nardi confuta la strana
idea del Duguet, che nelle sue Conferai-
ces ecclesiastiques, pretese che l'antiche
cattedre vescovili fossero cosi larghe, da
potervi sedere due e più vescovi; ed ol-r
tre il dirci gli antichi, una cathedra più-
res non capit Episcopos , il fatto poi lo
contraddice, per le cattedre e troni mar>
morei rimastici, Anzi noterò col Compa-
gnoni vescovo d'Osi uro, Memorie della
chiesa e 'de' vescovi d 'Osi 'ino, t. 4, p. ^Gc),
che nel 1649 il vescovo cardinal Verospi
essendosi recato in Roma per la visita dei
sagri Lì mi ni, a'i4 maggio festa dell'A-
scensione e vigilia di s, Vittore, mg.1 Ra-
nuccio Scolli, vescovo di s. Donnino e go-
vernatore della Marca, assistè al 2.0 ve-
spero di detta solennità , ed alla messa
cantata, e sedè sul trono episcopale, sem
za però la cattedra e il baldacchino, ma
in una sedia di velluto. Dice inoltre Nar-
di, che il trono vescovile semprespiacque
a' novatori , e gli odierni d' accordo coi
giansenisti, ne'primi tempi delle repub-
bliche del 1798, abolirono in Romagna
e altrove il trono del vescovo e «li stalli
canonicali, per nonessere inferiori all'em-
pio Unnerieo re de' vandali in Africa, il
quale nella crudele persecuzione mossa
a' cattolici proibì il trono a s. Eugenio
vescovo di Cartagine. Aggiungerò, che i
O OD O '
repubblicani del 1848 fecero toglierei
gradini dalle cattedre vescovili, perchè
segno di aristocrazia! Innanzi di essi l'ar-
ci vescovo di Sorrento (F.) fezzo, fab-
bricò il sepolcro per se e pe'suoi successo-
ri, onde dal trono meditare il fine comu-
ne a tutti, mentre siedono nell'onorevo-
le seggio, poiché anco da'più sublimi tro-
ni si scende nella tomba. Neil i3o l'an-
io8
TRO
tipapa Anacleto li si recò nel settembre
in A velltno, e nelle conferenze con Rugge-
ro duca di Puglia suo cognato, posero le
fondamenta ilei regno di Sicilia, (/^fa-
cendolo coronare in Palermo dall' anti-
cardinale Conti col nome di Ruggero I;
altri sostengono che la coronazione seguì
in Avellino. Certo è, che per memoria di
tale avvenimento, il re concesse al vesco-
vo che il suo trono episcopale fosse sovra-
stato dalla corona reale, la quale tutto-
ra si vede nel tuo comignolo; and il tro-
no del vescovo d'Avellino, per privilegio
ha 5 gradini. Che Fiuterò 1 fu coronato
in Avellino e che il trono vescovile è or-
nato dalla corona reale, lo afferma anche
l'avv. Giuseppe Zigarelli a p. i e 22 del
Ovino storico della cattedrale d' AveU
lino e poche cove di quella di Frigento
acque principali ter , Avellino 1847. ^
jNugnes, Storia del regno di Napoli, t.
2, p. 876, riferisce che l'antipapa a' 26
settembre 1 1 3o rilasciò a Ruggero I un
diploma, mediante il quale questi nel dì
del seguente Natale fu coronato e unto
re. La eeremonia si praticò nella catte-
drale di Palermo, e ministri ne furono
Filippo> Ruggero eGiovanni rispettivi ar-
civescovi di Capua, di Benevento, di Sa-
lerno, ponendogli sul capo la corona reale
colie proprie mani R.oberto principe di
Capua, come il più nobile barone del re-
milo. L'accuratissimoPellegriuo dimostra,
che una sola volta Ruggero I si fcicessecd-
ronare, e ciò per ufiìiio d'Anacleto li, il
quale mandò all'uopo inPalermo un an-
ticardi naie; altrettanto affermano Falco-
ne Beneventano, Pietro Diacono, e l'ab-
bate di Telese testimonio oculare , non
che Lodovico Agnello arcivescovo di Sor-
rento, Istoria degli Antipapi i. 2, p. 38,
riferendo che Anacleto II mandò a Pa-
lermo per legato per far coronare Rug-
gero 1 l'antica rdinale Conti. Sembra duo
que, che il singolare privilegio del vesco-
vo d'Avellino di avere sul proprio trono
la corona reale, derivò per essersi in A-
vellino gettate le fondamenta del regno
TR O
delle due Sicilie, nell'abboccamento d'A-
ntidato II e Ruggero I fondatore della me-
desima monarchia. Notai ne' voi. XI, p.
22(5, LVI, p. 88, LXXI1I, p. 3/p, de-
Scrivendo le parti dell'antiche Chiese o
Templi, essere stata una di esse la Solca
(V^t ma controversa, ove alcuni credo-
no fosse il trono o soglio, dal quale co-
me da alto luogo si distribuiva la comu-
nione al popolo. A (tri spiegarlo la solca
per uno scalino. Veramente la sede ve-
scovile co' seggi pe'preti sorgeva nel sin-
trouo posto nell'apside o coro o Santua-
rio, il quale da'caucelli era diviso dal re-
sto del tempio, e da esso s. Ambrogio re-
spinse l'imperatore Teodosio I perla stra-
ge di Tessalonica (V.). Altri dissero la
solca luogo intermedio tra il coro e il san-
tuario, rilevalo da alcuni gradini, non pe-
rò il luogo ove sedeva in trono l'impe-
ratore, al quale solo tra'laici era permesso
passare per la solca onde ricevervi la co-
munione. 11 trono imperiale era fuori del
coro, cioè in oriente dentro i cancelli, in
occidente fuori di essi. Come nel 1 856 fu-
rono collocali il trono imperiale e il tro-
no del cardinal legato, nella metropoli-
tana di Parigi, pei solenne battesimo del
principe imperiale, lo narrai a Treno, di-
cendo di quello del cardinale. Delle con-
troversie degli arcivescovi di Genova col
senato di quella repubblica pel trono del
doge nella chiesa metropolitana di s. Lo-
renzo; e delle conlese de' prelati della Li-
guria col medesimo governo, per la cat-
tedra vescovile e le sedie de'governalori,
già in breve parlai nel voi. XXVIII, p.
32i, 32 5, 342, 343. Persi grave argo-
mento stimo opportuno aggiungere al-
cun'altre parole, col eh. d. Gio. Battista
Settaria, Storia ecclesiastica di Geno-
va e della Liguria. Situato il trono de'
dogi di Genova dallato dell'epistola, rim -
petto alla cattedra arcivescovile posta ne!
la todeli'e vangelo, dopo che lo repubblica
signora del regno di Corsica nei i638 de-
liberò d'assumere la dignità e 1' insegne
regie, ne fece fregiare il d;ge Palla vici-
T B. O
ni; quindi sembrò al governo che il suo
trono fosse inferiore al nuovogrodo, e gli
convenisseai/arlo nel luogo digniore dal-
la parte dell' evangelo. Si oppose l'arci-
vescovo cardinal Stefano Durazzo, e ri-
corse ad Alessandro VII, il quale com-
pose la questione con permettere che il
trono del doge si erigesse presso quello
dell' arcivescovo, ma in luogo più infe-
riore. Ma poco dopo successo al cardinal
Dura?zo (Semeria dice nel i 664,Cardella
più tardi, e il con. Lima nel 1671), Gio.
Battista Spinola seniore poi cardinale,
il governo colla deliberazione del minor
consiglio ordinò, che il luogo e cattedra
dell'arcivescovo in duomo fosse in comu
epistolae, col baldacchino incontro a
quello di sua serenità, e così appunto fu
eseguito. Ordinò di più che i canonici ac-
compagnassero il doge e il senato tanto
all'ingresso quanto all'uscire di chiesa fi-
no alla porta del tempio. Queste nuove
pretensioni furono portate a Roma, ove
per lungo tempo si discussero; finalmente
si adottò il temperamento, in conseguen-
za del quale nel j 6^3 il minor consiglio
autorizzò i serenissimi collegi, ad accor-
dare la pratica della sede arcivescovile ,
procurando che il luogo preciso dell'ar-
civescovo prelato sia più vicino agli staili
de'canonici. Quindi decretarono, che ve-
nendo cardinale arcivescovo, si rimetta il
suo soglio nel luogo e nel modo in cui era
in tempo del cardinale Durazzo; mentre
per l'arcivescovo d'allora e pe'suoi suc-
cessori prelati, si ponesse la sedia dal lato
dell' epistola, nel sito più verso il coro e
più vicino agli stalli de'canonici. Eletto
ad arcivescovo nel iro5 mg. r Lorenzo
Fieschi e nel seguente anno divenuto car-
dinale, fece di nuovo riporre dal latodel-
l'evangelo presso l'altare la sua cattedra,
e finché visse il governo non osò rimuo-
verla, per rispetto alla dignità cardinali-
zia. Nel 17 26 assunto all'arcivescovato fr.
Nicolo M,a de Franchi, la sua cattedra fu
rimessa al sito, da cui era stata levala dal
predecessore, cioè alla parte dell'epistola,
T i\ O
loq
ed attaccato onninamente agli stolli co-
nonicali, e collocato il trono del doge nel
corno dell' evangelo. Nel 1 7ZJ.8 promosso
a questa chiesa mg. r Giuseppe l\J.a Sapo-
riti, insorto qualche circostanza di pre-
minenza, credette doversi costantemente
opporre alle pretensioni del governo; e
come vide chele sue ragioni non potevano
prevalere, venne alle vie di fatto. Entrato
di notte nel duomo, fece rimuovere da'
chierici e da' suoi domestici il trono del
doge, e rimosso lo volle seppellire. Quin-
di uscito dalla città, andò a Massa per es-
sere sicuro da ogni molestia. Si fecero del-
le trattative pel suo ritorno a Genova, e
rinvenne di fatto; ma in quanto a' suoi
diritti rimase sempre inflessibile.il gover-
no ripose il trono ducale nei luogo dignio-
re dalla parte dell' evangelo, e l'arcive-
scovo finche visse non volle mai più ce-
lebrare i solenni pontificali alla presenza
de'supremi magistrati. Tollerò l'abuso il
successore mg.r Giovanni Lercari,ma in-
tanto avvenuta la rivoluzione, i demo-
cratici abbatterono il trono ducale e ne
sfracellarono la sedia per non esservi mai
più ristabilito. Dopo poco tempo tenta-
rono alcuni di rinnovar l'antiche verten-
ze. Governava lo slato al principio del cor-
rente secolo la repubblica Ligure, sopra
nuove costituzioni fondata, e alla chiesa
metropolitana era stalo promosso nel
1 802 il cardinal Giuseppe Spina. Prima
di recarsi alla sede axendo fatto erigere
nel duomo, dentro il presbiterio e nella
parte dell' evangelo la sua cattedra con
baldacchino, Ertosi rosai di ciò altamente
offeso il ministro di polizia di detta repub-
blica, dichiarando al vicario generale che
quella cattedra urtava co'diiilti del go-
verno^ perciò doversi rimuovere da quel
luogo e porsi in altra forma. Conosciu-
tasi dal cardinale l'opposizione a'suoi di-
ritti, stelle fermo a mantenerli, e nel lu-
glio mandò da Boma una memoria a'cit-
tadini , doge e senatori della repubblica
Ligure. In questa dimostrò la sua sorpre-
sa sull'erezione della solita cattedra arci-
no TUO
vescovile, copci la di baldacchino, mentre
il senato non viavea incontrato diflicoltù,
pretendersi dal senatore deputalo alla po-
lizia,che la cattedra dovesse situami (Ini la
parte dell'epistola; e quanto al baldac-
chino,non potendosi ancora per l'attuale
sistema erigersi quello del doge, credeva
che fosse più espediente per ora non in-
nalzarne alcuno. Con sensatissime ragio-
ni espose la convenienza d'una caratte-
ristica di onore e di dignità accordala ad
ogni Vescovo nelle chiese della propria
diocesi, onde rendere e più rispettatale
al popolo il suo carattere e più auguste
le sagre funzioni ehe ivi esercita. Non do-
versi incontrare difficoltà che il cardinal
arcivescovo faccia uso del baldacchino ,
perchè la sua cattedra èia cattedra dalla
quale il maestro della religione annun-
ziar deveal soo popolo la verità della me-
desima, e che essa sia collocata nel pollò
più eminente e il più distinto del santua-
rio. Che il sistema d'un governo repub-
blicano, basalo sulla libertà ed eguaglian-
za de' cittadini, non veniva alterato dal
distintivo accordalo alla dignità ecclesia-
stica e arcivescovile; prova essendone le
chiese di Francia, ove tollerandosi l'eser-
cizio della cattolica religione prima del
concordato , pure in quelle eziandio di
Parigi se un vescovo ancorché non dio-
cesano celebrava' pontificalmente, si fa-
ceva uso del baldacchino, come allora fa-
cevasi in tutte le cattedrali francesi. Nel-
la repubblica Italiana e precisamente nel-
la cattedrale di Milano, l'arcives. ovo a-
ver sempre fallo uso del baldacchino nel-
le sagre funzioni. Ridotto a sistema re-
pubblicano il Piemonte, nondimeno il
i.° console Bonaparte non solo avea e-
sortato il cardinal di Martiniana vesco-
vo di Vercelli a conservare il baldacchi-
no nella sua residenza e nella cattedrale,
ma espressamente ordinò che neli'uso di
questo e di tutte le altre insegne' e di-
stintivi, che ad mi cardinale competono,
non venisse disturbalo. L'esercizio poi più
luminoso e che pai e servir dovesse di nor-
i a o
ma a toltele rrpnhhluheea'govcrnì delle
medesime, era quello della repubblica
francese; giacché nella messa di Pasqua
celebrata in quali' anno nella metropo-
litana di Parigi, dal cardinale Caprai a
legato, con gran pompa e dignità, il i -°
console insieme con tutti i magistrati del-
la repubblica vi assisterono, e la resi-
denza òVconsnli ricoperta di padiglione
era situata dalla parte dell'epistola, men-
tre il cardinale ebbe la sede ricoperta
di grandioso baldacchino dalla parte del-
l' evangelo. Al diritto dunque, che com-
pete ad ogni vescovo e particolarmen-
te a un vescovo cardinale, di ritenere nel-
la parte più distinta del santuario la cat-
tedra con baldacchino, aggiungendosi e-
•ambi cos'i autorevoli e irrefragabili, ape*
rare dalla saviezza del senato ligure ri-
mosse le dillicollà sull'uso del baldac-
chino e sul collocamento della cattedra
arcivescovile dalla parte dell' evangelo,
e fu contentalo. Dissi inoltre ne' citati
luoghi, che nel i 7 53 in San Remo dal-
la chiesa di s. Siro era stata tolta la sedia
episcopale del vescovo d'Albenga, dal
commissario del governo; ma i canonici
offesi di questa violenza e cos'i comandati
dal vescovo Costantino Serra, fecero ri-
porre la cattedra al suo Solito posto, e il
commissario la levò di nuovo con mag-
gior disprezzo e prepotenza, e vi sostituì
la propria. Sedale le turbolenze civili di
San Ivemo, si accordarono le controver-
sie ecclesiastiche, tanfo sulla colloca/ione
della cattedra vescovile, quanto delia se-
dia del governatore. Perciò nel [7 "4 ^e*
nedetlo XIV scrisse a mg/ Serra, d'aver
ordinato che fosse ripristinata nella col-
legiata di San Remo, nel suo solito luo-
go e dal lato dell' evangelo, la sua cat-
tedra episcopale; e che la sedia del com-
missario f.sse pure nel Sancla Sfondo*
rum dal lato dell'epistola, ma con qual-
che abbassamento, ossia non in altezza
egoale alla cattedra vescovile. Il Vescovo
ad invito del Papa fece togliere segt eia -
mente dalla porta della collegiata il ino-
TUO
nitorio (l'interdetto pubblicato contro il
commissario; indi ritornò a San Remo,
ove santamente terminò i suoi giorni, e
fu sepolto nel silo medesimo della colle-
giata, da cui la sua cattedra era stata in-
giustamente rimossa. Una vertenza simi-
le avvenne ancora in Sàrzaua , ove nel
1 yìcf d'ordine del commissario governa-
tore della città, i soldati entrali nella cat-
tedrale e nel presbiterio dell'aliare mag-
giore, trasportarono alla parte dell'evan-
gelo e situarono nel luogo più superiore
e più vicino all'altare la sedia die den-
tro lo stesso presbiterio, ma dalla parte
dell'epistola, era sempre stata per como-
do del governatore commissario, cpiando
interveniva alle funzioni di cbiesa. Il ve-
scovo Lornelhno se ne lagnò con ricorso
a' serenissimi collegi, e ne scrisse artebe
a Roma, implorando opportuno provve-
dimento dalla s. Se(\f. A salvare i diritti
di sua dignità, il vescovo restò fermissi-
mo ritirato in Manda , tìncbè il governo
ebe aveagli confiscate le rendite, nel i 767
si riti-ritto, e invilo il prelato a restituirsi
alla sua residenza, reintegrandolo di sue
rendite e prerogative, e rispetto alla cat-
tedra fu praticato lo stabilito col vesco-
vo d'Albenga. Ilcan. Ferrigni-Pisone, nel
Supplì mento alDiz. sacro-liturgico did.
Gio. Diclich, ci diede le seguenti notizie
sul Trono vescovile. La s. congregazio-
ne de' riti dichiarò con due decreti del
i656 e del 1706, da lui riportiti, ebe i
vescovi funzionando fuori della propria
diocesi non ponilo sedere sulla cattedra
anebe col consenso del vescovo del luo-
go, il quale non può ad essi concedere un
tale permesso. Bisogna tuttavia dacpiesta
regola lare l'eccezione pe'cardinali, e pel
metropolitano a cui appartiene come suf-
fragane© il vescovo del luogo; giacché il
Cerimoniale Episcoporum nel lib. 1 ,cap.
1 3, § 4 e g ha deciso, cbequalunquecar-
dinale esercitando i pontificali, possa se-
dere sul trono, anzi conviene che il ve-
scovo del luogo glieloceda; e ebe al me-
tropolitano poi si debba ergere un altro
TRO ni
trono in conni Epislolae. Notai a Cat-
tedra vescovile, ebe quella del vescovo
ha luogo ancora non solo in una cbiesa
esente dalla sua giurisdizione, ma ezian-
dio in una cbie*a ove abbia la cattedra \\\\
Abbate mitratojebe deve collocarsi a de-
stra dell'altare, con un gradino più eleva-
to di quella del prelato abbate, che va col-
locata alla sinistra. Dissi pure, che devesi
cuoprire la cattedra co'colori corrispon-
denti al rito, con istolf'e di seta, ma non
tessute d'oro e d'argento, e i gradini de-
vono coprirsi di tappeti. Senza un privi-
legio speciale non ponno gli Abbati ', ec-
cettuati quelli ntillius Dioecesis che so-
no Ordinari, usare del baldacchino, ne
avere una cattedra collocala ed eretta in
vicinanza all'altare; il che non è loro per-
messo che nelle tre o tutto al più quat-
tro feste annue nelle quali oflìciano solen-
nemente. In questi pontificali sopra l'al-
tare non ponno usare 7 CandelUeri, co-
me privilegio de'soli vescovi. Con decreto
de's. riti de'27 settembre 1 6 )Q, minuta-
mente fu prescritto agli abbati il modo
di celebrare pontificalmente. Molti m-iio
i privilegi degli abbati mitrali, per cui fu
loroconcessoil trono e il baldacchino. Gli
abbati de iì/onaci si benedicevanoe si be-
nedicono dal vescovo solennemente nel
crearli abbati. Sono /Ve/ri fa' e indignila, lu-
rono chiamati Pastori, ed hanno il Pasto-
rale o Barolo ma velato, a distinzione del
vescovo. Danno la trina benedizione nella
messa solenne,portanol,^/.e//o,la7)//7/Y7,i
Quantica Croce pettorale, i Snuda li ', la
Dalmatica \\aTonicella o TunicellaeiA-
1 11 ornamenti vescovili. Anche anticamen-
te aveano l'uso de'pontifìcali; alcuni da-
vano e danno gli Ordini minori, infligge-
vano la Scomunica e ponno infliggerla a'
loro sudditi. Intervennero e intervengo-
no a' Sinodi, e si cominciò a dar da loro
il voto decisivo nel secolo VII, onde nel
concilio di Toledo del 675 si legge che 6
abbati si sottoscrissero, dicendo consen-
tiens subscripsi. Ponno benedire gli uten-
sili ed i paramenti sagri, ne'quali non en-
H2 TRO
tra la sagra unzione; e riconciliar le chiese
profanate, ma però con l'acqua benedetta
dal vescovo. Quanto riguarda 1' uso del
trono degli abbati muratisi può consul-
tare: Deere tu aulhentiea con gì -egatioins
s. Rituurn, massime il decreto citato del
1659 approvato da Alessandro VII, t. 2,
p. 120, n.°i856: Circa usurn Ponti fìca-
lumi Pratla lis Episcopo inferi or ibus con-
cessorum. Quanto al troiioe ul baldacchi-
no si dispose: 2. Cathedram, seti Sederli
fìxarn, ctpermanentein in eoruni Eccle-
siis ne delineant, sed Iribns ipsis diebus}
quibus, exanliquis decrelis tantummodo
Pontificatili celebrare estipsi perni issimi,
mobili Sede seti Cathedra utantur, qnam
nihilominus supplici sericeo panno co-
lùrif festivi tati congruenti* obducere po-
tuerunt, non auro conlexto,aut pluygio,
aut basylico opere cxornalo: 3. Balda-
chinum ad/ubere supra Sederà poluerunf
non pretiosum , ani aureum, sede sim-
plex, et eo, quod altari super iriiponitur
materia, et opere inferiusj adipsam an-
tera per duos tantum gradus in Presby-
terii superficie stralos ascendatur. INe'me-
desimi Decreta aulhentiea , molti riguar-
dano le sedie, cattedre o troni de'vesco-
•vi e degli abbati; e quanto a questi ulti-
mi: Àbbas interveniente capitalo calhe-
dralis in sua Ecclesia recurrenle die fe-
ste principali potest erigere, et retinere
Baldachi num , dummodo non intersit E-
piscopus, n.°23 l j.Nequit retinereCalhe-
dram fixam in propria Ecclesia, aut
Pontificalia peragerein aliena, n.°i^ 1 o.
Abbati mitralo non licet habere prope
Sederli Epi scopa lem sta II uni celeris erni-
nenlius, n.° 2202 e n.° 2 3q3. Abbati re-
galati usimi Pontificali uni habenli lice-
re respondit S. R. C. tres Missas ponti-
ficaliler canere 3 tres q uè Vespe ras infra
octiduum et in fere a retinere in Ecclesia ni
Sedem curii Baldacchino, n.° 3449- db-
bas s. Fitalis Ravennae quoad Balda-
chinimi, n.° 3820. Thromis prò Abbate
crigendus non est in Ecclesia, nec tri-
bus ìllis diebiiSj in quibus ei Pontificalia
TRO
perniimi nt 'tir, si ipsi absif , vel nolìt Poti-
tifica Ha peragere, n.°3886.Gli abbati de'
monaci Silvextrini'(l .), oltre che (tonno
uffizi a re pontificalmente nelle chiese de'
loro monasteri 3 volte all'anno, hanno la
prerogativa, goduta forse da poche con-
gregazioni monastiche o anche non pos-
seduta , tranne da quelle de' proto-mo-
nasteri, che la primaria loro chiesa di
Monte Fano, abbia la facoltà d'innalza-
re la sedia pontificale, e di tenerla coti a n-
mente eretta sotto apposito baldacchino
all'uso dì cattedrale. Il loro abbate ge-
nerale è uno di quelli che può conferire
gli ordini minori a'suoi monaci. Il più. so-
stanziale del prescritto dal celebre decreto
de's. riti, confermato da Alessandro VII,
riguardante gli abbati e altri prelati infe-
riori, è che essi non ponno alzar la cat-
tedra ossia trono nelle proprie chiese, se
non ne'3 giorni loro assegnali per usar-
vi i pontificali , e negli altri che richie-
dono le feste del protettore del luogo, del
fondatore dell'ordine, e della dedicazio-
ne della chiesa; che non è lecito loro di
ricevere l'incontro nell'ingresso del tem-
pio^ ritornando dopo terminato il sagri-
fìzioaila propria residenza, l'associameli-
to de'loro canonici o monaci; che ad essi
vengono solamente permessi due mini-
stri ed un prete parati, e sei canonici o
monaci con piviali e toniceile, i quali de-
vono sedere o negli stalli del coro o ne-
gli scanni privi del postergale; che non si
ponno servire della mitra preziosa o au-
rifrigiata,ma solamente di quella sempli-
ce di damasco, e del pastorale con un velo
appesoin segno della minorità del grado;
che non devono pubblicar l'indulgenze,
né dare al popolo la trina benedizione,
a riserva de' giorni loro accordati per
le funzioni pontificali; e se mai queste si
facessero coll'intervento del vescovo, deb-
ba il di lui soglio innalzarsi dalla par-
te dell' evangelo- colla spalliera de' suoi
canonici a lato, e dal corno dell'epistola
l'abbaziale col proprio capitolo o monaci,
e colla differenza specificata Dell'incensa-
T I O
zione gli uni e gli altri; che nell'ordina-
zione de'canonici,de'chierici e de'monaci
per la tonsura e i minori, e nel ricevere
i voti delle novizie, benché di monasteri
sottoposti alla loro piena giurisdizione ,
non ponno usare l'insegne pontificali, co-
me anche negli oratorii pubblici e privali,
sebbene di totale loro dipendenza;che non
devono benedire i predicatori, i quali as-
sumono sopra di loro il peso di promulgar
la paiola di Dio nelle chiese ad essi ap-
partenenti, essendo questo un diritto par-
ticolare de'vescovi; che nelle messe pri-
vale devono celebrare come i semplici sa-
cerdoti, prendere e deporre in sagrestia
i paramenti, e farsi dar l'acqua alle ma-
ni colle usuali ampolle, e uon col bocca-
le d'argento.
Del Trono fieWa Sedia e delle Sedie de*
Papi, a quest'articolo non solo ne ragio-
nai, ma ivi ricordai i luoghi in cui ne trat-
tai. È indispensabile che in breve qui ne
dia una generica idea, ad esaurimento del-
l'argomento, e per opportuua mente ag-
giungere altre intrinseche erudizioni. 11
Soglio pontificio viene pure denominato
Cathedra Pontificali s} Sedes,Ejchedra,
Thronus. Cominciai a definire il vocabolo
Sedia sia come arnese per sedervi, sia per
residenza di principi) e quello di sedere
per regnare, e più comunemente si di-
ce de' Papi. Quindi passai a dire della
forma e uso delle antiche sedie presso i
differenti popoli, e con appoggio, brae-
ciuoli e suppedaneo, pedani sgabellimi,
anco piccolo tappeto: de' letlisterni del
Triclinio (F.)} delle sedie curuli e por-
tatili ed elevate,distintivodi dignità pres-
so i romani, prima de're e poi de' mag-
giori magistrati, non che de'senatori, u-
sate pure dagl' imperatori e nel Trion-
fo (F.). Che la Cattedra di s. Pietro
(F.) è una sedia senatoria, e la veneria-
mo nel primo tempio del mondo, la Chie-
sa di s. Pietro in Faticano (F.), come
simbolo della s. Sede apostolica (F.).
Notai perchè l'auliche cattedre marmo-
ree furono ornate colle figure del Leone
VOL. LXXXI.
TRO n3
(/"'.), del cui simbolico significato ripar-
lai in più luoghi., come nel voi. LXXVI,
p. 285; ed Aurelio vescovo di Cartagine,
entrato nel famoso tempio della Dea ce-
leste, lo consagrò in chiesa , ergendo la
cattedra vescovile sul leone,sopra il quale
era effigiala la stessa falsa deità, il che
come una grande vittoria fu applaudito,
col sentirsi predicare la verità evangeli-
ca nel luogo stesso, ove quell'idolo poco
prima faceva udire i falsi suoi oracoli.
Rammentai la celebre sedia pontificale di
marmo, ove siederouo i Papi nell'arciba-
silica Lateranense, madre e capo di tutte
le chiese, ornata con allegoriche figure;
ed altre sedie pontificie antiche rimaste
nelle chiese, già servite a'Papi,ed a'car-
dinali ne' Titoli cardinalizi (F.) ove e-
sislono. Nella mirabile basilica e santua-
rio de' Francescani in Assisi formala da
3 chiese una all'altra sovrapposta, nel su-
periore tempio è il coro co'superbi Stalli
(K),edin fondo si eleva maestoso un tro-
no pontificio in marmo, dal quale parto-
no in doppio giro i detti seggi intagliati
e intarsiati. S'innalzano su 5 gradini di
rosso, marmo del paese, due svelte colon-
ne di simil pietra con capitelli indorati sor-
reggenti scorniciatoarchitraveelisciaac-
cuminatura di marmo bianco adorno nel-
l'esterno superiore da ricci. Un traforo si
scorge nel centro del fronfoue del timpa-
no, abbellito all'intorno siccome questo e
1' architrave da intarsio di pasta vitrea
colorata in rosso e turchino. Di sodo mas-
so bianco è la sedia con analogo indie-
tro, e costituiscono i posa-goti due leoni
di severo carattere scolpili in marmo ros-
so, forse per significar Cristo uscito dalla
tribù di Giuda. La piccola predellina ha
sull' orlo di fronte un' iscrizione gotica,
ora quasi non leggibile perchè consuma-
ta dall'attrito de' piedi, ed il sottostante
specchio porta a bassorilievo4 simbolici
animali. Tanto l'epigrafe, che il bassori-
lievo alludono al salmo 90: Super aspi-
dem et basiliscwn ambulabis et concili-
cabis leonem et draconem. Tra le zampe
_ . —** 8
1 14 TTl°
de'leoni in ognuno è da notarsi «in toro
collocalo inversamente all'altro. Benedet-
to XIV nel dichiarare la basilica di s.
Krancesco, Cappella papale, riservò la
descritti sedia e altra ivi esistente, pe'so-
li Papi. Rischiami quanto il volgo im-
propriamente disse sulle famose sedie
stercorarie e altre, in cui sedeva il nuovo
Papa; e riparlai della sedia pontificale di
s. Pnolo fuori delle mura di Roma, del
quale splendido risorto tempio ne conti-
nuai la descrizione ne' voi. LX XIII, p.
352,LXXV,p. 2 i4 Come sono i troni e
le sedie delle Cappelle Pontificie (J .), in
eoi siede il Papa colle lesti e ornamenti
pnntificali,siane'pontificali,che nelle altre
funzioni checelebi a o assiste nelle cappel-
le de Palazzi apostolici o nelle Chiese di
Roma:ue\\e quali anticamente le portava-
no i Mappulari (/ .), ed ora la Flore.ria
apostolica (/".); spettando al prefetto de'
maestri delle ceremonie prima di ogni
funzione, per ingiunzione del maggior-
domo, di visitare il trono pontificio, del-
la quale visita è responsabile, e lo rilevo
dalle Brevi indicazioni per le attribuzio-
ni ed esercizio dc'cercmonieri pontificii.
A Cappelle pontificie, e precipuamen-
te nel voi. Vili, p. 12 7, dichiarai il trono
e le sedie papali, le loro forme, le loro di-
verse nobili coperture e Baldacchini; co-
me lo sono ne Funerali (l .) de'cardina-
li; ed anche nel voi. Vili, p. 198; come
nel mattutino del giovedì santo, e per tul-,
to il giorno del venerdì santo, in cui la
cattedra di noce è adatto nuda, senza bal-
dacchino, a riserva d'un piccolo poster-
gale di nobiltà paonazza, ed un cuscino
sopra il seditore. Quando si sa di certo
che il Papa non interviene alla funzione,
come ordinariamente accade nelle cap-
pelle di detti funerali, la sedia pontificia
si copre del solito drappo lutto teso, in
vece d'essere sfondato per siedervi, colla
coltrino del colore che corre.Dopo la mor-
ie del Papa, dal trono della CappellaS'i-
stina si leva subito la sedia e il baldac-
chino, sebbene ivi si esponga il cadavere
TRO
per la Traslazione nella basilica Vatica-
na, ciò che notai nel voi. Vili, p. iS(i.
Anticamente per dossello del trono pa-
pale si mettevano le coltri de' Papi, del
colore dell'ulììziatura, cioè bianco, rosso,
paonazzo,e rosaceo nella 3.adoineuica del-
l'Avvento e nella 4-a di Quaresima. Ve-
dasiChiapponi,^e/rt CanonizationisSan-
ctorum: Thronus Ponti ficis seplem gra-
dibns elalusj Throni Pontifìcii prò Cd-
nonizatione descriptio (ne riporta ancora
a p. 220 l'incisione, ove apparisce con 7
gradini, veramente grandioso,maestoso e
magnifico, ed assai maggiore di quello de'
pontificali che si celebrano in s.Pietro,ch'è
più grande del comune, poiché il baldac-
chinodi detta incisione occupava tutta la
la rghezza dell a rupia navata); Throni Pon-
tificii mensa r a qtiae?Se\ sono i gradini del
trono pontificio nella cappella pontificia;
nelle chiese e basiliche si regolano a pro-
porzione di quelli dell'aliare, e lo rimar-
cai nel voi. Vili, p.128. Volendo il Pa-
pa nelle feste di Natale e di Pasqua pon-
tificare nelle cappelle de'palazzi aposto-
lici, anche sull'altare di esse si pone il 7.0
candelliere, e il piccolo trono senza bal-
dacchino ove il Papa intuona e assiste al
canto dell'ora di Terza f/^.J, si erige pre-
cisamente ove stanno il pulpito e i came-
rieri segreti; il pulpito si leva e per ac-
quistar sito si toglie uno de'banchi degli
stalli de'cardinali diaconi. In tale trono
ha luogo quanto riportai ne' voi. Vili,
p. 1 63, IX, p. 16 e 19. Innocenzo X nel
1649, e Clemente ^ neh 7 1 5enel 1 7 16
celebrarono il pontificale di Natale nella
cappella del palazzo apostolico Quirinale.
Siil trono appositamenteeretto nella gran
loggia della basilica Vaticana, viene il Pa-
pa coronato col pontificale Triregno{V .),
Pater Regum, Rector omnium Fideliumi
I Ican um Jesu Chris ti. Sul trono il Pa-
pa promulga i decreti dogmatici, come da
ultimo per l'Immacolato Concepimento
di Maria Vergine; e per la Canonizza-
zione de' nuovi Santi. Sul trono coro-
na gì' Imperatori , i Re, i Granduchi ,
tu o
od allri Princìpi. S. Gregorio I il Gran-
de fu ii primo che adoperò il termine:
Leoni ex Cathedra, loqui de Pctri Se-
de. E dal trono compnrlono la solenne
Benedizione i Sommi Pontefici (F~.) con
Indidgenzaj e dal trono pubblicano la
gravissima sentenza della censura eccle-
siastica della Scomunica (V.). Al trono
il P;«pa riceve al i' Ubbidienza (F.) i car-
dinali, i patriarchi, gli arcivescovi, i ve-
scovi, gli abbati mitrati, insieme all' ar-
chimandrita di Messina se vi è, ed al com-
mendatore di s. Spirito, non che i peni-
tenzieri. Notai nel voi. LXII,p. 108, aver
decretalo s. Gregorio VII: QuodSolius
Papae pedes omnes principes deosculcii-
turjnm i Sovrani (F^.)^ umiliano al Ba-
cio de' piedi (F.) anche altrove, e V umil-
tà de' Papi resero le Scarpe (F.) cruei-
gere, perchè da'fedeli si baciasse la ero*
ce. Sul trono i Papi celebrano diverse futi-
rioni, e sedendovi dispensano le Cande*
/e, le Ceneri (dopo averle ricevute seden-
do dal cardinal Penitenziere maggiore),
le Palme, gli Agnus Dei (F) benedetti,
e di questi ultimi siccome sostituiti alla
Superstizione, in quell' articolo tornai a
ragionarne. Ninno può recarsi al trono
del Papa colla Spada (Tr.). Sedentein tro-
no, nel Possesso dispensa il Presbiterio
(F.). Sul trono il Papa nel Natale e nella
Pasqua, in piedi colle Particole comuni-
ca i cardinali diaconi e i nobili laici; dopo
essersi ivi comunicato con V Ostia, e di a-
verne fatto parte al cardinal diacono e al
suddiacono latini, per quantodissi nel voi.
JX, p. 2f)eseg.; e anticamente si comu-
nicava sedendo sul trono, ed è in libertà
ili comunicar gli allri sedendo. Narra Ful-
vio Serva nzio, Acta caeremonialia pres-
so il p. Gallico p. 4 1 7, che nel pontifica-
le della coronazione d' Alessandro VII.,
questi invece di genuflettere sopra lo sga-
bello della sua sedia pontificale, ed ivi ri-
manere fino alla consumazione delle spe-
cie sagra mentali, volle genuflettere, co-
municarsi e comunicar anche il diacono
e suddiacono Ialini, al ripiano dello stes-
TRO |i&
so soglio, a motivo di maggior riverenza
e umiltà. Abbiamo dello stesso Servan
zio, p. 469,1! rito coi quale Alessandro VII
ricevè m oriente la ss. Eucaristia, in roc
chetlo, mozzetta di damasco bianco e sto-
la rossa anriphrygiata, dalle inani del
cardinal Nini con queste parole: Accipe
Beatissime Pater Viaticum Corporis D
/V. J. C. Sedendo in trono il Papa rice
ve la prima e la terza Incensazione (V.)
dal cardinal prete assistente genufles-
so, per denotare la riverenza verso la
prima sede episcopale, e lo rilevai anco
nel voi. X. p. 266. Prestano assistenza
nelle sagre funzioni ordinarie al Ponte-
fice sul trono: nel ripiano di esso, a de-
stra il cardinal Priore [V.) de'diaconi, a
sinistra il cardinal 2.0 diacono; da questo
lato e voltando le spalle all'altare (poi-
ché il trono si eleva dalla parte dell' e-
vangelo), alquanto distante dal cardinal
2. "diacono, i! cardinal \.° Prete (fr.) assi-
stente; tutti e tre questi cardinali siedo-
no su sgabelli nudi di legno e nudo han-
no il capo. Leggo nel citato p. Gattico, p.
12. SS. D. N. Paulus Hanno 1 465 sta <
tuit, ut Diaconi Cardinales in M'issa-
rum solemnia servientes sederent juxta
ipsum supra sgabella magna, alius a
dextris, alius a sinistrisj et Presbyter
Cardinalis primus, qui sibi servii, se-
derci edam prope ipsum in sinistro la-
ter e , sci lice t ante, et prope Epi scopo s
Assistentes,quì serviunt de Libro etCan
dela. Mover unt autem eumdem D.N. ra-
tioncs sequentesA.quodpraefatiCardd.
sccundwn antiquum morem sedebant
inter Auditores, et Clerico s Camerae
sine aliquo debito, nitide sgabellis. II.
quod Prior Presbyter or um Cardd. e-
tiam sedendo dabat dorsum omnibus
aliis Cardinalibus. Inoltre assistono sul
ripiano del trono il Papa e in piedi, a si-
nistra il prefetto de' Maestri delle cere-
monie pontificie, a destra dopo il cardinal
1. "diacono il Principe assistente al Soglio
Po^///c/o(r.).Nelvol.LXXVIII,p.i63
rilevai;perchèil priucipeColonna assistcn-
i.6 TRO
te,cedè In destra nello coronazione di Cosi-
mo I, ol principe Orsini altro assisten-
te. Fuori del irono, ma im media tamen-
te a sinistra, siedono i J 'escovi assistenti
ni Soglio Pontificio (/ '.), cioè i patriar-
chi, gli arcivescovi, i vescovi di tal colle-
gio, siedono sui gradini del trono: il Se-
natore di Roma (V.) sul i /gradino dopo
la predella alla parte destra, ed i Con-
servatori di Roma sul i.° gradino in nu-
mero di tre: gli Uditori di Rota (V.) sie-
dono sul4.°o penultimo gradino, avendo
tra loro l'ultimo luogo il p. Maestro dels.
Palazzo apostolico (/"''.): i Chierici di Ca-
mera, i Votanti di Segnatura, compreso
Y Uditore di Segnatura , anch'esso prela-
to, e gli Abbreviatola di parco maggiore
( F.),siedono sul detto gradino appi esso gli
uditori di rota, il che descrissi nel voi. VI li,
p. 220 e altrove. Prestano assistenza al
Papa nel magnifico e grandioso trotio,che
si erige incontro all' altare papale delle
patriarcali basiliche, ne' vesperi pontifi-
cali e nelle messe pontificali: sul trono e
nel ripiano i personaggi summentovati,
tranne il cardinali. bell'ordine de'preti,
poiché esercita i di lui uffizi di assistente
il cardinal Decano del sagro Collegio o
altro cardinal Vescovo Suburbicario, il
quale però sullo stesso ripiano siede so-
pra nudo faldistorio : sul ripiano del tro-
no nel 1 ."gradino dall'una e l'altra parte,
siedono i patriarchi, arcivescovi e vescovi
assistenti al soglio: nel penultimo gradino ,
gli uditori di rota, il p. maestro del s. palaz-
zo,i chierici di camera, i votanti di segnatu-
ra coll'uditore e gli abbreviatoli di parco
maggiore; ma qualora tulli non potesse-
ro avervi luogo, siedono nel penultimo
gradino del trono di terza, eretto vicino
all'altare papale, dalla parte dell' episto-
la : dal destro lato del trono siedono sul
2.0 gradino il senatore di Roma, e sul 3.°
i conservatori di Roma; nel seguente gra-
dino siedono gli Avvocali concistoriali;
mentre dalla parte opposta siedono il de-
cano degli uditori di rota, per tenere la
mitra del Papa quando questo la depo-
TRO
ne, ùaWneCamerieri del Papa segreti as-
sistenti per \aFaldaj i quali tre prelati
nelle cappelle pontificie ordinarie siedo-
no sulloscalino dell'aliare dalla parte del-
l' evangelo, e gli avvocali concistoriali
l'impello al trono. Anticamente, oltre i
suoi mentovali, prestavano assistenza a!
trono pontifìcio nelle sagre funzioni : ne'
tempi più antichi, in mancanza de'cai (li-
liali diaconi, il Primicerio della s. Sede,
ed il Secondicerio della s. Sede (V.) : il
Prefetto di Roma ( V.), la cui sedia era or-
nala con figure di cani (non però l'usava
in queste funzioni), i Nepoti del Papa, gli
Ambasciatori di Ubbidienza (V.) e di
Residenza } i Principi e Baroni romani,
il Generaledis. Chiesa{V.). Il p. Gallico,
Acta caeremonialia, riporta a p. 39 5: De
Coronatone Sijcti V, iWav'io del ceremo-
niere pontificio Alaleona. In Solio stete-
runt,Senator Urbis primus, deinde ora-
tor Galliae,orator Venetiarum, duo ne-
poles regum Japponensium, videlicet d.
Manlius et d. Michael (evano anche am-
basciatori d'ubbidienza); d.Jacobus Iìon-
compagnus dux Sorae, et generalis Ec*
clesiae^iarchioSurrianigubernalorBur-
gi, et marchio Riatti locumtenens gene-
ralis Ecclesiae. In gradibus Solii se-
derunt Conservatores Urbis, d. Marti-
nus nobilis japponensis, et alii nobiles
barones eie. Primi, qui lulerunt baldac-
chinum ad aula ducali usque ad porti-
ami s. Petri, fuerunt oratores, et nobiles
majores de Solio. Secundi a porlieu us-
que ad altare ss. Sacramenti in ca pel-
la s. Andreae fuerunt nobiles barones.
Tertii a capella s. Andreae usque ad
capellam s. Pelei, ubi Ponlifex celebra-
vii, fuerunt equites s. Petri. Quarti post
dictam missam a dieta capella s. Petri
usque adlocum coronalionis fuerunt se-
nator, conservatores, et aliqua capila re-
gionum. Nella Cavalcala pel Possesso,
riferisce lo stesso Alaleona, che dopo i cu-
biculari cavalcavano. Oratores regii, et
principum magnatimi equilarunt aule
Cruccili. Gubernator Urbis elsenalor a
TRO
sinistris ipsius post dictos oralores. An-
te vero oratores, conservatores, capita
regionurn, et alti officiali s populi roma-
ni, et Illust. d. Jacobus Boncompagnus
generali? Ecclesiae curii oratoribus. O-
ralores fuerunt orator Galliae, oralor
Fenetiarum} et oratores regimi in insu-
la Japponiaetc. Elsi senator Urbis prae-
cedat oraiorem Galliae, nihilominus i-
pse orator scmper, quando opusfuit, tu-
li t caudam Papae paedesler eunti (som-
ministravano ancora al Papa le Cande-
le e le Palme benedette nella dispensa,
e versavano l'acqua nella Lavanda delle
mani, sul trono); et ita mei major es fé-
ceruntj ideo hic annotavit eie. Episcopi
assistentes in equitatione equitarunt cum
mantellonibus 3 et galeris pontificalibus
in muli» ponlificaliler ornatis violaceo
colore, quo semper utunlurj alii Episco-
pi curii mante llettis supra rocchettos ....
Retro Pontificali in equitatione immedia-
le ibant duo canterani secreti assisten-
tes medium habenles Illust. d. Alexan-
drum de Montealto pronepotem Ponti-
ficis indulum habilu clericali violaceo
serico. Ho riportalo quest'ultimo brano,
per dare qui un'idea dell'intervento de-
gli assistenti al soglio nelle cavalcate pon-
tificie, e di alcuni odici che esercitavano,
il che toccai pure a Principe assistente
al Soglio pontificio e nel voi. LXVII,
p. 104. Nello stesso p. Galtico leggo a p.
407: De Coronatìone, et 'Equitatione ad
Laltranum Gregcrii XFtex Paulo Ala-
leone.Yva quelli che cavalcarono si nomi-
nano: Jo.Gcorgius Aldobrandino prin-
cepsRossani maritusExcel. d. comitissae
Hippolytae nepolis Papae eie, quetn
Excell.d. Jo.Georgium Papa declaravit
suumNepolem cum omnibus honoribus^et
privilegiis Nepotem Papae, ideirco erit
unus de stanlibus in Solio.... Cavalcava-
no post conservatores Urbis Excell. dd.
comiles Iloratius Ludovisius frater Pa-
pae, Nicolaus Ludovisius nepos Papae,
et Jo. Georgius Aldobrandino maritus
nepotis Papae , ut supra dixi, declara*
TUO 117
tus fuit a S. D. N. Papae nepos ejus.
Indi cavalca vano 3 oratori di Lucca, e gli
oratori dell'Imperatore, di Francia e di
Venezia. Ritornando all'articolo Sedia e
Sedie de'I'api, ricordai i troni con Bal-
dacchino de' Concistori (F '.),edel Palaz-
zo apostolico Praticano e del Palazzo a-
postolico Quirinale (F.): solo qui avver-
tirò, che la sedia de'concistori si cuopre
di damasco rosso, e di paonazzo nelle vi-
gilie, nell' Avvento , dalla Seltuagesima
in poi per tutta la Quaresima, nelleQuat-
tro tempora e in altri tempi che si usa il
coloreecclesiastico violaceo. Ivi dissi del-
le nobili sedie esistenti ne'troni delle pon-
tificie stanze, sullequali il Papa siede, ve-
stito di mozzetta e rocchetto, nelle Con-
gregazioni cardinalizie del s. Oifizio,de'
s. Riti, e altre che si tengono innanzi di
lui; per assistere alla lettura de'decreti on-
de procedersi alla Beatificazione d'alcun
Servo di Dioj per I1 'Esame de 'F 'escovi che
ha luogo alla sua presenza; nell'imporre
la Mozzetla eia Berretta cardinalizia a'
cardinali nuovi; nel mettere il Rocchetto
a'vescovi che ha promulgato in concisto-
ro,subito dopo di questo; nel ricevere le o-
blazioni delle candele per la festa della Pu-
rificazione, delle quali riparlai nel voi.
LXXIX, p. 1 39 ; nell'ammetlere al bacio
del piede qualche corporazione religio-
sa o altra. Inoltre nel concistoro il Papa,
sedente nella sedia concistoriale, crea i
Cardinali (F.), impone loro il Cappello
Cardinalizio ,Y Anello Cardinalizio , con-
ferisce loro i Titoli Cardinalizi e le Dia-
conie Cardinalizie, crea i Legali aposto-
lici, dichiara al Sagro Collegio i grandi
alFari della Chiesa universale, e ne pro-
pugna i sagri diritti, alto alzando 1' apo-
stolica voce, con allocuzioni e Lettere
Encìcliche che invio a tutto l'episcopato
cattolico, ricevendo le perorazioni per le
canonizzazioni de' santi; e vi ricevea al-
l' Ubbidienza (F.) i sovrani, e gli amba-
sciatori d' Ubbidienza. Sotto il baldac-
chino il Papa riceve all' 'Udienza (F.),e
sotto il trono accoglie i Sovrani e i pria-
n8 TRO
api i -filli. Che il FiiL/i.» fo//o,ne'monumen-
ti antichi talvultu ohiafnaèo tedia papale-,
i Papi l'usano per Genu/lcssorio (1 .), e
ricorda la ferva della sedia, Sella m, u
sata anticame ole da eaM Dell'assumere le
vesti lagre in Sagrestia , e perciò portala
da'Mappularii, poi introdotta nella Car-
rozza (/ .) ile Treni de' Papi, secondo il
Nardi: certo è che il Papa incede nelle sue
carrozze sedente solo e in mia sedia» e nel
cielo di esse è ricamata la colomba rag-
giante, simbolo dello Spirito Santo clic
l'illumina nel governo della Chiesa uni-
versale; e che il p. Felici gesuita, nell'Omo-
masticum Romanum, chiamò siffatta se-
dia della carrozza, Stila cut ulis, dicendo
eoo Aulio Gellio lib. 3, cap. 18: Senato-
res qui cur idem magutralum gessissent,
curru honoris gratta iti curiam veheban-
lur, in quo curru sella trai, supra quam
considebant, quae oh eam causata Guru-
lis est appellata. Ricordai l'antica Intro-
nizzazione e Consti graziane, ove e nel
vol.LXIlljp. 1 C)^ue ri[K\i\n\yOrdinazione
anche in Sacerdote o Suddiacono, o Be-
nedizione (/'.) de'uuovi Papi, loro Co-
ronazione colla Tiara o Triregno, e Pos-
sesso del Papa; articoli tutti ne'quali di-
scorsi della cattedra, del trono e delle se-
die nelle quali venivano e sono introniz-
zati i Papi, loro diversi bellissimi e sim-
bolici riti ed erudizieni, massime sulle già
rammentale sedie slercot arie con parti-
colari ricerche e impugnando le assurde
maligne dicerie spacciate da'nemici e ca-
lunniatori dell'immacolato splendore del
la s. Sede romana; menti e nel voi. XV. p.
3 16 dichiarai, che seguita X Elezione del
Papa sedente sulla sedia pontificale ge-
statoria posta sulla predella dell' altare
della cappella degli Scrutinii, vi riceve
lai." Ubbidienza di adorazione. E nel
voi. Vili, p. 1 59 descrissi la 1* e 3." Ub-
bidienza di adorazione resa da' cardi-
nali al novello Poulefìee sedente sopra
un cuscino in mezzo alla meusa dell'al-
tare della cappella Sistina e dell' aita-
le di s. Pietro nella sua basilica. Questo
T li. ()
aiiu.de rito, ripeto, è diverso dall'antica
intronizzazione sulla cattedra di s. Pie-
tro, ma equivalente. Di Pio II neh pH
si dice nel libro: Conclavi de' Pontefici
Romani.» Frattanto il nuovo Papa, ri-
storate alquanto le forze con alcuni rin-
fresoa menti , fu condotto alla basilica di
s. Pietro, e messo sopra l'altare maggio-
re, sotto il quale giacciono i corpi santi
delli Beatissimi Apostoli Pietro e Paolo, e
poco dopo, secondo il costume, nel subli-
me trono, e nell'istessa Cattedra Aposto-
lica, fu posto a sedere, nel qual luogo pri-
ma i cardinali e vescovi, dopo molti del
popolo gli baciarono i piedi, e l'adoraro-
no, sedendo nel trono papale, come Vi-
cario di Cristo; d'indi lo ricondussero al
palazzo."Terminai l'articoloSEDiA,con os-
servare che in processo di tempo que'Pa-
pi che nel possesso non cavalcarono, ince-
derono in Lettiga (V.) maestosa e orna-
lissima, fatta a guisa di sedia papale ge-
statoria coperta, usando pure di andare
insedia papale scoperta, anche proceden-
do per la città colla sedia portabile a ma-
no. Nell'articolo Sedia pontificale ge-
statoria, la dissi sedia portatile papale,
Irono portatile, sulla quale il Papa siede
in allo vestito de'sagri paramenti, anche
pontificali, coperto di mitra o triregno,
nelle sagre funzioni che assiste o celebra
benedicendo di quando in quando il ri-
verente popolo; portando ne'suoi tempi
in mano la candela accesa per le funzio-
ni della benedizione delle candele , per
quella della canonizzazione , per quelle
dell'apertura e chiusura delle porle san»
le, non che la palma e la rosa d'oro ne'
giorni di loro benedizione. Narrai le fun-
zioni in cui fa uso della sedia gestatoria,
e da chi è portala, quando contestual-
mente si adoperano i Flabelli ne'due lati,
e quando il Papa v'incede sotto magni-
fico Baldacchino portatile; e feci la de-
scrizione di questa maestosa e nobilissi-
ma sedia pontificia, con bracciuoli e spal-
liera, lecui4zampe sono fìsse sopra una
predella di legno coperta di velluto in seta
TRO
cremisi, di cui è coperto il suppedaneo o
piccolo sgabello. Resi di più ragione per-
chè il Papa, non per fasto, è condotto in
modo cosi elevato ed eminente, ma per
significare la sua universale vigilanza e
qual fanale della fede; che auzi cosi por-
tato, nel dì solenne di sua coronazione ,
sedendo nella gestatoria il Papa è spet-
tatore del triplice bruciamento della Stop-
pa (F.), e uditore per altrettante volte
dal grave ricordo: Sic transit gloria mun-
di! In essa egli riceve quindi il Pallio pon-
tificio (P\), suprema insegna, della pie-
nezza di sua giurisdizione, già portato da
s. Pietro e da'successori proseguito ad u-
sare in segno dell'apostolica podestà; e do-
po aver celebralo la messa solenne rice-
ve il presbiterio. Su\\a sedia gestatoria il
Papa, tranne il detto giorno nel quale dal
trono in cui fu coronato per lai.a volta
benedice solennemente il popolo nel no-
me della ss. Trinità (^.), comparte l'a-
postolica benedizione nelle principali fe-
ste. Che si pone nella cappella degli scru-
timi del Conclave dal lato dell'evangelo, e
su di essa l'eletto Papa vi riceve da'cardi-
nali la memorata i .a ubbidienza di adora-
zione^ portato poscia sulla medesima nel-
la basilicaVaticana, incomincia a benedir,
vi pubblicamente i fedeli. Procurai investi-
gare l'antichissima origine di questo tro-
no pontificio portatile, e di ammirarne la
convenienza, per cui diversi Papi credero-
no di usarlo nella solenne processione del
Corpus Domini portandovi la ss. Eucari-
ristia trionfalmente, finche fu stabilito di
recarla con l'odierno talamo, cioè una pic-
cola sedia gestatoria fìssa su ampia pre-
della, cou piccolo tavolino innanzi su cui
posa l' Ostensorio. Quando si rendeva dal
re delle due Sicilie il Tributo (nel quale
articolo feci parola sulla recente sospen-
sione della relativa protesta) e censo feu-
dale della Clviiea (f .), il Papa lo rice-
vea sedente sulla sedia gestatoria, e in-
cedendo su di essa accoglie le proteste pe'
tributi dovuti alla Chiesa Romana e non
soddisfatti. Dappoiché il Papa sedente in
TRO 119
trono tra'supremi atti che esercitò di So-
vranità della s. Sede (f"),vi furono quel li
delle solenni Investiture con Tributi, de'
domimi lemporalidelprincipatodellaRo-
inana Chiesa, colla tradizionedel/^ewV/o
(V.). Ragionando a Concilio o Sinodo
di quanto li riguarda anco nelceremonia-
ìe, notai ove in essi siedono l'imperatore,
i re, i principi, gli oratori loro. Al Papa
spettare 3 gradini al suo trono, avendo-
ne 1 nello stesso ripiano l'imperatore; di
quali drappi si ricuoprono i diversi sedili,
e quali col postergale e senza. De'posti che
spettano, secondo i gradi, a quelli che v'in-
tervengono, e del luogo di alcuni prelati
romani feci cenno nel voi. XI, p. 1 89. Me-
glio ne trattai nella descrizione di molti del
grandissimo numero che brevissimamente
compendiai, perchè i principali canoni pre-
ferii riportarli a'iuoghi loro,come nel voi.
XV, p. 172, dicendo dell'ultimo concilio
di Roma(P.). Nel concilio celebrato nel
1047 da Clemente II in Roma, insorse
nuovamente la controversia, riguardoal-
la preminenza e dignità di loro chiese,
tra gli arcivescovi di Milano e di Raven-
na (chesinda'primi secoli si chiamò tro-
no apostolico, dopo Roma e Antiochia di
Siria primogenita di s. Chiesa), i quali,
come pure il patriarca d' Aqudeia (del
quale e della- questione meglio riparlerò
u Udine, come ultima loro residenza, e
perciò colla serie de' patriarchi, prose-
guiti dagli arcivescovi udinesi), preten-
devano sedere ue'siuodi nel luogo più o
norevole; e però il Papa ad eliminare ul-
teriori coulestazioni, ordinò che l'arcive-
scovo di Ravenna ne'concilii abbia il lato
dritto del sommo Pontefice, quando l'im-
peratore non sia presente, che essendolo
occuperà il lato sinistro. Nel famoso con-
cilio di Costanza, per terminar il grande
iSc/'s///tf d'occidente,Giovanni XXIII suc-
cessore d'Alessandro V, eletto in quello
di Pisa contro il legittimo Papa Grego
rio XII, simulatalo di rinunziare ii suo
pontificalo, dopo a ver celebralo nella cat-
tedrale la messa dello Spirilo Sauto, in
i ao T R O
ine/zìi nlln numerosa assemblea, scese dal
sin» h omo e prostrato davanti l'altare pro-
nunziò il giuramento di dare la pace al-
la Chiesa mediante la sua libera cessio-
ne del sovrano pontificato, quando l'an-
tipapa Benedetto XIII e Gregorio XII
avessero rinunziato alle loro pretensio-
ni. L' imperatore Sigismondo ivi pre-
sente, che lo riconosceva per Papa, ^in-
tenerì e commosse talmente, che pieno
di gioia alzatosi dal suo trono, e depo-
sta dal capo la corona, ne discese; e quin-
di avvicinatosi a Giovanni XX111, con
fervore religioso s* inginocchiò a' suoi
piedi, per ringraziarlo della generosa ri-
soluzione, anche per parte del concilio.
In nome di questo lo ringraziò formal-
mente il patriarca d'Antiochia, per alto
tfi utile al cristianesimo, facendo altret-
tanto i principi e gli ambasciatori, anzi
lo Spoudano dice che V assicurarono di
confermarlo nel papato. Ma la vera ed e-
rotea rinunzia del pontificatola fece Gre-
gorio XII nel concilio, a mezzo di Mala-
testa signore di Rimini, il quale salito so-
pra un trono come fosse il Papa, dopo a-
ver esaurito l'alto con breve e appro-
priato discorso, non rappresentando più
il Papa, scese dal trono e andò a collo-
carsi in una sedia ordinaria. Saputosi da
Gregorio XII in Rimini l'operato dal suo
procuratore ili Costanza, adunò il conci-
storo e sedente sul trono vestito delle pon-
tificie insegne , ratificò solennemente la
rinunzia, indi disceso dal soglio papale,
depose il triregno e gli abili pontificali. E
qui dirò, che s. Celestino V allorché fece
in concistoro alla presenza de' cardinali
la solenne Rinunzia al Pontificalo (P.),
sedente in tronoornato dell'insegne pon-
tificali, quindi di queste si spogliò nel di-
scenderne, e con modesto portamento si
mise a sedere a'piedi de'cardinali. In più
luoghi ragionando dell' immagine di s.
Pietro posta a sinistra di quella di s. Paolo
in alcuni monumenti, non per maggior-
mente onorare s. Paolo, ed anche s. An-
drea come in una tavola votiva del museo
T B O
Ricciardiano, ma eziandio per la ragione
addotta dagli artisti per antichissimo co-
stume di porre a sinistra i sommi per-
sonaggi, non perchè la parte più degna
fosse determinata da chi osserva l'oggetto,
ma aver eglino così l'atto, ove li dovesse-
ro rappresentare in atto di confabulare o
colla destra eseguire alcuna azione, con-
forme all'uso degli orientali,presso i (piali
la parte dritta è determinata da chi os-
serva l'oggetto. Un eruditissimo conosci-
tore de' costumi orientali all'erma sussi-
stere tuttavia lale uso, come leeoni mg.r
Marini, Diplomatica pontifìcia, 2.a ediz.,
p. 4°> tnlciiè nelle chiese di quelle regio-
ni si colloca la cattedra vescovile a lato
dell'epistola per farla rimanere alla de-
stra di chi entra in esse. E sin dal 1 438
così fu praticato, allorché insorta questio-
ne di precedenza nel concilio tenutosi iti
Ferrara da Eugenio I Vjl'imperatore gre-
co Giovanni III Paleologo, che assoluta-
mente volea essere messo alla destra del
Papa, fu contento di starsi in quella parte
ch'era alla destra di chi entrava nel con-
cilio, persuaso d' aver così conseguito il
suo intento. Quanto a'troui de'cardinali,
nel Cerimoniale da tenersi da un nuo'-
vo cardinale nella sua promozione al
cardinalato , pubblicato nel 1 856 dalla s.
congregazione della Ceremoniale, si pre-
scrive quanto vado a riportare con alcu-
ni schiarimenti Ira parentesi. La camera
del trono, quale deve tenersi da ciascun
Cardinale nel proprio appartamento (ec-
cettuati i Palazzi apostolici, i palazzi del-
la camera apostolica: tali sono conside-
rati anche quelli della Curia lnuocenzia-
na e di Propaganda fide, i quali propria-
mente non sono camerali; nou che i coti-
venti, i monasteri, ed i luoghi pii, cioè nel
solobaldacchinochenonsi puòusare),sarà
chiusa la mattina del Concistoro segreto
in cui è creato e pubblicato il nuovo car-
dinale, finché giungerà il gentiluomo del
cardinal segretario di stato, che porta il
biglietto, con cui si notifica al novello car-
dinale la promozione seguita: e però pri-
T 11 O
ma di tale avviso non deve a m mei tersi
«Icuna visita di etichetta o di formalità.
Il nuovo cardinale dopo letto il biglietto
colle Pesti convenienti si pone sulla so-
glia della camera del trono senza mai
muoversi onde ricevere le Visite.Né la sa-
la non vi dev'essere affatto il Baldacchi-
no, e devono rimanere coperte le arme
tanto al trono nella sala, quanto nelle por-
tiere (deUePortiere nobili riparlai nel voi.
LXXV, p. 1^2), cassabanehi , torciere,
cassa delle torcieec, sinché non avrà ri-
cevuto il Cappello cardinalizio. Così nel-
la stessa sala non vi dovranno essere ap-
pesi i cuscini e gli Ombrellini paonazzi e
rossi. Nella camera poi del trono vi sarà
il solo dossellodi vellutoo damasco rosso,
senza il baldacchino: il ritratto del Papa
(reguante,e lo devono tenere anche i car-
dinali creati da'suoi predecessori) sarà po-
sto in mezzo al dossello. La sedia del tro-
no sarà indorata abbraccinoli e co'cusci-
ni di velluto rosso, e rivolta col sedile alla
parete o dossello (senza predella e senza
scalini, solo con un piccolo tappeto ol-
tre quello della camera stessa: i cardinali
dimoranti fuori di Roma devono osser-
vare altrettanto). Il nuovo cardinale do-
po essere stato col Treno proprio del gior-
no, a ricevere la berretta cardinalizia dal
Papa, tornato al suo palazzo , prosegue
a ricevere le visite dopo l'Ave Maria, re-
stando in piedi sulla soglia della came-
ra del trono, senza mai uscire da quel sito
ad incontrare o accompagnare chiunque
venga a visitarlo. Potrà bensì introdur-
re nella detta camera e dare a sedere, non
mai alla sedia del trono, ma alle altre se-
die,avvertendodi non scostarsi mai dalla
porta. Nel 2.0 e 3.° giorno il cardinale ri-
mane pure sulla soglia della camera del
trono, ove riceve tutti. Nella visita de'pa-
triarchi, ambasciatori, prelati di fiocchetti
e de'principi romani, essi s' introducono
dal cardinale nella camera del trono e li
fa sedere alla sinistra. Egli siede alla se-
dia del trono, e quegli che fa la visita ri-
maue alla siuistra di fianco, e quasi di pro-
TRO i2f
spetto con una sedia indorata senza brac-
cioli eco'cuscini di damasco rosso.Quan-
to al cardinale che non essendo presente
in Roma nel giorno di sua promozione,
viene in Roma per ricevere il cappello car-
dinalizio neìConcistoro pubblico. ne'gior-
ni che precorrono tra il suo arrivò ed il
concistoro pubblico, se riceve visite par-
ticolari, avvertirà di non riceverle nella
camera del trono. Ne'3 giorni precedenti
a detto concistoro dovrà ricevere le visite
di formalità. Se il cardinale è un forestie-
re che riceve nel palazzo dell' ambascia-
tore, nulla s'innoverà circa il trono, in cui
vi sarà oltre il ritratto del Papa, anche
quello del proprio sovrano. Nella matti-
na del concistoro pubblico e in tempo di
esso si mette nel palazzo o residenza del
nuovo cardinale il baldacchino nella ca-
mera del trono, l'altro nella sala co'cusci-
ni e coll'ombrellino (l'altro dovendo ser-
vire nel ritorno del cardinale) e si scopro-
no le arme fregiate col cappello cardina-
lizio al dossello del trono della stessa sala,
a'eassabanchi, alle portiere (come il Bal-
dacchino e dossello del trono di sala lo dis-
si a quell'articolo: non vi è prammatica
sugli scalini di legno che sono sul tavo-
lonech'è dinanzi aldossello, coperto dello
stesso panno rosso, con trine e frangie di
seta gialla; ordinariamente si usa un solo
gradino e si suole tenervi le torcie , per
accompagnare a chi spettano). Ne'palazzi
apostolici, ne'palazzi camerali, ne'conven-
ti, ne'monasteri o luoghi pii, non si può
usare il baldacchino uè al trono della ca-
mera nobile, ne all'altro della sala. Nella
sera di detto giorno il Papa a mezzo del
suo Cameriere segreto guardaroba, man-
da al cardinale il cappello cardinalizio che
in concistoro gli ha imposto sul capo, ed
il cardinale l'introduce nella camera del
trono, prende posto alla sedia, ma resta
in piedi. Dopo la presentazione del cap-
pello, questo si pone sopra un bacile d'ar-
gento, apparecchiato sopra un piccolo ta-
volino alla destra del trono, essendo il ta-
volino coperto di damasco rosso con 4can-
122 1 KO
dellieri d'argento, e con un fazzoletto eli
seta rossa per coprire il cappello. Il car-
< male quindi siede, e invita mg.r guar-
daroba a sedere ad una sedia senza brac-
ciuoli e co'cuscini di damasco rosso, pre-
parata alla sua sinistra, Cuori del baldac-
thino'edi fianco. Dipoi lo licenzia e l'ac-
compagna sino alla porta che mette alla
sala, llcomplessodelleeeremonieehe ac-
compagnano la creazione de' Cardinali
nel Concistoro segreto, il ricevimento del-
la Berretta Cardinalizia e del Cappello
Cardinalizio nel Concistoro pubblico , con
diffusione lo trattai a tali articoli ed a're-
lativi. compi ese le nozioni sui troni, sui
baldacchini, tulle visite ec. Il Lunailoro
nella Relazione dellaCorledilìoma stam-
pala nel i f>46, riferisce, n Può e deve o-
pni cardinale nel suo palazzo tenere un
baldacchino di panno rosso ben ricamato
con sue armi in sala sopra la credenza
(rioè il bancone e gradino), ed un altro
baldacchino nell'anticamera; hanno sem-
pre usato tenerlo cardinali di nascita e-
ininente.Come ancora h signori cardinali
nati principi ne sogliono tenere più. di
due. eda'piedi de'ba Macchini, che si ten-
gono per le stanze vi va sempre un bello
strato di tappeto o altro panno , e sotto
il baldacchino vi si tiene una sedia vol-
tala dove si siede, alla cascata di detto
baldacchino." Dunque a quell'epoca non
si costumava di porre sotto il baldacchino
il Ritratto dui Papa. Parlando poi de'car-
dinali titolari soggiunge. » Il cardinal ti-
tolare deve usare il baldacchino, porcile
all'altare dove si canta la mesta vi sia il
baldacchino , e non essendovi il baldac-
chino sopra l'altare, meno il cardinale lo
deve tenere lui sopra la sua sedia, ma solo
dietro alla sedia la cascata del baldacchi-
no." Ma di quanto riguarda i troni e i bal-
dacchini de'cardinali ne'loro Titoli Car-
dinalizi, ove riparlai pure di ciò che ap-
partiene alle diaconie cardinalizie e a*
cardinali arcipreti delle basilicheì e de'
cardinali Protettori, pe'loro possessi, assi-
stenza o celebrazione di feste nelle chiese
TRO
dì loro giurisdizione, nelle quali manda-
no il ritratto del Papa e le portiere no-
bili, ne tenni proposilo in tali articoli. Av.
vertii nel voi. XXVIII, p. 4^> che nella
morte de'cardinali erigendosi nelle loro
stante degli altari per la celebraziouedelle
messe di suffragio, essi non si alzano mai
nella camera del trono, mentre allora si
dovrebbe levare il baldacchino. 11 cada-
vere del cardinale defunto si espone in una
camera del suo appartamento sopra un
letto e sotto il baldacchino, ed in essa non
si ponno formarvi altari. Jn Roma tra'
prelati il solo Uditore generale della ca-
mera (/*.) può alzare il Baldacchino nel-
la sala e nella camera d'udienza, al mo-
do detto nel ricordato articolo. Inoltre in
Roma alzano baldacchino in sala e nella
camera del trono il Senato Romano , i
Principi romani, gli Ambasciatoci^ mar-
chesi di Baldacchino (nel voi. LXX, p.
22 3, narrai che Gregorio XVI concesse
tale onorificenza personale al conte Giro-
lamo Puccini), ne'modi riferiti a'4 citali
articoli, massime al 2. "Nel trono di sala o
ba!dacchiuo,alIo stemma si suole inquar-
tale quello delle case sovrane colle quali
si è imparentati. Se la moglie del prin-
cipe non è di tali case, in quello slemma
non s'inquarta il proprio ili essa, ma so-
lamente si dipinge ne'banchi di sala esul-
le carrozze, e s'incide ne'sigilli. Ne' bau-
coni delle sale principesche l'uso di 3 gra-
dini di legno è segno che il principe è im-
parentato con case sovrane.
TRONTO. V. Truento.
TROPARIO, Troparius, Tropana-
rius. Libro liturgico de'greci contenente
i versetti Tropus, che si cantavano im-
mediatamente avanti V Introito (F.) del-
la Messa, come un preludio di esso, ov-
vero frammischiavansi insieme al medesi-
mo, una parte del coro cantando l'introi-
to, e l'altra simultaneamente il Tropus.
Tali versetti cantavansi nella stessa chie-
sa greca anche dopo le ore canoniche, e
d'ordinario erano in onore del santo di
cui celebra vasi la festa in quel giorno. Il
TRO
Magri nella Notìzia de vocàboli ecclesia'
siici, chiama Tropus quella sorte di can-
to usato da'monaci prima di dire l'introi-
to della messa incerti giorni solenni, isti-
tuito da s.Gregorio I Papa del 5go, co-
me riferisce Durando nel Ralionale di*
vinorum off! dorimi lib. 4, cap. i .Nel gior-
no di Natale l'introito della immessa co-
minciava colle parole: Puer natus estuo-
bis, ed avanti di esse si cantava il Tropus
seguente: Ecce adest, de quo Prophetae
cecinerunt etc, dopo del quale subito con-
tinuando il senso attaccavano il detto in-
troito, Puer natus est nobis. La corri-
spondente voce greca siguifica conversio-
ne, perchè ritornavano a ripetere le me-
desime parole, e però da Giovanni Be-
leth fu chiamato Zona nel cap. 59, per-
chè nella cinta si uniscono i due capi; e
così Tropanarius era detto il libro uel
quale si contenevano i Tropi. I greci chia-
mano ancora Tropa riunì certe preci spes-
so cantate nell'ore canoniche. Il Zaccaria,
Onomasiicon Rituale, chiama i libri tro-
parij Troponari, Troparii, Troper'n,
nempe libri Troporum j che Du Cange
nel Glossarium dice, Tropanaria, seu
Troparia, vtl Troperia. Quindi aggiun-
ge, che Troparium enini a pud graecos
modulimi proprie significai, al frequen-
te/' prò cantibus, et hynmis sumitur. Al-
la lio, ubi dcscribit librimi ecclesia sticum
graecorum,quem Octoechum appellant,
ita hujusmodi librimi dietimi docet,quod
octotonos conlineai. Musica enim grae-
corum lonos qualuor, qui ab eis soni vo-
canlur, proprios habet, primuni, secun-
dum, leriium, et quartum; quatuoritem
obliquo?, idest obliquimi primi, obliquimi
secundi, obliquimi terlii,etobliquum quar-
ti. Canones ysive Troparia, etquaecum-
qut . aliae cantiones in Ocioecho ita sunt
dispositae,ut quae primo tono concinun-
lur, omnia simul pr inumi locum obti-
ncantj quae secundo secundum,et sic de
sìngulis, donec ad obliquimi quarti per-
tniatur, qui inter lonos postremo est lo-
', et cantiones eo modulatae} et coiti'
TRO 123
mensuratae ad extremum reponunlur.
Continet Ocloechus solummodo Tropa-
ria, et Canones, quia primis vesperis do-
minicae adfintm usque missae canun-
tur. Et odo dominici prò tono rum nu-
mero finitur.Singuli tonitres habenl Ca-
nones, seu Troparia. Primum dicitur A-
nastasimon, et canitur in Resurrectione
Christi. Secundum Stauroanastasinwn
de Cruce Christi. Terlium de laitdibus
B. Virginis Mariae. Haec, inquit Alla-
tius,in Octoechis antiquis habebantur.ln
Triodio (P.)\quoque, et aliis libris grae-
corum Troparia sunt, ut in Horologio,
et in Hirmologio. Hìnnus, docente Al-
latto, est hymnus, sive Troparium, a quo
reliquorum TropariOrum, quae in ode
canereniur, consequentia, tt series du-
cebalur.At quit inter Hirmum, ac Tro-
parium inlersil, di sputai card. Quirinus
in disquisii. De Hymnis Quadragesim.
graecor. Denique liber graecor um musi-
cali?, ordine vicesimus primus ab Alla -
tio recensitus, et ab eo Gecragaria ap-
pellatus, varia Troparia, et psalmos, a-
liaque in divinisoffìciis, et liturgicis cimi
notis musicis cantari solita complectitur.
Quum igitur Troparium, ut dietim? est,
modulationem,el cantdenam proprie so-
net, Tropi vox, quae legitur in r egida
ss. Paulli et Stephani abballini cap. 1 4?
de canendi ratione cimi Georgio adei-
pienda est non de Tropis, seu cantiun-
culis, quae ad missam quandoque prae-
mitlebanlur.Nequae, verba regulac sunt,
cantanda sunt in moduni Prosae, quasi
in Leclionern muiemusjautquae ila scri-
pta sunt, ut in ordine leclionern ulamur,
in Tropis, et cantilenae arte, nostra prae-
sumptione vertamus. Lo slesso Zaccaria
spiega poi il vocabolo Tropus: Versicu-
lus quidam est, temporibus diebus sole-
mnioribus ad majus gaudium reprae-
senlandum nunc immediate ante Introi-
timi canebalur, mine ipsi mtermisceba-
tur, una parte chori Tropum, altera In-
troitimi concine/ile. 11 Rodotà, Dell'ori-
gine del rito greco in Italia, parlando de'
124 TUO
vescovi dì Siracusa Gregorio e Teodosio,
dice che ih.°dopo essersi applicalo allo
studio delle lettere greche iu Costantino-
poli, fu innalzato a detta sede, fiorì nel
668 e compose Troparia, qtiae in Na-
licitate Chris ti recitali dir. Il 2. "che go-
vernava la slessa chiesa nel 680, fu au-
tore di altri Tropari, quae canitntur iti
F esperti jcjuiiioruin. 1 Tropari composti
da'due mentovati prelati, che senza man-
car di rispetto alla chiesa romana,per con-
ciliarsi l'alletto de'greci dominatori, in-
trodussero nelle funzioni dell'altare il ri-
to greco iu Siracusa, sono inni e cantici
propri della chiesa orientale. Mostrando-
si l'autore del calendario mollo sollecito
nel dare speciale contezza de* riferiti gre-
ci componimenti, volle significare essersi
udita la soave armonia de' cantici greci
nella chiesa di Siracusa, e lo manifesta
nella vita de' due vescovi per quelle pa-
role due volte ripetale, quae in Nativi-
tate Chri^li rccilantur quae canini-
tu r in F et perì $ jtjun io ru m .
TROPEA (Tropien). Città con resi-
denza vescovile nel regno delle due Si-
cilie, della provincia di Calabria Ulterio-
re II, distretto e capoluogo di cantone, a
4 leghe da Monteleonee 5 da Catanzaro.
Giace amenamente sulla sommità d'una
rupe o scoglio a picco sospeso sopra la
costa meridionale del golfo di s. Eufemia
(secondo i geografi, ma leggo nelle 3 ul-
time proposizioni concistoriali in piani-
tic posila, irium circiter milliarum est
atnbitusi in quo seplem mille recenserunt
incolac), e che al continente allietisi sol-
tanto per un'angustissima lingua di ter-
ra, altre volle difesa da un forte che ul-
timamente era cadente. Questa città ma-
rittima, che occupa il piccolo seno fra'due
capi Zarronee Vaticano, è piazza di guer-
ra di 5.a classe, cinta di mura fiancheg-
giate da torri e interrotte da 3 belle por-
te con ponti levatoi. Contiene la bella ba-
silica cattedrale, antica e magnifica, de-
dicata alla B. Vergine Assunta in cielo,
ottimo edificio restaurato dopo il terre-
TRO
molo che Io rovinò, e nella quale Ira le
reliquie si venera il corpo di s. Dome-
nica vergine e martire tutelare di Tro-
pea, che nella persecuzione di Dioclezia-
no avendo disprezzato gì' idoli, fu dan-
nata alle bestie, e restata prodigiosamen-
te illesa per virtù divina, le fu troncato
il capo, e se ne celebra la festa a 6 di lu-
glio. Il capitolo si compone di 6 dignità,
la 1/ delle quali è il decano, le altre l'ar-
cidiacono, il cantore, il tesoriere, l'arci-
prete, il penitenziere; di 18 canonici com-
presa la detta prebenda penitenziaria e la
teologale; di 32 mansionari, edi altri pre-
ti e chierici addetti al divino servigio. Vi
è il baltisterio, ch'è il solo della città, e
la cura d'anime amministrata dall'arci-
prete 5.a dignità. Adiacente è l'episcopio
conveniente e in buono stato. Non avvi
altra parrocchia, bensì diverse chiese, 3
conventi di religiosi ed un monastero di
monache, l'ospedale, il monte di pietà, il
seminario e alcuni sodalizi, oltre la casa
di carità. Vi sono due scuole gratuite, e
vi fiorisce 1' accademia degli Affaticati,
y^llaborantìum. Tiù'suo'i illustri ricorde-
rò il poeta Francesco R 11 fifa, il pittore Spa-
no, gli anatomici Paolo e Pietro Vojaui,
e del 2.0 scrisse l'Ughelli, ckirurgus qui
labi a et naso s mulilos interritali donavit.
Per non dire d'altri, tra'fiorili nelle di-
gnità ecclesiastiche, rammenterò il cele-
bre cardinal Vincenzo Laureo (Pr.). Vi
si fabbricano coperte di cotone con bei
disegni, buone tele e stoffe di seta; ab-
bondante è la pesca che si fa sulle coste.
1 dintorni sono prosperi di vini, frutti,
cotoni, mori celsi, piante aromatiche, e
di kaolin o terra da porcellana. Si at-
tribuisce la fondazione di questa città a
Scipione l' Africano ,che la denominò Tro-
phaea in memoria de' trofei da esso con-
quistatore riportati in Africa, ove annien-
tò la formidabile potenza de'cartaginesi.
Portò anche i nomi di Tropia, Tropast
Postrophaea,pvev alendo l'attuale di Tro-
pea. Seguì le politiche vicende della Ca-
labria centrale e del regno di Napoli; eb«
TRO
he il titolo di ducato nobile goduto dalla
famiglia d'Ayello, cujus ulilis Dominus
et Princeps Massae et Coraniae (o me-
glio Carrariae), e domo Cyborum nobi-
lissima. L'Ughelli, Italia sacra t. 9, p.
448, Tropejenses Episcopi, la chiama
Vetusta et litoralis ulterioris Calabriae
Tropaea civitas nomea retinali Hercu-
lis Porlu,et loci amoenitate insignis, di-
eta graeco verbo, quod est retroverto,
quod, ut licet conjectare,quispiam clas-
se Iute ad vectus locum vinetis, et olive-
tis haud idoneum nactus,ob eamqiie rem
ab antiquis Ausoniis, et Oenotiis desti-
tuitali, liane urbemcondiderit.^eìiSSi
pubblicò iu Napoli il conte Vito Capial-
bi di IWonteleone: Memorie per servire
alla istoria della s. Chiesa Tropeana. Il
Giornale di Roma del i 853, che nel n.°
177 ne die contezza, riferisce aver diviso
le Memorie in due sezioni, nella i.'1 par-
lando di Tropea, nella 2. "d'Ama atea, al-
tra sede vescovile a questa unita nel se-
colo XI; degli uomini illustri fioriti nelle
due diocesi, colla cronologia di 07 vesco-
vi di Tropea, cominciando da Giovanni
sottoscritto nel 649 al concilio di Late-
rano, rettificando molli abbagli presi da-
gli antichi scrittori, non escluso l'Ughel-
li. Nel t. io, p. 11 à^W Italia sacra, A-
manlheanns Episcopatus, si parla di A-
mantea o Mantea, città litoranea uV bru-
ii nella Calabria Citeriore, lungi 16 mi-
glia da Cosenza, così denominala dalla fa-
vola della ninfa kma\te&Q Sibilla di Cli-
ma. Pare che fosse chiama la eziandio Ne-
periani e Lameliam. Fu sede vescovile,
sulfraganea dell'arcivescovo di Reggio, e
si conosce D.Josuam suo vescovo, finche
devastata nel secolo X da'saraceni, la dio-
cesi fu riunita a questa di Tropea. Perciò
scrive VUghe\\\}Tropejcnsis Ecclesiae u*
nitafuit Amanlhea}quamobrem aliquan-
do in Romana Curia dubitatimi fuit an
Episcopus Tropefensis Manlheanus e-
tiam appellati debere t. et mhil re sola tu ni
fuisse scribit liber Adorimi Consistoria-
lium sub Benedica XII qui extat mss. in
TRO \i3
Barberina biblioteca. fertur (amen a re-
gè Neapolitano Mantheanis concessimi
fuisse, ut Episcopus Tropefensis, et J\lan-
theancnsis dehominarelur.Oin A manica,
Amanlia3 è una piccola città e porto di
mare del distretto di s. Paulo, capoluogo
di cantone, sul Mediterraneo. E cinta di
mura, e pel suo castello fortificato che la
difende, giudicata piazza furie di 5.a clas-
se. Esso in fatti resistette agli eserciti di
Carlo Vili e di Lodovico XII redi Fran-
cia, in favore de're d'Aragona. Anche nel
1806 sostenne un ostinatissimo assedio.
Vi sono chiese parrocchiali, claustri reli-
giosi, scuola di belle lettere, e importanti
fabbriche. Possiede acque termali saluti-
fere. Dominata, come Tropea, da' greci,
venne invasa e rovinata da' saraceni, a*
quali la tolse l'imperatore Niceforo Fo-
ca. In tempo de'greci vi fu introdotto il
rito greco, e così iu Tropea, ambedue es-
sendo su tira «ance dell'arcivescovo di rito
o
greco di Reggio. Il Rodotà, Dell'origine
e progresso del rito greco in Italia, di-
ce che fra le chiese della Calabria, anche
questa ili Tropea fu allettata dagl'inviti e
sedotta dalle insiuuazioni del patriarca di
Costantinopoli, a dover rinunziare a'rili
e alle ceremonie della chiesa romana, e
all'antiche leggi latine. Di ciò scrisse VU-
ghelli : Graeci fueritnt s et patri ardui e
Constanlinopolitani seguaces usque ad
tempora Rogeriì ducis Calabriae et Si-
ciliae, qui in Tropeensi Ecclesia latino*
insti tuit episcopo^. Aggiunge che il 1 ,° ve-
scovo il quale rimise in piedi l'onore del
rito latino, sia stato Jnslegus nel 1094-
La sede vescovile di Tropea è antica,
dichiarando l'Ughelli, Episcopatus Tro-
prjensis antiquus est, nani Laurenlius e/us
Urbis Episcopus iute rfuitsy nodo roma-
no sub Sy mmacho Papa del 49^. Joan-
nes concilio Laferanensi anno 649 sub
Martino I , Theodorus Conslantinopo-
litanae VI sub Agathone. anno 680, et
Ste phanus synodus Niceae II anno 787 .
Ti opejcnsis Episcopus suffraga neus est
Rhegino archiepiscopo. Nondimeno TU-
i 26 T H O
ghelli comincia la serie de'vescovi co'no-
minati, tranne Lorenzo: cioè Giovanni,
intervenuto nel 649 al concilio di Latera-
no adunato ila s. Martino 1 contro i mono-
teliti; quindi regislraTeodoroo Teodosio,
che nel 680 sottoscrisse il concilio di Co-
stantinopoli. Stefano, che nel 787 fu al
concilio di Nicea 1 1 .Post lume plures desi-
derantur hujusEcclesiae Praesules.Vo'x-
chè i successori adottando i riti greci, se-
guirono il patriarca di Costantinopoli.
Pietro vivea al tempo del normanno Rog-
gero duca di Calabria. Kaloehino Dor-
tlileto greco, già decano e protosincello
di Tropea, ottenne il diploma che riporta
l'Ughelli,con nobile privilegio da Rugge-
ro duca d'Italia, Calabria e Sicilia, con-
fermandogli le possessioni e giurisdizio-
ni di sua chiesa. Justegoo Jusleyro, o Tu-
steio o Tristano, divenne i.° vescovo la-
tino verso il 1094, nel quale anno Rug-
gero Dei grati a duca di Puglia, Calabria
e Sicilia, prò remedio animae suae, ac
parentum suorum , donò alla chiesa di
Tropea ed a Justego vescovo quanto a
veano posseduto i predecessori greci tanto
in Amantea che in Tropea, con ogni di-
ritto, mediante il diploma presso l'Ughel-
li. Al vescovo Geruto il redi Sicilia Gu-
glielmo 1 neh 1 55, con diploma in gre-
co e ir» latino, e in quest'idioma pubbli-
cato da Ughelli, Divina f avente clemen
lìa rex Sicilìae^ducatus Apuliaeel prin-
cipatus Captiae, confermò tutte l'immu-
nità accordate a'vescovi da'pi incipi nor-
manni,indi con altro diploma, pure pres
so l'Ughelli, concesse altro privilegio. Il
vescovo Erveo sottoscrisse al privilegio
che il medesimo re nel 1 i5j elargì alla
chiesa di Palermo. Al vescovo Coridone
Papa Alessandro 111 confermò le princi-
pesche donazioni fatte alla chiesa di Tro-
pea, col diploma Ideo sumus licit, del
1 1 78, egualmente riprodotto, da Ughelli:
\ivea nel 1 1 93, poiché fu presente al pri-
vilegio concesso da Enrico VI al celebre
abbate Gioacchino in favore del suo mo-
nastero di Flora. Kolandiuo 0 Orlandi-
no già monaco 'di Monte Cassino gli sue
cesse. Nel 1 1 98 fu eletto Riccardo, al qua -
le ed a' suoi successori Papa Innocenzo
III confermò il diploma d'Alessandro III
nel 1 200: a suo tempo e col suo consenso
nel 1201, con atto pubblicaloda Ughelli,
venne fondato nella diocesi il monastero
di Fonte Laureato presso la chiesa di s.
Domenica, da'eoniugi Simone de Mami-
stra e Gattegriraa Domini Fluminis Fri-
gidi, e da'medesimi donato al ricordato
monastero Florense: donazione che Ric-
cardo confermò nel 1202, salva la rive-
renza dovuta a lui ed a' suoi successori,
con diploma che si legge in Ughelli , u-
nitamente a quello pure confermatolo
d'Innocenzo 111, Licei nequt1 ed inoltre
a quello di Papa Onorio III, Cani a no-
bis petitur,óe\ 1 2 1 6.Nello stesso anno O-
norio HI concesse altro privilegio all'ab-
bate e monaci di Fonte Laureato, con-
fermando loroi beni donati da'vescovi di
Tropea e da'fedeli. Inoltre nel 1 2 1 6 il re
Federico II, per la santità di vita di Be-
nedetto abbate di tal monastero, lo prese
sotto la regia protezione, confermando le
clonazioni del fondatore , pluraque alia
a djecil prò animae suae salute. Circa il
1 2 1 5 successe a Riccardo il vescovo Gio-
vanni, il quale nel 1220 col suo capitolo
convenne all'accordo fatto coll'abbate di
Fonte Laureato, sull'insorta lite delle de-
cime, venendo il monastero fatto esente
dal vescovo, il che poi nel 1267 confermò
Clemente IV col diploma Religiosam vi-
taw,riferitoclalcistercienscUghelli,il qua-
le riporta diversi abbati del medesimo si-
no al 1496» in cui ne divenneabbatecom-
niendatario il greco Giovanni Agaccio di
Rossigliano. S'ignorano altri vescovi sino
ad !.. . o Giovanni o Giacomo del 1 296, il
cui nome trovasi indicato nel documento
delPUghelli, sull'investitura data a'fran-
cescani della chiesa Troppense. Essendo
vescovo Arcadio, Papa Bonifacio Vili nel
1299 concesse indulgenze a chi visitasse
la chiesa di Fonte Laureato. Nel 1 3 r 3 e-
ra vescovo Riccardo nobile, neh 344 fr*
t n o
Francesco, che fece un Inestinto di tolti
i privilegi di sua chiedi, riportalo da U
^helli, d'ordine del cardinal legato, fruii
furono v.escovi Marino, Rinaldo, Giorda*
no, Francesco Rolandini o Orlandini nel
i 390 traslatoa Giovenazzo,e Pavo o Pa-
voneo Paolo de Griffi di Giovenazzo nello
stesso fu da Polignano trasferito in questa
chiesa. Questo vescovoavea fabbricalo nel-
la patria la chiesa dello Spirito Santo, isti-
tuendovi la collegiata con preposto e 6 ca-
nonici, che confermò Bonifacio IX. Morto
verso il i4'0,G«egorio XII dichiarò com-
mendatario di Tropea il cardinal b. Gio-
vanni Domenici (E:), il quale avendo poi
rinunziato, il Papa fece vescovo Nicola Ac-
ciapacci {fi), poi cardinale, con facoltà
di farsi consacrare da qualunque vesco-
vo cattolico. Nel i4»3 Giovanni XXIII
eletto contro il legittimo Gregorio XII,
nuovamente lo nominò vescovo. Nel 1 ^1 1
concesse a'francescani l'antica chiesa di s.
Sergio e monastero di Tropea, già de'mo-
naci greci di s. Basilio, che i frati riedi-
ficarono. Martino V ed Eugenio I V l'im-
piegarono in importanti cariche, e nel
i436 divenne arcivescovo di Capitai Nel
1437 da Monopoli vi fu traslato Giosuè
Morto ile patrizio napolitano. nel 1 44^ v'~
cario di Roma. Indi Pietro Barbo nobi-
lissimo veneto e affine di Paolo Imperi-
tissimo nelle lingue greca e latina, eru-
dito in ogni disciplina, dotto, prudente
e virtuoso, castellano di Castel s. Angelo
e vice-camerlengo di s. Chiesa, morto in
Roma a'9 settembre 1 479 e sepolto nella
basilica Vaticana con epitaffio presso l'U-
ghelli, che discorre de'mss. da lui lasciali.
Gli successe Giovanni Deuro che poco vis-
se, morto in Roma a'i5 aprile 1480. In
questo SisfoIV vi trasferì da Caiazzo, Giu-
liano Mirto Frangipane nobile napoleta-
no, regio consigliere esaccellano, per cui
intervenne alla coronazione d'Alfonso If,
chiaro in virtù, pietà, prudenza e sapere,
onde lodato e pianto terminò di vivere
neh 499- L'8 febbraio Alessandro VI vi
traslalò da Venosa, Sigismondo Pappa-
TRO r<27
coda(E.) nobile napoletano,scienzialo ed
erudito, negli atti concistoriali venendo
detto Episcopi Tropejensis et Manthect»
nus invicem unitas , an Mantheae , sì ve
Mantheanus esset Epìscopus appellati'
dus. . . Fuit auleta superioribus annis ab
RegeNeapolilano illis hominìbus Ut con-
cessimi cum anleaTtopejensis soluta ap>
pellaretur Ut tartufi atte Ecclesia rum E-
piscopus. Lodatissiino e insigne per pru-
denza e dottrina, caro a' principi , Cle-
mente VII a cui era famigliare ad Pur-
pur ani destìnareturjmalwt (amen prae-
clarus Praesul in patria Episcoptis vi-
vere, quam ly a tic ano murice decorari.
Morì in Napoli a'3 novembre 1 536, e fu
sepolto nella chiesa di s. Giovanni de' Pap-
pacoda, nella tomba de'suoi maggiori, o*
ve alla sua gloria immortale fu posto Te-
pitaffio riprodotto da Ughelli in uno allo
stemma, in cui si vede il leone rampante
c<»lla coda in bocca. Il nipote e coadiu-
loreGio. Antonio Pappacoda gli successe,
ina morì nel 1 538. A'6 febbraio Paolo
III die in commenda la sede al cardinal
Innocenzo Cibo (^r.), che a' 19 giugno la
cede pure in commenda al cardinal Gi-
rolamo Ghinucci (E.)} il quale ammini-
strò la chiesa finché visse , cioè sino al
1 54- 1 . L'8 ottobre fu vescovo Giovanni
Poggio (P.) nunzio di Spagna a Carlo V
cui era caio per l'egregia sua prudenza,
fatto anche Tesoriere (nel quale articolo
si dice che cessò di esserlo neh 54', per
isbaglio del 4 che dev'essere 5, cioè nel
1 55 1) ecardinale. Nella sua assenza dalla
sede, l'amministrò il nipote Gio. Matteo
Lochi bolosmese.vescovo d'Ancona, don-
de fu qui traslato a'5 febbraio 1 5 56 per
morte del cardinale, e finì sua vita a'22
giugno 1 558. Nel gennaio 1 56o gli suc-
cesse Pompeo Piccolomini d'Aragona de'
duchi d'Amalfi, eletto arci vescovo di Lan-
ciano, e quivi traslato, morto nella Spa-
gna nel 1 562. Da Crotouea' 1 5 dicembre
i564 vi fu trasferito Francescode Aqui-
le o Agherre, e morì dopo un anno. Nel
i566 Felicede Rossi di Troia, designato
128 TRO
vescovo ili Potenza, regio consiglicrCjmor-
to in Nn|)oli nel i 5(>7 e sepolti» nella me-
tropoliti! uà, con onorifica iscrizione ri-
portata ila (Jgtielli. Nel i5jo Girolamo
de Runici nobile romano, che dopo 23
anni si dimise nel 1 593,e nel seguente mo-
lìinRomaefu tumulato in s.Maria sopra
Minerva, nella cappella ili sua famiglia.
Nel i593 stesso Tommaso Calvi ili Mes-
sina giureconsulto prudente edotto, pio
e operosissimo pastore, adeoque bonis
operibu* sciupa- intento* fuil, ut nulla
tlies sine linea essct. Nella diocesi fondò
4 monasteri di religiose, cioè in Tropea
dell'istituto di s. Chiara, in Ayello, in A-
mallea, a Frigido Flumine; a sollievo de*
poveri, nella città e diocesi istituì monti
di pietà; nobilitò la cattedrale con para-
menti sagri, e vi costruì e dotò la cappel-
la di s. Tommaso apostolo, come si legge
nell'iscrizione postavi e riferita da Ughel-
li, insieme all'epigrafe collocata sul se-
polcro da lui edificato per se e suoi suc-
cessori nel coro, ove vivamente compian-
to pel 1 .°vi fu deposto nel 1 6 1 3. Paolo V
nel 1 6 1 5 gli sostituì Fabrieio Caracciolo
nobilissimo napoletano, già intimo cubi-
culario di Clemente Vili e collettore de-
gli Spogli ecclesiastici in Portogallo;
governò con somma prudenza e lode si-
no al 1628, in cui morì. Neil 633 gli suc-
cesse fr. Ambrogio Cordova napoletano e
oriundo spaglinolo, domenicano di gran-
de estimazione e scienza, morto nel 1 638.
Indi Benedetto Mandina d'Amalfi o Mel-
fi, teatino celebre per pietà e dottrina,
cessò di vivere nel 1 646. In questo fr.Gio.
Lozano spagnuolo, agostiniano e sommo
teologo, confessore del viceré di Napoli
duca d'Arco, traslato aMazzara nel 1 656.
Da Giovenazzo vi fu trasferito nel 1 65^
Carlo Maranta napoletano; nel 1667 da
Ariano vi passò Lodovico Morales; nel
1682 Girolamo Borsa canonico di Na-
poli; neh 685 fr. Francesco de Friguero
di Medina Celi, teologo agostiniano, pre-
dicatore regio; nel 1692 fr. Teofilo Te-
sta della diocesi di Nola, minore esser -
TR O
vnnte e consultore de' riti; nel 1697 fr.
Gio. Ibauez de Afilla di Saragozza, teo-
logo agostiniano. Con questi termina la
serie de' vescovi di Tropea l' Italia sa-
cca, e la completerò co\\e Notizie di /io-
nia. Ne| 1 728 fr. Angelico da Napoli cap-
puccino; nel 1 ^3 1 Gennaro Guglielmini
di Napoli; nel 1 j5 1 Felice de Paù di Ter-
lizzi; nel 1786 Gio. Vincenzo Monforte
di Sorrento; nel 1 798 Gerardo Mele di
s. Gregorio diocesi di Conza. Essendo va-
canti le sedi di Tropea e di Nicotera[ V.)t
il Papa Pio VII nella nuova circoscrizio-
ne delle diocesi del regno di Napoli, colla
bolla De utiliori dominicae)de2.8 giu-
guoi8i8, Ball. Rom. cont., t.i 5, p. 56}
unì alla sede vescovile di Nicolera, que-
sta di Tropea aeque principalitei\ acciò
ambedue fossero governale da un mede-
simo pastóre, confermandole sutfraganee
dell'arcivescovo diReggio. Quindi nel con-
cistoro de'21 dicembre 18 18 dichiarò i.°
vescovo di Nicotera e Tropea unite Gio-
vanni Toraassuolo di Napoli. Leone XII
a*2 7 settembre 1 824 vi trasferì da Squil-
laci Nicola Antonio Montiglia, della dio-
cesi di Milelo. Per sua morte a' 9 apri-
le 1827 gli sostituì Mariano Bianco di
Napoli, dottore in teologia, predicatore
ed esaminatore pro-sinodale, parroco di
s. Maria della Rotonda di Napoli; indi
Gregorio XVI nel concistoro de'3o set-
tembrei83i lo trasferì all'arcivescova-
to d'Amalfi, e in quello de'2 luglio 1 832
promulgò vescovo di Nicotera e Tropea
unite, Michele Franchini di Monte Cor-
vino, e di quella collegiata arciprete par-
roco, dotto predicatore.Vacate le due se-
di per sua morte, il regnante Pio IX nel
concistoro de'2 3 marzo 1 855 preconizzò
l'attuale vescovo rng.r Filippo de Simone
di Acri diocesi di Bisignano, parroco nel-
la chiesa maggiore di sua patria, vicario
foraneo, esaminatore pro-sinodale, dot-
tore in teologia e predicatore, già retto-
re e professore di filosofia nel seminario
di Bisignano, prudente e pieno di espe-
rienza, degno del vescovato. Con l'ultima
TRO
proposizione concistoriale tlissi in princi-
pio l'odierno stato di Tropea; colla me-
desima farò il simile di Nicotera, in mon-
te a ali ficaia _, in suo unius circi ter mil-
liari ambilu sexcenlum domus et qua-
tuor mille ac quingentes pene conlinel in-
colas. Il capitolo si compone di 4 dignità,
la i .«.Ielle quali è l'arcidiacono, e di io
canonici comprese le prebende del teo-
logo e del penitenziere, oltre altri preti
e chierici per la divina ufficiatura: l'ar-
cidiacono è il parroco della cattedrale,
ch'è l'unica cura e con l'unico battiste-
ro della città, avente adiacente l'episco-
pio in buona condizione. Vi sono altre
chiese, unconventodi religiosi, ed un mo-
nastero di monache, l'ospedale, il monte
di pietà, il seminario e alcuni sodalizi. O-
gni nuovo vescovo è tassato ne'libri della
camera apostolica in fiorini 3 i 6, la men-
sa ascendendo a 4ooo ducati napoletani.
Diocceses unilae ad ultra quinquaginla
mi Ili aria extenduntur, et septem supra
quadraginla sub se conlinel loca.
TROPETO (s.), martire. Era uno de'
principali ufficiali dell'imperatore Nero-
ne, e uno di quelli di cui s. Paolo da R.o-
ma scriveva a que'di Filippi: » Tutti i san-
ti vi salutano,e principalmente quelli che
sono della casa di Cesare". Dipoi per la
fede di Cristo, d'ordine di Satellico, fu
crudelmente maltrattato con «schiaffi e
sferzate, ed esposto alle fiere, per esser-
ne divorato; ma non ne riportò verun no-
cumento. Finalmente fu condannato a
perdere la testa, e consumò il suo marti-
rio il giorno 28 aprile. Tuttavia a cagio-
no della traslazione del suo corpo, si ce-
lebra la sua festa il 17 di moggio. Ciò è
quanto si apprende dal martirologio ro-
mano. Il culto di questo santo è celebre
in Italia,in Francia e nel Portogallo. Nel-
la diocesi di Frejus in Provenza, havvi
una città sulla baia del golfo di Gri-
mauld, che dal suo nome è chiamata s.
Tropez.
TROPICI. Eretici Macedoniani \F .)
del IV secolo,, chiamati iu orieute Pneii-
VOL. LXXXl.
TRO 129
matomachi, ePatropassiani'm occiden-
te, perchè spiegavano per mezzo di tro-
pi, ovvero in un senso figurato, i passi
della s. Scrittura che parlano dello Spi"
rito Santo, a fine di provare che non era
una Persona, ma una operazione divina.
Tropo, termine rettorico, che significa fi-
gura , discorso o vocabolo trasferito dal
suo proprio e naturale significato ad un
altro, in qualsiasi modo ciò si faccia, sem-
pre però con eleganza e dignità, senza di
che non apparterrebbe alla rettorica. E-
quivale a metafora, od a breve compa-
razione. I tropici furono chiamati Pneu-
matomachi, per negare la divinità dello
Spirito Santo, dal greco pneuma, spirilo,
e da madie, guerra. Fanno egualmente
i Sociniani, e ripetono le interpretazioni
forzate di questi antichi settari. I Pneu*
matomachi non si devono confondere coi
Pneumatici, eretici Anabattisti così chia-
mati dal greco pneuma , spirito, perchè
essi si dicevano illuminati dallo Spirito
Santo, e rigettavano perciò il Testamen-
to antico e nuovo.
TROPISTI o TROPICI. Eretici Sa-
gramentari (Z7.), l'errore de qua li con-
siste nello spiegare le parole dell' istitu-
zione della ss. Eucaristia in un senso fi-
gurato; sostenendo ereticamente, che vi
sia un tropo o una figura in tali parole.
TPvOPITI. Eretici di cui parla s. Fj-
lastro, Haeres. 70, i quali sostenevano
checolla Incarnazione ildivin Verbo era
stato cambiato in carne ossia in uomo,
ed avea cessato d'essere una Persona di-
vina. In questo modo spiegavano le pa-
role dell'Evangelo di s. Giovanni: Ner-
bimi caro factum est. Essi non facevano
attenzione, dice s. Filastro, che il Verbo
di vino è immutabile, giacche egli è Dio e
Figlio di Dio: egli non può dunque ces-
sare di essere ciò che è. Egli stesso for-
mò colla sua onnipotenza la carne ovve-
ro T umanità di cui si rivestì , affine di
rendersi visibile agli uomini, di istruirli
e di salvarli. Tertulliano avea già confu-
tato quest'errore, De Carne Ckrisli3cap.
9
i3o TRO
i o. Lo stesso errore venne rinnovato nel
V secolo da alcuni eretici Eutichiani.
TROPOLOGICO. Senso figurato e
inorale o mistico della Scrittura tagra
(/'.), che ereticamente spiegarono i Tro-
pici (V.) e altri eretici, usando tropi e fi-
gure reltoriche , ciò che comunemente
chiamasi discorso o parlare metaforico.
Dicesi poi Anagogico il sollevar la mente
alla contemplazione delle cose celesti e
superne. Si adopera principalmente que-
sto termine parlando de'vari sensi della
s. Scrittura, de'quali il i.°dicesi letterale,
su cui è fondato il mistico, che suddivi-
desi in allegorico, tropologico, ed ana-
gogico. L'allegorico riguarda la chiesa e
le cose della religione; il tropologico ha
relazione co'costnmi; l'auagogico riguar-
da l'eternità e la vita futura. Quanto al-
la relazione che hanno i discorsi sensi col-
la Liturgia, e col Simbolo o Simbolica
cristiana, ne ragionai con alquanti det-
tagli in tali articoli.
TROPUS. V. TnoPARio e Tropici.
TROSLEY, TROSLY o TROLY,
Trosleum. Luogo di Picardia della dio-
cesi di Soissonse presso la medesima in
Francia, dove furono tenuti 4 concilii. 11
i .V26 giugnogoc), presieduto da Erveo
arcivescovo di Reims, il quale conia pre-
lati in 1 5 capitoli fecero lunghe esortazio-
ni, piuttosto che canoni, appoggiati alle
opere de' ss. Padri, ed a'eanoni de' con-
cilii, che dimostrano lo stato infelice del-
la Chiesa in quel secolo ferreo e oscuro
per la malvagità che lo rese famoso tri-
stamente. Ecco come i vescovi si espres-
sero in questo concilio. »♦ Siccome i pri-
mi uomini viveano senza legge e senza
timore , cosi al presente ognuno fa quel
che gli piace, disprezzando le leggi divi-
ne e umane, e le ordinanze de'vescovi. I
potenti opprimono i deboli; tutto è pie-
no di violenze control poveri, edi inna-
ffienti sacrileghi di beni ecclesiastici. E
aftinché non si creda , che noi ci rispar-
miamo, noi slessi eh e dovremmo correg-
gere gli altri portiamo il nome di vesco-
T U O
vi, ma non ne adempiamo i doveri. Noi
trascuriamola predicazione; vediamo co-
loro de'quali dobbiamo aver cura, abban-
donar Dioe marcii e nel vizio, senza par-
lare, e ser»7a porger loro la mano; e se li
vogliamo riprendere, dicono come nel
Vangelo, che noi li carichiamo di pesi in-
sopportabili, né ci mettiamo dèi nostro
neppure un dito; quindi il gregge del Si-
gnore perisce col nostro silenzio. Pensia-
mo un poco,qual peccatore siasi mai con-
vertito co'nostri discorsi, chi ha rinunzia-
to alla dissolutezza, all'avarizia, all'orgo-
glio? Eppure noi dovrem rendei conto in-
cessantemente di quest'amministrazione,
che ci è stata confidata per riportarne il
fruito... I monasteri de'quali ci 1 irnaneal-
cun vestigio, non risguardano più nessu-
na forma di vita regolare. I monaci, i ca-
nonici, i religiosi, non hanno più superio-
ri legittimi, per l'abuso introdottosi di as-
soggettai li ad estranei, per questo cado-
no nella corruttela de'costumi, parte per
povertà, parte per catti va volontà: dimen-
ticano la santità di loro professione per
applicarsi ad affari temporali... Noi dun-
que ordiniamo, che l'osservanza sia custo-
dita ne' monasteri secondo la regola e i
canoni: che gli abbati sieno religiosi istrui-
ti della disciplina regolare, e che i mona-
ci e i religiosi vivano in sobrietà, pietà e
semplicità, pregando pe're, per la pacedel
regno e per la tranquillità della Chiesa,
senza turbarne la giurisdizione, ne affet-
tare le pompe del secolo". Olire la rifor-
ma degli abusi introdotti ne'monasteri, e
particolarmente sulle abbazie abusiva-
menle possedute da'laici, s'inculcò anche
alle monache che viverebbero giusta la
loro professione. Venne altresì ordinato
il culto e il rispetto dovuto alle chiese e
alle persone ecclesiastiche; la fedeltà e
l'ubbidienza chei vescovi egli ecclesiasti-
ci devono al loro re, ma altresì sulla qua-
lità e doveri d'un principe si fecero esor-
tazioni; la soddisfazione delle decime e di
altre rendite della chiesa; s'inveì contro
le rapine e i ladronecci, allora sì comuni.
TRO
Se ne fece vedere l'enormità, quindi l'ob-
bligo della restituzione per ottenere l'as-
soluzione. Nuovamente si proibirono i
ratti delle donzelle, e i matrimoni clan-
destini o illegitticui;a'sacerdoti di non coli-
vi vere con donne; raccomandandosi laca-
stità , che tutti i cristiani sono obbligati
di avere nelle loro azioni e parole; si ri-
cordò l'obbligo di mantenere i giuramen-
ti fatti, e di non essere spergiuri. Si decla-
mò altamente contro gli abusi de'processi ;
contro gli omicidi ed i bugiardi; contro
l'abuso di saccheggiare i beni de'vescovi
dopo la loro morte, avvertendosi chei due
0 tre vescovi pi-ù vicini, vadano a rende-
re gli estremi uffizi al defunto loro con-
fratello. Finalmente si esortarono i vesco-
vi a respingere gli errori di Fozio. In ge-
nerale si osserva in questi decreti, od e-
sortazioni, molta scienza ecclesiastica e
molto zelo per rimediale a' mali della
Chiesa. Questo concilio prova, quanto ri-
petei in tanti luoghi, che i secoli barba-
ri non del tutto furono privi di santità,
di virtù e di sapere. I1 1.° concilio di Tro-
sley si adunò nel 921 dallo stesso Erveo
arcivescovo di Reims, il quale ad istanza
del re Carlo HI il Semplice, levò la Sco-
munica (F.) dal defunto conte Erlebal-
do, con assoluzione che pare singolare, es-
sendosi esso impadronito di alcuni beni
di chiesa, e perciò era morto allacciato da
quella grave censura e pena ecclesiastica.
1 I3.°nel 924, Sculfo arci vescovo di Reims
sentenziò intorno alle questioni insorte
tra il conte Isacco, e Stefano vescovo di
Cambray. Il 4-° nel 927 contro la poliga-
mia, ossia la pluralità delle mogli. Reg.
t. 24 e 25. Labbé, t. 9. Arduino, t. 6.
TROVATELLI o FANCIULLI E-
SPOST1. Bastardi o Fanciulli (F.) nati
da poverissimi genitori, che si portano ne-
gli Ospedali, negli Ospizi, negli Orfa-
notrofi (F.) o altri pii luoghi destinati a
ricevere queste infelici vittime delle pas-
sioni, della miseria nV propri genitori, ed
anche della loro crudele brutalità. Sono
i trovatelli chiamati con diversi vocaboli.
TRO i3i
Dicesi bastardo, nothus, spurius, per in-
dicare uno nato d'illegittimo congiungi-
mento d'uomo e di donna; e chiamanti
figli naturali i nati da Padre e Madre
(F.) non uniti in Matrimonio (F.) me-
diante legale Sposalizio (F.). Dicesi e-
sposto o sposilo, exposilus, dall'esporre
che si fa il fanciullo nel luogo assegnato
a ricevere i trovatelli. Dicesi proietto, co-
me nome generico d'ogni grave in qual-
sivoglia maniera e per ogni verso getta-
to. I trovatelli quindi portano i cognomi
di Proietti, di Espositi, di Spositi, i qua-
li ricordano la loro sventurata e umilian-
te origine. In Roma,ov'è il tipo della re-
ligiosa e ingegnosa multiforme beneficen-
za pel Povero (F.), in Roma inspiratrice
feconda d'ogni opera generosa di carità,
in Roma iniziatrice di quanti aititi si so-
no resi sotto tutte le foggie alle sventu-
re umane, fu il grande Innocenzo HI che
fondò il celebre Ospedale di s. Spirilo
in Sassia (F.), colla pia casa degli espo-
sti pe'bambini bastardi, avendone ragio-
nato principalmente nel voi. XLIX, p.
292 e 299, ed il Conservatorio dcllePro-
iette (F.) per le bambine bastarde. Ivi
parlai dell'origine di siffatti benefìcentis-
simi stabilimenti, e dell'anteriore infelice
e snaturata condizione de'nati da scono-
sciuti genitori e abbandonati. Il Morcelli
con aurea latinità dichiarò la Casa degli
Esposti: Domus hospitalis proli incer-
torum patrum tollendae: Domus proli
i licer torum patrum tollendae. Esposti
messi fuori della casa di educazione in-
nanzi tempo: Prolcs incer torum patrum
ante puhertatem manumissa. E grave
peccato l'esporre i fanciulli alle portedel-
le chiese, ed altrove, pe'pericoli ne'quali
ponno incorrere in tale stato, ma devon-
si mandare agli ospedali e altri stabili-
menti perciò fondati. Dichiarò il Navarro
nel suo Manuale, cap. 16, 48: Le perso-
ne che alimentano i fanciulli così esposti,
negli ospedali o presso i particolari, han-
no diritto d'essere rimborsate delle spese
fatte, allorquando coloro, i quali espose-
i3* TRO
io i fanciulli, sono suflìcientemenle facol-
tosi. I leolpgi sono fra loro divisi sullo
slato de'fauciulli esposli: gli uni li consi-
derano come legittimieglialtri no. Il Cor-
rado nel Trattato delle Dispense, lib. 3,
cap. 2, insegna, che l'uso costante della
Dataria apostolica è di considerare i
fanciulli esposti come Bastardi (Z7.), e
conseguentemente di osservare a loro ri-
guardo tuttodì) che si osserva per le di-
spense ordinarie, ex defeelus nataliiaii.
La ragione è che, sebbene fra 'fanciulli e-
sposti ve ne siano alcuni di legittimi, il
numero de'bastardi è incomparabilmeu-
te superiore. Questa ragione fa cessare il
dubbio, o presentami partito più sicuro
a prendersi: In dubiis autem lutior pars
est eligendo. I trovatelli non aveano an-
ticamente in Francia bisogno di dispen-
sa per possedere Benefizi eeelesiastici,
perchè non erano considerati illegittimi.
Il prof. Vermiglioli, Lezioni di diritto ca-
nonico, lib. 5, lez. i i : Degl'infanti e lan-
guidi esposti, dichiara. Que'genitori? che
espongono i loro figli infanti, deboli e lan-
guidi, e negano loro il necessario alimen-
to, sono riputati come uccisori de'mede-
simi, perciò sottoposti a quelle pene nar-
rate da esso nella precedente lez. io:
Di anelli, che uccidono ijigli- Il Papa
Gregorio IX decretò : Se un padre scien-
temente esporrà un figlio infante, e rati-
ficherà l'esposizione contro l'ofiìciodi pie-
tà , il figlio esposto resta liberato dalla
patria podestà , e diviene ingenuo, cioè
libero dalla sua natività. Lo stesso s'in-
tende de'languidi o infermi di qualunque
età essi siano. Se venissero esposti, edera-
piamente e inumanamente fossero loro
negali gli alimenti, chi li raccogliesse, ri-
coverasse ed alimentasse non acquiste-
rebbe su di essi alcun potere. Per infan-
te al nostro proposito s'intende quello che
ancora non ha compito il settennio. Se in
questa età venisse esposto, o dallo stesso
padre, o da altri di sua scienza, e non con-
traddicendo, e dopo seguita l'esposizione
l'approvasse, mentre tale approvazione e
TRO
ratifica ne'delitti si rende e si equipara al
mandato. Il solo esposto diviene di suo
diritto, ed è liberato dalla paterna pode-
stà. Se poi il padre fosse ignaro, o fosse
il figlio esposto senza sua intelligenza, in
tal caso il padre non è leso ne'suoi dirit-
ti. 1 genitori che espongono i loro figli,
potendoli comodamente educare,peccano
gravemente e si rendono rei d'omicidio.
Se l'infante venga dal padre esposto, o da
altro raccolto, alimentato, educato. Seda
qualche luogo o stabilimento pio eretto a
sovvenire i poveri, gli orfani, mendici e
abbandonati, ed anco da' vescovi ed ec-
clesiastici, che devono il superfluo dare
a'poveri, nulla ponno ripetere intenden-
dosi dato a titolo di pietà e carità. Si ec-
cettua però se il luogo o stabilimento pio
è stato eretto per sovvenire i poveri e mi-
serabili, mentre se gli esposti e iuvalidi
fossero figli di facoltosi, che ponno spen-
dere, maggiore sarebbe il delitto, e que-
sti debbono compensare le spese occorse,
affinchè non restino defraudati i veri po-
veri e miserabili. Quest'infanti esposti e
languidi se venissero accolti ed alberga-
ti da parenti consanguinei; in tal caso si
presume essersi fatto a titolo di pietà e
parentela, né ponno nulla ripetere, me-
no che si fossero protestati dal principio
di volere essere rifalli delle spese e som-
ministrazioni, e lo stesso milita se l'espo-
sto sia stato accolto da un estraneo me-
no che da congettura desumere si potes-
se aver ciò fatto a titolo di pietà e libe-
ralità , come sarebbe se uno fosse ricco,
liberale, e solito a fare tali atli. Come se
una figlia esposta dal padre venisse ac-
colta da qualcuno e nudrila con animo
d'averla in moglie pel proprio figlio, ma
il padre si opponesse, in tal caso il padre
deve compensare gli alimenti e le spese.
Se agl'infanti esposti di cui s'ignorano i
genitori, gli alimenti debbano a quelli pre-
starsi dalla chiesa, o dai suo rettore, che
se la chiesa o il rettore non ha redditi al-
l'uopo, né esistouo nel luogo pi» stabili-
menti di sussidio o carità, è costume, che
T II O
si prestino le comunità de'luoghi. Sulla
spiegazione del cap. Unicum delle Decre-
tali di Gregorio IX sulla esposizione de-
gl'infanti, in proposito più dubbi in di-
versi tempi sono insorti, che il Vermiglio-
li riproduce e risolve, f .°Se ad un esposto
si rinvenga scrittura dicendosi essersi bat-
tezzato, se debba attendersi? 2.° Se deb-
basi battezzare dal cappellano dell'ospe-
dale, o dal parroco del medesimo? 3.° Se
gli esposti abbisognino di dispensa del ve-
scovo per esser promossi agli ordini mi-
nori, o dell'apostolica dispensa per gli or-
dini maggiori, ed a benefìzi curati giusta
il disposto sugl'illegittimi? 4-° Se promos-
si agli ordini sagri senza apostolica dispen-
sa, in coscienza possano attendere all'in-
combenze degli ordini? 5.° In caso di ot-
tenuta dispensa quale dovrà considerar-
si il luogo di origine per poter essere pro-
mossi agi: ordini? 6.° I matrimoni dell'e-
sposte se possano celebrarsi dal cappella-
no dell'ospedale, o dal parroco dell'ospe-
dale stesso. Risposte. Al i.° Se vi è scrit-
tura, e fatte esatte e scrupolose indagini si
possa esser persuasi e convinti esser bat-
tezzati, non deve altrimenti battezzarsi.
Se vi nasce qualche dubbio, deve battez-
zarsi sotto condizione. Al 2.° Pel disposto
del diritto canonico, rispose Clemente X:
Che la comunione pasquale, il viatico, l'e-
strema unzione, ed il seppellire i morti
spetterebbe al parroco; ma in oggi indi-
pendentemente dal detto parroco , per
speciale privilegio apostolico, tutto si ese-
guisce dal cappellano dell'ospedale, ch'è
parrocchia e vi è anche il fonte battesi-
male, onde il parroco riunisce la quali-
tà di parroco e di cappellano. Al 3.° Se
chiaramente e senza difficoltà risulta del-
la legittimità dell'esposto, certa e piena,
non vi abbisogna alcuna dispensa di tale
legittimità. Se presuntiva e dubbia vi oc-
corre la dispeusa, ed anche per la mag-
gior sicurezza, essendo questa la prassi del-
la romana curia. Da tal regola resta esen-
te l'ospedaledellaD. Vergine dell'Annun-
ziata di Napoli per speciale breve aposto-
TRO i33
lieo, che dà la facoltà all'arcivescovo di
Napoli di ordinare senza dispensa. Al 4°
A calma di coscienza deve attendersi la
risoluzione della congregazione del s. of-
fizio, che dice non doversi rispondere in
iscritto, ma oralmente. Esser quieta laco-
scienza, e non abbisognare la dispensa per
la ragione che si trova nel quasi posses-
so, e che nel dubbio: È migliore la con-
dizione del possidente. Al 5.° Se non si co-
noscono ove sieno nati, e se s'ignorano i
genitori, si ha per luogo d'origine ove
trovansi esposti, e questo luogo si ritiene
per loro patria, e che ivi abitino i loro
genitori. Al 6.° La congregazione del con-
cilio decise: Che le fanciulle esposte, e ri-
cevute negli spedali, se celebrassero ma-
trimonio, dovesse celebrarsi dal parroco
dell'ospedale, non dai cappellano di que-
sto. Per misurare le pene dovute agli e-
sponeuti un fanciullo devesi scrupolosa-
mente esaminare il sito ov' è stato espo-
sto, il «nodo come fu esposto, se nell'abi-
tato, ovvero in luogo deserto e non abi-
tato. Se gittato barbaramente in qualche
latrina o cloaca; se con ombellico sciolto
o legato; se nudo o avvolto in panni, o
assicurato in qualche cesto; se poteva ri-
cevere offesa da'eani o altre bestie; se co-
perto o scoperto. Tutte queste circostan-
ze rendono più o meno dolosa 1' esposi-
zione, e maggiore o minore si deve la pe-
na. Tuttociòfu provveduto anche da Gre-
gorio XVI col Regolamento sui delitti e
sulle pene, lib. 2, tit. 21. Delle adozio-
ni degli esposti trattai ancora a Matrimo-
nio § IV. I trovatelli di cui ignoravansi
assolutamente i genitori erano in passa-
to a carico del signore del luogo feudale,
il quale era obbligato di farli alimentare.
In alcune provincie, la cura e il mante-
nimento de'fanciulli esposti erano e sono
a carico della comunità nel territorio del-
la quale erano o sono stati trovati, a me-
uo che non si scoprisse il padre o la ma-
dre; nel qual caso, ed essendo quelli mi-
serabili, spettava e spetta alla comunità
del luogo dove aveauo il loro domicilio
i3J
TUO
ad alimentarli, hi oggi negli stati Euro-
pei i figli abbandonati e quelli che ven-
gono esposti e di cui non si sa chi sia nò
il padre, né la madre, vengono ricovera-
ti ed alimentati dagli ospizi a questo be-
nefico uso destinati, sotto la tutela e se-
condo il disposto dalla legge del paese.
Ad onta della vantata civiltà di Grecia e
di Roma, quella sacrificava gl'infanti de-
boli e mai portanti alla brama d'aver uo-
mini robusti e ben conformati; questa
gl'immolava alla ferrea autorità paterna;
e luna e l'alti a facevano di essi uno sco-
po politico, un istrumento di materiale
grandezza, un mezzo all'effimera prospe-
rità nazionale. Platone e Aristotile , che
recarono la filosofia al massimo grado di
che era capace duraute il paganesimo, non
vergognarono di ammettere l'eccidio dei
fanciulli, cui tocca la sventura di sortire
dal seno della madre deboli o difforma-
ti. Allorquando si tolse a norma d'azio-
ne la forza e l'interesse, non la giustizia
e la morale, il debole ebbe più torto di
lutti, e il più debole fu l'infante. Venu-
toal mondo il Redentoredel genere uma-
no , in mezzo alle difficoltà provenienti
dalla ferocia de'coslumi, dall'orgoglio del
potere, e dal mal giudizio dell'ignoranza;
colle sue massime di soave carità, di dol-
cezza, di fraternità tra gli uomini, prepa-
rò gli spiriti a sentire che 1' Uomo Schia-
vo (Z7.) feriva l'umanità, ed in seguito
si operò il benefizio dell'abolizione della
schiavitù; come ancora e mediante il sa-
gramentodel matrimonio, elevò la Don-
na dallo stato di oppressione in cui Irò*
vavasi, alia dignità di vera, dolce e cara
compagna dell'uomo, e destinata a for-
marne la felicità;ed a gagliarda difesa dei
memorati bambini, proclamò che hanno
essi per usbergo gli Angeli, che sarà bea-
to chi somiglia ad essi, che tultociò che
si farebbe al minimo di essi lo reputereb-
be fatto a se stesso. Ma la Cina, priva iu
generale della luce evangelica, tuttora fa-
cendo barbaro governo di quegPiufelici,
come nati da genitori privi del magno
TRO
sagramento che lega gli sposi alla prole
con indissolubile nodo d'amore, li getta a
perire nelle strade, ne'canali, dentro i fiu-
mi, nel mare, gli espone pasto e preda de-
gli animali, cani e porci con crudele iu-
differenza. 11 cristianesimo che meravi-
gliosamente va diradando le tenebre e
diffondendo la luce, essendo alquanto tol-
lerato nella Cina, i Vicariati apostolici
sono iu incremento; ed i missionari apo-
stolici raddoppiano con mirabile e fe-
conda perseveranza i loro indicibili sfor-
zi sul terreno bagnalo del sangue dei
suoi eroici martiri. Dio tanto inspirò al
gran cuore del venerando vescovo di N'ari'
cy mg.r Forbin-Janson nel i 843, già mis-
sionario ne'paesijnfedeli, di fondare nella
sua diocesi la santissima opera della San-
ta Infanzia, chiamando in aiuto de'po-
veri fanciulli cinesi e idolatri i fanciulli
cattolici, la qualecelebrai nel vol.LXlll,p,
I 26, e che ha per benedetto scopo di sot-
trarre dalla morte dell'anima e del cor-
po gli esposti sventurati bambini dalle
vie, dalle onde e dalle voraci bestie; indi
prende cura di loro anima rigenerandoli
col battesimo, se infermi li fu guarire dai
medici ne'suoi caritatevoli asili, ivi li nu-
trisce ed educa al cristianesimo, nelle scuo-
le ed asili perciò fondati, mercè le inces-'
santi materne cure delle pie Sorelle del-
la Carità e de'zelanti missionari; le une
e gli altri pieni di fervore abbandonano
l'Europa, volano nella Cina, ed ivi affron-
tano i disagi, la miseria, e spesso le pei>
secuzioni^per dividere il pane dell'elemo-
sina che somministra la religione de' fe-
deli, con que' bambini che raccolsero e-
sposti sulle pubbliche vie e sopra i fiumi»
Ed ecco come la Provvidenza fa nascere
il bene dal male. L'opera della santa In-
fanzia fiorisce, ha il consiglio centrale iu
Parigi, ove si slam pano gli edificanti: An-
nali dell'opera della santa Infanzia, i
quali dal francese si traducono iu italia-
no e si dispensano a'decurioni e alle decu-
rione de'pii contribuenti. Essendosi fin dal
dicembre 1 352 stabilita anche iu Genova,
TRO
colla nomina d'un consiglio o comitato
«li promotori che corrisponde col consi-
glio centrale di Parigi, a'20 gennaio 1 856
si celebrò l'annua festività nella chiesa di
s. Stefano, dallo stesso arcivescovo di Ge-
nova mg. rAndreaCharvaz, commosso dal
gran bene che produce la santa opera, e
siccome desideroso di vederla prosperare
dappertutto e principalmente nella sua
arcidioeesi, raccomandandola con appo-
sito discorso, pubblicalo colle stampe per
cura del consiglio. Quest'opera della s.
Infanzia fin dal principio dell 853 fu ca-
nouicamenle stabilita in Roma, e molte
persone caritatevoli s'affrettarono tosto
di aggregarvi*! a dar opera di attuarla e
crescerla, raccogliendo limosine al piosco-
po. ÌL già nel corso di 3 anni si poterono
inviare al suddetto consiglio centrale di
Parigi parecchie migliaia di scudi, affin-
chè con essi vengano riscattati il pitiche
si può di que'fduciullijche i genitori, sor-
di alle voci dì natura, lasciano in abban-
dono o eziandio dannano a crudelissima
morte, ludi per promuovere in ogni mo-
do quest'opera salutare, il Papa die un
cardinale per protettore, il qualedopo sta-
bilito un consiglio direttore per Roma e
per tutta l'Italia, elesse in Roma un con-
veniente numero di ecclesiastici e laici
che hanno il nome di zelatori e sono in-
canenti d'accrescere il numero degli a-
serilli e degli altri mezzi che meglio con-
ducono allo scopo della santa istituzione.
Inoltre e come relativa all'istituto del ri-
lettilo, io Roma slessa fu stabilita nel con-
vento oc' Trinitari calzali (f7.), uh re-
ligioso del quale n' è il segretario, mg/
Antonio Ligi Bussi vicegerente di Roma
n'è il presidente, e protettore il cardinal
Carlo di Reisach già arcivescovo di Mo-
naco. Mentre l' altra prodigiosa opera
delle morette africane, stabilita dal be-
nemerito sacerdote Olivieri genovese, ora
ha ricevuto duratura esistenza, comechè
compenetrala nell' ordine de' Trinitari
Scalzi (V.). A'6giuguoi856 questa me-
pera s'inaugurò iuFaenza con
ravigliosao
TUO i35
religiosa e splendidissima pompa. All'in-
vito di quel vigilantissimo vescovo mg.1
Giovanni de'conti Folicaldi, instancabile
sempre nel caldeggiare quanto può tor-
nare a vantaggio della religione, pronta
rispose la pietà del popolo faentiuo, inva-
ghitosi anch' esso del nobile scopo e del
bene immenso di si cristiana istituzione,
laonde in breve lempo vi furono ascritti
più migliaia di fanciulli de'due sessi. La
chiesa de'gesuiti messa a nobile e ricco ap-
paralo, giemila di cittadini d'ogni ordi-
ne, vide entrare processionalmeute a di-
stinti drappelli, vestiti a festa e col capo
inghirlandalo, e cantando inni al Bambi-
no Gesù, numerosa schiera di fanciullet-
ti, che assisterono poi alla messa dell'en-
comiato pastore: durante la quale si can-
tarono strofe appropriate, tenere e com-
moventi, mescolandosi a quelle di valen-
ti artisti le limpide e armoniose vocioli-
ne di que'putli giubilante Indi venne re-
citata bella orazione per l'incremento del-
ia s. Infanzia, terminando la funzione col
Te Deum e la benedizione del ss. Sagra-
mento. Nella Statistica religiosa della
diocesi di Parigi, del vicario della me-
desima ab. Darboy, si legge che fra le o-
pere di carità a Parigi vi è la s. Infanzia,
la quale nel 1 855 mediante sottoscrizio-
ni di 5 centesimi potè riunire 600,000
franchi; e la società del Presepio che rac-
coglie da 2,5oo fanciulli. Di siffatta pia
società feci meuzione nel voi. LX1II, p.
68, parlando de'riccveri de'bambini. Lo
zelo de'popoli Dell'associarsi alla benefi-
ca opera pia della s. Infanzia, indusse i
Papi Gregorio XVI e Pio IX a conce-
dere alla medesima e agli ascritti copio-
se grazie spirituali e indulgenze, per viep-
più incoiaggiarli a sostenerla colle li-
mosine.
TR.OYER. Ferdinando Giulio, Car-
dinale. De'conti di tal nome, di nazione
alemanno, ottenuto di 1 3 anni il canoni-
cato d'Ohnùlz, e poi 1' arcidiaconato di
Troppau, attese a coltivare lo spirilo e le
lettere iti Roma nel collegio germanico.
i36 TUO
destituitosi alla sua chiesa, trasse ben-
tosto a se l'attenzione de suoi collegllai
quali lo destinarono alla città di Hi un ,
allineile presiedesse agli affari flavissimi
die vi si doveano concludere. Intanto vu-
cata la chiesa d'Olmùtz, dal capitolo fu
a pieni voti eletto in vescovo della me-
desima, e Benedetto XI V lo confermò nel
J746. Quindi ad istanza dell'imperato-
re Francesco i, il medesimo Papa a' io
aprile 1747 locreò cardinale prete, e pro-
tettore di Germania presso la s. Scdtij
sebbene non pare die si recasse in Roma,
per cui non ebbe il titolo cardinalizio.
Dopo aver per 12 anni santamente go-
vernalo la sua diocesi, lasciò questa mi-
sera vita in Bruii nel 1 758, di 60 anni, e
trasferito in Olmiitz fu sepolto nella cat-
tedrale, senza alcuna memoria.
TROYES (Trcccn). Città con residen-
za vescovile di Champagne in Francia, ca-
poluogo del dipartimento dell' Aube, di
circondario e di 3 cantoni, a più di 1 9 le-
ghe da Auxerre, circa 1 9 da Chàlons sur
Alarne, e 3g da Parigi, sulla Senna. Gia-
ce in mezzo a vasta e fertile pianura, sul-
la sponda sinistra della Senna, che in par-
te la circonda e distribuisce nell'interno
le sue acque per mezzo di numerosi ca-
nali di derivazione che mettono in atti-
vità gran numero di usine e di manifat-
ture. E' sede del tribunale dii.a istanza,
di camera e borsa di commercio, di con-
servazione d'ipoteche, di direzione de'de-
mani e delle contribuzioni dirette e indi-
rette, capoluogo della »." conservazione
boschiva e residenza d'un ispettore gene-
rale della navigazione. Si divide in 8 se«
zioni o quartieri, ed ha i 5 sobborghi di
s. Savina, Croncels, s. Giacomo, s. Marti-
no, e di Preize. Ha 6 porle denominate
Concia, Maddalena, Croncels, Belfroy, s.
Giacomo, e Preize. E' cinta di mura in
assai buono stato, irregolarmente distri-
buita in islrade strette e tortuose, ad ec-
cezione di talune che sono assai larghe,
diritte e pulite. Fabbricala parte in le-
gno, l'aspetto tuttavia uou riesce iugra-
T R O
to, e la circolazione vi è multo operosa.
Sono da notarsi il palazzo della prefettu-
ra, il palazzo civico la cui facciata opera
di Mausard è ammirabile e adorna di co-
lonne di marmo nero, la sala degli spet-
tacoli, le beccherie, i macelli, il mercato
de' vi ai, il bel cancello del giardino del-
l'Uòtel-Dieu, il bel passeggio del Maglio
che circonda la città e la porta s. Giaco-
mo fiancheggiala da due torri e sormon-
tala da una guglia leggera. La cattedra-
le è sotto l'invocazione de'ss. Pietro e Pao-
lo, elegante di bello stile gotico, decorala
da una facciala che sormonta una torre
graziosa alta 1 92 piedi, e nell'interno del-
la quale distinguesi particolarmente la
galleria della navata. Ila il baltislerio col-
la cura d'anime amministrata dal cà"uo-
nico arciprete. Il capitolo non ha digni-
tà, uè le prebende teologale e penitenzia-
ria, ma soltanto 9 canonici, oltre gli ono-
rari, i pucri de ckoro, a'quali nelle feste
si aggiungono gli alunni del gran semi-
nario pel servizio divino. Aulicamente il
capitolo era composto d'ò" dignità, di 37
canonici e di alcuni altri beneficiati. L'e-
piscopio è annesso alla cattedrale, ed è e-
difizio ampio e decente. Vi sono diverse
altre chiese, 7 delle quali parrocchiali mu-
nite del s. fonte. La chiesa di s. Remigio
possiede un gran Cristo di bronzo, consi-
derato come una delle più belle opere di
Girai don. Rimarchevoli sono pure lechie-
<■ se di s. Nicolò e di s. Martino, per le lo-
ro facciate. La chiesa di s. Urbano fon-
data da Papa Urbano IV, celebre per la
leggerezza e la delicatezza della sua ar-
chitettura gotica: fu già collegiata istitui-
ta dal medesimo Papa , che la dichiarò
dipendente immediatamente dalla s. Se-
de. La chiesa di s. Giovanni possiede un
bel quadro di Mignard; quella della Mad-
dalena, mirabile nell'ardita tribuna, con
finestre tutte adorne di belle vetriate di-
pinte. La collegiata di s. Stefano, fondata
ne\i i5y da Enrico I conte di Champa-
gue,possedeva un ricchissimo tesoro, mol-
ti mss. ed avea un capitolo numerosissi-
T R O
ino sotto la giurisdizione dell'arcivesco-
vo di Seus. Eranvi prima 17 parrocchie,
compresi i ricordali capitoli e l'abbazia
di s. Lupo; 3 abbazie, dued'uominie una
di donne; molte altre case religiose d'am-
bo i sessi, e una commenda dell'ordine
di Malta; ed i padri dell'oratorio aveano
un collegio, e i francescani la biblioteca
pubblica. Ma al presente sonovi solamen-
te alcune comunità religiose di donne, di-
verse confraternite, gli ospedali, due se-
minari, uno de'qoali granile in città e il
minore nel suburbio. Inoltre possiede'fro-
yes il teatro, una casa di giustizia, ed una
d'arresto e di correzione, una bella biblio-
teca pubblica fornita di più che 5o,ooo
volumi e 4O0° mss., una società di a-
gricoltura, scienze, arti e belle lettere, il
collegio comunale, la scuola gratuita di
disegno e architettura, la scuola speciale
di commercio, là società di carità mater-
na, gli ospizi della Provvidenza pegli or-
fani indigenti/: di s. Nicolò pe' vecchi d'am-
bo i sessi incurabili e pe' maschi orfani in-
digenti, bagni pubblici, un deposito regio
di stalloni. E' questa una delle città più.
industriose della Francia, e la più rino-
mala pe'berrettami di cotone, quelli di
lana essendo meno importanti. La fab-
bricazione delle cotoncrie sul gusto di
Houen quivi è considerabile, e vi si fab-
bricano pure panni, coperte di lana, fla-
nelle, seterie, corde da strumenti, carte
dipinte, ec. Vi sono numerosi filatoi di
cotone e di lana, purghe per tele e cera,
cartiere , concie di pelli di camoscio , di
corami ordinari, ed è rinomata la carne
insaccala di Tròyes. Tulli i diversi pro-
dotti delle quali manifatture arricchisco-
no il commercio, che inoltre abbraccia il
grano, il vino, l'acque vita, canepa, legu-
mi secchi, iana, legname da costruzione,
ferri, piombo laminato, ec. Il rinomalo
canale di Troyes, che dalla città giunge
lungo la Senna sino a Marcilly, accresce
di mollo il suo traffico fiorente. Vi si ten-
gono 5 annue fiere; quella del 2.0 lune-
dì di quaresima e l'altra deh. "settembre
TRO i37
durano 8 giorni. Patria di parecchi per*
sonaggi celebri nelle scienze e nelle arti»
meritano special menzione Papa Urba-
no IF (F.) nel 1261 senza essere stato
cardinale; Giovenale degli Orsini, stori-
co del secolo XV; il cancelliere Bouche-
rat; Pietro Delarivey, autore drammati-
co; Giovanni Grosley, dotto antiquario e
letterato; Giovanni Passerai, poeta lati-
no, uno degli autori della satira Menip-
pea; il poeta Lenoble, uno de'più fecon-
di scrittori del suo tempo; i giureconsul-
ti Pietro e Francesco Pilhou; Matteo Mo-
le, presidente del parlamento duratile la
Fronda; G. Leveaux, celebre drammati-
co; lo scultore Girardon; il pittore Mi-
gnard, l' incisore Thomassin maestro di
Callot. Fra'sanli ricorderò s. Saviniano
{P.) martire, le cui reliquie si venerano
nella cattedrale, ch'ebbe n sorella s. Sa-
bina o Savina, secondo alcuni, il cui cor-
po fu deposto nella badia di JMoutier-la-
Celle vicino a Troyes; e s. Maura (F.)
vergine, di santissima vita, il cui corpo
venne prima collocato nella chiesa del vii-
laggio che ne porta il nome, mezza lega
da Troyes; indi la maggior parte fu tra-
sferito nella badia di s. Martino di Tro-
yes. Patrona di Troyes è s. Mastidia ver-
gine, il cui corpo trovato intero colla pel-
le e la carne diseccata, nel 1007 fu tra-
slato nella cattedrale dal vescovo Mi Ione.
Il canonico della medesima Nicola Camu-
zat scrisse V Ilistoriae invenlionìs s. Ma-
stìdiae virginis cujus integrimi corpus
in metropoli Ecclesia Tricassinacusto-
ditur. Della diocesi di Troyes fu s. Fi-
nebaldo (F.) abbate di s. Lupo di Tro-
yes. Ne'dintorni notami belle case di vil-
leggiatura con giardini ben colti vati, pra-
ti, vigne, ec. A qualche distanza si rin-
viene una cava di marmo. Troyes, Tre-
cae , Tricassis , Tricassìum , Augusta
Tricassinoruni) Augustobona^è grande
e antica città, già capitale della Sciam-
pagna, che trae l'origine da' Tricassi, dei
quali fu capoluogo. Sotto i romani fece
prima parte della Gallia Celtica, sotto Au-
138 TUO
gusto fu riedificata, ed in seguito fu com-
presa nella 4-" prò vincili Lionese.Nel 356
fu munita di solide mura, e nel 44 ' P,e~
ferviti dal vescovo s. Lupo dalla strage
e distruzione di Attila re degli unni. Sprov-
veduta la città d'ogni soccorso, si avau-
70 Attila con un'annata di 400,000 u0.
mini, che dopo aver posto a sacco, a fer-
ro e fuoco la Tracia, l'Illirio e la Grecia,
pattato il Reno avea portatola desolazio-
ne nelle contrade più fertili della Fran-
cia. Già le città di Reims, Cambray, Be-
saucon, Auxerree Langres, aveano pro-
vato gli effetti del suo furore, i suoi ter-
ribili colpi stavano per piombare su Tro-
yes, ed i suoi abitanti n'erano altamen-
te costernati. Il santo vescovo implorato
pel trepidante suo popolo il divino aiu-
to, fidanzato nella protezione del cielo,
assunti gli abiti pontificali, preceduto dal-
la croce e seguito dalla processione del
clero, si recò incontro al re, e l'interrogò
chi egli fosse; rispose Aitila. Io sono il fla-
gello di Dio. Soggiunse s. Lupo; Noi ri-
spettiamo tutto quello che ci viene da
Pio; ina se voi siete il flagello con cui egli
ci punisce, vi ricorda di non fare se non
gè (j nanto vi è concesso dalla mano on-
nipotente che vi muove e vi regge. Atti-
la colpito da tali parole promise di ri-*
sparmiai e Troyes, e l'esegui. jNelTS^S la
città si vide onorata dalla venuta di Pa-
pa Giovanni Vili, che vi celebrò un con-
cilio memorabile, e vi coronò Lodovico
li il Balbo redi Francia, I normanni la
devastarono nell'889; il conte Roberto la
riparò ed i conti di Sciampagna ne fece-
ro la capitale de' loro stati ; da Tebaldo
] V, che regnovvi dal 1 1 02 al 1 1 52, con-
ta la data sua l'origine dell'industria e
del commercio che l'ormano lo splendore
di questa città e la resero per qualche tem-
po uno de' più grandi emporii commer-
ciali tra la Francia, la Germania e la Sviz-
zera. Sotto Tebaldo IV Troyes rivide nel-
le sue mura un Papa nel 1 107, Pasqua-
le II, ritiratosi in Francia onde evitare le
persecuzioni d'Enrico V imperatore, Nel
T RO
1 1 8 1 fu quasi interamente distrutta da
un incendio. Il duca di Borgogna se ne im-
possessò nel 1 4 1 5, e 5 anni dopo Isabel-
la di Baviera vi trasferì il parlamento di
Parigi, e marilowi Caterina di Francia
ad Enrico V re d' litoti Itemi, dandole
per dote il regno di Francia^ in pregiu-
dizio del delfino, poi Carlo VII. Questo
fàmosoe vergognoso trattato che sogget-
tò la Francia al re d' Inghilterra, fu se-
gnato in Troyes dal re Carlo VI marito
d'Isabella, padre della sposa e del delfi-
no evexìts presunti vo della corona, in on-
ta eziandioalla vigente legge salica. Mor-
to Carlo VI, sebbene fu proclamato suc-
cessore Enrico VI, figlio del defunto En-
rico V, Carlo VII si fece coronare a Poi-
tiers, ritolse Troyes agl'inglesi nel luglio
1429, in conseguenza d'un vigoroso as-
salto dato dalla celebre eroina Giovan-
na d'Arco, poi vittima dell'odio inglese
a Rouen (Z7.). Un incendio attribuito a
certi tedeschi al servigio di Carlo V im-
peratore, vi distrusse nel 1 524 più di due
terzi delle case della città e due chiese;
plus de vingt-deux rues et de troìs mille
maison* furcnt, dit' on, consumées par
les flammes. La città fu visitata da vari
suoi re, e fra gli altri nel \ 486 da Carlo
Vili, neli5i2 da Luigi XII, e neh 564
da Carlo IX che vi firmò il trattalo di pa-
ce con Elisa bel ta regi uà d'I nghi I terra, do -
pò ripigliato l'Havre. La pretesa religio-
ne riformata infelicemente s'introdusse
in Troyes nel 1 55o. Nondimeno Troyes
fu lai. "città che sottoscrisse a' 25 luglio
1 568 l'unione alla Santa Lega; e dipoi
aprì le porte ad Enrico IV a'3o maggio
1595. Luigi XIII suo figlio visitò la cit-
tà nel 1629; e Luigi XVI nel 1787 vi e-
sihò il parlamento di Parigi. Nel 1 8o5 fu
onorata dalla presenza di Pio VII redu-
ce da Parigi, e vi arrivò a 23 ore de' 6
aprile incontrato da una superba truppa
di cavalleria volontaria, dal vescovo e dal
clero. Fu alloggiato il Papa e quasi tutto
il suo seguito nell'episcopio, ed inesprimi-
bile si dimostrò la divozione del popolo.
T 11 O
Nella maltina della seguente domenica si
recò a celebrare la messa nella cattedra-
le, e fu tanta la folla cl»e furono spesi
molti franchi per a vervi l'ingresso. Nel do-
po pranzo Pio VII fu obbligato 3 volte a
dar la sua benedizione al popolo, che fre-
quentemente riempiva la gran piazza del-
l'episcopio, e che ad alta voce con fervo-
re la chiedeva. Nel seguente lunedì il Pa-
pa si pose in viaggio per Semur, ove ac-
colto con grandi dimostrazioni, la matti-
na del q si diresse a Chàlons, Nell'islesso
si recò a Troyes Napoleone I e vi emanò
il decreto per l'incanalamento dell'Alta-
Senna sino a Chàtillon, disegno della piti
alta importanza per Troyes e suo cana-
le, non meno che per l'accivimento deU
la capitale di Francia; sospesi i lavori nel
18 i 4>si ripresero nel i 826. Nel 1 8 1 4-Tro?
yes fu teatro di scontri sanguinosi tra i
francesi e gli alleali, in conseguenza dei
quali vi entrarono 18 febbraio, e per al-
cun tempo l'occuparono.
La sede vescovile fu eretta nel III se-
colo, e poi divenne sulfraganea della me-
tropoli di Sens. Si crede da alcuni che vi
predicasse 1' evangelo s, Saviuianoi /ve-
scovo di Sens ed apostolo della contrada,
ma l'epoca in cui fiorì, se nel I o nel 111
secolo, è contrastata. Vi sono altri che so-
spettano, essere s. Saviniano di Troyes,
gii» memorato, lostessochequellodi Sens,
il quale avrebbe potuto predicare a Tro-
yes senza uscire dalla sua provincia. Ve-
dasi Nicola Camuzat, Promptuariuni sa-
crar uni antiqui tatum Tricassiuae dioc^
ccsÌ8% Trecis 1610. La serie cronologica
de' vescovi di Troyes non è eguale nel-
l'antica edizione della Gallia Christia-
na, e nell' Effemeridi di Troyes per l'an-
no 1 76 r , le quali notano come 1 .°vescovo
s. Subiniauo o Sabiniano nel 274, orn-
ili esso ddWaGalliaChrisliaita gitila qua-
le trovasi pen.°vescovo s. Aniatore,eeo-
sì fa il Chetiti, Archiep. etEpisc. Galliae.
Nel HI secolo s. Saviniano di Troyes pa-
li il martirio e forse nel 275. Si legge nel
Breviario T recensi calciala mali anno
x n o 1 39
cìrciter 34o, priinus recensetur Episco-
pus Trìcassinorum s, Amator. Ma s. A-
matore {V,) veramente fu vescovo d' A u-
Xerre dal 388 al 4 18, epoca della beata
sua molte, e prima erasi coniugato con
Marta, colla quale fece volo di continen-
za. Pertanto si crede, che essendosi sta*
bilito il culto di s. Amatore anche a Tro-
yes, alcuni ne trassero argomento per an-
noverarlo fra' vescovi di questa città. Il
Chenu registra pure per i.°vescovo s. A-
matore, però nel 346. Indi Ollaziano che
intervenne al concilio di Colonia nel 346
secondo la Gallia Christiana, o nel 35o
al dire di Chenu, Gli altri vescovi sono.
Nel 35os. Giuliano, secondo le citale Ef-
femeridi, Leone, Eraclio, s. Melaniodel
3go , le cui reliquie furono deposte nel
monastero di Celle, essendo onoralo ai
22 aprile, Aurelianodel 4oo,s.Orso mot'»
to nel 4^6 e onorato a'26 luglio. I de-
putati della chiesa di Troyes in nome di
questa offrirono il vescovato a s. Lupo(P\)
di Tool, che inutilmente ricusando fu
consagrato da' vescovi della provincia di
Sens, Quindi pel suo zelo religioso fu in*
viatoin lnghilterra,con s. Germanod'Au-
xerre, per combattere l'eresia de Pela-
giani, con eccellente esito. Tornato alla
sua diocesi, vi si adoperò con nuovo fer-
vore alla riforma de' costumi del suo
gregge , mostrando non minor saggezza
che pietà. Per questo s. Sidonio Apolli-
nare gii die i più esimi elogi, chiaman-
dolo; Padrede'padri, vescovo de'vescovi,
capo de'prelati delle Gallie, regola depo-
sitimi , colonna della verità, l'amico di
Dio, il mediatore tra gli uomini e il cie-
lo. Avendo liberato Troyes dall'estermi-
uio di Attila, quando questi ritirate le sue
numerose truppe si avanzò nella pianu-
ra di Mery sulla Senna, 5 leghe lungi da
Troyes, fu attaccato e disftlto da'roma-
ni capitanati dal valoroso Ezio, cercò s.
Lupo e lo pregò ad accompagnarlo nel-
la ritirata sino al Reno , riguardandolo
salvaguardia per lui e la sua armala. Que-
sta azione però spiacque a' generali dei-
i4o
TR O
l'impero, e sospettarono aver egli favo-
rito la fuga de' barbari, e fu costretto a
stare due anni lontano da Troyes, ove ri-
tornato vi non nel 478 o 4?9» a'^4 o
29 luglio, venerandosi il suo corpo nella
chiesa del nome suo. Gli successe il suo
discepolo s. Gioiellano o Carni lliano di
TroyeSjChe sottoscrisse il 1 .°concilio d'Or-
leans nel 5i r,e morì a'28 luglio 52 5 o
526, essendo le sue reliquie nella catte-
drale. Nel 5?.6 s. Vincenzo, che costruì la
chiesa di s. Aventino solitario di Sciam-
pagna nel suburbio, e in essa fu sepolto.
Ambrogio nel 549 si trovò al concilio
d'Arles. Nel 5y3 Gallomaguo di Parigi,
fu al concilio di Macon nel 58 1. Gli sue-
cessero Agrecio, Lupo H,Evodio, Mode-
gisilo, Ragnegisilo aquilano, che fabbricò
la chiesa di s. Savina nell'area di sua casa,
e la fece sua erede e vi volle essere sepol-
to. Luconio, Berloaldo, Va 111 miro, Abbo
Felice, Vulfredo, Vangelberto, Aldober-
to monaco di Celle, Fredeberto, Gautse-
rio, Arduino, Censardo, s. Bobino aqui-
tauo monaco di Celle, ove fu deposto, e
si onora a'22 oprile. Amingo, Adelgario,
CKulfo, Bertulfo, s. Paolo il cui corpo si
venera nella cattedrale. Elia fu parteci-
pe della congiura de'iigli di Lodovico I
il Pio, contro di questi, e morì nell'835.
Adalberto dell'837,al cui tempo fu fab-
bricato in diocesi il monastero di Mon-
tieramey. Nell'84o o 845 s. Prudenzio
(V.) spaglinolo, già chiamato Galindo,
uno de'più dotti prelati della chiesa Gal-
licana, perciò consultato da tutte le parti
come un oracolo. Predicava sovente, at-
tendeva con assiduità a tutte le funzioni
dell'episcopato, amministrando eziandio
i sagramenti della penitenza, dell'Euca-
ristia e dell'estrema unzione. Passò dal-
la presente vita a'6 aprile 861, venerati -
do>i le sue reliquie a Troyes, con officio
di 9 lezioni. Nel 1 725 furono stampate a
Parigi le Vite di.s. Prudenzio vescovo
di 2'royeSy e di s. Maura. Fu Ieri co nel-
VS6j intervenne al concilio di Soissons,
Ottulfo fu a quello di Poul-You uell'Sy 6,
T R O
Bodo, Riluco, Otberto, Ansegiso del 92 5,
Guaio del 972, Adrico, Milo oMilonedel
983, al cui tempo si trovò il corpo di s.
Mastidia, il che altri ritardano al 1007.
Nel 093 Manasse di santa vita, Bainaldo,
FromondoI jM.iinardo nel i o|8 fu al con-
cilio di Sens. Neil 049 Papas. Leone IX.
consagrò in Langres il vescovo Fromoii-
l\o II, cui successero Ugo I, e Ugo li del
1059. Filippo de Ponts del 1082 si tro-
vò al concilio di Sens. Halo cluniacense
eletto verso il 1 122, venne deposto nel
1 [49daEugeniolll nel concilio diPieims;
e per le preci di Matilde contessa diSciam-
pagna gli fu sostituito Enrico de Caria-
tine abbate cistcrciense, ed a suo riguar-
do il parente Enrico conte Palatino di
Sciampagna decorò di privilegi la chie-
sa di Troyes. Matteo del 1 1 74 interven-
ne al concilio di Laterano III nel 1 179,
celebre per dottrina e virtù.. Nel 1 1 8 1 Ma-
nasse de Pougy arcidiacono e decano di
Troyes, nato da'signori di Pougeyo nella
diocesi. Neil 190 Bartolomeo de Plancy,
già decano della cattedrale e cancelliere
del conte di Sciampagna. Neil ig3 Gar-
niero de Trainel barone di Sciampagna,
prese la croce per Terra Santa, e contri-
buì all'elezione di Baldovino I imperato-
re di Costantinopoli, ove morì nel 1 2o5.
Nel seguente Innocenzo III confermò il
successore Erveo , preclaro per fama e
scienza, ebbe delle vertenze per le rega-
lie con Filippo II Augusto, e fu tumula-
to con epitaffio nella cappella dellaB. Ver-
gine nella cattedrale. Nel (223 pe'suoi me-
riti il decano Roberto; e nel 1233 i ca-
nonici gli dierono in successore l'arcidia-
cono Nicola, al cui tempo nel 1248 inTro-
yes furono introdotti i francescani, Urba-
no IV nel 1 265 nella casa paterna eresse
la collegiata, ed in morte fu tumulato nel-
la cattedrale con iscrizione. Nel 1269 ^'°*
vanni de Nantevil; nel i3o4 Guicardo
priore di Celle, che poi fu dichiarato in-
nocente dall'incolpazione dell'avvelena-
mento di Giovanna regina di Francia e
Navarro. Nel 1 3 14 Giovanui de Aiiseio
TRO
già cantore della cattedrale, nel 1 3 1 6 cir-
ca Guglielmo Mechin traslato ila Pam-
plona, nel i 324 Giovanni d'Aubigny ab-
batedis. Martinod'Amiens,nel i 34^ Gio-
vanni d'Auxeio, neh 354 Enrico di Poi-
tiers trasferito da Gap, nel 1 37 1 Giovan-
ni Braque che riunì in un corpo i decre-
ti sinodali, ne! 1 3y6 fr. Pietro de Villiers
domenicano, insigne predicatore, trasla-
to da Nevers, che a' suoi correligiosi di
Troyesformòlabiblioteca.Neli377 l'en-
comiato Pietro de Arceis nella diocesi, ca-
nonico tesoriere della cattedrale.Neli395
Stefano de Giury della diocesi di Reims,
lodato pastore. Nel 1 426 il canonico e cit-
tadino di Troy es Giovanni l'Esguisé, pru-
dente vescovo, che fece omaggio a Carlo
VII quando liberò Troyes dal giogo in-
glese, e da lui fu inviato legato al conci-
lio di Basilea. Neh45o il capitolo elesse
Lodovico Raguier canonico della catte-
drale, e già tesoriere della regina Isabel-
la di Baviera, approvato da Nicolò V, be-
nefico colla cattedrale cui aumentò di ss.
Reliquie, di utensili sagri e di edifizi. Per
sua cessione nel 1 48 3 gli successe il nipo-
te Giacomo Raguier abbate Arremaren-
se, canonico di Parigi. Neh5i8 il capi-
tolo elesse con privali suffragi e il re no-
minò in virtù del concordato, fr. Gugliel-
mo Parvi donienicanodiNormandia, con-
fessore di Lodovico XII e di Francesco I;
generoso colla cattedrale, intervenne al
sinodo provinciale di Sens, nel quale pe-
rorò con molta erudizione, e die alla lu-
ce diverse opere. Nel 1527 passò alla se-
de di Senlis, e da questa fu trasferito al-
la patria Odo ardo Ennequin nobile di
Troyes, abbate di s. Lupo, che riedificò
l'episcopio. Nel 1 544 amministratore \Ì
cardinal Lodovico Guisa di Lorena(V.).
Neh55i Antonio Caracciolo de'principi
di Melfi, viceré dei Piemonte, nobilissi-
mo napoletano, facondo predicatore del-
la divina parola, e di eccellenti doti d'a-
nimo, lodato vescovo finché non die in-
felicemente il suo nome all'eretica pra-
vità, mentre con gravissimo scandalo del-
TUO 141
la chiesa Gallicana neh 56 1 divenne an-
tesignano de'novatori, per cui fu rilega-
to inCastelnuovo diocesi d'Orleans, ove
terminò i suoi giorni nel 1 56q. Pertanto
nel 1 56 1 gii era stato surrogalo Claudio
de Bauflremont, nobilissimo di Vienna
nel Delfinato. Neh 604 Renato de Bre-
slay confessore d'Enrico IV, che nel 1 62 1
mediante pensione cede spontaneamente
la sede a Giacomo Vignier morto in Ro-
ma nel 1 622, onde nella cattedrale gli fu
posto un onorifico cenotafio per memo-
ria. Gli successe il nipote Nicola de Mi-
grigny, che egualmente poco visse, e mo-
rendo nel 1 624 per regresso riassunse il
vescovato Renalo de Breslay. Sotto di lui
furono introdotti in Troyes e nel subur-
bio i cappuccini , i carmelitani, la con-
gregazione dell'oratorio, le religiose or-
soline, le carmelitane, le monache della
Visitazione, i missionari. Morto Renato
nel i64« e sepolto nella cappella del Sal-
vatore nella cattedrale, divenne vescovo
di Troyes Francesco Mallier di lui coa-
diutore con fulura successione, già nel
1 636 consagrato in Parigi dall'arcivesco-
vo di SenSjVescovod'Augustopoli in par-
tihus. Con questi la Gallia Christiana
termina la serie de'vescovi, alcuni ne ag-
giunge la nuova edizione, e le Notizie di
Roma i seguenti. Nel 1 742 Mattia Pon-
cet de la Rivière di Parigi. Nel 1 758 Gio.
Ballista M." Champion de Cicédi Ren-
nes. Nel 1761 Claudio Mattia Giuseppe
de Barrai di Grenoble: nel 1 788 Pio VI
gli die in coadiutore con futura succes-
sione Lodovico Mattia de Barrai di Gre-
noble suonipote, dichiarandolo vescovo
in par tihus d'Isaura, e gli successe a'2 3
gennaio 1791. Pel concordato deh 801
fra Pio VII e la repubblica francese, la
chiesa di Troyes fu dichiarata suffraga-
nea della metropolitana di Parigi, essen-
do stata soppressa quella di Sens. Il ve-
scovo Barrai avendo dovuto rinunziare,
fu traslato a Meaux e poscia divenne ar-
civescovo di Tours. L'arcivescovo d'Auch
Lodovico Apollinare de la Tour Dopiti
l4a TUO
Montani*!) di Parigi, egualmente cessio-
nario di sua chiesa, Pio VII a'20 dicem-
bre 1802 lo dichiarò vescovo di Troyes,
concedendogli il pallio. Morto nel i8o5,
Pio VII gli sosliluì 1' 1 1 luglio 1808 Ste-
fano Antonio de 13onlogne d' Avignone,
il quale nel 181 I pronunziò il discorso
d'apertura al concilio di Parigi,* per l'ec-
clesiastica sua franchezza fu rilegato a
Vincennes; restituito al suo gregge nel
1814, fu dichiarato arcivescovo di Vien-
na il 1 ."ottobre 1817, nel qual giorno Pio
VII preconizzò vescovo di Troyes Clau-
dio Maddalena de la Myre-Mory di Pa-
rigi. L'arcivescovo di Vienna Stefano An-
tonio venne nominato pari di Francia nel
1 82 1 ,e siccome il Papa nnovamentesop-
presse l'arcivescovato di riama (^r.), e
vacando la sede di Troyes, nel i8s3 ne
reintegrò Stefano Antonio, che moiì nel
marzo iSi.5 a Parigi, in tempo del suo
vescovato e in quello di Claudio Madda*
lena, Pio VII nel 1 8 1 7 ristabilì l'arci ve-
scovotodi Sens, quindi col breve Trecen-
seni Kccle.sìam , de' 4 settembre 182 1,
Bull. Rom. coni. 1. 1 5, p. 436: Exemptio
Ecclesiae Trecensis a metropoli lieo iu-
re archiepiscopo Parisiensis. Di più Pio
VII col breve ArchiepiseopalisSenoneii'
sissedesipiìveàe'^ settembre 182 ì,Bull.
cit., p. 44°: Praeceptum de subjicìendo
metropolitico juri archiepiscopi Serto-
nensis, prò Episcopo Trecensi in regno
Galliarum. Finalmente Pio VII col bre-
ve Per nova ni Gallicarum, de \i apri-
le 1823, Bull. cit. p. 6o4,e diretto al det-
to vescovo Stefano Antonio: Confirma'
tiojurisdiclionis in Ecclesia Trecensi fa-
vore Episcopi ad eam regendam elccti.
Leone XII a'iq dicembre «825 gli sur-
rogò Giacomo Lodovico David de Segnili
Deshons, di Castres diocesi d'Alby, con-
sacrato a Parrei nella chiesa della Sorbo-
na.Per sua morte, Gregorio XVI nel con-
cistoro de' 2 2 gennaio ) 844; dichiarò ve-
scovo mg.r Gio. M." Mattia Debelay, di
Viriart diocesi di Belley, professore d'u-
mane lettere nel seminario, supcriore del
T II O
collegio Nantuense e parroco, fornito del-
le qual illl proprie d'un pa>lore. Quindi
trattato alla sede arcivescovile d'Avigno-
ne, che paternamente e con zelo governa,
dal regnante Pio IX nel concistoro temi-
to in Gaeta l'i 1 dicembre 1848; e nel qua-
le lo stesso Papa preconizzò l'odierno ve-
scovo di Troyes mg.r Pietro Lodovico
Coeur, di Tarare a rei diocesi di Lione, ze-
lante predicatore in più. città di Francia,
con plauso de' vescovi e de'fedeli, vicario
generale dell'arcivescovo di Parigi, cano-
nico litolare della metropolitana e pro-
fessore di sagra eloquenza, lodandolo e-
ziandio nella proposizione concistoriale
per dottrina, prudenza, ottima morale e
altre egregie qualità. Il zelantissimo e pio
vescovo Giovanni Maria Mattia Debelay,
dopo aver sottoposto agli occhi dell'ama-
tissimo gregge i vantaggi che ritrae la ve-
ra Chiesa di Ci -isto dalla sua unità di capo,
di i'mht, di morale e di colto in confron-
to de' vani sforzi delle società eterodos-
se, granfiamolo di bel desio di tornare al-
l'uniformità di preghiera, col riabbi accia-
re la Liturgia romana per essere più stret-
tamente uniti alla indefettibile cattedra
di s. Pietro:»» E considerando esso: i.° Che
la liturgia della chiesa di Troyes non può
giudicarsi punto canonica, ma solo tolle-
rata dalla s. Sede. 2.° Che il desiderio for-
male del regnante Pontefice Pio IX, e-
spresso con termini affeltuosissimi nella
sua lettera Sanimi animi nostri laetitia
(presso gli Annali delle scienze religio-
sc, 2.a serie, t. 5, p. 4^9> donde ricavo
pure le disposizioni che vado riferendo
sul ristabilimento fatto da mg." Debelay
della liturgia romana nella diocesi di Tro-
yes, ad esempio di altri vescovi francesi,
che celebrai in più luoghi, come nel voi.
LXXVII,p.59),de'7 gennaio l847,e che
le chiese tutte riedano all'unità cattolica
anche per conformità liturgica. 3.° Che
dalla triplice liturgia romana, troiense e
seuonese, le quali sono oggi in uso in di-
verse parti di sua diocesi, non ne lisulta-
110 che conliuui inconvenienti. 4«° Che do-
T B O
«erniosi oggi ristampare, pcrcliè manca-
no, i libri liturgici, il messale, il rituale, si
viene a profittare della spesa eziandio a-
dottando i libri ad uso della chiesa roma-
na. 5.° Che tale è il volo del capitolo del-
la cattedrale, di tutti i più edificanti sa-
cerdoti della diocesi, e di un gran nume-
ro di pietosi fedeli. 6° Che quantunque
assolutamente parlando potrebbe serbar-
si intatta l'unità della ì'ti\e senza una e-
guaglianza di liturgia, pure è alla mede-
sima di notabile utilità, giusta il senti-
mento de'santi dottori, ed in ispeciedi s.
Celestino, il quale dice: Legcm crederteli
Ica: s'tatuat supplìcaiidì: ohe la preghie-
ra pubblica è un insegnamento e una dot-
trina pe* fedeli, regolandone l'esercizio e
la pratica della pietà: che iu quest'inse-
gnamento e in questa dottrina non può
trovarsi una compiuta sicurezza, se non
quando contiene essa la preghiera pub-
blica della Chiesa universale, o viene for-
malmente approvata dal Capo supremo
della medesima: che le sette eretiche han-
no ben compreso questa verità, non tro-
vando mezzo più acconcio a diffondere i
loro perniciosi errori, quanto il cambia-
mento della liturgia e delle ceremoniedel
sagro culto: che la setta in ispecial mo-
do, la quale cagionò tanto guasto al ca-
dere del secolo XV 11 e al sorgere del se-
guente, non ha procurato peraltro fine
di mutare la liturgia in diverse chiese di
Fiancia, se non per aprirsi un'occulta
porta, per ove furtivamente entrare nel-
la Chiesa contro il volere della Chiesa me-
desima. y.°Che la liturgia romana è quel-
la in genere di tutte le chiese cattoliche
dell'uni verso, contandosi almenoyoo del-
l'8oo diocesijche facciano uso di essa. 8.°
Che la chiesa diTroyes non sacrifichereb-
be sua gloria, mentre per mezzo del Pro-
prio già approvato da l\oma , celebrerà
! colla medesima solennità la festa di s. Lu-
po, s. Sabiniano, s. Mattia, ec. g.°Chenel
: movimento e nella tendenza, che mostra-
no le varie chiese di Francia di ritorna-
re alla romana liturgia, sarà ben glorio*
TRO i&3
so per la diocesi di Troyes di essere sta-
ta una delle prime, dando con ciò il più
belsaggiodi sua sommissione al Capo su-
premo della Chiesa, a Colui che ha rice-
vuto la missione di pascere gli agnelli e
le pecore, a Colui che Gesù Cristo pose
qual saldissima pietra contro cui le porto
d'averno non prevarranno giammai. Pei
quali motivi, a corrispondere favorevol-
mente alla richiesta del capitolo della no-
stra cattedrale , e dietro una conferenza
tenuta co'suoi venerabili membri, invo-
cato il Divino Spirito, abbiamo decreta-
to e decretiamo quanto segue. Art. i.°La
Liturgia romana è ristabilita in tutta la
diocesi di Troyes. Art. 2." Ad incomin-
ciare da'28 novembre 1847 domenica 1.
dell'Avvento, il solo Breviario romano
col Proprio di nostra diocesi, che ha già
ricevuto l'approvazione dalla s. Sede a-
postolica,sarà valevole per la recita del-
l'officio divino. A que'sacerdoti che giun-
ti all'età di 60 anni fossero in possesso di
altro breviario, sarà lecito di conservar-
lo. Art. 3.° A principiare dall' epoca stes-
sa per determinare la disciplina nell'am-
ministrazione de'sagramenli, la direzio-
ne dell'anime e il governo delle parroc-
chie, sarà solo in uso nella nostra dioce-
si il Rituale romano con quelle note ed
appendici, onde l'abbiamo fatto impri-
mere. Art. 4-° IVpubblici divini ufli/i si
seguirà interamente la Liturgia romana,
i.°nella nostra chiesa cattedrale da'primi
vesperi della prossima festività de'ss. a-
postoli Pietro ePaolo protettori della dio-
cesi; 2.0 in tutte le chiese e cappelle della
nostra città episcopale ede'sobborghi dal-
la 1 .adomeuica dell'Avvento 1 847*3. "nel-
l'altre parrocchie di nostra diocesi dalla
domenica 1 /dell'Avvento 1 848 al più tar-
di. Passalo siffatto termine, viene e ver-
rà interdetto l'uso d'ogni altro libro li-
turgico , fuori di quelli adoperati dalla
Chiesa romana. I libri necessari al rista-
bilimento della liturgia romana, oltre il
Breviario ed il Rituale, di cui abbiamo
parlato, sono il Messale col suo Proprio,
144 tuo
il Graduale y il Vesperale i ed il Cere-
moni ale t quando sarà da noi dato in lu-
ce. Mentre si attende la pubblicazione del
Ceremoniale, il clero della diocesi procu-
rerà mettersi in rapporto per leeeremo-
nie con quanto troverà presentito nel
Messale, nel Rituale e nell'Orbo Roma-
nus. Il presente editto sarà da noi pub-
blicato nella nostra cattedrale la dome-
nica 20 di questo mese, e la domenica 4
luglio da' signori curati e da chi fa loro
veci nelle rispettive parrocchie. Dato a
Troyes, dal nostro episcopale palazzo, col
nostro sigillo e soscrizione , non ohe del
canonico segretario del Vescovato, a' 1 4
giugno 1847. +[+ G. 31. vescovo di Tro-
yes'*, Ogni nuovo vescovo è tassato nei
libri della camera apostolica in fiorini
370. Dioecescos ambitus per lencas vi-
giliti circi ter in longum,pcr loti de ni in
largitili se se ex tenditi totamrpie Albu-
lae provinciams et piar e s civitates coni-
plectitur.
Concilii di Troyes.
Il r y fu tenuto nell'8 1 4. Il 2.0 ai5 ot-
tobre 86jt relativamente a Volfrado ed
Ebbone, celebrato col vescovo Fulcrico,
d'ordine di Papa s. Nicolò 1. I vescovi del
regno di Luigi il Germanico vi furono
invitati, ma solo ve se ne recarono 20 dei
regni di Carlo I il Calvo e di Lotario, che
vi assisterono. Scrissero una lettera sino-
dale a s. Nicolò I Papa, nella quale do-
po aver parlato lungamente di Ebbone,
pregarono il Papa di non metter mano
in ciò che i suoi predecessori aveano re-
golato, e di non comportare, che in av-
venire nessun vescovo fosse deposto, sen-
za la partecipazione della s. Sede. Que-
sta era una conseguenza de'principii del-
le decretali de'Papi. Ecco perchè si vede
la notaseguentedirimpettoal luogo stes-
so di questa lettera in un ms. della cat-
tedralediLaon scritto in que'tempu/Ziaec
auidem Episcopi, conscientia morden-
te, inferi fecerunt, quod sinceri propter
scandalum penitus non rejecerunt. An-
nal. Baronio au. 867* n.°5. Ebbone ar-
TRO
civescovo di Reitns ( T\) era stato depo-
sto, in uno a Volfrado 0 VuUVedo e al-
tri chierici da lui ordinali nel concilio di
Soissons. ed eletto Im-i/iaro (t7.); Vul-
fredo poi fu ordinato arcivescovo di Uour-
ges, e riconosciuto da Papa Adriano li,
che ricevè la lettera sinodale diretta al
predecessore s. Nicolò I defunto. Il 3.°e.on-
cilioalla presenza di Papa Giovanni VIII
e di Lodovico II il Balbo , fu celebrato
nell'agosto 878 con 3o vescovi, fra'q ita-
li Oltulfo di Troyes. Il re di Francia si
trovava in questa città infermo, ed il Pa-
pa era andato a trovarlo, dopo essersi
portato per mare in Provenza, per sot-
trarsi dalle violenze di Lamberto I du-
ca di Spoleto e di Adalberto I marche-
se di Toscana. In questo gran concilio vi
furono trattati molti affari d'importan-
za. Nella [."sessione il Papa esortò i ve-
scovi a entrare a parte degli affronti e dei
danni sofferti dalla chiesa romana , per
opera di Lamberto I , di Adalberto I e
loro complici, che ne aveano anco deva-
stato il territorio, ed a lui fatto oltraggi
e patire il carcere, invitando a tutti sco-
municare quali nemici della s. Seda. I ve-
scovi domandarono dilata, attendendo
l'arrivo de'loro confratelli. Nella 2.a ses-
sione il Papa fece leggere le violenze che
Lamberto I avea audacemente esercita-
te in Roma, e il concilio disse ch'era de-
gno di morte, e ebe dovea essere percos-
so di anatema. L'arcivescovo d'Arles pre-
sentò al concilio una doglianza contro i
vescovi e i sacerdoti, che passavano da
una chiesa all'altra, e contro i mariti che
abbandonavano le loro mogli, per ispo-
sanie delle altre viventi le prime. Il Pa-
pa quindi vi pubblicò un decreto, col qua-
le proibì a'fedeli di sposare un'altra mo-
glie, essendo ancor viva la prima; ed ai
vescovi e sacerdoti, di passare da una pic-
cola chiesa, ad una più considerevole. lue-
maro di Reims, a nome di tutti domati-
dò del tempo per produrre l'autorità dei
canoni. Nella 3.a sessione i vescovi diede-
ro il loro consenso alle proposizioni del
T II O
Papa. Incmaro di Laon, ch'era stato de-
posto e cavati gli occhi, presentò le sue
doglianze contro lo zio, e domandò d'es-
ser giudicato secondo i canoni. Incmaro
di Rei ms domandò un indugio per rispon-
dere a questo lamento. Si lessero i 7 ca-
noni stabiliti dal Papa, e riguardanti il
solo temporale delle chiese. Fu letta la
condanna di deposizione contro il calun-
niato Formoso vescovo di Porto (poi as-
solto come innocente dal successore Mar-
tino 11, indi divenne Papa), e Gregorio
maestro della milizia romana, che fulmi-
navali d'anatema, senza speranza d'asso-
luzione. Fu letta la querela d'Oltulfo ve-
scovo di Troyes contro quello di Langres
per conto d'un villaggio ch'ei pretendeva
appartenere alla sua diocesi: libellumob-
tulit reclamationis super Isaac de villa
Venderenensi, suamque dicebat cani ob •
tinereparocliiam. Si lessero i canoni che
vietavano a'vescovi di passar da una chie-
sa minore a una maggiore, quelli di Sar-
dica, quelli di s. Leone 1 Papa intorno ai
vescovi che cambiano sede, e i canoni di
Àfrica che proibiscono le traslazioni dei
vescovi. Nel tempo che si teneva il con-
cilio, Giovanni Vili vi coronò il re Lodo-
vico II il Balbo a'7 settembre, già coro-
nalo a liei ms da Incmaro nel preceden-
te anno. Vi si pubblicò una scomunica
controUgo figlio di Lotario ed i suoi com-
plici, e tra gli altri Bernardo, perchè con-
tinuavano le loro stragi. 11 Papa pregò
il re Lotario di venirsi a difendere senza
indugio, e a liberare la chiesa romana
da'suoi nemici e dalle correrie de'barba-
ri saraceni; ma non si vide in quest' in-
contro né la risposta del re, ne quella dei
vescovi. Incmaro vescovo di Laon fu ri-
stabilito. II 4. ° concilio in aprile 1 104 te-
nuto dal cardinal Riccardi legato a la-
tere di Pasquale II in Francia, numero-
so di vescovi compreso quello di Troyes
Filippo de Ponts, ed Ivoue di Chartres.
Uberto vescovo di Senlis accusato di si-
monia e di aver venduti gli ordini sagri,
si purgò colla prova del giuramento. Vi
VOL. LXXX.I.
TRU i4?
si approvò l'elezione, che il popolo d'A*
miens avea fatto dell' abbate Golifredo
per suo vescovo, e siccome 1' abbate re-
sisteva d'accettare, fu obbligato di ren-
dersi a'desiderii del clero e popolo d'.V-
miens. Vennero confermati i privilegi del-
la chiesa di s. Pietro di Troyes e dell'ab-
bazia di Molesmes. Il 5.° neli 107 verso
l'Ascensione, presieduto da Papa Pasqua-
le li, coll'interveuto di parecchi vescovi,
e di quello di Troyes Filippo de Ponts.
Si trattò della Crociata, che il Papa ec-
citò a seguire; e vennero scomunicali tut-
ti quelli i quali osassero violare la Tre-
gua di Dio {f/r.)> Fu ristabilita la li berla
dell'elezioni; e vi si confermò la condan-
na dell' Investiture ecclesiastiche (f^.)y
prelese dall'imperatore Enrico V, ad e-
sempio del padre Enrico IV persecutore
della Chiesa, intorno alle quali i tedeschi
non si erano accordati colla s. Sede, nel-
la conferenza di Chalons, tenuta poco a-
vanti. Molti vescovi di Germania per par-
teggiarvi e per diverse cagioui, vi furo-
no sospesi dalle loro funzioni. 11 p. Man-
si aggiunge 5 canoni a questo concilio,
ma non è ben certo che ad esso appar-
tengano, riguardanti la disciplina eccle-
siastica e la simonia. Il 6.° concilio nel
1 127.Il 7.°neli i^Sa'i 3 gennaio,se pu-
re non è il medesimo precedente, essen-
do vescovo Hato. Lo presiedette il b. car-
dinal Matteo vescovo d'Albano e legalo
nelle Gallie, assistito dagli arcivescovi di
Reims e di Sem, dar 3 vescovi, da s. Ber-
nardo e da alcuni altri abbati. Si giudi-
cò opportuno di dare una regola in iscrit-
to a' Templari, con proprio abito bian-
co, che anzi vuoisi fosse loro assegnato e
dato nel concilio. Quanto alla regola si
ordinò, che sarebbe distesa coli' autorità
del Papa e del patriarca di Gerusalem-
me. Gallia Christiana. Reg. t. 26 e 27.
Labbé t. io. Arduino t. 6.
TRUCIiSESOTToNE.C^nfwrt/tvDe'
baroni di Valtburg di Svevia , patrìzio
d'Augusta in Germania, avendo appreso
le buone lettere nelle università diTubiu-
10
i4f> TRU
ga, di Dole, di Pavia, eli Padova e di Bo-
logna,ebbeinquest'ultima a maestro nel-
la scienza delle leggi Ugo Bnncompagno
poi Gregorio XIII, e per condiscepoli A-
I essa mi io Farnese, Cristoforo Madrucci
e Stanislao Osio poscia cardinali, e la coi
amicizia fu sempre da lui coltivata. Al-
cuni narrano, che essendo giovinetto, in-
troduceva i fanciulli del paese in un do-
mestico oratorio, ove coutralfacendo la
persona del vescovo, conferiva loro lai.8
tonsura , usando presso b poco le stesse
ceremonie di cui in quella funzione si va-
le la Chiesa; e soggiungono, che le ma-
dri vedendo i propri figli tornare a casa
tosati e malconci ne'capelli, li sgridava-
no acremente. Dopo essere stato cano-
nico d'Augusta e decano della chiesa di
Trento , portatosi a Roma fu eletto ca-
meriere di Paolo III, che gli die commis-
sione di trasferirsi perinternunzio al con-
gresso di Noriml>erga,per intimare i/pre-
lati di Germania la celebrazione del con-
cilio generale , sostenendovi egli solo la
cattolica religione, in assenza de'nunzi a-
postulici. Neh 543 fu da Paolo 111 fatto
vescovo d'Augusta, preposto d'Elvauges
e d'Erbipoli, se pure d' Et bipoli non fu
vescovo e principe del s, romano impe-
ro. Di più il Papa a' 1 9 dicembre 1 544 '°
creò cardinale prete di s. Balbina, e poi
lo fudis.Sabina,la cui basilica ormai ro-
vinosa restaurò nel 1 56o con ecclesiastica
magnificenza, e ornò di belle e vaghe pit-
ture. Questo titolo fu da lui successiva-
mente cambiato neli5yo col vescovato
di Palestrina sotto s. Pio V, da coi fu am-
messo Ira' cardinali deputati sugli altari
della s. Inquisizione. Dopo aver destinato
suo procuratore al concilio ecumenico di
Trento il p. Claudio Jajo gesuita e uno
de'pruni e) compagni di s. Ignazio, si con-
dusse col duca di Baviera a far la guer-
ra a'protestanti,e riportata contro di essi
un' insigne vittoria, tolse dalie loro ma-
ni gran parte di sua diocesi, ed ebbe tutto
l'agio di celebrare in essa il sinodo per la
riforma del clero, che fu tenuto in Di-
TRU
linga nel i548, m cui rinnovò le costilo-
-/ioni del cardinal Campeggi già legalo il
Li fere e pubblicate in Katisbona. Con au-
torità di Giulio III fondò in Diliuga on'ac-
endemia, chiamandovi d'ogni parte va-
lenti e insigni professori, trainali Pietro
Solo, e dipoi ne alìidò la direzione a'ge-
suili. A questi fondò ampio collegio, nella
cui fabbrica spese più di 5o,ooo scudi, per
alimentarvi 3oo giovani che affrontassero
le dominanti eresie, colla direzione e go-
verno de'gesuiti,a'quali inoltre edificò un
collegio in Vienna ed altro in Augusta. Nel
santuario di Loreto eresse nobile cappel-
la, e compartì alla basilica doni di raro
pregio e valore. L' imperatore Carlo V
nel 1 558 lo dichiarò protettore dell'im-
pero, appresso la s. Sede. Indefesso per
convertire dall'eresia quelli che n'erano
infetti, gli riuscì colle efficaci sue persua-
sive d'illuminare diversi insigni uomini,
fra' qua li guadagnò al catolicismo Ulrico
conte d'Helfeusleiu principe d'aito ran-
go presso i tedeschi, il qu.de per vieppiù
confermaree stabilire nella cattolica cre-
denza, ritenne lungamente presso di se,
insieme al suo fratello. Sì trovò in Trento
alla conclusione del concilio nel 1 563, a-
vendo prima fatto il viaggio di Spagna,
cogli arciduchiErnesto e Ridolfo figli del-
l'imperatore Massimiliano 11. E siccome
s.lgnazioLojola,chesecondoil più comune
parere principalmente fu l'inventore, il
promotore e d fondatore degli odierniiSe:-
m!nari(F.),avea spedito nel 1 54' inGer-
roania il p.Claudio Jajo, acciò i vescovi po-
tessero fiaccar l'audacia degli eretici, con
fondare case per l'educazione del clero;
così il cardinale, presso il quale trovò gran
favore, nel concilio sollecitò il decreto sul-
l'erezione de' seminari. Le segnalate virtù
di questo degno cardinale sono state ar-
gomento delle lodi di parecchi scrittori,
e fra gli altri di Canisio, Giovio, Sande-
10, Petramellara , Orlandoli , Grelsero,
Spoudano, che lo celebrarono intrepido
difensore della chiesa cattolica, del coi zelo
ne rese autentica testimonianza il mou
T R U
do tulio, come si espresse il cardinal O-
sio in una lettera a Enrico III re di Fran-
cia. Amatore de'poveri, con inaudita fa-
ciliià gli ammetteva alla sua udienza, sen-
tendo pena quando scorgeva alcuno, che
da lui per soggezione e timore si cliscosta-
vn. Insigne per pietà e pel zelo nel pro-
pagare la religione, fu tenuto ornamento
e decoro del sagro collegio, specchio de'
prelati,e principe meritevole d'eterna me-
moria. Ilitornando il p. Pietro Canisio ge-
suita dall'Alsazia, il cardinale lo ricevè
con grand'onore in Dilinga,e volle ad o-
gni conto lavargli i piedi, con estrema ri-
pugnanza di quel ven. servo di Dio. A-
vendo il cardinal Alessandro Farnese de-
terminato di dar principio alla fabbrica
della sontuosa Chiesa del Gesù di Ro-
ma , il cardinal Truchses volle prender
parie alla solenne funzione del geltitodel-
lai.* pietra benedetta ne'fondameuli. In
una sola cosa non corrispose l'evento al-
l'industrie e diligenze usate dai pio car-
dinale, e fu nel nipote Gerbardo Truch-
ses, da lui educate alla pietà e al timor
di Dio, il quale essendo arcivescovo ed
elettore di Colonia (^-)> a cagione d'A-
gnese Mansfeld canonichessa consagrata
a Dio con solenni voti, innamoratosi di
essa perdutamente, prevaricò nelle tene-
bre dell'eresia, onde con pontifìcia sen-
tenza fu deposto e spoglialo di sua chiesa,
e cacciato di Colonia morì apostata mi-
seramente in Strasburgo, con immenso
dolore dello zio desolato. Dopo essere in-
tervenuto a 5 conclavi, non polendosi re-
care in quello di Marcello II, il cardinole
passò al vSignore in Roma neh 573, e Lo-
renzo Sirailei per gratitudine alla sua me-
moria, pose alla sua tomba nella chiesa
nazionale di s. Maria dell'Anima un ma-
gnifico elogio che non più trovasi in essa.
Dipoi per opera d'Enrico vescovo d Au-
gusta, come attesta il p. Pontanogesuita,
trasferito in Dilinga il cadavere, rimase
sepolto nella chiesa ch'egli medesimo a-
vea magnificamente costruito presso la
detta accademia.
TRU i47
TRUElNTO o TRONTO, Truendun,
Trucntiiium Castrimi. Città vescovile e
diroccata del Piceno, situata all'imbocca-
tura del fiume Trouto, donde prese il no-
me e le h\ comune, senza che resti trac-
cia. II fiume Tronto, secondo il comune
de'geografi, trae l'origine nel regno di Na-
poli, nella provincia dell'Abruzzo Ulte-
riore II, distretto d'Aquila, procede ver
so il nord, presto entra nel distretto di
Civita Ducale, dove innaffia il cantone e
borgo d'Amatrice, penetra poi negli sta-
ti pontificii, non fa che bagnare l'estre-
mità orientale della delegazione di Spo-
leto, piega al nord-est, passa adArquala,
traversa la delegazione d'Ascoli, di cui toc-
ca il capoluogo, formando poi una pic-
cola porzione del suo limite colla provin-
cia dell'Abruzzo Ulteriore I, sino alla sua
foce nel mare Adriatico. Questo fiume,
non navigabile per più d'una lega circa,
ha un corso di quasi 20 leghe, nel quale
non s'ingrossa d'alcun influente alquan-
to notabile. 11 Tronto die il suo nome a
un dipartimento del regno d'Italia, di cui
era capoluogoFermo,ne'primi anni del se
colo corrente, e che si formò colle delega-
zioni pontifìcie di Fermo e Ascoli,il sud di
quella di Macerata, e l'est di quella di Ca-
merino. Il Calindri, Saggio dello Sta
to Po nli 'fieio, dice che il Tronto comin-
cia al nord del monte Cenetra presso Tor
rita nel regno di Napoli, e s'inoltra nei
lo stato papale per miglia 4^: ha due sor-
genti^ serve di confine collo stesso regno
per un certo tratto, il quale confine fu da
ultimo rettificato colla permuta de' vari
paesi che notai nel voi. LXV, p. 3 1 1 , co-
me tra'ceduti sono Ancarano e altri. Giu-
seppe Colucci, Delle antichità Picene, t.
8: Dell' antica eittà di Truento, raccol
se le notizie che in breve compendierò. Nel
litorale pontificio, dopo Chiana e Cupra
marittima , anticamente esisteva anche
l'illustre città di Truento, ricordata dagli
antichi geografi colle testimonianze che ri-
porta, dagl'itinerari, e dalle lapidi che re-
stano e da lui riprodotte. Ma corse ancor
i48 TI1U
questa In disavventura di Inule allre che
limaselo invollc Ira le rovine delle stes-
se loro grandette, e il passeggiere non ne
vede più sasso, uè meno per poter dire:
Truento fu qui. Essa ebbe comune col
lìmiie poi detto Tronto il nome, il (pia-
le passa per Ascoli, solto cui si unisce col
Castellano, e ingrossatosi forse più di tol-
tigli altri fiumi del l'inno, si scarica nel-
l'Adriatico, dopo un corso di varie mi-
glia per fertilissime pianure. Questo è
l'unico fiume conosciuto nella provincia
pontificia, ignorandosi se esso die il no-
me alla città o se da questa lo prese. Il
presente corso del fiume, dopo che si è
riunito col Castellano, non è molto tor-
tuoso, almeno da quel punto che il fiu-
me diviene come un termine fra lo stato
pontifìcio e il reame napoletano, ch'è ap-
punto tra Monte s. Polo e Conti oguerra
circa, ili.°essendo luogo d'Ascoli, l'altro
dell'Abruzzo Ulteriore. Va dunque di-
rettamente a scaricarsi nel mare , e la-
sciando a mezzogiorno Controguerra e
Colonnella, e a settentrione Monte San-
to Polo e Monte Prandone , fa foce nel
porto di Marlin Sicuro. Anticamente non
era questo il corso del fiume. Sotto un
colle, che s'alza sulla riva del mare, alle
cui falde esisteva un insigne monastero
de'monaci della badia di s. Stefano Riva
Maris, ora delia mensa vescovile di Mon-
l'Ailo, vi sono al presente delle paludi e
delle giungale, che tutte si chiamano Let-
to di Trento vecchio. Or questo appun-
to era ij divario che passava dal corso an-
tico al moderno; cosicché non andando
allora direttamente, come al presente, tor-
ceva sotto Colonnella, andava a lambire
le falde del monte della Civita, e ivi ap-
punto si scaricava nel mare. La collina,
che resta alle sinistre sponde del Tronto
a chi dal mare si dirige vers' Ascoli, co-
mincia con un monte piramidale, sulle
cui vette si vedono rovine di luogo ab-
battutoci luogo chiamatoPiocca diMur-
ro. Continua il monte per linea retta e va
a terminare in un'altra piramidale colli-
TRU
no presso la bocca del fiume Tronto, dov'è
piantata la terra di Colonnella. Da qui ri-
torce il monte verso mezzodì e va a ter-
minare in un altro colle bislungo, difitan»
te circa uo miglio e mezzo da Colonnella,
che chiamasi Colle del la Ch'i tu ,poco lun-
gi dal fiume Vibrala, ch'è l'antico Albu-
laies di Plinio. Colucci quindi crede, in
seguito delle accurate indagini fatte dal-
l' idoneo Antonio de Angelis d' Ancora-
no, che precisamente sull'estremità del
Colle della Civita sorgesse l' antica
Truento. Sito veramente affienissimo e
che potè invogliare i popoli che appro-
darono in quella spiaggia, per edificarvi
una città; avente a oriente il bellissimo
prospetto dell'Adriatico, a occidente una
gran vallata e pianare fertilissime eslese
sino a Civitella, a mezzodì bagnato dal-
YAlbulales,z a settentrione dal fiume ora
distante circa due miglia, che scarica va-
si sotto alla collina e poi entrava in ma-
re. Ne' popoli circostanti si conserva la
tradizione d'una città ivi distrutta da'go-
ti, vi appariscono i ruderi, restando al col-
le il nome di Colle della Civita, comu-
ne «'luoghi ove già sorse alcuna città. E
perchè Truento fu prossima al fiume o-
vnoimmo, Trite ut uni cu ni arnne tcon vuo-
le Colucci che la città sorgesse appunto a
ridosso delle foci del fiume. 11 dotto Ca-
talani, Origini e antichità Fermane, ri-
ferisce che 3 castelli navali o porti furo-
no nel Piceno, e lutti diversi dalle loro
città, cioè il Fermano, PAdrianOjilTruen-
tino, di cui scrisse : Truento fu città as-
sai insigne, ed avea tal nobilissima città
Picena al mare, e siili' imboccatura del
gran fiume Tronto il suo Castello, il qua-
le però da niunofu detto navale di Truen-
to, ma egli inclinò a crederlo. Sebbene Co-
lucci altrove avesse aderito a tale opinio-
ne,la cambiò con dichiarare, che seTi udi-
to ebbe il navale , non fu quello che si
denomina Castello nella lapide, e nella
lettera di Pompeo a Domizio, ma il Ca-
stello era la stessa Città, e il navale non
era dalla stessa diverso, e ne riporta le
TRU
ragioni. [.Che non milita die il Castello
navale l'avessero Ferino e Adria. 2.0 Che
il Castello di Fermo è distinto negl'iti-
nerari,mentre il Castellani Trucntinuni,
ovvero la Città, non si distingue, solamen-
te segnandosi Castro Trucntiiio, Truca-
lo Civita*. 3.° Che trovandosi nelle lapi-
di e negli scrittori, CastrimiTrucnlinwn,
si deve intendere la Città. 4»° Si mostra
perchè venisse detto Castrimi, spiegan-
do i vocaboli Oppidum, Urbs, Castrimi,
Castellimi , e e ti e i Castra non furono
semplicemente castelli e piccoli luoghi, ma
luoghi rispettabili e dicousiderazione,ben
fortificati e ben chiusi, per muraglie, per
torri, per fosse o per naturale postura di
silo. Non volendo Colucci impugnare che
Truento non avesse il suo navale o por-
to, poiché le foci de'fiumi che neaveano
dato il comodo a piti altre città, lo pote-
rono ancora dare a Truento, a vantaggio
della propria e delle popolazioni con vici-
ne , tanto più che il suo fiume è il più
grosso fra quanti ne corrono dentro i cou-
fini dell'antico Piceno, e che il porto fu
una cosa stessa colla città. Sulla fede di
Plinio Seniore, Colucci attribuisce l'ori-
gine di Truento a'Iibmni, luogo scelto per
la forte posizione e facile a difendersi, e
chea'tempi diT. Livioavea il pregio d'es-
sere l'unica città d'Italia superstite de'li-
burni, de'quali riporta alcune notizie, e
li crede venuti dal maree non dalle par-
ti mediterranee, come cacciati dagli um-
bri occupassero l'isole dell'Adriatico, se-
condo il Carli, Antichità Italiche. Fab-
bricata da'liburui Truento, essa soggiac-
que alla sorte dell' altre città della pro-
vincia nella sua libertà , sia sotto i suoi
fondatori, sia sotto gli umbri , o sotto i
piceni, della servitù sotto i romani dopo
la resa de'piceni; e finalmente di muni-
cipio e di colonia, sotto gli stessi romani,
dopo averla tenuta per alcun tempo iu
soggezione di prefettura. Allora avrà a-
vuto il suo voto ue'romani comizi, la sua
repubblica colonica, i suoi decurioni, ma-
gistrali, sacerdoti; iu uua parola, pare che
TRU i4cj
Truento non fu dissimile nel governo po-
litico da altre città del Piceno e dell'Ita-
lia. Diviso l'antico Piceno nelle 3 regioni
Adriana, Pretuzianae Pahnense, sembra
che Truento esistesse nella Pretuziana.
Essa confina va con Castro Novo, città an-
tica di cui riporta le notizie a p. 177, A-
scoli, Cupra marittima, con ampio e fer-
tile territorio. Pochissimi sono i monu-
menti che restano di quest'antica città, ol-
tre i ruderi ricordati, non avendosi che
alcune monete e corniole ivi trovate con
altre simili anticaglie descritte da Colucci,
insieme ad alcune lapidi da lui riprodotte.
A città si nobile, e probabilmente magni-
fica e grande, non mancò I' onore della
cattedra vescovile, dopo abbattuta l'ido-
latria , e forse la fede vi fu predicata a
tempo di s. Pietro, ignorandosi se avesse
i suoi martiri, Solamente si conosce, che
nel secolo Vgiàcadeutela città di Truen-
to avea il suo vescovo, il quale era Vita-
le , incaricato dal concilio romano e da
Papa s. Felice III in un'ambasciata o le-
gazione onorevolissima e di somma rile-
vanza, col carattere di legato apostolico
presso l'imperatore Zenone nel 4-83, per
trattare la causa d'Acacio superbo vesco-
vo di Costantinopoli, il quale appoggia-
tosi al patrocinio imperiale, pretendeva
con arroganza che la sua cattedra venis-
se riconosciuta per lai.adopo la Romana
del Papa, ed anche di trasferire nel ve-
scovo di Costantinopoli la pienezza d'au-
torità che Gesù Cristo avea soltanto con-
ferito a s. Pietro ed a'successori della se-
de Romana da lui occupata. A tali per-
niciosissimi sforzi si oppose con petto di
bronzo Papa s. Simplicio, e il successore
s. Felice III nel concilio di tutti i vescovi
d'Italia a tal uopo adunato in Roma, nel
quale appunto si stabilirono le rimostran-
ze da farsi ad Acacio , e se ne commise
l'efFettuazioue a'vescovi Vitale di Truen-
to e Misseno di Cuma, con due lettere pon •
tificie, una per l'imperatore, l'altra per
Acacio, riprodotte dal Colucci, in uno ai
libelli mandali ad ambedue. I due lega-
i5o TRU
ti con coraggio si portarono nella depra-
vala corte tli Costantinopoli, Ola subito
furono cacciali in una prigione orrenda;
iodi alla violenza del furioso ed eretico
imperatore, autore dell'empio editto E-
notico (?'.), si unì la frode dell'ambizio-
so Acacio, il quale astutamente cominciò
ad accarezzare i due vescovi prigioni, e si
mostrò loroqual mansueto agnello. Tan-
to disse e fece quel perturbatore e scisma-
tico vescovo, che espugnò a suo favore la
COStaon de'legati,ed ottenne loro la liber-
tà. Fatti così ribelli a Dio e al Papa, con-
versarono cou Acacio approvando le sue
orgogliose mire, e non si opposero, come
doveano, nel sentire recitare ne'sagri dit-
tici il nome dell'eretico Pietro Mougo in-
vasore della cattedra d'Alessandria, con-
tro il vescovo Giovanni , che invece do-
veano cacciare dall'usurpata sede. Aven-
do s. Felice 111 saputa l'infedeltà e la pre-
varicazioue dall' apostolico ministero dei
vescovi di Truento e di Cuma, adunato
in Roma un sinodo di 70 vescovi italia-
ni, furono giudicati i traditori legati tor-
nati dalla missione, i quali vollero scu-
sarsi cou dirsi ingannati; ma convinti di
tradimento per le lettere che presentarono
d'Acacio, per comune giudizio furono sco-
municali e privati della dignità vescovi-
le. Misseno fece penitenza del suo enor-
me errore, e fu ristabilito nel primiero
onore; ma Vitale imperversando nella sua
ostinazione , morì nell' anatema , le cui
mancanze si ponno leggere nelle lettere
dal Papa scritte ad Acacio, con la senten
za di scomunica, ed al clero di Costanti-
nopoli,egualmenlepubblicate dal Coluc-
ci. Acacio fu l'autore deli. ° Scisma Ira la
chiesa di Grecia (F.) e la Latina. Non è
certose l'infelice Vitale fu l'ultimo vesco-
vodella chiesa Truenliua, e nel VI seco-
lo i barbari distrussero la città. Fra'luo-
ghi surti dalle sue rovine, è Ci vitella del
Tronto, distante 6 miglia, posta sopra un
monte di viva pietraie pare che anco Co-
lonnella, Corropoli,Nereto possano appar-
tenere all'antico Truento, o perchè si e-
T II U
difìcasserodopola sua distruzione,© per-
chè fossero pagi del territorio Traenti-
no. Riferisce il Catalani, che Truento co-
mechè >i crede esistita tra gli attuali con-
fini dell' arcidiocesi della chiesa di Fer-
mo, a questa fu unita la diocesi e sede nel
declinar del VI o neh ."periodo del VII
secolo. Vedasi V Italia sacra, 1. 1 o,p. 1 78:
Truentiuus Episcopatus. Ne tratta pu-
re Carlo Ardui ni , Nuova illustrazione
dell' antico Piceno, insieme al F lumen
Albulates , Suinum , Ilelvinum. Dice
Truentum cum amney città posta presso
il fiume Tronto al suo sbocco a diritta,
cominciando dal lato alla dogana di Mar-
tin Sicuro sopra il letto del Tronto Vec-
chio, ed estendendosi a ridosso d'una colli-
na a specchio del mare da mezzodì a set-
tentrione: quivi sopra oggi mirasi il castel-
lo di Colonnella. Aggiunge che Castrimi
Truentinum era una stazione militare,
dall'altra riva del Tronto prospellante la
città, di cui lo crede come sobborgo. Che
probabilmenteentro vi passava la via Sa-
laria; mentre avea luogo tal sito fortifica-
to nella pianui a sottostante a Monte Pian-
done e Monte s. Polo, <\o\e ultimamen-
te si rinvennero alcune lapidi letterate,
che vi svelarono l'antica esistenza d'offi-
cine porporarie. II riliramento del mare
di più miglia da questo luogo, come pu-
re da Castro Novo e dal navale di Alria,
pongono in molta luce, dice l'Arduini, le
sue asserzioni, convalidate per fermezza
di dottriua dalle osservazioni geologiche
del Prony, poi bene applicate alla rivi-
sta del litorale Adriatico dal bravo Pao-
li di Pesaro.
TRULLO o TRULLAiNO, Trullus,
Trullanus. Nome di due concilii di Co-
stantinopoli tenuti in edilizi ch'erano de-
nominati Trullo. L'annalistaliinaldi par-
lando del concilio del 680 , dice che fu
teuuto nel segretario del sagro palazzo
imperiale, cognominato Trullo. La vo-
ce Trullus e Trulla , vale lo stesso che
in nostro volgare cupola (pocnula, he-
misphaerium, testudo,tliolus} volta emi-
TR U
sferica che copre un edificio, spesse vol-
le circolare, talvolta doppia, di cui i gre-
ci ne fecero grandissimo uso all'epoca del-
l'impero: altri vollero spiegar la voce per
Duomo). In questo senso, dice Anastasio
Bibliotecario in s. Sergio I: Trullum vero
ej'us Ecclesiae, cioè de'ss. Cosma e Da-
miano appresso il tempio della Pace di
Roma,///.?/,? chariis plumbeis cooperili t.
Tale luogo e chiesa tuttora si conserva,
e da quelli che si vedono può ben com-
prendersi ciò che significa Trullus. Così
adunque il luogo del sinodo fu il segre-
tario del palazzo, nominato con tal voca-
bolo per la cupola che avea. Il Bernino,
Hìstoria dell' eresìe , ragionando dello
stesso concilio, dice: Fu adunato nella
gran sala dell'imperiai palazzo, detta il
Segretario, che per aver la volta ad uso
di cupola, da' greci chiamavasi Trullo;
onde questo 6." concilio generale fu det-
to in Trullo e Trullano. Abbiamo dal
Novaes, nella Storia di s. Agatone Pa-
pa: » Che nel 680 fu celebrato in Costan-
tinopoli nel segretario della basilica di s.
Sofia, chiamalo Trullo, dalla forma ro-
tonda della volta, il concilio VI generale
e di Costantinopoli III". Il medesimo nel-
la Storia di s. Sergio I Papa riporta :
>» L'imperatore Giustiniano II non potè
ridurlo ad approvare il concilio Qui/rise-
sto, celebrato da 240 vescovi nella sala
del palazzo imperiale di Costantinopoli
chiamala Trullo nel 691 (meglio 692),
persupplirea'concilii generali V e Vl,che
non aveano formati canoni per regolare
la disciplina ecclesiastica, e perciò ne for-
mai ouo in questo io 5, che s. Sergio I non
approvò". Dunque dalle riferite testano-
uianc« .sembra che due luoghi in Costan-
tinopoli si dicessero Trullo, benché il co-
mune degli scrittori chiamino la volta
della sala del palazzo imperiale col nome
di Trullo, e che essendovi in essa stati
tenuti i due coucilii nel 680 e nel 692,
li dissero in Titillo e Trullano, e con ta-
le vocabolo ambedue sono più universal-
mente appellati. Ambedue li descrissi nei
TRU iot
voi. XV, p. 160,1 81 ei8a, XVIII, p. 1 3 1
ei32 (ove essendosi sturbata la stampi
il 692 viene erroneamente detto 962)^1
altrove. In tali luoghi resi pure ragione,
perchè il concilio del 692 fu pure detto
Quini-Sesto,Quini- Sejctum,Quini- Se-
xtae, come chi dicesse rpiino sesto, e ciò
perchè il concilio del 692 non fu conci-
lio generale propriamente, ma naziona-
le de' greci, e come un supplemento del
concilio generale quinto del 553, deno-
minato Quinto Sinodo, e del concilio ge-
nerale sesto del 680, denominato Sexta
Synodo. Il concilio del 692 inoltre vie-
ne ordinariamente considerato come una
continuazione del precedente, tenuto pu-
re in Costantinopoli nel 680, e ambedue
chiamati in Trullo perchè celebrati in
una sala coperta da cupola, o volta ec-
celsa, con vocabolo alteralo; e siccome i
due memorati concilii nulla aveano sta-
bilito sulla disciplina ecclesiastica, a' ca-
noni che il concilio del 692 fece per es-
sa, acinose la rinnovazione de'canoni del
DO
553 e del 680. Quanto a'eanoni discipli-
nari, furono costantemente dipoi osser-
vati dalla chiesa greca; ma non tutti fu-
rono ricevuti da' Papi, dopo che s. Sergio
I erasi ricusato approvare il concilio, uè
dalla chiesa latina, essendovene molti, i
quali non erano conformi alla disciplina
stabilita in occidente. Vedasi Noris, Dis-
sertatio de Synodo V; Du Cange, Con-
stantin. Christiana, lib. 3, § 32 e seg.;
CristianoLupo, Dissert. deSynodoTrul-
lanae caussa, tempore, loco, Episcopio;
auctoritate,ne\ t. 3 delle sue Opere /Pan*
ciroli, Tesori nascosti nell'alma città di
Roma, p. 780, dove descrivendo la non
più esistente chiesa de' Trinitari di s. Ste-
fano a piazza di Pietra, dice che si deno-
minava del Trullo, che in greco signi-
fica la volta d'una cupola, perchè for-
se il vicino tempio eretto da Antonino a
Marte era nella volta a forma di cupola.
TRUPPA. V. Milizia, Soldato, Ma-
rima, Torbe, Tregua, Torneo, Tevere.
TRUXILLO (Truxillen). Città con
. 5 1 t n u
residenza vescovile dell'America meridio-
nale, della repubblica del Perii, capoluo-
«o<leldiparlhnentoedeldishetto del suo
nome, distatile da Lima i i o leghe, pres-
so il Grande Oceano, al sud-ovest della
montagna granitica chiamata la Campa-
na di Truxillo. Giace in piano e in ame-
na situazione, m mezzo a giardini e pas-
seggi deliziosi, ed in riva a un (lumieello,
cinta da una mura bassa di mattoni, da
1 5 bastioni fiancheggiata; le case,pnre di
mattoni, hanno un'assai bella apparen-
za, ma lon poco alte a cagione de'terre-
moti, assai nel paese frequenti : dice l'ul-
tima proposizione concistoriale, quaeìri
suo (Inorimi fere milliarium ambita de-
certi circker mille habìtatores contine!.
La cattedrale magnifica e vasta (nelle 3
ultime proposizioni concistoriali non si
dice a chi è intitolata), ha il battislerio
eia cura d'anime, amministrata dal par-
roco. Il capitolo si compone di 4 dignità,
la i ."delle quali è il decano (secondo l'ul-
tima proposizione: le due precedenti di-
cono P arcidiacono), di 3 canonici com-
prese le prebende del teologo e del peni-
tenziere , di 3 prebendati portionarios,
ili 4 seiitì-porlionarios, e di altri preti e
chierici addetti al servizio divino. Prossi-
mo alla cattedrale è 1' episcopio, ottimo
edificio. Vi sono nella città diverse altre
chiese, una delle quali parrocchiale col I,
fonte, e due chiese parrocchiali esistono
nel suburbio. Vi è un convento di reli-
giosi e due monasteri di monache, alcu-
ni sodalizi, l'ospedale e il seminario con
alunni, oltre il collegio comunale, già dei
gesuiti. Assai attivo è il commercio, e si
fa precipuamente nel porto di Guancha-
co, distante due leghe al nord, ed è il mi-
gliore della costa da Gallao sino a Tum-
bez. Fondata la città nel t 535 da Pizar-
io, i domenicani della provincia di s Cro-
ce, che introdussero la fede nel Perù, la
stabilirono ancora in Truxillo. Indi ad
istanza del re Filippo II, il Papa Grego-
rio XIII neh 577 eresse nel Perù 3 sedi
vescovili, fra le quali Truxillo,e la dichia-
T R U
rò »n (Fraga nea della metropoli di Lima,
come lo è tuttora; e Paolo V confermò
tali disposizioni nel 1 G 1 1 . Ih .°vescovo fu
fr. Alfonso di Guzman dell'ordine di s.
GirolamOjCui successeroGirolamo di Cal-
camo professore di diritto canonico nel-
l'università di Messico; fr. Francesco Ca-
brerà domenicano, morto nel 1 G 1 (j; Car-
lo Marcello; tielt63o fr. Ambrogio Bal-
lezo carmelitano, morto neh 635; Diego
di Montoya; fr. Luigi Ronquillo trinita-
rio, morto neh 64^; Pietro Orteza, Gio-
vanni Zapata,fr. Marco Salmeron del-
l'ordine della Mercede, A ndreaGarci a dot-
tore in diritto canonico, Diego de distil-
lo trasferito da s. Fede di Bogola nella
Nuova Granata. Nel 1 7 12 avendo il ve-
scovo di Truxillo, con altri vescovi, sup-
plicato Clemente XI ad ampliar loro le
facoltà per dispensare ne'gradi dal dirit-
to canonico proibiti, con estenderle al 1 .°
grado d'affiatiti; il Papa dopo aver con-
sultalo la congregazione del s. oftìzio, fu
costretto rispondere negativamente, esor-
tando paternamente il vescovo di Tru-
xillo ed i suoi colleghi , a riparare gli
scandali che davano alcuni fedeli, e l'esat-
ta osservanza delle disposizioni relative
emanate nel 1690 da Alessandro VIII e
neh 701 da lui medesimo. Nelle Notizie
di Roma sono registrati i seguenti vesco-
vi di Truxillo. Nel 1 740 Gregorio de Mol-
leda e Clerque.traslalo da Cai lagena d'A-
merica. Neh 747 fr. Giuseppe Gaetano
Paravicino d'Arequipa minore osservan-
te, trasferito da Paraguay. Nel 1751 Ber-
nardo de Arbiza-y-Ugarte di Cusco nel
Perù, già vescovo di Cartagena d'Ame-
rica. Nel 1758 Francesco Saverio de Lu-
na Vittoria di Panama, traslato da Pa-
nama.Neh 778 CaldassareGiacomoMar-
tinez Companon di Cabreda, diocesi di
Calahorra. Nel 1 788 Giuseppe Andrea de
Achurradi Panama. Neh 794 BiagioSo-
briuory -Minavo d'Urena.diocesi di Palen-
eia, trasferito da s. Giacomo di Chile. Nel
1798 Giuseppe Carrion-y- Marfil di E-
stepona, diocesi di Malaga, già vescovo di
T R U
Cnenca d'America. Gregorio XVI per su a
morte, nel concistoro de'24 luglio i835
gli surrogò Tommaso Dieguez }' Fio mi-
cia di Truxillo, dottore in teologia e gius
canonico , arcidiacono delia cattedrale,
fornito di egregie qualità. Cessato di vi-
vere, lo stesso Papa nel concistoro de' 19
gennaio 1846 dichiarò vescovo Giuseppe
Igino M;idalengoitia delia diocesi di Tru-
Xillo, die coi titolo di vescovo d'Antifel-
lo ìnpartibus, nella città e diocesi in aiu-
to del predecessore faceva le sagre ordi-
nazioni e celebrava i pontificali, e per le
sue doti idoneo e degno di succedergli. Per
sua morte, il regnante Pio IX nel conci-
storo de' 7 marzo 1 853 nominò l'attuale
vescovo mg.' Agostino Guglielmo Clia-
run di Lima, dottore in s. teologia e par-
roco per molti anni, predicatore e confes-
sore di monache, rettore del collegio di
S.Carlo, canonico cantore 3.* dignità del-
la metropoli di Lima, benemerito della
religione, prudente, probo e degno del-
l'episcopato. Ogni nuovo vescovo è tas-
sato ne'libri della camera apostolica in fio-
rini 33. L'estensione della diocesi è di 1 5o
leitcas, e contiene più di 90 parrocchie.
TKUXILLO, Turris Julia. Città ve-
scovile di Guatimala, nello stato d'Hon-
duras, capoluogo del dipartimento del
suo luogo, nell'America meridionale^! 6 J
leghe da Comayagua. Siede sopra un'e-
minenza presso la baia di Truxillo, for-
mata dal mare delle Antille, tra' fiumi-
celli distai e Cavallos. Il porto trovasi
difeso da tre forti regolari. La bellezza
del clima, la salubrità dell' aria e delle
acque, la comodità del suo porto la re-
sero in poco tempo assai importante. Fon-
dala nel 1 524 da F. di Las Casas, Paolo
III nel i539 I'eresse W sea*e vescovile, e
dichiarò sullraganea della metropolituua
di s. Domingo, indi la sede fu trasferi-
ta e riunita a quella di Comayagua ( //.),
chiamata anche Valladolid, eretta nel
i.53i da Clemente VII in sede vescovile,
e confermata neli539 da Paolo lll,suf-
fraganea di s, Domingo, e poi di Guati-
TUA i53
mala. Truxillo nel 1 643 fu attaccata,
presa e distrutta dagli olandesi, e non fu
che nel 1789 che incominciossi a ripa-
rameli porto. Neli797 l'assaltarono due
vascelli inglesi, facendole molto male, ina
non la poterono espugnare. Quivi Cor-
tes s'imbarcò al suo ritorno dal Messico.
TUAM (Tuamen). Città con residen-
za vescovile d'Irlanda, nella provincia di
Connacia o Couuaught contea, a 7 leghe
da Galvvay, baronia di Downamore. Vi
si osservano 4 v'e principali, diritte, lar-
ghe e ben fabbricate; una bella piazza
chiamata il Maglio, residenza de' ricchi;
altra bella piazza con bell'edilizio pel mer-
cato, adorno di pilastri di pietra; rimar-
chevole è il palazzo arcivescovile d'anti-
ca e bella architettura , la cattedrale di
buono stile, il seminario diocesano con
fabbricati vasti e comodi. Vi sono botte-
ghe in gran numero e bene assortite; la
fabbricazione delle tele di cui Tua in for-
ma l'emporio, è ne'dintorni considerabi-
lissima, ed oggetto d' un gran commer-
cio. Vi si tengono 4 fiere all'anno, e pri-
ma dell' unione mandava 1 membri al
parlamento d' Irlanda. Tuam o Toam,
Tuamum o Tuvomontium, fu quasi ri-
dotta in cenere nel i244»e(^ abbruciata
dagl'inglesi nel 1691 colla chiesa catte-
drale. Al presente è una città di qualche
considerazione, la cui cattedrale fu cou-
sagrala neh 836, la quale ha il capitolo
senza rendite. Sono i pii stabilimenti, ol-
tre il seminario, 5 case de' fratelli delle
scuole cristiane, altre scuole dirette dai
frati del 3.° ordine di s. Francesco, due
monasteri di monache; e nell'arcidiocesi
sono molte scuole pe'cattolici, molte cap-
pelle, 5i parrocchie, con altrettanti par-
rochi e vicari, cioè 1 20 preti circa, gli a-
gostinianiji domenicani, e quasi 420,000
cattolici. La parrocchia di Rilmecne fu
data all'arcivescovo per mensa, ed al me-
desimo spetta una parte delle tasse che
sogliono pagarsi al clero per le dispense
da' proclami matrimoniali. Il clero vive
de'proveuli parrocchiali, e delle pie obla-
i 54 T U A
zioni de' fedeli. La sede vescovile, come
«dire iV Irlanda (F'.)} fu istituita dall'a-
postolo della medesima s. Patrizio nel
43 5, avendovi predicato la fede anche s.
Palladio apostolo di Scozia (V.), ambe-
duo inviati in tali regni da Papa s. Cele-
stino I, ed il 1 ,°vescovo di Tuam fu s. Jar-
lath, verso l'anno 600, secondo Com man •
ville, Histoìrv de tous Ics Jrcluvesclicz
et Eveschcz. Dipoi il Papa Eugenio III
nel concilio nazionale di Kells del 1 1V2,
presieduto dal pontifìcio legalo, confer-
mò i 4 metropolitani nel Ii5l stabiliti nel
concilio di Milforl u Mellifunte, fra 'qua-
li l'arcivescovo di Tuam per la Conimela,
e diede ad ognuno di essi il pallio, essen-
do stato il 1 ."arcivescovo di Tuam Eda-
re. Indi Alessandro I V nel 1 255 Io dichia-
rò primate della sua provincia di Conua-
eia: ora però l'arcivescovo d'Armagli è il
primate di tutta l'ii -laudn,e per privilegio
l'arcivescovo di Dublino è primate di sua
provincia. Di vennero sulfraganeediTuam
le sedi vescovili di Enaghdoc e di Moy
o Mayo (F.)9 poi unite a Tuam; Clon-
fert, a cui fu unita in seguilo Kilniac-
duagh ( V.)j Kilfenore%a\\a quale ora tro-
vasi unita Kilmacduagh (P:); Killala,
Achonryt Galway (fr.)j Elphin , Ro-
iCOmmon(y.)t Adcarna e Drumelium,le
quali ultime 3 sedi, secondo Comma 11 vil-
le, furono unile a Elphin, e pare che Ho-
.scorninoli fu soltanto residenza del vesco-
vo d'Elphin. In sostanza, al presente so- ,
no tuffi agauei dell'arcivescovo di Tuam
i vescovi di Clonfcrt, Killala, Kilinac-
duagh e Kilfenore, Elphin, Acìionry, e
Galway. Galway fu eretta in cattedrale
da Gregorio XVI, e falla soggetta al gius
metropolitico dell'arcivescovo di Tuam,
colla bolla Sedium Episcopalium, de'
26 aprile i83i, Bull. Roni. coni., t.
19, p. 10. Nella provincia di Tuam fu
tenuto i\u sinodo approvato da Urbano
Vili nel i634 a'6 maggio. Altro silludo
provinciale diTuam vi in tenuto nel 1 817,
approvato dalla s. congregazione di prò-
paganday/r/c nel 1825. Clemente XII col
TUA
breve Redemptoris , et Domini Nostri ',
de'20 aprile iy33, Bull. Pont. s. e. de
proj). fide, Appendix, t. 2, p. 57: Inter
Archie pi scopimi Tuamensem, et clerum
populunKjucC.ilviciìscniexcitatasjani'
piidcin controversia* curai componen*
diis. Le notizie di Roma registrano » se-
guenti arcivescovi di Tuam, i quali non
preconizzandosi in concistoro, ma appro-
vandosi dal Papa a mezzo della congre-
gazione di propaganda fide, altre notizie
non mi è dato riferire. Nel 1787 Boezio
Egan dell'arcidiocesi di Tuam, traslato
dalla sede d'Achonry. A'20 HMVBOl7gg
Odoardo Dillon già vescovo di Kilmac
duagh e di Kilfenore o Finibor. A'4 ot-
tobre 1 8 1 3 o 1 8 14 Oliviero O' Kelly.
L'8 agostoi834 l'attuale eccellente ar-
civescovo mfi[.r Giovanni Mac-Hale, Iras-
ferito da Killala, del cui possesso parlai
nel voi. VI, p. i34- Si legge nel n.° 34
del Costituzionale Romano del 1 849,ehe
a' 23 gennaio e ne' giorni seguenti in
Tuam, metropoli ecclesiastica della pro-
vincia di Connacia in Irlanda, fu celebra-
to con grande solennità econ tutte le for-
ine prescritte da' sagri canoui un Sino-
do provinciale. Intervennero al sinodo
l'arcivescovo della provincia mg.' Mac-
Hale, tutti i suoi suffragatici e molli di-
gnitari, che per diritto o per consuetu-
dine prendono parte in tali radunanze,
(ìli alti del sinodo non si fecero di pub-
blica ragione, dovendosi sottomettere al -
l'esame della s. Sede. Peraltro i vescovi
prima di separarsi pubblicarono una lun-
ga lettera pastorale, nella quale esorta-
vano i fedeli d'essere costanti e fermi nel-
la fede, e di abbondare in opere di mi-
sericordia, tanto più che viviamo in tem-
pi ne'quali la religione è travagliata da
aspre tempeste, e i poveri di Gesù Cristo
sono esposti alle miserie della carestia e
della pestilenza. Passando poi alle cose
di Roma, i vescovi esposero alle loro greg-
gie le afflizioni eh' erano toccate al suc-
cessore di s. Pietro, Pio IX (Tr.), esor-
tando i fedeli ad essere più che mai di-
TU A
voti e ubbidienti al supremo loro pasto-
re, a pregare fervorosamente per lui, e
contribuire secondo i loro mezzi ad a-
iutarlo uel suo esilio di Gaeta, al quale
oggetto fissarono la i. "domenica di qua-
resima per ricevere le collette de'fedeli.
1 vescovi della provincia ecclesiastica di
Tuam pubblicarono anche un altro do-
cumento sulla necessità di stabilire una
uni versiti» cattolica in Irlanda, per l'istru-
zione religioso-scientifica, il che meravi-
gliosamente si effettuò in conseguenza del
celebre e memorabile concilio nazionale
tenuto nel f85o in Thurles (f.J, il i.°
convocalo dal Papa nelP eroica Irlanda
dopo il secolo XI li, sebbene altri conci-
Jii provinciali furono tenuti nell'illustre
regno, e dopo gl'indirizzi a' cattolici ir-
landesi degli arcivescovi d'Irlanda, insie-
me all'odierno di Tuatn, e di alcuni ve
scovi della medesima. Principalmente si
trattò nel sinodo di Thurles della enco-
mia tissima istituzione, contro il fatale in
segnamento misto, voluto dal governo e
riprovato dalla s. Sede, vietando acatto-
lici di frequentare le scuole delia Regina
di mista istruzione. Arroge che io ripro-
duca la lettera energica dal zelo dell'ar-
civescovo di Tuam indirizzata a lord Rus-
sei, reclamando per l'onore dell' Irlanda
di partecipare alla sorte dell'Inghilterra,
e di cui feci già parola uel citato impor-
tante articolo. » Il modo con cui l'Irlan-
da ha rifiutato le facoltà incredule del go-
verno, lo spettacolo consolante e maesto-
so della sua antica gerarchia uel concilio
di Thurles, la sua risoluzione ferma ed
inalterabile di fondare un'università cat-
tolica malgrado I' estrema sua povertà,
sono questi i delitti che hauuo provocalo
la vo>tra collera, meglio ancora che lo
stabilimento della gerarchia ecclesiastica
inglese, a giudicarne dal luogo che que-
ste questioni occupano nel vostro discor-
so. L'Irlanda può bene esclamare : me,
w, adsum qui feci; e quindi essa richia-
ma la sua parte di pericolo e di gloria
nella persecuzione che ci minaccia". Nel-
TUB i55
Y Osservatore Romano del 1 85 1 , p. 200,
oltre il riportarsi tal brano di lettera, si
soggiunge. *» I segretari del concilio di
Thurles smentirono ufficialmente I' as-
semblea di John Russel, relativa all'ado-
zione della lettera sinodale fatta da'Pa-
di'i del concilio di Thurles. Il i.°ministro
dichiarava al parlamento, che la lettera
sinodale era stata votata alla maggioran-
za d'un voto. I segretari del concilio di-
conoche fu adottata all' unanimità devo'
ti. Questa circostanza è importante, per-
chè lord Russel rimprovererà agli auto-
ri della lettera sinodale d'aver eccitato il
contadino contro il suo signore: questo
rimprovero non cade solamente sopra
mg.1 Gullen primate d'Irlanda, come in-
sinua il ministro, rna su tutto l'episcopa-
to irlandese". Del resto il venerando pre-
lato Mac-fJa!e fu uno degli arcivescovi
che si recarono in Roma nel 1 854 Pei* as"
sisterealla definizione dogmatica dell'Im-
macolata Concezione della B. Vergine,ed
alla solenne consagrazione della patriar-
cale basilica di s. Paolo, eseguita dal Pa-
pa Pio IX, al modo che narrai nel voi.
LXXI1I, p. 42 e 368.
TUBERT. V. Sa.nt-Tubert.
TUBUNA, Thubuna. Sede vescovile
dell' Africa occidentale, nella provincia
di Nuoiidia, sotto la metropoli di Cirta
Giulia, poco distante da Tagaste e Ippo-
na : quivi incontraronsi più volte s. Ali-
pio vescovo di Tagaste col suo maestro
s. Agostino vescovo d' Ippona, allorché
disputavano col conte Bonifazio, intorno
al nuovo genere di vita che dovea que-
sti abbracciare. Si conoscono 3 de' suoi
vescovi, cioè Numesiano, che trovossi al
concilio Cartaginese riunito nel 255 da
s. Cipriano, per determinare se doveansi
ribattezzar quelli ch'erano stati battez-
zali dagli eretici; Cussonio, che trovossi
alla conferenza di Cartagine tenuta nel
4-iij Reparato, fra' vescovi cattolici esi-
liati da Ùnuerico re de' vandali nel 4^4-
Morcelli, Afr. chr. 1. 1.
TUBURBIA oTUBURBlTA MAO-
i56 TUB
GIORE, Tulurbita major. Sede vesco-
vili- il' Africa nella provincia Proeouso-
lare, sotto la metropoli eli Cartagine. Era
di questa città quel Servtts Tuburbi ta-
llite civitatis ma/oris generosus et nobi-
li* vir, il ili cui Martirio è descritto da
Vittore Vitense. In questa città sparsero
il sangue per la fede di Gesù Cristo al-
tri martiri, anche prima del nominato,
come le ss. Perpetua, Felicita, Massima,
Donatilla e Seconda. Si conoscono i ve-
scovi Sedato, che fu al concilio di Car-
tagine del 255; Fausto, che trovossi a
quello d'Ariel nel 3 1 4 5 Cipriano assi-
siettealla conferenza diCartagine nel4« i;
Dcuenato fu esiliato come cattolico da Un-
nerico re de'vandali nel 4°'4j Pei' essersi
opposto all'erronee proposizioni de' do-
natisti. Morcelli, Afr. c/tr. 1. i.
TUBUttBlAoTUnUttBlTA MINO-
RE, Tubiirbita minor. Sede vescovile
d'Africa nella provincia Proconsolare,sot-
to la metropoli di Cartagine. Ebbe a ve-
scovo Vittore, i! quale non potendo tro-
varsi in persona alla conferenza di Car-
tagine del 4' '» ne fece sottoscrivere gli
atti da Vittore li d'Utica. Morcelli, Afr.
dir. t. r.
TUBURNICA. Seile vescovile dell'A-
frica nella provincia Proconsolare, sotto
la metropoli di Cartagine. Si conoscono
3 vescovi: Preposto vivea al tempo di s.
Cipriano; Enea nel 4* i sottoscrisse gli
atti della conferenza di Cartagine; Cve?
scente o Crescenzio sottoscrisse la let-
tera che il concilio proconsolare mandò
nel 646 a Paolo patriarca di Costanti-
nopoli contro i monoteliti. Morcelli, Afr.
dir. t.i.
TUCCA. V. Thucca.
TUCUMAN. V. Cordova d'America.
Non si deve confondere con Jucatan e
Menda, due altri vescovati d' America
nel Yucatan. Anzi siccome prima le No-
tizie di Roma riportavano i vescovi sot-
to il vocabolo di Tucwnan, e solo nel
corrente secolo con quello di Cordova,
conviene che qui registri i vescovi che
T UD
nelle medesime sono designali coli. "vo-
cabolo, onde evitare equivoci, e perchè
non apparisca che la sede fosse cessata
come sembrava; solo fu vacante e prov-
veduta di pastore neh8o5 col nome di
vescovo di Cordova. Nel i 74 » Ferdinan-
do de la Sota-y-Arambù, vescovo di Tu-
cuman nell'Indie occidentali ossia Ame-
rica di Spagna, così sono qualificali i se-
guenti. Nel 1745 Pietro d'Argaudona di
s. Giacomo di Chile. Nel 1 76?. Emanuele
Abad Illanadi Valladolid. Nel 177 1G10.
Emanuele Moscoso-y-Peraltadi Voquo-
ga diocesi d' Arequipa, traslato da Tri-
corno in partibus. Nel 1778 fr. Giusep-
pe da s. Alberto carmelitano scalzo di
Frasno diocesi di Tarragona. Nel 1788
Angelo Mariano Moscoso d' Arequipa.
Quindi Tucuman denominatasi Cordo-
va , a quest'articolo riportai i vescovi suc-
cessori. Però dal 1 84 1 la diocesi è vacan-
te. Dice 1' ultima proposizione concisto-
riale deli 836: NovaCorduba Tucuma-
niac ejusdem provinciae civitas in fer-
tili loco , 10,000 eirciter continet ha-
bitatores, in America Meridionali.
TCJDELA (Tudelen). Città con resi-
denza vescovile della Spagna nella Na var-
rà, a 16 leghe da Saragozza e 6 da Co-
re!la, sulla sponda destra deli'Ebro, che
vi si varca sopra un bel ponte di pietra
di 17 archi, attribuito a d. Sancio il Co-
raggioso, ma ch'è ben anteriore al regno
di quel principe, ed al confluente del
Queyles con questo fiume; all'estremità
d'una ubertosa vallea. Dell'antiche sue
mura, oltre alle porte, più. non si vede
niente, né dell'antico suo castello, fuor-
ché la vecchia torre di s. Barbara che si-
gnoreggia la città al nord, essendo pure
Tudela all' est ed all'ovest dominata da
alture.Le strade sono anguste e tortuose,
tetre é male insinuiate, tranne nel quar-
tiere più moderno di las Herrerias ;
quartiere che contiene la piazza destinata
alla corsa de' lori, regolarmente fabbri-
cata ne'suoi 4 lati. Vi sono 6 fontane pub-
bliche,belli passeggi ombreggiati Iuugh.es-
TUD
so il fiume, la cattedrale di stile gotico,
diverse altre chiese , case religiose , due
grandi ospedali, un ospizio d'orfanelli, la
scuola di medicina, la società economi-
ca del bene pubblico, la scuola latina. Pos-
siede fàbbriche di sapone molle, di grossi
oggetti di lana, di tegole e di mattoni, e
di grandi vasi di lena chiamati canta-
rosj trovandovisi pure parecchi torchi da
olio e un bel molino da grano sull'Ebri).
11 vino del territorio, ch'è il migliore della
provincia, e l'olio vi formano il precipuo
commercio; traendo la città pure van-
taggio glande dal traffico che si fa tra
Pamplona e Saragozza. Frequentatissime
sono le due annue fiere, una dal i .° al 1 1
marzo, e l'altra dal 11 luglio alio ago-
sto. Patria de* poeti arabi Abu Isaac 1-
brahim, ed Abdulabas A limitili; di Be-
niamino Ben Jouah tli Tndela , celebre
rabbino e viaggiatore del secolo XIII, il
cui itinerario, scritto in ebraico, fu im-
presso per la i /volta nel 1 543; dell'astro-
nomo F. V. di Tornamira signore di Mo-
ra; di G. Arbolancha poeta; di P. Agra-
mont-y-Zaldivar storico; del capitano D.
J. Berrozpeche, ec. I dintorni sommini-
strano i migliori frutti e legumi deìla pro-
vincia, ma la principale ricchezza ne so-
no l'olivOjdi cui ha piantagioni immense,
e la vile. Antichissima è l'origine di Tu-
dela, dal poeta Marziale designata sotto
il nome di Tutela, e sembra che esistes-
se lungo tempo prima de' romani. Al-
cuni autori la considerano come una co-
lonia fondala da Tubai i.°re di Spagna.
Vi si sono trovate monete ed altre an-
tichità romane. Il re d'Aragona e di Na-
varrà Alfonso I, l'ottenne da' mori nel
l 1 i5 per un trattato. Giacomo I re d'A-
ragona quivi ebbe un colloquio con Mar-
gherita regina di Navarra, per conclude-
re con essa un trattato offensivo e difen-
sivo. Verso il 1 36 1 la regina Bianca di
Castiglia, avvelenala da suo marito Pie-
tro il Crudele, fu deposta nella cattedra-
le di Tudela. Questa città un tempo fu
la più bella di tutta la Navarra, dive-
TUD i57
nuta poi infelice e deforme, al dire del-
l'Ortiz, dopo che per comando del car-
dinal Ximenes arcivescovo di Toledo e
governatore delle Spagne, nel 1 5i2 ne fu-
rono smantellali i muri, gettata a terra
la rocca, e obbligata a prestare giuramen-
to di sommissione a Ferdinando V re di
Spagna, che avea spogliato della Navar-
ra Caterina e Giovanni d'Albret. Laon-
de, soggiunge l'Ortiz, di Tudela giusta-
mente potè dirsi: Quanta qualisque fila-
ri t ìpsa mina clocct. Egli ne parla nella
Deserizione del viaggio di Adriano FI
dalla Spagna fino a Roma. Imperoc-
ché, mentre il cardinal Florenzi gover-
nava le Spagne per l'imperatoreCarlo V,
in Roma fu elelto Papa a'g gennaio i 5?.2,
e ritenendo il proprio nome si chiamò A-
d ria no VI. Partito da Vittoria, ove di-
morava, con l'Ortiz, per recarsi a Roma,
nel declinar di marzo, da Calahorra giun-
se a Tudela, ricevuto con allegrezze e so-
lennità come altrove, e andò a fermarsi
nella casa del decano della collegiata, il
quale si segnalò sopra tutti gli altri signo-
ri in magnifici trattamenti. Pertanto nar-
ra l'Ortiz, che i suoi abitanti, che prima
aveano conosciuto Tudela bagnata dal-
l'ibero o Ebro, bella, illustre e celeber-
rima,fremevano nel vederla divenuta de-
forme e non far quella comparsa al Pa-
pa ch'essi avrebbero vagheggiato. Con-
fessa nondimeno che non uvea perduta
la sua naturale bellezza, mentre da una
parie la facevano brillare i torrenti del-
l'ibero, e dall'altra le amene campagne
abbellite di vigne e di alborate molto ben
coltivate. In Tudela «i condusse da Pam-
plona , con molti magnati per baciare i
piedi ad Adriano VI., il conte di Mirali*
cIh viceré di Navarra, con intenzione pe-
rò di restituirsi alla sua residenza nel gior-
no medesimo. Due giorni si riposò in Tu-
dela il Papa, e indi senza interrompere
il viaggio giunse alla terra di Mai Ieri, nel
dì segueute in quella di Pedrosa, donde
xvxo^xn Saragozza, ove fece solennissimo
ingresso. Tudela seguendo i destini della
i >8 TUD
Navarra di Spagna, vide a due leghe da
essailmarescialloBesseriesducadiMonte-
bellocon 20,000 francesi riportare com-
piuta vittoria sugli spagnuoli,che in nu-
mero di 5o,ooo erano comandati dal ge-
nerale Castagno*, a's3 novembre iSott,
e nel dì seguente entrare nella città. Già
il Papa Pio V l eolia bolla Ad universum,
dea? marzo 1783, Bull. Roni. coni. t. 7,
p. 1 o5,ad istanza del re diSpagnaCarlo III,
avea eretto in cattedrale l'insignecollegia-
la di s. Maria di Tudela, formalo il vesco-
vato e dichiaratolo su (fraga neo della me-
tropolilana ili Burgos. Si dice nella bolla
essere Tudela insigne e aulica, posta in
aria salubre, in ferace suolo, opulenta e
abitata da 12,000 anime. Che più volle
■vi risiederono i re di Navarra e vi ten-
nero le assemblee generali. Avere sotto di
se altri 7 luoghi , con 26,000 abitanti.
Possedere 8 conventi di religiosi, 4 mo"
nastèi i di monache, 3 parrocchie, la co-
spicua collegiata di s. Maria, ampia, ma-
gnifica ed elegante, a 3 navi olire la ero-
cera ed il coro con ! 00 stalli, fondata da'
re di Navarra con capitolo composto delle
dignità del decano, tesoriere , cantore e
scolastico, di 1 7 canonici comprese le pre-
bende del teologo e penitenziere, di 3 sot-
to-cantori e di 4° cappellani. Il decano
1.* dignità godeva le insegne della mitra
e del bacolo, con giurisdizione quasi e-
piscopale e nullius)i:h.e il Papa tolse nel-
l'istituzione del vescovo, sottraendo il ter-
ritorio col quale compose la diocesi, dal
vescovo di Tarazona. Avea inoltre di-
versi stabilimenti, l'ospedale, l'ospizio pe'
trovatelli e Olfatti, e*| il magnifico ospi-
zio pe' pellegrini. Pio VI nel concistoro
de' 2 5 giugno 1784 dichiarò i.° vescovo
di Tudela Francesco Raimondo de La-
rumbe, di Lumbier diocesi di Pamplo-
na; e nel 1797 nominò Simone de Casa-
biella di Jaea. Pio VII nel concistoro de*
20 marzo 1 819 preconizzò vescovo Rai-
mondo M/ de Axpeytia Saint, di Tore-
cilla diocesi di Cala borra. Dal i844'acuo"
cesi essendo priva del suo pastore, il Pa-
T U O
pa Pio IX a'<) settembre 1 85 1, pel con-
cordato concluso con Isabella regina di
Spagna (/ .), uni Tudela alla sede ve-
scovile di Pamplona (/ ".), aeque prìw-
a pali ter t facendole ambedue sull'raganee
della metropoli di Compostella. Il capi-
tolo di Tudela lo formò di 16 capitolari
e di 12 beneficiati, con (pianto altro ri-
portai nel citalo articolo.
TUDESCO oTUDl SCO Nicolò, Car-
di/tuie. Vedi il voi. IV, p. 164 ei65.
TUFICO, Tufìcum.C\U{\ vescovile an-
tica del Piceno non più esistente, di cui
scrisse il Col ucci, Antichità Picene t. 2,
p. 207: Dell'aulica cilici di Tufico. Un
tempo appartenne agli umbri, sebbene le
sue rovinee il sito ove sorgeva ora si com-
prendono nella Marca d'Ancona. Plinio
seniore tra' popoli antichi dell'Umbria,
fra'trebiesi e i li ber nati colloca i tufica-
ni; e Tolomeo fa menzione della citlà di
Tiificum, fra quelle degli olumbri,il che
viene confermato dalle lapidi prodotte e
illustrate da Colucci. Fra le città di fila-
telica e di Fabriano (^r.), io una pianu-
ra del territorio d' Albacina, castello di
F.abriano (nel quale articolo ne parlai),
lungo le sponde del fiume Giano, ed un
miglio dal castello, 2 dalle rovine d'At-
tidio e 4 da Fabriano, appariscono chia-
rissimi indizi d'un'autica città ivi distrut-
ta, che Colucci crede di Tufico, fissando-
ne il sito ove si scavarono le lapidi col suo
nome scolpito; altre essendo quelle di Ca-
ni mena fiammica della dea Ferocia di
Settempeda benemerita di Tufico, e di L.
Mu^azio protettore del municipio Tufi-
canoe d' A Itidio e Copra Montana. Si con-
ferma Colucci nella sua opinione, quanto
all'ubicazione di Tufico, per avere il p.
MauroSa v\.\,De Episcopis Eugubin. cap.
G, § 4) chiamato gì' indizi del territorio
d' Albacina, raderà non coutemnenda.
Altri crederono che Tufico fosse dov'è ora
la Fratta, tra Tiferno, Gubbio e Peru-
gia, sulle sponde del Tevere, come il Oli-
verio ; altri lo collocò nelle vicinanze di
Iloccacontrada : il Colucci ne confuta le
T U F
obbiezioni. Le lapidi concorrono n prò
vare chefn un municipio degli antichi ro-
mani, e fors'anche colonia. Sottomessi i
piceni dall'armi romane nel fòS di Ro-
ma, nel consolato di D. Giunio e di M.
Fabio,sembrache i tuficani restassero per
qualche tempo in istato di prefettura, e
quindi i romanidonarono loro il privile-
gio di colonia o di municipio, probabil-
mente colla corrisposta d'annuo canone
o tributo. Come tutte le altre colonie e
municipii deve essersi regolalo il gover-
no politico di Tu fico, essendo la sua re-
pubblica divisa in decurioni e plebe, ed
i suoi magistrati di primo ordine furono
i duumviri. Protettore e quatuorviro j'u-
rìdicundo fu il detto patrono Musazio ,
come rilevasi dalla lapide; da altra tro-
vata parimenti tra le rovine di Tufico,
ricavandosi che lo fu pure L. Tifanio Mar-
cello: da una 3/ lapide apparisce il ma-
gistrato de'duumviri principale di Tufi-
co. Sebbene Colueci non crede che Tu-
fico fosse una delle primarie città dell'Um-
bria , nondimeno conviene che non le
mancarono i diritti ch'ebbero tutte le al-
tre, e quello pure di dare il voto ne'ro-
mani comizi, essendo i suoi cittadini a-
sci itti alla tribù Ofentina o Ufentina, così
detta dal fiume Ufens vicino a Terraci-
na ove esisteva. I tuficani adorarono la
dea Cerere, come si argomenta da una
lapide esistente in Cerreto , castello che
alcuni credono originato da un tempio e-
retto alla dea da'tuficani, lungi da esso
2 miglia, e per l'analogia del nome di Ce-
rere con quello di Cerreto, che così sa-
rebbe stato un pago dell'antico Tufico.
Venerarono i tuficani anche la dea Ve-
nere,cui eresse i\n tempio C. Cesio in Tufi-
co, protettore del municipio, e soprinten-
dente alle pubbliche vie e ponti dell'Um-
bria non meno che del Piceno, costituito
dall'imperatore Autonino, ed al quale i
propri liberti eressero una lapide per be-
nefìcii ricevuti; altra lapide celebrando le
cariche militari sostenute da C. Cesio, e
i doni ricevuti pel suo valore. Ebbero gli
. TUF 1 59
antichi tuficani i sacerdoti e altri mini-
stri, destinati al culto denominati numi,
ed alcuni credono che vi fosse pure la Fia-
mmica sacerdotessa, e che di C. Cesio si
ha indizio del suo pontificato perpetuo
municipale di Tufico, mentre L. Musa-
zio fu ancora pontefice e augure. Quanto
ai cristianesimo introdotto in Tufico, la-
sciando le questioni del tempo in cui fu
promulgato nel Piceno e nelle contigue
città dell'Umbria, certo è che dopo la con-
versione di Costantino I, ne venne la pa-
ce allaChiesa e il notabile incremento del-
le sedi vescovili, per le città non solo, ma
eziandio per gli altri luoghi e in sì gran
numero di vescovi, che fu d'uopo faine
limitazione in un conedio. Le città con-
vicine a Tufico e della sua medesima con-
dizione, non si dubita che avessero il pro-
prio vescovo, come Matetica , Tadino,
Cìngoli, e Settempeda ora s. Severino.
Non è dunque strano il congetturare che
1' avesse altresì la città di Tufico, come
lo crede il dotto e citato p. Sarti, dicen-
do. Ncque vero dubium est, quin plures
cattiate* cathedra oliai episcopali orna-
tae fuerint, quarum nulla mine memo-
ria extat, earum monumentis deper-
di tis. Ex eo numero Tuficumfuisse cen-
seo,cujus rudera non condanne nda ap-
par cut prope Albacìnam in agro Fa-
brianensi, secus Acsim fluviwn, cufus
ego cìvitatis Episcopum fuisse suspicor
s. Venantium Albacinensem patronwn ,
cujus corpus in principe ecclesia ejus ca-
stri jacere intelliginius ex hac epigra-
phe. La distruzione di Tnficosi ripete dal-
l' armi del furioso Alarico re de'goti , il
cpiale nel recarsi a Pvoma nel 4^3, atter-
rò mollecittà e castella che trovò per via,
col ferro e col fuoco. Non è certo che Tu-
fico fosse distrutta in quell'epoca, ma cer-
tamente sarà restata malconcia, e poi ri-
finita da altri barbari. Dalla sua caduta
e da quella di Attidio riconobbe Fabria-
no il suo ingrandimento, e riconobbero
la loro origine alcuni de'castelli di quel
distretto, se pure non si vuole ritenere,
iGo TUG
ch'essi sieno nella mnggior parte succe-
iluti agli antichi pagi e vici ili Tufico, con-
tro cui il furore de' barbari non poteva
gran fililo inveire. Nel riportare quindi il
Col ucci le Rì//csm'o i ù storico- topografi-
clie-georgiche-orittologichc sopra Pie-
rosa r a castello di Fabriano, dell'oli ve-
lano p. ci. Giorgio Benedeltoni, compresa
nel territorio di Tufico, si leggono altre
notizie di qualche monumento dell' ab-
battute grandezze tuficane, colle notizie
della badia di s. Vittore. Il Turchi, De.
Eeelesiae Camerinensis Ponti ficibus ,
tratta di Tuffìcum comecliè un tempo ap-
partenente alla diocesi di Carnei ino, dal*
Ja quale fu smembrata la parrocchia per
formare quella di Fabriano , e ragiona
principalmente di sua distruzione. Que-
sta avvenuta, gli abitanti che si rifugia»
rono in Albacina, vi portarono anche il
corpo di s. Venanzio vescovo, che tutto-
ra riposa nella chiesa,del quale più volte
se ne perde la memoria e poi si rinven-
ne, e per ultimo neli823. Ma se questo
s. Venanzio sia il corpo d'un santo vesco-
vo africano o di Limi, o martire, ne trat-
ta il Turchi, come di sue invenzioni.
TUGDUALO (s.), vescovo. Ebbe a pa-
tria la Gran Bretagna, e passato nell'Ai'*
inorico, fondò nella contea di Leone un
monastero, che fu poi conosciuto sotto il
nome di Lan-Pabu, ed in appresso fon-
dò quello di Trecor, che non guari do-
po fu eretto in vescovato, e prese quin-
di il nome di Treguier. Di concerto con
Childeberlo re di Parigi, fu eletto circa
il 532 s. Tugdualo per governarlo. Que-
sto santo vescovo si tirò addosso col suo
zelo la persecuzione de'malvagi, e morì il
3 novembre circa il 553. Sotiovi in Fran-
cia varie chiese a lui intitolate; ed è spe-
cialmente onorato nella Bretagna, a La-
vai ed a Chartres. I bretoni Io chiamano
volgarmente s. Pabutt che significa Pa-
pa , titolo che a quel tempo non era e-
sclusivo del sommo Pontefice; e i bretoni
lo dierono a s. Tugdualo. per esprimere
la venerazione ch'essi aveano per la sua
T UL
virtìi. La sua festa si celebra il 3o no-
vembre.
TUIN, TEVIN,TlIEVINoTIlUIN.
Città patriarcale dell'Armenia maggiore,
antichissima e rinomata, nella provincia
d'Acalziche, ove più. volte risiederono i
re del Regno d Armenia, e vi furono ce-
lebrati diversi concilii nazionali. Dopo che
nel 45' fa celebrato il concilio generale
di Calcedonia, il quale condannò gli er-
rori degli Eutichianì e de' Dio8Coranit
gli armeni nel conciliabolo di Tuin si se-
pararono dalla chiesa greca, allora orto-
dossa, e perciò unita alla latina. Non po-
tendo più i patriarchi del Patriarcato
armeno (V.) dimorare pacificamente in
Ezmiazin o Ecimiazin (f.), fin a quel-
l'epoca sede di essi, la trasferirono nel
452 in Tuin capitale in quel tempo del
reame. Nel 552 il patriarca Mosè adunò
in Tuin un concilio, nel quale stabilì l'E-
ra degli Armeni (/ .). 1 patriarchi sci-
smatici rimasero in Tuin sino al 924,111
cui la città venne occupata da'turchi.
TULLE (Tutelai). Città con residen-
za vescovile di Francia nella Guascogna,
capoluogo del dipartimento della Corrè-
ze, di circondario e di due cantoni, a 16
leghe da Limoges,i4 da Aurillac eio4
da Parigi, in paese montuoso e pieno di
precipizi, al confluente della Conèze e
della Solane, in ottimo cielo e alle radici
d'un colle. Sede de'tribuuali dii/ istan-
za e di commercio,cou conservazione del-
l'ipoteche, direzione di demani, delle con-
tribuzioni dirette e indirette, di società
d'agricoltura. Fabbricata parte sul fian-
co e parte a pie del monte, parecchie tra
le sue vie sono addossate a balze e poggi
scoscesi, il che ne rende l'aspetto alquanto
ingrato e difficile la circolazione. Le case
in generale vi sono antiche, essendo i prin-
cipali edifizi il palazzo della prefettura,
le carceri, la sala pegli spettacoli, la cat-
tedrale di mista struttura e ani pia. Dessa è
sotto l'invocazione dis. Mai tino di Tours,
con battisterio e cura d'anime ammini-
strata dal canonico arciprete, coadiuvalo
TU L
da 3 vicari. Il capitolo si compone di 9
canonici, senza alcuna dignità, fra'quali
è il teologo, oltre diversi canonici ono-
rari, non che altri preti, ed i pueri de
choro per l'ufficiatura. L'episcopio assai
vasto e decente, none molto distante dal-
la cattedrale. Fra le chiese, due sono par-
rocchiali col s. fonte. Vi sono tre mona-
sieri di religiose, i fratelli delle scuole cri-
stiane, alcune confraternite, l'ospedale:
le Or soline (F.) quivi fondarono ne'pri-
mi del secolo XVII una congregazione,
che prese il nome di Congregazione del-
l'Orsoline di Tulle. A'22 giugno 1 85 f
1' odierno vescovo pose solennemente la
i.a pietra alle fondamenta del gran se-
minario, coli' assistenza di tutte le au-
torità della città. Vi è pure un ospizio,
parte del quale è assegnato pe' pazzi , il
collegio comunale, già de'gesuili, con ga-
binetto di fisica e corso di geometria e
meccanica applicata alle arti, la bibliote-
ca con circa 3ooo volumi, bei bagni, a-
meno passeggio pubblico ; fabbriche di
carte da giuoco, di candele, di cappelli,
di chioderia, di stoffe comuni di lana.d'o-
lio di noce, di liquori e concie di pelli. Il
governo vi stabilì una manifattura d'ar-
mi da fuoco, con varie annesse, tra cui le
principali sono a Souillac , Laguenne e
Treignac ; ed i suoi prodotti d' armi da
guerra e di lusso non la cedono in bel-
lezza ne in bontà alle altre manifatture
di questo genere, ed ultimamente dava-
no più dii2,5oo armi all'anno: i ferri
provengono dalle fucine di la Grénière
nella Dordogna, gli acciai dall' usina di
la Derardière, presso s. Etienne; i legni
di noce per le casse, da'dipartimenti del
Lot e dellaCon èze,ed il carbon fossile dal-
la ricca miniera di LaPlan pure nellaCor-
rèze.Questa città situata fra 3 strade mae-
stre, fa un traffico considerabile in pro-
dotti delle sue fabbriche, ed in lana, olio
di noci, liquori e acqua di noce pregiati,
tenendo 12 fiere l'anno, una delle quali
ne' primi 3 giorni di giugno, e rinoma-
tissima soprattutto pe'cavalli. Patria del
VOL. LXXXl.
TUL i6r
giureconsulto ed eruditissimo Stefano Ba-
Juzio, per lui abbiamo tra le sue opere,Z/t-
sloriae Tulelensis, Parisiis 1 7 1 7. Tra gli
altri illustri, ricordo il diplomatico Mel-
lon. Tulle o TuWe^Tulelao Tutelici, tal-
volta dal nome latino diToul, Tu/Zen, 7W*
luniy con quella fu confusa. Sembra che
questa città debba la sua origine all'an-
tica abbazia de' benedettini, fondata nel
VII secolo sotto il nome di s. Martino,
distrutta da'normanni nel IX secolo, ri-
stabilita nel X e poi eretta in cattedrale.
Tuttavia parecchi antiquari pretendono
che Tulle debba il suo incremento alla di-
struzione d'una citta più antica, che ha
esistito ad una lega e un 4-° da Tulle, al
casale di Tintignac, e che Baluzio crede
l'antica Ratiastumdì Tolomeo; molto pe-
so dando a questa opinione gli avanzi d'un
grande anfiteatro che vi si vede ancora,
e le urne, i vasi antichi e teste di marmo
che vi si sono scoperti. Tulle fu 1' anti-
ca capitale di quella parte del Limosino
che estendesi verso il mezzodì ed ilQuer-
cy a sinistra del fiume Verzère, e chia-
mata Basso Limosino. Nel 55o vi fu te-
nuto un concilio sulla disciplina ecclesia-
stica, di cui trattano Reg. t. 1 1, Labbé
t. 5, Arduino t. 2. Nel 1 685 fu presa da-
gli eretici, e molto ne soffrì. Di sua chiesa
e de' vescovi ne ragionano e ci dierono la
serie, il Chenu, Archiepiscoporum et E-
pùcoporum Galli e : Series Episcopo-
rum Tutellensìs Ecclesiale p. 339; e la
Gallìa Christiana 2." ediz. : Tutellen-
sìs Episcopi*. La fede cristiana vi fu pro-
mulgata da s. Marziale, uno de'72 disce-
poli di Cristo, inviato da Roma nell'A-
quitania da s. Pietro, per la conversione
di que'popoli, in compagnia di Aurelia-
no e di Austricli viano. Giunto s. Marziale
ad oppidum Tullum seti Tute l latti ne'
confini del Limosino, ov'era un castello
minutissimo del principe Nerva cognato
dell'imperatore Nerone, e del quale ri-
mangono memorie; ivi operò strepitosi
miracoli, fra'quali risuscitò il figlio del
principe, e liberò dal demonio la figlia
1 1
162 TUL
dell'ospite Arnolfo, per cui tosto si con-
vertirono 4ooo uomini e vennero battez-
zati , nello stesso luogo fondendoli unti
chiesa, altre erigendosi nelle regioni con-
vicine a poco a poco che s. Marnale dif-
fondeva colla sua predica/ione P evange-
lo. In seguilo h\ eretta e dotata in Tul-
le l'abbazia benedettina in onore di s.
Martino vescovo di Tours, dal duca d'A-
quitania,e beneficata da Ademaro ingle
se visconte Seal ri rum. Vi furono costi-
tuiti 12 monaci con l'abbate, e per la vec-
chiezza rovinando il monastero e la chie-
sa, furono riedificati neh io3 dal viscon-
te Bernardo e in tempo dell'abbate Gu-
glielmo; e vieppiù l'abbazia divenne ce-
lebre e visitata da'principi, per l'osser-
vanza e virtù de'monaci. Oltre Piani re
di Francia, furono larghi di possessioni
e privilegi diversi re delle Spagne, l'ab-
bate divenendo signore temporale della
città e suburbii et*i mei o e misto impe-
lo, ascendendo le sue rendite annue al-
meno ad oelogiiila, millium librarum
tt/ronensium. I monaci aumentatisi no-
tabilmente giunsero al numero eli 100, e
molti fiorirono in santità di vita, indot-
trina e in altre virtù, non che elevali alle
dignità vescovile e cardinalizia, fra'quali
il celebre Umberto vescovo suburbicario
di Selva Candida creato da s. Leone IX,
ed Ugo Roger creato dal fratello Clemen-
te VI. Nel i 3 i 8 Papa Giovanni XXII e-
resse la chiesa abbaziale in cattedrale, la
città in sede vescovile, e per diocesi le as-
segnò le parrocchie ili quella di Limoges,
ina appartenenti all'abbazia. Stabilì al ve-
scovo per mensa i 2,000 lire annue, lo tas-
sò di 1400 fiorini perle bolle, e lo dichia-
rò suffrnganeo della metropoli di Bour-
gcs,e lo è tuttora. Il capitolo restò regolare
sotto un priore claustrale fino al 1 5 1 4>
in cui Leone X lo secolarizzò, forman-
dosi il nuovo capitolo di 4 dignità edi 1 2
canonici; il decano era elettivo, e le altre
cariche si nominavano dal vescovo. 1 ve-
scovi di Tulle, successori degli abbati, fu-
rono insigniti del titolo di visconti diTuI-
T D L
le.GiovanniXXIl nello slesso 1 3 1 Sfece 1 ."
vescovoArnaldoo Arnoldo ultimo abbate
dell'abbazia di s. Martino di Tullcs , il
r.Mtale pubblicò varie ordinanze sinodali
nel i324 e morì neh 334- Suo successo-
le fu fr. Arnaldo di Clermonl france-
scano, che neh 336 intervenne al sino-
do nazionale di Bourges. Verso il i35o
lo divenne Lorenzo de Beare, che fon-
dò nella cattedrale una vicarìa chiama-
ta de Boi me, e dopo la sua morte nel
i3fìo [u nominato vescovo il suddetto
cardinal Ugo Roger (/ '.), ma non prese
possesso. Nel 1 37 1 sedeva il cardinal Gio-
vanni Fabri (/'".) consanguineo di Gre-
gorio XI; indi il cardinal Bertrando Co~
//neh o Cosimeli (1 .), poi arcivescovo di
Bourges. Nel 1 38o Pietro de Cosnac fino
ah 396; Bertrando Botinando di s. Ger-
mano presso Pierre Buflìere limosino, nel
i4«4 '(Jg° aHfl sua chiesa le decime di s.
Ilario de Floissac, per dote d'un anniver-
sario perpetuo. Nel «4^3 Bertrando di
Malmonle; neh 428 Giovanni de Closis
o Cluys; nel i45 1 Ugo de Albuconio della
nobile famiglia d'Albusson, poi Feulia-
denel L imosino.Neh 469 Lodovico d' Al-
buconio della stessa famiglia. Nel i^.'Ji
Dionisio de Barro o de Bar della casa
Baugy nel Berry, non ostante l'appella-
zione de'monaci, per aver eletlo'a vesco-
vo F. Geraldo di Malmonte cellerariodel-
la chiesa: fu fatto ancora vescovo di s.Pa-
rpoul.Neh48i gli successe il nipote di Ber-
trando di Malmonle, Gilberto de Chain-
bora no abbate di s. Martino de Massaio
nelP arcidiocesi di Bourges , e preposto
coni in enfiata rio de) priora lo di Navis dio-
cesi di Tulle e dipendente dalla cattedra-
le, nella quale fondò una quotidiana mes-
sa cantata in onore della B. Vergine. Nel
i5oo da s. Papoul vi fu trasferito Cle-
mente di Bi ilhaco, della nobile famiglia
d' Argy dell'ai cidiocesi di Bourges. Nel
1 5i 7 Francesco de Levi de'nobili de Ven*
tadour del Limosino, duchi e pari di Fran-
cia, un antenato del quale, Bernardo de
Ventadour, era slato abbate benemerito
TUL <
di Tulle nel 1 23 r. Nel i 535 Giacomo A-
niellili, cui successe neh54o Pietro Ca-
stellane di Limoges dottissimo, elemosi-
niere e prefetto della biblioteca del re
Francesco I, poi nel i 54-5 traslato a Ma-
con e indi a Orleans. In detto anno Fian-
cesco Falconi o de Faulcondi Montepul-
ciano nobile fiorentino, già canonico della
s. Cappella di Parigi, ed abbate di s. Gio-
vanni di Sens edis. Pietro d'Altivilla di
Reims; indi neli55o passò ad Orleans e
poscia a Macon e Carcassona. Neil 553
Giovanni de Fonsequesde'baroni di Sur-
geres; nel i 56o Lodovico de Genoilhac
de'visconti di Vailbac, abbate di s. Ro-
mano di Bordeaux, intervenne al conci-
lio di Trento, e morì neh 583 in Bor-
deaux di cui era divenuto arcivescovo. Gli
successe il nipote Flotardo de Genoilhac
e governò due anni. Antonio de la Tour
decano di Tulle, sedè i o anni e fu sepolto
nella chiesa di Rupisamalore. Nel i 5gcj
Giovanni de Genoilhac/mtervenne all'iis-
semblea del clero in Parigi nel 16 i 4, che
lo deputò legato a tutto il clero della pro-
vincia inferiore del Limosino. A suo tem-
po si fondarono il monastero suburbano
delie monache scalze di s. Chiara della
stretta osservanza di s.Franeesco,che pro-
fessarono nel i6i3;il monastero di s. Ber-
nardo de'monaci Rigiranti cisterciensi nel
i6i5, fra'quali prese la cocolla Carlo de
la Fagerdie teologo della chiesa di Tulle,
che dispose a favore della cattedrale an-
nue rendite pel canto delle litanie in ono-
re della B. Vergine una volta la settima-
na, e nelle vigilie e feste della medesima;
il monastero delle monache di s. Orsola
nel i 6 1 8, che nel 1620 si costituirono in
congregazione. Per gli altri vescovi, fino
ad Andrea Daniele di Beaupoil di Saint-
Aula ire, nominato neh 702, si può vede-
re la ricordata Gallio. Christiana. Nelle
Notìzie di Roma sono registrati i seguen-
ti.Nel 1 ^4 'Francesco deBeaumont d'Ari*
tichatnps di Valenza. Nel 1762 Enrico
Giuseppe Claudio de Bourdeilles di Trai-
nediocesidi Saintes. Neh 764 Carlo Giù*
TUN i63
seppe Mario de RafaelisdeSaint-Sauveur
di Parinian diocesi d'Orange. Restata va-
cante la sede nel 1791, fu soppressa da
Pio VII nel concordato con Francia nel
180 1. Indi ad istanza del re Luigi XVIII,
lo slesso Papa la ristabilì colla lettera
Commissa divinitus} de'27 luglio 1 8 1 7,
Bull. Rom. cont., t. 14, p. 369, disgiun-
gendola da Limoges. Poscia col breve Tn-
ter Ecclesia*, de' 27 settembre 1822,
Bull. cit. t. i5, p. 572, deputò tempo-
raneo amministratore della chiesa di Tul-
le, mg.r Gio. Paolo Gaston de Pins, che
nello stesso giorno dichiarò vescovo di
Limoges. Finalmente Pio VII concesse a
Tulle il proprio vescovo nel 182 3, con
preconizzale nel concistoro de* io marzo
Claudio GiuseppeGiuditta Francesco Sa-
verio de Sagey, di Ornans diocesi di Be-
sancon, già vescovo di s. Claude, il quale
poi rinunziò nel 1 824) e f'u dctlo cano-
nico di s. Dionisio: nel breve tempo che
questo prelato governò la chiesa, le rese
segnalati servigi. Leone XII a'21 marzo
1 825 dichiarò vescovo Agostino de Mai-
Ihet, del castello di Vachers diocesi diLe-
Puy , e già vicario generale del vescovo
diLe-Puy. Per sua morte, Gregorio XVI
nel concistoro de*22 luglio 1842 preco-
nizzò l'attuale vescovo mg.r Gio. Batti-
sta Leonardo Berteaud di Limoges, ze-
lante predicatore, professore di filosofia
nel seminario Doratense, canonico teolo-
go della cattedra 'e di Limoges, encomian-
dolo nella proposizione concistoriale, per
prudenza, dottrina e buona morale. Ogni
nuovo vescovo è lassato ne'libri della ca-
mera apostolica in fiorini 370. Dioecesis
in longum et largurn protendi tur ad 'leu-
cas vigintiquinquey coni prehenditq ite to-
tani provi nei am Amnis Corresii% acplu-
ra loca.
TCJLUJAS. Luogo del R.ossiglione,pro-
vincia di Francia, nel dipartimento de'
Pirenei orientali, nelio4i o neh o45 vi
fu tenuto un concilio, Concilium Tulli-
gense o Tulugiense , e vi fu stabilita la
Tregua diDio{ V). Ga Ili a dir. t. 6,p. 34.
164 TDN
TUNICA, r. Tonaca.
TUNICA INCONSUTILEDIGESU'
CRISTO. V. Tonaca Inconsutile.
TUNICELLA. V. Tonacella o Toni-
cella. Ne'tenipi di Digiuno,?, principal-
mente ne'lempidelPyA'i'<7/loedella Qua-
resima, eccettualo ne\i.° la festa dell'Im-
macolata Concezione e la 3." Domenica
detta Gaudete,e nel 2.0 la festa dell'An-
nunziata e la 4«" Domenica detta Lae-
tare, il diacono e il suddiacono in vece
delle tunicelle vestono le pianete piegate
dinanzi al petto. Il Suddiacono per leg-
gere P Epistola si leva la Pianeta pie-
gata, restando col Camice cinto dal Cin-
golo e il Manipolo j dopo tale lettura e
dopo aver bacialo la mano al celebrante,
riassume la detta pianeta e la ritiene sem-
pre. Il Diacono prima di prendere il Mes-
sale per leggere P Evangelo, depone la
Pianeta piegata e prende lo stolone che
ritiene sino a dopo la consumazione delle
specie sacramentali che si fa dal celebran-
te, e dopo voltato il messale riprende al-
lora la pianeta piegata. Dunque il sud-
diacono resta senza la pianeta soltanto per
l'indicato breve tempo, ed il solo diaco-
no usa lo stolone, e lo ritiene sopra la Sto-
la al modo detto. Tutto quanto precisa-
mente riportai a'iuoghi loro, e segnata-
mente ne' voi. VIII, p. 270, 279, 283 ,
IX, p. 94, 95, XIX, p. 3oo, LXX , p.
67. Oltre a ciò,giammai dissi che il Sud-
diacono usa la Stola, anzi esplicitamente
e replicatamele dichiarai in que'due ar-
ticoli, essergli \a Stola vietata e interdet-
ta, molto più lo stolone. Or bene, ad on-
ta di lutto il qui rammentato e ne'ricor-
dati articoli chiaramente descritto , sic-
come nelle cose più comuni e più lievi fa-
cilmente si erra, ed un fanciullo nelle co-
se di fatto è in grado di correggere anco
uomini provetti e consumali in gravi stu-
di, anch'io mi esposi a fermi così am-
monire, e qui ne fo emenda. Imperocché
erroneamente e propriamente per com-
pleta astrazione, e in aperta contraddi-
zione col riferito più volte, ho scrittlo al-
T U N
l'articolo Tonacella. » 1 1 diacono e il sud-
diacono assumono la pianeta ripiegata in-
nanzi al petto. Notai a'suoi luoghi (cioè
sta in latto quanto ho qui ricordato) che
allorquando il suddiacono depone la pia-
neta per leggere PEpisiola, il diacono fa
altrettanto pei leggere l'Evangelo,! ostan-
done ambedue senza sino al Post-Com-
munio, ma con grandi Stole paonazze a
traverso del corpo sul camice." Il suddia-
cono non ha l'uso dello stolone,lo ripeto; e
depone la pianeta unicamente per l'Epi-
stola e subito la ripiende. Questo è il pun-
to della presente rettificazione.
TUNISI, Ordine equestre. V. Tuni-
si regno.
TUmSloTmES^TuneStTunetnm.
Regno o Reggenza di Barbari a ne 11'^-
frica (J7.), trovasi tra' 3i°e37* 20' di
latitudine nord, e tra'5° /±o e9°dilon-
gitudineest. Confinato e bagnato al nord
ed all'est dal Mediterraneo, sopra une-
stensionedi 600 miglia, al sud-est dal re-
gno di Tripoli, al sud dal Sahara, ed al-
l' ovest dal governo d' Algeri della pro-
vincia di Coslantina, e dalle montagne
chela dividono dal deserto. Eslendesi cir-
ca 160 leghe per lunghezza dal nord al
sud, 70 leghe nella massima larghezza,
sotto il 3 3 mo paralello, i5 leghe nella
larghezza minore solto il 34m0, e 9700
leghe quadrate in superficie. Questo re-
gno,che in estensione vuoisi grande quan-
do la penisola d'Italia (compreso la par-
te cosi detta del gran deserto, nella qua-
le però hanno pure dominio le altre po-
tenze di Barbaria), forma un' immensa
pianura, divisa in 3 parti, a un di presso
eguali, da due giogaie che si estendono
dal sud-est al nord-ovest: termina il me-
desimo al nord col capo Bianco, il più
settentrionale dell'Africa; il capo Bori, al
nord -est, sporge in faccia alla Sicilia, e
trovasi all'estremità di una penisola che
separa il golfo di Tunisi, al nord-ovest,
da quello di Hammamet, al sud-est. 11
golfo di Cabès o Piccola Sirie, al sud di
quest' ultimo, è il più. considerabile del
T U N
paese; il capo Capudia, al nord, e l'isola
Zerbi, al sud, uè segnano l'ingresso; le
isole Kerkeni, in questo golfo, dipendo-
no dal re«no di Tunisi. Un numero assai
o
grande di scogli e bassi fondi rendono pe-
ricoloso l'avvicinarsi alle coste. Innalzasi
nella parte di mezzo del paese il Grande-
Atlante, e viene a terminare alla spiag-
gia del golfo di Cabès; il Piccolo-Atlan-
te trovasi nel nord, il monte Fissato nel
sud. Il fiume principale è il Medj orda, che
scorre dal sud-ovest al nord-est, nel nord
del regno, e gettasi nel golfo di Tunisi;
l'Uady- Fessa, nel sud-est mette foce nel
Mediterraneo presso la frontiera del re-
gno di Tripoli. Nel sud corrono alcuni
fiumi che perdonai nell'arene. All'ovest-
sud-ovest del golfo di Cabès estendesi il
gran lago Laudeah; nel nord veggonsi i
laghi di Tunisi e di Disella che comuni-
cano immediatamente col mare. Una par-
te considerabile delle sorgenti di questo
paese è salmastra, ne è cosa rara di tro-
vare spazi evStesissimi di terreni coperti
d'una crosta di sale che i calori produs-
sero facendo svaporare le acque. Godcsi
in questo paese di bellissimo'fclima, par-
ticolarmente lunghesso la costa, e non dif-
ferisce gran fatta dal clima del resto del-
la Barbarla; vi gela di rado e il freddo è
mediocre nell' inverno; ma i grandi ca-
lori cominciano in giugno e continuano
fino in ottobre, ed allorché i venti sodìa-
no nel deserto, dilfoiidesi talvolta nell'a-
ria un vapore acceso. Tutta la parte me-
ridionale di questo regno, non è quasi
che un'immensa pianura sabbioniccia e
arida; non guari coltivata che lungo le
spiaggie del mare, e l'olivo uè forma la
principale ricchezza. Meno arenosa è la
parte del nord, più inacquata e più fer-
tile, e vi si raccolgono messi abbondanti.
La ricchezza della raccolta dipende dalla
quantità di pioggia che cade nel corso
dell'inverno, ed è tanto ubertoso il suolo,
che senza mai concimarlo produce le più
bellissime messi, le buone terre renden-
do da 1 2 a 20 per uno, e talune sino al 5o.
T U » i65
Il dattero, che somministra a gran parte
degli arabi del Sahara, vicino all'Atlan-
te, la principale loro sussistenza, non col-
tivasi con molto buon successo fuorché
in questa parte dell'Africa; lungo la co-
sta non sono i calori abbastanza forti per
sempre maturarne il frutto. Non havvi
quasi parte del dattero che non abbia pe-
gli arabi la sua utilità: fanno col suo le-
gno travi, travicelli, istrumenti rurali,ear-
bone che produce forte calore; mangiasi
la midolla e le foglie degli alberi giova-
ni, e da' rami della cima ricavasi un li-
quorebianco latticinoso; co'suoi filamen-
ti secchi si fabbricano corde. I fichi del
Beledel-Djerid, nel regno di Tunisi, sono
i più stimati di tutta la Barbarla. Quindi
l'olivo é l'albero più utile, producendo
ogni anno abbondanti raccolti d'olio, in-
feriore per qualità a quello di Provenza,
ma di cui si fa un commercio considera-
bile coll'estero, e molto ne adopera Mar-
siglia nelle sue manifatture di sapone. Si
semina il tabacco, di cui se ne fi» grancon-
stimo nel paese, coltivandosi sopra tutto
il nìcotiana tabacum, ed il nicotiana ru-
stica, la quale ultima specie è la più co-
mune e meglio pregiata. La canna di zuc-
chero vi riesce bene, ma non sanno an-
cora perfettamente cavarne la materia.
Tutti i frutti de'climi caldi vi prospera-
no, così gli agrumi, squisiti essendo i me-
loni.Le viti lungo il mare producono uve
ottime, principalmente il moscato bian-
co, di cui secca vasi ogni anno la massi-
rn;i parte per l'esportazione, ed ora se ne
fa grand'uso per formare il vino che rie-
sce d'eccellente qualità. Offrono i giardi-
ni gran varietà di fiori, e le acque artifi-
ciosamente condotte vi mantengono gra-
ta verzura, anche ne' forti calori dell'e-
state, tempo in cui i vecchi mori si re-
cano a prendervi il fresco. Il regno mi-
nerale presenta molto meno interesse del
regno vegetale; però le montagne del Tu-
nisi racchiudono miniere d'argento, rame
e piombo, ed havvi pure una miniera di
mercuriopresso Porto Fariua; delle quali
166
T U N
ricchezze non ricavasi qnnsi nessun par-
filo. In sostanza, le produzioni vegetali
p<l animali di Tunisi sono presso a poco
simili a quelle del resto della Barbarla.
Di tutti gli stati Barbareschi, il regno di
Tunisi è il più favorevolmente collocato
pel commercio, massime con l'Europa :
ei si fu questa situazione clic formò il fon-
damento della potenza e della ricchezza
diCarlagine.Le periodiche carovane met-
tono questo paese in relazione colla Pi-
grizia, coi!' impero di Marocco e coli' E-
git'o. Tra l'esportazioni, il governo si è
riservatoli monopoliodel commercio del-
le pelli e della cera, diritto che cede an-
nualmente ad una compagnia d'ebrei o
di mot i; ha pure esso solo il diritto di far
il tra/lieo della soda, ed un tempo affit-
tava la pesca del tono e del corallo. Que-
st'ultima si fa singolarmente presso Bi-
serto e Ta barca, da barche napoletane e
toscane, pagando un tributo alla Fran-
cia, perchè volgarmente dicesi che tale
prerogativa essa possiede per essere suc-
ceduta nelle ragioni della reggenza d'Al-
geri, a cui spettava, e per quanto vado a
narrare. Sulla pesca del corallo tanto del-
le coste d'Algeri che di Tunisi, di recen-
te furono pubblicate da Giulio Du vai in-
teressanti notizie, che compendiate rife-
iìiò. Da tempo immemorabile si è fatta
la pesca del corallo nelle coste d' Italia,
di Bona, di Sicilia, di Sardegna, come pu-
re in quelle dell'Africa; ma da circa 800
anni si è riconosciuta la superiorità de'
coralli dell'Africa. Al cominciar del se-
colo XII, questa indostria faceva prospe-
rare la città di Mcrsel-Djoun nel Tuni-
sino. Nel trattato da'pisani concluso nel
1 167 col signore di Tunisi, il p linci pale
oggetto fu la cessione del corallo, e per
tentativo formarono uno stabilimento a
Tabarca. Verso il 1 3oosi fa menzione del-
le pesche di Bonn; più tardi la pesca pas-
sò nelle mani de'calalani, che nel «4^9
pagarono per quest'industria canoni allo
slato di Tunisi. Nel i44° la pesca delle
coste i\\ questa reggenza, le quali allora
T U N
si prolungavano sino a Bugia, erano af-
fittate ad un barcellonese. Nel 1 55 1 i ge-
novesi pescavano a Bona, i banchi, che
oggidì compariscono vuoti, si scandaglia-
vano rimpelto Colbah. L'illustre marino
Andrea Doria non disdegnò d'aver in af-
fitto la pesca. Verso lo stesso tempo Car-
lo V avendo dato a'Lomellino di Geno-
va l'isola di Tabarca, cedutagli da Soli-
mano II pel riscatto del famoso corsaro
Dragut, vi si trasferì lo stabilimento ge-
novese, e la pesca ne divenne uno de'prin-
cipali oggetti. Quando neh 741 • tunisi-
ni la distrussero, s'impiegarono per la pe-
sca 34 barche e 272 marinari. La Fran-
cia v'intervenne nel 1 55 1 mediante una
nave marsigliese, condotta da un padro-
ne corso, si mescolò a'corallari genovesi,
e non fu probabilmente la sola, perchè
neh 56 1 si videro i negozianti di Marsi-
glia Lint.hes e Didier, in virtù di conven-
zione colla tribù di Marzoula e d'un pri-
vilegio di Solimano Informare in una cala
del bastione di Francia, a 1 2 leghe da Bo-
na e 3 da La Calle, un i ."stabilimento per
la pesca del corallo. I due mercanti an-
darono in rovina per tale intrapresa, e fu
questo stabilimento la 1 ."traccia della tra-
dizione francese nell'Africa del nord. i\Ia
il corallo delle coste era di gran lunga
superiore a quello de'mari d' I lalia. Un'al -
tra compagnia francese si presentò e ac-
crebbe le operazioni della pesca, fondan-
do successivamente stabilimenti al capa
Roux,a Bona, Calle, Djijelly e Bugia. Nel
i5g4 il centro delle operazioni fu tras-
portato a Calle. La pesca del corallo fu
definitivamente data a 'francesi pel trat-
tato de' 20 maggio 1604 preparato ad
Algeri da Savary e Breves, in conseguen-
za d' un relativo accordo concluso a Co-
stantinopoli con Amurat III. Sotto Lui-
gi XIII nel 1619 il duca di Guisa go-
vernatore di Provenza ricomprò la con-
cessione dandole un nuovo sviluppo per
mezzo dell'abile agente Sanson Nup.ol-
lon. Dieci anni dopo il cardinale Ili-
chelieu iuviò in Barbaria vari agenti, e
T U N
nel 1640 lento di fondare un nuovo sta-
bilimento a Slora. Dopo il trattalo con-
cluso a' 7 luglio 1640 da Cosquiel, a cui
Luigi XIII assicurò il titolo ili capitano-
console, la coi risposta ila pagarsi al pa-
scià d'Algeri fu vaiolata da 7 in 8000
scudi. Nel 1694 sotto Luigi XIV fu ac-
cordala l'annua sovvenzione di 4°>ooo
lire alla compagnia, che peno anni ac-
cettò la concessione della pesca per mez-
zo d'una corrisposta diio5,ooo lire al-
l'anno. Sotto Luigi XV neh 7 19 la com-
pagnia dell'Indie successe alla compagnia
francese. L'Asia minore e I' Indie erano
allora i principali luoghi per trovare il
corallo. Alla compagnia dell' Indie suc-
cesse la società Auriol di Marsiglia, e nel
1741 la compagnia d'Africa. Perla di-
struzione dello stabilimento di Ta barca
falla da'tunisiui, liberata dalla sola con-
correnza che poteva temere, questa corn-
TUN 167
proprietà delle concessioni tolte, l'impre'
sa fu sospesa: colla pace d'Algeri del di-
cembre 1801 fu poi ristabilita la pesca
sotto la direzione di Ratti) ber t che (issò
la residenza a Tabarca,ove il diritto fran-
cese non era contestato, che a La Calle, e
convocò le popolazioni francesi e italia-
ne. I corsi, i genovesi, i napoletani ri-
comparvero in gran numero: soli 6 fran
cesi presero parte alla pesca, e scorag-
giati dal poco successo non tentarono una
a." prova. Nel 1806 il bey di Costantini!
a istigazione dell' Inghilterra, divenuta
padrona di Malta, ammise la concorren-
za de'mallesi e degli ebrei spaglinoli ne'
mercati, in cui fino allora i soli francesi
aveano avuto diritto di comprare. Nel
1807 il bey d'Algeri vendè all'Inghilter-
ra le concessioni francesi della costa per
267,500 franchi annui. Questa poten-
za preoccupata dagli approvigionamenti
pagaia die alla pesca del corallo un or- delle guarnigioni di Malta e di Gibilter
g Mozzamento regolare e permanente. La
pacifica prosperità fu turbala uel^So,
per aver ammesso alle pesche corallari
corsi, e la compagnia provò notevoli per-
dite. Intanto non tardò la compagnia a
riprendere il corso di sua fortuna, e fu
mantenuta quando l'assemblea costituen-
te sciolse tulle le compagnie. Fu però es-
sa assalila dal decreto de'2 1 luglio I 791,
il quale dichiaiò libero il commercio del-
la Barbarla, e le tolse una parte del suo
privilegio. Fu inoltre allora obbligata ad
ammettere 56 gondole corse per fare una
pesca di 55 giorni mediante compensi in
natura. Il prodotto delle pesche corse fu
venduto a Livorno. Nel gennaio 1794 'a
compagnia d'Africa fu soppressa. Gii stra-
nieri furono chiamali a concorrere alia
poca del corallo: da 4o gondole della
compagnia si passò tutto ad un tratto a
200.I prodotti salironoa 1,200,000 fran-
chi nell'anno 5.°, ed a 2,000,000 nel 6.°
Allora cominciarono a comparire le co-
ralline napoletane. Nel 1798, in conse-
guenza della guerra con Algeri, gli agen-
ti francesi furono portati in Ischia vilù, le
ra, e più tardi dalla guerra di Spagi
lasciò la pesca del corallo a'marinari gre-
ci, siciliani, sardi e spagnuoli, mediante
prestazioni stabilite a seconda delle sta-
gioni d'estate e d'inverno. Questo stato
di cose durò 10 anni. I marinari d'Italia
s'impadronirono d'un posto che non fu
più loro conteso, e le fabbriche di coral-
lo si stabilirono nelle città di questa re
gione e particolarmente a Livorno. La
convenzione de'26 dicembre 1 8 1 7 rimi
se la Francia nel possesso della pesca de'
coralli, e fissò in 60,000 franchi la cor-
risposta da pagarsi al bey. II trattato de'
24 luglio 1 820 la porlòa 200,000, il che
in 5 anni cagionò una perdita di 3oo,ooo
franchi al governo, il quale avea fatto e-
seguire a'concessionari l'impresa per suo
conto. Nel 1822 fu concesso il privile-
gio a una casa di Marsiglia. I corallari
francesi rimasero di nuovo sottoposti al-
la prestazione comune destinata all'ac-
quisto delie rendite pagabili al bey, ma
fu dato altresì un premio d'incoraggia
mento. Nel 1826 il governo tlecrelò la to-
tale soppressione della pesca sui battelli
i68 TUN
francesi, e del mantenimento dell'antico
diritto ne'batlelli esteri. La pesca nel i 827
fu impedita dalla dichiarazione di guerra,
seguita ben presto dall'incendio degli sta-
bilimenti di La Calle. Frattanto dal 1 827
nli83i, alcuni pescatori avventurosi af-
frontarono i pericoli dell'ospitalità degli
indigeni, rifugiandosi, come portava il
r.aso, a Tabarca o in alcuni punti della
costa di Tunisi. 11 regno di Tunisi ritrae
da altre regioni quanto abbisogna, e gli
americani principalmente vi fauno un
commercio ragguardevole. Poco operosa
é in questo paese l'industria, tuttavia le
manifatture di seta, di marocchino e di
panni sono assai floride. Vi si fanno pure
scialli e coperte con lane indigene, men-
tre le berrette, le più fine particolarmen-
te, sono fabbricate colle lane di Spagna.
Diversamente è stata valutala la popo-
lazione di questo regno; i calcoli più pro-
babili la portano a più di due milioni d'a-
bitanti, mori, turchi, arabi ed ebrei, i
mori e gli arabi essendo i più numerosi
di tutti: tranne i giudei, che sono in nu-
mero di circa 1 40,000, ed i cattolici che
si fanno ascendere a circa 1 2,ooo,tutti gli
altri professano \\ Maomettismo [F .). Gli
europei vi godono maggior libertà che
negli altri stati maomettani; ed all'epo-
ca della pirateria i tunisini si riguarda-
vano come i più civilizzati tra'barbare-
schi. I tunisini, come gli altri barbare-
schi, sono ignoranti, i più abili limitan-
dosi a saper leggere, scrivere e calcolare,
né bramano estendere più innanzi le Io-
io cognizioni, poiché il calore del clima
li porta naturalmente all'indolenza e al-
l'inazione. Sono fatalisti, e sottomettonsi
con rassegnazione alle avversità della for-
tuna ; creduli, avari, gelosi all' eccesso,
molti si abbandonano al libertinaggio. Le
donne condannate a schiavitù perpetua,
escono di rado dalle case, né mai compa-
riscono in pubblico senz'essere velate, li-
mitandosi unicamente alle cure domesti-
che e de'figli, non estendendosi più oltre
il circolo del loro potere. Le moresche so-
TUN
no in generale bellissime, con carnagio-
ne delicata e animala, occhi pieni d' e-
spressione, lunghi capelli neri intrecciali;
l<i maggior parte tingonsi l'estremità delle
mani ede'piedi con foglie di Renna pol-
verizzata, ed annerisconsi pure le soprac-
ciglia e l'orlo delle palpebre con minie-
ra di piombo; portano braccialetti e o-
recchini d'oro e d'argento, e le povere di
rame. Niente pareggia la loro pulizia, e
vaunodisoveute al bagno, poi profumati-
si d'essenze e ardono ne'loro appartamen-
ti legni d'aloe. Il calore del clima fasiche
non è raro il veder le donne madri d'i 1
anni; allattano da per loro i figli,che bian-
chi quanto quelli degli europei, imbruni-
scono per l'ardore del sole a seconda di
quanto vi si espongono. Sommamente mi-
sto è il sangue de' mori per le continue
parentele che i turchi ed i rinegali cri-
stiani di diverse nazioni contraggono colle
femmine del paese. Gli uomini sono inge-
nerale ili costituzione magra, hanno ca-
rattere e alterezza nella fisionomia, pochi
essendo gl'infermi e contrallatti; nel mas-
simo numero vivendo vita sobria, vivono
a lungo quanto gli abitanti de'climi tem-
perali, ài lasciano crescere la barba e
radonsi il capo; alcuni radonsi pure il
volto, non conservando che i mustacchi;
ma tutti i grandi hanno la barba lun-
ga, e allorché si vogliono degradare vie-
ne loro tagliata. A' fanciulli si lasciano
crescere i capelli sino all'età pubere. Il
popolo snpersliziosissitno ha il massi-
mo rispetto pe' santoni, specie di fana-
tici e vagabondi che vivono a spese della
carità pubblica : sono considerati come
santi e ispirati, perché commettono stra-
vaganze d'ogni specie; se ne vedono pian-
tar chiodi nella testa e si menano colpi
violenti senza mostrar dolore; altri cor-
rono nudi in mezzo alle strade e pubbli-
camente vi si abbandonano alla loro lu-
bricità. Il regno èdivisone'7 distretti che
prendono dal capoluogo il nome, e sono
Tunisi che n'é la capitale, e di cui par-
leròpei) El-Mahdia, Susa,K.airouau,Mu-
T U N
liometa, Biserta, e Porto Farina. Il so-
vrano porta il titolo di Bey o Dey, no-
me di dignità presso i turchi, ed al suo
avvenimento al trono riceve l'intestila*
ra dall'imperatore de'turchi, e il cufian o
firmano col titolo di pascià a 3 code; sono
questi e altri diritti che la Porta ottomana
nella 7 Wr/mv(/".)ha conservalo sulla reg-
genza diTuuisi. Noterò sul vocabolo e tito-
lo principesco di Zhj redi /}ej',che si osserva
ne'mouumeiiti locali di Algeri ed» Tunisi,
che nella reggenza il sovrano si chiamava
Dey, ed in quella di Tunisi si appellava
e tuttora si nomina Bey. Dal 1703, che
cominciò la serie de' bey della regnante
dinastia, la sovranità della reggenza tu-
nisina è ereditaria, succedendo o il fra-
tello o il figlio a seconda della maggio-
ranza di età. Il principe ereditario porta
il titolo di Bey del Campo, onde distin-
guersi dal sovrano o bey grande. Il prin-
cipe risiede nell'elegante castello di Bar-
do, situato in mezzo a una gran pianu-
ra presso la città di Tunisi. Numerosis-
sima è la corte del bey, egli ullìciali che
lo circondano sono in generale onesti e
cortesissimi verso i forastieri. Il principe
regna assoluto nel potere, delta e rifor-
ma le leggi , giudica le bisogna de' suoi
sudditi, li condanna e assolve senza ren-
der conto della sua condotta; negli aliali
impreveduti e delicati consulta il diva-
llo o consiglio di stato, ma è sempre li-
bero di secondare la propria volontà. La
milizia componesi di rinegati, di mori e'
di pochi turchi: i rinegati e i mori for-
mavano la cavalleria, i turchi V infaute-
lia. Anticamente ogni soldato era arma-
to d'una pistola, d'una sciabola, d'un pu-
gnale nella cintura, e d' un fucile senza
baionetta. Parecchi impiegati della guar-
dia del bey godono di grande conside-
razione, e pervengono eziandio alle cari-
che importanti del governo. Riferiscono
alcuni geografi, che oltre la forza navale
e l'armata di terra valutata 2 5,ooo, ol-
tre la guardia del bey, questi ad un cen-
no può aruiaie 5o,ooo beduiui. Sino a-
TUN i69
gli ultimi tempi le truppe tunisine erano
poco disciplinateeuon conoscevano la tat-
tica militare; sebbene valenti marciava-
no e combattevano quasi senz'ordine, es-
sendo la loro principale occupazione il le-
vare l'imposte. Partono ogni anno da Tu-
nisi due campi volanti, comandati dal bey
del campo, che in ciò agisce da principe,
e formati di dneo tre mila uomini, e van-
no a riscuotere dagli arabi le contribu-
zioni; uno di essi campi parte in luglio e
agosto e inoltrasi dal lato dell'ovest, ver-
so la frontiera d'Algeri; l'altro esce in no-
vembre, percorre tutta la parte meridio-
nale del regno , varca le montagne del-
l'Atlante e penetra nell'interno del paese
e nel deserto, sino a' confini del territo-
rio di Tripoli. I tributi pagali dagli ara-
bi consistono in grani, frutti, datteri, o-
lio, pecore, cavalli e denaro. Senza tali
dimostrazioni di forze , le contribuzioni
ed i tributi non si riscuoterebbero. I va-
sti domimi particolari del bey gli procu-
rano pur essi rendite considerabili; i da-
zi sulle mercanzie, e altri diritti accre-
scono le sue entrate. La pirateria sem-
bra ormai finita, nondimeno alcuni cor-
sari di Tunisi dicesi che talora furtiva-
mente fanno qualche preda. Da alcune de-
cine d'anni ricominciò il mare Mediter-
raneo ad esser l'anima vivificatrice del-
l'antico mondo. Distrutto sulle coste set-
tentrionali d'Africa il trono della barba-
rie, la quale colle sue piraterie si oppo-
neva ad un lucroso sviluppo del commer-
cio, si risolsero anch'esse finalmente, do-
po lunga resistenza , ad accostarsi più o
meno all'incivilimento europeo. La ua-
tura del suolo di que'paesi, in cui si di-
rama il pendio settentrionale dell'Atlan-
te, non rinserra il carattere speciale afri-
cano, ma la così detta Barbar ia appar-
tiene evidentemente, e per clima e per
prodotti naturali, a quell'insieme di paesi
che formano il bacino da] mare Mediter-
raneo. Quindi ne'tecupi antichi e nel me-
dio evo, que'paesi spiegarono un alto gra-
do di coltura, e celebra Urline furouo le
i7o T U N
colonie fenicie, greche, romane e nrabe.
Ivi pose piede ab aulico la più florida a-
gricollura. Quel paese, protetto contro
la forza de' venti infocali del deserto, e
j ioli escalo dalla brezza del mare, ha un
t imi a sano, e non è dannoso clic agli eu-
ropei de) nord, che sono corretti a fati-
co»! lavori, o non vogliono adattarsi al si-
Bietta di vita ilei paese, diesi possa qui
lavorare, è sialo dimostralo da tante mi-
gli.iiaui schiavi europei, de'quali non tutti
erano originari delle alimi terre dell'Eu-
ropa meridionale, ed è nota la ricchezza
de'suoi prodotti naturali. Aulicamente,
come pure nel medio evo, gli europei vi
dominarono potentemente , come le gi-
gantesche rovine di città greche e roma-
ne lo piovano ancora oggidì. Anche la
Spagna , nel tempo del suo eroismo, fu
possente alle falde dell'Atlante. Dacché
la Fi ancia conquistò il paese d'Algeri, tan-
to riccamente dotato dalla natura, essa
non temè di chiamare il Mediterraneo un
mare interno. Tunisi posto nell'antico do-
nnine della celeberrima Cartagine, ten-
de ad una stretta relazione coll'ltalia, La
penisola, sulla quale è posto, rende il ma-
le Tirreno, colla penisola d'Italia e le sue
isole, una parte segregala del Medi terra-
neo. Cartagine e Rema (V ,) si odiaro-
no così mortalmente, perchè ambedue
andavanoa gara in voler divenire le città
centrali di lutto il mare Mediterraneo ,
ed a ciò erano ambedue spinte dalla lo-
ro posizione naturale. Alcuni desiderano
che come Alfièri fu soggettato al sistema
O OD
di vita europea, per mezzo de' francesi,
così ancheTunisi possa essere posto in una
sfera di vita più elevala per mezzo della
vicina Italia; e Tunisi dividerà la sorte
con Algeri, qualora la dominatrice de'ma-
ri del nostro secolo non vi pianti il suo
tridente. Ma chi sarà chiamato, per la
la natura delle circostanze a portare l'in-
civilimento dell'odierno Tripoli{V^) ver-
so la diramazione orientale del monte A-
t la nte, e sulle vicine coste di Barca, le qua-
li anticamente erano lauto coltivale , e
TU lN
delle quali si fa tuttora un così forte com-
mercio con l'interno dell'Africa ? Per la
via del mare Adriatico l'Europa centrale
viene diretta naturalmente verso questi
ultimi paesi.
il regno o reggenza diTunisi coi rispon-
de a quella parte dell'Africa propria, che
comprendeva la Zeugitania abitata da
popoli abilissimi nella chiromanzia,echia-
mati anche zingari e gitani , proviucia
che sembra la Proconsolare o provincia
di Cartagine; e la Bizaceua altra provin-
cia nella parte meridionale di Tunisi. Li-
vio chiamò i tunisini, liììjphoenices; e
Mo ree Ili il tunesino, Tunetanus. Domi-
nata la regione dalla possente Cartagine,
i romani dalla distruzione di quella for-
midabile rivale sino alla metà del V se-
colo dell'era corrente, erano rimasti pa-
droni di questa contrada, allorché i van-
dali , conquistala la Spagna, si sparsero
per tutta l'Africa settentrionale. Il pro-
ile Belisario ne li scacciò; ma nel 690,
tutta questa parte cadde in potere de'ca-
lidi arabi maomettani, che la conserva-
rono per 1^0 anni, e cori essi cominciò
lasloria moderna de'tunisini. Mentre que-
sti ubbidivano a' califfi, residenti in Rai-
rotta n, Vicus Augusti t riguardala la ca-
pitale dell'Africa propria (cioè aulica pro-
vincia dell'Africa, della quale non si può
assegnarci confini precisi, bensì contenen-
te la contrada in discorso), verso il ggS
nel paese vi entrarono oltre un milione
d' arabi Saraceni pel deserto di Barca.
Narrai in tale articolo e in altri, le loro
crudeltà e terribili irruzioni ne'dominii
cristiani, il che mosse Papa Pittore III
a riunire un grande esercito da tutle le
parli d'Italia, massime di pisani e geno-
vesi, per frenarne il furore con che face-
vano Schiavi immenso numero di cristia-
ni. La flotta crociata, munita dello sten-
dardo di s. Pietro e dell'indulgenza con
remissione de'peccali, investì il regno di
Tunisi e fece varie conquiste principal-
mente nel 1088, anno in cui fu eletto il
successore Urbano 11. 11 re infedele fu co-
TL'N
stretto a rifugiarsi in una fortezza; fu pre-
sa Mahdia, Tunisi e altre principali cit-
tà, per cui il re maomettano si rese col
suo stato tributario alla s. Sede, come re-
gistrai nel voi. LX1X, p. 275. Dipoi nel
1 i4o Abdallà, nativo delle moulagne del-
l'Atlante, 1 .°capo della dinastia degli Al-
monadi, si rese padrone della Barbaria,
e Tunisi fu governala da're di questa tri-
bù pel corso di parecchi anni. Al decli-
nar dell'impero degli Almoravidi, s'in-
nalzò ili.° grido sedizioso dall'arabo A-
belcliit, mentre il califfo Abassida Cairn
legnava sui mussulmani; ma le sue trup-
pe sconfissero il ribelle e lo spensero, pe-
rò rinacque ne' suoi due figli la brama
d'emanciparsi. Indi combattè contro di
loro il re Josef-Abu-Techifien della di-
nastia degli Almoravidi, e terminarono
le contese col rilasciargli il dominio del
regno di Tunisi, a patto di perpetuo vas-
sallaggio a' sovrani di Marocco, i qua-
li tenevano in Tunisi un loro governa-
tore, che più volte fu assedialo dagli a-
rabi. Terminata la linea degli Almora-
vidi, non furono punto migliori e docili
gli Almohadi successori, e Giacomo Al-
mansor si tolse i regni di Tunisi e di Bu-
gia. Declinando pero la fortuna di quel-
li gli arabi di Tunisi tumultuarono di
nuovo, e l'imperatore di Marocco compo-
se gli affari con una imponente spedizio-
ne navale comandata da Abduledi del-
la tribù di Mazamuda, celebre capitano
di Siviglia, che vi ristabilì le cose; e con-
cedendo agli arabi talune pattuite rega-
lie, venne acclamalo sovrano, onde lasciò
sul trono pacificamente il figlio Buzaeca-
ria, che si difese ne' torbidi mussulmani
coli' innalzamento del castello tunisino.
Rassodatosi nel poteremo slato e la corona
rimasero ereditari nella sua famiglia per
più di /joo anni. Abu-Ferez suo figlio di-
visò di estendere a tutta l'Africa propria
il domiuio, che il padre non solo fino a
Tripoli avea ampliato, ma ben anche io
gran parte della Libia e della Numidia.
3Nè mal vi riuscì, poiché lacerati i maroc-
T U i\ 1 7 .
chini dalle fazioni, perderono i regni di
Fez e di Tremezen, assumendo egli il glo-
rioso titolo di re dell'Africa, che limitò
a're di Tunisi in progresso, e ordinando
il ceremoniale della sua corte. Il figlio e
successore di lui chiamato Hutmen , se-
guì nella prodezza delle gesta il paterno
esempio. Ben previo però il re di Fez era-
si fatto aggiudicare il predominio di tutta
l'Africa iliìììe A ic dt fi le ni s\no ìì\ paese de'
JYegri,e co'successori di Hutmen duraro-
no lunga stagione sanguinosissime guerre,
Chiamatisi Are de fileni le frontiere le
quali terminarono il cartaginese puuico
dominio dall'opposto lato, in corrispon-
denza delle Colonne d'Ercole, da quanto
vado ad accennare. Sorgeva appena e dila -
tavasi la famosa Cartagine, quando col
contrastare il tributo, che alla città d'A-
frica doveasi pel terreno ceduto nella sua
edificazione, i limiti fra Cartagine e Ciré*
zie furono puresubbietlidi disputa. Si con-
venne, che due giovani partissero ad un
dato cenno dalle due città, e nel luogo
oves'iticontrassero, venisse stabilito il con-
fine. Mossero da Cartagine due fratelli
Fileni,e fu sì celere il passo loro che mol-
lo si avanzarono sul terreno de'cirenei pri-
ma d'incontrare i nemici, i quali perciò
irati e come più forti, determinarono di
seppellir vivi i due fratelli se non aves-
sero dato indietro. Questi preferirono tal
barbara morte piuttosto che tradire a-
gl* interessi della patria; ed 1 cartaginesi
per eternare la memoria del fatto eresse-
ro due altari sui loro sepolcri e sagri fica-
rono loro come a Dei, e tuttora il luogo
si nomina le Are deJ Fileni. Quanto al-
le Colonne d' Ercole, F return Gadita-
nuin o Erculeuni, è il nome che gli an-
tichi dierouo alle due montagne Abi'tu e
Calpe, che formauo lo stretto di Cadice
e di Gibilterra, l'una dalla parte d'Eu-
ropa, nell'Andalusia di Spagna, l'altra
dalla parte dell'Africa nel paese di Tan-
ger. Queste due montagne furono così
chiamate, secondo l'opinione di molti au-
tori, perchè essendo alle e ripide, coni-
i7a TUN
pai ivano da lunge alla vista di quelli che
venivano dal grande Oceano, onde en-
trare nel Mediterraneo, come duealteco-
lonne. Secondo la favola però, Ercole per-
venuto sino a questo luogo, e credendo
non esservi più terra verso l'occidente, vi
pose due gran colonne con 1' iscrizione:
Non ultra. Il potentissimo imperatore
Carlo V assunse per impresa le due colon-
ne col molto: Più ? ultra p restò a'successo-
ri re «li Spagna (1 .). Prima di parlare di
Muley-Hascem, dirò ili breve colla Storia
di Tunisi \ clic i saraceni dopo aver oc-
cupato la regione, la posero sotto il go-
verno d'un viceré, talvolta chiamato re,
dandogli il nome e titolo di Emir ossia
principe de' credenti. Continuò tal forma
di governo ora in una famiglia ora in uu'
altra per lo spazio di quasi 5oo anni, fin-
ché per una rivoluzione fu trasferita la
sovranità agli Almohadi, che assunsero i
medesimi onori che si davano a'califlì a-
iricani : ebbero la loro residenza in Ma-
rocco, lenendo governatori in Tunisi si-
no al i 200. Furono poi cacciati da'Lassi,
i quali si arrogarono il titolo di re, fa-
cendo il loro soggiorno in Tunisi, dove
formarono una corte splendida e nume-
rosa. Le guardie del corpoerauo compo-
ste do i 5oo rinegati, e mantenevano un'
armala di 4o>ooo combattenti. Il loro
consiglio componevasi di 3oo persone di-
sutile per nascita, per probità e per espe-
rienza. Questo governo fiori per lo spa%
zio di oltre 3oo anni, e terminò in Mu-
Jeyche vnnlavasi il 35.°re discendente dai
Lassi. Nelle accennate guerre de'tunisini
col re di Fez, i re di Tunisi si ressero fi-
no a Muley-Hascem o Hassan, discaccia-
tone dal famigerato corsaroAriadeno Bar-
bai ossa Il (fratello e successore di Bar-
barossa I nella reggenza d'Algeri), gene-
rale dell'ai mate navali di Solimano Il im-
peratore de'turchi, che nel i 534 s'impa-
dronì di Tunisi e del regno, obbligando
gli abitanti ad assoggettarsi all'impero ot-
tomano; indi considerando che non po-
teva fortificarsi Tunisi dominato in. di-
TUN
verse situazioni al lato d'occidente, risol-
se d'aumentare le fortificazioni della Go-
letta, che prima avea una semplice torre
quadrata situata all'imboccatura del ca-
nale. Muley ritiratosi presso gli arabi suci
alleali, di colà mandò a imploratela pro-
tezione dell'imperatore Carlo V , promet-
tendo di farsi suo vassallo se lo avesse as-
sistilo. Commosso l'intraprendente Car-
lo V dalle disgrazie del re di Tunisi, con-
siderando che altra volta la Spagna (F.)
avea imposto alle potenze di Barbarla e
occupato la slessa Tunisi, e giubilante di
trovare un'occasione di vendicarsi de'Bar-
barossa, primieramente fortificò, per ser-
virsene nella spedizione che inedita va, l'i-
soletta di Tabarca, sulle coste di Barba-
ria nel regno d'Algeri. Quest'isola sorge
sul continente nella provincia di Coslan-
tina, alla foce del Gondil-Bai ba, ed in es-
sa si vedono le rovine di Tabadcara o
Tabarca (Fr.)o Tabathra, un tempo cit-
tà vescovile ed assai celebre. Donata alla
nobile fu miglia Lomellini di Genova, era
sotto la protezione della Spagna. Quindi
Carlo V ne'porti di Spagna e d'Italia ra-
dunò una formidabile spedizione marit-
tima di 4°o leoll'j c',e pose alla vela nel
giugno i 535 con 24,000 fanti di varie
nazioni e 1 5oo cavalli, sotto il suo coman-
do, che vi si recò personalmente, col fa-
migerato Andrea Doria genovese; e Vir-
ginio Orsini conte dell'Anguillaia capi-
tano <li 1 3 galere pontificie, le quali Pao-
lo ili, che avea persuaso Carlo V a tale
spedizione, beued\ a Civitavecchia, nella
cui cattedrale consegnò lo stendardo dis.
Chiesa col bastoue del comando a Virgi-
nio, al Doria inviando poi lo Stocco e Ber-
rettone benedetti. Preparò il Barbarossa
la più valida difesa, ma i suoi sforzi noa
vennero coronati da buon successo. Car-
lo V sbarcò a Porto-Farina, l' antica li-
tica (Z7.), il 16 giugno, e andando defila-
to ad assediare il forte castello della Go-
letta, in cui era chiuso il Barbarossa, lo
superò d'assalto a'25 luglio, malgrado la
sua vigorosa resistenza. Presa la città di
TUN
Tunisi capitale del regno, Carlo V vi ri-
stabilì Muley-Hassan, investendolo libe-
ramente del regno. Bensì volle riservar-
si le mura pel presidio spaglinolo, l'an-
nuo tributo di 10,000 scudi d'oro, 4 ca-
valli e 1 o falconi, liberando lostotodal gio-
go ottomano, con patti molto favorevoli
alla cristianità e all'impero germanico,
spezzando le catene di 20,000 schiavi, co-
me accennai ne'vol.Ll, p.124, eLXVHI,
p. 122 ed altrove, dicendo pure delle al-
tre piazze occupate dall'imperatore, co-
me Bona e Biserta. Mahdia summentova-
ta, e chiamata anche Africa, lungo la co-
sta orientale giacente sopra una specie di
penisola con solide mura e munita for-
tezza, avendola occupata ilrinomatocor-
saro Dragut , la lasciò guernita dal suo
nipote con 4°o mussulmani. Ma il pro-
de Doria , aiutato dal signore di Rai-
1 ouan, da d. Luigi Perez di Vai gas, fatto
governatore della Goletta e che perì nel-
l'impresa, e da'vicerè di Napoli e di Si-
cilia, con poderosa flotta gli riuscìd'espu-
gnarla per assalto. Vedendone però dif-
ficile la conservazione, ottenne da Carlo
V che fosse demolita con mine, onde ne
restò colmato il porto chiuso nell'interno
della città. Vuoisi che Mahdia o Africa
dasse il nomea tutta l'africana penisola.
Carlo V commise al marchese di Terra-
nova la presa di Susa, già chiamata Sfa-
gni, Ruspinae Bizacena, importante cit-
tà marittima con fortificato castello. Se
ne voleva impadronire il marchese colla
flottiglia siciliana, con a bordo le trup-
pe spagnuole, ed i mori sussidiari forni-
ti da Muley. Tuttavolta dopo sanguino-
so assalto e valorosi sforzi, gli convenne
abbandonarla. Allora il Doria ebbe l'in-
carico di abbatterla e vi riuscì pienamen-
te. Ma la flotta italico-ispana fu però indi
sgraziatamente dispersa in una notte dal-
la tempesta, e Carlo V impedito di com-
piere i suoi disegni sull'Africa, potè a sten-
to afferrare il suo porto siciliano di Tra-
pani con poche galere. Già un altro suo
predecessore nel reame di Sicilia verso il
TUN i73
1 1 29 avea fatto conquiste nell'Africa, cioè
Ruggiero 1, quando colle sue armi vitto-
riose avea occupato Tripoli e Tunisi, ol-
tre diversi luoghi della Grecia e l'isola di
Malta. Il Giustiniani, Hi storie deelior-
dini equestri, cap. 67, ed altri storici dei
medesimi, attribuiscono a Carlo V in me-
moria delle narrate conquiste l'istituzio-
ne dell'orarne militare di Tunisi, sotto
il quale titolo creò de' cavalieri, a' quali
assegnò un collare composto di piastre
d'oro ornale di pietre preziose, le quali e-
rano alcune pietre focaie mandanti scin-
tille, per denotare terrore e spavento ,
poiché la pietra non si vince dall'ac-
ciaio, ma getta fuoco se si percuote; dal
collare pendeva una fascia colla paro-
la Bari aria, ed alla fascia era appesa
una croce di s. Andrea della Borgogna,
pure con pietre scintillanti, onde l'or-
dine fu anche detto di Borgogna. Tut-
tavolta il critico p. Helyot pone quest'or-
dine tra'supposti, non essendovi certe pro-
ve di sua istituzione. Di più il Giustinia-
ni al cap. 7 i tratta àe cavalieri del Tu-
sino fondati dall'imperial casa d'Austria,
per avere i suoi imperatori tante voltede-
bellato i barbari maomettani, saraceni e
mori, e piantato nell'Africa lo stendardo
della Croce, mutandosi da Carlo V alle
Colonne d'Ercole il motto di Non plus
ultra, in Plus ultra. Che l'ordine del Tu-
sino colla regola di s. Basilio fu stabilito
principalmente nell'Austria e nella Boe-
mia , ed i cavalieri portavano sopra un
manto rosso la croce liscia di color ver-
de, professando voto di castità coniuga-
le e ubbidienza alla s. romana Chiesa.
Ho voluto qui far cenno dell'ordine del
Tusino (V.), perchè non si confonda col-
l'ordine di Tunisi o Tunisino. 11 p. Bo-
nanni nel Catalogo degli ordini eque'
stri e militari, a p. 3o riporta la figu-
ra e descrive: 77 cavaliere della Croce
di Borgogna in Tunisi. Paolo III do-
po le vittorie riportate su Tunisi da Car-
lo V, a congraluìarsene gl'invio per le-
gati a latere i cardinali Cesarmi e Picco-
i - \ T U N
Iomini,e il detto donoalDorin. Indi nel se-
guente mino 1 536 il Papa al modo de-
scrittela Ingressi solenni in Roma, per la
spedizione di Tonisi vi ricevè in Ini ma di
trionfo Carlo V. Il Cancellieri, che ne ri-
produsse la descrizione nella Stori/i dei
w', riporta le analoghe epigrafi po-
ste sugli archi trionfali e in altri monu-
menti sotto i quali cavalcò pomposamen-
te l'imperatore, ornati di figure e imprese
allusive, col titolo d' Affi e ano , di Virata-
rum vindici, Turcarum eversori. Ouie-
tis funda tori. Nell'arco trionfale super-
bissimo innalzato presso il palazzo di s.
Mirco, con disegno di Antonio Sangallo,
vi lit dipinto il trionfo sull'Africa e la bat-
taglia della Goletta, con l'iscrizione: Ga-
le tue jnunilionibus expugnatis classe-
aite occupata ac liostibus foto stagno tru-
cida tis atque submersis. Altra pittiti a e-
spresse l'espugnazione di Tunisi con que-
sta epigrafe: Tuneto capto turcae poe-
nique in servi tu few a nostrìsad classem
attrahuntur. In un altro quadro l'impe-
ra torcerà rappresentato co'20,000 schia-
ri liberati, che seco condusse in Sicilia e
fornì il necessario per ripatriare, con l'i-
scrizione: Chrisliani a miserabili servi-
tute in libertalem restituii victoriam
Caesari gratulantur. In altro quadro
l'incoronazione fatta da Carlo V del re
di Tunisi, nel ripristinarlo sul trono, con
l'epigrafe: Muleasses insigni Victoria re-
sti tu sa Caesare corona tur. Di altii si-
mili dipinti e iscrizioni si può vedere il
Cancellieri. Abbiamo dall'Alfarano, De-
scrizione mss. della Basilica 1 aticana.
"Sopra la porta Romana (della basilica)
ve sono 8 bandiere, et una serratura con
catenacci di CarloV imperatore, della vit-
toria avuta d'Africa in reverenlia.gralia,
et honore de Dio, et de s. Pietro suo vi-
cario... et in questo tempo forno levale le
bandiere d'Africa, e il catenaccio e serra-
tura, che sta vano sopra la porta in segno
<lel!a vittoria". Poscia la serratura e il
catenaccio della soggiogata città di Tu-
nisi, donati da Carlo V a s. Pietro, come
T U N
rilevai nel voi. XII, p. 9.H3, furono por-
tati sopra l'arco della demolita sagrestia,
da cui si trasferirono sulla porta dell'ai*
chi vi o della nuova con l'antica iscrizione:
Carvi us I imp. Tuneto espugnalo ve-
e (cui et seram lume }>. Vetro ob insìgnem
victoriam traiismisi t. Alcune cose donò
pure a Trapani tolte da Tunisi. Abbia-
mo l'opuscolo: Gli successi della presa
della Goletta e de'progrcssi dello eser-
cito et armata Cesarea- insino alili Q di
lido 1 535. Ritiratosi Carlo V dall'Africa,
il Barba rossa tornò a dare i suoi feroci
guasti sulla costa tunisina, e menti e Mu»
ley-Hassan erasi recato a Napoli da Citi-
lo V per indurlo a nuove imprese, il suo
figlio Muley-IIamida, fitto correre il gri-
do della fuga del genitore per l'oggetto
di abbracciare la religione cattolica, lo fe-
ce detronizzare usurpandogli la corona.
L'imperatore concesse al padre un soc-
corso di 2000 italiani per reprimere la
ribellione, ma questi miseri perirono tut-
ti col ferro mussulmano, e Muley-Has-
san rimasto fra'prigioni gli fu tolta la vi-
sta. Al suo fratello Abdulmalic riuscì di
sorprendere la fortezza di Tunisi, e do-
po aver liberato Muley-Hassan, e schian-
tati gli occhi a Sayd, primogenito del ni-
pote Ha mida, regnò egli persoli 36giorni,
eMaonietto suo figlio per 4 mesi. In capo a'
quali Hamida ricuperò il trono fi a le Stra-
gi e le devastazioni,e vi sedette pacifico si-
no al 1570. In quell'annOjOsecondoaltri
neh 574, Aluch Ali o Ulachiali governa-
tore d'Algeri, prese possesso di Tunisi per
sorpresa in nome del gran signore Seliui
II. Così terminò il vassallaggio di Tuni-
si alla Spagna, a cui l'avea fatta tributa-
ria Muley, sotto il re di Spagna Filippo
II. Arse poscia la guerra anche fra l'al-
tro imperatore ottomano Animai III, e
il re di Spagna Filippo lì figlio di Carlo
V, il cui naturale d. Giovanni d'Austria
cornandole forre spagnuole, in continua-
zione di quella che a'eristiani produsse la
strepitosa vittoria navale di Lepanto Que-
sto prode essendo iudisaccordocon Mar*
T U I
c'Anfonio Colonna generale delle galere
jiontifìcie,e conJacopoFoscarino generale
delle venete, quantunque la flotta cristia-
na fosse gagliarda di i4o galere, ^3 navi,6
galeazze e 3o altri legni minori, il dello
generale turchesco Ulachiali, uomo di so-
praffina accortezza, benché colla sua po-
derosa flotta mostrasse sempre voglia
d' azzuffarsi, pure fuggi ogni incontro e
sì artificiosamente andò trattenendo i cri-
stiani, che loro fece perdere il resto della
campagna, favorendo i turchi anche la
poca armonia tra il Colonna e il Fosca-
lino, cose tutte che sommamente afflisse-
ro Papa Gregorio XI 11. Ad onta che i ve-
neziani sottoscrissero un trattato partico-
lare di pace col sultano, nondimeno il Pa-
pa e il re di Spagna continuarono a guer-
reggiare. Gli spagnuoli possedevano an-
cora la fortezza di Goletta presso Tuni-
si, e d. Giovanni d'Austria vi si accostò
colla flotta di Sicilia , ed occupò senza
combattere Tunisi e Biserta , abbando-
nate dalla maggior parte degli abitanti:
colle galere spaglinole eranvi le pontifi-
cie sotto il coniando di Prospero Colon-
na. Dipoi la flotta del gran signore, sem-
pre capitanala dall'ammiraglio Ulachiali,
e l'armata di terra guidala da Sinan pa-
scià, riuscì a far cambiale le sorti, e pian-
tò stabilmente la mezzaluna su' bastioni
della metropoli Tunisi, facendo macello
di tulli i cristiani che gli si fecero incon-
tro, linone i4 prescelti a figurare come
trofei in Costantinopoli. Così finì il regno
diTnnisijdie dopoAbu Ferez avea durato
3yo anni, sottrattosi dalla dipendenza de-
gl'im pera lori di Marocco, ed i turchi defi-
nitivamente lo riunirono alla Turchia e
impero ottomano.Sinan pascià della fami-
glia Cigalli genovese, fondò allora la reg-
genza di Tunisi, ponendola sotto il vas-
sallaggio del gran signore. Vi stabilì una
milizia permanente di 5ooo turchi, divi-
si in tanti oldak o compagnie di 2j uo-
mini, dalle quali fra'più antichi e bene-
meriti soldati scieglievansi i comandanti,
e tra essi poi si nominavano i consiglieri
TDN i7'>
del divano, e da questi consiglieri si trae-
vano gli agà o governatori militari de di-
stretti. Cosi per via della milizia si ascen-
deva a'primi onori. Durante i primi an-
ni il "ran signore mandava a Tunisi un
pascià per governare la reggenza, e lo rap-
presentava eziandio nelle solenni adunan-
ze. La carica di bey o gran tesoriere si
poneva all'incanto in ogni 6 mesi, né po-
teva ritenersi per più d' un anno. Il 2.°
pascià nominato da Sinan per suo suc-
cessore, dopo due anni l'u spogliato del
potere esecutivo, lasciandogli la sola no-
minale rappresentanza del gran signore,
e gli agà governarono per altri 16 anni
alla testa del divano, finché la milizia si
sollevò contro) boiiluk-bascì, massacran-
done la maggior parte, e Kalif venne pro-
clamato sovrano col titolo di bey, ad e-
sempio d'Algeri, ed ebbe anche quello di
califfo. Continue rivoluzioni e scene san-
guinose hanno dopo quell'epoca balzato
dal soglio e innalzato i bey, vani tornan-
do gli sforzi fatti a più riprese dal popo-
lo per iscuotere il giogo oligarchico mi-
litare; poiché l'ingiustiziee vessazioni dei
governatori, aveano determinato la mi-
lizia a scegliersi da se i suoi signori. Ec-
co la serie de'hey di Tunisi della regnan-
te dinastia. Nel 1700 Hassen figlio d'un
cristiano ri negato. Nel 173 5 Aly pascià,
che nel 174* prese la suddetta isola di
Tabarca, della famiglia Lomellini geno-
vese, e condusse a Tunisi 842 tabaichi-
ni schiavi. Neh 75*2 a'24 aprile i mori tu-
nisini ribellatisi contro il bey Aly pascià,
saccheggiarono la cillà per 3 giorni, mas-
sime depredando i cristiani, la chiesa e sue
suppellettili, l'ospizio e le memorie del-
l'archivio de'cappuccini. Nel 1 j56 fu uc-
ciso Aly dagli algerini, e in sua vece in-
tronizzarono bey Mohammed. Nel 1759
gli successe Aly bey, neh 782 lo divenne
Hamuda, nel 181 4 Olhman, che strozza-
to nel medesimo anno, in questo gli fu
surrogatoMahmud. Nel 1 8 1 5 avendo una
benda di tunisini pirati sbarcato nell'isola
di s. Antioco presso la Sardegna, e por-
176 TDN
tate in ischiavitù un centinaio di persone,
mosse finalmente I* Inghilterra a frenare
le piraterie ne!i8i6 di Tunisi, Tripoli e
Algeri, e mediante la flotta coma mia t a
da lord Exmoulh, costrinse i 3 bey del-
le reggenze di Barbarla a parziali conven-
zioni, sia per la libertà di traffico commer-
ciale, che per l'abolizione della schiavitù,
ne'cristiani, mediante i trattali olia ripor-
tai a Schiavo. Nel i 824 diventò bey Bas-
ini padre del bey di recente defunto. Leg-
go negli Annali cV Italia del eh. Coppi,
che nel i83o alcuni sudditi sardi erano
da qualche tempo creditori della reggen-
za di Tunisi, e non potevano in alcun mo-
do ottenere d' essere soddisfatti. Implo-
rarono finalmente la prolezione del pro-
prio governo, ed il re Carlo Felice spe-
dì avanti Tunisi il contrammiraglio Ca-
stelvecchio con 3 fregale e alcuni basti-
menti leggeri, e con tal mezzo, co'è l'u-
nico potente co'barbari, furono questi in-
dolii a pagare quanto doveano.
Mentre l'Italia era in pericolo di nuo-
ve agitazioni politiche , ebbe il benefìcio
d'essere stabilmente libera dalle correrie
de' barbareschi africani. La Francia da
vari anni avea questioni con Husseyn pa-
scià edey d'Algeri, provenienti da un pos-
sedimento che avea su quella costa, e dal-
la liquidazione di cerli conti derivanti da
provigioni somministrate all'esercito d'I-
talia nel 1799. Fra tali discussioni quei
barbareschi insultarono talvolta la ban-
diera francese e la pontificia dalla Fran-
cia protetta, e il dey avea nel 1827 in-
sultato pubblicamente il console di Fran-
cia colà residente, percuotendolo con un
ventaglio. Allora il re Carlo X cominciò
a spedire una squadra e bloccare Algeri,
e nulla avendo con ciòottenuto, finalmen-
te neh83o stabilì di mandar un eserci-
to per vendicare la dignità di sua corona,
e liberare l'Europa dal flagello de'pira-
ti barbareschi. Alla metà di giugno il vi-
ceammiraglio Dtiperré sbarcò presso Al-
geri 37,5oo uomini comandati dal ge-
neral Bourmont ministro della guerra. 11
T UN
dey difese la sua capitale come seppe e
potè; ma in fine a'5 luglio dovè cederla
per capitolazione, ottenne di potersi ri-
tirare colla sua famiglia e le sue proprie-
tà personali dove gli fosse piaciuto, e re-
cossi a Napoli. I francesi trovarono nel di
lui tesoro 48 milioni di fianchi, (pianti
presso a poco ne avea costali la spedizio-
ne. Il comandante francese in Algeri spe-
dì quindi una squadra a Tunisi e indus-
se il bey Bussiti a sottoscrivere agli 8 a-
gosto una convenzione nella quale fu sta-
bilito.» Rinunziare questi interamente e
per sempre, per se e suoi successori, al di-
ritto d'autorizzare il corseggiamento in
tempo di guerra contro i bastimenti del-
le potenze, che stimassero conveniente di
rinunziare all'esercizio dell'istesso diritto
verso i bastimenti di commercio tunisini.
Abolire per sempre ue'suoi stati la schia-
vitù de'ci isliani. Qualunque bastimento
che urtasse sulle coste della reggenza ri-
cevesse per quanto era possibile l'assisten-
za , i soccorsi e le vettovaglie di cui po-
tesse abbisognare. 11 bey prendesse le mi-
sure più pronte e più severe per assicura-
re la salvezza degli uomini e delle cose e-
sistenti sul medesimo. Le potenze stranie-
re poter stabilire consoli e agenti com-
merciali su tutti i punti della reggenza ,
senza dover fare per quest'oggetto alcun
regalo all' autorità legali locali. Tutti i
tributi , regali e doni di qualunque na-
tura, che i governi o i loro agenti pagava-
no alla reggenza di Tunisi per qualunque
tilolOjCircostanzao nome,e principalmen-
te in occasione di concludersi un tratta-
to o nello stabilirsi un agente consolare,
essere aboliti, né potersi esigere o stabi-
lire per l'avvenire. I sudditi stranieri po-
ter trafficare liberamente co' sudditi tu-
nisini, pagando i diritti stabiliti". Simile
convenzione 1* 1 1 agosto fu stabilita col
bey di Tripoli. Fu l'ammiraglio france-
se Rosamel, che dopo la conquista d'Al-
geri colla sua squadra percorse le diver-
se reggenze barbaresche, notificando ai
capi di esse che la Francia vittoriosa vo-
T U N
leva quindi che il suo nome e la religio-
ne ci t Gesù Crislo fossero in quelle ino-
spitali parti rispettati. Quanto all'aver
la Francia imposto a'bey di Tunisi e di
Tripoli , di non far esercitare il corseg-
giamenlo in tempo di guerra control ba-
stimenti delle potenze, che dal loro can-
to rinunziassero allo stesso diritto ver-
so i navigli barbareschi, indi nel 1 83 1
Ferdinando II re delle due Sicilie, volen-
do profittare de' vantaggi che tal impe-
gno assicurerebbe alla navigazione mer-
cantile, per mezzo del governo francese
partecipò alle due reggenze, che da par-
te sua rinunziava formalmente al divisa-
to diritto di corso verso le medesime. Per-
ciò i due bey si obbligarono a una per-
fetta reciproca nza. Ciò non pertanto Fer-
dinando li ebbe tosto motivi di lagnan-
ze contro il bey di Tunisi Hussin,ed al-
tre ne avea il re di Sardegna Carlo Al-
berto. Imperocché contro i trattati vigen-
ti esso avea fatto castigare con battiture
alcuni napoletani. Il governatore di Por-
to-Farina avea usato mali trattamenti ad
un bastimento genovese, e infine lo avea
anche sequestrato. I consoli rispettivi- a-
veano chiesto varie volte soddisfazione di
tali insulti, ma sempre inutilmente. An-
zi una volta il bey rispose in modo in-
sultante alla dignità del re Ferdinando
II. Allora i due sovrani conobbero non
esservi altro mezzo che d'appigliarsi al-
l'armi. Incominciarono quindi dal sotto-
scrivere a' i§ marzo 1 833 una conven-
zione, nella quale in sostanza stabilirono
che:» Per un effetto degli stretti vincoli del
sangue che univano le due auguste cor-
ti, e dell'antica amicizia e perfetta cor-
rispondenza che regnavano fra loro, già
assai prima d'allora aveano pensato alla
convenienza di unirsi con un apposito
convegno per difendere i rispettivi loro
sudditi dalle avarie e dagl'ingiusti e inu-
mani trattamenti, cui andavano di lauto
in tanto soggetti nelle contrade d'Africa,
e fare a un tempo rispettare la loro ban-
diera, la rappresentanza de' loro regi a-
VOL. LXXXI.
TUN 177
genti, ed i diritti della loro corona dalle
reggenze Barbaresche. Trovandosi allo-
ra ambedue le potenze nella circostanza
di dover vendicare de' torti che aveano
rispettivamente ricevuti dalla reggenza
di Tunisi, aveano perciò determinato di
addivenire fra loro ad un'apposita con-
venzione al suddetto fine diretta. Stabi-
lirono pertanto che vi fosse d'allora in-
nanzi unione perfetta tra loro, nel caso
di rottura d' una delle parti contraenti
con una o tutte le potenze Barbaresche*
In tal caso i sovrani unirebbero, ove oc-
corresse, la forza loro armata di mare e
anche di terra,ove d'uopo, per far rispet-
tare i diritti della rispettiva loro corona
e de' loro sudditi, la regia bandiera e il
commercio dalle reggenze suddette e da
Ognuna di esse. La convenzione rimanes-
se in vigore per lo spazio di 5 anni, e s'in-
tendeste rinnovata di pieno diritto di
quinquennio in quinquennio,meno vi pre-
cedesse 6 mesi prima della scadenza del
quinquennio il diffida mento d'una delle
due parti contraenti chene desiderasse lo
scioglimento \ In forza di questa conven-
zione, il re di Sardegna spedì alla rada
di Tunisi una squadra composta di 4 fre-
gate, una corvetta, un brick ed uno acuii -
ner, e ne die il comando al contrammi-
raglio Viry. Ferdinando II riunì un afre-
gala,duecorvette,una goletta e due brick.
Le due squadre presentaronsi avanti Tu-
nisi sul principio di maggio 1 833, e quin-
di spedirono i <lue commissari Montiglio
piemontese e Marino Caracciolo napole-
tano, ad intimare al bey di dare entro un
prefisso termine la chiesta soddisfazione.
All'aspetto della forza il bey Hussin ce-
dette. Promise solennemente d'indenniz-
zare il padrone del bastimento genovese
pel danno sofferto, e di, castigare severa-
mente coloro che lo aveano insultato. Di-
chiarò essere stalo un equivoco d'intelli-
genza le ingiurie che gli si supponevano
avere proferito contro il re del regno del-
ledueSieilie,anziavrebbeinviato i\u am-
basciatore a Napoli per dileguare ogni
12
i78 TUN
dubbio che potesse rimanere nell'animo
«li Ferdinando 11 sul senso delle sue paro-
le. Promise infine, che qualora avvenis-
se che i napoletani e siciliani applicati ai
suoi servigi cadessero in colpa grave , li
farebbe consegnare in mano al proprio
console, per essere ponili colle leggi del
loro sovrano. Ottenuto così l'intento col-
le sole minacce, le squadre tornarono al-
le loro sta2Ìoui. Il bey di Tunisi mandò
poi di fatti un individuo a Napoli, il qua-
le in nome del suo padrone espresse al
re, in udienza solenne a' ni luglio, senti-
menti di leale e costante amicizia, la qua-
le egli non avea mai inteso d'alterare.
Ferdinando li rispedì poi a Tunisi Ma-
rino Caracciolo, il quale a' 17 novembre
concluse col bey un trattato, per esten-
dere le relazioni commerciali, vigenti tra
i loro rispettivi territori! e popoli, fissan-
do d'accordo in una chiara e positiva ma-
niera i patti da osservarsi da ciascuna
parte. Nel dì seguente si sottoscrisse una
convenzione, nella quale si stabilì che:
wl sudditi del re, i quali servivano il pa-
scià bey particolarmente ed i suoi suddi-
ti, fossero sotto la di lui giurisdizione nel
solo caso correzionale di poco rilievo. In-
colpati però di grave mancanza, dovesse-
ro congedarsi dal servigio del bey e dei
suoi dipendenti, e tradotti nel regio con-
solato generale per essere puniti colle leg-
gi del proprio re". Nel i 83.5 divenne bey
di Tunisi Mustaia, padre dell'attuale che
da poco regna, e fratello del defunto pre-
decessoreHussin. Morto nel 1 83 7 M osta-
la, gli successe il nipote Ahmed pasci;» fi-
glio dell'altro bey Hussin, che si rese ce-
lebre pel suo governo, e distinto benefat-
tore delle missioni apostoliche, come me-
glio poi dirò. Trovo nel Memorandum
storico-politico, pVI eh. conte Solaio del-
la Margarita, ministro e 1. Segretario di
slato di Carlo Alberto re di Sardegna,
descritta la vertenza tra quella coi te e il
bey di Tunisi Ahmed, onde ne farò cen-
no. Sebbene quel principe mussulmano,
cheavea per suo ministro il cav. Giusep-
T UN
pe Baffo genovese, oriundo di Chiavari e
nativo di Tunisi, non seguisse le tracce
de'barbari che nelle reggenze dell'Africa
odiando il nome cristiano, accoppiavano
agli alti di tirannide verso » sudditi del-
l'altre potenze la pianerà malafede, pu-
re di quando in quando il fiero caratte-
re de'seguaci di Maometto trasparirà mal
adombrato dalle forme europee che si fa-
cevano studio ti' imitare. Venne in capo
al bey Ahmed di fare il monopolio del
grano, e contro la lettera detrattati, sen-
za prevenirne i commercianti, ne proibì
l'estrazione. Nel 1 843 il cav. Peloso con-
sole del re se ne lagnò, ma indarno; s'ac-
crebbero anzi i molivi di querela per al-
tre vessazioni e ingiustizie a danno de're-
gi sudditi. Vedendo inefficaci le trattati-
ve, il governo sardo prescrisse al conso-
le più energico linguaggio, accompagna-
to da minacce di rottura; neppur queste
conseguirono l'intento, e fu forza mandar
legni da guerra con ordine al console di
lasciar la reggenza e dichiarare che ove
non fosse resa la dovuta soddisfazione il
re provvederebbe agi' interessi de* suoi
sudditi colla forza. Giosia era la guerra
che Carlo Alberto voleva fare al bey, ma
non piaceva alla Francia. Essa conside-
rava il bey di Tunisi Ahmed come suo
protetto , sebbene egli temendo la sorte
dell'Algeria conquistata dalla Francia e
la progressiva estensione di sue conquiste
in Barbarla, fosse segretamente più ligio
all'Inghilterra. Il console inglese avea fat-
to de'passi al gabinetto tunisino del Bar-
do, onde por termine alla discussione con
accondiscendere alle giuste domande sar-
de, ma non era vi riuscito, e in gran par-
te perchè il console francese avea agito
in senso opposto e corroborata la resisten-
za. II governo francese era estraneo al con-
tegno tenuto dal suo agente in Tunisi, pe-
rò trovavasi sotto l'influenza de'suoi rap-
porti, per cui forse men chiare vedeva le
ragioni del re di Sardegna. Ciò che più
premeva alla Francia era d'evitare a m\
suo alleato l'umiliazione e i danni d'una
T U N
sconfitta, poiché si prevedeva, colla me-
moria di quanto accadde a Tripoli nel
1823, che la marina sarda 0011 avrebbe
smentita la sua riputazione. Il governo
francese propose la sua mediazione, che
non fu accettata dal re pw vari motivi,
cui importava dar prova che avea per se
la forza di farsi rispettare, e una squadra
in istato di sostener l'onore delia bandie-
ra. Al tempo stesso si adombrò la subli-
me Porta, e dalla corte di Costantinopo-
li furono fatte delle osservazioni a quel-
la di Torino. Il sultano non riconoscen-
do l'indipendenza del bey Ahmed, ma con-
siderandolo come vassallo, trovava stra-
no che si chiedesse a lui ragione coll'ar-
mi, anziché dirigersi al suosiguore perot-
leuere riparazione de' gravami; non era
dunque pegl'interessi del bey, ma per far
atto di supremazia che la Porta interve-
niva. Rispose il governo sardo, che aven-
do un agente in Tunisi, il quale trattava
ogni affare col bey senza ingerenza del-
la Porla , e dal bey essendo stati sotto-
scritti i trattati, da lui se n'esigeva 1' a-
dempimento senza oltraggio de' diritti
delia Porta, che dal governo non erano
pregiudicati, ne messa iti questione l'alta
sua signoria. Parve un istante che il sulta-
no non pago disegnasse di mandar una
squadra nell'acque di Tunisi per difen-
dere la città dall'armi sarde, ove s'intra-
prendesse di bombardar la capitale, e vi
fu sospetto che fosse a suggerimento del-
la Francia; ma la spedizione della flotta
ottomana non ebbe luogo, e le ragioni sar-
de prevalsero a Costantinopoli. L'Inghil-
terra non voleva neppur la guerra, poi-
ché vi era tra essa e la Francia un segre-
to accordo per proteggere il bey. Le due
potenze rivali intendevano cosi d'impe-
dire che l'ima o l'altra opprimesse la reg-
genza , la Francia per distendere le sue
possessioni in Africa , 1' Inghilterra per
creare presso l'Algeria una coloniaBrilan-
nica. Ma l'Inghilterra riconoscendo il di-
ritto del re di Sardegna, e lasciandolo in
piena libertà d' agire , offri di far coua-
TUN 179
prendere al bey di Tunisi la necessità di
cedere, né poteva ciòragionevolmente ri-
cusarsi : la Francia all' opposto sdegnata
del rifiuto di accettare la sua mediazione,
minacciò che se la squadra sarda attac-
cava Tunisi, ch'era sotto la sua protezio-
ne, una flotta francese l'avrebbe aggre-
dita. Rispose il governo sardo, che la ver-
tenza col bey riguardava unicamente il
re, ch'era nel suo diritto, e non vi rinun-
zierebbe mai per minacce, fosse pur pos-
sente il governo che le proferiva; non esse-
re in grado di lottar con Francia, ma non
perciò si sosterrebbe meno ciò che richie-
deva l'onore e la dignità d'uno stato in-
dipendente; se il bey non dava soddisfa-
zione al re, la sua squadra assalirebbe
Tunisi, e se la flotta francese lo impedii*
se cederebbe allora il governo sardo a-
vanti forze maggiori, ma non alle minac-
ce mai, e l'Europa giudicherebbe chi più
nobilmente procedeva. Queste e altre ri-
sposte date alla Francia, comunicate al-
le altre corti, furono ovunque approva-
te; il gabinetto inglese scorgendo la con-
venienza d'impedire il conflitto, intimò al
bey di dar soddisfazione al re di Sarde-
gna , ne potè ricusarlo. Non solo tolse i
molivi di querela e rivocò l'inibizione al-
l'esportazione de'grani, ma pagò mi in-
dennità pecuniaria pe'danni solferli dal
commercio sardo, ed il cav. Peloso fece
pacifico ritorno a Tunisi. Intanto diven-
ne rinomato il bey Ahmed, amico since-
ro della Francia, e civilizzatore del pro-
prio stato, ove regnò da sovrano assolu-
to, poiché da oltre un secolo l'alto domi-
nio della Porta ottomana vi è ormai af-
fatto cessato nella reggenza di Tunisi.
D'altronde non cessò di tratto in tratto la
sublime Porta da'tentativi onde ripristi-
narvelo, se non che il governo francese,
al più lieve sintomo di pericolo, da fede-
le allealo, spedì ognora delle squadre in
di lui soccorso, e ciò bastò perchè le mi-
nacce noti si traducessero infatti. Il bey
riconoscente al re Luigi Filippo fino dal
1 840 avea imposto il nome di Aloide Lui-
180 TDN
gì Filippo allu parte superiore dell'an-
tica Cartagine, offrendo a quel monarca
il terreno dove mori s. Luigi IX (J .) re
di Fraiuia&ij agosto i 270, mentre as-
sediava Tunisi, che poi avrebbe potuto e-
spugnareilsopraggiunto l'ratelIoCai lo I re
di Sicilia, questi concludendo invece una
tregua a se molto vantaggiosa co'sarace-
ni. Narra l'annalista Rinaldi, che nella
sagra crociala intrapresa da s. Luigi IX
per liberare i luoghi di Terra Santa dal-
le mani de'inaomettani, prima di recar-
visi si era proposto di conquistare il re-
gno di Tunisi, del cui re avea ricevuto
segretamente molti ambasciatori e i pro-
pri inviali a lui; poiché il re di Tunisi a-
vcadimostratosimulalamente molta pro-
pensione a farsi cristiano, purché con o-
nesta cagione e salvo il suo onore potes-
se metterla ad effello seuza tema de'sara-
ceni suoi sudditi, onde s. Luigi IX va-
gheggiava con pio zelo l'idea di fargli da
padrino. Avendo il re tunisino mandalo
una solenne ambasceria in Francia,s. Lui-
gi IX volle che gli ambasciatori assistes-
sero in s. Dionigio al battesimo d'un e-
breo famoso, eh' egli con diversi baroni
tenne al s. fonte. Dopo la funzione, il san-
to chiamati a se gli ambasciatori, disse lo-
ro con grande alfello. «Direte per parte
mia al re vostro signore, ch'io sì ardeu-
temente bramo la salute dell'anima sua,
che voi rei stare nella carcere de'sarace-
11 i tutti i giorni di mia vita, senza veder
mai la chiarezza del sole, solamente che
il vostro re e la sua gente con di voto cuo-
re si rendessero cristiani". Egli dunque
si persuase, che se il numeroso e tanto
nominato esercito crociato fosse compar-
so improvvisamente innanzi alla città di
Tunisi , questa sarebbe stata la più op-
portuna cagione, che quel re potesse ave-
re tra' saraceni di premiere il battesimo
co 'suoi, evitando la inoi te,e ritenere il suo
regno pacificamente. Oltre a ciò era per-
suaso s. Luigi IX, che se il re maomet-
tano non voleva venire alla fede cattolica,
era cosa assai facile espuguar la città di
T U N
Tunisi e per conseguenza lutto il reame;
che tale città era piena d'oro, d'argento
e di ricchezze infiuile, come quella che
da grandissimo tempo innanzi non era
slata presa da nessuno, e perciò con tali
tesori si sarebbe potuto u" assai aiutar
I' impresa e la restaurazione del domi-
nio cristiano in Terra Santa. E solendo
fornire i tunisini poderosi aiuti di com-
battenti, armi e cavalli contro le crociate
e in soccorso del soldatio d'Egitto, e con
massimo pregiudizio de'crocesigna ti, viep-
più fu tenuta necessaria l'impresa di Tu-
nisi. Pertanto l'armata cristiana appro-
dò felicemente al porto dell'antica Car-
taginei giacche alcuna parte dell'aulica
i saraceni aveano riedificata e foi litica-
ta per guardia del porto, e fu tosto pre-
sa dai crociati, i quali attesero poi al-
l' assedio di Tunisi distante circa 1 5 mi-
glia : quindi fu raggiunto dal fratello Al-
fonso conte di Tolosa. Allorché i crocia-
ti discesero sulla riva di Tunisi, i fran-
cesi coraggiosamente fugarono i sarace-
ni su pe'rnonli. Subilo un limosiniero re-
gio pubblicò d' ordine del re l'entrala nel
paese in nome di Luigi IX: Io vi pubbli-
co il bando del Nostro Signor Gè sii Cri-
sto , e di Luigi re di Francia suo ser-
gentet cioè a dire suo servo. Indi da'ero-
ciali si distesero le tende, e ben presto co-
nobbero falsi i desiderii che avea mostra-
to il re di Tunisi infedele, d'abbracciare
'la religione cristiana. I saraceni fecero vi-
sta più volte d'attaccar la battaglia, ma
ebbero sempre timore del fiero contegno
de'crociali,e se qualche volta vennero alle
mani con iscaramucce,non netrasseroche
danni. I maomettani difesero Tunisi con
valorosi sforzi, ribattuti prodemente da'
cristiani, ed il re volle indugiar nell'assalto,
attendendo gli aiuti della grande armata
che dovea condurgli il fratello re di Si-
cilia Carlo I. Ma intanto, tra per man-
canza d'acqua dolce, la corruzione delle
vettovaglie, gli eccessivi calori d'un pae-
se così ardente, e l'intemperie dell'atmo-
sfera , non che per l' infezione prodotta
TUN
dagl'insepolti cadaveri, scoppiò la peste
e assalì l'esercito cristiano, facendo tosto
strage della metà de'soldati,e poi ne'ca-
pitaui. Tra'grandi morirono pe'primi il
conte di Nevers Giovanni Tristano figlio
del re, il cardinal Ridolfo Caprario le-
gato della s. Set\e, e s'infermò a morte lo
stesso s. Luigi IX preso da continua feb-
bre, il quale si apparecchiò al suo tran-
sito con somma edificazione, che celebrai
altrove, colla recita delle divine laudi e
il ricevimento cle'ss. Sagramenti, adem-
piendo esemplarmente i doveri di buon
padre e di buon re. Avvicinandosi alla
sua fine, il santo re con fioca voce e pie-
no di zelo per la propagazione del cristia-
nesimo,andava ripetendo:» Veggiamo per
amor di Dio, come si possa predicare e
piantar la fede cattolica in Tunisi. Oh ci
fosse alcun huornoatto a esservi manda-
to a predicare"; e nominava un frate do-
menicano, che altra volta era ito a Tu-
nisi e conosciuto da quel re. Venendo il
servo di Dio all'ora estrema, giacendo in
forma di croce sopra un letto asperso di
cenere, consumò il suo eroico sagrificio e
rese felicemente lo spirito alCreatore, nel-
l'ora appunto nella quale il Figlio di Dio
in croce morì per vivificare il mondo. Pub-
blicatasi la sua morte, l'esercito cristiano
oltremodo dolente, ne pianse amaramen-
te la preziosa perdita, onde il nemico ne
prese vigore e baldanza, prontamente re-
pressa dalla venuta di Carlo I , il quale
per le orazioni del fratello vide mitigar la
pestilenza nel campo per una gran piog-
gia, indi ottenne gloriosa vittoria e si con •
tentò di pacificarsi. Il re di Tunisi, che per
salvar la sua capitale e l'invasione del re-
gno erasi sottomesso a qualunqne patto,
promise di liberare tutti i cristiani schia-
vi del suo reame con libero esercizio di
loro religione, e concesse l'edificazione di
conventi e chiese a onore di Gesù Cristo
in tutte lecittà del regno, e che eziandio si
potesse predicar liberamente la fede cri-
stiana da'frati minori e da'frati predica-
tori, come pure da ogni altro; e che non
TUN 181
fossero in alcun modo impediti quelli che
avessero voluto prendere il santo lavacro,
e la conversione altresì de'mussolmani. Il
redi Tunisi divenne tributario di 5o,ooo
scudi annui del re di Sicilia Carlo I, il
quale avea portato le macchine e tutto il
necessario per combattere Tunisi per ter-
ra e per acqua; si obbligò di rimborsare
il re e signori di Francia di tutte le spese
ch'essi aveano fatte sino dal principio del-
la guerra, lequali ascendevano a i i 0,000
oncie d'oro, di cui la metà doveasi paga-
re subito, e l'altra fra due mesi. Aggiun-
ge il Rinaldi, con altre testimonianze, che
fu imposto al re di Tunisi di sommini-
strare il soldo a 3ooo combattenti, fin-
ché durasse la guerra contro i saraceni
invasori della Terra Santa. Di tali accordi
ragionai nel voi. XVIII, p-^B e 299. Il
re Carlo I fu tacciato d'avarizia, per aver
preferito farsi tributario il re di Tunisi
(come Io erano stati i predecessori a quelli
di Federico II imperatore e re di Sicilia)
con annue 20,000 doppie d*oro,invece di
prendere Tunisi, perchè allora conveniva
divider la preda con gli altri principi, il
che principalmente riprovò Edoardo fi-
glio di Enrico III re d'Inghilterra, giun-
tovi con l'armata dopo fatta la pace. Di
più Carlo I in luogo di recarsi in Siria per
la sagra guerra e liberare i santi luoghi
dal giogo infedele, sciolse le vele verso la
Sicilia, e mostrandone Dio giusto risen-
timento, insorta Serissima tempesta, nau-
fragò buona parte della flotta e del teso-
ro avuto dal re di Tunisi; e Tibaldo II
re di Na varrà, che infermo era partito da
Tunisi, giunto al porto di Trapani morì,
onde la vedova Isabella figlia di s. Luigi
IX volle quindi osservare perpetua casti-
tà, avendolo accompagnato nell'impresa
d'Africa. I francesi rientrati in mare coi
siciliani, portarono seco il corpo di s. Lui-
gi IX, ed il re Carlo I ne ottenne le vi-
scere che fece depositare nella cattedra-
le di Monreale, li venerando corpo fu de-
positalo nella celebre abbazia di s. Dìo-
nigìo, la testa fu posta nella s. Cappella
iS* TUN
di Parigi \ e altra reliquie altrove Ami
do dunque il bey di Tunisi A burnì ce-
duto alla Francia il terreno sopra cui ino-
ri s. Luigi IX, ed il «lono essendosi ac-
cettato dal suo discendente re Luigi Fi-
lippo, si concepì il pensiero di fabbricar-
vi una cappella o chiesa ad onore di quel
santo monarca, e tal re la fece innalzare
e dedicare nell'agosto i 84 '; quindi con-
sagrare dal presente vescovo vicario apo-
stolico solennemente a'24 agosto 184^,
coH'interventodello stato maggiore e ban-
de militari della squadra francese, ed ol-
ire il consolato ili Francia, vi assisterono
ancora i cancellieri di quelli delle altre
potenze, con molta affluenza d'ogni na-
zione e credenza religiosa Questo terre-
no racchiude nel suo perimetro una pic-
cola parte dell'antica Cartagine; la chie-
suola di s. Luigi IX colla sua bianca cu-
pola gotica sormontata dalla Croce tor-
reggia ne! mezzo di essa: su lutto il suo-
lo sventola il vessillo di Francia. Questo
luogoè indicato sulla carta geografica col
nome di s. Luigi di Cartagine te gl'indi-
geni arabi mussulmani lo chiamano Za.o-
vit ci Fransìs ,cioè il Santuario de* Fran-
cesijXSantuarìodelSultanoCristiano.W
cav. Calza console generale pontificio nel
l'Algeria (ora di Toscana) nella sua Alge-
ria, gravemente rimarca. Sul ripiano di
IWarka, sulla sommità dell'anticaAcropoli
dove la regina di Tiro Didone venne fuggi-
tiva a cercare un asilo e fondare un famoso
regno, abbellendo e fortificando la città,
s'innalza oggi un piccolo monumento, che
sarebbe questo solo il se$no della rigene-
razione mussulmana.Sebbene non sia am-
bizioso, pure è abbastanza ben situato per
dominar l'orizzonte. Una Croce sulla ter-
ra infedele! Una Croce sulla montagna
esposta a'pubbliei sguardi] Una Croce in
un paese dove il fanatismo religioso dei
maomettani ha reguato sì lungo tempo,
dove qualche volta si riaccende risveglia-
to dall'ignoranza ch'è la sua compagna e
la sua sorella gemella! La Croce è là per-
tanto, e doro ina Tunisi, Cartagine, il por-
T U N
li» e la rada, e \i è stala situata di con-
senso dell'autorità mussulmana! Il monu-
mento eretto alla memoria di s. Luigi W.
nel luogo ov'egli morì, è al certo un edi-
lìzio mollo ben inteso , sebbene sia una
tarda riparazione offerta al rappresentan-
te della Crociata. Ewi un'iscrizione con-
cepita in questi termini. Luigi Filippo re
de* Francesi ha cretto questo monumen-
to sul luogo ove morì il re s. Luigi I V
suo antenato. Conclude il cav. Calza: Il
segno della redenzione innalzato sulle mi-
ne di Cartagine, lo stabilimento del pro-
prietario europeoGioliodeLesseps a Dja-
far, l'adozione del costume europeo alla
corte militare del bey in Dardo sua reg-
gia, sono 3 tatti, che ciascuno nel loro ge-
nere, contengono l'espressione e la ma-
nifestazione d'un fatto generale , cjoè la
trasformazione dell'Oriente! Quando il
duca di Montpensier, figlio di Luigi Fi-
lippo, si recò a Tunisi a'20 giugno 1 84/>>
e passò al Bardo per visitare il bey Àh-
med, questi lo tenne lunga pezza abbrac-
ciato, poiché stimano i mussulmani che
quanto più durano gli abbracciamenti,
tanto più è profonda e sincera l'alfezio-
ne che si ha di essi. Tra le altre parole
affettuose il bey gli disse." Io sono il 20. mo
della mia stirpe, e tuttavia il solo che ab-
bia avuto la gran fortuna di ricevere un
principe francese". A vendo il duca parlato
dell'amicizia del re padre pel bey, que-
sti rispose. » La miglior prova ch'egli ab-
' bia potuto darmene, si è l'aver posto sot-
to la mia custodia la chiesa di s. Luigi,
eretta in onore del gran re suo avolo, nel-
lo stesso luogo, ove lasciando la spoglia
mortale la sua anima sen volò al cielo".
]l duca di Montpensier decorò della le-
gione d'onore l'ab. Bourgade cappellano
della chiesa di s. Luigi; ed il bey di Tu-
nisi all'incontro insignì del suo ordine e-
questre il colonnelloThierry, e di Latour
aiutanti di campo del principe. Il duca
avendo trovato l'attuale vicario aposto-
lico in visita, consegnò per lui al conso-
le di Francia in nome della pia sua gè-
T U N
miriceli regina Amalia, il dono di 3 pia-
neteedi una magnifica stola. Nel seguen-
te anno essendosi portali a Tunisi il du-
ca d' A uma!e governatore generale del-
l'Algeria, ed il fratello principe di Join-
ville colla squadra francese, in nome del
loro genitore re Luigi Filippo formal-
mente decorarono della legióne d'onore
il dello vescovo vicario apostolico. Riguar-
do al religioso monumento eretto in sito
così memorabile , alle conseguenze che
produsse, e alle benemerenze dell' ab.
Doni gade , P Osservatore romano del
1 85 1 a p. 83g e 844> pubblicò un eru-
dito articolo, e trovo opportuno darne
un breve estratto , che si rannoda colla
storia della regione tunisina e comprende
un notabile avvenimento, però rettifican-
do alcune cose, altre aggiungendone. So-
pra la costa del nord dell'Africa s'innal
zava un tempo la celebre Cartagine, ca-
pitale d'uno stato che conteneva le con-
trade situate tra le Colonne d'Ercole e le
Sirti o golfi Sidre e Cabès di Barbarla nel
Mediterraneo. Sulle rive del Tevere era
un'altra città, Roma, a cui il destino ser-
bava una grandezza unica nefasti della
storici. Un giorno la sua potenza si tro-
vò a fi onte di quella formidabile di Car-
tagine, e il giorno slesso la rovina oM que-
sta rivale fu decisa. Il senatore romano
Catone, illustre per la sua eloquenza, pro-
clamato saggio dalla posterità, pronun-
ziò la sentenza di morte di Cartagine col-
le parole divenute famose: DelendaCar-
thago. Cartagine sotto la pressione del-
l' implacabile sua nemica, depose a' suoi
piedi sino l'ultimo respiro della vita po-
litica; essa diventò la provincia procon-
solare Africa dell'impero, e il granaio di
Roma sino al giorno del suo i.° risorgi-
mento al soffio vivificante Jella fede. Car-
tagine fu una delle sedi più illustri del-
la santa e celebre chiesa africana, i di cui
concilii, i padri, i santi, i martiri lascia-
rono tanti magnifici monumenti alla chie-
sa primitiva, che in tauli luoghi altamen-
te celebrai. 11 corto e brillante periodo
TlKY i83
della chiesa africana Unisce al VI secolo
e strascinò Cartagine nella sua tomba, la-
sciando sulle rovine un'aureola di gloria,
e nella sua terra un germe di santità che
Dio nella sua misericordia dovea un gior-
no fecondare. Fino alla metà del V seco-
lo, i Mandali (l.)(\'\ Genserico impadro-
nendosi dell'Africa, v'introdussero l'ere-
sia degli Ariani e poscia protessero gli
errori de' Donatisti (f .), pe'quali furono
dal re Unnerico esiliati e perseguitati cru-
delmente tanti illustri vescovi cattolici a-
fricani, mentre l'eresia de' Mani elici ^PT.)
vieppiù ne lacerò la Chiesa. La rovina de-
rivava dalla sua sorgente, e la scimitar-
ra deU' Islamismo dovea ben presto con-
sumarla e avverare per l'ultima volta l'o-
racolo del savio pagano: Dclenda Car-
thago. Scorrono 6 secoli, e Cartagine re-
sta abbandonata agli uccelli da preda,
all' isolamento, alla desolazione, appena
restando segni dell' alte sue rovine. Me
queste mischiale alle feconde 'ceneri dei
santi della chiesa d'Africa, e al sangue dei
suoi martiri dovean trovare grazie dinan-
zi al Dio del perdono, e la Francia qual
primogenita della Chiesa, fu lo strumen-
to eletto per compiere il risorgimento ci-
vile e religioso di Cartagine col grido di
amore nettato come una sfida all'anate-
ma del pagano: Reaedificanda Cartlia-
go. Nel secolo XI 11 s. Luigi IX, il re ca-
valiere, vieue a morire a Cartagine, e il
suo ultimo respiro è una fervorosa pre-
ghiera in fivore di queste rovine. Da quel
momento uu'a-lleanza è stretta nel cielo
fnrla Francia , e quel luogo testimonio
della gloriosa morte del più santo de'suoi
re. Passano de' nuovi secoli, comincia il
XIX al rumore de'fulmini d'una guerra
universale, e questa guerra porta nel suo
seno il genio di Bonaparte, che estesele
sue conquiste sino a'piedi delle piramidi
d'Egitto. Strana cosa ! Il bey di Tunisi,
sovrano di Cartagine, osa più volte inci-
tare il vincitoredi Aboukir, che sdegnan-
do di misurarsi col pigmeo tunisino, si li-
mita a delle riprensioni, senza toccare il
I&4 T Lì N
Itto territorio. All'ultimo de' nipoti di s.
Luigi IX, legittimamente regnante, era
risei baia la missione di vendicare il cri-
>ti;iucNÌino, la civiltà dalle antiche e stre-
pitose a viinie delle reggenze Barbaresche.
La conquista d'Algeri fatta da Carlo X
è un glorioso legalo del suo regno alla
Francia, un avvenire di crescente ricchez-
za, di conquista, di solidità della poten-
za marittima francese nel Mediterraneo.
Sotto il rapporto spirituale, il progresso si
.stabilì e si svolse a gradi a gradi, e dalle
mani della Francia, la sede illustre di s.
Agostino col pontificio concorso di Gre-
gorio XVI ricevette la i.a restaurazione
della chiesa d'Africa. Il popolo algerino
chiamato dalla conquista all'incivilimen-
to e alla vera religione, venne perciò dal»
l'occupazione francese a risentirne im-
mensi vantaggi, e sempre più va prospe-
rando. Dopo la tempesta rivoluzionaria,
Luigi Filippo innalzò la cappella espia-
toria dove K Luigi IX era spirato, pro-
clamandosi suo nipote; ed alla domanda
della Francia il bey Ahmed concesse in
assoluta proprietà il ricordato terreno
che racchiude parte dell'antica Cartagi*
ne, ed ivi si eleva la celebrata piccola
chiesa. La missione apostolica di Tunisi
era dal 1624 servita da' telanti religiosi
cappuccini, e Gregorio XVI, come me-
glio dirò all' articolo Tunisi città e descri-
vendolo, l'eresse in vicariato apostolico
con provvido e benemerito pastore pe'fe-
deli della reggenza tunisina, sotto l'im-
mediata protezione della- Francia, nella
persona di mg.' Fedele Sutter vescovo di
Rosalia dell'ordine de' cappuccini. Così
per mezzo della gloriosa iniziativa della
Francia, le memorande rovine di Carta-
gine cominciarono a risorgere dall'ombre
di morte, e il i.°monumento innalzalo tra
loro è una chiesa cattolica per una dispo-
sizione della divina provvidenza, lai. "Tra
tulle le possessioni francesi al nord del-
l'AIrica, consacrata pontificalmente coi
liti liturgici. Intanto l'ab. Bourgade ac-
corse a Cartagine a esercitarvi il suo a-
• T U N
poslolico ministero, a nome di Roma cri-
stiana, con l'augurio di speranza e di re-
denzione: Kaaedxficanda Carthago. Pei
suoi sforzi il nome di s. Luigi 1 X, fino al-
lora solamente scritto sul fregio della sud-
detta chiesa, venne vieppiù glorificalo e
reso popolare in mezzo a una nazione in-
fedele. Attaccato egli alla legazione fran-
cese in qualità di cappellano , il missio-
nario cominciò a Tunisi col cattivarsi la
stima, impiegando il suo ascendente per
ravvivare in seno della colonia francese
il zelo religioso, alimentandola talvolta
colla parola di Dio in lingua nazionale, e
stimolando a più riprese l'influente con*
sole generale di Francia in favore dell'o-
pera di Cartagine, e degli stabilimenti re-
ligiosi di Tunisi. Il re lo nominò cappel-
lano della reale sua cappella di s. Luigi
IX, che per le sue cure fu circondata da
un giardino, unendovi quasi un museo i
di cui oggetti forniscono gli scavi abil-
mente diretti, con iscrizioni puniche, sta-
tue e preziosi frammenti. Essendo l'esten-
sione del terreno concesso a s. Luigi qua-
si sufficiente per un villaggio, il missio-
nario lo fece coltivare a profitto della chie-
sa. Vi fondò rina specie di piccolo cam-
posanto, destinato a ricevere le spoglie
mortali de'marinai francesi che soccom-
bono nel porto nelle lunghe stazioni del-
le squadre. Così s. Luigi non è più sola-
mente un luogo di raccoglimento e di pre-
ghiere, è ancora un soggiorno piacevole,
un pellegrinaggio istruttivo, un felice pre-
ludio allo stabilimento d'una colonia a-
gricola, un luogo di riposo pe' marinai
cattolici, che trovano a s. Luigi una ter-
ra ospitale pe'loro avanzi inanimati, e una
preghiera per scortare I' anima loro al
sempiterno soggiorno. Indi il missionario
estese le religiose sue sollecitudini a van-
taggio di Tunisi, punto di riunione del-
la popolazione infedele e cristiana del pae-
se. L'istruzione classica mancava intera
mente alla colonia europea , numerosa
d'alcune migliaia d'abitanti, e la colonia
ebrea, ancor più numerosa, periva per
TUN
mancanza d'istruzione; quindi il missio-
nario foroiò l'ardito progetto di fondare
un collegio o scuole, e l'eseguì sotto l'in-
vocazione di s. Luigi da lui presieduto,
con i studi classici, filologici e commercia-
li, pe'cristiani e pegli ebrei, uno de'qua-
li n'è maestro. Poi chiamò d'Algeri in Tu-
nisi le suore di s. Giuseppe a fondare un i-
stituto per le ragazze, e un ospizio sotto
l'invocazione di s. Luigi, (.love gl'infermi
d'ogni culto sono ammessi e curati gra-
tuitamente: a quest'ospedale diretto dal-
le monache e mantenuto da'benefattori,
paga il fitto il prelato vicario apostolico
in tino a quello della casa per le religio-
se. L'eseinpl;iri religiose furono compen-
sate dell'infaticabile loro zelo; venerale
da'eristiani e da'mussutmani, esse . contri-
buiscono a sviluppare la salutare reazione
che si opera lentamente, ma progressiva-
mente in seno di tutte le nazioni dell'isla-
mismo,massime della Turchìa, come, de-
scrivo in quell'articolo. Giunse l'ora infine
in cui il missionario credette poter fare nel
paese con qualche buon esito una prima
prova di proselitismo; studiò la lingua egli
autori arabi, e pubblicò un'opera nella
quale sagacemente attacca l'islamismo coi
suoi propri argomenti, seguendo l'anda-
mento col quale il maomettismo nel Vf
secolo pervertì i cristiani dell'Africa, in-
fetti disgraziatamente dall'eresia ariana,
e la fece imprimere in francese e in ara-
bo. Questo missionario, con tutta ragio-
ne, prese per divisa I' oracolo del cielo:
lìcac dì fìc ancia Carlhago. La Francia ha
nobilmente rivendicalo a Cartagine il di-
ritto che vanta di primogenitura nella
Chiesa; essa l'ha protetta colla sua ban-
diera, battezzata col nome del suo re s.
Luigi IX, e uod potrà abbandonar la sua
pacifica conquista, lasciando incompleta
l'opera di misericordia.
il bey Ahmed illuminato, mercè le sue
cure la reggenza di Tunisi, già nido di pi-
rati, marcia a veloci passi verso il comple-
to incivilimento. Per lui il fanatismo reli-
gioso e il brigantaggio souo scomparsi da
TUN i85
questo suolo, al vestiario fece assumere un
tipo speciale partecipando del turco e del-
l'europeo, ammettendo in.corte parecchi
dolli cristiani a cariche importanti. Fra
questi il cav. barone G.RaiTo oriundoge-
novese,cheil re di Sardegna dichiarò con-
te, dal bey fatto ministro degli affari e-
3teri, consigliere e suo intimo segretario,
il quale oltre l'essere protettore e bene-
fattore insigne delle missioni cattoliche,
molto contribuì alle utili riforme del bey,
rigenerando lo stato barbaresco, facendo
fiorire il commercio, perchè vi trovò ga-
ranzie e sicurezza, la fabbricazione degli
oggetti di lana prendendovi un considere-
vole sviluppo. Il bey con l'aiuto di bravi
affiliali francesi e. italiani, in pochi anni
seppe formarsi un'armata regolare, or-
ganizzata, disciplinata, istruita e montata
all'europea. Istituì la decorazione eque-
stre tunisina del Nisciano Niscìani If-
thìar (/'.) civile e militare, destinata ad
onorifico guiderdone per coloro che se ne
mostrano degni, statisti e stranieri;ciò pro-
vando quanto Ahmed apprezzava i leali
servigi e quanto era innanzi nella via del
progresso e negli uside'paesi d'antico inci-
vilimento. L'ordine tunisino del Ni scia n
si divide in 4 classi: cioè di i ,' classe col
grado di uflìziale dell'ordine; di 2.a classe
col titolo di commendatore; di 3/ classe
coi grado di uffi/.iale; e di 4-" classe col
titolo di cavaliere. La decorazione dii.a
classe formasi d'una specie di placca quasi
rotonda e composta di fregi, sovrastata dal-
la mezzaluna che racchiude una stella.
Dentro un circolo è la cifra del fondatore,
cioè le lettere arabe A. D. vale a dire Iai.a
e 1' ultima del suo nome (il successore
regnante nella decorazione ha posto la ci-
fra del proprio nome). Tutta la decora-
zione è di diamanti, legati in oro e ar-
gento, d'oro essendo il fondo della cifra
che occupa il centro. Le altre due deco-
razioni di commendatore e di utfìziale,
sono proporzionatamente meno ricche :
quella di cavaliere formasi d'una piastra
d'oro ovale circondata da una corona di
iSG T UN
fiondi d'alloro, sovrastata dalla mezza
luna e dalla siella di diamanti, avente in
mezzo la cifra del bey pure in diamanti,
La decorazione di i.a classe si pone a de-
stra del petto; quelle delle 3 altre pendo-
no da fittuccia di seta verde ondata ODO
4 filetti rossi: i commendatoli la porta-
no al collo, gli uffizioli ed i cavalieri alla
sinistra del petto. L'atto che immortalò
l'encomiato bey Ahmed, che supera tutti
quelli emanati da lui ecliesegneià un'e-
poca ne'fasti del inondo, fu l'abolizione
Completa della schiavitù, di quella ver-
gogna che deturpa tuttora il nostro se-
colo laddove meno dovrebbelo, come vi-
vamente deplorai a Schiavo. Avea il bey
da circa un lustro data la libertà appro-
pri schiavi, non senza esortare i sudditi
a dismettere l'infame mercato della car-
ne umana e ad imitarlo, quando con de-
creto de'^4 gennaio 1846 dichiarò: Es-
sere troppo penoso e ripugnante al suo
cuore il do il lo di proprietà di questa spe-
cie del genere umano che Dio ha colmato
di beneficenze, e voler cessata da quel
momento nell'estensione de'suoi stati la
schiavitù; ordinando altresì che diventas-
se libero qualunque schiavo proveniente
dall'estero, il quale ponesse il piede ne
gli stati medesimi. Adunque con un trat-
to di penna il bey di Tunisi Ahmed rup-
pe i ferri di 3o,ooo de'suoi simili, ren-
dendo loro un'esistenza indipendente,on-
dechè milioni di voci risuonarono da tut-
te parti per ricompensare colle benedi-
zioni il magnanimo autore di sì umana a-
zione. L'istituto d'Africa, che tanto elli-
cacemente promosse la rigenerazione del -
la razza africana, volle direttamente co-
municare al generoso sovrano i propri
sensi d'ammirazione per mezzo d'un in-
dirizzo, e contenente il brano seguente.
n Voi avete nobilmente compreso, o prin-
cipe, ch'è un onorare l'Essere supremo
trattando bene le di lui creature. Di già
migliaia di cuori si sono inchinati ricono-
scenti verso il vostro trono, e vi ringrazia-
no per aver infranto delle catene pesanti
T UN
6 inique. A nome d'un corpo numeroso,
noi vi preghiamo umilmente d'aggradire
l'espressione della nostra profonda grati-
tudine per questa grande e nobile misu-
ra che rende liberi degli uomini, i quali
con ragione avete giudicato degni d' es-
serlo. Che resta egli il più sovente dietro
le battaglie? o delle lagrime o del san-
gue. Quella che avete riportalo sopra la
schiavitù sarà la più gloriosa che voi pos-
siate mai scrivere sulla vostra bandiera.
L'umanità ha i suoi annali: il vostro au-
gusto nome vi brilla oggi siccome nel cie-
lo un astro luminoso." li bey Ahmed nel
novembre di detto 1846 recossi a Pari-
gi ricevuto solennemente dal re Luigi Fi-
lippo, con Splendida cordialità. Egli si
mostrò piacevolmente in pubblico avente
un fez in capo, vestito di ricca divisa quasi
simile a quella degli uftiziali francesi, e
portante il gran cordone della legione d'o-
nore. Con onori reali fu festeggiato dalla
corte e da'grandi; assistè a riviste milita-
ri e concerti;visilò i mirabili stabilimenti
di quell' immensa metropoli; profuse a
piene mani oro per sollievo delle vittime
della recente inondazione e de'miserabili
ingenerale; e pose in moto la stampa pa-
rigina e dipartimentale, che a lungo fe-
ce eco al popolo in esaltare l' illustre o-
spite, celebrandolo un grand' uomo pel
cuore, per le sue idee e pe'suoi alti. In
attestato quindi di grato animo per sì ma-
gnifica accoglienza, e pel successivo do-
no ricevuto dal re della magnifica nave
a vapore Dante, mandò a Parigi la fa-
mosa guglia di Cleopatra. Nel 1847 il bey
spedì in Algeri un suo olììciale, con l'in-
carico di consegnare al maresciallo Jju-
geaud le insegne del Niscian tunisino di
1 belasse, colla seguente lettera. » Al più
distinto de'grandi, sul cui appoggio si può
farconto,al più elevato, al più onorato, al-
l'uno de'primi (del regno) e de'principa-
li ! A colui ch'è prodigio di bontà, d'af-
fabilità e nostro amico, il maresciallo du-
ca d'Islì, governatore dell'Algeria, cui Dio
colmi d'onorificenze 1 Dopo di aver così
TU N
offerto i saluti convenevoli all'ulto grado
che tu tieni, io ti duo che la nostra al-
leanza colla grande nazione francese e-
cheggiò in tutto l'universo; quest'alleati-
za è stata proclamata da tulli gl'intèrpreti
del pensiero, la parola e la penna. L'ono
re, che noi raccogliamo, sarà ricordalo
in tutti i secoli; ed è per perpetuarlo e
dartene una piova, che noi li mandiamo
questo splendido fregio , che occupa un
luogo distinto nell'opinionedi tutti gli uo-
mini d'onore. Sovr'essso è scritto il uo-
stro nome; è lo stemma della dignità del-
l'ordine: ti piaccia accettarlo. La felicità
e 1' accompimento d'ogni tuo desiderio
sempre ti accompagni. Ti conservi Id-
dio sempre fra mezzo agli onori, di cui
sei degno ! Emanato dal povero in Dio,
dal suo servo Ahmed pascià, bey sovra-
no del regno di Tunisi. "Si legge nel Gior-
nale di Roma de'27 febbraio 1 85 1 .» Sua
Altezza il bey di Tunisi volendo felicita-
re il santo padre Pio IX pel fausto di lui
ritorno alla propria sede, spedì in que-
sta dominante un inviato straordinario
nella persona di S. E. il sig.r barone Raf-
fo suo segretario intimo , ministro degli
affari esteri e generalissimo delle truppe.
L'altezza sua avrebbe desiderato di com-
piere prima d'ora a tale atto, laddove il
cholera-morbus non avesse travagliato
quelle contrade. Il sig.r barone pei tanto,
ammesso all'udienza di sua Santità il dì
18 corrente, ne venne ricevuto con ogni
alfabilità di maniere, e co' riguardi cor*
rispondenti alla graziosa missione affida-
tagli. Égli poi nella notte de' 24 corrente
ripartì per Tunisi, tenendo la via di Na-
poli, e portando seco pegni manifesti della
benevola accoglienza avuta dalla Santità
sua in simile occasione." Fu l'odierno vi-
cario apostolico che procurò che il bey si
ponesse in corrispondenza col Papa, il
quale decorò il ministro Ratio colla gran
croce di s. Gregorio, con quella di com-
mendatore il suo figlio, e con quella di
cavaliere due del suo seguito, ed Anto-
nio Dogò ricco e buon cattolico iulerpre-
T U N 187
te del bey. Di più mandò in dono al bey il
suo ritrattoci! coudato da brillanti, e due
quadretti di musaico. Il bey inviò rag-
guardevoli soccorsi in denaro e truppe al-
la Porta ottomana, nella terribile guer-
ra che ardeva colla Russia; e fu tenuto
uno de'più famosi giuoeatori di scacchi del
mondo. I pubblici fogli deh 855 annun-
ziarono le seguenti notizie. A'3o maggio
nel nuovo palazzo della Goletta morì il
pascià bey di Tunisi Sì-Ahmed, in con-
seguenza di nuovo assalto di gotta, che
inquietavalo da qualche tempo, e del 4-°
attacco apopletico , il quale appena gli
permise chiedere un po' d'acqua e subito
perdendo l'uso della parola. All' istante
ne fu avvisato il suo cugino Mohammed
bey del campo, destinato a successore se-
condo la consuetudine del paese, ricono-
sciuta per convenzione stabilita tra l'In-
ghilterra , la Francia e la Porta. Il bey
del campo, dalla Marsa, luogo di sua vil-
leggiatura , corse tosto alla Goletta ac-
compagnalo dal suo seguito. Intanto il pa-
scià bey continuava deteriorando, e verso
la mezzanotte cessò di vivere, in presen-
za de'suoi cortigiani, e dell'altro suo cu-
gino Sedak fratello minore del bey del
campo, il quale erasi momentaneamente
assentato. Tale notizia pervenne in Tu-
nisi a'3 1 di buon mattino, e fu poi con-
fermata co tiri di cannone che si usano fa-
re in simile circostanza dalla cittadella del
Bardo, onde annunziare da un canto la
morte del sovrano, ed invitare dall'altro
il divano per la proclamazione del succes-
sore. Mohammed nel frattempo si portò
nuovamente allaGoletta per verificare co'
propri occhi la realtà della morte del cugi-
uo,quindi andò alBardo per attendere alla
proclamazione secondo le forme richieste
dal paese. Corsero al Bardo a tutta gara il
divano, le autorità e tutti gì' impiegati; e
verso le ore 8 del mattino senza ostacoli
fu proclamato: Sì Mohammed Bey del'
la Reggenza di Tunisi. Il nuovo bey a-
sceso il trono ed entrato appena in potere,
investì suo fratelIoSedakdel titolo diBey
188 T U N
del Campo, grado già da lui occupato si-
no da qitandosalì al soglio il defunto cu-
gino. Dopo taleceremonia sua altezza ri-
cevè al baciamano Sedak 2.'1 dignità del
trono, il Zapatappt guardasigilli, e Mu-
Stafà hasnadar tesoriere, il divano, i mi-
nistri, le autorità e tutti gl'impiegati eu-
ropei e indigeni. La proclamazione fu con-
clusa con un saluto reale fatto dalle for-
tezze del Bardo di Tunisi, e con avere i
rappresentanti delle corti straniere inal-
berato il rispettivo slendardosulleloroa*
Lutazioni. Il nuovo principe ritenne per
ministro degli affari esteri il conte Ralfo,
per la fiducia e stima che ha di questo
rispettabile personaggio; subito comin-
ciò ad amministrare la giustizia, la qual
cosa da più di 3 anni non faeevasi dal pre-
decessore per causa di sue infermità , e
gli affari cade vano sotto la prepotenza or
di uno or di altro. Sono immense le spe-
ranze che si hanno nel nuovo bey, molto
più s'egli s'inspirerà ne'principii del de-
funto suo padre, il cui buon cuore liensi
presso tutti in gran memoria, come pu-
re per conoscere bene lo stato delle cose,
ed i balzelli degli appaltatori che gravi-
tano sugli abitanti della reggenza. Dal-
l'avere rimosso dalle porte urbane gl'im-
piegati degli appaltatori, fi sperare l'a-
bolizione dell'appalto detabacchi e del-
l'erbe, che pagano il i5 perioo. Il bey
dopo aver visitato la gran moschea di Tu-
nisi, fece il giro della città fra gli applausi
della popolazione. Prendendo poi in seria
considerazione lo stato deplorabile della
medesima, tosto abolì il gran monopolio
ossia diritto detto dei Quarto, che il prece-
dente governo percepiva alla vendita di
lutti i quadrupedi nella reggenza. Questo
esorbitantissimo diritto talmente aggra-
dava gli agricoltori, i quali nella mag-
gior parte erano stati costretti d'abban-
donare la coltivazione de'campi; ed era
anchegravosissimo non solo per l'ammon-
tare, siccome obbligava i venditori di pa-
gare il 25 perioo sul prezzo della ven-
dita, ma eziandio per l'irregolarità e la
TU N
soverchieria come veniva esalto nelle ri-
vendile, dimodoché spesso le cose soggia
cendo per la 4-" volta a'diritli d'imposi-
zione, divenivano assoluta proprietà del-
l'appaltatore. L'abolizione del monopo-
lio recherà sommo beneficio non solo alla
popolazione, ma pure al governo mede-
simo, perchè i poveri arabi angariati dal-
l'appaltatore preferivano di portare i lo-
ro bestiami nelP Algeria, e in tal modo
il governo non percepiva quello che ora
riscuote. Furono anche aboliti altri due
monopolii interessanti, cioè de'mattoni e
della calcina, appalti che aveano cagio-
nato la rovina della maggior parte del-
l'abitazioni di Tunisi, che perciò conta-
va più di i ooo edificii non compiti, i mu-
ratori penuriavanodi lavoro, e molti al-
tri articoli spettanti alle fabbriche non a-
veano quasi più spaccio. A'2 ottobre ap-
prodò sulla rada della Goletta, provenien-
te da Costantinopoli e Malta, il vapore
tunisino Mausur , con Rifat bey effendi
inviato del sultano Abdul-Medjid-Rhan,
colla conferma all'avvenimento al trono
del nuovo bey. All'arrivo di questo per-
sonaggio sua altezza Mohammed die l'or-
dine de' preparati vi per la sua ricezione.
Il bagno del defunto Ahmed bey, situato
fra s. Luigi e la Goletta, servì da lazza-
retto, ove P ambasciatore della sublime
Porta unitamente al suo seguito consu-
marono la contumacia. A'7, giorno della
pratica, V ambasciatore fu ricevuto alla
Goletta con un saluto di 21 tiri di can-
none, donde fu condotto alla capitale Tu-
nisi, accompagnato da uno squadrone di
cavalleria, e da infinito numero di per-
sonaggi impiegati nel servizio del bey,por-
tatisi di suo ordine ad incontrarlo. Verso
le io antimeridiane un nuovo saluto dalla
Rasba annunziò I* arrivo in Tunisi del-
l'ambasciatore, il quale secondo gli usi
prese alloggio nella casa così detta del Bey.
Quindi a'g ebbe luogo il ceremoniale del-
l'investitura. Verso le ore 8 antimeridia-
ne l'ambasciatore ottomano abbandonò
Tunisi per recarsi ad incontrare sua aU
T U N
tezza il bey, il quale aspettavalo nella sua
cittadella del Bardo. Tutti gl'impiegati ci-
vili e militari in grande tenuta, ebbero
ordine d'accompagnare l'ambasciatore,
nella sua gita al Bardo. Etano preparati
a disposizione di Rifai bey effendi una bel-
lissima carrozza tirata da 8 muli, ed uno
de'migliori cavalli la cui bellezza è quasi
rara nella reggenza. L'ambasciatore pre-
ferì montare a cavallo, e quindi la car-
rozza ritornò vuota. Rifai bey effendi in
piena uniforme portava oltre la sciabola
propria die gli pendeva a fianco, un'al-
tra in mano lotta ornata di brillanti spe-
dita dal sultano al bey, unitamente alla
decorazione e al firmano. Lungo la stra-
da da Tunisi al Bardo la cavalleria ara-
ba irregolare in onore del giorno festivo
fece vari giuochi chiamati ll-Melhab,cou-
ducendo in tal modo Rifai sino alla porta
del Bardo. Le truppe sotto l'armi schie-
rate in due ale dentro la città prolunga-
vate sino alla porta del palazzo reale del
bey, ove l'ambasciatore scese da cavallo
e consumò a piedi i pochi passi che gli re-
sta vano per compiere la sua missione. En-
trando nell'aula di giustizia, Rifui presen-
tò a sua altezza Mohammed la decora-
zione, la sciabola ed il firmano. Aperto
questo dal bey e baciatolo per 3 volle, e-
gli lo consegnò al Bas-Kngia, il quale lo
lesse per 3 volte ad alta voce, presenti il
bey di Tunisi, la sua corte, l'ambascia-
tore ottomano, tutti i consoli e tutti gl'im-
piegati.Fini il ceremoniale con un saluto
reale fatto dalla cittadella del Dardo e da'
principali forti di Tunisi. 11 grado che il
sultano conferisce ad ogni nuovo bey è
quello chMuscir.Nel Juglioi856 fu ordina-
ta l'abolizione delle vecchie tassee l'intro-
duzione d' un nuovo sistema daziario e
steurale. Verrà levata una decima sui ce-
reali e sull'olio, così pure verranno da-
ziati gli alberi fruttiferi, ne' villaggi sono
da pagarsi mensilmente 3 piastre di te-
statico, nelle città di Tunisi, Sfachx,Susa,
Kaiiuane Monastii un importo alquanto
più allo; in caso di omicidii è fissata una
TCN 189
tassa speciale di sangue. La vendita di ta-
bacco e sale verrà concessa a'privati verso
una tassa corrispondente. Verrà a oche at-
tivata una riforma monetaria. Sopra il re-
gno di Tunisi e sua reggenza scrissero. J.
13. Gramaye, Africae illustratele. Tor-
naci Nerv. 1622. Istoria degli stali di
Algeri, Tunisi, Tripoli e 3Iarocco,Lon-
dia 17 54. Levati, Storia della Barba-
ria, Roma 1 82 7.Toulotle e Rive, Ilistoì-
re de la Barbarie et des lois au moyeu
a'ge, Paris 1829. Cav. Calza, Algeria:
Piaggio a Tunisi, Roma 1 844*
TUNISI o TUiNESI, Tunetum. Città
vescovile e antichissima d'Aftica, capitale
ei. "centro di commercio del regime rea-
ganza di Tunisi [V?), residenza «lei so-
vrano bey, delle autorità civili e militari,
de'rappresentanti delle potenze straniere
e del vescovo vicario apostolico. Sorge sul-
la costa settentrionale di Barbaria , sul
fianco e alle radici d'un poggio, distante
I 5o leghe da Algeri,! 80 da Marsiglia, e
4 leghe circa lungi dal mare Mediterra-
neo, sedie rive del lago di Tunisi. Que-
sto ha quasi 8 miglia di circonferenza, po-
co profondo per venire colmato dalle quo-
tidiane immondizie,che rendendo il fondo
pieno di denso fango nei o,nelle burrasche
spande intorno insalubri esalazioni: è di
forma semicircolare, abbonda di pesci e
d'uccelli acquatici, ed ha comunicazione
col mare o golfo di Tunisi o di Cartagi-
ne, il cui ingresso viene segnato da'eapi
Bou e Farina. 11 canale che congiunge il
mare col lago, e divide dal porto Alcnu-
vacl la città, prese il nome dal porto che
si restringe a forma di golajchiamasi vol-
garmenteFom edagliarabiHalk-al-ouacl
ed anche Vad-al-halk, ciò che significa
la Gola del lago, onde quando gl'ila-
liani e spagnuoli vi fabbricarono il tortelo
denominarono come il castello Goletta, il
quale domina potentemente lo stretto e
la rada della città, ch'è un grande stagno
appena navigabile pe'battelli; nella rada
però del porto le navi d'ogni grandezza
in gran numero da guerra e mercantili
i9o TUN
vi trovano un comodo e sicuro ancorag
gio. Inoltre il vocabolo Goletta in tu-
lliano significa Fortezza. Sul canale vi è
un ponte levatoio, e nel i 820 vi fu innal-
zato il faro. Sulla riva settentrionale sta
propriamente il gran Corte della Goletta,
ed il minore trovasi a qualche distanza
dalla riva meridionale. Le fortifica/ioni
lunghe e bianche della Goletta, eh' è la
chiave di Tunisi e dista da essa quasi 5
leghe, sono munite con numerose bat-
terie: la grande forte/za o castello del-
la Goletta, situata sopra un' eminenza
al novd-ovest della città, questa difende
nel suo vasto spazio cinto di moro solidis-
simo. Nfgli ultimi tempi le porte si chiù
elevano al tramontar del sole, ne si ria-
privano che al suo levare; ogni venerdì
stavano chiuse dalle dieci ore del malti*
lino sino a mezzodì, perchè un profeta
mussulmano predisse che in tale giorno
e in tali ore i cristiani s' impadronireb-
bero del paese: vegliando una guardia
durante la notte alla sicurezza della cit
tà. Siffatto uso però ancora viene osser-
vato da qualche città della reggenza. Le
strade sueide, strette e tortuose, non in
siniciale, nell'inverno sono piene di fan-
go, tranne il quartiere abitato da' mori;
vi hanno parecchie piazze pubbliche e ir-
regolari. Tunisi è ben fabbricala, belle
sono le sue case imbiancate di fuori e fab-
bricate ad anfiteatro; perciò scorgono a
grande distanza, ed offrono un colpo d'oc-'
chio sommamente pittoresco : sono co-
strutte quasi tutte di pietra o di matto-
ni, ordinariamente d* un sol piano, ter-
minano con un terrazzo, e sono così vi-
cine che potrebbesi agevolmente passare
da un terrazzo ali' altro; di forma qua-
drata, hanno nel centro una corte della
stessa figura, circondata da un chiostro
Sostenuto da pilastri o colonne, gli appar-
tamenti standone disposti all'intorno. 11
i.° piano presenta sopra la corte una gal-
leria che f<« il giro della casa, e per la qua-
le entrasi in altri appartamenti; l'interno
è tenuto pulitissimo, e presso i grandi or*
T U N
nato con lusso asiatico. Alcuni de' gran
cortili hanno vaga fonte nel mezzo, e ne*
[\ angoli gabbie con melodiosi uccelli a-
fricani dello più rara bellezza. I tetti oter
1 azzi piani sono ornati di tende a vari co-
lori, ove nelle sere calde si respira l'aura
fresca e si conversa. Abitano le donne un
appartamento separato da quello degli
uomini, e quivi stanno sempre finché si
trovi nella casa uno straniero: rare sono
le (ìnestresulle strade, e le poche esistenti
sono chiuse da graticci verdi. Le migliori
abitazioni sono la casa dell'agì», del con-
sole di Francia, e generalmente quelle de-
gli altri consoli delle nazioni europee. Sot-
to la più parte delle case sono scavate due
vaste cisterne, in cui aduna risi l'acque pio-
vane che nell'inverno cadono sui terrazzi
e nelle corti, uè se ne bevono altre, per-
chè quelle de'pozzi sono salmastre, e le
sorgenti sono rare e lontane dalla città.
Verso il nord le numerose torri di Tu-
nisi appariscono sorgenti tra due colline
sparse di castelli fortificati, ed insieme riu-
nite da un lungo acquedotto , costruito
dall'imperatore Carlo V. Tre montagne,
la cui elevazione è infinitamente superio-
re alle altre, offrono allo sguardo contor-
ni singolarmente squarciati. La 1." e la
piti vicina, chiamasi Bou-Charnin ; più
lungi è l' A limar, o monte rosso; e più di-
stante ancora il gran Sauoan. A sinistra
si spiega il lago di Tunisi, sulla cui su-
perficie galleggia un' isoletta ov' è edi-
ficato il lazzaretto; quindi si scorgono
gli avanzi di Cartagine, e finalmente fa
di se bella mostra la cappella di s. Luigi
IX re di Francia, recentemente costrutta e
nel precedente articolo descritta, qual nu-
cleo memorabile degli stabilimenti fran-
cesi. A destra poi si osserva il villaggio di
Rhades, colla punta di terra, sulla quale
il celebre romano AttilioRegolo sconfisse
i cartaginesi guidati da Annone ; un po'
più lungi trovasi l'arsenale, ed in ultimo
il castello della Goletta e il forte eretto
da Carlo V. Vedesi pure a destra un 2.0
lago d'acqua salsa, sulle cui rive si sten-
T U N
de il Puh do, palazzo reale d'ordinaria re-
sidenza del bey, che per l'ampiezza somi-
glia ad ima piccola città: Malte Brulichia-
mo il Bardo, il Versailles tunisino ; ed
Ewald che lo visitò, diceche la gran sala
del castello gli parve opera delle Tale, per
la sua ricchezza e magni licenza. Questa
reggia in forma di cittadella conveniente-
mente fortificata, rimane fuori le mura
della città alla distanza poco meno d'una
lega. 11 grande e principale ingresso, di-
pinto a strisce di colori diversi, è aperto
in un muro merlato e difeso da artiglie-
rie; esso conduce a un viottolo ben sel-
ciato, ed ornato di colonne d'ambo i lati.
Di là si giunge in un vasto cortile, e ad
un i.° ingresso, pel quale si entra io un
passaggio, guardato da un distaccamento
di soldati. Sì giunge poi in un altro cor-
tile, assai più bello del i .°, in mezzo al (pia-
le zampilla una fonte, ed alti e vasti por-
tici l'attorniano. Ivi in una stanza terre-
na, provveduta di stuoie e di seggiuole al-
l'europea, aspettano coloro ch'esser deb-
bono ammessi all'udienza del bey. Dal-
l'altro lato del cortile si vede una stila pa-
rata di rosso, con pavimento di mai ino
bianco; in faccia all' ingresso apresi una
finestra, sotto cui è collocalo un largo so-
fà. Nell'interno dell' harem una vaghis-
sima fontana, che sorge in mezzo al cor-
tile, si combina con un gran candelabro
a più rami. Gli archi della galleria del i.°
piano sono muniti d'un graticcio di squi
sito lavoro; la parte inferiore uè dipinta
di verde, dorata la superiore: dietro tal
graticcio stanno le donne del bey, e di là,
non vedute, veggono passar le persone che
si recano all'udienza e che ne ritornano.
L'ampia sala in cui il bey dà udienza, è pa-
rata di velluto rosso ricamalo inoro; la
volta è in parte dipinta di colori brillanti
ed in parte riccamente dorata. Ivi pen-
dono alle pareli armi magnifiche, scimi-
tarre, pugnali e moschetti; e tutte que-
ste armi sono risplendenti per l'oro, per
l'argento e per le gemme, onde sono con
profusione arricchite. Al di sopra delle ar
T UN i 9 r
mi sporgono mensole sostenenti vasi di
porcellana e altre curiosità; e più in alto
ancora, una fila di specchi, gli uni accan-
to agli altrijdisposti tutti all'intorno della
sala, produce l'effetto il più strano. Solto
le armi e similmente tult'intorno alla sala
girano 3 ordini d'origlieri, coperti da uno
spesso drappo di seta rossa ricamato. Il
centro della sala è coperto di superbi lap -
peti persiani. Ne' giorni di solenne rice-
vimento, soli' ultimo ordine d' origlieri
stanno in piedi i principali cortigiani, for-
mando cosi una doppia schiera a destra
e a sinistra; e fra le due schiere e alla lo-
ro estremità siede il bey, sopra un sofà
coperto di raso bianco. L'appartamento
d'estate del bey è as-ai rimarchevole, mal-
grado il dispiacevole miscuglio di colori
che poco si combinano insieme;esso è tut-
tavia assai ricco e risplendente d'oro e di
argento.Dalle volte pendono gabbie d'uc-
celli in forma di vasi o d'altre bizzarre
figure; si scorgono negli angoli orologi an-
tichi e moderni, ed armi preziose ador-
nano le pareti; ma in questo luogo, ac-
canto ad oimi moschetto v'è una buona
provvisione di cariche belle e preparate.
Immensa è l'ampiezza di Tunisi, la cui
popolazione ascende a circa 180,000 abi-
tanti, o meglio più di 200.000. Essa si
compone precipuamente di mori, turchi,
ebrei, cattolici e rinegati di quasi tulle le
nazioni. In veruna altra parte della Bar
boria i mori non sono tanto tolleranti e
civili. Tutte le religioni sono a Tunisi tol-
lerate, purché non si turbi l'ordine pub-
blico, ne compromettasi il nome di Mao-
metto. I sacerdoti catlolici sono rispettati
e portano pubblicamente l'abito che li di-
stingue, col fez in capo rosso, distinguen-
dosi gli ebrei, con berrette nere. Quando
esistevano gli schiavi cristiani, per 1' in-
dulgenza cui erano trattati potevano for-
marsi di che pagarsi il riscatto. Quattro
lingue principalmente si parlano, l'italia-
na, il dialetto arabo, la turca e la france-
se, ma i trattati del regno si scrivono in
turco. L'ampiczz ideila città proviene dal-
i92 TDN
l'isolamento delle case, poiché ogni fami-
glia ha la sua, e le mnssnlmane quasi sem-
pre separate ila un coitile ihille vicine, e
comechè d'un sol piano, quindi la neces-
sità di guadagnare in larghezza ciò che si
perde in elevazione. Tunisi è composto
della città propriamente della, e di l\uc
sobborghi, 13ebeney e Uebcl-JM enara ,
stanziando in questo i cristiani inarroc-
chini di v\[omoza rabico. Essendo Tunisi
situata parte sopra un'altura, e parte ne'
terreni sottoposti, questa diseguaglianza
di livello produce, che il quartiere abi-
talo da'maurio mori è estremamente pu-
lito, mentre all'opposto i quartieri infe-
riori, ove sono i consolati, i magazzini, le
botteghe, i calle, per lo scolo dell'acque
e dell'immondezze sono sporchi e fango-
si. Vi sono in Tunisi moltissime moschee
(dicesi 3 a 5) e alcune magnifiche, mot li bel-
li edilìzi e molte belle tombe di famiglia.
Le moschee ha nuo minareti fabbrica ti con
leggerezza ed elega nza; l'interno non pre-
senta che una sala grande quadrata e o-
scura spoglia d'ornamenti; però alcune
sono decorate di colonne di marmo, che
i mori tolsero da antiche rovine. L* in-
gresso n'è interdetto a'eristiani e agli e-
brei, e non è vero che i primi ponuo pe-
netrarvi talvolta regalando il custode. So-
no indi \ ersi quartieri bagni pubblici, do-
ve si fa gran uso di legni aromatici e pro-
fumi, e vi si ammettono i forestieri; gli
ebrei vi hanno 8 sinagoghe; i greci unar
chiesa col parroco; i protestanti la chiesa
e il cimiterio. Vi si vedono pure parec-
chie case particolari, che per l'eleganza
e per la grazia di loro architettura mo-
resca non disdirebbero ne' più brillanti
quartieri delle capitali d' Europa. Fre-
quenti vi sono i ricchi bazar, che in mez-
zo alle loro splendide merci, quando e-
sisleva la pirateria mostravano talvolta
strani oggetti, provenienti probabilmente
dall'antiche rapine de'pira ti tunisini, cioè
vasi, calici, candellieri ec. In questi ba-
zar si vendono le celebri essenze tunisi-
ne di rose e di gelsomini, i bournous di
TUN
finissima e candida lana, vaghissimi e ric-
chissimi arnesi per cavalcare, scialli e làz-
zoletti,e quelle berrette rosse alla mussul-
mana che oggidì coprono il capo alla me-
tà degli abitanti dell'impero ottomano:
la fabbricazione di queste berrette è la
principale che nel paese ha una certa im-
portanza. In questa città si fanno inoltre
stolle di lana, di seta, di velluto, tele, inar-
rocchiai, cinture, tappeti , turbanti ec,
ed attivissimo è il suo commercio, eser-
citandosi ui\ operoso trafìico coli' Eu-
ropa, e coll'in terno dell'Africa per mez-
zo delle carovane. Tra le importazioni
primeggiano le lane, ed i liquori spiri-
tosi di cui sono i mori avidissimi mal-
grado il divieto della legge maometta-
na. Pochissime carrozze vi erano un tem-
po in Tunisi, se si eccettuano quelle del
bey e de'consoli ; eranvi però certi ca-
lessi a due ruote, coperti di tela rigata
a striscie bianche e rosse, e tirati da uno
o due muli: il cocchiere accompagnava
il suo calesse a piedi e correndo. Questo
costume de'calessi non più. esiste che in
poco numero, e invece poco costuman-
dosi andare a piedi fuori della città, mol-
te sono le carrozze. Ricchissimo è il ve-
stiario de'ricchi, ma i poveri incedono a
piedi nudi ravvolti in una coperta. Le ro-
vine della possente e famosa Cartagine,
di cui ede'suoi scavi moderni riparlai nel*
l'antecedente articolo, che giaceva ad e-
guale distanza da tutte 1' estremità del
Mediterraneo in una situazione delle più
favorevoli al trafiico, trovanti al nord-
ovest di Tunisi. ]VIa invano i viaggiatori
senza farvi escavazioni vi cercano alcune
vestigia di quelle triplicate mura, di quel-
le robuste bastile, di quelle altissime tor-
ri, di que'luoghi che contenevano Un e-
sercito di 100,000 armali con 3oo ele-
fanti, di quelle darsene da cui 2000 na-
vi da guerra e 3ooo da trasporto porta
rono Amilcare Barca padre d'Annibale
co'suoi sotto le mura di Siracusa: tutto
spaiì sotto il ferro de'romani, ne mai ven-
detta e maledizione di popolo contro pò-
T UN
polo, dolendo, Carthago,fu sì compiuta-
mente esaurita. Al sud est soltnnto si rav-
titano alcune reliquie di moli, ed alcu-
ne cisterne e sozze cloache sono i soli in-
dizi del sito che occupava quella metro-
poli,popolata da 5oo,ooo abitatori, e che
poi tornò a splendere nel cristianesimo
per l'illustre chiesa d'Africa con celebre
sede vescovile e primaziale, finché il fa-
natico furore de^li arabi la ridusse in ce-
nere, terminandole glorie dell'antica re-
gina del Mediterraneo che restò sepolta
co'tesori de'suoi magnifici edifizi. Carta-
gine ebbe 3 epoche : Cartagine punica
e romana, Cartagine bizantina^ Car-
tagine araba. Un magnifico acquedotto
però attesta tuttora il romano potere, alla
cui ombra sorse Cartagine seconda, ed o-
ra pel monumento religioso erettovi a s.
Luigi IX ha riacquistato celebrità. Il ter-
ritorio di Tunisi produce in abbondan-
za grano, ulive, legumi, frutti squisiti,cuo-
prendo numerosi armenti le campagne:
il lago e il golfo sono pescosissimi , e la
città ben provveduta delle derrate neces-
sarie alla vita. Il clima non è sanissimo,
l'aria essendo viziata dalle ricordate esa-
lazioni infette che sollevatisi dalle spon-
de del lago e dalle cloache dove recansi
le immondizie; gran numero di piante a-
romatiche purificano poco l'atmosfera. Vi
sono importanti saline, ed i dintorni so-
no ameni e coltivati. Tunisi, al riferire di
Strabone e degli storici romani, già esi-
steva, quando contigua fu innalzata la su-
perba Cartagine, perciò errarono coloro
che affermano essere Tunisi fabbricata
sulle rovine di Cartagine, la quale sorge-
va su 3 colline e dividevansi in 3 parti,
Byrsa, Megalia e Cotone. Osserva il Ram-
polli, che lo scerilfo Al-Edrissi, il quale
apparteneva alla famiglia stessa che eres-
se la moderna Tunisi, dice precisamente
nella sua geografia, che questa città è la
Tharsis africana di Tolomeo, la quale da'
mussulmani venne aumentata con nuo-
ve fabbriche, circondata da robuste mu-
ra e alte torri. I cartaginesi tosto la do-
VOL. LXXXl.
T U N i93
minarono e quindi munirono a cagione
dell'importante sua posizione che domi-
nava i vicini aditi della loro capitale, con-
siderandolo cornei.0 lorobaloardo. E sic-
come i tiri primari fondatori di Cartagi-
ne erano fenicii, così i suoi abitanti dalla
città chiamandosi cartaginesi, e conser-
vando stretta unione colla madre patria,
con tutte le coloniefenicie e massime con
Utica, quindi si dissero Plioeni, quasi fe-
nicii, indi Poeni o Punici, vocabolo che
si rese comune a* tunisini e agli altri a-
bitanti di Barbari». Successivamente fu
Tunisi posseduta da'cartaginesi,da'roma-
ni, da'vandali, ma ebbe soltanto da 'sara-
ceni arabi il suo accrescimento, ed i quali
non credendosi in Cartagine abbastanza
sicuri, quivi si rafforzarono, sebbene po-
co dopo più si addentrassero a fabbrica-
re Kairouan , e venne un tempo perciò
riguardata comecapitaledell'Africa pro-
pria, fu residenza degli antichi califfi, e
al generale Oeha-Ben -Nafai deve il mas-
simo suo splendore, poi occupala dalle
armi de're tunisini. Quando Scipione K A-
fricano vinse.il già formidabiieAnnibale,
fu in Tunisi che dettò le dure condizioni
della pace tra Roma e Cartagine. Tunisi
seguì i destini e le sorti della regione e
de'suoi dominatori. 1 mori scacciati dalla
Spagna nel declinar del secoloXV ne rad-
doppiarono la popolazione, e la peste per
incuria vi fece frequenti stragi. Memora-
bile fu il 1270 per Tunisi assediata da s.
Luigi IX, che vi morì di peste sul suolo
dell'anticaCarlasine.oveora sorge il suoi-
mentovato monumento; non che ili 535
per avere l'imperatore Carlo V espugna-
to la Goletta e Tunisi, facendo quindi co-
struire dalle sue soldatesche italiane e
spagnuole un altro forte pressoquello del-
la Goletta. Del resto anche le vicende mo-
derne della città essendo state comuni con
quelle del regno e reggenza di Tunisi, a.
quell'articolo le riportai.
Vicariato apostolico dì Tunisi.
Gli antichi africani furono tutti ido-
latri. Quelli della Barbarla adoravano il
i3
i94 TUN
sole e il fuoco, avendo a questo elemento
alzato templi, ove conservavasi con ogni
cura. I numiilii veneravano i pianeti, ed
i negri qualche astro, ovvero la cosa pri-
ma vivente che incontravano, uscendo
dalle loro capanne. Dipoi gli africani sog-
giogati da'romani adorarono i loro Dei,
ed eressero un tempio famoso a Giove
nel deserto di Barca. Molti alleluiano che
gli africani ebbero ad apostolo della fe-
de cristiana il celebre eunuco e gran te-
soriere di Candace regina degli etiopi,
che avea professato la religione de' giu-
dei/istruito e battezzato da S.Filippo dia-
cono; onde tornato pieno di gioia al suo
paese vi pubblicò la dottrina di Gesù. Cri-
sto, la quale mirabilmente si propagò per
l'Africa. Certo è die l'Africa rapidamen-
te divenne una celeberrima chiesa deco-
rata d'innumerabili sedi vescovili. Quel-
la sola di Cartagine, al riferire del Terzi
nella Siria sacra, come primazia le eb-
be 6 provincie ecclesiastiche subalterne,
cioè la provincia Proconsolare ossia di
Cartagine delta/? 'eugi 'tana ,con circa i o5
vescovati, fra'quali quello di Tunisi; la
provincia d'i Numidi a, coti Cirta Giulia
per metropoli ei38 vescovati; la provin-
cia Bizacena, con Hadramito per metro-
poli e 128 vescovati; la provincia Mauri-
liana Sitifense, con Siti/i per metropoli
e 5o vescovati; la provincia Maurilia-
na Cesarieiise, con Giulia Cesarea per
metropoli eig vescovati (sarà errore ti-
pografico, poiché 121 ne registra Com-
ri)anv\\\e, Ilistoire de tous les eveschez);
e la provincia Tripolitana, con Tripoli
per metropoli e 7 vescovati. 1 gloriosi fa-
sti ecclesiastici di Cartagine e de'suoi ve-
scovi, li celebrò il dotto p. Morcelli ge-
suita nella 2.a e % 'parte òt\Y africa Chri-
*//77/2tf,Brixiaei8 1 7. Nella regione diTu-
nisi si crede che fiorissero circa 600 sedi
vescovili, delle quali non più esiste alcun
vestigio. Tunisi, Tunetum, Times, Ec-
clesia Tunegensis,%v<\ nel IV o V secolo
era sede vescovile della provincia Pro-
consolare di Cartagine nell'Africa occi-
X C N
dentale, la cui chiesa particolarmente ve-
nerò il martire s. Alpino lapidato dagl'in-
fedeli nell'aprile 1/1O0; quivi pure solfrì
il martirio s. Oliva vergine palermitana,
la cui memoria celebrano i suoi concit-
tadini a'28 giugno. Il Morcelli nel t. 1
deWdfrica Christiana registrò due ve-
scovi di Tunisi: Luciano che fu alla con-
ferenza di Cartagine nel 4 ' » , e Sestilia-
no mandato da'padri del concilio procon-
solare d'Africa nel 553 al concilio di Co-
stantinopoli, perchè quivi facesse le veci
«'eli* arcivescovo di Cartagine Primoso.
La chiesa d'Africa lacerala dall' ariane-
simo e dal manicheismo, divisa dallo sci-
sma de'donatisli, restò del tutto derelitla
nell'invasione de'saraceni del 698, che vi
seminarono il maomettismo; e quantun-
que i nativi del paese stanchi della loro
dominazione crudele, li cacciassero ne'
deserti, pure fatalmente ritennero «ogli
errori la loro falsa credenza. Nella vita di
s. Luigi IX, che nel 1270 morì presso Tu-
nisi, trovo un vescovo di Tunisi che con
lettera partecipò la morte del re di Fran-
cia a Tibaldo li re di Navarro, pubbli-
cata dal Martenne, Collect. t. 6, p. 1 2 1 7.
Notai all'articolo Pisa, che 1' arcivesco-
vo esercitò un tempo giurisdizione eccle-
siastica su alcune chiese di Tunisi e di A-
lessandria d'Egitto. Certamente che i Pa-
pi sempre zelanti per la Propagazione
della fede, inviando missionari aposto-
lici nell'Africa, non trascurarono la Bar-
barla e quindi il regno di Tunisi; ed ivi
pure si recarono que' religiosi che pro-
fessano per istituto la liberazione degli
Schiavi, che tanti ne predavano! corsa-
ri tunisini. Apprendo poi dalle memorie
delle missioni della Congregazione di
propaganda fide, che la missione apo-
stolica con titolo di prefettura in Tunisi
e sua reggenza, con facoltà della forino-
la 4) ^ affidata a'francescani cappuccini,
che vi si stabilirono fino dal /624-Leggo
però nel Rapporto istorico statistico ed
economico delle missioni apostoliche di
Tunisi, dedicato dal presente vicario a-
T U N
postolico alla Definizione generale del suo
ordine uVcappuccini, le seguenti interes-
santi notizie. Urbano Vili col breve Ex
omnibus charitatis officiis,t\eio aprile
1624, fondò la missione apostolica de*
cappuccini nella reggenza e capitale di
Tunisi. Vi spedì i cappuccini siciliani del-
la provincia di Palermo, col titolo di pro-
curatori degli schiavi cristiani, ed il pri-
mo fu il p. Angelo da Couiglione dal
1624 al 1629, il ?..° il p. Luigi da Paler-
mo dal 1 63o al 1 638. Essi cominciarono
la serie de'prefetti e prò- vicari di Tunisi.
IVel 1 638 con decreto della congregazio-
ne di propaganda fide, si recarono nel-
l'isola di Ta barca, di cui feci cenno nel-
l'antecedente articolo, i cappuccini geno-
vesi, e questi assunsero le missioni di Tu-
nisi e le tennero fino al 1 65 t. In questo
cominciò la serie de' vicari apostolici di
Algeri e di Tunisi residenti in Algeri, i
quali spedivano le patenti di pro-vicari
a'prefetti della missione di Tunisi. lli.°
di tali vicari apostolici, eletto nel 1 65 1
stesso, fu Le Vacher, sacerdote della con-
gregazione della Missione, della quale fu-
rono pure i successoti. Egli dimorò inTu-
nisi fino al 167 1 .Qui narrerò che ueli683
trova vasi in Algeri il p. Vacher missio-
nario e insieme console francese, quando
la reggenza era il terrore de'naviganti e
in ostilità colla Francia. Una flotta fran-
cese capitanata da Duquesne si presentò
minacciosa avanti al porto, ed avendo co-
minciato a scagliare alcune bombe nel-
o
la città, allora "li algerini nel loro bar-
baro furore preso lo sfortunato console,
che neppur avea cercato di salvarsi, ed
accusato di segnali dati a'suoi connazio-
nali, lo denudarono, e tutto vivo, inutil-
mente implorante pietà, 1' introdussero
dentro un cannone di grosso calibro già
carico, solo proponendogli per mezzo di
salvezza il riuegar la fede. A.1 che ricusa-
tosi eroicamente il p. Vacher, la miccia
già pronta fece partire il colpo, che spar-
se in un istante in mille combusti brani
il corno dell'infelice. Si pretende che per
TUN r %5
ischerno fosse dato al cannone l'aggiunto
di Consolare. Questo pezzo, fuso da un
veneto nel 1 542, fu preso da 'francesi nel-
la conquista d' A !geri,e trasportato a Brest,
venne innalzato su piedistallo in piazza
dell'armi. Nel 1 689 divenne vicario apo-
stolico di Algeri e di Tunisi Gianole, quin-
di nel «695 Lorance, nel 1700 Le Roy,
nel 1705 Duchesne, in tempo del quale
un inviato straordinario di Francia fece
riconoscere e proteggere i missionari apo-
stolici dal bey Hassen stipite de'regnantì
bey, ed i pp. trinitari spagnuoli recaromi
a stabilirsi in Tunifi presso il consolato
di Spagna. Nel 1738 fu fatto vicario apo-
stolicoFaroux,nel 1 744P°'ssan^nel > ?4^
Mossa, nel 1 756 Groiselle,nel 1 764 La Pie
de Scivigny, nel 1767 Le Roy, al cui tem
pò il cardinal Castelli prefetto di propa-
ganda obbligò il p. prefetto di Tunisi di
pubblicarvi il decreto del concilio diTren-
to contro i matrimoni clandestini. Nel
vicariato successe nel 1773 Viguier. Si
legge nel t. 4j P- 1 47 de' Bull. Pont. s.
C. de propaganda, fide, il breve Pro
commista, de' 12 dicembre 1 772 di Cle
mente XIV: Vicarius Apostolicus Al*
gerii consti tu ìtur d. Petro Francisco Vi-
guier presbyte.ro saeculari congregdtio
nis Missionis, cidemque Tunetana Mis-
sio subjicitur, ita tamen ut ibi possit
prò vicarìum gener aleni consti tuere.Ne\
1 779C0SS011, ne! 1 784 Ferrand, nel 1785
Alasia ultimo vicario apostolico,e governò
sino al 1798. Come narrai, questi vicari
apostolici d'Algeri e Tunisi abitavano in
Algeri, donde reca va tisi in Tunisi a far
le loro visite pastorali, ad amministrar-
vi il sagramenlo della cresima, ed ema-
na vano disposizioni pel governo della pre-
fettura e pe'cristiani. Ritornando a'tnis-
sionari cappuccini che aveano tenuta la
missione sino ali65i, succeduti da'pre-
ti della Missione che la tennero fino al
1672, fu in quest'anno che cominciaro-
no a governarla i cappuccini dello stato
pontifìcio, ed il r.° pro-vicario apostolico
fu il p. Carlo d'Ancona. Nel 1731 con
196 T U N
ordine di propaganda fide i missionari
di Tunisi andarono al Capo Nero colo-
nia francese. Nel iy56 l'arcivescovo di
Genova rinunziò al diritto della pan oc-
chia de'labarchini alle missioni di Tunisi.
Nel Giornale ecclesiastico di ' Roma. che
un tempo pubblicavasi in Roma (dal i.°
luglio i 785 al giugno 1 798), nel t. 2, p.
3 i,36, 83 e 87 si leggono due articoli
intitolati : Monumenti ecclesiastici di
lìtnisij e due articoli intitolati: Monu-
menti ecclesiastici di Algeri e di Tunisi.
Dopo avere ne'precedenti l'articolista G.
H. narrato quanto riguarda Marocco, ri-
ferisce alcuni falli accaduti in Tunisi e
gloriosi alla cattolica religione, ed a'mis-
sionari apostolici ivi residenti, e special-
unente all'ordine de' Trinitari della re-
denzione degli schiavi istituito da s. Gio-
vanni de Matha,e da s. Felice di Valois,
'A quale dalla s. Sede lo scrittore asseri-
sce che fu affidata la missione, unitamen-
te co'cappuccini, ma ciò non sussiste per
tutto quanto il narrato : i trinitari si por-
tarono a Tunisi, quali addetti al conso-
lato spagnuolo. Nel 1720 avendo i reli-
giosi trinitari ottenuta la facoltà di poter
erigere nella città di Tunisi presso il det-
to consolato una casa d'ospizio con ospe-
dale annesso, esercitarono il loro zelo spe-
cialmente nella peste che disgraziatamen-
te si suscitò nel 1775, 1779, 1 784 ei785.
In queste occasioni i religiosi trinitari non
risparmiarono fatica per assistere gli ap-
pestati tanto cristiani che maomettani, e
vi perderono gloriosamente la vita i pp.
Casanova e Sanchez spagnuoli. Nella pe-
ste cominciata nel 1784 e durata sino a
tutta l'estate 1785, colla morte di circa
800 persone per giorno, siccome la bar-
barie maomettana non prendeva quasi
veruna cura onde provvedere alla mise-
ria degli appestali, così i trinitari con 4
cappuccini italiani furono gli unici ad as-
sistere i poveri infermi non meno cristia-
ni che turchi, e somministrando indistin-
tamente a chiunque rimedi e preserva-
tivi contro il contagio. Per cui il loro spe-
TUN
dale fu come l'unico rifugio, eh' ebbero
tanto i cristiani che i maomettani, restan-
do vittime della loro carità i pp.Gomez e
Moreno superiore dell'ospizio dc'lrinilarr
spaglinoli. Morirono anco due pp. cap-
puccini nell'ospedale de' trinitari, e de'
trinitari solo restando vivo il p. Marti tri-
nitario spaglinolo. Egli fu che accolse nel-
l'ospedale i delti cappuccini divenuti in-
fermi e gli assistè fino alla morte, perciò
ringraziato dal loro procuratore genei ale,
mentreiduesuperstiti cappuccini seguita-
rono nd assistere gl'infermi e gli altri fede-
li.Finita la peste, il 1 /ministro del beyMu-
stafà Coiggia, con onorifica lettera in ara-
bo, che tradotta si legge nel Giornale, di-
chiarò a I p. Marti la pubblica riconoscen-
za, e quindi con altra graziosissima lettera
rimise allo stesso p. Marti circa scudi 3oo
a beneficio dell'ospedale. Negli altri due
articoli riguardanti Algeri e 'Tunisi, do-
po aver l'articolista R. S. deplorato le vi-
cende dell'insigne chiesa d'Africa, che il
maomettismo seppellì nelle folle tenebre
dell'errore, passa a dare un sicuro rag-
guaglio dello slato in cui trovavasi il cai-
tolicismo dell'Africa sotto il governo del-
le diverse reggenze Barbaresche, dove i
vestigi dell'antico e già florido cristiane-
simo sono alcune rovine di città e di tem-
pli, che ne risvegliano la veneranda me-
moria. Infelice descrive la condizione del-
la fede cattolica in Algeri, che ivi profes-
savano appena 5 famiglie native, olire a'
due consoli veneto e francese, ed altri eu-
ropei commercianti protetti dal bey o
dalla Francia. Comunemente aranti più
di 2000 cristiani europei sollo la tiran-
nica schiavitù e con danno di molle loro
anime. In Tunisi poi erano più di 100 fa-
miglie europee addette alle negoziazioni
e perciò godenti franchigie come in Al-
geri, e minor quantità di schiavi, non es-
sendo i corsari tunisini tanto dediti alle
frequenti scorrerie marittime come i pi-
rati algerini. Le per&ecuzioui de'erislia-
ni erano minori di quelle che si pativano
iu Algeri, principalmente contro i sacer-
TUN
doli in odio della religione; poiché in Tu-
nisi ricorrendo con moderazione i cristia-
ni angariati a'Ioro rispettivi giudici, ve-
nivano garantiti, e puniti gli aggressori,
vegliando i missionari alla custodia delle
loro anime, cioè 3 trinitari spagnuoli,e3
francesi della congregazione delia missio-
ne che aveano ospizio; e siccome in tutta
la Barbaria non vi risiedeva alcun vesco-
vo, coȓ uno degli ultimi veniva destina-
to vicario apostolico dalla congregazione
di propaganda, il quale non godeva altra
facoltà particolare, che quella di cresi-
mare; il che si praticava anco in Tunisi,
dov'era nominato prefetto e pro-vicario
apostolico uno de' 4 cappuccini, che at-
tendendo alle missioni fin dal i 672 avea-
no cura dell' unica parrocchia esistente.
Sebbene i principi africani aveano natu-
ralmente in sospetto fa' cristiani tutti i
inivsionari,par ti colar mente i tri ni tari, an-
teriormente da e^si ingiustamente credu-
ti spie della Spagna, nondimeno a fron-
te di tal falsa prevenzione in più incon-
tri resero loro onesta testimoniauza,sino a
sceglierli ministri degli affari i più. gelosi
de'loro governi. Difatli nel 178) il bey
d'Algeri inviò al redi Spagna per suo mi-
nistro il p. Lopez per trattare la pace. L'in-
corro! ta fedeltà di tali religiosi, fece loro
poi nuovamente godere il dovuto buon
concetto e stima presso il governo delle
reggenze d'Algeri e di Tunisi, ed ebbero
il privilegio d'esercitar con piena libertà
le funzioni ecclesiastiche nelle 5 cappelle
della f.* e nelle \ della 2.a, però solo pri-
vatamente. Quando doveasi giustiziare
alcun schiavo cristiano, si permetteva a'
trinitari in qualità di confortatori d' ac-
compagnarlo al patibolo, ad onta dell'in-
vettive e improperi vomitati dal popolo
maomettano. Con altrettanta libertà re-
numerate famiglie cattoliche potevano
adunarsi nelle due cappelle de'missiona-
ri per assistere alla messa, ricevere i sa-
gra menti e ascoltar le prediche, così nel-
le 3 cappelle d'Algeri situate ne'3 quar-
tieri ove nella uolle si rinserravano gli
TUN
97
schiavi del governo; ma la dura schiavi-
tù che soffrivano quegl'infelici, permet-
teva limitata libertà nelP esercizio della
religione. Dappoiché essi soltanto pote-
vano ascoltar la messa e la predica ne'
giorni festivi assai di buon'ora per atten-
dere quindi a' loro pubblici lavori, da'
quali siccome esentali ne' venerdì, giorni
festivi pe' maomettani, così godevano il
comodo di radunarsi nelle cappelle pro-
prie più tardi. Gli schiavi de' particolari
frequentavano le due cappelle de'missio-
nari, con più o meno assiduità, secondo
che loro permetteva l'umanità o fierezza
de'padroui. Simile permesso non godeva-
no gli schiavi del bey e de'signori della
corte, i quali schiavi solamente sotto la
custodia di due guardiani turchi poteva-
no ascoltar la messi e confessarsi 3 volte
l'anno, cioè pe! s. Natale e nelle due fe-
ste principali che celebravano i mussul-
mani in onore di Maometto. Gli schiavi
del bey, de' califfi e degli alcaidi nelle
diverse provincie della reggenza d'Alge-
ri, si confessavano quando i loro padro-
ni reca vanti in Algeri a pagar le gabelle
e tributi che esigevano da'mori nelle pro-
vincie. Alle spirituali necessità, di que'
meschini tuttavia non tralasciavano di
soccorrere i zelanti missionari, con esor-
tarli sovente alla costanza nella fede per
mezzo di lettere, di libri divoti e corone,
e talvolta con recarsi personalmente a tro-
varli previo permesso, acciò gli schiavi fos-
sero liberi di ricevere il sagrameuto del-
la penitenza. Così con manifesto prodi-
gio e a fronte delle persecuzioni e degli
oltraggi che soffrivano gli schiavi, i mao-
mettani era no costretti a confessare le vir-
tù e i pregi di loro religione, chiamando
il Papa il Papasso grande, e proverbian-
do i profestanti e scismatici col nome di
cristiani falsi. Inoltre i cattolici non sosf-
o
giacevano a tributi determinati, solo a
regali pi governo in diverse occasioni, e
venivano tenuti in miglior stima e con-
cetto degli altri cristiani. Ed è perciò che
la cattolica religione facendo teotire la
108 TUN
suaforiadivina,qualche maomettano ab-
bandonava la superstizione di sua setta,
per confessare Gesù Cristo, non curando
il pericolo d'essere bruciato vivo insieme
col missionario che avea cooperato alla
conversione, per cui si soleva da'missio-
uari inviarlo nascostamente in Europa.
Le conversioni non erano abbondanti e
senecalcolavano 3o all'anno, la maggior
parte marinari e altri appartenenti a'ba-
slimenti delle potenze straniere, massime
in occasione d'essere ricevuti nell'ospeda-
le de' trinitari, ove si battezzavano quei
fanciulli jche per infermità vi erano por-
tati prima che morissero. Il Baldassari,
Relazione delle avversità e patimenti di
Pio VI) narra nel t. 3, p. 24 1> che men-
tre il Papa stava rilegato nella certosa di
Firenze, anche al bey di Tunisi piacque
di mostrarsi cortese e rispettoso verso l'e-
sule e perseguitato Pontefice, con inviar-
gli allettuosa e ossequiosissima lettera,nel-
la quale dichiarandosi protettore della
missione cattolica stabilita ne'suoi domi-
mi, chiedeva che un cappuccino fosse de-
corato della dignità di vicario apostolico.
Insieme colla lettera inviò il bey un ca-
lice d'argento, già predato in qualche na-
ve francese, perchè nel piede avea lo stem-
ma reale de'gigli;e confessando che tenes-
simo era il regalo, scusavasi con dire che
altra cosa più preziosa e non iscon venien-
te per farne offerta a un Papa, non avea in
sua mano. Pio VI accettò con gradimen-
to quel dono, e per lettera rispose al bey
ringraziandolo moltissimo, e raccoman-
dandogli i missionari. Ma non esaudì la
domanda di promuovere il cappuccino,
adducendo per motivo le attuali calamità
della chiesa romana, per le quali non po-
tevasi effettuar la cosa secondo le forme
e regole prescritte. Nel 1 8 1 6 il re delle due
Sicilie,dopo rinnovate le antiche conven-
zioni col bey, inviò a Tunisi una flottiglia
eoi pattuito sussidio o tributo, ed un ma-
gnifico servigio da tavola in porcellana
di Napoli, dipinta egregiurnente con figu-
re mitologiche. Recatisi a presentare tut-
TU N
to al Bardo gli uffiziali regi, il bey fece
gettare da una finestra in mare tutto il
vasellame, scusandosi cortesemente per-
chè le leggi dell' Alcorano (V .) vietavano
rigorosamente a'raaomeltani di ricevere
immagini dipinte o scolpite. Quindi per
tratto d'amicizia invitò a tornar da lui
gl'inviati napoletani, per mostrare adessi
cosa di gran pregio. Portatisi di nuovo al
Bardo, il bey li condusse nelle stanze del-
l'ospizio e della cappella della missione dei
cappuccini vicina al palazzo, ove i religio-
si nella festa celebrano la messa e am mi-
nistrano! sagra menti acattolici, e dall'ar-
madio degli arredi sagri fece cavar fuori
una bella cassetta d'acajù serrata con
chiave, donde fu estratta la cassetta d'ar-
gento contenente la lettera di Pio VI, e
mostrandola loro il bey, disse. *» Ecco
la risposta che mi venne dal Papa, quan-
do gl'in viai una mia lettera e il dono d'un
calice, che molto tempo innanzi era sta-
to tolto con altre cose in una nave fran-
cese. Questa risposta del Papa giudicai che
convenisse farla conservare in questo luo-
go , siccome cosa sagra e venerabile per
tutti i cristiani".Ma osservo, che o la data
prodotta dal Baldassari del 18 1 6 è errata,
ovvero quanto pone in bocca al bey sul
ricevimento della lettera, deve riferirsi al
successore; imperocché nell'articolo Tu-
nisi regno, riportando la serie de'bey di
Tunisi della dominante stirpe, registrai
.che nel 1 798 era bey Ha muda, e nel 1 8 1 4
Othman,che ucciso violentemente nell'i-
stessoauno ebbe a successore Mahmud,il
quale regni va nel detto annoi 8 16. Dal-
lostatodellemissioni deli 832, ricavo che
al p. Alessandro da Massignano cappuc-
cino, era succeduto nella prefettura apo-
stolica di Tunisi, il correligioso p. Luigi
da Marsala con 3 religiosi. Trovo nel t.
5, p. 1 o4 del citato Bidlarium il breve In
sublimi, de' r4 marzo 1 834 d' Gregorio
XVI: Tunetanae Missionis visitatoreni
apostolicum p. Joseph Angeluni Fazio
de Pianella ord.pp.cappuceinoruni cori'
slituit (già prefetto delle missioni di Re-
TUPf
zia, come rilevai nel voi. LXXH, p. 40*
Questo degno religioso meritò che lo stes-
so Papa nel maggio 1 836 lo facesse ve-
scovo di Tipasa in partibust e col breve
apostolici ministerii, visitatore aposto-
lico dell' isole del mare Egeo, dell' Asia
minoreedi Costantinopoli; e nel 1837 col
breve Universi dominici gregis , visita-
tore apostolico d'Egitto e dell' Arabia: i
due brevi nel ricordato Bnllariiwi sì ri-
portano a p. 1 4 1 ei55. Ecco lo stato del-
la prefettura apostolica di Tunisi, secon-
do la statistica delle missioni pontificie nel
principio deli844> essendone prefetto il
p. Luigi da Taggia cappuccino (fin dal
1 837, ma ivi non è notato che per le sue
pratiche colla congregazioue di propa-
ganda, la missione di Tunisi dopo che per
2 16 anni era stata governata da'eappuc-
cini italiani, alla fine del 1 84 1 era pas-
sata al governo de'cappuccini maltesi, con
tolale esclusione de' suoi antichi posses-
sori. E con questo la custodia fu eretta
in provincia e il custode di Malta, che
con tale unione venne chiamato provin-
ciale, diventò prefello prò tempore del-
la missione. Perciò lo fu il p. Pietro Pao-
lo di Malta 1 .° provinciale di detta pro-
vincia, e per lui fu deputato vice-prefet-
to il p. Emanuele da Malta, il quale fun-
se l'uffizio sino ni i843. Dappoiché i cap*
puccini maltesi governala la missione 2C)
mesi e ig giorni, e non riuscendo felice
il loro governo, furono richiamati i cap-
puccini italiani). 1 cappuccini con ospizio
e chiesa parrocchiale dedicata alla ss. Cro-
ce. 11 solo cullo maomettano può eserci-
tarsi pubblicamente. Le chiese o cappel-
le pubbliche sono ne'consolati francese e
sardo: le private nella residenza del con-
sole napoletano e nel detto ospizio de'cap-
puccini, la chiesa de'quali è la principale
di Tunisi. I cattolici del regno sono 8000,
quelli della capitale 6000. In Tunisi due
chiese o cappelle pubbliche e due priva-
te, cioè le già mentovate. Si dice che al-
lora dimoravano in Tunisi i trio ita ri spa-
gnuoli, i quali uon vi hanno più il sud-
T V N 199
detto ospedale , ne più vi esistono. Nel
consolato di Spagna, 1 2 miglia da Tunisi,
evvi una cappella assistita da un prete
spagnuolo, indipendente dalla missione.
Qui va notato, che il Giornale di Roma
del 1 85?., a p. 9 1 , annunziando la morte
del p. d. Giovanni Yaldemoro di 84 an-
ni, impropriamente lo chiama vicario a-
postolico della colonia spagn uola da mol-
tissimi anni; ma egli era cappellano dei
suoi connazionali e benemerito. Si ag-
giunge, che tra il pianto degli europei gli
furono fatte solenni esequie nella chiesa
cattolica di Tunisi, recitando l'orazione
funebre mg.' vescovo, ch'è il vicario a-
poslolico. Indi il cadavere fu processio-
nalmente trasportato nel cimilerio di s.
Antonio. In Bardo, residenza del bey, lun-
gi 3 miglia da Tunisi, la popolazione cat-
tolica è più di 100 persone. Presso a quel
sovrano palazzo è la suddetta cappella
cattolica costruita a tempo degli schiavi,
Ivi non risiede missionario, ma ne' dì fe-
stivi vi si porta un cappuccino da Tuni-
si a celebrare per comodo de'fedeli, che
sono in Bardo, e in Manuba dove hanno
giardini e casini il principe e i grandi del
regno. In Goletta sul lago che comunica
per un canale un miglio lungi da Tuni-
si, sulle cui sponde sono fabbricate case,
cantieri e forti che costituiscono la città
omonima, vi risiede un missionario, e il
p. da Pianella vi comprò la casa e fab-
bricò la chiesa pe'cappuccini : i cattolici
sono 5oo oltre i marinai. Susa, Sìagul,
Ru spina [V .),già sede vescovile, di fonda-
zione romana, a 100 miglia da Tunisi, cit-
tà marittima e importante nell'antica par-
te dell'Africa propria, che denominava-
si Bizacena) cinta di forti mura e di bel-
1' aspello , con castello fortificato nella
sommità, già dimora de' signori di Kai-
rouan. Vi è chiesa e ospizio de'cappuc-
cini, con missionario cui incombe la cu-
ra d'assistere anche i cattolici di Mona-
stiredi Malidia: isuoi 25o cattolici s'im-
pegnarono di fabbricare un'altra chiesa.
Monastir, Monasteri umt piccola citlà pò-
200 TUN
sta su d'una lingua di terra con ottimo
norto, ai4 miglia da Susa: Ita 5o catto-
lici senza chiesa. Mahdia O Africa, città si-
tuala lungo la costa orientale, ili cui Cu
grande uà tempo l'opulenza e la forlei-
za, onde a Tunisi regno narrai la crocia-
ta di YiltorellI che l'espugnò, colla mor-
ie di 100,000 saraceni, e la presa che poi
ne lece Carlo V. Sotto i romani fu fio-
rentissima, e quando gli arabi distrusse-
ro la 2.' Cartagine, rovinaronopnre Mali-
dia, the il califfo INI elicili ripopolò e for-
tificò dandole il suo nome, prima chia-
mandosi Ifrikia, Aplirodlsiiini) evi sta-
1/ilì il suo soggiorno, F distante 24 mi-
glia da Susa: ha 5o cattolici senza chiesa.
Sfachx o Sfakes o Alfaques, Ruspa (/ .),
già sede vescovile e ora titolo in parti»
bus, bella e ricca città marittima nel gol-
fo di Cabès, circondala da folti muta, a
100 miglia da Susa, con ameni dintorni.
Vi si trovano molti cristiani e molli ve ne
attira il commercio, ma privi di chiesa.
Girla o Cerbi o Gerba, isola e città a 3o
miglia da Sfachx sulla costa 01 ieulale,con
grandiosi avanzi di romani edilìzi che ri-
cordano la sua antica grandezza. Avea
buon porlo, e pregevoli scaturigini d'ac-
qua potabile. I cristiani uniti a quelli di
Sfachx sommano a 600. Girini geografi-
camente appartiene aTunisi. ma pare com-
presa nella reggenza di Tripoli, ove ne
riparIo,alrnenoanni addietro n'era in pos-
sesso. Noteiòche dipoi nel 1847 '' "-°2^
delle Notizie del giorno di Pi orna, riferì
di avere il negoziante maltese Giuseppe
Velia donato un locale nell'isola di Cer-
bi per una cappella con 4 camere per for-
marvi un ospizio , facendo le necessarie
spese e donando pure gli arredi sagri. Ret-
lifii Iterò e modificherò il ria irato, che il
locale era semplicemente tenuto in lo-
cazione dal Velia, e che dopo la di lui
cessione aila missione, fu questa che lo ri-
dusse a chiesa e ospizio. Miseria, Ilippo-
Zarytus, o P>ensart, amena città maritti-
ma al nord di Tunisi,da coi è distante 4°
miglia, fra il lago e il golfo del suo uome,
TUN
difesa da molti castelli e batterie. Era fil-
inosi allorché vi li manteneva un gran nu-
mero di galere, che spellile poi in corso,
quivi portavano il prodotto di loro pira-
terie. Oia il suo porlo riempito di sabbia
non vi animelle che piccoli bastimenti. I
suoi contorni sono fertilissimi, e vuoisi da
alcuno che in essi sieno le rovine dell'an-
tica Utica, ciò che altri negano. Nel 1 786
la (lolla veneta quasi distrusse la città.
Non ha chiesa e conta 60 cattolici. Fino
al detto anno i843 la missione di Tunisi
era da poco tempo affidata al p. proviti-
ciale prò tempore de' cappuccini della
provincia di Malta, che la faceva ammi-
nistrare dal ricordalo vice prefetto apo-
stolico, scelto coH'annuenza della congre-
gazione di propaganda Ira que' religiosi.
Tale affiliazione portava il grave incon-
venlenie di tener la missione sotto l' in-
fluenza del console inglese, perchè l'Inghil-
terra domina Malta. La Francia si pose
di concerto col Papa Gregorio XVI per-
chè la missione da prefettura fosse eleva-
ta a vicariato apostolico indipendente, pei*
tutta la reggenza di Tunisi , e secondo i
diritti tradizionali dell' oriente sotto la
speciale protezione della stessa Francia.
Quindi Gregorio XVI con breve de'2 i
marzo dello stesso! 843 eresse il vicarialo
apostolico di Tunisi, e nominò nel 1 844
per 1 ."vicario apostolico l'attuale e bene-
merito mg.r Fedele Sutter da Ferrara del-
l'ordine de'cappuccini, conferendogli col-
la dignità vescovile il titolo in parlibus
di Rosalia, nel qualearticolofeei memo-
ria di sua consagrazione in lloma a' 2q
settembre di detto i844» Q«*Ma chiesa di
propaganda , eseguita dal prefetto della
congregazione cardinal Fransoni, assisti-
to da mg. r Castellani vescovo di Porfirio
e sagrisla pontifìcio, e da mg/ Hughes ve-
scovo d'Eliopoli e vicario apostolico di
Gibilterra, come riporta il n.°8 1 i\e\ Dia-
rio di Roma deh 844- -11 ta'e occasiono
il sacerdote d. Carlo Mini colle stampo
pubblicò un opuscolo, celebrando la con-
sagrazione co'piu divoli senti nieuti ver-
T u 9
so il degno prelato, intitolandoli Rifles-
si, enumerandone le virili e lo zelo die gli
aveano guadagnato Y ammirazione dei
cattolici di Tunisi e sua missione. Immen-
so è il bene fatto al nuovo vicarialo apo-
stolico dall'illustre prelato, colle sue iti -
defesse e paterne cure, con incremento
dell'universale venerazione, inclusiva-
mente al bey e al suo governo. A rroge che
io riproduca un articolo pubblicato dal*
Y Osservatore Romano de'28 settembre
1 849. " Una lezione da Turriti ! Quan-
do i nostri buoni vecchi volevano speci-
ficare un'azione barbara, inumana, con-
traria a'detlami della fede e della religio-
ne, ed alle regole della civiltà, solevano
dire, esser questo un operare da Tur*
co, e tanto bastava a formare il più reo
concetto. Or questa formola non possia-
mo più adoperarla senza ingiustizia:e l'I-
talia a' di nostri dee solfi ir la vergogna
d'essere in fatto di civiltà e di rispetto ver-
so la religione cattolica ed i suoi ministri,
sottoposta al Turco, e prendere da lui la
lezione. In prova di che, ecco ciò che
scrive mg.r Fedele da Ferrara cappucci-
no, vescovo di Rosalia e vicario aposto-
lico di Tunisi, sotto il 3 gennaio < 849. — -
La mia visita apostolica cominciata in set-
tembre l'ho proseguita in novembre, por-
tandomi a i\Iedia(iYIahdia), a Biserta (l'an-
tica Ulica), quindi in seguito a tutta la
reggenza di Tunisi, che forma appunto
l'apostolico nostro vicariato. Quesia no-
stra visita pastorale fu fatta con molto de-
coro: giacché S. A. il Bey (Si-Ahmed) si
è degnato darmi una delle sue carrozze
bellissima a 6 cavalli, con cocchiere del-
la sua corte, con 5 mammalucchi (del qual
vocabolo riparlai a Egitto), 4 gendarmi
e 4 servi tutti a cavallo, tutti armati a
sicurezza e ad onore di me, e di altri due
religiosi ed un ecclesiastico convisitatori
e compagni del mio viaggio, con ordine
a tutti i governatori delle città, de'paesi
e borgate, di mettere a tutta disposizio-
ne mia e del mio seguito il palazzo del go-
verno civile, passando essi alle abituzio-
TUN 201
ni militari; somministrando, oltre al lo-
cale, biancheria, servitù, mantenimento
e provvisione di tutto punto a me ed al
mio seguito, e ciò con ogni comodità, lau-
tezza, onore. E gli ordini sovrani sono sta-
li dati così precisi e generosi , che tutti
d'ogni grado, civile e militare, inferiore
e superiore, andarono a gara chi meglio
sapesse e potesse trattarci e favorirci. E
stato un vero trionfo per la nostra ss. Re-
ligione,"il vedete presso mussulmani fa-
vorito tanto ed onoralo il vescovo catto-
lico.— Cosi egli de'iurchi di Tunisi: men-
tre i cattolici d'Italia, che (ino alla nausea
si spacciano promotori della civiltà, del
progresso, della pura religione, insulta-
vano, ingiuriavano, bistrattavano, i propri
vescovi, li cacciavano dalle loro sedi, ne
mettevano a ruba e a sacco le case e le
sostanze, e insidia vano alla loro vita, e per
colmo d'empietà costringevano lo stesso
Vicario di Gesù Cristo ad esulare dal suo
stato e da'suoi popoli, e lo sopraccarica-
vano per giunta di mille oltraggi e vitu-
peri. Che memoria l'Italia de* tempi no-
stri lascierà di sé nelle pagine imparziali
della storia !" Tulle verità ineoutrasta-
bili. Or che direbbe, se il veridico esten-
sore dell' articolo dovesse rientrale sul-
l'argomento nel declinar. deli 855?) Che
direbbe sul progresso con enormi propor-
zioni nell'empietà successivamente avve-
nuto non solamente neh' infelice Italia
stessa, ma nell'altre parti della colta Eu-
ropa, come nella Svizzera, nella Spagna,
il cui governo vanta lo speciale titolo di
Cattolico, e deplorabilmente anco in altri
stati?!Ora perolaSpagnafa concepire buo-
ne speranze. Inoltre, merita che io ripro-
duca un brano della Gazzetta di Ferra-
ra, riferito dal n.°?,7 del Giornale di Ro-
ma del [8 32. v Abbiamo notizie di Tuni-
si, in data 2 gennaio, che riguardano il
rispettabile nostro concittadino mg.' Sut-
ter vescovo di Rosalia e vicario apostoli-
co in quella reggenza , le quali sebbene
vertiuo intorno a cose di quel paese, pur
uè piace considerarle notizie patrie, uel
202 T U JV
riflesso che il merito insigne di quell'il-
lustre personaggio, e le molte e splendi*
de sue opere ad incremento della religio-
ne , ed a profìtto degli europei di colà,
tornano a decoro di questa città che gli
diede la culla. In esse notizie si accenna:
che il lodalo mg/ Sutter ha col 20 di-
cembre ricevuta la solenne professione
de'voti d'una giovane francese, distinta e
lagguardevole per nascita, per ricchezza,
per talento, per istruzionee per ogni ma-
niera di speranze per quelle monache di
s. Giuseppe, alle quali diede gli spirituali
esercizi ii p. Francesco M.a da Rimini: che
fro giorni avrebbe egli stesso amministra-
to il s. battesimo a due infedeli, l'uno eli
18 anni, l'altro di 20: che la gran fab-
brica della Goletta progredisce sempre, e
sempre si continuano i lavori a Diserta, a
Media, a Tunisi: che quivi anzi, entro d
mese di geunaio,de v'essere condotto a ter-
mine un palazzo che sarà de'più belli di
Tunisi, la proprietà del cui terreno fu re-
galata ad es»o monsignore dal 13ey, fab-
bricalo poi pel pian terreno e mezzani a
spese del vicariato apostolico, e pe' due
piani nobili ed il bel vedere a spese d'un
toscano, il quale se ne servirà per 8 an-
ni, dopo cu» sarà ceduta tutta la fabbri-
ca al vicariato stesso, che probabilmente
se ne servirà di episcopio: detto locale
sarà frattanto aperto con molta splendi-
dezza ad uso d'istruzione e di divertimen-
to pe'soci europei: d'istruzione, colla let-
tura declassici italiani, francesi, spagnuo-
li, tedeschi, inglesi ec. e giornali d'ogni
genere: di divertimento con sale di bigliar-
di all'italiana e alla francese, giuochi di
scacchi, di dama, di dominò, di carte.Con-
chiude infine la lettera che porta queste
notizie, col ringraziare il Signore Iddio
pel bene spirituale e temporale che ivi si
va facendo". A schiarimento d'alcuni
punti del riportato, aggiungerò. Che nel-
la visita degli ospizi, il bey die al prelato
per accompagnamento unjoffiziale bascia-
mauduc comandante la scorta, ed ingiun-
se a' governatori, che il trattamento di
T U N
mg.r vicario fosse nobile e abbondante,
non meno acciò potesse invitare alla 9ua
mensa alcuno de' primari de' luoghi, ma
ancora onde distribuire gli avanzi a'po-
veri , avendo piacere che da questi ve-
nisse applaudito. Che il bey Ahmed esti-
mando il vicario apostolico per le sue e-
gregie virtù, fu in molli incontri vieppiù
condiscendente e benevolo versoi catto-
lici de'suoi domimi, e le cose riguardanti
questa fiorente missione apostolica. Con-
cesse pure il terreno pel cimi ter io, un al-
tro per ingrandire la chiesa, altro per am-
pliare l'orto dell'ospizio, oltre la suddet-
ta area per la casa pel vicario apostolico,
che prima era in luogo assai angusto. Di
più mg.r Cutter potè ottenere da quel ge-
neroso principe e da' suoi governatori la
liberazione di non pochi mussulmani rei
di piccole mancanze o prigioni per debi-
ti; il che conciliò al prelato l'amore, il ri-
spetto e la gratitudine degli stessi mao-
mettani.E siccome prima di lui pagavansi
1000 piastre tunisine annue al bey, per
pigione del locale ridotto a chiesa e o-
spizio (perchè il bey di Tunisi è l'unico
proprietario di tutta la reggenza, onde gli
estranei non vi ponno possedere, e se al-
cuno ottomano o tunisino vuole aliena-
re un fondo figura come dato in pegno
all'acquirente per una somma impresta-
ta) pe' cattolici, il bey nella sua munifi-
cenza e singoiar deferenza pel prelato,
condonò per sempre tal corrisposta. Giac-
ché deve sapersi, che l'autico locale del
consolato di Spagna, presso il quale era-
no i nominati ospizio e spedale dc'trini-
lari, questi e quelli non più sussistendo,
fu dato in affitto al p. da Taggia, il qua-
le vi eresse la chiesa di Tunisi dedicala
alla ss. Croce, con l'adiacente ospizio dei
cappuccini, contribuendovi le pietose of-
ferte de'fedeli, specialmente italiani, ol-
tre quella generosa di 16,000 piastre del
conte Ruffo. 11 bey pertanto rinunziò per
sempre al fitto di detto locale, incontro
al quale sorgendo il suddetto palazzo ve-
scovile, la via viene chiamata Strada del
T UN
ì 'est -avo. Sulla Goletta mg.' Su Iter otten-
ne l'area per fabbricarvi la chiesa e la ca-
sa d'ospizio, e ciò a vantaggio de'cnttoli-
ci del porto e fortezza di Tonisi. Per le
sue replicate pratiche e vive premure, ora
furono introdotti in Tunisi 5 fratelli del-
le benemerentissime Scuole cristìanc^eì
quali acquistò e quindi restaurò e ridus-
se od uso de'medesimi e delle loro scuo-
le, l'antico ospizio che per i5 anni servì
d'abitazione a' cappuccini e di chiesa ai
cattolici. Giustamente è da attendersi fe-
lici risultali da tali ottimi istitutori , in
vantaggio dell' istruzione ed educazione
elementare, massime religiosa, della gio-
ventù, e già contano circa i 20 giovanetti
d'ogni nazione e culto. Per l'assistenza
degl'infermi e per l'educazione delle don-
zelle, l'attivo prelato, oltre alle suore di
s. Giuseppe dette dell'Apparizione, che
in buon numero esistono in Tunisi e fin
da qualche anno anco in Susa, le stabilì
eziandio alla Goletta, ed a Sfacbxo Sfix.
Il vicariato apostolico di Tunisi presen-
temente ha i seguenti 8 ospizi de'cappuc-
cini, ciascuno cosi un presidente religio-
so. Essi sono: quello di Tunisi, fondato nel
1624, col vicario apostolico, 8 missiona-
ri, 4 frati laici, ascendendo i cattolici del-
la città a (juasi 9000. Di Susa,istituito nel
18 36, con circa 600 cattolici. Della Go-
letta, istituito nel 1 838, con circa 700 cat-
tolici. Di Sfux o Sfachx, eretto nel 1 84 1 ,
con quasi 5oo cattolici. Di Gerbi, fonda-
to nel 1848, con circa 3oo cattolici. Di
Mahdia, istituito nello stesso 1848, con
circa 3oo cattolici. Di Bise» la, fondato nel
i85i, con ido cattolici circa. Di Porto
Farina, stabilito nel 1 853, con circa 100
cattolici. Laonde e compreso Tunisi per
lutto il vicariato si ponno conlare quasi
1 2,000 cattolici, e questi divisi ini 4 dif-
ferenti nazioni. Dirò per ultimo che il bey
Ahmed con tutta solennità e alla presen-
za de' grandi del regno, pose in petto a
mg.r Sulter la sua" decorazione di 1. 'clas-
se, accompagnala da onorificentissimo di-
ploma de'2 5 novembre i85o scritto in a-
T U II ao3
raho inoltre conferì eguali decorazioni j
di 3. 'classe al p. Anselmo desArcs cancel-
liere vicariale, ed al p. Giuseppe Filippo
da Ferrara, segretario del vicario aposto-
lico; e di 4-a classe a fr. Serafino da Fer-
rara compagno del prelato. Non essendo-
vi esempio che i cappuccini avessero ri-
cevuto decorazioni equestri da un prin-
cipe mussulmano, mg.r vicario apostoli-
co ne consultò la s. Sede, la quale inteso
il definitorio de'cappuccini, permise al ve-
scovo ed a'3 religiosi cappuccini di usare
la detta decorazione, ma soltanto in tut-
ta la reggenza di Tunisi.
TUNRINO o TOCCHINO. V, Vica-
riati Apostolici.
TUNUDA , Tunusuda , Tinnitisela t
Tkunazuda, Tumìruda. Sede vescovile
dell'Africa occidentale, di provincia in-
certa, tra Ippoua e Tabracca, ebbe a ve-
scovo Gennaro , che trovossi alla confe-
renza di Cartagine tenuta nel 4^'» e so-
stenne le parti de'cattolici contro Vitto-
riano donatista. Morcelli, Afr. Chr. t.i.
TUNUGABA, Thunuba. Sede vesco-
vile d'Africa nella provincia Proconsola-
re, sotto la metropoli di Cartagine, il cui
vescovo Nivenzio nel 4» ' intervenne coi
vescovi cattolici alla conferenza di Car-
tagine. Morcelli, Afr, Chr, t. 1.
TUR-ABDIN, 3fonsJbdmus.C(mlva>
da situata di qua del Tigri, dagli abitan-
ti chiamata Tur. Vi sono molli borghi e
villaggi, e diversi monasteri d'ambo i ses-
si. Anticamente era vi un solo vescovo per
tulio il paese, ma in seguilo vennero e-
relti i vescovati di Betli-Mancieni (P.),
e di Saldali (f7.), oltre altri, soprattut-
to durante lo scisma che tenne divisa la
chiesa da' Gìacobiti {ly.)}qiiiMido Saba ve-
scovo di Salach fu innalzalo alla diimi-
o
tàdi patriarca contro il legittimo patriar-
ca. Portarono il titolo di vescovi di Tur-
Abdin i seguenti. Mosè ne occupava la se-
de nel IX secolo; Ciriaco assistette al con-
cilio di Mabug; N... uno de'3 vescovi che
il patriarca Atanasio VI I scomunicò e che
non volle assolvere neppure in punto di
2o4 TUR
morie; N.... dell i 55; Giovanni i. "vesco-
vo ili Curseno; Camisio morto poco pri-
ma dell'elezione del patriarca Ignazio li
nel i 222; Lazzaro; Ammodioo Aniinojo;
Alalco o Melehez; Abelmedieh o Abilel-
messia del 1 583. Assemanni, Dìsscrt.de
Monoph. 1. 1; Qriens Chrìst. t.2,p. 1528.
TURCHI. /. Tunrn.A.
TUUClllA, Thracìa/Turcarum fm-
penimi. Vasta contrada die trovasi \nEu-
ropa ed in Asia e forma quasi tutto l'im-
pero ottomano, nel ([nule sono compie-
vi l'IJedjaz, regione nella parte oceidenta-
le dell'Arabia, e nominalmente il pascia-
lati^ o viceregnato d'ZTg/ffo (in Africa,
t in questa si ponno aggiungere le reg-
genze di Tunisie di Tripoli nella Bar-
barla). Questa è la definizione clieeomu-
nemenle danno i geografi della Turchia,
che però mi sembra troppo vaga e poco
esalta: m'ingegnerò con Ine v ila a supplir-
vi, pel resto riportaiidomi agl'innumere-
voli articoli che andrò ricordando, o in-
dicandoli in corsivo o citandoli, per ul-
teriori e dettagliale nozioni. Aggiungono
gli stessi geografi, eh'eslendesi questa con-
trada dall' Adriatico e dal Danubio, al
nordest, sino al golfo persico al sud-est,
tra il mar Nero al nord e il Mediterraneo
al sud, ritagliata dalle parli di mare che
uniscono questi due ultimi, cioè dell'Ar-
cipelago, dallo stretto de'Dardauelli, dal
mare di Marinara e dal canale di Costan-
tinopoli: quest'è che stabilisce la distinr
zione della Turchia in due grandi por-
zioni, la Turchia Europea a la Turchia
Asiatica j quindi i geografi descrivono se-
paratamente le due regioni. L'avv. Ca-
stellano nel suo Specchio geo grafico -sto-
rico-politico dichiara \' Impero Ottoma-
no: » Informe colosso, composto di parti
eterogenee, ed elevalo dal terrore, che
pervennero a destare nel caduto impero
orientale de' greci le reliquie della mao-
mettana possanza. La mela di esso è nel-
r Asia, e già il caos di feudalità e di ti-
rannide, che sparge il lulto in quella re-
giune un tempo sì fauioau, parli Utmeute
TUR
descrivemmo nel Ll,p. 23o: Della Tur-
chia Asiatica, regione che comprende le
provincie asiatichesoggette all'impero ot-
tomano, le quali corrispondono all'Asia
Minor e ymi\ una gran parte dell'antica Ar-
menia, alla A7/7//,al!a Palestina e ad al-
tre confinanti coni rade La capitale della
monarchia trovasi in Europa, Costanti'
nopoli , situata nella Romelia ossia Ro-
mania o Rum-ili (paese de' romani come
possedimenti degl' imperatori greci suc-
cessori di quelli romani), corrispondente
nella sua parte occidentale alla Macedo-
nia e nell'orientale all'antica Tracia, luo-
go che separa l'Asia dall'Europa. Mal pro-
pria è la denominazione dellaTurehiaEu-
ropea, tratta dal dominio, che la razza tur-
ca ha da 4 secoli esercitato sulla peniso-
la orientale d'Europa; la medesima però
è canonizzata dall'uso, ne lice per ora di-
partirsene. Su tutta la costa boreale del-
l'Africa si estese un tempo la sua ferrea
dominazione, e potè dalle due estremità
meridionali minacciare all'Europa inte-
ra l'ultimo eccidio, ma la nominale su-
premazia, che iw\Y Egitto e nella Mauri-
tiana pur serba , è divenuta ormai effi-
mera". Di recente furono pubblicati cen-
ni e noti?.ie statistiche sull'Impero Otto-
mano, le quali prendo per guida pe* pre-
liminari di questo articolo, ampliandole
ove credo opportuno di farlo. L'impero
ottomano nelle tre parti dell'antico mon-
do abbraccia un territorio di una super-
fìcie di 3o,ooo miglia quadrate geogra-
fiche, situalo fra il 48**3 <h latitudine
settentrionale, ed il 43,4* di longitudine
orientale. Leggo in un'altra statistica, che
l'impero turco, secondo un prospetto sta-
tistico compilato in Costantinopoli da per-
sona esperta, avrebbe in Europa, Asia ed
Africa un territorio di 43,5oo miglia qua-
drate tedesche. Quest'impero a settentrio-
ne e ad occidente confina colla Russia e
coli' Austria, all'oriente colla Persia e le
regioni dell'Africa centrale. Questo ter-
ritorio formato delle più belle e delle più.
ricche contrade dal moudo, favorito dui
T U R
dima il più felice, riunisce i prodotti del-
PEuropa, dell'Asia e dell'Africa, la seta,
l'oppio, il riso, il maizeogni genere di ce-
reali, il grano giallo, la vallonea, legni da
costruzione, olii, lane, semi oleaginosi,
carbone fossile, ogni specie di mettiti, ta-
bacchi, frutti secchi , noci di galla, pro-
fumi, olio di rosa, lino, canape, gomma,
ce, di che meglio ne' particolari che poi
dirò delle suddette contrade. L'industria
serica acquista ogni giorno inTurchia uno
sviluppo sempre maggiore. Questa im-
mensa varietà di prodotti, mediante i van-
taggi di una incomparabile posizione geo-
grafica , trova uno smercio pronto e fa-
cile. Cagnaia all'interno da 4 grandi la-
ghi, solcata da un gran numero di fiu-
mi, cioè in Europa dal Danubio e suoi
affluenti; in Asia dall'Eufrate, dal Tigri,
dal Kizil-lrmaz o Ermak (fiume rosso,
il più grande dell'Asia miuore),e dal Gior-
dano; in Africa dal Nilo. La Turchia toc-
ca in diversi punti 6 mari differenti, che
presentano uno sviluppo di i 200 leghe di
costa: colla Bulgaria, la Romelia ed una
parte dell'Asia minore tocca il mar Ne-
ro; coll'Anatolia, la Macedonia e la Tes-
saglia l'Arcipelago; coli' Albania il mar
Jonio e l'Adriatico; coll'Irak il golfo Per-
sico. Posta a cavaliere dell'Europa e del-
l'Asia , mediante il Bosforo ed i Darda-
nelli, famoso varco dell' Ellesponto (F '.),
eli cui tiene le chiavi, la Turchia è padro-
na assoluta del maredi Marmata, che ba-
gna le mura di Costantinopoli, nel qua-
le articolo ne parlai. Il mar di Marmerà
è situato nel centro dell'impero, comu-
nica col Mediterraneo per lo stretto dei
Dardanelli, e col mar Nero pel Bosforo,
detto anche canale di Costantinopoli, po-
sizione di grande importanza politica; po-
tendo divenire pel governo un bacino si-
curo da esercitare e da istruire la flotta
più numerosa, ed al presente giova in mo-
do mirabile alle comunicazioni in tutte
le parti dell'impero, mantenute da bat-
telli a vapore che lo solcano in tutte le di-
rezioni. Cou firmano imperiale compar-
T U R 2o5
so a'4 gennaio 18 56, fu sancita la conces-
sione di costruire un canale che deve con-
giungere il Danubio al mar Nero. Que-
sto canale, che il Journal de Constanti-
noplc dice essere impropriamente deno-
minato di Kuslengi, partirà da Czerna-
■vnda per riuscire alla baia di Jugla,e pren-
derà il nome del regnante sultano, cioè
Canale, d' Abdul-Medjìd. Questo cana-
le sarà in certo modo il corollario dell'at-
tivazione della ferrovia che deve congiuu-
gere Costantinopoli a Belgrado, come e
di altre ferrovie, oltre gl'introdotti tele-
grafi, accennai nel voi. LXX,p. 1 5qe 1 7 5.
Le <\ue imprese del canale e della ferro-
via realizzano uno stesso scopo, non solo
perchè costituiscono in modo decisivo
l'influsso commerciale della Turchia, ma
soprattutto perchè aprono nell' interno
stesso dell'impero comunicazioni rapide e
sicure colle grandi potenze d'Europa. Il
disegno di silF» Ito canale era stalo sotto-
posto alla Porta ottomana già nel 1839
e nel 184^; ma la Russia avendo compre-
so tosto l'importanza di tale idea che di-
struggeva tutte le sue mire di sorveglian-
za esclusiva dell' ingresso del Danubio,
ne fece protrarre l'esecuzione, mercè la
preponderanza che ayea allora in Tur-
chia. Fra'posscdimenticompresi nella va-
sta estensione dell'impero otlomano,con-
viene distinguere però quelli che sono im-
mediatamente soggetti all'autorità diret-
ta del sultano, e che si compongono del-
la Turchia d'Europa, meno le provincie
Danubiane di Valacchia, Moldavia e
Servio, (V.)yt il gruppo montagnoso del-
la Cerna gora ossia il Montenegro (di cui
a Scutap.i); dell'Asia minore colla Siria
e la Mesopotamia (F.)t e del territorio
di Tripoli (F.) in Africa, e quelli che so-
no mediali o tributari soltanto. Questi
quantunque di pendenti dalla Porta,e con-
siderati col mezzo di trattati come parte
integrante dell'impero ottomano, sono al-
tri, cocne V Egitto e Tunisi { V.), ammi-
nistrati da pascià e da bey ereditali; al-
tri da principi indigeni, nominati a vita,
2o6 T l II
solfo la cui autorità essi limino consci vo-
to il privilegio cruna legislazione e ili mia
amministrazione interna indipendente.
Tali sono i principati di Valacchia e di
Moldavia, eia Servia. Questi 3 principati
furono sol toposli al protettorato della
llussia. ina ne furono sottraili pel celebre
trattato di pace segnato a Parigi ai 3o
inatto 1 856, e conservata la sopraddetta
so\ ra ni là della Porta5fu rono sottoposti sot-
to la garanzia collettiva di tutte le poten-
ze segnalarle del medesimo, e con quelle
condizioni che dirò nel riportarlo in (ine.
11 sultano con un firmano de' i 3 gennaio
i85o, riconobbe e sancì la nuova costi-
tuzione della piccola repubblica di Zago-
ri. Questo stalo situato nell'Albania, a bre-
ve distanza da Jannina, contiene 44 vl'*
laggi e una popolazione di 25,ooo abi-
tanti circa, greci coraggiosi, industriosi,
attivi e dediti alle speculazioni commer-
ciali. La sua indipendenza è sempre sta-
ta riconosciuta dalla Porta. Ciascun vil-
laggio nomina i suoi consiglieri , che lo
goveruano,ed elegge il delegato che li rap-
presenta a Jannina. Questa piccola re-
pubblica di zagorioti tiene due generali
assemblee ogni anno a Jannina, alle qua-
li ciascun villaggio manda rappresentan-
ti a discutere sugli affari generali dello
stato. Tale è la presente costituzione di
questa repubblica dell'impero ottomano,
che si è governata per molti anni senza
gravi difficoltà. La pubblica istruzione è
assai promossa a Zagori; ciascun villag-
gio ha una scuola, in cui oltre le scienze
elementari, s'insegnano la lingua latina
e francese. L'intera popolazioue dell'im-
pero ottomano può essere approssima-
tivamente calcolata a 35 milioni e mez-
zo d'abitanti; di cui 27 milioni nelle pio-
vincie immediate, ed 8 milioni e mezzo
nelle provincie mediate , cioè 4 milioni
nella Moldo-Valacchia, un milione nel-
la Servia, 200,000 nel Monte Negro, e
3,200,000, nell'Egitto ed a Tunisi ( vi ag-
giuugerò Trìpoli; si vuole che superi 3
milioni, e Tunisi coi\[\ più di 2 milioni,
T U II
come notai in tali articoli, mentre l' /C-
gitto secondo altri si crede popolato da più
di 2,5i4>oooabitauti)altri aumentando-
li sino a 4 milioni, tome rilevai nell'ar-
ticolo: negli altri de' principati Danubia-
ni, e negli articoli delle altre regioni, pro-
curai di riportare i calcoli più certi o più
probabili; laonde conviene tenerli presen-
ti, nel ripetere che qui vado facendo quel-
li delle recenti statistiche). Secondo 110 an-
tico detto che corre in Turchia , questa
popolazione è ripartita fra 72 nazioni e
mezza, compresi gli ebrei, il cui piccolo
numero non li fa contare, che per una
frazione di nazione. In vero non vi ha im-
pero in Europa, formato di elementi co-
si vari ed eterogenei come l'impero tur-
no. Esso non formasi d'una nazione, ma
da un composto di nazioni. Sulla sua to-
tale popolazione di 35 milioni, la razza-
conquistatrice vi figura al più per un 3.°;
il rimanente è un amalgama di gretti, di
armeni, di ebrei, di romeni, di slavi , di
albanesi, di arabi ec, tulli avendo una li-
sonomia ed una individualità loro pro-
pria. Ogni razza, ogni religione, ed ogni
idioma dell'antico mondo continuano a
sussistere l'una accanto all'altra sui vasti
e pacifici domimi del sultano. Qui sono
gli Abissini , ed i Tchingane o Zingari
(A'.), per la più parte pagani; là i Cal-
cici, che professano l'eresia de'nestoria-
nij i Chemsiyè adoratori del sole; i Ye-
zidis la cui credenza è il manicheismo mo-
dificato dalla dottrina di Zoroasti o: in un
luogo l'empie sette degli Ali-Tlaise de-
gl'Ismail; i Wahabis o Vecabili, ed i pro-
testanti dell' Islamismo; in altro i Kurdi,
discendenti dagli antichi parti, e che col-
la lingua hanno conservato il modo loro
di combattere,e le nomadi de'Turkoma-
ni, avanzi di orde conquistatrici de'Sel-
djoukdes. Questa varietà, questo contra-
sto perpetuo di fìsonomia, di lingua, di
costumi, di abitudini, di religione, in se-
no alle popolazioni dell' impero ottoma-
no, colpisce più di tritio il viaggiatore, sia
che attraversi la pianura dell'Asia mino-
T U R
re, sia che penetri nell'interno della Tur-
chia d'Europa, o che percorra i monti
ed i deserti della Siria. Gli Ottomani od
Osmanli si crede figurino nella riportata
cifra per 12 oi3 milioni, di cui 2 milio-
ni soltanto nella Turchia d'Europa. 11 ri-
manente della popolazione si compone di
Greci, 2 milioni; di Ai nauti o Albanesi,
i,5oo,ooo;di Armeni, 2,4oo,ooo;diSla-
vi, 6,200,000; di Romeni, ovvero Moldo-
Valacchi, 4-OJ'lioni; di Arabi, 4,700, 000 ;
diRurdi, un milione ec. Considerata sot-
to la parte religiosa questa medesima po-
polazione si compone di2 r milioni di mus-
sulmani, dii3 milioni di greci scismatici
ed armeni,di qoo,ooo latini edi 1 5o,ooo
ebrei. La popolazione delle sette che pro-
fessano altro culto, ascende a 3oo,ooo.
Considerata poi sotto il rapporto politi-
co e civile, la popolazione degli stati im-
mediali del sultano abbraccia 3 categorie
perfettamente distinte. 1. I sudditi mus-
sulmani, che godono pieni diritti civili e
politici. 2. 1 sudditi non mussulmani ora-
yV?.?, assimilali finora a'primi soltanto sot-
to il rapporto civile, ed il cui numero to-
tale non arriva a io milioni. 3. I fran-
chi, ovvero gli europei domiciliati inTur-
chia, de'quali lo sialo e le condizioni di
esistenza al presente furono regolate da
capitolazioni, delle quali parlai in più luo-
ghi, massime negli articoli riguardanti
Terra Santa, culla di nostra ss. Reli-
gione. I rajas formano 5 distinte nazio-
ni, chiamate secondo lo stile officiale mi-
leti-khamsè, le 5 comunità, cioè, la gre-
ca, l'armena, l'armena unita alla Ialina,
l'israelitica, e la Ialina o cattolica. Note-
rò che i cristiani da'turchi sono chiamali
Infedeli (V.), come noi appelliamo con
più di ragione i turchi, e persino le loro
regioni <\\c\amo par db us injidelium , cosi
qualificando i titoli degli antichi Vesco-
vati {V .) già esistenti nella Turchia, che
per l'invasione de'mussulmani cessarono
e non restò che il titolo che da' Papi si
conferisce a' Vescovi in partibus. Sicco-
me pel dichiaralo nel voi. LXIX, p. 1 1 7,
TUR 207
ho descritto YOrbis Christianus, pel 1 ,°
e per ispeeiale favore della divina prov-
videnza, così negli articoli delle sedi ve-
scovili superstiti o nuovamente erette, e
precipuamente delle numerosissime non
più esistenti, nelle Prefetture apostoliche
(/■'.), ne' Vicariati apostolici o Delega-
zioni apostoliche, dell' impero ottoma-
no, feci la descrizione della maggior par-
te de'luoghi del medesimo, notando col!e
glorie antiche le principali successive vi-
cende ; imponente complesso di notizie,
che riunendole potrebbe formare un com-
pendio isterico dello stesso impero, mas-
sime nella parte che riguarda il cristia-
nesimo, in esso un tempo floridissimo, va-
le a due prima che il superstizioso fana-
tismo maomettano ne operasse quasi la
fatale distruzione. Il vocabolo infedele ,
col quale i turchi qualificano i cristiani,
suona nella loro lingua giaùr ogeaour.
NeIi85o avea riportato V Impartì al di
Smirne dell'8 novembre, sotto la data di
Costantinopoli.»* Non tarderanno ad es-
sere letti de'firmani in tutte le moschee
e chiese per abolire definitivamente la
qualificazione di rajà, e per inibire pu-
re che si pronunzi la parola giaur. O-
gni cristiano suddito del sultano avrà gli
stessi diritti, privilegi ed immunità di cui
godono i mussulmani ; l' liaralch o ca-
ratelli o testatico de'rajà, è egualmente
soppresso (come notai nel voi. LXV II, p.
12. Quanto aìYharatcIi o caratch, que-
sto vocabolo veramente clicesi in turco ha-
rflfg.Eqni debbo fare un'avvertenza, che
molti vocaboli e nomi propri di turchi e
di quanto li riguarda avendoli detratti da
derivazioni francesi, nell'idioma turco av-
vi qualche diversità di lettere). La intro-
duzione dell'elemento cristiano nell'eser-
cito è pure decisa : greci, armeni ed ebrei
forniranno per l'avvenire il loro contin-
gente militare, ed aspireranno a'più alti
impieghi sì civili che militari. " Quanto
avvenne di singolare e memorabile dipoi,
a suo luogo in quest'articolo riferirò. O-
cni comunità cristiana è retta , sotto la
ao8 TUR
sorveglianza dell;» Porta, da nn palliar-
ca o arcivescovo, die talvolta, ni;» non
necessariamente, congiunge l'autorità re-
ligiosa alla civile. La co munite «reca ,
jcn/n milieti, composta di latti i sudditi
ottomani di rito greco scismatico, è di-
visa in due razze o nazionalità distinte:
i greci o romaichi e gli slavi (di cui me-
glio a Schiwonia), formati di serbi o ser-
rani, di bulgari e di bosniaci, ec. Biso-
gna non perdere di vista tale distinzione,
se vuoisi evitare uno spregio in oriente,
ove religione e nazionalità sono sovente
prese una per l'altra, ove anche la reli-
gione prende il posto della nazionalità. In
Turchia il nome de'Greci non si appli-
ca esclusivamente alle popolazioni di el-
lenica origine: serve ad indistintamente
designare tutti quelli de'sudditi cristiani,
qualunque sia la razza a cui appartengo-
no, i quali riconoscono la giurisdizione ci-
vile e religiosa del patriarca scismatico di
Costantinopoli. La razza greca, creduta
composta da 2 milioni, è sparsa in tutto
1' impero , ma in modo ineguale. Nella
Turchia d'Europa forma circa l'undiee-
sima parte dell'intera popolazione. Nel-
l'Asia minore e nella Siria giunge appe-
na alla venticinquesimamell'isole dell'Ar-
cipelago Ottomano, a Metelino, a Scio,
a Rodi) a Candid, può essere calcolata
nella media a tre quarti. Fra' popoli di
di razza slava, che sono i sudditi imme-
diati della Porta, sono anzi tutti segna-,.
lati i bulgari, il cui numero ascende a 3
milioni, sparsi su tutta l'estensione della
Turchia Europea. Vengono poscia i Serbi
della Bulgaria, della Bosnia e della Er-
zegovina (di cui a Trebigne), i , 1 00,000;
del Montenegro, 200,000; finalmente i
Ylachi o Zingani o Zingari, d'orisfine la-
lina, come i Moldo-Valacchi, 3oo,ooo;
il che unito a'2 milioni di Greci, forma
un totale di 6,600,000 individui. Ora se
da questo numero si detraggono 1 00,000
cattolici, greci, bulgari e bosnici, il rima-
nente rappresenterà esattamente l'effet-
tivo della comuuità greca, secondo le re-
TUR
centi statistiche in discorso. Crii Arme*
ni passarono sotto il giogo de' turchi nel-
lo stesso tempo che i greci, e subirono
le medesime condizioni. Essi al presen-
te ascendono a 2,4.00,000, di cui in pro-
porzione non è granile il numero de'
cattolici, specialmente dopo la violenta
persecuzione subita nel 1828 (di che me-
glio a Patriarcato Armeno). Gli Arme-
ni abitavano principalmente nella Tur-
chia Asiatica dalla parte della Persiti e
della Rus sia, contrade ove contano mol-
tissimi de'loro correligionari. Gli arme-
ni cattolici sono divisi in 8 diocesi, oltre
la sede primaziale di Costantinopoli (so-
no di più, come narrai al citato Patriar-
cato). Gli Ebrei dì Turchia, iehoudi-mil-
leti,\n numero di circa 1 5o,ooo, sono per
la più parte oriundi della Spagna e del
Portogallo, donde emigrarono nel secolo
XV (principalmente e pel riferito in tali
articoli ). Si trovano in maggiore o mi-
nor numero dappertutto,e principalmen-
te a Costantinopoli, a Saloniehi o Tessa-
lonica, ed a Smirne. I Latini composti di
latini propriamente detti, cioè i cattolici
che seguono la liturgia romana, ascen-
dono a circa 5oo,ooo; composti di Greci
uniti, di Melchiti,d\ Siri e di Caldei (sì
devono aggiungere i Maroniti) uniti alla
chiesi romana, formano una comunità
di quasi y5o,ooo anime, retti spiritual-
mente da' loro patriarchi, arcivescovi e
vescovi, e collocali sotto l'autorità civile
d'un delegato della Porta, vckil ossia so-
stituto del capo civile, assistito da un con-
siglio di notabili scelti dalla nazione. I
Franchi, cioè gli europei domiciliati in
Turchia e posti sin qui sotto l'esclusiva
giurisdizione de'loro ambasciatori e con-
soli, senza essere fino ad ora soggetti alle
leggi ed a'tribunali del paese, formano,
come fu già accennato, una nuova cate-
goria d'abitanti allatto distinta da'sudditi
m u ss u l m a n i o n o n m u ss u I in a 11 i ci e 1 1 a Por-
ta. E difficile indicarne il numero; sem-
bra però che non possa sorpassare i 1 5o
o 200,000 che per la più parte abitano
TUR
Costantinopoli ', Smirne, Satanico o Tes-
salonica, Berito o Beyrouth, Alcppo di
cui riparlai a Berrea ec. E qui rammen-
terò, che nella descrizione de'patriarcati
cattolici esistenti di Gerusalemme, An-
tiochia de1 greci Melchiti, Antiochia de*
Maronitiy Antiochia de' Siri, dì cui tor-
nai a parlare a Siria, Babilonia dei Cal-
dei, Cilicia degli Armeni ', oltre l'arci-
vescovo primate degli armeni di Costan-
tinopoli) il vicariato apostolico de'latini
di Costantinopoli, e di altri Vicariati,
Delegazioni e Prefetture apostoliche ,
ragionai pure de' luoghi di loro giuris-
dizione spirituale, e degli arcivescovati e
vescovati suffragane!, non meno che del
clero secolare e regolare d' ambo i ses-
si, e de' missionari apostolici. Nel i85i
il governo ottomano annunziò con una
circolare alle corti d'Europa, die le reg-
genze di Tìntisi e di Tripoli ,e il pascià
o viceré d' Egitto non ponno accredita-
re presso di esse alcun agente diploma-
tico col titolo d'incaricato d'affari odi mi-
nistro. Le leggi dell' impero non per-
mettono loro che di aver consoli o vice-
consoli, e anche bisogna che le nomine
sieno ratificate dalla Porta ottomana. La
s. Sede non ha rappresentanti nell'impe-
ro ottomano; solo la Congregazione car-
dinalizia di propaganda fide (V.) ha
degli agenti per le missioni e pe'vescova-
ti che da essa dipendono in tutto l'impe-
ro medesimo. Ciascuno degli agenti di-
plomatici ha i suoi dragomani ov'essi ri-
siedono. Dragomano, dice il Razzarmi, si-
gnifica interprete di lingua, e precisamen-
te della lingua turca e araba pegli euro-
pei , e della lingua francese od altra eu-
ropea pegli orientali. Dicesi anche drog-
mon il dragomano. Ogni ambasceria o
consolato delle potenze europee presso la
Porta ottomana assolda uno o più di que-
st'interpreti,che divengono necessari, per
agevolare le relazioni reciproche. È vo-
cabolo formato dall'arabo largeman o
targiman, derivante dal verbo taragem,
che in italiano suona interpretare: da tar-
vol. txxxi.
TUR 209
geman gì' italiani fecero Dragomano o
Dragomanno, od anche, con maggiore e
più affine relazione all'arabica sorgente,
Trucimanno o Turcimanno) da cui poi
venne la voce francese ed inglese Tru-
cheman. Aggiungerò sulla popolazione
dell'impero altre notizie statistiche. Nel •
V Almanacco francese, che si stampa in
Costantinopoli, nel i85o si registrò le se-
guenti date. L'impero ottomano ha una
popolazione di 36,2 1 1,000 , anime. La
Turchia Asiatica baso, 700, 000, tra cui
3 milioni di cristiani. La Turchia Euro-
pea conta 1 5,5 1 1,000 abitanti, de'quali
2,000,000 nella Romelia o Tracia e nel-
la Tessaglia; i,4oo,ooo nella Moldavia;
2,600,000 nella Valacchia; 1,011,000
nella Serbia o Servia; 1 ,600,000 nella Bo-
snia ed Erzegovina; 2,200,000 nell'Alba-
nia; 2,000,000 nella Bulgaria; r ,000,000
nella Tracia; 220,000 sull'isola di Cre-
ta; 90,000 in Cipro; 390,000 nell'altre
isole. Il n.°29 dell'Osservatore Romano
del i85i riferisce. L'elemento religioso
del cristianesimo va prevalendo dapper-
tutto in Europa. Neil' impero ottomano
il numero de'cristiani supera ormai quel-
lo de'turchi. Questi sono 9 milioni, ei 3
milioni sono i cristiani. I turchi vanno
sempre più diminuendo di numero e di
ben essere, mentre invece i cristiani cre-
scono sempre più di numero e di poten-
za. Nel Giornale di Roma del i853 si
pubblicarono due statistiche dell'impero
ottomano a p. 227 e 3i4« lyi nella 1." si
dice. La popolazione della Turchia è ri-
partita come segue : Moldo-Valacchi al
nord del Danubio 4jOOo,ooo. Slavi com-
patti al sud del Danubio6,ooo,ooo. Po-
polazioni miste di greci 900,000. In Tes-
saglia e sulle coste , armeni , ebrei , ec.
600,000. In tutto rajas 1 1 ,5oo,ooo. Ot-
tomani asiatici 700,000. Mussulmani ri-
negali e altri 2,7.00,000. In tutto mussul-
mani 2,900,000. Totale della Turchia
Europea i4,400>000- Le tribù slave, il-
liriche e bulgariche formano in tutto 6
milioni d'anime. L'altra 0 prospetto sta-
•4
2 i o TUR
fissistico compilato o Costantinopoli, di-
ce che la Turchia Europea o Romelia
contiene! 5 milioni e mezzo di abitanti:
V Asiatica oAnadolu i f>,o5o,ooo; l 'Afri-
cana o Gerì) 3, 800,000. Quindi un to-
tale di 35,35o,ooo. Di cui Osmanli in
Europa 1,1 00,1000; in Asia 10,700,000;
Slavi 7,200,00; Rumeni 4>000j00° J
Amanti 1,600,000; Greci in Europa
4oo,ooo, ed in Asia 2,000,000. UAl-
mandch de Gotìia pel 1 854 die le seguen-
ti cifre della popolazione mussulmana e
greca della Turchia. Maomettani nella
Turchia Europea 4}55o,ooo; d' Asia
I2,65o,ooo ; d'Africa 3,8oo,ooo. To-
tale 21 milioni. Greci, nella Turchia Eu-
ropea 1 o milioni, nell'Asiatica 3 milioni,
totale 1 3 milioni. Cattolici della chiesa o-
rienlale, che ubbidiscono alla s. Sede,
900,000; de'quali, in Europa 640,000,
in Asia 260,000, in Africa non pone ci-
fra, ma si può vedere gli articoli de'Vi-
c.ARiATi e Prefetture apostoliche ove li
registrai. Finalmente leggo in altra sta-
tistica del i854 , ascendere i cattolici a
900,000, compresi gli armeni , di coi
640,000 in Europa, e 260,000 in Asia.
1 cattolici ai meni ed i cattolici latini han-
no il loro capo civile, come l'hanno i pro-
testanti. Oltre i patriarchi, arcivescovi e
vescovi cattolici d'ogni rito, vi sono i pa-
triarchi greci e armeni scismatici, con ar-
civescovi e vescovi; inoltre gli scismatici
e gli eretici d'altri riti hanno i propri ai-,
ci vescovi e vescovi. Gli ebrei hanno il loro
gran rabbino. Trovo indispensabile qui
oppresso aggiungere altri particolari sul-
la Turchia Europea, sulla Turchia A-
siatica, e sulla Turchia Africana.
La Turchia Europea nella parte sud-
est dell' Europa, a oriente della medesi-
ma, ha frastagliatissime coste, l'isole del-
l'Arcipelago del mare Egeo, partedel qua-
le appartiene al nuovo regno di G cecia
(/•".), distaccato dalla Turchia a' nostri
giorni, o Sporadi occidentali, delle quali
è metropoli Sainos, oltre i dipartimenti
dell' isole di Eubea, la principale essen-
T U R
do Negroj)ontc} delle Cicladi settentrio-
nali, la principale essendo Sirat e delle
Cicladi meridionali, la principale essen-
do .IVasso. L'isole turche dell'Arcipelago
sono Taso o Tasso , Samos o Susatit
A d tassi, Imbros, Lenmo, Tènedos, Me-
telino, Scio ec. L'isole meridionali han-
no Rodi, Cos o Stamine), Nin 0 Nissari
ec. L'isole delle Sporadi orientali, Nize-
ria o Nicaria, Palmo 9 ove fu rilegato s.
Giovanni apostolo ed evangelista e vi
scrisse V Apocalisse, Lero o Zeroec. L'i-
sola di Candid, Cortina, Retinio, Cido-
nia o Canea ec. Tutte hanno articoli, per
l'antiche loro sedi vescovili: alcune l'han-
no ancora, le altre sono titoli vescovili in
partibus. Corrono i monti Carpazi sul
confine settentrionale e colle loro ramifi-
cazioni coprono la Valacchia, altre cate-
ne sono l'Alpi Dinariche, i Balkan, l'El-
lenica ec. E ripartita la Turchia Europea
tra'bacini di 5 mari che la bagnano, così
parecchi fiumi e laghi. Il clima è gene-
ralmente men caldo che non farebbe sup-
porre la sua latitudine. Stabilisce la cate-
na del Balkan, baluardi importante dal
lato de'russi, una differenza inarcala per
la temperatura, fra la parte situata al nord
e quella che stendesi al mezzodì: quest'ul-
tima essendo sensibilmente più calda, ha
la stessa temperatura delle provincie me-
ridionali della Francia. Fa freddo e cade
molta neve nelle contrade che innaffia il
Danubio, ed in vari quartieri di questa
parte dell'impero respirasi nn'aiia mal-
sana. La peste v' imperversò di soven-
te, precipuamente a Costantinopoli, im«
potandosene le stragi o al l'accumula Orien-
to dell'acque slagnanti, oppure alla spor-
cizia e in generale all'incuria degli abitan-
ti. Le nuove saggie disposizioni migliore-
ranno il suo avvenire. 11 suolo riesce quasi
dappertutto alla coltura, e consiste prin-
cipalmente di terriccio grasso. Il paese ab-
bonda di cotone, melaranci, limoni, me-
ligranati , fichi , olive , vino , frumento,
maiz, riso che forma il principale alimen-
to d'ogni classe. I turchi sono appassio-
T U R
nali pe frutti uell' estate e in parte del-
l'ani unuo, facendo prodigioso consumo di
meloni, cocomeri e zucche. Dappertutto
si coltivano le piante della famiglia delle
cucuibilacee, che producono frutti simili
alle zucchee a'poponi,massimesullespon-
de dell'Arcipelago e sul mare di Marina-
ra. iNella Romelia coltivasi la vile, e non
polendo i mussulmani, giusta la loro leg-
ge, bcver vino, quelli che l'osservano si
contentano di mangiar l'uva e di estrar-
ne una bevanda nou fermentata. I rajà
dell'interno della contrada fanno del vi-
no, quanto basii per il loro uso. Il vino
non è un oggello di commercio se non sul-
le sponde di dello mare e nell'isole del-
l/A rcipelago,essendo d'eccellente qualità.
1 giardini sono ottimamente coltivati, spe-
cialmente a Costantinopoli e ne'dinlorui;
vi hanno molti frutti bellissimi, e copiosi
fiori che le donne amano singolarmente,
ed i boschetti di rose sono tanto più cu-
rali perchè il fiore produce l'essenza pre-
ziosa di cui si fa tanto uso e commercio
nel Levante. Trovane! boschi molto belli,
particolarmente in Bosnia, ma alquanto
trascurati. Nelle vicinanze delle città e de'
borghi, vi si fanno tagli regolari; e sicco-
me nou vi si lasciano talli o ramoscelli. né si
attende a ripiantarli, succedono legni ce-
dui e cespugli all'annosa quercie; sbosca-
mento che si fa specialmente notare ne'
dintorni di Bosna-Serai. Le selve lonta-
ne dalle città abbondano d'alberi magni-
fici , che sarebbero alti alle costruzioni
marittime, pia marciscono in piedi, per
mancanza di strade e canali onde traspor-
tarli. Si trovano molti bovi e vacche, ma
di mediocre specie ; però dappertutto so-
uovi numerosi armenti di pecore, raris-
simo essendo il porco, come vietato dal-
l' A 1-Rorano. Nelle montagne sono belli
armenti di capre; i cavalli turchi sono pic-
coli, ardenti, vigorosi, instancabili, emi-
nentemente buoni al servigio della caval-
leria, ed i turchi che amano molto que-
sti animali, li cavalcano con destrezza e
iulrepidità. I grandi hanno cavalli arabi
T U R a i i
o lurcomani, i quali ultimi sono pregia
t'issimi e atli al tiro, godendo pure buo-
na riputazióne i cavalli bosniaci. LaTur-
chia Europea è ricca di miniere di ferro,
che un tempo erano utilizzate, ma poi i
turchi trascurarono totalmente le ric-
chezze minerali del loro suolo. Le mani-
fatture nou souo avanzatissime, e gli og-
getti principali ne' quali si esercita l'in-
dustria, sono la preparazione de' cuoi e
specialmente del marrocchino, la filato
ra del coione, l'impiego della seta, la tes
silura delle tele di canapa, lino e cotouc,
la fabbricazione di stoffe di pelo di capra
e di panni grossolani per uso delle classi
meno agiate: rinomati souo i scialli ed i
tappeti turchi. Il commercio delia Tur-
chia finora fu alquanto limitato; i pregiu-
dizi, la legislazione e il disposlismo con-
corsero ad alzare il frullo del denaro a
un interesse esorbitante, per ispirare la
diffidenza nelle trattazioni e per rende-
re difficili gli affari, llcommercio con l'e-
stero è interamente nelle mani de'greei,
armeni e franchi; e consiste molto più
in importazioni che ia esportazioni. Mol
ta operosità è nel traffico interno, e pren-
donvi parie i turchi e rajà, ma i primi si
limitano alle operazioni minute. Gli ar
meni fanno quasi esclusivamente il cani
bio; gli ebrei barattano, prestano ad u-
sura, portano di qua e di là. Ogni città,
ogni borgo ha fiere regolari frequentatis-
sime, ed inoltre bazari e mercati perma-
nenti abbondantemente provveduti de'
prodotti del suolo e dell'industria nazio-
nale. I velluti che costumatisi in Turchia,
escono dalle manifatture italiane. I tur-
chi fauno uso di caria fortissima, poiché
per scrivere servonsi d' una canua tem-
perata a foggia di penna; carta che pure iu
gran parte ritirano dall'Italia. Si fa gran
consumo di vai che si fabbricano in Rus-
sia; gli uomini ne foderano le loro tarta-
re o rendigotte, e le femmine i jabè, che
sono specie di polacche. Il commercio che
colla Russia era importantissimo avanti
le guerre, è attivissimo colla Francia, la
aia TUR
Germania e l'Influita in. Il commercio
internasi fa a schiena d'animali, per le
cattive >trailc. Gli lian o alberghi sono
comunissimi e generalmente isolati da o-
gni abitazione. Le città di Turchia noo
somigliano punto alle citlàdel resto d'Eu-
ropa: occupano spazi immensi le case es-
sendo attorniale da giardini,bruoli edau-
che campi coltivati; la loro pittura ester-
na dà risalto al paese o paesaggio, che sia
lecito di dire. Le forme rotonde delle cu-
pole delle moschee}accompagnate da mi-
nareti svelti, formano grata armonia col-
la vemira degli alberi; vedute da lonta-
no le città turche paiono un soggiorno
incantato; quando poi vi si entra cessa su-
bito il prestigio, non offrendo che stia*
de strette, tortuose e sucide. Le case più
opuleuti sono fabbricate di terra e legno,
uè servousi della pietra fuorché pe' fon-
damenti e talvolta sino ali. ° solaio. I cif-
flik sono a un tempo case di villeggiatu-
ra e masserie; sono alti, ben fabbricali e
situali in mezzo al podere. Le baracche
de'contadiui che coltivano la terra, tro-
vatisi sparse intorno alle mura; parecchi
cifilik sono costruiti in modo da poter ser-
vire da fortezza. La Turchia Europea, pri-
mitivameute popolata dagli Sciti, com-
prende i paesi che gli antichi chiamava-
no Mesia, Illiria, Tracia, Macedonia,
Tessaglia uà Epiro. Fu prima partita in
un gran numero di regni celebri, nota-
bili repubbliche e popoli sino al tempo
d'Alessandro Magno, il quale tulli ridus-
se sotto la sua potenza; dipoi restò nuo-
vamente divisa la regione in regni e re-
pubbliche, riunita quindi dalle conqui-
ste de* romani all'impero loro, da' quali
passò all'impero greco o d'Oriente, e fi-
nalmente si videue'secoli XI Ve XV sog-
getta al dominio de'turchi, insieme a Co-
stantinopoli metropoli dell'impero mede-
simo e lo divenne dell'ottomano.La Tur-
chia Asiatica nella parte occidentale del-
l'Asia, abbraccia all'ovest la gran penisola
dell'Asia Minore, chiusa tra'mari Nero e
Medi lei ranco. Bagnata da altri 3 mari,
TUR
fra' quali il mar Caspio, da fiumi di cui
sono celebri l'Eufrate, il Tigri, il Gior-
dano, e fra'laghi rammenterò l'Asfaltnle.
La contraila ha numerose isole dissemi-
nale su per la costa dell' Arcipelago, già
summentovate, poiché l'Arcipelago tro-
vasi tra la Grecia, la Macedonia e l'Asia.
JNel Mediterraneo si uota l'isola di Cipro,
la quale conteneva molle ciltà con sede
vescovile,come Nicosia,Famagosta,Sa-
lamina, Pafo, Arsinoe, Ncmosia, Ama-
tunta, Ceraunia, Carpasia, Cifro, Ci'
tìumt Curium, Soli, Lapito, Ta masso,
Tre mito rito , Ledra (/'.) ec. Il mare di
Marinara offre l'isola del suo nome e quel-
la de'iVuicipi. La Turchia Asiatica con-
tiene due catene di montagne principali,
il Tauro e il Libano: quasi tutte le altre
catene non sono che ramificazioni di que-
sto^ tra le selteutrionali va ricordata l' A ii-
li-Tauro che raggiunge il Caucaso, in Si-
ria essendovi i monti Tabor e Carmelo.
La regione è Ira'più belli e più pingui pae-
si dell' universo; la dolcezza del clima, la
fecondità del suolo, 1' abbondanza delle
produzioni celebri sono state in ogni tem-
po: comprende essa le regioni diesi con-
siderano come culla del genere umano,
quelle che il Tigri e l'Eufrale innaffiano;
ivi pur trovasi la pallia un tempo sì ric-
ca e tanto florida de^V Israeliti o Ebrei.
Ma molte contrade già famose per l'ab-
bondanza e bellezza, giacciono ora abban-
donate alla sterilità e alla desolazione. Ge-
neralmeute parlando, le montagne sono
coperte di boschi magnifici, e le pianu-
re hanno una rigogliosa fertilità poco co-
mune. Regna nell'Asia Minore una tem-
peratura mite e pura che non trovasi più
nemmeno dall'altra banda dell' Arcipe-
lago, sulla costa d'Europa: il calore del-
l' estate viene considerabilmente tempe-
ralo dalle numerose catene di montagne,
e la vicinanza di 4 mari addolcisce l'in-
tensità del freddo; tuttavia le coste me-
ridionali risentono caldi fortissimi, men-
tre le sponde del mar Nero alle volle sof-
frono per troppa umidità. Nel Djezireh
TUR
o anticn Mesopotamiay e nefl'frac o an-
tica Caldea Babilonese, provatisi gran-
di calori, però le notti riescono fresche
senza che abbiasi né rugiada, ne umido.
Presenta la Siria tutti i gradi di te ui pe-
latura; V Armenia e il Kurdistan turco
parte dell'antica Assiria, paesi di monta-
gne, sono le parti men calde della Tur-
chia Asiatica. Sommamente svariato il
suolo, quello dell'Asia Minore consiste
principalmente in una terra argillosa e
grassa; il grano e l'orzo ne sono il prin-
cipale prodotto. In Siria l'agricoltura tro-
vasi nella condizione più deplorabile, co-
me miserabilissima è quella degli agri-
co!tori;lecampagne che accerchiano/? rtg-*
dad giacciono generalmente improdut-
tive, tranne in tabacco; ne* dintorni di
Mossiti le terre producono grani e co-
tone; nel Djezireh raccolgonsi grani e le»
gumi d'ogni specie, un po'di riso, molto
sesamo, ed assai gran quantità di coto-
ne. L'olivo abbonda soprattutto verso le
spiaggie del Mediterraneo e dell'Arcipe-
lago; il salice piangente e molti pioppi
ombreggiano le rive dell'Eufrate. Possie-
deancora la Turchia Asiatica l'alno,il gel-
so bianco, l'albero di Giuda comune, il
fàbago ordinario, l'azedarach o falso si-
comero,iI melogranatoo albero dello sto-
race, il mandorlo, il pesco, il ciliegio, il
pero, il limone, il melarancio, il citiso, il
mirto, il banano, il nerprun paliuro, la
vile che cresce selvatica in molti siti, il
lentisco o albero del mastice, il terebin-
to o pistacchio selvatico, il ginepro, il ce-
droni cui ne rimangono ancora sul Mon-
te Libano alcuni ; il cipresso, il pino, il
ketmia de'giardini, il fico, il fico sicome-
ro, il dattero, la quercia, l'alloro india-
no, il platano, il lilla, il gelsomino, il cor-
bezzolo. Esportansi da questo paese va-
rie piante e i loro prodotti, che sono utili
o alla tintoria o alla medicina. I migliori
cavalli della Turchia Asiatica sono di raz-
za araba. Servonsi maggiormente d'asi-
ni, di muli e di cammelli ; raro è il bove
e nou buono; la pecora gli è superiori»,
TUR 2i3
ed il capretto è cibo delicato. Trovansi
▼ari animali feroci ,|come il leone, la ti-
gre, la iena, V orso e gli sciacal che con
l'orribili loro grida turbano il riposo del-
la notte. Le città ei villaggi formicolano
di cani; errano gli struzzi pe'deserti pres-
so l'Eufrate. Trovansi ad Angora gatti e
capre di lungo pelo, e d'una varietà ri-
marcabile. Durante l'inverno si vedono
sulle paludi e su'fiumi dell'Asia Minore
occidentale in numero prodigioso anitre,
aironi, beccacci ne, pivieri; visi trovano
pure cigni selvatici, folaghe, gallinaccie,
quaglie; vi sono molti serpenti. Di soven-
te giungono dall'interno dell'Arabia eda!
mezzodì della Persia nugoli di cavallette
che piombano sopra pianure fertili con
un rumore che somiglia a quello della
pioggia. Grandissime sono le ricchezze mi-
nerali, ma gli abitanti poco attendono a
lavorarle: importanti sono quelle di ra-
me, e l'acque minerali più famose sono
quelle di Prusa oBrussa. In generale l'in-
dustria e il commercio sono poco fiorenti.
Ne'soli porti le nazioni europee manten-
gono ancora un traffico assai animato, a-
vendovi esse consoli e fattori, e ritiran-
done cuoi e marrocchini, tappeti, stoffe
d'oro e d'argento, cotone filato, rabarba-
ro, caffè, oppio, diverse sorta di gomma
ec.Le città più importanti della Turchia
Asiatica sono Smirne, Aleppo, Dama-
seo, Gerusalemme, Bagdad ec. L'au-
torità del sultano, per la lontananza dal
centro deH'impero,non è dappertutto be-
nissimo stabilita, parecchi pascià essen-
do poco sommessi alla Porta, e vivendo
diverse tribù nomadi e guerriere total-
mente indipendenti: tali sono quelle de'
turcomani, de'kurdi, degli yezdi, de'be-
duini, de' drusi e de' maroniti. I cristia-
ni di rito greco e armeno vi sono nume-
rosissimi; non mancano di latini, eda po-
chi anni fu ristabilito il patriarca residen-
ziale di Gerusalemme. La Turchia Asia-
tica sostituisce un gran numero di con-
trade celebri nell'antichità; quivi è che
la storia ne fa vedere a sorgere le prime
2.4 T UH
citt.à, a formarsi i primi imperi. Tìngilo
ni.i, Ninive, Troll baciarono appena ve-
stigia ;Gerusalemme pel s. Sepolcro e per
«li altri suoi luoghi santi, è sempre l'og-
getto dell'universale venerazione. h*As-
s/'ria, la Babilonia o Caldea , 1* Arme-
I i Uesopotamia, la Siria, \a Feni-
cia, la Palestina o Giudea, finalmente
1' \sia Minore che comprende la IHisia,
la Lidia, la Caria, la ììitinia, la Pafla-
gonia, il Ponto , la Frigia, la G a lazi a ,
la Cappadocia, la Licia, la Panfilia e
In Cilicia, questi sono agli antichi paesi
in oggi riuniti nella Turchia Asiatica. Do-
po formato tanti regni indipendenti e ce-
l< bri , passarono sotto il dominio del re
di Persia, poi sotto quello d'Alessandro
Magno,- quindi nuovamente dividendosi
sotto i successori di questo, subirono fi-
nalmente il giogo de'romani, alquanti an-
ni prima dell'era corrente; poscia dipen-
dettero dagl'imperatori greci di Costan
linopoli, a' quali a poco a poco conqui-
starono gli arabi, i cui sovrani o califfi ,
successori di Maometto, risiedevano a
I>agdad, e furono alla fine invasi da'tur-
chi, de'quali i sovrani di Tartaria Mon-
goli abbassarono per un momento la po-
tenza, ma che, presto rialzatisi, estese-
ro il loro dominio in queste contrade e
ne distesero per lungo tempo i confini a
spese della Persia; nondimeno da cir-
ca un secolo trovaronsi costretti a cedere,
non meno che alla Russia, parecchie lo-
ro provincie. L'Asia Minore viene chia-
mala la fortezza de' turchi, \b cittadella
dell'Islam. Quanto alla Turchìa Afri-
cana, che comprende l'Egitto, e le reg-
genze di Tunisi e di Tripoli, ne' quali
articoli e ne'relativi avendone narrati an-
che i particolari, non mi sembra occor-
rere di dirne altro, anche per quanto di-
rò poi in questo. Accennata l'estensione
dell'impero ottomano , della popolazio-
nee delle varie nazioni che l'abitano, pas-
so a parlare del suo governo, dell'ammi-
nistrazione delle finanze, della giustizia
ed istruzione pubblica, dell'armata e del
T U \\
commercio, secondo le ultime uutiziesta-
tistiche pubblicate sulla Turchi;».
Fino alla promnlgn/ione dell' Ilalli-
Ilumaoiutn dè'ao febbraio i8">(>, in fa-
vore de/cristiani, del quale in seguito ra-
gionerò nel riportarlo, la Turchia eia or-
ganizzata «econdo il Tanzimat, atto pub-
blicarla Mahrnond II, padre del regnan-
te sultano, atto che abbraccia appunto il
governo, V amministrazione e le finanze,
la giustizia e l'istruzione pubblica, l'eser-
cito e la marina. Il governo turco è una
monarchia nella forma assoluta, ma nel
suo principiò temperata dalle istituzioni e
dalle stesse condizioni della sovranità; co-
me anche da'costumi,chein Turchia, più
che altrove, modificano e limitano fino a
un certo punto l'azione del potere. Il sovra-
no prende il nome di Padichak, cioè Im-
peratore degli ottomani. L'Abbondan-
za nel Dizionario di tutti i monarchi ot-
tomani, nell'articolo Peidisach, dichiara
significare Gran Signore, Sommo Mo-
narca. Noterò che il titolo di Gran Si-
gnore fu messo in voga dagl'italiani nel
medio evo, e non adoprato affitto dagli
orientali. Osserva l'Abbondanza, che il ti-
tolo di Padisach l'assunse neh 4-8 i Oem
detto comunemente Zizim, scrivendo al
fratello Baiazet II, contro il quale preten-
deva il trono. Lo prese pure Bajazet II,
e l'usò nel carteggio ch'ebbe col figlio Se-
lim I, indi continuarono a fregiarsene i
successori, come il più specioso loro distili"
tivo. Aggiunge che gli altri titoli del mo-
narca ottomano sono: Dio in terra, Om-
bra di Dio, Fratello del Sole e della
luna, Capo di tutti i Re , Distributore
delle Corone. Il titolo di Sultano (F.),
aggiunto pure al suo nome, secondo alcu-
ni significa Signore e Imperatore, al di-
re di altri ha un meno importante signi-
ficato, e corrisponde alla parola Princi-
pe, presa in ogni senso, indicante una so-
vrana esistenza più o meno vicina al tro-
no, un'origine imperiale o reale. Ond'è
che il titolo di sultano serve ad indicare
anche i figli, i fratelli e le sorelle del Pa«
TU R
tlichak, colla differenza, che pe'maschi il
titolo è posto davanti al nome, come Sul-
tano Mahmoud II, Sultano AbduIMedjid
Khan; mentre che per le femmine madre,
sorelle e figlie del sultano viene dopo, co-
me Fa lime Sultana , Adilè Sultana. La
madre del regnante sultano e vedova del
padre,portò il titolo di /"'tf/zV/^ValidèSul-
tana cioè la madrejtitolo che l'Abbondan-
za chiama il più augusto ed il più. carico
d'onori e privilegi che possa darsi dal sul-
tano regnante alla madre, la quale li go-
de in un al titolo vivente il figlio, e so-
lo Maometto IV lo concesse, oltre alla
propria madre,alla zia Riosem ch'era sta-
ta Valide Sultana e avea governato l'im-
pero. Essa abita come le altre donne nel
serraglio, ma in appartamento separato e
con trattamento che non lo cede a quello
della più potente imperatrice. Lai/delle
odaliche o mogli del sultano che gli par-
torisce il principe imperiale,erede presun-
tivo del trono, prende il nome di Hassa*
À7, che significa regina o signora grande.
Talvolta per ambizione e gelosia di co-
mando le sultane Valide e Hassaki sono
stale cagione di riempire il serraglio, Co-
stantinopoli e tutto l'impero di confusio-
ne e spavento; poiché sebbene non cono-
sciute, i più potenti magnati e ministri
dell'impero parteggiarono per loro. Os-
serva l' Abbondanza, che anticamente i
sultani sposavano formalmente alcune
principesse di sangue regio,al le quali com-
peteva il titolo di sultane; ma dopo aver
Tamerlano vinto Bajazet I,ed oltraggia-
to obbrobriosamente non meno lui che
la sultana moglie, i successori non sposa-
rono più donna alcuna, tranne Amurat
li e Solimano II, e solo ebbero concubi-
ne avvenenti, schiave loro donate o com-
prale, tra le più belle nella Grecia, nella
Circussia e nella Giorgia, le quali pren-
dono il nome di Odaliche, cioè donne di
camera, dicendosi sultane soltanto le o-
daliche Hassaki e la Valide, e odalica fa-
vorita si denomina la più amata. L'Ha-
rem è nel serraglio il soggiorno delle don-
TUR 213
ne del sultano, e di altri ottomani negli
harem propri. Dice l'Abbondanza che dal-
la voce persiana Serray, palazzo, si for-
mò quella di Serraglio, gran palazzo e re-
sidenza de' sovrani ottomani; de' diversi
serragli imperiali e di quanto li riguarda
ne tratta il libro: A necdoti, ossìa storia
segreta della famiglia Ottomana, Na-
poli 1 729. I serragli sono vaste e delizio-
sissime clausure,con edilizi splendidi e ma-
gnifici, dicendosi propriamente Harem o
Haram 0 Charam l'abitazione delle don-
ile, voce che l'Abbondanza spiega, appar-
tamenti delle donne in Turchia, divisio-
ne e separazione, luogo dove non è lecito
di entrare che a' soli mariti. Gli Harem
rigorosamente e con grande gelosia sono
custoditi dagli Eunuchi (ìr.), e sulla so-
glia delia po.ta dessi comunicano colle
donne a mezzo d'una ruota, le quali so-
no sorvegliale in ogni loro azione dalle
donne chiamate kaduns, cui devono ub-
bidire, e le quali tutto minutamente ri-
feriscono al -sultano. 1 serragli sono luo-
ghi di perenni inquietudini, gelosie e ar-
tifici'!, che molle volte produssero amatis-
simi travagli al sovrano. Il sultano chia-
masi pure Imperatore. Scrive Marino Sa-
livido nella Cronaca del 1 479> che a ri-
chiesta di Maometto II la repubblica di
Venezia gli mandò il valente pittore Gen -
tile Bellino, il quale essendo ancora in-
cisore di medaglie, ne fece una col busto
di detlo principe da una parte, e dall'al-
tra l'epigrafe: MohametilmperatorisMa-
gni Sultani. Fu ilsultano chiamato an-
che Gran 7ura?,poichèMaometlo II sul-
tano de'turchi fu cognominato il Grande
per l'espugnata Costantinopoli e altre con-
quiste. Furonostampate, Epistolae Ma-
gni Turci a Laudinio equite hierosoly-
mitano, senza data e luogo di stampa. Il
Creveuna nel suo catalogo cita tale rara
edizione e la crede fatta circa il 1470, e
soggiunge avvertirsi dall'editore Laudi-
mojnargumentoEpistolarum^heMau-
ineles Turco rum Imperatori cui pò s tea ,
magnitudine rerum gestarum} Magnus
2i6 TUR
Turcus cognomentofuit... Epistola* ad
innumeras Orhis gentes plurimas dica-
» il. par tini siro, etgraeco sermone com-
positas) partim etiam scytica lingua
scriptas. Anche Francesco Aretino tra-
sliitò in lutino le lettere ilei Gran Mao-
metto 11, e Bartolomeo Fonzio fiorenti-
no le tradusse in volgare, e pubblicò in
Firenze nel 1488. Queste poi furouo uni-
te con quelle di Falaride, che secondo A-
postolo Zeno non sono meno sospette, e
stampate dai Giolito in Venezia nel 1 563
con questo titolo: Lettere del Gran Mao-
metto imperatore de Turchi, scrìtte a
di
inversi re
, principi, signori e rep
ubb lì'
che, con le risposte loro, ridotte nella
volgar lingua da Lodovico Dolce, in-
sieme colle lettere di Falaride. Da Gu-
glielmo Caorsiuo fu composta; Grado in
Sena tu Rliodiorumde morie Magni Tur-
ci, habita prìdìc kalendas junias 1 48 1 ,
Lo stesso scrisse: De traductione Zyzy-
mi Suldani fratris Magni Thurci, ad
Urbem, Commentarìum. Collo stesso ti-
tolo di Gran Turco viene nominato dal
famoso Diario del ceremonieréBurcardo,
nel Y/list. arcana, sivc de vìtaAlexandri
VIPapae. Die iSjan. Geni Sultan fra-
ter Magni Turcae, equesler de Castro
s. Angeli, associa tusj ìiit, usque ad pa-
lalium s. Marci, et ibidem regis Fran-
corutn assìgnatus. Il contemporaneo Ca-
stiglione nelle sue Tacitele chiama Gran
Turco il sultano Bajazet 11 fratello di Zi-
zimoe figlio ci i Maometto II. Lessi in un
alto del generalissimo Omer pascià, chia-
malo l'odierno monarca co'litoli di Sul-
tano e Imperatore. Ad esso si suol dare
il soprannome di Gasib o Ghazy, cioè il
vittorioso, scimene da tanto tempo i sul-
taui non più combattuto personalmente,
l'are che i francesi cominciarono a distin-
guere il sultano col titolo di Altezza Im-
periale, onde da lutti viene qualificato
altezza imperiale. Talvolta i Papi scri-
vendo al sultano lo trattarono col titolo
principesco di Tiranno (/"".). Così nelPZs-
pislola ad Machumc temi " citici peni Tur-
T U II
carimi di Pio II, e l'altra sua Epistola
Vii II ad Turearum Imperatorem. Pa-
pa Alessandro VI in un suo diploma, pres-
so il Bull. Vat. t. 2, p. 291, dice che il
ferro della s. Lancia fu mandato al suo
antecessorelnnocenzoVIIl aMagno Tur-
carum Ty ranno. Nell'iscrizione posta nel
ciborio eretto per custodirla, si enuncia:
Byzantio misswnaMaximo Turearum,
che equivale al titolo di Gran Turco. An-
zi nell'iscrizione sepolcrale d' Innocenzo
Vili fu scolpi lo:LanceaaBajazetc Tur-
earum Tyranno dono missaj di più si
vuole che iu essa il titolo di Tyranno fu
sostituito a quello cY Imperator, che ven-
ne cancellato. Nelle lettere pontificie del
Sadolelo si trova quella scritta al nun-
zio d'Ungheria nel 1527, che comincia :
In hoc gravi , et turbolento motu, quo
Turearum Tyrannus ad bellum infe-
rendimi Hungariae se apparai. Ma non
solo si è disputato , se il Gran Sultano
debba chiamarsi Turearum Imperator,
o Turearum Tyrannus; si disputò pure
se si possa chiamar Turcos gli stessi Tur-
chi, come il Filelfo, che sosteneva dover-
si dir piuttosto Turcas. Vedasi Giovan-
ni Cuspiniano, De origine Turcorum. Il
Morcelli chiama il Turco, Turcus, Tur-
ca. 11 sultano è il rappresentante e il de-
positario della legge: solo incaricato del-
la sua esecuzione, può anche in certe par-
ti modificarla, purché non ne alteri l'es-
senziale carattere. Le sue ordinanze ven-
gouo chiamate khatti-chcriff ', scrittura
illustre, ovvero khatti-humaioum, scrit-
tura augusta, o semplicemente £/ìtf ^scrit-
tura per eccellenza. Dice l'Abbondanza,
che il chaticherif , decreto imperiale , è
così sacrosanto presso gli ottomani, com'è
una costituzione di qualunque altro mo-
narca nel proprio stato. Chiama Firmano
il decreto, comandamento 0 rescritto im-
periale: pare che il vocabolo sia derivato
dall'essere firmato e sottoscritto dal sul-
tano. Il Bazzarini nel Supplimento al Di-
zionario enciclopedico, definisce Firma-
no. Decreto del grau siguore 0 di qualsia-
TUR
si aldo principe orientale e mussulmano;
e dieesi specialmente eli quelli che conce-
dono a' negozianti esteri il permesso di
trafficare in Turchia e negli altri paesi.
Firmarti, io trovo ancora diesi chiamano
qne'diplomi di tolleranza religiosa che in
diversi tempi furono concessi a' cattolici
e altri cristiani, deNpiali parlai a Geru-
salemme, a Guardiano del s. Sepolcro, e
relativi articoli. Il sultano erede del po-
tere teocratico e dispotico di Maometto e
de'califlì, sebbene assistito dal divano nel
governo della Turchia, ha il partito del
serraglio o della corte che l'influenza tal-
volta decisamente. Egli è sovrano asso-
luto, legislatore supremo, pontefice, si-
gnore della vita de' suoi sudditi; ne è il
suo potere limitato fuorché nell'opinio-
ne. IVou è tra' turchi l'opinione una pa-
rola vana; è una vera potenza, tanto più
formidabile che procede appoggiala so-
pra una religione i cui dogmi e la mora-
le sono profondamente scolpiti nel cuore
de' popoli. La forza dell'opinione si fa sen-
tire secondo forme non iscritte nel libi o
della legge, ma consagrate da grandi e-
sempi e dalla tradizione. 11 defunto sul-
tano lottò contro questa opinione formi-
dabile, e si sforzò ad introdurre uè' suoi
stati costumi occidentali. Il suo figlio, il
sultano che regna, continuò con successo
i patemi propouimenti di utili riforme.
Il sultano esercita la sua doppia autorità
legislativa ed esecutiva mediante i due
eminenti personaggi che sono come la
chiave della volta dell'edificio governati-
vo nella Turchia; uno è il Sadr-Azani o
gran Visir j l'altro è il gran muftì ovvero
Cheikh-ul-islam. Visir significa propria-
mente facchino , per indicare, che colui
il quale viene di questa carica investito,
porta solo il peso degli affari pubblici.
L' Abbondanza lo chiama visir azem o
gran visir, primo ministro di stato, luo-
gotenente generale dell'impero ottoma-
no, capo del divano, il quale non ha altro
superiore a se che il solo monarca. Quan-
to con esso vado a riferire, in molte cose
TUR 217
si variò in grazia dell'introdotta progres-
siva civilizzazione tra'turchi, e l'immen-
sa autorità sua venne alquanto modifica-
ta: così diverse principali cariche e altri
uffizi assunsero denominazioni europee,
che in seguilo ripoiterò, come dirò del-
l'antico e dell'odierno divano. Nelle ma-
ni del gran visir il sultano deposita tut-
ta la sua autorità; ed ecco come lo de-
scrisse l' Abbondanza. È quelloche in tem-
po di pace e di guerra ha I' assoluta di-
rezione dell'entrate dell'impero. Egli è il
giudice supremo di tutte le cause civili e
criminali. Tiene e porta sempreseco il si-
gillo dell'impero, col quale autentica tut-
ti gli ordini ch'egli spedisce. E vero che
le cariche più luminose della corte si di-
spensano dal sultano, ma il monarca pri-
ma di conferirle sente il vizir azem , e
molto suole deferire a que'soggetti ch'e-
gli propone e raccomanda. Entra in tut-
ti i negozi dello stato di qualunque specie,
ed a qualunque dipartimento apparten-
gano. In una parola non ha limiti la sua
autorità , per la quale è rispettato e te-
mulo come il sovrano. Nou recasi da nes-
suno, uè alcuno ardisce mandarlo a chia-
mare, fuorché il sultano. Quando tiene u-
dienza,o ricevecomplimeuti e visite, non
incontra alcuno di qualunque grado sia,
come non mai si alza in piedi per compli-
mentare chiunque; se non che all'unico
gran muftì. Del tutto corrispondeuti alla
sua dignità sono il suo trattamento e ren-
dite, proprio dell'elevato grado. Ha un
kiaja o luogotenente nel caimacan o kai-
makan di Costantinopoli. Questo pascià
dii .°rango governatore di Costantinopo-
li, in assenza del gran visir assolutamen-
te governa, tratta gli all'ari dello stato e
dà udienza agli ambasciatori. Responsa-
bile del suo operare è il gran visir , che
perciò veglia sulla sua condotta e se des-
sa è biasimevole tosto lo fa rimuovere dal
sultano. Come pratico del governamene
e di tutti gli affari, il kaimakan suole per
l'ordinario divenire gran visir. Questi a-
bitu sontuoso palazzo e serraglio, aperto
a 1 8 TUR
» tutte Tore per sentite i reclami ilei piti
minimo de'suddili. La sua corte è nume •
ionissima, facendola ascendete l'Abbon-
danza a 200 persone impiegate a servir-
lo in vari ufiìri. La sua guardia composta
«li 4°o soldati j lo accompagni a piedi
qu nido va al di vano. Nel recarsi alla guer-
ra ì'occompagnano a cavallo. IVeopiosi
t indumenti del visir azem, il pascià Na-
suti gran visir d'Aclimet I, lasciò moren-
do 800 milioni d'oro. Oltre le spese rag-
guardevoli pel suo mantenimento deco-
roso, deve lai ne altre esorbitanti di tem-
po in tempo, quando ne comprende il bi-
sogno, con legali al sultano; alle sue oda*
licite O donne più favorite; al kislar agasi
o kiutzliragà, capo degli eunuchi neri e
guardiano dell' odaliche , di grande in-
fluenza e perciò immense sono le sue ric-
chezze, che alla sua morte sono devolu-
te al chasna o erario pubblico, capo ilei
quale è l'eunuco bianco cltasnadarbasci ;
non che deve regalare il bostangibasci i.°
giardiniere capo di lutti i bostangi ogiar-
dimeri imperiali, i (piali servono il sulta-
no anche come rematoti nel brigantino
col quale passeggia o pesca nel canale, se-
dendogli accanto il bostaugibasci che re-
gola il timone; ed altri che godono la gra-
zia del sultano; poiché senza l'appoggio
tle'nominati l'eminente carica non si può
fungere lungamente, almeno sino a tutto
il secolo passato. In quell' epoca non di
rado il gran visir correva pericolo di ve-
l'ersi presentare un cordone di seta per
strozzarsi, odi vedersi Deli entrate del ser-
raglio imperiale, circondare e as>alire dai
nani e muti del medesimo, e perire d'or-
dine del sultano, all'improvviso; poiché
pel suo illimitato potere poteva altrimen-
ti balzar dal trono il sultano , onde per
lungo tempo pochi visir azem morirono
di morte naturale. Avea questo dignita-
rio 6 consiglieri detti visir del banco, per
siedete in un banco nel divano, con voto
soltanto consultivo. Altri visir erano di so-
lo titolo onorifico. Tuttora il gran visir è
il Iuogoleueute generale ed il rappreseti-
TUR
tante del sultano, di cui custodisce i sigil-
li. Da ciò avviene che per un'antica eti-
chetta, acni i'u perla 1/ volta ora deroga-
to quando giunse a Costantinopoli per la
guerra di Crimea il principe Napoleone,
egli non fa alcuna visita e nessuno invi-
to accetta. Presiede il divano o consiglio
privato, vocabolo che secondo il dotto o-
rienlalistallainer trae origine dalla lingua
araba o persiana, nelle quali \n\edemonej
gli armeni pure gli danno tale significato.
L'applicazioue fattane dagli arabi, da'per-
siani e da' torchi per indicare il loro con-
siglio dì stalo, è testimonio, giusta 1' e-
tuttologia data da tutti i lessicografi, del-
ropinionedi questi popoli intorno la qua-
lità che debbono aver coloro che siedono
capi dell'amministrazione; ed il nome di
divano pare non sia applicato a'consigli
di stato se non per indicare che coloro,
ond' è composto, debbono essere dotati
della forza e dell'attività de demoni. La
parola demone, tanto in greco, quanto in
tedesco, s'intende delta d'un genio qua-
lunque, d'un genio buono, d'un genio
cattivo: il senso più esteso che ha la pa-
rola divano presso gli arabi e i persiani,
la fa applicare al consiglio di stato e ad
una raccolta di poesie. Tale applicazione
della medesima parola a due oggetti di
così diversa natura, facilmente. si spiega
nelle lingue orientali, dove sì frequente
è l'uso delle metafore. Indica che il ge-
nio debb'essere la dote dell' uomo chia-
mato a governare i suoi simili, come an-
che di colui ch'è destinato a vincerli co-
gl'incantesimi e colla forza della sua im-
maginazione. L'Abbondanza molte noti-
zie riunì nell'articolo D'wan^ che qualifi-
ca consiglio o persone congregate a con-
siglio; perciò tanto questa congregazione,
quanto la camera ove si aduna a con-
gresso dicesi Divam Le persone che lo
componevano a suo tempo erano. i.°ll
visir azem presidente, in luogo del sulta-
no. 2.0 I 6 ricordali visir del banco, sem-
plici consiglieri, il visir azem essendo l'ar-
bitro che decide nel divan. 3.° 1 due ka-
TUR
di-Ieskieri o meglio k zoster di Roma-
nia e di Natòlia , giudici supremi delle
provincie e delle mlizie; Selim I avendo
soggiogalo I' Egitto a' due antichi kadi-
leskieri o kasesker aggiunse e creò il 3.°
k a ci i ieskieri d' Egitto. Quesla dignità è
sagra e non profana, giacché di laicale non
lui altro che la giudicatura delle milizie;
perciò tutto il loro studio consìste nel-
l'imparar bene a interpretare l' Alcora-
no (J\) o Corano o Rorano, libro che
contiene le leggi del Maomettismo (V.)>
eh 'è la religione dell'Islamismo ossia dei
turchi, per poter da esso ricavare i lesti
opportuni allesentenze, non avendo i tur-
chi altro libro di giurisprudenza uè ca-
nonica né civile (questa proposizione mi
pare troppo generale, come si potrà in se-
guito rilevare da quanto riporterò); stu-
dio che in Turchia si fa da tutti i giudi-
ci, come oltre quésti sono i mula-kadì
o molla ministri subalterni del muftì e
giudici delle grandi ciltà, cui spettano le
giudicature di materie civili o tempora-
li, ed alcune spirituali, come matrimoni,
di vorzi e similpelle definiscono brevemen
te, secondo il comune stile di Turchia di
sbrigare in breve qualunque lite, rare
volte ingerendosi in cause criminali; i ka-
dì o giudici ordinari delle città, che deci-
dono le cause de' litiganti, e perciò ben
istruiti delle leggi dell'impero, e pratici
dell'usanze e costumi de'luoghi, innanzi
a'quali seguono i contratti matrimonia-
li, dopo aver gli sposi dall'iman o imam
o eniaum sacerdote parroco (meglio mi-
nistro, non avendo sacerdozio il maomet-
tismo), ricevuto nella Moschea (V.) o
chiesa de' turchi la benedizione nuziale,
seguendo indi lo Sposalizio, il che si pra-
tica colle 4 mogli permesse dalla Poliga-
mia ad ogni turco, oltre le concubine e
le schiave, secondo la possibilità. I naipi
poi sono i giudici de'castelli e de'villag-
gi. I quali giudici tutti, in uno a'maestri
della legge, non potino nelle cause deci-
dere e sentenziare , ancorché criminali,
senza consultar l'Alcorano. I kadi-leskie-
TUR
219
ri hanno l'autorità sui mentovati giudici,
com4 tra'cattolici gli arcivescovi sui suf-
fragane!, preti e diaconi (paragone che fa
l'Abbondanza, ed io trovo improprio); in-
combe ad essi spedirli nelle provincie, in-
sieme agli hoggiasi, dottori e maestri per
insegnare il leggere, Io scrivere, ed i pre-
cetti dell'Alcorano; ed a'talismani mini-
stri inferiori delle moschee, in aiuto de-
gl'iman: nomine tutte che deve confer-
mare il sultano. Da kadi-leskiere suole
passarsi a gran muftì di Costantinopoli.
Quanto all'Alcorano, di cui parlai in più
luoghi, qui dirò col vescovo Cecconi,/?^-
tuzione de' seminari, che il b. cardinal
Rarbarigo vescovo di Padova, introdus-
se nel suo seminario lo studio delle lin-
gue orientali, inclusivamente all'arabica,
persiana e turca, facendo stampare il te-
sto dell'Alcorano in arabo, colla versione
latina e le note di confutazione di Lodo-
vico Marracci, di cui abbiamo: Prodró-
inus ad refutationem Alcorani, Romae
1 69 1 '.Alcorani textus universas arabi*
co et latino translatio cum notis atque
refutatione, Pala vii i698.4-°H g i'a 1 i def-
tardar, co'duedeftardari minori. Il dettar-
dar è il gran tesoriere dell'impero otto-
mano, che tiene conto dell'entrata e del-
l'uscita del chasna o erario pubblico, per
cui sono presso di lui i relativi registri
delle rendite e spese dell'impero o com-
putisteria imperiale. Per privilegio ine-
rente alla sua dignità, tiene egli una del-
le chiavi del chasna privato, non ha pe-
rò il diritto di entrarvi, se non glieP or-
dina il sultano, in di cui potere sta il por-
tar seco chi vuole quando va nel chasna
privato. Ha il deftardar due altri dettar-
dari suoi aiutanti e dipendenti, e per tut-
to l'impero sono sparsi molli di questi def-
tartlari o computisti, che registrano tut-
ti gl'introiti de'dazi e tributi, per render-
ne conto al gran deftardar, col quale pro-
cedono di piena intelligenza e sommis-
sione. 5.° Il reis-elTendi gran cancelliere
dell'impero, pascià a 3 code, e segretario
distato pegli affari esteri. A lui sono con-
2*o TUR
segnati tutti i trattati e convenzioni fatte
da'sovrani stranieri colla Porta ottoma-
na. Interviene a tutti i divani, e special-
mente se vi si deve trattare della pace o
della guerra, per cui egli tratta e negozia
gli altari dell'impero co'mitiistri stranie-
ri. Interviene alla conclusione e sottoscri-
zione di tutti i trattati, ne' quali per lo
piìiha la plenipotenza del suo monarca.
Questa carica suol conferirsi a personag-
gio esperto, di buon tratto e politico: ha
sontuoso appannaggio e trattasi con i-
splendidezza conveniente al suo grado. Il
semplice titolo di effendi, significa dotto-
re di legge, usandolo gl'impiegati prima-
ri delle magistrature e della burocrazia.
6. 11 netangi segretario del divano mede-
simo e che ne registra gli atti, senza aver
voto ne consultivo né decisivo, intimando
di presentarsi ad esso quelli che occorro-
no. Tutti i nominati si adunavano nella
sala del divano in giorni determinati per
discutere gli affari pubblici ed i privati,
rendendo giustizia in appello sì nel civi-
le e sì nel criminale prontamente. Seb-
bene abbia parlato con l'Abbondanza in
tempo presente, il descritto è l'antico di-
vano; del presente e de'ministri che ora
lo compongono, vado a riferirlo. Secondo
l'Abbondanza, il sultanoassiste quasi sem-
pre al divano, in una piccola galleria che
lia una finestra corrispondente alla sala
del divano, con avanti una bandinella di
velluto cremisi. Tutto vede e tutto sente,
senz'essere veduto, soggezione che mag-
giormente impegna il di vanoa fare giusti-
zia, nel dubbio che il sovrano realmente
vi assista, dovendo poi rendergli esalto
conto del discusso e dell'operato. Certa-
mente il gran visir presiede il consiglio pri-
vato, e ogni cosa viene per suo mezzo pre-
sentata alla sovrana sanzione; nulla è de-
ciso proprio-motu, che non passi in sue
mani per l'esecuzione. Al gran visir sono
conferiti i poteri in virtù, d'un khatti-che-
rif, a lui diretto dal sultano quando l'in-
nalza al visirato. I suoi ordini portano il
nome di firmava o fermarli , parola per-
TUR
siana che secondo altri significa ordine e
comando. Egli risiede ofticialmente alla
Porta ottomana (in turco Pacha-Ca-
pòucci, la Porta del Pacha o Pascià),
nomesottocui viene comunemente indi-
cato il governo e gabinetto turco. Dice-
si ancora Sublime Porta, e ne parlai an-
che nel voi . XV 1 1 1, p. 9 e 66, dicendo del
serraglio o palazzo imperiale e sue porte,
e che il vocabolo equivale a Corte. L'Ab-
bondanza descrivendo il Serray , detto
volgarmente Serraglio, gran palazzo reti-
denziale del sultano in Costantinopoli, di-
stingue 3 palazzi imperiali. Il serraglio o
ippodromo fabbricato da Ibraim pascià
genero di Solimano II , che serviva per
anfiteatro delle pubbliche giostre e altri
festivi combattimenti, e particolarmente
per la Circoncisione del Chez-Ade o ere-
de presuntivo dell' impero. Il serraglio
propinquo alla residenza sovrana, chia-
mato Eski-Serrai, cioè serraglio vecchio,
ove si racchiudono la madre, le sorelle e
le donne de'defunti sultani, se alcuno dei
pascià non le sposa, ovvero non le pren-
da il successore. Il 3.° serraglio detto il
serraglio nuovo è quello ove colla sua nu-
merosissima corteabita il sultano, magni-
fica e sontuosa reggia, però bizzarra e ir-
regolare, che l'Abbondanza disse abitata
daio,ooo persone, essendovi i chasna o
tesori pubblico e privato, la moschea, l'ha-
rem deliziosissimo, il divano ec. La sua
porta maggiore è tanto pregievolepe'tur-
chi, che da essa la corte ottomana ha de-
sunto il nome di Porta ottomana e di Su-
blime Porta. 11 Dizionario delle ori-
gini ecco come spiega la Porta ottoma-
ria. Nome che si dà alla corte del Gran Si-
gnoreealla sede stessa dell'autorità. Que-
st'uso viene da'turchi medesimi, che qua-
lificano in tal modo la corte del loro im-
peratore; e anche gli stessi sultani fanno
uso di quel vocabolo nelle spedizioni più
importanti , e massime nelle lettere che
per parte loro s'inviano alle altre poten-
ze. Quella denominazione trae la sua o-
rigine da' califfi successori di Maometto,
TUR
Si sa che que'piincipi riunivano nelle lo*
io persone la qualità di ponlefìcee quel-
la d'imperatore, e ch'erano supremi ca-
pi della religione e dell'impero de'mus-
sulmaui.La politica di que'wonarchi che
trovarono il loro conto a farsi adorare in
certo qual modo da'loro sudditi, credeva
di non potere mai spingere le cose al di
là del dovere a questo riguardo. JVlosta-
dem o Mostazem, l'ultimo califfo della
razza degli Abbassidi del 1 243, fece inse-
rire nella soglia della porta principale del
suo palazzo residenziale di Bagdad un
frammento della famosa pietra itera del
tempio della Mecca. Quella pietra, secon-
do i maomettani, era stata mandata dal
cielo ad A bramo, allorché edificava la ca-
sa di Dio, che diventò poi il famoso san-
tuario mussulmano della Mecca; e gli stes-
si maomettani pretendono che di bianca
ch'essa era, diventò, nera pe'peccali degli
uomini. Quella soglia era alquanto eleva-
ta, e non si entrava nella porta se Don che
a ginocchi, o anche col corpo prosteso in
terra, dopo di avere più volle applicata
la fronte e la bocca a quella pietra riguar-
dala come sagra. Inolile al frontespizio o
al luogo più eminente di quella porta vi
avea un pezzo di velluto nero attaccato
alla volta slessa, che pendeva sino quasi
a terra, e a questa lutti i grandi della cor-
te rendevano, non meno che alla detta
pietra nera, onori straordinari, strofinan-
dogli occhi sull'una e sull'altra, e bacian-
do l'una e l'altra col più profondo rispet-
to. Coloro persino che non aveano alcun
aliare a trattare o discutere nel palazzo,
venivano espressamente a quella porta
per tributarle quegli onori, e con questo
credevano di fare la loro corte al califfo
medesimo. La porta del califfo con quel
pezzo di velluto avea altresì la denomi-
nazione di manica del califfo. A poco a
poco col lasso del tempo, una porta tan-
to venerabile e tanto rispettabile pe'mao-
mettani, fu nominata la Porta per anto-
nomasia, o la Porta semplicemente per
eccellenza; quindi pigliossi nell'ordinario
TUR 221
costume quel nome di porta per il palaz-
zo stesso, per la corte, per il soggiorno del
principe e per la sede stessa dell'autori-
tà. Quell'uso fu adottato da lutti i sulta-
ni turchi, che detronizzarono que'sovra-
ni pontefici, e ad essi successero nell'au-
torità spirituale e temporale, evi aggiun-
sero gli epiteti di Sublime e di Ottoma-
na. Del rimanente gl'imperatori turchi
non sono i soli monarchi d'oriente, chead
imitazione de'caliiH abbiano dato alla lo-
ro corte il nome di Porta, poiché i reo
sciali di Persia si servono dello stesso vo-
cabolo a un dipresso nel medesimo signi-
ficato. Il cheikh-ul-islam o muftì rap-
presenta il sultano nell'ordine religioso e
iiell' amministrazione della giustizia. La
sua attribuzione propria è d'interpretare
la legge: gli atti emanati dalla sua prero-
gativa portano il nome A'\fetvas.\\ fetvas
propriamente detto non è uu' ordinanza,
ma una forinola destinata a legalizzare gli
atti della sovrana autorità, dichiarando,
che essi niuna disposizione contengono
che sia contraria al testo dell'Alcorano.
L'Abbondanza chiama la fetvas col voca-
hiAo fcfta t e la dice decisione che fa in
iscritto il muftì consultato sopra qualun-
que affare; e siccome i turchi non fanno
cosa senza consultar la legge, questo uni-
camente spettando al muftì, quindi sono
continui i ricorsi che a lui si fauno in i-
scritlo e su'quali egli stende la decisio-
ne, come se possa farsi il ripudio d' una
moglie per sposarne altra, se un debi-
tore non può soddisfare i debiti possa
la legge punirlo nel corpo, ec. ; tenendo
perciò una prodigiosa quantità d'ama-
nuensi e segretari divisi in dipartimen-
ti. Nelle cause poi di slato, e specialmen-
te quelle che richiedono segreto, fa tut-
to da se dopo aver diligentemente stu-
diato l'Alcoi ano, stendendo il fefta ragio-
nato e sempre appoggiato a'decreti del-
la legge. Cause gravi e serie pel muftì so-
no la pace e la guerra, se debba o no de-
tronizzarsi il sullanOjSe convenga ono per
le circostanze ovvero per un delitto far
222 TUR
morire un principe imperiale, o un pascià
ragguardevole, ia madre ilei Stillano o la
matite ilei suo primogenito. Fattoli per
queste cause dal muftì il iella lo consegna
al sultano, o al divano o a' ribellati, se-
condoda chi gli è stato ordinato. Dice in-
dire l'Abbondata*: B riserva sulla p;u:e
esulla guerra, cheoidinariamentedipen-
cleva dal volere della milizia, tutti gii al-
ili furono tenuti sì sacrosanti che non vi
è esempio che non- fossero stati eseguili i
fefla. Da questi derivavano le maggiori
ricchezzeal muftì, perchè ingegnosa nien-
te adattava i fefla secondo l'inclinazione
del sultano, «lei divano e de! popolo. An-
ticamente più fefla furono fata i a diver-
si sultani, come ad Ostnano o Ottomano
Ile II>raim,aVisir azem, a'prineipi impe-
linli,alle sultane validèeomeaRiosem sot-
to Mehemel o Maometto IV. 1 muftì so
nocogli ulema, de'quali sono i capi, gl'in-
terpreti della legge e dell'Alcorano. Ve
ne sono vaii in lutto l'impero e special-
mente nelle metropoli e capiluoglii di
pi'ovincie. Il principale e capo di tulli i
muffì è il multi dì Costantinopoli o gran
muftì, capo della religione ottomana , e
come impropriamente lo chiamano alcu-
ni, sommo sacerdote della sella maomet-
tana. Si crea dalsultano,e si sceglie da uno
dei kadi-leskieri, secondo l'Abbondanza, il
quale aggiunge che la ceremcnia del ka-
di-leskiere assunto alla dignità di gran
muftì, consiste nel presentarsi al sultano
■vestito d'una preziosa veste di zibellini,
dallo stesso monarca donatogli nel pro-
muoverlo. iN'ella Storia Bizantina, t. 8,
De rebus Tur eie is} viene definito il muftì
di Coi[auÌ\no[)o\\:JurisetR€ligioiasrwjc.
Infatti, al modo detto, egli s'ingerisce nel
li vile, nel criminale, negli affari di stato,
in quelli piivati e nelle materie religio-
se. Non solo egli è veneratoda'turchi, ma
la sua famiglia viene considerata di san-
gue sagro. Il sultano e il gran visir ehe
non si alzano mai in piedi per ricevere o
accompagnare alcuno, pure il sultano si
leva in piedi alla venula del muftì, ed il
T U R
visir sino a una certa disianza l'accom-
pagna. Di sua potenza già parlai ; come
supremo primate della setta maomettana,
a lui sono sottoposte la maggior parte
delle cariche che hanno rappoi lo alla re-
ligione, anzi ha il diiitto di conferirne al-
dine nelle moschee imperiali. Osserva
!'Abbondanza,che questa è la dignità più
elevala tra'lurchi per venerazione, auto-
rità e ricchezze, e che dillicihneute si de-
pone e si uccide. Sotto però Mustafà li
il muftì fu deposto, e dopo dichiarato pa-
scià ili Sofia, cioè degradato e dal foro sa-
gro traslato. al laico, gli fu mozzata la te-
sla e gettalo nel fiume, lasciando 3o mi-
lioni di piastre, che secondo le leggi del-
l'impero furono devolute al chasna o e-
rario. Sotlo Abdul-Hamed o Acmet IV
furono deposti 5 gran muftì. Nella gerar-
chia il gran muftì occupa lo slesso grado
del gran visir, e come lui assieme al tito-
lo di altezza ha un assegno mensile di
i 00,000 piaslre turche. 11 gran visir e il
muftì formano co'mtnistri di stato e al-
cuni altri dignitari, a venti grado di mini-
stri, il divano o consiglio privalo. Il di va-
no attuale è composto ordinariamente co-
me segue. Gran visir, presidente, Sadri-
azarn ; JMufiì, Cìieikk-ul-islaiii j Séra-
sckier, ministro della guerra, col qual no-
me fu detlo anche il generale d'armata;
Capitan o Capitatati pascià, ministro del-
la marina (l'Abbondanza lo dice grande
ammiraglio e una delle 4 p'ù. ragguarde-
voli cariche dell'impero, e dopo il gran
visir,e che soleva essere anco Beglierbey
o viceré di qualche provincia e per lo più
di Terraferma che conteneva i 3 sangiac-
chi o governi, e dell' Arcipelago); gran
maestro dell'artiglieria, governatore ge-
nerale di tutte le fortezze; ministro degli
affari esteri, l'antico reiè -effendi, chiama-
to KharidcuijCc-naziri; ministro delle fi-
nanze, o l) in uri malie -naziri j ministro
del commercio , agricoltura e de' lavori
pubblici, Tidjn rel-naziri ^'intendente ge-
nerale della zeeca,ZrtW^*MzV7iMf/»W.;in-
tendente generale de' facouf, o beni del-
TUR
le moschee e fondazioni pie, Evkaf-nazi-
ri; consigliere, Mustechar, del gran vi.
sir, che esercita le funzioni di ministro
dell'interno; e del ministro di polizia, Za-
btijw-muchiri. Vi ha pure il primo in-
terprete della Sublime Porta, Terdju-
mani-divani-humaioum. Ad ognuno di
questi ministeri, se si eccettuano i mini-
stri degli alfari esteri e dell'interno, l'in-
tendenza delle zecche e de'beni delle mo-
schee, sono addetti de'consigli permanen-
ti co' propri presidenti, che preparano i
progetti di uiiglioramenli.il i.°eil più im-
portante di questi consigli è quello di sla-
to e di giustizia, o consiglio supremo, sta-
bilito nel 1 84o, il cui presidente è per di-
ritto membro del consiglio privalo. Inol-
tre vi sono per la giustizia 3 tribunali, cioè
la corte suprema delle provincie d'Euro-
pa, quella delle provincie d'Asia, e la cor-
te suprema di Costantinopoli, ciascuna a-
vente il suo presidente. Le cariche princi-
pali di corte sono le seguenti: gran mae-
stro del palazzo imperiale e capo degli eu-
nuchi; primo iman; gran ciambellano;
gran maestro di ceremonie; primo segre-
tario del palazzo; primo referendario; te-
soriere di sua Maestà; gran scudiere; a-
iutanle generale di campo di sua Mae-
stà; primo aiutante di campo; capo degli
eunuchi bianchi; gran maestro della cor-
te; maestro della guardaroba; primo pag-
gio di sua Maestà, capo de'paggi iciogla-
TW.Riguardo all'amministrazione la Tur-
chia è divisa in 36 Eyalet o grandi go-
verni o governi generali, i cui ammini-
stratori hanno il titolo di wfip/dicài 1 5 in
Europa, 18 in Asia, e 3 in Africa. Que-
sti governi generali sono suddivisi inno
provincie chiamate Livas o Sandjak, non
comprese le suddivisioni di Egitto e le
provincie tributarie: alla tesla de livas o
provincie, sono posti decaimakano vice-
governatori. I Livas sono divisi in Cazas
o distretti, e questi in Nahiycs, formati
da villaggi, casolari e capanne. Ecco se-
condo l'ultima edizione de\Y Almanacco
imperiale di Costantinopoli } la nomen-
T U R 2?3
datura officiale de' governi generali coi
loro capiluoghi e sedi di governo: quelli
che distinguerò in corsivo hanno speciali
articoli; gli altri pure ne hanno, per le cit-
tà vescovili che comprendono o che fu-
rono un tempo, anzi secondo la discrepan-
za delle nomenclature diverse, di diversi
o tutti certamente ne parlai, ma doven-
do seguire le denominazioni de\V Alma-
nacco non potei chiarirle tutte. In Euro-
pa sonovi \5 eyalet, 14 livas e 376 ca-
zas. Gli eyalet si chiamano: i.°In Tracia
governo generale, Ed irne o Audrinopo-
li, capitale o sede del governo Amlrino-
poli o Adrianopoli: tolta neli36o da A-
murat la'greci, di venne la sede dell'impe-
ro de'turchi nel i366 e continuò ad es-
sere la residenza de'sultani sino alla pre-
sa di Costantinopoli fatta da Maometto fi
neh 4^3; oggi è la a." città dell'impero
ottomano. 2.0 Silistrè o Silistria, in Bul-
garia, con Rustchuk o Rustsciuk ossia
Nicopoli per sede del governo e capoluo-
go. 3." Boghdan in Moldavi at con Jas.y
per sede del governo. 4° Effak in Falac-
chia, con Ruckarest sede di governo e ca-
poluogo. 5.° Vidin o Widdino, con Vidi-
no sede di governo e capoluogo. 6.° Nich
o Nissa, con Nissa sede di governo e ca-
poluogo.7.°Uskupin Albania .con Uskup
o Scopia sede di governo e capoluogo.
8.° Relighgrad o Belgrado, con Belgra-
do (di cui riparlai a Scardola e Semen-
DRiA)sededi governo, capoluogo e fortez-
za. g.° Syrp o Servia, con Belgrado città
sede di governo e capoluogo. 1 o.° Bosna
o Bosnia in Bosnia e Croazia (di cui ri-
parlai a Sirmio), con Bosnia Serai o Se-
raievo sede di governo e capoluogo. 1 i.°
Rumili o Romelia, in Albania e Mace-
donia, con Monastir sede di governo e
capoluogo-.comprende la capi tale Costan-
tinopoli, metropoli dell'impero ottoma-
no dal i453. i2.°Jania o Giannina in E-
piro, con Jannina sede di governo e ca-
poluogo. i3.°Selaniko Salonicoo Tessa-
lo nica, in Macedonia e Tessaglia, con
Salo nico sede di governo e capoluogo. 1 4."
224 TUR
Duzair o Arcipelago, con Larnaca o iso-
la di Rodi seile ili governo e capoluogo.
1 5.°Kryi o Creta o CandiaoG*mmt con
Candia sede ili governo e capoluogo. In
Asia sonovi 1 8 eyalet, 78 livas e 858 ca-
zas.Gli eyalet si chiamano: 1 6.°Castamou-
ni o Castamuni o Kastaiuonim in Pata-
gonia, con Castamuni o Germanicopoli
sede di governo e capoluogo. 1 y.°Rouda-
vendguiar in Bitinia,con Brusa o Prusa
sede di governo e capoluogo. 1 8.°Aidin in
lidia, con lzmir o Smirne sede di go-
verno e capoluogo. ig.°Cararam mFrigia
e Pam fi Ha, con Koniah o Iconio sede di
governo e capoluogo. 20.0 Adana in Citi-
ria, con Adana sede di governo e capo-
luogo.2 1 .° Bozouq o Bozuk o Juzghat in
Cappa doriamoli Bozouq o Juzghat sede
di governo e capoluogo (in altre notizie
statistiche e in quelle del Saxe Gotha t\n-
vece di tale governo, ohe spetta al turco*
mano d'origine Tchapan-Óglu,governa-
tore in nome della Porta e da essa per più
rapporti quasi indipendente, trovo Ango-
ra in Cappadocia, chiamata anche An-
ciraxU'è il capoluogo e di cui riparlai nel
voi. LI, p. 324). 22.°SivasoRum in Cap-
padocia, con Sivas o Sebaste sede di go-
verno e capoluogo. 23.° Tarabezoun o
Trebisonda nel Ponto e Colchide (di cui
riparlai a Mihgrelia eTosorr), con Tre-
bisonda sede di governo e capoluogo. 24.°
Erzerouni in Armenia, con Erzerum se-
de di governo e capoluogo. 25.° Kurdi-
stan (turco, essendovi pure il Kurdistan
di Persia), con Van in Armenia sede di
governo e capoluogo (il Kurdistan turco
forma i pascialatici di Mosul e di Chehre-
zour, e di alcune parti di quelli di Van e
Bagdad , e pare che comprenda pure
Diarbekir). 26. ° Karberout nella Sofe-
na e Comagena parte della Siria , con
Karberout sede di governo e capoluogo.
27.0 Halep o A leppo nella Siria, con A-
leppo o Ber rea sede di governo e capo-
luogo. 28. ° Saida o Sidone in Fenicia e
Palestina, con Bairut o Berito sede di
governo e capoluogo. 29.0 Chaia 0 Da-
TUR
masco nella Sìria e Osroena , con Da-
masco sede di governo e capoluogo: com-
prende il sangiaccato di Gerusalemme.
3o.° Mostul in Assiria, con Mossiti sede
di governo e capoluogo. 3i.° Bagdad in
Babilonia, con Bagdad sede di governo
e capoluogo. 32.° Habech o Abissiuia nel-
V Arabia e Etiopia, con Diida o D Jeddah
sede di governo e capoluogo. 33/ Ilar-
romi-Nabevi o Haremi-Nebevi, o Hedjaz
o Medina, con Medina e Mecca sedi di
governo e capoluoghi: di questa e di Me-
dina poi riparlerò. In Africa i seguenti
3 eyalet, suddivisi in 17 livas e 86 cazas.
34.° Misi-, Egitto, con Cairo sede di go-
verno e capoluogo. 35.° Tripoli d'Afri-
ca, con Tripoli sede di governo e capo-
luogo. 36.° Tunisi, con Tunisi sede di go-
vernoe capoluogo. Ripeto che oltre gl'in-
dicati articoli, innumerabili sono quelli
che scrissi sulle regioni, città e luoghi del-
la Turchia Europea, Asiatica e Africana;
di alcuni ne feci superiormente ricordo,
ed altri li andrò rammentando all'op-
portunità. I governatori generali posti al-
la lesta degli eyalet o grandi governi, so-
no come i prefetti della Francia riguar-
do alle loro funzioni edalla estensione del
loro potere; ed i caimacam corrispondo-
no a'sotlo-prefetti. I cazas o disi retti so-
no amministrati ùa'mudir, assistiti da un
consiglio di notabili: i nahi/ès tW/noiik-
tars o kodia -bachi? 9 eletti dagli abitan-
ti e facenti ad un tempo le funzioni di ma-
gistrato comunale e di ricevitore. Debbo
inoltre avvertire, che dicesi Pascialatico
o Bascialatico il governo d'un pascià o
Lascia, d'una provincia; e SangiaccatoW
governo generale, corrispondente a go-
verno provinciale. 1 P ascia, PachaoBas-
sa sono i grandi dell'impero, e pascià si-
gnifica grande. Oltreché i primari mini-
strie magistrati, tutti i costituiti nelle più
eminenti cariche devono essere pascià,
così tutti i più cospicui governi devono es-
sere governati da'pascià. Vi sono i pascià
di 1. "rango e per distintivo hanno iu cer-
te funzioni 3 Stendardi (al quale artico-
T U II
Io no ripat lai) per insogna, rappresentali
ila 3 code di cavallo, e perciò chiamatisi
pascià a 3 cocfe/que'di 2.0 rango ne han-
no solamente due; e que'di 3.° rango un
Solo stendardo con U uà coda. I pascià nel-
la monarchia ottomana rappresentano i
duchi, i principi, i baroni degli stati eu-
ropei, cioè il ceto più nobile. I piti poten-
ti e ragguardevoli pascià erano il visir a-
zem, il caimacan, l'agà degli estinti gian-
nizzeri, e il capitan pascià^ per la loro au-
torità talvolta detronizzarono i sultani,
ina appunto per la loro possanza, i sulta-
ni ad ogni piccolo sospetto fecero loro to-
gliere la vita, ed il simile praticarono co-
gli altri principali pascià della corte o dei
governi , massime i pascià beglierbey o
beyglerbey ossiano i viceré. Se questi e-
rano troppo amati da'popoli,riceveauoia
premio il fatale cordone di seta per stroz-
zarsi; se prepotenti e ingiusti si arricchi-
vano, quali rei venivano decapitati. Tali
punizioni anticamente si riceveanocon di-
vozione e ilarità, baciando il cordone, e
poi con animo tranquillo si lasciavano
strangolare. Ciò avveniva quando i tur-
chi credevano, che il morire per la quie-
te e sicurezza dell'impero e dell'ira pera-
tore era lo stesso che volare in paradiso
o morire come martiri. Era il cu pigi (uno
de'custodi delle porte esteriori del serra-
glio,eapode'quali era ilcapigibasci), l'am-
basciatore funesto che il sultano inviava
col suo ordine scritto a'pascià che vole-
va strozzati, sentenza autenticata da un
fefla del muftì. Il decreto veniva ricevu-
to con rispetto e posto sul capo dicendo-
si: Si faccia la volontà del Signore Iddio
e del mio imperatore. Il condannato do-
mandava circa 3 ore di tempo per conge-
darsi da'parenti e fare il bagno, per mo-
rire più netto. Indi ilcapigi presentava il
terribile cordone al pascià, il quale se Io
poneva al collo, e dopo fatta breve ora-
zione, con raccomandarsi a Dio per l'in-
tercessione di Maometto, due suoi servi
lo strozzavano e poi gli tagliavano la te-
sta , che portavasi al sultano per docu-
VQL. LXXXl.
T U R 225
mento dell' eseguita seutenza, se al me ■
desialo premeva di averla. I figli de'pu-
niti pascià e di quelli che morivano na-
turalmente, non solo vivente il padre non
potevano sorpassare la carica di capitano
di vascello, non permettendosi il loro in-
grandimento, ma alla sua violenta o na-
turale morte non venivano sostituiti nel-
le cariche da lui occupate, ne ereditava-
no le sue ricchezze, le quali erano devo-
lute al chasna; solo talvolta se ne die per
grazia piccola porzione alla vedova, qua-
lora questa fosse figlia o sorella del sul-
tano regnante. Gli orfani figli de' morti
pascià venivano ammessi nel serraglio tra
i paggi icioglami, e col tempo ottenevano
cospicue cariche e ricchezze , se favoriti
da'ioro meriti o dalla fortuna. Tra'pag-
gi icioglami si collocavano i figli de'cri-
stiani di circa 7 anni, avuti per tributo o
presi in guerra, ove si educavano e istrui-
vano; i meno belli e senz' ingegno chia-
ma vansi azoglami,e si destina vano a'me-
stieri, a'bagni, alle porte e alle leguare.
Ora tutti i figli de'pascià e degli ufficiali
superiori portano il titolo di bey; e tutti
gli ufficiali militari della 5.a classe, e gl'im-
piegati nell'amministrazione di 2. a classe
della corte portano il titolo di agà : di-
versi figli di pascià sono anch'essi pascià.
L'onorevole titolo di bey significa signo-
re ragguardevole, e anche capitano di va-
scello. Agà significa signore, titolo che si
dà pure alla maggior parte degli ufficia-
li dell'armate, ea'governatori delle piaz-
ze sotto i pascià. L'agà o colonnello dei
giannizzeri era il più potente dopo il muftì
eil visir, si presentava al sultano colle ma-
ni sciolte e in aria baldanzosa, mentre
tutti gli altri grandi si presentavano eoa
portamento umile e le mani incrociate
sul petto a guisa di schiavi. Sangiaccato
è titolo di governo, e sangiacco signifi-
ca governatore, perchè i sangiacchi nel-
le pubbliche comparse delle città da loro
governate, per distintivo si fanno prece-
dere da uno stendardo chiamato San-
giack. Sono i sangiacchi pascià di 2.°ran-
i5
216 T D R
go t due code, ed cigni sangiaccoc subor-
dinato al beglieibey o viceré di sua pro-
vincia. Mutselhm o molsallam, deposi-
tario dell'autorità, dicesi il governatore
il' una città.
Dissi che nell'impero ottomano si com-
prende l'Bedjai in Arabia, contrada del-
la costa occidentale di quella regione, die
comprende la maggior parte della costa
orientale del golfo arabico, cioè da Mali
sino all'estremità settentrionale del golfo
tli Suez. Il suo nome significa in arabo
paese del pellegrinaggio, per quello che
si fa nella sua parte più importante di Be-
ledel Harem, Terra santa de'maomet-
tani, ove stanno le città di Medina, Mec-
ca e di Djeddah. Numerose isole ed una
infinità di scogli sono sparsi sulle coste del-
l'Hedjaz. Il suo nord-est era l'antica A-
rabia Petrea, in cui si estendono i deserti
del monte Sinai e del monte Oreb, sì ce-
lebri nella storia sagra. L'Hedjaz è la / ."
elivisione territoriale della moderna Ara-
bia, e consiste in una pianura d'ineguale
larghezza, che si stende lungo la costa o-
rientale del mare Rosso dal monte Sinai
fino al Yemen. Il territorio è arido e sab-
bioso, ma è prossimo ad una catena di
inontagne,che producono eccellenti frut-
ta e altri vegetabili. Qui si raccoglie dal-
l'albero detto gilead il famoso balsamo
della Mecca, che non ha pari in prezio-
sità e fragranza, e si trae principalmente
dal territorio di Medina. Le campagne
fertili appartengono agli sceik indipen-
dentij che nell'estate vivono sotto le lo-
ro tende, e si ritirano nelle città duran-
te 1' inverno. In Turchia sono chiamati
sceik ocheik i capi delle comunità reli-
giose e secolari, e i dottori distinti, non
che i predicatori di cui è fornita ogni mo-
schea. Questa voce vuol dire propriamen-
te vecchio o vecchione. Un turbante ver-
de distingue gli sceik dagli altri mussul-
mani. Il capo loro risiede alla Mecca, e la
sua dignità éeredilaria, ma dev'essere con-
fermato dal sultano. Gli abitanti delleco-
ste d' Hedjaz sussistono principalmente
TU R
colla pesca, e quelli delle città si manten-
gono a spese de'pellegrini che si recano
in folla annualmente a visitare le città di
Medina e di Mecca, chiamale sante da'
turchi ; gli altri abitanti sono pastori che
dimorano sotto tende o nelle caverne. Il
sovrano del paese è lo scendo della Mec-
ca, che dipende dalla Porta ottomana, la
quale vi manda un pascià che fa la sua
residenza a Djeddah o Gedda con buon
porto, considerata come punto centrale
del commercio interno del golfo arabico,
il quale prima non si mischiava adatto nel-
l'interna amministrazione, quando l'au-
torità civile dello sceri (Io era maggiore. Le
grandi carovane d'Egitto e della Siriache
una volta all'anno fanno il viaggio della
Mecca, vi portano una quantità di generi
pregiati. Presso alla città di Djeddah si ve-
de una piccola casa di pietra, chiamala
il sepolcro di Eva, ch'era un tempo vi-
sitata da un gran numero di pellegrini.
La Mecca o Mekka , che significa punto
di riunione e luogo di gran concorso,
antica e famosa città dell'Arabia Felice,
capoluogo della prov incia d'Hedjaz e del
distretto di Beled-el-Harem, a 9.3 leghe
da Djeddah che le serve di porto, 390
dal Cairo e 5^.0 da Costantinopoli, fu già
chiamata Macoraba.ÌL residenza d'uno
sceriffo, che dicesi discendente di Mao-
inetto {Jr-\ e vi è sovrano pontefice, che
dirige il temporale e lo spirituale, goden-
do le grandiose rendite,che vengono sem-
pre impinguate da' doni e oblazioni che
v'inviano i principi ed i turchi doviziosi.
E celebre questa città come luogo di na-
scita di Maometlo fondatore àtW Islami-
smo o Maomettismo, religione de'turchi,
perciò da essi venne soprannomata San-
ta, e fu la i.' sede di sua potenza. Non ha
per difesa che una fortezza, rozza unio-
ne di mura e di torri elevate sul Diebal-
Djiad, ove risiede lo sceriffo. Tranne mol-
te moschee, non è osservabile altro edi-
fizio fuori del famigerato tempio, la cui
cupola è d'oro, e che cinge e racchiude
la Beit Allah o Caaba, Casa di Dio o Ca-
T U li
sa sagra o quadrata, situata in un re-
cinto quadrato e poco largo. Questa mo-
schea,la più. bella dell'impero mussulma-
no, chiamala da 'turchi El-Haram, è nel-
l'interno decorata di bellissime dorature,
di ricche tappezzerie e di suppellettili do-
viziose.UCaaba è un piccolo edifizio,coper-
to d'un panno nero; vi si osserva la famosa
pietra nera, grossa quanto la testa d'un uo-
mo e posta vicino alla porta d'ingresso,
tanto venerata da'maomettani,chepreten-
dono esservi stata portala dall'angelo Ga-
briele ad Abramo, per formare i fonda-
menti di quest'edilizio. Il concorso de'pel-
legrini di tulle le sette mussulmane che
■vengono a visitar questo tempio è incal-
colabile, specialmente nelle feste del Bai-
ram, che celebratisi solennemente dopo il
Ramazan, tempo del gran digiuno, doven-
do ogni maomettano in sua vita andar-
vi o mandarvi almeno «ma volta. UCaa-
ba non è aperto che tre volte l'anno, ed i
pellegrini ne fanno il giro 7 volte, recitan-
do preghiere, e baciando in ciascun giro
la pietra sagra; si conducono poscia alla
fontana diZemzem situata in un'altra par-
te dello slesso luogo, onde berne a lunghi
sorsi l'acque sante, e farvi dell'abluzioni;
vanno inoltre a porgere delle preci alla
collina di Merona, situala netta città, ch'é
una piattaforma di quasi 3o piedi qua-
drati, chiusa da un gran muro da 3 lati,
dietro al quale le case seguitano ad in-
nalzarsi in anfiteatro. Un'altra ceiemo-
ni d'una simile virtù è quella di fare wn
pellegrinaggio al monte Arafat a 5 leghe
e più di sud-est dalla città, perchè quivi
sono le sorgenti che alimentano la fon-
tanaZemzem,col mezzo d'un acquedotto,
del quale si attribuisce la costruzione alla
moglie del sultano Solimano. Può dirsi
che questa città non si sostenga che pel
concorso de'pellegrini, il quale anticamen-
te era un gran fonte di ricchezze, e con-
teneva più di 100,000 abitanti, e celebri
erano allora i suoi mercati. Da qualche
tempo l'affluenza de'pellegrini molto di-
minuì, e pare che conti circa 20,000 a-
TUR 237
bitanti,la cui fortuna dipende dal fitto del
le loro case: a tale sensibile diminuzione
contribuirono le guerre e incursioni de'
•vecabiti , settari maomettani riformati.
Era una pratica religiosa de' Sahei (V.)
di venirvi in pellegrinaggio, e si accor-
reva dalle 3 Arabie Petra, Deserta e Fe-
lice a baciar la pietra nera del Caaba, su
cui pretendevi siasi assiso Abramo, al qua-
le se ne attribuisce la fondazione per di-
vino comando. Questa moschea è uffizio-
ta eservita da numerosi imam e muezzini
e altri ministri sagri maomettani, de'qua li
tutti è capo lo sceriffo che regna in que-
sta città e in tutto il suo territorio, e nelle
cui mani colano tutti i tesori mandati al
santuario da'sultani e altri sovrani mao-
mettani principalmente. Con tali dona-
tivi lo sceriffo sopperisce alle spese e man-
tenimento che deve fare de' pellegrini vi-
sitatori della Mecca. Abbiamo di Gal land,
Rite et cérémonies du péltri unge de
la MecqUB) Parisi 7^4. Medina città del-
l'Arabia Felice o Medinet-el-LNabi, Città
del profeta, dell'Hedjaz, posta in un' a
mena pianura coperta di palmizi e altri
alberi fruttiferi, divisa da un forte, irri-
gata da un ruscello e in aria sanissima
Delle due moschee, la principale situata
nel mezzo delle città , fondata da Mao-
metto , è degna d' filtenzione. Chiamasi
Mos-el-Kibu ola Santìssima. Ha 5 tor-
rette e le volte sono sostenute da 4oo co-
lonne, la maggior parte ornate di pietre
preziose, e portanti dell'iscrizioni in let-
tere d'oro; nella parte sud-est fra'sepol-
cri di A bou- Becker e di Omar I suoceri
di Maometto e successori nel califfato (del
vocabolo Califfo e di quello di Enrir par-
lai a Soldano, insieme a'di versi rami di
califfi, notando che la loro autorità spi-
rituale passò rie'muftì rappresentanti de'
sultani),si vedeqoellodel lorogeneroMao-
metto, in una torretta arricchita di lamine
d'argento, rivestita di stoffe d'oro e ter-
minata da una cupola, che i turchi chia-
mano turbe; questo sepolcro è di marmo
bianco, e coperto comequello de'sultani
228 TUR
a Costantinopoli. Una balaustrata d'ar-
gento lo circonda, e porla 3oo lampade
dello stesso metallo, che ardono di con-
tinuo. Su questo sepolcro si spacciarono*
dal Marmici tismo tante fàvole, che ormai
la critica ha rigettato. Si pretende che vi
fossero delle pietre preziose ed altri og-
getti di gran valore, iu una galleria che
Ma intorno alla cupola della tot retta, ma
sembra che tutlociò sia stalo tolto da\e-
cabiti seltari maomettani, allorché pre-
sero Mediua e la Mecca nel i8o3 e nel
1807 , ambedue del tutto saccheggiale.
Partirono da Medina carichi delle spoglie
della gran moschea, e di tutti i tesori qui-
vi accumulati da tanti secoli; e così fece-
ro della Mecca. La guerra «li tali settari
impedì per qualche tempo a' pellegrini le
carovane. Quantunque Medina non sia
considerata santa tanto quanto la Mecca,
pure essa è in grande venerazione presso
i maomettani, che però non riguardano
come una cosa indispensabile di visitarla.
1 .soli maomettani di Siria vi vengono in
pellegrinaggio, e quelli degli altri paesi
si contentano, la maggior parte, di man-
darvi de'doni perchè vengano fatte delle
preghiere in loro nome alla tomba diMao-
metto; lo slesso sultano vi spedisce an-
nualmente somme considerabili di dena-
ro. 1 pellegrini pure ve ne lasciano assai,
in modo che gli abitanti in numero di cir-
ca 10,000, vivono nell'agiatezza senz'ai-
cuna industria. Maometto cacciato nel
622 dalla Mecca, fece di Medina la sede
dell'impero degli arabi suoi seguaci, e vi
morì nel 632. 1 califfi suoi successori im-
mediati dimorarono nell'Arabia a Medi-
na e Kufa 0 Koufah, ma gli Omniadi si
stabilirono a Damasco e gli Abassidi che
li succedettero trasportarono la sede di
loro potenza a Bagdad nel 763. L'Abbon-
danza riferisce che due sono gli sceriffi
nell'impero ottomano, uno regnava nella
Mecca , 1' altro in Medina , significando
Sceriffo, principe discendente della stir-
pe di Maometto. Il più considerabile e di-
stinto è lo sceriifo 0 principe della Mecca,
TUR
die i sultani rispettano come un rampollo
del loro profeta : è chiamato anco gtrtn
sceriffo. Significando il nome di /unir,
signore o principe de' credenti, fu appli-
calo a coloro che pretendono d'essere di-
scendenti di Maometto, per mezzo della
di lui unica figlia Fatima , 1 quali sono
considerati come appartenenti all' ordi-
ne religioso. Formano gli emiri una no-
biltà riipet la tifisi ma , e per contrassegno
di discendere da Maometto e di tanto il-
lustre origine, portano il lurbaute verde
egodouodi grandi privilegi. Inoltre lo sce-
riifo è il capo de'sceik. Distrutto dall'im-
pero ottomano quello de'califfi, i sultani
di diritto loro successero, e perciò si co-
stituirono immediati successori di Mao-
metto e capi della religione maomettana.
Fero i discendenti di Maometto si riser-
varono in sovranità il possesso delle due
famose città di Mecca e Mediua col paese
annesso,senza opposizione degli altri prin-
cipi maomettani e senza dipendere da al-
cuno. I due sceriffi della Mecca di Me-
dina furono rispettati da'sultani e rega-
lali, ma poi e sebbene la loro dignità fos-
se ereditaria, i sultani vollero confermarli
nell'ascendereal sceri fifa to. Questi due sce-
riffi si danno titoli fastosi, tutta volta si
chiamano: Servitori delle, due sagre cit-
tà della Mecca e di Medina; per vene-
razione del luogo ove nacque, regnò e mo-
rì il loro profeta e padre Maometto. Os-
serva l'Abbondanza, che anco i.i sultano,
. sebbene signore assoluto di (Gerusalem-
me, pure in ossequio a Gesù Cristo, che
riconosce pergrau profeta, si limita a in-
titolarsi: Protettore della santa città di
Gerusalemme. Talvolta i due sceriffi per
questioni di preminenza si fecero Ira lo-
ro atroci guerre. In tali circostanze i sul-
tani, come supremi califfi, procurarono
pacificarli. Selim I e Solimano 11 suo fi-
glio con poderose armate avendo fatto
conquiste sulle coste d'Arabia, e di por-
zione del regno di Yemen o lemen, i suc-
cessori non seppero conservarle lunga-
mente, per cui nell'Arabia i sultani pare
TUR
die propriamente non posseggano che
Gedda porto di Mecca, facendo però par-
te dell'impero ottomano tanto la Mecca
che Medina. I discendenti di Maometto
sceriffi di Mecca e di Medina, derivano
da sua figlia Fatima e da Aly suo gene-
ro e cugino, da'quali nacquero li, issali e
Hussein fondatori di due grandi stirpi nel
maomettismo, da cui originarono i due
sceriffi; cioè da [lassati o Hasan i sovrani
della Mecca e di Medina, e da Hussein o
Hossein, passati i discendenti in Africa ,
divennero imperatori di Marocco nella
Barbarla e sceriffi di quella contrada. Tan-
to i due sceriffi della Mecca e di Medi-
na, che gli altri , sono gran sacerdoti o
ministri della setta maomettana, e per-
ciò quello della Mecca apre e chiude il
perdono, il quale dura da'23 maggio a-
gli 8 giugno. Lo sceriffo faceva credere a'
turchi, che ogni anno porta vansi in pelle-
grinaggio al santuario delta Mecca 70,000
maomettani, e non compiendo il nume-
ro supplì vanoa'mancanli gli Angeli scen-
dendo dal cielo, acciò Maometto non fos-
se per intero defraudato di quell'omaggio!
Sulle forze di terra o di mare varie
Statistiche furono pubblicale in questi ul-
timi tempi. Quella dell 85 1 riferita dal-
l' Osservatóre Triestino, diceva. Forze
militari. Milizia di terra. Si calcolava la
complessiva forza a 160,000 uomini, di-
visa in 4 armate, quelle di Costantino-
poli, di Romelia, d'Anatolia e di Arabia.
Del nuovo esercito asakiri Manssurei
Mohammedje , vale a dire: gli eserciti
maomettani vittoriosi, d'ordinario chia-
mato anche Nisan, conlava la fanteria
regolare negli ultimi tempi 4 reggimenti
di guardia, 1 0,000 uomini; 20 reggimen-
ti di linea , 34, 000 uomini; battaglioni
sparsi perle provincie, 1 2,000 uomini, in
tutto 46,000. Cavalleria, 3 reggimenti di
guardia, i5oo uomini; a reggimenti di
linea 1000; artiglieria che presta va anche
il servizio dello stato maggiore e de! ge-
nio, nel quale ramoeravi scarsezza, guar-
die 3oo, linea i5oo. In lutto però non
T U R 229
si potevano contare secondo gli ultimi au-
menti più di 100,000 uomini di truppe
regolari. Le truppe irregolari, delle quali
sono aboliti tanto gli spahi, cioè soldati
a cavallo forniti da'feudatari, e co'quali
si potevano aumentare a 220,000 uomi-
ni, consistevano in albanesi con proprie
armi, e che venivano arrolati da' pascià
senza distinzione d'età, non divisi in reg-
gimenti, ma in ciurme di circa 60 uomi-
ni guidati diìboluk lasci, che sono an-
co i loro giudici. Ancora si calcolavano
nell'armata isoldatidi polizia, Àyzwz, for-
mati mediante ingaggio volontario, una
specie di gendarmi , e poi i seimer for-
mati ad uso antico turco per simili fun-
zioni, e di questi erano circa 1 [ 00 uomi-
ni.L'anteriore riserva fu sciolta nel 1 843,
invece nel 1848 venne formata una ri-
serva nuova e piti grande, alla quale fu-
rono annoverati anche sudditi non mao-
mettani, /Y7/V),mentre fin allora i soli mao-
mettani potevano essere ammessi al ser-
vizio di guerra, circostanza per la quale
l'armala turca mai non poteva ottenere
liti numero corrispondente alla grandezza
dell' impero e della popolazione. Secon-
do il regolamento della nuova organiz-
zazione dell'armata, si radunavano i re-
dif (vecchi soldati licenziati per avere fi-
nito i loro 7 anni di servizio), le riserve,
divisi secondo l' ordine della coscrizione
militare , ogni anno nel luogo loro pre-
scritto, onde far alcuni esercizi militari,
per conservarli in uno stato soddisfacente
d'istruzione militare. Il i.° corpo d'arma-
ta, la guardia imperiale, consisteva di 6
divisioni, stazionate in Drusa, Ismit,Smir-
ne, Aitili», Rara, Hissar e Sparta. Il 2.0
corpo d'armata, quello cioè di Costanti-
nopoli, consisteva pure di 6 divisioni, che
diinoravano in Adrianopoli, Rastomong,
Angora, Tscioroutn, Ronieh e Raisseri-
ye. Il nuovo esercito era comandalo dal
seraskicre generalissimo delle guardie.
La fanteria si chiama piade, la cavalle-
ria suvari, l' artiglieria lopdsci. Il gene-
rale d'un corpo 0 in capo si dice /uuscirj
a3o TDK
egli ha 3 code di cavallo. La divisione si
chiama ferikj un generale di divisione,
fcrik pascià, e con una coda di cavallo.
Jl reggimento si chiama alaijl colonnello
/////• <7////,che ha con se il lenente colonnel-
lo o luogotenente kaimakan begli. Ogni
reggimento consiste di 4 battaglioni, ta~
bur, di cui ciascuno viene comandato da
un maggiore,/;///? basei, cioè coma ndaule
diiooo. Il battaglione ha 8 compagnie,
bulhik, di cui la ^..* è sempre composta
di cacciatoli, ed ognuna viene comanda-
ta da un capitano,/*/.? lasci, de'cento, e
si divide in io plutoni, di cui ognuno ha
un basso uifiziale,o// /><7.sr/,de'dieci.L'///.9e
Z>tf.sc/,de'venti,sergente,cornanda 20 uo-
mini. Fuor di questi vi sono nella fante-
ria 2, nella ca valleria 4 mulassim, lenenl i,
in ogni compagnia, e ^ciaus, messi per
spedire gli ordini. I gregari si chiamano
uefer, la musica meterliane. Ogni bat-
taglione ha due aiutanti maggiori, un a-
iutante d'ala e l'alfiere; ogni reggimento
ha inoltre un commissario di guerra, a-
laiimi, che ha il rango degli uiliziali sta-
bali.II reclutamento si fa di regola a sorte;
il servizio era prima a vita, fu però dal
i843 fissato a 5 anni. Le principali for-
tezze sono: Vidino, Silistria, i di cui ba-
stioni furono demoliti neli837,Seiumla,
Varna, le cui cittadelle però,come la mag-
gior parte delle fortezze del Danubio, si
trovano in pessimo stato, Scolari, Zvor-
nik, Bihacz, Banjaluca e Candia. Si pon-
no qui annoverare anche le fortificazio-
ni che difendono l'Ellesponto e i Darda-
nelli, e lo stretto del tiosloroo di Costan-
tinopoli, come pure la catena di monta-
gne del Balkan, che da ponente verso le-
vante in linea paralellacol Danubio for-
mano il baluardo principale dell'impero
contro gli attacchi del Nord. Oltre di ciò
i turchi hanno diritto di tenere una guar-
nigione nell'importante fortezza di Bel-
grado nella Servia. A garanzia contro i
montenegrini furono fabbricati nel 1849
tra l'adgorizza e Spux nell'Albania due
torri forti. Forze marittime. Queste am-
TUR
montavano a i5 navi, 16 fregate, 33 cor-
vette, brick e scunner, e Si navigli mi-
nori. Nel 1849 s' costruirono a Costan-
tinopoli 3 nuovi vapori, indi la Porta fe-
ce costruire in Inghilterra un piroscafo
della forza di 200 cavalli. Neil' arsena-
le di Costantinopoli furono anche rifab-
bricate e varate una fregata e una cor-
vetta assieme con 170 cannoni. La ma-
rina, come già rilevai, sta sotto il ka-
pudan pascià grande ammiraglio, un am-
miraglio e un contr' ammiraglio. I prin-
cipali porti alle coste europee sono: Co»
stantinopoli, Gallipoli, Varna. Neil' AL
manacli de Gotha pour l'amwci$55 si
dice: Armata. Feld maresciallo, miichir,
comandante de'corpi, ordou.fl 1. "guardia
imperiale; 2.0 armata di Costantinopoli
comandala dal seraskierej 3.°armata di
Romelia comandata dal visir e generalis-
simo dell'armata del Danubio; 4.° arma-
ta d'Anatolia; 5,° armata d* Arabia; 6°
armata d' Irak, come le precedenti co-
mandata da un pascià. Marina. Capii-
dan pascià grande ammiraglio; lo stato
maggiore generale comprende 5 ainmi-
ragli , feriki bahriì. '• ; 3 vice-ammiragli,
bahrir Uva ci j 8 con (c'ammiragli, bahrfe
mir-alai. Ora dicesi che le forze militari
della Turchia, non comprese le navali, de-
vono in tempo di pace ascendere a 1 00,000
uomini, secondo il piano di riforma. Que-
sta divide l'armata in 40, 000 soldati di fan-
teria, 4o,ooodi cavalleria, 20 o 3o,ooo
d'artiglieria e genio, e vi si aggiungono
4o,ooo gendarmi. Fino alla formazione
della gendarmeria, le truppe di linea sa-
ranno incaricale della conservazione del-
l'ordine in tutte le provincie dell'impero.
Le nuove linee di navigazione a vapore
vanno per esserestabilite. La flotta ad elice
è in via di progresso,esi spediranno diversi
officiali di marina in Inghilterra per com-
pletare i loro studi. 11 famoso stendardo
di Maometto, Bagiarac, alla di cui co m-
parsa tulti i turchi piegano la fronte, ne*
secoli passati bastava mostrarlo agli otto-
mani per sedare qualunque sollevazione,
TUR
ovvero animarli a valorosamente combat-
tere. Imperocché era ferma opinione ne'
tmclii, che quelli i quali non si poneva-
no sotto quell'insegna, quando si spiega-
va, non erano poi protetti nelle loro an-
gustie e disgrazie da Maometto. Ma in se-
guilo non più fu sufficiente la produzione
dello stendardo a frenare le insurrezioni
e i tumulti. Sono insegne militari le mez-
ze lune, e le code di cavallo, che sovra-
stano gli stendardi, effettive o dipinte con
ogni colore, tranne il verde. Allorché il
sultano recasi alla guerra, porta 7 code,
perchè secondo i turchi il mondo è diviso
in 7 parti, delle quali il sultano è padrone,
perciò lochiamano Padrone di tutti i Re.
L'origine dell'insegna della coda di ca-
vallo, dice l'Abbondanza, si pretende deri-
vata da una disfatta da'eristiani data a'tur-
chi, nella quale questi avendo perduto le
loro bandiere coll'insegna della mezza lu-
na,il serasckiere tagliò colla sciabola la co-
da a un cavallo e postala sopra una picca,
gridò pel campo;Chi mi vuol bene,mi se-
guiti. 1 turchi così rianimati, ripreso co-
raggio e riordinatisi, con nuova battaglia
trionfarono. Quando nel serraglio impe-
riale si attaccano le code di cavallo, è se-
gno che l'impero ha la guerra e non si
levano che al suo line. Per rimunerare la
virtù militare, Solimano li istituì l'ordi-
ne equestre della Luna (V.), indi rinno-
vato da Selim HI, e si conferì pure a 'cri-
tifoni. A questa cavalleresca decorazione,
Mahmud li, per compensare i servigi e i
meriti de'personaggi distinti turchi ed eu-
ropei, sostituì l'altra equestre del Nisciati
Ijìiliar (/ r.); altra simile decorazione del
Nisrian istituì pure il bey di Tunisi (F.)
Àhmed. Ambedue si conferiscono anco-
ra a persone d'ogni nazione e religione,
inclusivamente a'vescovi, sacerdoti e re-
ligiosi cattolici. Il regnante sultano Ab-
dul-Medjid-Khan ha istituito l'ordine e-
questre imperiale, dal suo nome chiama-
to Medjidu', e lo conferisce eziandio ad
ogni persona che crede meritarlo, senza
riguardo alte nazione, al culto e al grado,
TUR 23 1
comechè da lui destinato a premiare i ser-
vigi prestati nelle varie funzioni del go-
verno imperiale, ed a favore del medesi-
mo. La Gazzetta dello Stato verso il set-
tembre 1 852 ne pubblicò il regolamento.
In questo si dice essere l'ordine di Me-
djidiè posto sotto il patronato speciale
del sovrano, e comprende 5 classi distinte.
Le nomine hanno luogo per tutta la vita.
Il numero de'membri è limitato a 5o nella
1 belasse, 1 5o nella2.a,8oo nella3.a, 3ooo
nella 4-* e 6000 nella 5\ Gli stranieri o-
norati dal sultano di questa decorazione,
non vanno compresi in tali numeri. Il
sultano si riservò il potere illimitato d'ac-
cordar l'insegne d'una delle varie classi,
dichiarando inoltre che ninno potrà es-
sere proposto alla nomina del Medjidiè se
non ha servito il governo durante 20 an-
ni almeno in tempo di pace se militare,
e in qualunque tempo se impiegato civile.
I funzionari di qualsiasi grado , che ve-
nissero accusati di tradimento, tanto in
parole che in azioni verso il governo im-
periale, di concussioni e malversazioni, di
furto e di assassinio , e condannati alla
meritata pena, perderanno la decorazio-
ne, di cui fossero stati insigniti. Lo stesso
sfregio sarà fatto a'militari accusati di de-
litti che incorrono la pena della depor-
tazione a vita, non che a quegli ufliziali
subalterni e gregari che avessero alzata
la mano contro i loro superiori, commes-
so un furto o un assassinio, ovvero di-
sertato. L'organizzazione finanziaria del-
l'impero ottomano, secondo l'ultimo ri
cordato almanacco imperiale, è eguale
all' amministrativa. In ogni governo un
def tardar, ricevitore generale : in ogni
suddivisione un mal-mudiri, pagatore e
ricevitore particolare. Ne' distretti i mu-
dir dirigono la parte amministrativa e
Ja finanziaria. Gl'introiti ordinari da qual-
che anno variano da'i5oa'i72 milioni
di franchi. Ecco i fonti degl'introiti. De-
cima, 5o,6oo, 000 franchi; imposta fon-
diaria, 46,000,000 ; karadi o testatico,
9,200,000; dogane,i 9,760,000; impo-
23* TUR
ste indirette, 34,000,000; tributo del-
l' Egitto , 6,900,000 ; della Va lacchili ,
460,000; della Moldavia, ?.3o, 000; della
Servia , 460,000. Totale 167,610,000
fianchi (da un'altra statistica apprendo
che il solo testatico de'cristiani e de'giu-
dei ascende a 46 milioni di piastre tur-
che). Le spese ascendono a 1 59,252,000
franchi, di cui 1 7,25o sono assorbiti dal-
la lista civile del sultano;44}°,5o,oooda-
gl'impiegati; 69,000,000 dall'armata di
terra; 8 ,62 5,ooo da Ila marina; 2, 3oo,ooo
dagli all'ari esteri; 2,3oo,ooo da' lavori
pubblici; 12,995,000 da'vaeoufo per le
moschee e pie fondazioni ec. Totale delle
spese i59,252,ooo franchi. Dunque re-
stano dagli introiti 8, 358, 000 franchi ,
ma vi è il debito pubblico. Se nel i 833
era di 160,000,000 di franchi, immensa-
mente fu aumentato per le tatite progres
sive riforme, e precipuamente per l'ulti-
ma e terribile guerra d'Oriente,della qua-
le parlerò in fine. Diversi scrittori narra-
no che vi avrebbero da essere due tesori
in Costantinopoli. quellodeirimpero,che
non potrebbe essere divertito dal sultano
neppure ne' bisogni pressanti, né speso pe'
6uoi particolari interessi; ed il tesoro del
sultaiiOjdelqualeegli dispone a suo piace-
re. Quanto a quest'ultimo, ogni sultano è
solitodi formarne uno particolare durante
il suo impero: fu Maometto II che comin-
ciò; dopo di lui regnarono almeno 2 5 im-
pera tori,per conseguenza dovi eljbero sus-
sistere 26 tesori in moneta, che alcuno
volle calcolare 480 milioni, non compresi
gli oggetti preziosi, ed i presenti falli a
tali principi, i quali pure si pretesero cal-
colare a 4o milioni. Calcoli tutti oscuri
e incerti, e le guerre e altri bisogni pro-
babilmente gli avranno assoibiti , altri-
menti non si sarebbe formato 1' ingente
debito che gravila sull'impero ottomano.
Un tesoro privato de' sultani copioso di
oggetti preziosissimi indubitatamente esi-
ste, poiché il regnante sultano nel luglio
i856 ordinò che si mostrasse al mare-
sciallo Pel issi er , e racchiuso nel palazzo
T U R
di Top-Kapou. Fu pertanto condotto al
chiosco di Bagdad i belli «ima costruzio-
ne d'Amurat IV, che sorge nel punto cul-
minante del vecchio serraglio. L'imma-
ginazione non saprebbe creare un luogo
né più grazioso,nè più ameno, il cui iftlen*
dorè porge un'idea delle ricchezze e del
lusso di Costantinopoli dal XV al XVII
secolo. Al di dentro e al di fuori è rive-
stito di maiolica inverniciata di Keachi,
che le più belle fabbricavano in Rachan
di Persia. Tutte le porle, gli assi e gli ar-
madi sono di cipresso, incrostati d'avo-
rio e di madreperla arabescati. Fu mo-
strato al maresciallo il trono diKei-Kaus,
sultano di Koniah del 1 245 , circondato
da tende ricamate con perle e smeraldi,
oggidì collocate nelle vetrine. La sedia
d'argento è ricoperta di smalti i più (ini,
con disegno il più grazioso riproducente
la forma de'troni degli antichi redi Per-
sia. È coperto d'un tappeto di broccato,
e i cuscini sono di velluto rosso, rica-
mato con pietre preziose. Neil' armadio
vicino si vedono lo scudo e la sciabola por-
tali dal sultano AmuratIV nel suo trion-
fale ritorno a Costantinopoli, dopo la spe-
dizione di Persia. Le armi sono d'oro, e
levano la vista per la moltitudine de'dia-
manli. Vicino trovasi il forziere in cui sta
racchiuso il Corano, che il sultano Soli-
mano portava seco nelle battaglie. Il di
sopra è coperto di pietre preziose, fra le
quali è una turchina in forma di man-
dorla lunga due pollici e larga due dita.
All' estremila del cordone del forziere vi
è uno smeraldo grande quanto un uovo
di gallina. Un altro armadio contiene le
pinme,che i sultani ponevano ne'l tubanti
di ceremonia.Gli smeraldi, i rubini, i dia-
manti sono d' una dimensione e d' uno
splendore meraviglioso, e si può afferma-
re, che in Europa poche gioie pouno ad
essi paragonarsi, cioè a quelle lasciate da-
gli antichi sovrani della famiglia degli O-
smani. Vi sono lazze di diaspro, vasi ci-
nesi, antiche slolfe, una moltitudine d'ar-
mi di metalli preziosi, di faretre e d'ur-
T U R
ini moderne bellissime e ricche, ed una
numerosa collezione d'orologi del secolo
XVII donati da 'sovrani d'Europa. Nella
biblioteca del serraglio, costruita dal sul-
tano Achmet, fu mostrata al maresciallo
la collezione di mss. orientali,clie invano
si potrebbe cercare altrove. L'antica sala
del trono ha il baldacchino e cammino
coperti di placche d'argento a niello, nel-
le quali sono incassate turchine, agate e
granate. Anticamente il tesoro del sulta-
no si custodiva nel castello delle SelteTor-
ri, che poi divenne carcere di personag-
gi, di ambasciatori e di sultani deposti.
Ogni pascili deve dare ogni anno al te-
soro certo numero di borse, ciascuna delle
quali si crede valutare i5oo fianchi, e si
dice che i pascià governatori per lo più
vessano i loro soggetti per ottenere il dop-
pio di quanto hanno da pagare. Si parla
ancora d'avanie e balzelli arbitrari che
ancora si esigono sopra i negozianti greci,
cristiani, ebrei, armeni ec, oltre i diritti
di dogana. La moneta turca, che alle al-
tre serve di tipo, è il pezzo d'argento di
4o para che i turchi chiamano grus'n\
linguaggio comune, e aslandi in termi-
ne tecnico. V aspro è ili. "elemento della
moneta turca ed è la 60. a parte d'un fran-
co ed un 3.° di para; il beslik è il più.
piccolo pezzo d'argento, che vale 5 pa-
ra; Yuluk è un pezzo di 1 o para. L'fir-
milik vale 20 para; Yizlole semplice 20
para; Vizlote nuova o grust e nel com-
mercio franco la piastra propriamente
detta (la pi astra ^monetina d'argento qua-
si simile al grosso romano, un tempo a-
vea il valore nominale d'8 paoli, ma ora
vale circa 4 baiocchi) \a\e^o para; l'alt-
mislik fio para; Yyusluk 1 00 para. Le
monete d'oro sono il zecchino funduklì,
il zcr/nahbub ed il meshir : il zecchino
funduklì pesa 1 7 carati, il zermahbub 1 3
carati, il meshir battuto al Cairo vale un
po' più della metà del funduklì.
I turchi prima della civilizzazione, che
progredisce in molle parti del vasto im-
perOjpreseulavauo un miscuglio e contra-
T U R 233
sto di barbane, di superstizioni e di belle
doti. Per lo più peggio de'turchi e pes-
simi sono i greci scismatici rinegati, e al-
tri cristiani ohe obbrobriosamente abban-
donarono per le loro passioni il cristia-
nesimo per abbracciare il maomettismo.
Ne'secoli passati molti rinegati lo furono
per violenza de' turchi intolleranti, col-
l'alternativa della morte o di riconosce-
re Maometto. Siccome molli di tali rine-
gali erano colli e civilizzati, così perven-
nero a eminenti cariche, massime se pei*
ambizione e orgoglio prevaricarono. Si di-
cono turcopoli i nati da un turco e da una
greca.Egual mente peggiori de'turchi sono
molli degli ebrei abitanti in Turchia. In
somma gli scrittori menofavorevolia'tur-
chi, sebbene li chiamino nazione fiera e su-
perba, nelle prosperità indomabile, nel-
l'avversità trattabilee mansueta, checon-
fida nella moltitudine, più facile a lasciar-
si vincere dall'oro che dall'armi ; lutta-
volla credono migliori i turchi nativi, che
i cristiani rinegati e gli ebrei. Rilevasi da-
gli storici e geografi che ne studiarono i
costumi, i quali ripeto vanno modifican-
dosi per le salutari introdotte riforme,
massime in conseguenza dell' eclatante
guerra d'Oriente, essere i turchi indolen-
ti nella pace, e diventano furiosi quan-
do la guerra ne susciti l'irritazione e l'an-
tico valore, sopportando tutte le priva-
zioni con mirabile abnegazione e corag-
gio. Il suicidio è raro tra' turchi, siccome
pienamente conlrarioal dogma della pre-
destinazione sì generalmente ammesso
tra'maomettani. Oppressori e rapaci, in
generale, co'rajà sudditi cristiani o ebrei
che pagano la capitazione , a un tempo
sono onesti co'forastieri; distruggono vil-
laggi, e fondano ospedali; rispettano i lo-
rogiuramenti, e calpestano i principii del
diritto pubblico, non però l'ormai illu-
minato governo e la classe elevata, dopo
che vari magnati neli' ambascerie o ne'
viaggi all'estero, e nell'educazione rice-
vuta da'loro figli in Parigi, in Londra e
in altri luoghi, imitano la eivilizzazioue
a34 TUR
europea, perfino nella più raffinata edu-
cazione e coltura. Sensibili al putito d'o-
nore, sono d'ordinario alla pietà inacces-
sibili; affezionati alla monarchia, depo-
sero e talvolta con frequenza sgozzarono
i sultani, die alla loro volta furono cru-
deli e tiranni , capricciosi e prepotenti.
Grossolani e sensuali nell'idea diesi for-
mano de'piaceri, pure sono ne'piaceri stes-
si moderati, e passano senza mormorare
dal seno delle voluttà alle privazioni più
penose. Sono buoni genitori, anche buo-
ni mariti, quantunque sia presso di loro
permessa la poligamia ; ed un harem o
serraglio è per la maggior parie piuttosto
un oggetto di ostentazione e di lusso. Nel-
le vendette loro atrocissimi, spingono ta-
lora fino all'eroismo l'esaltazione dell'a-
micizia. Il coraggio loro manifestasi ora
per una temerità cavalleresca, ora per una
indifferenza stoica; tanto in calma nel
sacrifizio della vita, come nell'eecidiodeb
le loro vittime, si considerano in ogni oc-
casione, come gli umili schiavi ei mini-
stri terribili d'un'inflessibile fatalità,. Por-
tano i Im chi al più alto grado il fanati-
smo religioso; ospitali e magnifici pero-
slentazione, gravi e serii perabitudine,dj-
sdegnosi, vani, ambiziosi, sono avidi di
ricchezze senza tuttavia avere lo spirito
mercantile. La buona fede che vantano
essi ha origine nel sentimento che nutro-
no di loro pretesa superiorità, e la libe-
ralità della quale si gloriano ha per base ,
l'orgoglio. Sono gravi e alquanto taci-
turni; uniti tra loro in conversazione,
sovente trascorrono delle ore senza che
alcuno pronunzi parole. L'aspetto de'tur-
chi è generalmente vantaggioso, come na-
ti dalle più belle donne; occhi neri, naso
aquilino* forme ben proporzionate, pro-
ducono un bell'insieme, al quale perfet-
tamente couviensi un vestire che tiene il
mezzo tra l'abito stretto dell'europeo e
gli ampi panneggiamenti degli asiatici.
Tale vestimento consiste in una camicia
senza collo, calzoni larghissimi che scen-
dono fino alla noce del piede, un giusta-
TUR
core a maniche strette, assettato con lar-
ga cintura; sopra tutto portano una lar-
ga veste,aperla davanti e amplissima,d'un
panno leggero d'indiana o di seta. Por-
tano i turchi la barba e i baili, colla te-
sta rasa per comando espresso dh Mao-
metto, cioè i vecchi turchi tenaci di tale
osservanza, gli altri portando capelli al-
l'europea. I medesimi acconciatisi la te-
sta con una calotta alla greca di tela o di
lana, coperta da un berretto assai alto di
panno o velluto, intorno al quale pon-
gono una fascia di mussolina; ciò forma il
turbante. USagredo racconta che Organo
2.° sultano de'turchi ordinò, che i pascià e
le persone graduate portassero grandi ber-
rettoni bianchine la milizia popolare rossi,
Aggiunge che i turbanti divennero comu-
ni soltanto dopo la presa diCostantinopoli
d'ordine di Maometto II e in segno di li-,
curetta; volendo con essi significare, che
con sì importante acquisto avesse rasso-
dato l'impero, e piantata con istabili radi-
ci l'ottomana potenza e grandezza; e col
farli circondare di lascia in forma roton-
da, volle alludere che i turchi, siccome
aspiranti alla monarchia universale, a-
vrebbero colle armi attorniata la terra
e dominalo il mondo. Il turbante trae
la sua origine dagli antichi asiatici ; ed
il Bernino dice che 1' usarono talvolta
anche le donne romane, come s. Silvia
madre di s, Gregorio I. Gli emiri diesi
vantano della razza di Maometto, dis-
si che pollano un turbante verde, pri-
vilegio che quanto al colore essi soli go-
devano tra' turchi, oltre gli sceik,' in me-
moria di quello pure interamente verde
usato dal profetajpoichè i turbanti degli al-
tri lui chi sono d'ordinario rossi,con un eu^
fiato o cercine bianco. Il turbante del sul-
tano era della grossezza d'uno staio, or-
nato di 3 piumini, con pietre preziose,
due piumini usando il gran visir, uno gli
altri ufficiali, i subalterni non potendo-
ne usare alcuno. Il cercine del turbante
de'turchi è di tela bianca, quello de'per-
siani di lana rossa o di talfellà bianco n*
T U R
gaio eli rosso. Sofì re di Persia , ci»* ert
della setta d'Aly, fu i!i.°che adottò* quel
colore per distinguersi da'turchi della set-
ta d'Omar I, e che i persiani al pari di
tutta la setta d'Aly riguardano come e-
1 etici del Maomettismo. Di tutti i colori
quelli che maggiormente convengono al
mussulmano, sono il bianco, il verde e il
nero, in virtù delle parole di Maometto;
cioè il color bianco è il più felice di tutti,
il verde era il colore prediletto dal pro-
feta degli arabi, tali essendo le vesti che
usava nel venerdì , e perchè finalmente
esso il sedicente apostolo di Dio, nel gior-
no del conquisto della Mecca fece la sua
entrata solenne nella santa città col tur-
bante e l'abito nero. Gli ottomani nel-
l'origine della loro monarchia non por-
tavano che berretti di feltro, ed è ancora
l'ordinaria acconciatura delle numerose
popolazioni delTurchestan,e della Tarta*
riaove parlai di tal paese e de'turcomani,
maomettani della setta de'sunnili avversa
a'persiani : questo berretto era comune a
tulli. Mahmoud II in vece introdusse il
berretto alto chiamato fes o fez, e rosso lo
dièa'soldati turchi invece dell'antico tur-
bante, il quale è tuttavia usato da que'
turchi tenaci degli antichi costumi e con-
trari alle progredienti riforme. Il berretto
fes o fez prese questo nome dal luogo don-
de originò e dove principalmente si fab-
bricano, cioè in Fez o Fes provincia della
Barbarla nell' impero di Marocco, e già
regno possente e florido sotto i calilli. Con-
siste la calzatura de'turchi,osservanti i co-
stumi antichi, in una semplice pantofola,
oin iscarpe ordinarie, o in islivali di mar-
rocchino giallo e rosso. Il resto de* tur-
chi vestono interamente all'europea, né
si distinguono che pel berretto fes o fez.
Le donne portano camicie di taifettà ver-
de o chermesino, aperte davanti, ma am-
pia e incrociate; di sopra mettono una lar-
ga veste di tela stampata o di seta legger-
mente ovattata; il busto viene stretto da
una cintura eleganle,ed hanno inoltre una
2.a veste, aperta anch' essa, di seta o di
TUR. 235
velluto, con ricami d'oro e d'argento. Le
scarpe sono di marrocchino più. o meno
sfarzosamente ricamale. Portano i ca-
pelli slesi o intrecciati, con una specie di
corona ducale di drappo d'oro odi rica-
mo, coperta da un velo di seta, di velo
o di mussolina; hanno pure ricche colla-
ne e braccialetti di perle, corallo o dia-
manti. Le donne non escono mai di casa
senz'essere velale, del resto godendo li-
bertà. Non solo nel berretto, ma anche
nel rimanente delle vesti,i principali tur-
chi variarono le usanze, e di molto si av-
vicinarono al vestire degli europei. Nel
declinare del 1846 Mehemet-Alì viceré
d'Egitto portatosi a Costautinopoli,adot-
tò la foggia delle nuove vestimenta; indi
appena tornalo ne'primi del 1847 in E-
gitto, appresso il suo esempio tutti i pa-
scià, i bey, gli altri grandi della cortee-
giziana, ed i principali ulìiziali si allreU
tarono di vestir l'abito costantinopolita-
no, laonde in breve anche nell'Egitto si
operò la mirabile trasformazione, con pe-
na de'vecchi turchi avversi alle nuove ri-
forme e al progresso , perciò anch' essi
chiamali retrogradi e oscurantisti. Abben-
chè tal foggia di vestire presso alcuni non
fu trovata orientale e caratteristica, pure
a'più illuminali sembrò inconveniente di
assai piccolo momento, nel riflesso del-
l'immenso buon efFetto morale, che ri»
spello all' incivilimento e al buon prò-
gressodovea recare siffatta mutazione. Per
essa la Turchia e l'Egitto, divisi sino al-
lora in questo come in altri punii, si av-
vicinarono sempre più non solo all'ester-
no abbigliamento, ma a' costumi e alle
idee de'popoli europei. L'introdotto inci-
vilimento influirà ancora a rimuovere ìa
Superstizione presso i turchi, in diverse
cose ene'cibi,erroneamente ritenendo in-
frangere il digiuno colla fragranza degli o-
dori. Abboniscono di mangiare certa sor-
te di pesci, che ritengono immondi, così
le ranocchie, le lumache e le testuggini;
raccolgono premurosamente i brani di
carta gettati per terra, perchè in essa si
a3G TUR
scrive il nome di Dio, e le fogliedelle rose
ci «olendole nate dal sudore di Maometto.
Tengono per impuri i cani, non lascian-
doli entrare nelle moschee, e in vece ac-
carezzano i gatti reputandoli piùcasti,al-
nii'iio palesemenlr;perù se una cagna par-
torisce, le prodigano le loro cine, ne pon-
ilo vedere maltrattare gli animali, e con
ragione. Mangiano ogni sorta di carne,
tranne quella di porco; non tutti i legu-
mi. In generale mangiavano senza ado-
perare coltelli e forchette, cibandosi se-
dendo in terra su tappeti. E ad essi vie-
tato di bere il vino, e la legge punisce con
32 bastonate chi a tal precetto contrav-
viene; la bevanda ordinaria dovrebbe es-
sere l'acqua pura o temperata con qual-
che sciroppo o col miele, nondimeno fan-
no uso d'ogni bevanda, massime del caffè.
Coricami di buon'ut a e si alzano col sole,
dormendo alquanto dopo pranzo. I tur-
chi sono maomettani della setta di Omar
]; regola di loro lede è il Corano, misto
di dottrine vana e assurde, di precetti gra-
vi e frivoli, fra i cui numerosissimi inter-
preti detonai ricordare i sofia. Numerati
sono le leste foro, e rigorosamente l'os-
scrvanOjCOinechè scrupolosi seguaci della
legge e delle prescrizioni dell'Alcorano.
La più solenne fèsta è il Bayram, e co-
me una pasqua la celebrano dopo la qua-
resima del liamazan , digiuno che dura
3o giorni, ne'quali da'crepuscoli del mat-
tino fino al comparire delle stelle non-
ponno i turchi prendere alcun cibo o be-
vanda, neppure un sorso d'acqua, anzi
neppure fumare il Tabacco {}' .). Il Ra-
mazau non ricade sempre nella medesi-
ma stagione, ma varia secondo il giro de'
mesi, alcune volte cadendo nell'estate o
nell'autunno. Due però sono i Bayram
che devono celebrare i turchi, il Bayram
Rupie o maggiore che ha luogo dopo illla-
mazan, e il Bayram Cutzug o minore ch'è
in arbitrio l'osservarlo, e sogliono farlo
i religiosi turchi, e i più zelanti e scrupo-
losi maomettani che desiderano qualche
grazia speciale da Dio, perciò dicesi il
TUR
Bayram de' religiosi. Il Bayram Bnjuc du-
ra 3*giorni, ed iu questi più che in tutto
il rimanente dell'anno si fanno da'mao-
mettani limosine secondo la propria pos
sibilila, in denari o generi. Da que'di li-
mitate sostante si procura nel decorso del-
l'anno di porre in disparte denaro e al-
tro per celebrare piìi allegramente il Bay-
ram. In occasione di questa solennità si
riconciliano le dissensioni, e in segno di
cordiale pacificazione si fanno vicende-
voli donativi. La collera de'turchi dii.°
impeto è pericolosa, indi sono facili a pa-
cificarsi. Talvolta però ne'doni si nasco-
se la vendetta con oggetti avvelenati.Chia-
masi Duhalm la festa che ha luogo per
lutto l' impero, per la nascita del chez-
adè o primogenito del sultano, come ere-
de presuntivo del trono, per una gran vit-
toria riportata, per una pace fatta, per la
ricuperata salute del sultano da grave io-
fermità,e per altre liete circostanze. L'Ab-
bondanza che scrisse favorevolmente de'
turchi, dice che non è vero ch'essi adori-
no Maometto per un Dio, come affer-
marono alcuni, ma riconoscono e adora-
no il vero Dio, cioè il Padre creatore e
signore dell' universo, e lo confessano in-
defettibile, santo, giusto, misericordioso,
onnipotente; che castiga, premia , prov-
vede e spoglia (ma quello che non rile-
va l'Àbbondauza, del torto che nel Co-
rano si fa a Dio, del fatalismo che con-
tiene, delle dottrine protestantiche e al-
tro riprovevole, Io farò a suo luogo). Bensì
tengono Maometto per un gran profeta
mandalo'da Dio al mondo per insegna-
re agli uomini tuttociò che non aveano
insegnalo, ne predicalo gli altri legisla-
tori. Hanno ancora venerazione per Gesù
Cristo, riputandolo altro profeta e apo-
stolo di Dio, e assai favorito dal cielo. Os-
serva il Sagiedo nelle Memorie de mo-
ndichi Ottomani ', che i turchi dicono che
3 sono siali i grandi profeti mandati da
Dio in terra: Mose, Cristo e /Maometto.
Che ah.° die la legge per ammaestrare;
al 2.° i miracoli per convertire; al 3.° la
T U II
sciabola per debellare. Credono che la B.
Vergine dopo l'annunzio dell' arcangelo
Gabriele restò incinta di Gesù senza uma-
no commercio,anzi notai nel vol.LXXIII,
p. 53, parlando della dissertazione sulle
testimoniarne rese dal Corano a Ma-
ria Fergine, che in esso ancora trovasi
la credenza del suo Immacolato Conce-
pimento e di sua vita incolpabile. Credo-
no inoltre i turchi, che Gesù Cristo nel
giudizio universale sarà il giudice e 1' ar»
bitro; alfermando V Abbondanza , che i
turchi non ricevono uella loro setta gli e-
brei, se prima non si sono fatti battezza-
re, ed abbiauo pubblicamente professala
la religione cristiana. Dice poi, che i tur-
chi degli stati di Solimano padre di Or-
togulo e avo di Ottomano I erano ido-
latri, e sul fine del secolo XIII abbraccia-
rono il 3Iaomettismo) per l'esempio che
die ad essi Ortogulo loro signore. In tale
articolo ragionai della religione óeWJsla-
misino formata da Maometto, con mo-
struoso miscuglio di cristianesimo, giu-
daismo e gentilesimo, il quale islamismo,
appena morto il suo fondatore, fu lace-
rato tosto da scismi e diviso in gran nu-
mero di sette. Dissi pure che la religio-
ne dell'islamismo si pratica senza sacer-
dozio e senza sagrifizi, poiché i summen-
lovali ministri della religione maometta-
na , sebbene equivalgano e da alcuni si
pretenda paragonarli a'sacerdoli, noi so-
no all'atto. IN è mancai di ricordare che i
Musulmani o Mussulmani propriamen-
te sono que'turchi, i quali più scrupolo-
samente osservano i precetti e i consi-
gli di Maometto, onde fra essi alcuni fan-
no professione di condurre una vita pia
e ritirala, benché il vocabolo comune-
mente si estenda cumulativamente su lut-
ti i turchi e maomettani, i turchi pe-
rò hanno più piacere d' essere appella-
ti Ottomani , per aver Ottomano 1 fon-
dato il loro impero. Tali mussulmani so-
no detti religiosi e santoni, ed anche cler-
visi o dcrvik. Questo vocabolo signifi-
ca povero , e siccome anche tra' mao-
T U R a37
metlani si riconosce che i religiosi devo-
no essere poveri , cos\ chiamano dervist
que'che tra loro menano vita di vota e so-
litaria, alcuni avendo anche conventi o-
ve vivono in comunità, con vita comune
e superiori imam. Predicano nelle loro
moschee, ed alle loro prediche interven-
gono per eccezione di regola generale le
donne, alle quali è rigorosamente vietato
di slare cogli uomini, che per parentela di
i.° grado o maritaggio loro non apparten-
gano. Dopo la predica segue la preghie-
ra. Qui ricorderò che i turchi sono ne-
mici delle Campane (F.), e non le per-
mettevano a 'cristiani anticamente,lemen-
do che potessero suonarsi per eccitare i
popoli a ribellarsi, onde nel conquisto del-
le città cristiane subito le toglievano dal-
le torri, convertendone il metallo in arti-
glierie, come si ha dal Cuspiniano , De
Turcarum religio. Per la stessa ragione
i turchi non ammettevano orologia ruota
colle campane, permettendoli però a'pa-
lazzi de'ministri delle potenze,oltre la cam-
panella. A Campanile e nel voi. LXXVIf,
p. 2g4> dicendo delle Ioni campanarie,
parlai delle torri e minareti delle moschee
de' turchi, donde i muezzin inservienti a
guisa di chierici(giusta il paragone d'alcu-
ni) nelle moschee, secondo il loro uffizio
5 volle al giorno annunciano al popolo
con Vezzan l'ora canonica della preghie-
ra, al che i turchi religiosamente ubbi-
discono in qualunque luogo si trovino.
Vuole Seldeno, Synt. e. 4) che Venere
Urania,o Venere Celeste, fosse rappresen-
tata da un quarto di Luna, quindi i mao-
mettani preselo l'uso di mettere sulle tor-
ri eminareti delle moschee le mezze lune,
come i cristiani vi posero la Croce,serven-
dosi di tali torri e minareti comedi cam-
panili, perchè il muezzin da essi in luo-
go di campana chiami il popolo alla mo-
schea ed a fare le preghiere. EutimioZi-
gabeno scrive in Panoplia, che fino da'
tempi di Eraclio del 6 io i Saraceni e-
rano dediti agl'idoli e adoravano Vene-
re, col nome di Cabar o Grande, e che
236 T U R
gl'Ismaeliti (/".) veneravano una pietra
clic rappreseutava il capo di Veneri-. Sri-
delio soggiunge, che Maometto foce ab-
bandonare il cullo d' Urania e la festa
Giuma sagra ad Urania Corniculata :
Urania o Venere Celeste, che non ispi-
rava che casti amori, era una delle due
gran divinila degli arabi, l'altra essen-
do Bacco. Gli arabi venerarono la Lu-
mi, come la più gran divinità del paga-
nesimo dopo il Sole, quindi tutti i mao-
mettani hanno una gran venerazione per
ia Luna; all'apparir di lei non manca-
no giammai di salutarla, di presentarle
le loro borseaperte,e di pregarla di farsi
the in quelle si moltiplichino le specie, a
misura ch'ella andrà crescendo. Da lutto
questo i maomettani fecero della Mezza
Luna o Luna nascente e crescente la prin-
cipale loro insegna religiosa , militare e
ci ▼ ile, quella dell'impero, e la posero an-
che sulle torri delle moschee. Nella con-
quista di Costantinopoli e di altre città
de'cristiani, i turchi profittarono de'eam-
panili o torri campanarie delle chiese per
fare iloro minareti, erigendo sopra di essi
alti e lorretlecon ringhiere più minute,ter-
minandole con piramidi altissime e colla
luna crescerle in cima. Gio. Federico Ro-
ber scrisse: De Lima Cor ni culata fami-
liaris juris insignì. Tornando areligiosi
dervis, vestono di grosso panno di color
mischio, con sopravveste lunga e quasi
sempre bianca, e portano una berretta di
pelo alla e pizzuta. Altri religiosi turchi
sono i santonijgli abdali, i rhcichl o scei-
ki e altri, i quali quasi tutti trattano fa-
miliarmente colle donne, o almeno i bei
fanciulli e le belle fanciulle, dicendo con
Platone che in un bel corpo dee alberga-
re una bell'anima. Techios dicesi il con-
vento nel quale convivono i religiosi tur-
chi,che hanno fallo voto di vita austera,
subordinali a'ioro superiori osceik, come
sono i dervis ed i santoni ec. 1 santoni, spe-
cie di religiosi turchi, in parte somigliano
a'dervis, e vivono anco in conventi sotto
l'ubbidienza de'superioii, ma nelle vesti
T UR
e portamento sono assai sudici e quan-
to il più misero mendico, mentre i tur-
chi in generale sono pulitissimi. Etti pu-
re l\uìì volte la settimana hanno nelle lo-
ro moschee la predica, e diversi divoti e-
sercizi, ripetendo coti frequenza e urlan-
do in circolo, tenendosi per la mano, II-
luhìi, cioè Dio e grande, mentre fanno
con diversi giri una specie di danza co-
me i dervis; poiché i turchi credono do-
vere nell'orazione essere l'anima tutta in
moto nel raccomandarsi a Dio, e cos'i il
corpo dovervi corrispondere per lodare,
pregare e riugraziareDio con fervore. Pro-
fessano la scuola di Platone, abitano an-
guste celle e dormono sulla nuda terra.
Essi come i dervis e altri recitano la co-
rona chiamata Tesimeli, A\ cui parlai nel
voi. XVII, p. iq4» 'a CUI forma somiglia
alla nostra Corona divozionale o Rosa-
rio, ma più lunga,essendo infilati nel cor-
doncino di seta 99 grani di legno sparti-
ti in 3 parti, ognuna di 33. In ogni gra-
no recitano un'orazione breve dell'Alco-
rano > o ripetono 1' Alluhh. I grandi e i
ricchi usano lesbuch d'ambra, di calcedo-
uia, di corallo, di perle. Gii abdali sono
una sorte di religiosi più austeri de'der-
vis e de'santoni, ma non hanno conventi,
ne regola, né superiori. Con ischifosa sel-
vatichezza pretendono provare la santità
di loro vita, mangiando, bevendo e dor-
mendo dove loro riesce esigere venerazio-
ne e carità. I cheik o sceik sono i capi
dellecomunilà religiose esecolari, e i dot-
tori distinti, non che i predicatori delie
moschee in giorni stabiliti, e lo sceriffo
della Mecca è il capo degli sceik. Altri reli-
giosi turchi sonoi Bectaschites, così det-
ti dall'istitutore Bectasch predicante d'A-
murat I, allorquando vinse \\ De spota del-
la Servia. I giannizzeri ne professavano
l'istituto, e per contrassegno dal loro tur-
bante pendeva sulle spalle una manica
lunga e stretta. Altra specie di beclaschi-
tes si chiamano Zeratiles o Munscondu-
ren, ma divennero empi , poiché senza
scrupolo commettevano ogni sorta d'in-
TU tt
cesto. Pare che tutti i bectaschites non più
esistano. Izrevi o Erevi fondò un or-
dine di religiosi turchi. Dicesi eh' egli si
mortificava con continui digiuni, e pian-
geva amaramente i peccati che credeva a-
ver commesso, e che gli angeli discende-
vano dal cielo per consolarlo. Izrevi era
m dotto chimico, e i suoi discepoli rac-
contano che possedeva il segreto di far
l'oro, che regalava a quelli che entrava-
no nel suo ordine. Umile, umano, carita-
tevole, esercitava gli uffizi più abbietti di
sua comunità, e fondò gran numero d'o-
spedali o imar, ove si curano i turchi che
non ponno farlo nelle proprie case. La sua
gran soddisfazione era il comprare le in-
teriora di vitelli e di castrati, per nutri-
re gli animali privi di padrone e d'asilo.
Questa è la sola azione tl'Izrevi, chei suoi
discepoli imitano, nel resto essendo orgo-
gliosi, libertini, avarie infingardi. Porta-
no inoltre l'empietà a seguo di dire, che
per servire Dio bisogna essere ipocondria-
co o pazzo. Vi sono finalmente i marabu-
li ministri del culto maomettano di setta
particolare, sparsi per tutta l'Africa e ve-
neratissimi fra'mori e gli arabi. Sono di-
visi in 3 ordini: il i.°èausterissimo, pende
al panteismo, e dopo alcuni anni di rigo-
re sommo si fa lecite le più nefande osce-
nità; quelli del i.° si chiamano cabalisti
e riconoscono il d.1 Beni (mal primo isti-
tutore jquelli del 3.° appellatisi sunnachi-
sii ed anche terapeuti, vivono da misan-
tropi, ed hanno una mostruosa mesco-
lanza di dogmi. Ingenerale i marabuti
sono cattivi e solenni impostori, ignoran-
tissimi e dissoluti. Con tultociò godono
d'immenso credilo fra'mussulmani, pos-
sedono dappertutto case e terreni, ed an-
che interi villaggi e città: parte di loro
corrono cenciosi e quasi nudi in segno di
penitenza. 11 gran marabulo, ossia il lo-
ro capo supremo, risiede in Ardra provin-
cia del regno di Dahomey in Africa, nel-
la Guinea superiore, già regno possente.
Nelle moschee era vietato l'ingresso n'eri»
stiani, come a'turchi l'ingresso ne'tem-
T U R 239
pli cattolici; tuttavolta registrai nel voi.
XLVIll, p. 281, che neli494ne,'a co~
ronazione d'Alfonso II re di Napoli, tra
gli ambasciatori essendovi quello de'tur-
chi, all'offertorio fu avvisato d'uscir dal-
la chiesa. Le abluzioni e lustrazioni sono
frequenti in Turchia; non si pone mai un
cadavere ne\\aSepoltura( T .)sopra un al-
tro se non dopo 1 5oo 200 aunijcioè quan-
do il tempo ha cancellato la traccia del i.°
seppellimento; quindi la Turchia è coper-
ta di Cimiteri^ se ne trovano in mezzo a*
campi e alle lande, lungi dalle abitazioni,
in seno alle città riempiono gli spazi vuo-
ti intorno alle moschee; le tombe de'ric-
chi consistono in sarcofagi scoperti, sor-
montati da colonne scolpite e dorate. Nel-
le cappelle delle moschee giacciono le ce-
neri di qualche personaggio cospicuo in
virtù e santità. Tali sepolcri sono chiama-
ti Turbe, e quelli di fondazione imperia-
le principalmente, sono intonacali inter-
namente di vernice a guisa della maioli-
ca e porcellana, con molte iscrizioni in ca-
ratteri d'oro e per l'ordinario in versi ad
onore di Maometto. Ogni turbe ha 4o 6
custodi, e 1 o o 1 5 vecchi per leggere ogni
giorno il Corano pel riposo dell'anime di
coloro che vi sono sepolti. I settari Ka-
dezadeliti, istituiti da Burgali Elfendi, si
distinguono per alcune ceremonie che
praticano in ossequio dc'morti, e nell'o-
razioni che fjuno per essi. Alcuni credo-
no che il fondatore abbia imparato dai
cristiani rinegati l'orazione pe'morti, che
ritennero qualche idea confusa ilei Pur-
gatorio e de'sulfragi pe'defunti. Il Mar-
racci neìProdromit.s ad refuta lioiiem A l-
Coraiiì^av. 4, p. i5, spiega le ceremonie
praticate da'mussulmani in ossequio dei
morti; quante volte e come lavano il cor-
po del morto, gli abiti col quale lo rive-
stono, le funzioni che fanno, l'orazioni che
gli recitano prima le persone costituite in
dignità, poscia i parenti del morto. Indi
l'iman grida ad alta voce nell'orecchie del
morto: Che si ricordi che non vi è se non
un Dio solo ed un profeta. Veramente ciò
2.{o TUR
l'iman non dice al defunto, ma n! mori-
bondo, colla forinola o specie <li profes-
sione di fede, comune a tutti i mussulma-
ni: Che non vi è che ixn Dio solo, e che
Maometto è il suo vicario. Il lutto è sco-
nosciuto in oriente, perchè I' islamismo
vieta ogni segno di cordoglio verso i tra-
passali. I Lumi, generalmente parlando,
punto non risplendono sotto l'imperodel
Corano. V Anno è lunare, per conseguen-
za d'i i giorni minore del nostro, ed ha
principio successivamente in tutti i tem-
pi dell'anno; V Era da'turchi adottata è
quella dell'Egira o fuga di Maometto dal-
la Mecca, i 6 luglio 622. Difficilmente si
può formare un' idea, al dire di diversi
scrittori, dell'ignoranza de' turchi sino ai
nostri giorni, tranne poche eccezioni. Né
i turchi sono meno indietro per conto del-
le arti che per quello delle scienze e del-
le lettere, sicché i capolavori della Gre-
cia non poteauo cadere in mani più pro-
fane e più barbare. Ma le relazioni che si
hanno sui turchi, alcune sono troppo de-
primenti, altre troppo elogistiche; ciò (ac-
cio osservare, perchè raccogliendo nozio-
ni dalle une e dalle altre, non sia credu-
to talvolta in contraddizione, solo rife-
rendo imparzialmente. Il Matracci stesso,
che colle sue dotte investigazioni trattò di
ciascun punto, in certi particolari fu stra-
no. Le scienze furono assolutamente ne-
glette,secondo alcuni, nondimeno un non
piccolo numero di letterati possiede gli e-,
lementi delle matematiche e dell'astro-
nomia, e come dirò d'altre scienze; vi so-
no accademie e collegi, e pubbliche scuo-
le sono presso le moschee. La lettura of-
fre alcuni monumenti relativi alla teolo-
gia, alla storia e alla poesia, questa pe-
rò essendo piena d'iperboli esagerate. La
lingua turca non manca di armonia gra-
ve e severa: la buona compagnia ha un
linguaggio fiorito, nella composizione del
quale entrano l'arabo e il persiano.Osser-
va il Dizionario delle origini ', che secon-
do l'inglese Thornton, che visse i4 an-
ni a Costantinopoli e lasciò la pregiata o-
TUR
pera , Lo stato attillile della Tai'clti<ft
questa lingua considerata nella sua mag-
gior purità senza mescolanza d'arabo e
di persiano, non è che una composizione
secondaria, e manca del carattere esseu-
ziale d'una lingua madre, consistente nel-
l'essere per se stessa intelligente e ridu-
cibile a'suoi semplici elementi. Nullame-
no la sua pronunciamone è dolce e mu-
sicale, il che deriva dall'armoniosa dispo-
sizione delle sue vocali, le quali ne' casi
obbliqui e nelle altre inflessioni sono mo-
dulate in modo d'essere gradualmente de-
clinate, secondo una proporzionata scala
o misura. La sua costruzione è ingegno-
samente composta, e le sue trasposizioni
sono lontane dall'ordine naturale dell'i-
dee che si hanno nell' altre lingue. La
grammatica turca è combinata con tal
arte che sembra essere il risultamento d'u-
na profonda pratica de'principii delle lin-
gue in generale, e piuttosto appare com-
posta secondo il raziocinio de'filoso(i,ehe
in conseguenza delle accidentali combi-
nazioni d'un popolo selvaggio e privo d'u-
na specie di coltura. La lingua turca pe-
rò che si parla dal popolo, comechè ba-
stantemente copiosa per l'uso ordinario,
è sprovveduta di termini tecnici e di e-
spressioni per rappresentare le idee filo-
sofiche, perla cui sterilità si è dovuto im-
piegare parole arabe ed anche persiane.
Con tale unione di termini esotici, la lin-
gua turca scritta offre un'asprezza pedan-
tesca; ma parlata fra colte persone, 0 da
coloro iniziati nello studio delle lingue
araba e persiana, è scevra di quelle espres-
sioni e di que'modi forzali che sono am-
messi nella composizione. Allorché una
persona erudita parla familiarmente coi
suoi amici, invece d'impiegare que'modi
oscuri che sembrano indicare un idioma
barbaro, mancante di regole e di princi-
pii, fa uso d'un linguaggio leggiadro, pie*
no di bellezze, tanto per la sua purità e
de!icatezza,quanlo per la cadenza copiosa,
regolare e maestosa de'suoi suoni. Non vi è
certameule lingua maggio» mente alta al
TUR
dialogo; ma non si può formare un'idea
chiara e precisa della lingua turca, se non
conversando con una società colta e gen-
tile. Questo nuovo idioma, cui a grado a
grado si aggiunsero le ricchezze dell'ara-
bo e le dolcezze del persiano, dev'essere
sceverato dall'antico turco, proprio ora
soltanto al comune del popolo. Egli è poi
in questo idioma nobile ed armonioso,che
scrivonsi nell'impero ottomano i libri di
storia e le opere scientifiche, gli editti del
sovrano, gli ordinamenti de' ministri, i
decreti de'ti ibunali , finalmente tuttociò
che emana dalla cancelleria imperiale e
da'numerosi dicasteri degli affari pubbli-
ci. Tanto il turco, quanto l'arabo e il per-
siano,hanno un medesimo carattere,quin-
di uno stesso alfabeto,del quale e dellaZ/z/z-
gua a questo articolo ne feci parola; ma
la semplice cognizione de'comuni carat-
teri, non basterebbe ad un arabo o ad
un persiano per leggere ad alta voce un
ms. turco, e così viceversa, se primiera-
mente non abbia imparato il significa-
to de' termini di ciascuna lingua : tulta-
volta lo studio d'un anno è sufficiente per
imparare a leggere e scrivere l'arabo, e
circa 4 mesi per ognuna dell' altre lin-
gue; l'ortografia è infinitamente più sem-
plice e più conforme alla pronuncia, che
non sono per un italiano il tedesco e l'in-
glese. Non bisogna però credere che la
lettura delle 3 indicate lingue sia facile
ad ognuna delle stesse nazioni, giacche è
indispensabile una cognizione prelimina-
re de' 3 idiomi in qualsiasi leggitore. I
caratteri poi si varianoin io modi, perchè
ciascuno ha il nome e l'uso suo partico-
lare; laonde un perfetto amanuense o co-
pista non è nell' oriente una persona di
limitale cognizioni, ma è un calligrafo;
giacché oltre al sapere le diverse scrit-
turazioni, sanno cosi bene eseguire ogni
carattere, che l'occhio ingannato dalla
bellezza loro le prenderebbe per lettere
stampate o incise. Il più comune carat-
tere è il nesskhyt che s'impiega ne' libri
iuss. o stampati; il diwany è per le let-
VOL. IXXXI.
TUR *4i
fere missive, e segnatamente pe'pubblici
ministri, per gli editti e gli ordinamenti,
non che alle canzoni e agl'inni: tali due
caratteri sono maggiormente in uso pres-
so tutte le classi della nazione. Il siyra-
kath è riserbato al solo ministro delle fì-
nanze;il rik'ah, pe'memoriali e altri scrit-
ti di simil genere ; il talik è specialmen-
te consagrato alla poesia epica; il suluss
djerissy e il nesskhy djerìs.y, non servo-
no che agli epitaffi, alle leggende e alle
epigrafi; il diery è per le patenti e le let-
tere diplomatiche. L'antichissima lingua
araba, dopo la caduta dell'arabo impero,
non perdette il suo lustro, ma cessò d'es-
sere la lingua comune, e ad essa venne
sostituito il turco e il persiano. 11 turco
primitivo, poco ricco e meno armonioso
del persiano, è l'idioma del popolo nel-
l'impero ottomano, inquellodegli uzbeki
e in moltissime regioni dell'aita Tarlarla.
Il persiano, la cui pronuncia è molto più
dolce, è coltivato anche fuori della Per-
sia da tutti coloro che hanno mente per
la poesia, e si parla persino alla coi te di
Costantinopoli,sebbene le due nazioni sie-
no dissidenti, comechè i persiani sono se-
guaci d'Aly, e perciò mal veduti da'tur-
chi e da tulli i sunniti seguaci della set-
ta d'Omar. Niuna però delle due lingue
si avvicina alla ricchezza e maestà dell'a-
raba, il cui studio è indispensabile a qua-
lunque mussulmano, che voglia alquan-
to sollevarsi al di sopra del volgo, giac-
che r Ai-Corano e tutte l'antiche opere,
massime religiose, sono scritte nell'arabo
idioma. L'antichissima lingua araba è di-
visa in arabo letterale, ch'è la lingua del
Corano e de'dotti, e in arabo volgare. Co-
me la lingua più ricca d'oriente, ha un
numero strabocchevole di sinonimi, per
indicare la stessa parola. Sedevesi crede-
re al Lessicografo Arabo di Firouzaba-
di, vi sono iooo parole per indicare un
cammello e un lione,e 5oo per esprimere
una spada. Osserva il Rampoldi negli An-
nali Ottomani) ch'è un'opinione affatto
erronea tra gli europei, che la dottrina di
16
24» TUR
Maometto innalzasse un muto di bronzo
contro le scienze e i lumi, e che quel le
gislalore sia stato il più gran nemico che
abbia avuto la ragione umana, poiché a
solo detrimento delle scienze raccoman-
dasse o piuttosto imponesse una santa
ignoranza a'seguaci suoi.Troppecose giu-
ste e solenni ponno confutare tale pre-
giudizio, imperocché non vi sono titoli
fra'maomeltani maggiormente onorevo-
li, come quelli di dotto, letterato, avvo-
calo o scrittore. Colui che coltiva i buo-
ni studi, è ovunque rispettato, ed ei solo
può aspirare a'pubblici impieghi, per cui
e accademie e collegi trovatisi pure ovun-
que in grau copia, e sono assai frequen-
tati. I primi studi consistono nella gram-
matica, nella retlorica, nella poesia, uel-
la filosofia e nella giurisprudenza : la
grammatica però viene considerata qual
vera e solida base dell'educazione. Prima
d'ogni altra cosa i turchi esigono che si
conoscano i priucipii della religione, e per
conseguenza della sua propria linguajque-
stoè santo dovere, non pregiudizio. Tut-
te le lodi che si danno al Creatore, tut-
te le preci che a lui s'indirizzano, devo-
no essere conosciute e inlese dall'offeren-
te, dimodoché la lingua araba è studia-
ta , conosciuta e parlata dalla massima
parte de'mussulmani. La morale poi, os-
sia la dottrina de'buoni costumi, da cui
tulio dipende il beu essere de' popoli, é
considerala come ii 2.° cardine della buo-
na educazione,e consiste in massime, sen-
tenze, proverbi, apologhi e racconti sto-
rici, per la maggior parte scritti in verso,
per cui lo studio della poesia vedesi ran-
nodato con utilissimo e beli' artifizio a
quello della morale , poiché diletta la
mente, s'imprime anche con maggior di-
letto e con maggior solidità in cuore. Per
Io studio delle lingue turca, araba e per-
siana abbiamo copiose opere, fra le quali
le seguenti. Cosimo Comidas de Carbo-
gnano, Priìicipìi della grammatica tur-
ca, Roma 1794. Amedeo Jaubert, Elé-
mens de lagrammaire furAr^Paris 1 82 3.
T U R
Francesco Meninski , Justitutiones lin-
guae turcieae, citm rudimenti* parai
lelis linguaréun arabicae et persicac,
V'mdobonaei756. M. Viguier, Siemens
de la tangue turquet Constanti no pie
1790. Yzi storiografo regio, Annali mu-
sul mani sevi ll\ in lingua turca e divisi in 2
epoche. Costantinopoli 1784-85. Alpìia-
betum arabicum, Romaei 797. Tomma-
so Erpeni, Rudi menta linguae arabicae,
Parisiis 1688. Antonio Giggeri, Thesau-
rus linguae arabicae, Mediolani i63s.
P. H. E. Gottlob, Compendium grani-
maticac arabicae, cum chrestomalliia,
Jenaei790. Massimo Mazlum patriarca
de'greci melchili, Grammatica genera-
le della lingua araba, Roma i83o. J.
Chr. Kallii, Fundanienta linguae ara-
bicae , Hauniae 18 18. Francesco Dum-
bais, Grammatica linguae mauro-ara-
bicae juxta vernar idi idioma 'tis usumj
accessit Voeabolarinm ìatino-mauro-
arabicum,V\iìòoho\me 1800. Arleaga,
DelV i tifine nza degli arabi nella poesia
moderna in Europa, Roma 1791. Simo-
ne Assemani, Saggio sull'origine, culto,
letteratura e costumi degli arabi avan-
ti Maometto, Padova 1 787. F. A. G. Her
bin, Développeniens des principes de la
la ngue arabe moderne, Paris i8o3. Di-
ctionnai re arabe par Germain Farha-
te maronita, révu, corrige et considera-
blement augmenté sur le ms. de V àu-
teur par Rochaid de Dahdah, Rome
r849- Flores grammaticales arabici
idiomatis ex optimis grammatici s, nec
non pluribus arabum monumenti*;, stu-
dio et labore fr. Jgapitia Valle Flem-
marum, Romae i 845. L'opera insigne del
gesuita Audres dell' Origine e deprogres-
si d'ogni letteratura, trattò egregiamen-
te degli studi e delle scoperte degli arabi.
Alphabetum persicum^ìomixe 1 783. Ru-
di menta grammatiche persicac. Pala vii
17 Sy.jdntho logia persica,scu sclecta e di-
versis persiis auctoribus in lati/10 /rrf/M-
/<7tar,ViennaeAustriaei778A.Jesu,£/v7///
matica linguae persicac, Romae 1661.
TUR
Sino ad anni addietro le stamperie di
Costantinopoli non pubblicavano che Al
Corani turchi e arabi, storie di Maomet-
to e dell'impero turco. Nel 1726 Achmet
III. protettore zelante delle lettere,ordinò
che si stabilissero stamperie uella capita-
le della Turchia. I giudei e gli armeni
possedevanosoli, dalla fine delsecoloXVl,
nelle case de' loro rabbini e sacerdoti,
stamperie, ove non s'impressero che ope-
re di religione. Achmet III per conciliar-
si gli ulema, non permise l'impressione
dell'Al-Corano, delle traduzioni dell'ope-
re canoniche e giuridiche, nou che de'lo-
10 commentatori. Il motivo di questo di-
vieto era il timore di vedere i libri sagri
falsificati. Coll'editto imperiale erano sta-
ti nominati due direttori, e posti i fondi
alla loro disposizione. Ambedue erano sti-
pendiati, ed il ministro e il gran visir li
proteggevano in una maniera singolare.
Quattro giudici, persone le più ragguar-
devoli, erano incaricati della censura; il
sultano Achmet III, che solamente regnò
3 anni dopo questa istituzione, visitava
spesso la stamperia incoraggiando i di-
rettori e gli operai alemanni. Mahmoud
I seguì l'esempio, dopo la deposizione del
predecessore. Tutta volta, malgrado Io ze-
lo de' due direttori e la sovvenzione im-
periale, la stamperia faceva poco progres-
so. La difficoltà di procurarsi abili com-
positori, e la mancanza de'caratteri,i qua*
li erano tutti fusi a Venezia, erano sì gran-
di che nel 1 743, vale a dire quasi 1 7 an-
ni dopo, solo 17 opere erano state stam-
pate. Nel 1747 dopo la morte dell'ispet-
tore Kadi-lbraim, la stamperia fu chiù -
sa, e non si riaprì se non nel 1755. Da
quell'anno al 1 784 non fu stampato nul-
la. Allora il sultano Àbdul-Hamed ordi-
nò il ristabilimento della stamperia con
grande apparato. Nullameno dal 1784 al
1828 non comparvero se non 80 opere,
le quali formavano uu insieme d'82 vo-
lumi. Dah83o al 1842, secondo il cata-
logo fatto dal Bianchi (segretario inter-
prete della legazione francese a Costan-
T U II 243
tinopoli, e compilatore del Dizionario
francese-turco), sono stati stampati 108
vohuni;dal 1842 il numerode'libri slam
pati si è grandemente accresciuto. Nuo-
ve macchine sono state di recente stabi
lite a Costantinopoli e nelle principali cit-
tà dell'impero, per le stamperie in nota
bile progresso. Leggo nella Civiltà catto
lica, 3.a serie, t. 2, p. 382, il novero dei
giornali che si stampano nella capitale
dell'impero ottomano. Ivi si dice, che nei
numero delle molle altre cagioni le qui-
li concorrono ad abbattere il vecchio mus-
sulmanismo in Costantinopoli, non è di
tacere il progresso che vi fa la stampa pe
riodica, il che dimostra che si ama di leg
gere e d'istruirsi. Lasciando di dire che
quasi tutti i principali periodici d'Euro-
pa vi contano associati più o meno nume-
rosi, secondo la lingua in che sono scrit-
ti e le materie che trattano, il seguente
breve catalogo comprende le pubblica-
zioni periodiche che ora escono nella ca-
pitale del Bosforo. Esse sono le seguenti.
Il Tanguin-V 'agii o T acìduli -i- Vacai,
giornale de'fatti, esce irregolarmente in
lingua turca , ed è giornale ofliciale. Il
Journal de Constantinople e la Presse
d'Oricnt, ambedue in francese, si pub-
blicano il lunedì e il giovedì. Il Telegra-
phos tou Bosphorou, telegrafo del Bosfo
ro, in greco, esce il sabato.il Medjmoud-i-
Havadis,YixcQo\lbò\. notizie, in turco con
caratteri armeni, si dispensa il sabato. li
Macis, monte Àia rat, in armeno, esce il
giovedì. L' 'Jnadoht, Oriente,in turco cou
caratteri greci, si distribuisce il sabato.
L' Akhbar-i-Constantiìùe, notizie di Co-
stantinopoli, in turco con caratteri arme-
ni, si pubblica il sabato. U Avedapcr, mes-
saggere, in armeno, il mercoledì ogni i5
giorni. Il Tzarigsadski Vestnitk, mes-
saggere di Costantinopoli, iu bulgaro, 3
volte la settimana. V Or-Israel, luce d'I-
sraello, in ebraico spaguuolo con carat-
teri ebraici, il venerdì. L' Asdjid Asve-
lian, piccola stella d'Oriente, in armeno,
periodico letterario e scienlifico,esce men -
244 tur
silmente. Il Djeridì-ì-Devrn . raccolta
universale, in armeno, periodico religio-
so, lellerario e politico, si pubblica due
volle il mese. L' Ardua ì asbouragan,
aquila di Vasburg, in armeno, periodico
morale e letterario d'ogui mese. El Ma-
ladcvOy la Fucate de ciencia , il Mala-
dero, la Foute della scienza, periodico il-
lustrato in lingua spaglinola clic si slam*
pa con caratteri ebraici. Nominai più vol-
te gli ulema , ora conviene che ne dia
coutezza. Una delle più grandi preroga-
tive de'successori di Maometto, come os-
serva il Itampoldi negli Annali musul-
mani) fu l'unione delle due spade. L' e-
sercizio delle funzioni sacerdotali(o di pri-
mi ministri della religione) fu pei ò sem-
pre considerato da'califli come il più au-
gusto de'loro diritti, e il i.°de'loro dove-
ri. Nella loro qualità di depositari supre-
mi del Corano e della legge sagra , essi
furono sempre pontefici della religione
maomettana, amministratori della giu-
stizia, e dottori della legislazione univer-
sale: tre dignità molto distiute, ed a cia-
scuna delle quali, secoudo lo spirito del-
l'islamismo, erano costantemente attacca-
li differenti poteri e particolari funzioni.
Finché il califfato restò tanto nella fami-
glia Ooi iliade che in quella degliAbbassidi
della i. 'dinastia, tali arabi imperatori a-
dempirono le suddette funzioni da loro
stessi, o col mezzo di luogotenenti stabiliti
nella capitale, e nelle provincie sottoposte
al loi odominio, col titolo d'Imam e di Ca-
di o Kadi. Non furouo però che questi ul-
timi.i quali distinti dagli altri sudditi, per
l'erudizione, la natura e l'importanza del
loro ministero, composero l'ordine gerar-
chico sotto il venerabile e augusto titolo
di Xilema^ che significa de'dotti, de 'sa-
pienti e letterati. Erroneamente da mol-
ti si credette che i ministri della religione
facessero pai te degli ulema: sono essi ben-
sì rispettati al pari de'doltori della legge
e de'ministri di giustizia, ma non forma-
no come questi ultimi un ordine. Ulema
è altresì nome generico col quale s'iudi-
TUR
conoi corpi de'ministri della religione^pe-
cie di gerarchia appartenente moljo più al
governo politico, che alla religione,la (pia-
le non ha quasi nò riti, ne esteriori cere-
monie. Anzi trovo in diversi più critici
scrittori, che in errore caddero coloro che
ragionando delle cariche e magistrature
della monarchia ottomana e di altre mus-
sulmane, vollero fare paragoni alla ge-
rarchia ecclesiastica, come sono andato
dicendo secondo le diverse opinioni, im-
propriamente. Gl'imam non hanno ne di-
stintivi, ne carattere che li dispensi dalle
obbligazioni di cittadino, e ordinesedicen-
te sacerdotale non esiste in veruna manie-
ra fra'mussulraanijCome già ripetutamen-
te avvertii. Il muftì e le persone dell'il-
lustre corpo degli ulema, di cui egli è ca-
po supremo, non sono i ministri della re-
ligione, ma soltanto gl'interpreti della leg-
ge, giudici e giureconsulti, diversi adatto
dal corpo de'ministri del culto pubblico,
come differente n'è la giurisdizione. Quel
rispeltabilecorpo è poi diviso in doccias-
si, Fukaha e Kad\ cioè giureconsulti e
giudici, e ad essi è applicato esclusivamen-
te il titolo di ulema, e quindi, ripelo di
nuovo, sono interamente separati da'mi-
nislri del pubblico culto. I componenti
l'ulema sono teologi soltanto, perchè la
giurisprudenza trae origine dal Corano;
la quale cosa si dee pur dire relati vamen-
teaì Multekao particolare codice religio-
so, criminale, politico e militare dell'im-
pero ottomano. Tranne questo, i compo-
nenti l'ulema sono totalmente estranei al-
la ìeligione. È vero che i ministri del cul-
to ricevono ne'collegi lai. "educazione co-
mune cogli ulema, e formano tra loro la
classe de'soflà o studenti, per l'interpre-
tazione della legge; ma allorquando sono
giunti all'età conveniente, ed hanno ac-
quistato un grado sufficiente di apposite
nozioni, scelgono a volontà il ministero
che loro maggiormente piace, cioè quel-
lo d'amministratori della giustizia, inter-
preti della legge o ministri del culto. Per
questa ultima classe, non offrendo essa al-
TUR
l'ambizione una carriera molto estesa,non
vi si ricerca perciò molta capacità a fron-
te delle prime due, per cui coloro che vi
si destinano sono obbligati a maggiori stu -
ili, e quindi sottoposti a formalità più ri-
gorose. E quindi da tale comune prove-
nienza che molti confusero l'anzidetta ul-
tima classe colle prime due, le quali sol-
tanto sotto gl'indicati nomi di Fukaha e
di Kadì compongono il detto corpo. Glio-
norie le prerogative di quelle due classi di
persone, non che il loro sapere, e le cari-
che che occupano, formarono dappertut-
to una distinzione invidiata da taluni e
rispettata da tutti. Colla loro costante u-
nione seppero poi formare un partito si
forte, tanto alla corte, quanto fra il popo-
lo, d'avere un predominio sopra l'intera
nazione, poiché alcune volte impiegaro-
no la loro influenza per indurre i popoli
alla ribellione, dirigendo l'opinione pub-
blica contro i sovrani, o giustificando le
loro usurpazioni. Non v'ha che il milita-
re che possa essergli contrario; ma anche
questa classe viene sovente resa ligia al-
l'influenza degli ulema, tanto per le su-
blimi cariche che occupa, quanto per le
ricchezze di cui all'uopo può disporre. In-
fatti i membri di questo possente corpo
non pagano tasse ne pubbliche imposizio-
ni, e per un particolare privilegio le loro
proprietà sono ereditarie nelle rispettive
famiglie, ne mai sono sottoposte alle ar-
bitrarie confische. La conservazione di ta-
li immunità fa in modo che le famiglie
meno ricche dell'ulema soffochino facil-
mente le gelosie che potrebbero avere
contro le più possenti, ed abbandonino i
loro particolari ambiziosi progetti ogni
qual volta lo credono necessario pel be-
ne comune. Si dirigono i giovani delle al-
te classi alle funzioni d'ulema, che han-
no per oggetto l'amministrazione civile e
religiosa, al modo narra to,e per pervenir-
vi basta principalmente essere versati nel-
la cognizione del Corano. Scuole vi sono
in Costantinopoli , Adrianopoli e altre
maggiori città dell'impero. Dietro gli esa-
TUR 245
mi che si sostengono, otfengonsi diversi
gradi, che sono quelli di softà o studen-
te, muder ri o capo di scuola, naib o se-
gretario di giudice, cadì o giudice, mol-
la o gran giudice, Kiabc molakì o giu-
dice della Mecca, Istambul effendi o ma-
gistrato di Costantinopoli, kadi-leskìeri
a giudici militari. La legge religiosa e la
legge civile sono una cosa sola. Gli ule-
ma sono i ministri della lesjsre e giudica-
no senza appello in civile e in criminale.
Abbandonano all'ordine inferiore degl'i-
mam le funzioni del culto , riservandosi
gli uffizi giudiziari più lucrosi e impor-
tanti. Il sultano mentre eredita da tutti i
funzionari civili e militari, ne sono esenti
gli ulema. La Turchia, a parlar propria-
mente,non è una monarchia , ma un com-
posto di principati, ed anche di repubbli-
che unite per la legge di Maometto, vin-
colo potente per un popolo essenzialmen-
te religiosoe schiavo dell'abitudine. L'au-
torità del sultano non è positiva e intera
che a Costantinopoli, e dentro un raggio
di 3o o 4o leghe intorno a quella capita-
le, ed in alquante grandi città dell'impe-
ro; dappertutto altrove n'è riverito il no-
me, perchè successore de'califfi e perciò
capo della religione; ma il suo potere è
poco, o perchè i pascià non l'ubbidisco-
no, 0 perchè le città e i capi de'territo-
rii non ubbidiscono i pascià. Le città non
hanno tutte la medesima forma d'ammi-
nistrazione; le une sono governate da un
luogotenente del pascià; altre soggette ad
oligarchie formate da uomini a' quali le
ricchezze e la posizione danno preponde-
ranza sui loro cittadini; hanno altre un'a-
ristocrazia costituita e regolare risultan-
te dall'equilibrio de' poteri di parecchi
funzionari gli uni dagli altri indipenden-
ti. La popolazione maomettana, ne'luo-
ghi dov'è assai numerosa, dividesi in cor-
pi di mestieri, i cui capi adempiono le fun-
zioni municipali. Arroge che io qui dia un
sunto de' Brevi cenni della dottrina dei
Mussulmani a opra le loro leggi e sopra
il loro avvenire, estratti dal prof. Miche-
*46 TUR
le ile Mathias, specialmente Julia recen-
tissima opera, La Tui <hiaJ ci i G. M. Ja-
n»nnini. "segretario interprete del ledei
francesi per le lingue orientali, e Giulio
Van Gaver, stampata neli83c) e tradot-
ta nel 1840 da F. Falconetti; cenni pub-
blicati negli Annali delle scienze religio-
se, 1. i5, p. 37 3, e che già ricordai a Mao-
mettismo. Il De Malthias divise il suo di-
scorso in due punti o articoli: nel i.°trat-
ta delle dottrine de'mussnlmani sulle lo-
ro leggi in generale, rapporto ad un'agi-
tazione religiosa universale, che succede-
rebbe se si esaminassero ; nel 2.° parla
delledof trine de'mussulmani, rapporto al
loro avvenire. Quanto all'art. i.°si dice.
E proibito presso i mussulmani, anche in
una semplice discussione, discorrere sul
punto di vedere, cjnal sia la migliore le-
gislazione del mondo , perchè nel secolo
XVI, epoca la più florida per l'impero ot-
tomano, vi fu un'agitazione religiosa ge-
nerale, nella (piale i turchi di maggiore
ingegno pensa vano che ilCorano era mol-
to inferiore all'È vangelo5dopochè gli avea
illuminati colle pubbliche predicazioni l'u-
lema Cabiz, il quale non potè essere con-
futatodagli opponenti, rimase fermo nel
le sue incontrastabili convinzioni, e pre
ferì la morte a'suoi giusti principii, qua!
preteso eretico mussulmano, non però se-
condo il maggior numero de'magislrati.
Fu tale e tanta l'agitazione religiosa, che
ìapidamente si estese in tutto il vasto im-
pero ottomano, onde il sultano fu obbli-
gato a decretare proibizione sotto pena
della vita, il dare anche in una semplice
discussione la preferenza alla dottrina di
Gesù Cristo. In generale i turchi la pen-
savano come l'ulema Cabiz, se non in teo-
rica^almenoin pratica;anzi gli stessi mao-
mettani alquanto illuminati, credonoan-
cora che le loro leggi non ponno essere
abbracciate da tutti i popoli del mondo,
e ritengono che non poche nazioni sono
fisicamente impossibilitate ad accettare la
loro religione, massime del settentrione.
Poco importa a'maomeltani che il mon-
T LT II
ilo inlevo non abbia una certa religione,
e confessano verissima la prescrizione di
Maometto, doversi l'islamismo propagai
re colh spada. I dotti turchi ora pongo-
no in ridicolo, che l'islamismo era la re-
ligione che Dio prescrisse ad Adamo, ed
altro predicato dagli ulema , i quali col
Corano alla mano vanno insinuando, che
il tabacco, il calle, l'oppio e il vino sia-
no i 4 ministri del demonio, mentre al-
l'incontro gli altri mussulmani afferma
no invece essere i 4 elementi del mondo
del godimento, i 4 cuscini del sofà del pia-
cere. Lo stesso sultano, appellato enfati-
camente il re de' re e l'ombra di Dio, be-
ve il vino contro le prescrizioni del Co-
rano. Rapporto alle donne, ormai i mus-
sulmani hanno capilo non esservi religio-
ne tanto nemica del bel sesso, quanto la
maomettana, perchè il tener più mogli
ripugna agli offici della legge di natura
detti secondari, perchè più donne non ap •
portano che guai a se stesse e alle fami-
glie, perchè l'amor coniugale si distrae,
perchè succedono perpetui delitti, gelosie,
risse, invidie ec. Del resto, è certo che i
mussulmani istruiti hanno una pessima
idea della loro legislazione e religione, sia
perchè la ritengono ridicolosissima in rap-
porto alla religione vera, sia perchè non
la vedono idonea a tutte le nazioni. Quan-
to all'art. 2.°,dottrinede'mussulmani sul
loro avvenire, si dice. E' presso i turchi
sapienti generale la credenza, che la se-
de dell'islamismo, Islambol o Istambul,
CoslanlinopoIijCadrà nuovamente in po-
tere de'cristiaai; sebbene il Corano dica,
che in ogni nuovo secolo Dio invierà al-
cuno a rinnovar la fede del popolo, che
i maomettani sostengono col regno. Seb-
bene molti tra essi ritengono per indu-
bitato, che la loro legislazione derivi da
fonti nobilissimi, cioè dal Corano, paro-
la di Dioj dalla Sunna, parola del pro-
feta; dalle sentenze de'4 imam, che so-
no come i padri dell' islamismo; e dalle
leggi del sultano, comprese sotto il nome
di Ursi, cioè legislazione necessaria, os-
T U II
sia il compimento o spiegazione dell'ai -
Ire 3 parti del diritto politico. Il Caunu-
name, libro o diritto canonico, è la col-
lezione di queste leggi, e permette per-
sino gii omicidii. Pure l'avvenire di sif-
fatta legislazione si crede pessimo, rela-
tivamente alla sede dell'islamismo. Non
ostante che i mussulmani chiamino il Co-
rano, C/ielam-Scerif, ossia parola sa-
graj non ostante che lo appellino, Clii-
tab o Chitab-ullah, vale a dire il libro
per eccellenza, il libro di Dio; non ostan-
te che gli diano l'epiteto di Moshaf co-
dice supremo, e di Furcan, quello che
fa la distinzione del bene e del maleì e
del vero e del falso; pure molti vi cre-
dono, rapporto al loro avvenire in Islam-
boi, in modo, come se non vi credessero
affatto. Anzi ritengono i civilizzati, che il
re de're, l'ombra di Dio, coli 'intero im-
pero ottomano cadrà; e dicono altresì, che
l'harem delle donne è una delle cause del-
la caduta. E non pochi de'turchi credo-
uo inoltre, che la caduta dell'impero pro-
durrà pure quella dell'islamismo per o-
gnidove: questa credenza die luogo a due
sette maomettane, una ortodossa e l'al-
tra eretica. Il Jauannin scrisse nel suo
proemio: Quest'astro politico, oltrepassa-
to il punto del suo apogeo, precipita trop-
po rapidamente all'occaso. Termina i suoi
cenni il De Matthias con osservare , che
l'Oriente e l'Islamismo si va studiando se-
riamente, e dal 1842 in cui sciiveaad og-
gi ognun sa quanti e quali studi si sono
fatti, quanti e quali strepitosi avvenimen-
ti si sono succeduti, come l'impero restò
scosso du'fondamenti per l'ultima strepi-
tosa guerra d'Oriente. Le conseguenze di
tuli studi, anche presso i mussulmani, so-
no che la legge del falso profeta Maomet-
to mostra abbastanza da se la propria
turpitudine, e che il futuro si presenta in-
certo e triste. Voglia Iddio che i maomet-
tani, ora che sono in avanzala via dell'in-
civilimento, abiurino i loro errori, come-
che in buona parte ormai persuasi, che
il solo Dio è quello de' cristiani; ma ca-
x u a
247
dono poi nel tallo strano, sostenendo qhe
ciascuno nella propria sua legge possa-sai
varsi, avendo preteso Maometto, nel con
fessar vera la fede cristiana, essere la sua
legge più facile e più sicura. Ed io non
cessando di ripetere:Fuori della veraChie-
sa cattolica non vi è la salute eterna, anco-
ra una volta ragionai della veracità di tal
terribile sentenza, anche nel voi. LXXIX,
p. y3. Il gesuita p. Menochio nelle Stuo-
ret t. 3, cent. 1 1, cap. ifc Onde avven-
gaì che tanto lungamente duri V impe-
rio Turchescoj dichiara che niuna di
quelle sette insorte in diversi tempi e che
colla loro potenza oppressero il popolo
fedele, è durata tanto lungamente come
la maomettana, che afflisse e affligge tan-
te provincie nelle quali già fiorì il cristia
nesimo, che abbattè e poco meno estin-
se. Enumerata la durata dell'epoche sul-
le oppressioni a cui soggiacque il popolo
ebreojricordate le persecuzioni dellaChie
sa mosse da vari imperatori, per lo spa
zio di circa 260 anni; rimarcato che i go-
ti, i longobardi e altri invasori oppresse
ro le nazioni per quasi 3ooanni, condii
de che la setta maomettana esiste dal 63o,
ed occupò e signoreggia tuttora vasti re
gni e provincie già floridissimi. A inve
stigar la causa di sì lunga tribolazione e
durata d'impero de'turchi, dice con Pao-
lo Burgense, scrivendo sul cap. 1 3 dell'ai -
pocalisse,checìò permeitela divina prov-
videnza per 3 ragioni. Lai. è che la set-
la maomettana, insieme alle cose cattive
che pratica, ne ha alcune tollerabili e an-
co buone, iu riguardo delle quali possia-
mo prudentemente credere, che Dio per
ciò la sopporti tanto lungamente. Uua
delle buone cose è che ella detesta ogni
sorta d'idolatria, la quale è tanto ahbor-
rita da Dio che lo muove a sdegno. La
2/ è che la setta maomettana non impe-
disce ordinariamente, che i cristiaui vi-
vano conforme alla legge loro, permet-
tendo che sieno governati da' patriarchi
e vescovi, che custodiscano i santuari di
Terra Santa, e che questi vengano visi-
I \S TUR
lati da'pcllegrioij ne stimano che la leg-
ge eli Crisi o sia cattiva, ma anzi credono,
come insegnò Maometto, che chi l'osser-
va possa conseguire l'eterna salute. La
3." è, perchè ha voluto Dio fare co'crislia-
ni quanto già fece cogli ehrei, gl'inimici
rie* quitti che con essi confinavano e che
occuparono il paese del popolo fedele, non
volle allatto estinguere, acciocché avesse-
ro un continuo esercizio d'armi e di vir-
tù, e costanza nella vera fede. Aggiunge
col Percrio, disputazione AeW Apocalis-
se, sul cip. 22, de A ntichrf sto, a\lve ra-
gioni, delle quali la 1 .a è, che Dio permet-
te che i turchi occupino que'paesi e fla-
gellino quegli abitanti, in castigo de'loro
errori che pertinacemente seguono nel-
l'eresia e nello scisma, siccome ostinata-
mente contumaci contro la Chiesa roma-
na da cui sono separati , e sottratti dal-
l'ubbidienza del sommo Pontefice; e per
le antiche perfidie e tradimenti usati agli
eserciti cristiani de' Crociati, che andaro-
no in TerraSanta per liberarci Santi Luo-
ghi dal giogo saraceno. La 2.* ragione es-
sere le discordie de'principi cristiani, che
a beneficio de'turchi accanitamente guer-
reggiarono tra loro; mentre se fosserosta-
ti uniti, come zelantemente insinuarono
tanti Papi, la monarchia ottomana non
sarebbe divenuta così formidabile e in-
gerito colla sua colossale potenza terrore
alla cristianità tutta. La 3.a cagione per
la quale la setta maomettana crebbe e si
mantenne, è che la legge del falso profe-
ta non propone cose da credersi superio-
ri all'ordinario intendimento umano, on-
de per ragione della difficoltà dell'inten-
dere non dà occasione alcuna di rifiutar-
la: anzi è molto sensuale e carnale, favo-
risce la vita libera, alla quale inclina la
natura umana corrotta. Finalmente, che
sebbene il governo turco era tirannico e
l'imperatore trattava i sudditi come schia-
vi, imperava su popoli educati all'abbie-
zione e inermi, senza ricchezze ereditarie,
con punire rigorosamente ad ogni sem-
plice sospetto, riuscendo inoltre di freno
TUR
n'sudditi che ardivano contravvenire al-
le leggi, la difficoltò di evadere dopo com-
messi i delitti, per la vastità de'paesi che
tutti riconoscono il medesimo signore,non
potendo i delinquenti fuggir nel territorio
d'altro principe. Sebbene le reggenze di
Tunisie Tripoli dovettero far cessare la
pirateria nella quale si facevano Schiavi
(F*)j sebbene il defunto bey di Tunisi e
l'iman di Mascaté abolirono la tratta de-
gli schiavi, questo mercato umano tutto-
ra riprovevolmente si esercita nell'Afri-
ca, ed il riscatto delle morette e anco di
mori eseguito dal sacerdote Olivieri, con
esso da poco lo hanno assunto [Trinitari
Scalzi (F.), mentre la schiavitù è in la-
grimevole vigore presso i turchi. La ser-
vitù, si recluta per mezzo della guerra: gli
eserciti che vanno in campagna sono ac-
compagnati da' crudeli mercanti degli
schiavi, a'quali abbandonansi i prigionie-
ri, e sono obbligati a darne il 1 o.°allc sta-
to in prezzo o in natura; quelli che i mer-
canti trattengono sono condotti ne'bazar
(mercati pubblici in Turchia, lunghe gal-
lerie piene di botteghe, con appositi guar-
diani, ove si collocano i negozianti di tut-
te le classi e di tutte le nazioni) o sulla
piazza pubblica per esser venduti. In ge^
nera le, non si sforzano a mutare religione
rinegando la propria. I cristiani che con-
servano la loro fede, ricevono ordinaria-
mente la libertà dopo un certo numero
d'anni di servizio. Ve ne hanno che pos-
sono riscattarsi, ed i padroni loro procac-
ciano tutti i mezzi per corrispondere col-
le proprie famiglie, per giungere a tale
scopo: ma i rinegati non possono più far-
si riscattare, e la loro libertà dipende dal-
la volontà del padrone: se l'ottengono, en-
trano nella condizione de'sudditi turchi,
ma non ponno esercitare alcun uffizio
pubblico, né maggiormente i loro figli si-
no alla 3.a generazione. Gli schiavi diffi-
cilmente ponno riuscire a scappare; co-
loro che ne favoriscono la fuga o li nascon-
dono, incorrono la pena di morte e la con-
fisca de'beui. E da sperarsi che il progre-
TU R
diente incivilimento de' turchi e le util
riforme che va introducendo il regnante
sultano, iniziate dallo zio Selim HI e pro-
seguite dal padre Mahmud Khan II, a-
vi anno anche per felice conseguenza l'a-
bolizione dell'inumana e harbara schiavi-
tù, alla quale in parte ha già dato opera
quanto all' esecrando ti adico. Ora regi-
strerò alcune delle principali riforme at-
tuate dall'illuminato governo.
Nel i 839 il sultano Mahmud-Rhan II
decretò, che qualsivoglia suo suddito cri-
stiano, il quale si presentasse a un magi-
strato turco per abiurare la sua religione,
fosse consegnato al patriarca ovvero al
suo delegato, e custodito in carcere per
4o giorni. Se, trascorsi questi giorni, e-
gli rimaneva fermo nel suo proposito, po-
teva essere ricevuto legittimamente nel-
l'islamismo. Il medesimo sultano dichia-
rò cassa e nulla la sentenza degl'interpre-
ti della legge maomettana, giusta la qua-
le le vergini cristiane, che siano tolte a
marito da'giovani maomettani, doveano
abbracciar la religione maomettana , o
perdere la vita. Nello stesso anno il re-
gnante sultano Abdul-MedjidKhan suc-
cesse al padre, ne ereditò pure lo spirilo
saggio e riformatore, quindi con Hatti-
Cherilfde'3o novembre guarentì a' suoi
sudditi l'inviolabilità della vita, dell'ono-
re e della proprietà. Il sultano con l'Haiti-
ChcrilF riguardante l'istruzione pubblica,
eccitò i suoi ministri a distruggere l'igno-
ranza, quel flagello della società, condan-
nato egualmente dalla religione e dal
buon senso, affine di propagare i lumi, dis-
sipare le tenebre, e spargere le scienze. La
chiamata di Reschid pascià a capo del mi-
nistero, contribuì co'suoi lumie colla sua
matura saviezza ad ottenere progressive
riforme, chequicompendierò. Quantoal-
l'istruzione pubblica e stabilimenti rela-
tivi, il governo chiamò a Costantinopoli
tutte le persone che nell' impero atten-
devano ad ammaestrare la gioventù, e che
si distinguevano pe'loro metodi, da'qua-
li iu gran parte dipende la buona riusci-
TUR 249
ta dell'insegnamento. I loro metodi furo-
no poi sperimentati sotto gli occhi del
consiglio del pubblico insegnamento, ed
i migliori furono adottati per tutte le
scuole. I professori più. capaci si fecero ri-
manere a Costantinopoli, e furono am-
messi nel corpo insegnante della scuola
normale, donde doveano uscire, formati
a'nuovi metodi, tutti i professori di cui
aveauo bisogno le scuole delle provincie.
A' i5 novembre 1 846 ebbe luogo con gran
pompa l'inaugurazione della nuova scuo-
la militare fuori di Pera, alla presenza del
sultano e de' dignitari turchi. Il sultano
istituì quindi un comitato letterario, il cui
incarico principale fu di soprintendere al-
la composizione d'una grammatica e di
un dizionario classico della lingua turca;
di talecomitato niunoera europeo. Il sul-
tano dispose, che si fondasse un'accade-
mia simile alleesistenti nelle primarie cit-
tà degli stati d'Europa. Volle che il dot-
to corpo si componesse di 20 effendi o dot-
tori di legge, e che avesse per cura prin-
cipale d'occuparsi di tultociò che si rife-
risce alla lingua e storia dell'impero ot-
tomano. Che l'accademia avesse inoltre
la sorveglianza di tutti gli stabilimenti di
pubblica istruzione, e dovesse essere con-
sultata sopra tutte le questioni chesi col-
legano a tale importante soggetto. I pa-
dri di famiglia della Bosnia , cristiani e
mussulmani, ricevettero l'ordine di man-
dare i loro figli a scuola. Sulla relazione
del grande ammiraglio, il sultano ordinò
l'invio in Francia e in Inghilterra di 16
giovani maomettani, allievi della scuola
navale di Terz-K.hanè, parecchi de'quali
aveano terminato i loro studi d'ingegne-
re; onde perfezionarsi nell'arti e ne'me-
slieri che si collegano colla marineria. Una
società di generosi armeni risolvè nel no-
vembre 1846 di riaprire l'antico collegio
della loro nazione per un corso compiu-
to d'insegnamento, in 4 anni, dell'arme-
no, del turco , del francese e del latino.
Equi ricorderò i due stabilimenti de'mo-
nau armeui Mechitariòti (V.) di Vene-
%$o T U R
zia, per l'educazione e istruzione de'loio
connazionali cattolici, sudditi della Por-
la, esistenti a Venezia e in Parigi; mona-
ci chiamali i gesuiti d'oriente, e beneme-
riti nel propagare i lumi e le scienze fra
gli armeni orientali, per cui il sultano de-
corò col Niscian l'attuale abbate genera-
le della congregazione mg/ Ilunnuz ar-
civescovo di Stoma, residente nel mona-
sterodi s. Lazzaro di Venezia, slabilimen-
tocelebreanche per la sua tipografia, pre-
servalo nelle Napoleoniche soppressioni,
per conservai e la sudditanza ottomana. A
questa pureappartiene il monastero, stu-
dentato e noviziato di Roma, de'mona-
ci Antoniani armeni, onde e per quanto
narrai nel voi. LI, p. 32 i, il sultano in-
viò il suo ritratto dipinto in tela, l'arme
imperiale per situarsi sulla porla di esso,
v un magnifico stendardo coll'immagine
elei Sole, per ivi innalzarsi nelle festive ri-
correnze, in segno di riceverlo sotto la sua
speciale protezione, per cui i monaci cre-
derono bene d'inalberarlo nell'anarchia
dell'infausto 1848; e poterono occulta*
mente ospitarvi ragguardevoli personag-
gi, come il defunto vicegerente mg/ Ca-
nali patriarca di Costantinopoli iti par-
tibus, ed i prelati Roberti e Barnabò ora
cardinali, il 2/ de'quali allora segretario
di propaganda fide è di presente prefet-
to generale della congregazione; singola-
ri coincidenze che meritavano questo mio
rimarco. 11 sultano dispensò da ogni ag-
gi avio di dogana, i libri stampati nella
summeulovala tipografia imperiale, che
da Costantinopoli si spediscono pel resto
della Turchia. Olire l'ebdomadaria Gaz-
zella officiale in turco, oTanquin- Faqii,
di cui già feci menzione, che pubblica le
nuove officiali sì della capitale e si delle
provincie, oltre le notizie d'Europa e il
bollettino del commercio interno, si ag-
giunse l'annua pubblicazione deW'Alma-
uaceo imperiale di Costantinopoli , il
quale contiene l'elenco di tutti gl'impie-
gati dello stato, con una giunta d'impor-
tanti notizie statistiche e d'informazioni
TUR
riguardanti l'amministrazione; contiene
pure l'elenco de'sovra ni d'Europa, ed al-
cuni cenni statistici sommarii intorno ai
paesi Stia n ieri: il prodotto della vendita
dell'annuario è a prò del pubblico inse-
gnamento. Sino alla fine del 1 846, la me-
dicina legale, che forma una parte rag-
guardevole dell'arte medica, non era inse-
gnata che nella scuola di Galata-Serai. Al-
lora il medico supremo dell'impero prov-
vide a tale difetto, ed una cattedra di que-
st'importante disciplina fu per sua cura
istituita. 11 consiglio superiore di sanità
dell'impero ottomano diresse una memo-
ria al direttore geuerale delle quarante-
ne dell'impero, tendente a ordinare in
modo completo il sistema delle quaran-
tene, per Io innanzi assai negletto e con
disastrose conseguenze. Fra le altre di-
sposizioni vi è quella di lasciare al consi-
glio superiore di sanità tutta l'indipen-
denza possibile nel suo officio, come pure
d'ordinare definitivamente il servigio sa-
nitario della Siria, d'aumentare il nume-
ro de'preposti sopra tutto il litorale, e di
costruire altri 6 lazzaretti; e tuttociò per
le garanzie dovute all'Europa d'un buon
sistema di quarantene per le Pestilenze,
nel qual articolo rilevai che anco la Tur-
chia aderì al congresso sanitario interna-
zionale, per l'uniformità delle prescrizio-
ni sanitarie. All' odierno sultano si deve
pure rordinamentOjCheiu tutte le provin-
cie dell'impero si assegnasse annua som-
ma per incoraggiare la Vaccinazione per
l'inoculazione de'fanciMlli delle classi po-
vere,onde eliminare le funeste conseguen-
ze del vaiuolo. Nel marzo 1847 con gran
pompa si fece l'inaugurazione della suc-
cursale alla scuola di medicina, sul gran
campo di Pera; e la sultana m^dre Va-
lide, Ali me o Sofia, assistè all'inauguro-'
zione religiosa dellospedale da lei fonda-
to. Di cuor magnifico e di mente elevata,
fu lungo tempo un'altra ninfa Egeria,ai
cui oracoli finche visse s'ispiravauoMah-
mud II e Abdul-Medjid ; fondò spedali,
scuole, ospizi e moschee. Non è vero, co-
TU R
me alcuno scrisse, die fu ostile allo spi-
rito ili riforma, che divide ormai in due
fazioni l'impero ottomano, e che fece di
tutto perchè non vi s'introducessero no-
vità. Essa partecipò interamente allo spi-
rito di progresso che animò il marito e a-
nima il legnante figlio. Poscia si fondò a
vantaggio de'preesistenti stabilimenti in-
dustriali, una scuola d'arti e mestieri e
un podere modello, di che fu promotore
Ahmed Fethi pascià cognato del sultano.
Questi incoraggi il direttore delle polve-
riere, per intraprendere il viaggio per
l'Europa ad oggetto di fare degli studi
speciali ed acquisti pe'nuovi stabilimenti;
e si recò al proprio palazzo di Cerizan per
animare l'artificio del cavar la Seta, già
fonte di ricchezze per l'impero greco, la
cui lavorazione da Costantinopoli si dif-
fuse nell'Europa, come notai nell'indica-
to articolo; onde nuovamente introdursi
i relativi miglioramenti in Turchia a van-
taggio di sì utile produzione, in uno alla
coltivazione di nuova specie di gelsi, l'e-
ducazione di belle razze di bachi tratte
dalla Cina, e le nuove pratiche di trat-
tura, accoppiamento e torcitura. Anche
il governo ottomano proibì la prepara-
zione e Io smercio del cotone fulminan-
te. Già nel 1847 si riceveauo cristiani al
servizio della marina ottomana, ed il oa-
pudan pascià invitò l'arci vescovo greco di
Tessalonica a mantenerli efficacemente
all'adempimento de'loro religiosi doveri,
facendo allestire a Begeinar una delle più
belle fra le sue tende, a guisa di cappel-
la,per la celebrazione de'di vini ulììzi. Que-
sti vi furono celebrati dall'arcivescovo, il
quale terminò coìDomine salvimi fae im-
peratore ni nostrum Abdul-Medjid. Nel
gennaio 1848 il ministro della polizia or-
dinò, che ciascun capo di famiglia in Co-
stantinopoli dovesse porre una lanterna
sotto le proprie finestre per illuminare al-
l'europea le strade della metropoli, che
rimaneva sempre deserta dopo il tramon-
to del sole e le strade erauo cattive. Il go-
verno trasmise a'capi delle varie legazio-
TUR »$j
ni straniere l'invito di proibire ad ogni
forastiere il portare armi d' ogni specie,
di nascosto o in palese. Intanto indicibi-
li furono gli ostacoli e le opposizioni tro-
vate da Reschid pascià , nel perseverare
ad ottenere i necessari miglioramenti nel-
l'amministrazione dello slato. I partigia-
ni nel passato sistema, i suoi emidi gelosi
del favore che a giusto titolo gli accorda-
va il sultano, non lasciavano sfuggire al-
cuna occasione per fargli resistenza. I re-
trogradi si andavano mostrando malcon-
tenti delle nuove leggi e del progresso al
bene, e molto loro dispiacque l'abolizio-
ne del riprovevole bazar degli schiavinoti
che le giuste riparazioni imposte alle po-
polazioni mussulmane pe' cattivi tratta-
menti ch'esse aveano fatto subire ingiù*
stamente a'cristiani. A quell'epoca si os-
servava, bisognare ancora alcun tempo,
prima- che i ragionevoli sentimenti e le
belle idee che animavano e guidavano il
giovane sultano, ed una parte de'suoi mi-
nistri più illuminati, verso un miglior sta*
todi cose, penetrassero nelle masse in mo-
do soddisfacente. E che perciò Freschi d
pascià, ad onta della sua abilità e del suo
buon volere, dovea durare gran fatica per
fare il bene che divisava, reclamato on-
ninamente dal progrediente secolo. In se-
guito si portò un notabile miglioramento
nella procedura della giurisdizione crimi-
nale, furono date nuove guarentigie per
proteggere l'innocenza e scoprire i delit-
ti; e soprattutto le deposizioni di testimo-
ni, a qualunque classe de'sudditi appar-
tengano, furono dichiarate perfettamen-
te eguali. Si repressero i disordini e gli at-
tidi crudele violenza pur troppocommes-
si di frequente dalle soldatesche irregola-
ri al servigio della Porta, oda individui
senza impiego , abbandonati all'impero
delle loro passioni, e dediti al saccheggio
e all' omicidio. Si rimossero qualunque
specie di ostacoli frapposti alla Ubera e-
sportazionede'cereali da'porti della Tur-
chia. Si ordiuò la totale proibizione del
traffico degli schiavi della Giorgia e Cir-
252 TUR
cassia. Non ostante le autorità turche, cui
incombe la fedele esecuzione de'mentova-
ti provvedimenti , doveano vincere non
pochi pregiudizi tradizionali, e combat-
tere molti interessi contrari nell'adem-
pimento de'loro doveri. Neh 853 con de-
creto de'^5 marzo fu approvata l'istitu-
zione della Banca di sconto di Costanti-
nopoli. Il capitale della banca si disse a-
scendere a 35o milioni di piastre, divisi
in azioni diioo I. st. cadauna, ed ognu-
no potervi prendere parte. 11 contratto
fu sottoscritto da tutti i ministri e dal gran
visir. La durata di esso fu stabilita ai5
anni; il tributo egiziano costituisce la gua-
rentigia necessaria al nuovo istituto, alla
cui direzione fu preposto un consiglio di
1 1 membri. 1 beschlifo-, non che le mo-
nete vecchie doveano togliersi dalla cir-
colazione, ed anche la carta monetata in
circolazione dovca sostituirsi da note di
banco. Venne decretata l'illuminazione
generalecoufari,di tutte le coste dell'im-
pelo, a riverbero e lume rivolgente, e di
fuochi a colori differenti, anche a lume
fisso, di i.°, 2.° e 3.° ordine. Propriamen-
te la costruzione delle strade ferrate nel-
l'impero ottomano fu decretata nel 1 855.
Sì dice nella notificazione data dalla Su-
blime Porta a' 9 settembre. I migliora-
menti ed i progressi che si manifestano
ciascun giorno nell'impero ottomano so-
no il risultato delle magnanime cure che
animano S. M. I. il Sultano e degli sfor-
zi incessanti ch'egli non tralascia di fare
per assicurare il ben essere e la prospe-
rità della popolazione. L'eccelso consiglio
del Tanzimat è incaricato di realizzare
questi nobili pensamenti del sovrano, e
si occupa con ardore ad elaborare la leg-
ge ed i regolamenti che serviranno di ba-
se ad una giusta e paterna amministra-
zione dello stato, e che daranno nuovo vi-
gore all'industria e al commercio, svilup-
pando ognor più la prosperità del paese.
Uno de' più importanti che contribuirà
più che mai allo sviluppo delle risorse del-
l' impero è senza dubbio la costruzione
TUR
delle strade di comunicazione 9ul conti-
nente dell'impero. La Turchia, paese es-
senzialmente agricolo, possiede prodotti
del suolo in grande copia, i quali di al-
tro non abbisognano che di strade per
giungere a'mari che la bagnano, e per a*
limentare il commercio dell'Europa. La
navigazione a vapore , mercè le gran-
di sinuosità de' mari che penetrano per
così dire nel cuore dell' impero ottoma-
no, ha di già aperto grandi vie alle ric-
chezze agricole de' territorii circonvici-
ni. Aprendo ora delle vie di comunica-
zione nell'interno, si potrà rendere pai te-
cipe tutto il continente dell'impero agl'im-
mensi benefizi che il commercio maritti-
mo offre alle coste della Turchia. Onde
giungere a tale meta conviene stabilire
delle grandi vie di comunicazione, cioè a
dire una linea di strade ferrate, le quali
partendo da'centri agricoli del paese, ver-
rebbero a raggiungere i mari, percorren-
do le provincie più fertili della Turchia,
che verrebbero in tal modo unite alleco-
municazioni cogli altri paesi d'Europa.
Le strade laterali ed i canali che dovran-
no alimentare le ferrovie verrebbero fat-
ti più tardi, o per meglio dire si farebbero
da se. La Turchia deve cominciar là do-
ve l'Europa finì; ella non ha che a tra-
sportare le opere di progresso che gli al-
tri paesi ottennero sì lentamente, sì dif-
fìcilmente, ed avrà ad un tratto i frutti
che attesero de'secoli per essere raccolti.
Pertanto il Tanzimat, dopo mature ri-
flessioni, riconobbe che la strada da Co-
stantinopoli a Belgrado è la più importan-
te sotto ogni rapporto, ond'essere la più
urgente a farsi come necessaria al com-
mercio. Costantinopoli è una città consi-
derevole, ove si fa un commercio estesis-
simo; le derrate e le mercanzie, ch'è ob-
bligata a ritirare dall'interno,costituisco-
no di già un traffico immenso, ora la stra-
da ferrata daBelgrado a detta capitale de
ve passare per molte città importanti, per
grandi centri di produzione e d'industria;
il solo commercio di Costanti tiopoli as-
TUR
sicura di già alla ferrovia un prospero
successo. Inoltre il porlo di Costantinopoli
è uno de'più belli e più vasti del mondo
intero, e l'enorme commercio che si fa col-
j'estero offrirà pure alla ferrovia un bril-
lante avvenire. Questa strada ferratale-
stinata ad unire direttamente la Turchia
col resto d'Europa, deve avere natural-
mente per conseguenza un risultato im-
menso così materiale come morale. Tan-
to a Costantinopoli che nelle più belle e
più fertili contrade della Romelia cui de-
ve traversare, questa via ferrata realizze-
rà in poco tempo , sotto questo duplice
punto di vista, i miglioramenti più im-
portanti, darà un immenso slancio al com-
mercio aprendo nuovi mercati all' agri-
coltura eall'industria,ed inaugurerà un'e-
ra novella di prosperità e di ricchezze. Il
governo imperiale affidò la costruzione
della ferrovia fra Costantinopoli e Bel-
grado a delle società d'azionisti, sieno sud-
diti dell'impero o esteri. Ne'vol. LI, p. 25,
L1V, p. 83 e seg., LV, p. 174 e altrove,
rammentai in più luoghi ove trattai del
protettorato esercitato da tempo imme-
morabile in oriente, da'sovrani di Frati»
eia, in favore de'lalini dell'impero otto-
mano, e perciò deili franchi, particolar-
mente della Palestina, sì negl'interessi po-
litici che ne'religiosi, ed eziandio sulla cu-
stodia segnatamente pei francescani del s.
Sepolcro, in che presero talvolta parte di-
versi altri monarchi , e la repubblica di
Venezia, per l'autorevoli sollecitudini dei
Papi. Lodai la recente opera d'Eugenio
Bore, Questione de Luoghi Santi, nar-
rando come la Francia fece valere i suoi
diritti secolari di protettorato de'Luoghi
SantijCome delle pretensioni della Russia
in favore de'greci scismatici. Dissi, che in
conseguenza del firmano ottenuto dai
delti greci nel 1 84 1 , furono chiuse le scuo-
le e la chiesa cattolica di Bettlemme, ed
i greci ottennero di potere restaurare la
chiesa del s. Sepolcro e quella di Betlem-
me. Che però nel 184^ Luigi Filippo re
de'francesi (che già avea otteuulo dal sul-
T U R 253
tano Mali mud II, di potere i religiosi la-
tini celebrare la messa nella chiesa del-
l'Ascensione sul monte Oliveto), ordinò
al suo ambasciatore in Costantinopoli di
ottenere dal sultano: la riapertura di det-
te scuole, la punizione di quelli che l'a-
veano fatte chiudere, e il diritto esclusi-
vo a' religiosi latini di restaurare la chie-
sa del s. Sepolcro e di Bettlemme. Che nel
1847 w luoala la stella d'argento nella
grotta della Natività, sulla quale era in-
ciso: Hicde Firgine Maria Je su Chi •isti
natuscst. Iscrizione latina che prova l'an-
tico possesso de'lalini su tale luogo. Per-
ciò furono i greci che l'involarono, nel
tempo in cui eransi appropriali il santua-
rio, e la portarono in trionfo nel loro mo-
nastero di s.Saba. Il governatore di Ge-
rusalemme Mustafà Zurif, dichiarò che
avrebbe ritrovalo la stella occultala , se
nella questione non si fosse intromesso il
console di Francia; e il cadì propose are-
ligiosi latini ch'egli avrebbe risoluto l'af-
fare a loro favore,se gli fossero date 1 1 ,000
piastre. In quest'odioso affare nel i85s
prese parte Napoleone III imperatore dei
francesi, ed ottenne: Che la chiesa del s.
Sepolcro , la cui cupola fu restaurata a
spese del sultano , sia tenuta come pro-
prietà comune, in cui tutte le chiese cri-
stiane possano esercitare il loro cullo. Che
i latini fossero ammessi a celebrare nel-
la cappella sotterranea del sepolcro della
ss. Vergine in Getsemani sul Cedron, già.
loro proprietà esclusiva. Che a' latini si
dasse una chiave della gran porta della
chiesa superiore di Bettlemme, santuario
usurpato da'greci e armeni scismatici; on-
de aver con tal mezzo il diritto di pas-
saggio per entrare nella cappella inferio-
re o grotta della Natività, che loro ap-
parteneva ancora. Che i latini potessero
rimettere nella grotta della Natività una
stella d'argento con l'iscrizione latina si-
mile alla rubata. Altri scrissero che que-
st'ultima era d'oro e tempestata di bril-
lanti; e dono di s. Luigi IX redi Fran-
cia, come rilevai nel citato voi. LXIV, p.
aH TUR
84« Laserade'3i geim.iioi 856 ebbe luo-
go uu avvenimento che farà epoca negli
annali ottomani, e che riuscì importan-
tissimo ili quanto che dimostrò il cam-
biamento già Ritto e che continua a far-
si ogni giorno nell'idee e ne' costumi. II
sultano assistè a un gran ballo in costu-
me che die lord de Redclille ambasciato-
re d'Inghilterra, ch'egli stesso andò ad in-
a ilare. Questa è la I /rolla che un sulta-
no onorò di sua presenza una festa stra-
niera. Questo fatto fece una grande im-
pressione negli alti circoli del paese. Inol-
ile il sultano onorò pure personalmente
il ballo dell'ambasciatore francese Thou-
■venel. In questa festa però non figurarono
i capi delle varie comunità cristiane e del-
la comunità israelitica, come fu osservato
nella brillante festa dell'ambasciatore in-
glese. E (jui aggiungo, che prima in Tur-
chia erano vietali i teatri, ma già ne fu e-
di ficaio uno a Pera di Costantinopoli, è
frequentato da'turchi e vi andò più vol-
te il sultano lasciandovi in dono rilevan-
te somma. Indi a'2i febbraio fu pubbli-
cato il famoso firmano o Halti-Huma-
youn,dicuigià feci motlo ne' voi. LX VII,
j>. !2,LXXlX,p. 2 25, che lascierà in be
«edizione il nomedi Abdul-Medjid-Khan,
poiché col magnanimo alto pose tulli i
sudditi della Porta, a qualunque religio-
ne o rito essi appartengano, sul piede del-
la più perfetta eguaglianza, e promise ul-
teriori utilissime rifórme e salutari leggi,
ciò che vieppiù assicura il prospero av-
veniredella Turchia, massime pei la pro-
prietà fondiaria concessa agli stranieri, la
quale produrrà uu immenso sviluppo nel-
le sue risorse agricole, nelle sue numero-
se foreste e miniere. Eccone il lesto. « A
te mio gran visirMehemet-Emiu-Aali pa •
scià decorato del mio ordine imperiale del
Medjidiè di i.aclasse e dell'ordine del me
rito personale, Dio accordi grandezza e
raddoppi la potenza. Il mio più caro de-
siderio è stalo temere di assicurare la fe-
licità d'ogni classe de'suddili, che la Prov-
videnza ha posti sotto il mio scettro lui-
TUR
penale: e dal mio avvenimento al trot
non ho cessato di l'are ogni mio sforze
questo scopo. Ne sieuo rese grazie all'Oi
nipotente! Questi incessanti sforzi barn
portato già fruiti utili e molti. Di giorno
m giorno la ricchezza e la prosperità dei
sudditi del mio impero vanno aumentan-
do. Oggi desiderando rinnovai e ed allar-
gare i nuovi regolamenti istituiti nello
scopo di giungere a conseguire uno slato
di cose conforme alla dignità del mio im-
pero, ed alla posizione che occupa fra le
nazioni civili, ed i diritti del mio impero,
ed oggi mediante il concorso benevolo ed
nrnichevoledelle grandi potenze, mie no-
bili alleate, avendo ricevutoall'estero una
sanzione, la quale dev'essere il principio
d'uu'era nuova, voglio aumentare il ben
essere, la prosperità interna, conseguire
la felicità di tutti i miei sudditi. Tutti egua-
li al mio sguardo, e tutti egualmente ca-
ri al mio cuore, e fra loro uniti di cor-
diali rapporti di patriottismo, ed assicu-
rare i mezzi di fare di giorno in giorno
crescere la prosperità del mio impero. Io
adunque ho risoluto e ordinato che venga
eseguito quanto segue. Le garanzie pro-
messe a tutti i sudditi del mio impero col
mio Halti-Humayoun di Gulhanè e col-
le leggi del Tanzimat , senza distinzione
di classe e di culto, sono oggi consolidate
e confermate, e saranno prese efficaci mi-
sure perchè abbiano il loro totale e pieno
effetto. Tutti i privilegi accordati ab an-
tiquo e in parte posteriori ad ogni comu-
nità cristiana o ad altri riti non mussul-
mani stabiliti nel mio impero sotto la mia
egida protettrice, sono confermati e man-
tenuti. Ogni comunità cristiana od altro
rito non mussulmano sarà tenuto in tem-
po determinato e col concorso d'una com-
missione formata ad hoc nel suo seno, di
procedere coli' alta mia approvazione e
sotto la sorveglianza della mia Sublime
Porta alle riforme volutedal tempo. 1 pò
teri conceduti a' patriarchi ed a' vescovi
di riti cristiani dal sultano Maometto II
e du'suoi successori saranno posti in ar-
T UR
monia colla nuova situazione che le mie
generose e benefiche intenzioni assicura-
no a queste comunità. Il principio della
nomina a vita de'pat riarchi, dopo la re-
visione de'regolameuli di elezione, oggi
in vigore, sarà esattamente applicata con-
forme al tenore del loro firmano d'inve-
stitura. I patriarchi, metropolitani, arci-
vescovi, vescovi, non che i rabbini saran-
no tenuti al giuramento al loro entrare
in funzione, secondo una formula combi-
nata fra la Sublime Porla ed i capi spi-
rituali delle diverse comunità. I carichi
ecclesiastici di qualunque forma e natu-
ra, saranno soppressi e sostituiti dallo sta-
bilimento delle rendite de' patriarchi e
de'capi di comunità spirituali delle diver-
se comunità e dell'allocazione del trat-
tamento e della mercede equamente pro-
porzionala all'importanza, al rango e al-
la dignità de' diversi membri del clero.
Non si farà alcuu attentato alle proprie-
tà mobili ed immobili de* vari cleri cri-
stiani.Nondimeno l'amministrazione tem-
porale delle comunità cristiane e di altri
riti non mussulmani, sarà posta sotto la
salvaguardia d' una assemblea scelta in
seno di ognuna delle dette comunità fra
i membri del clero ed i laici. Nelle città,
borgate e ne'villaggi, ove la popolazione
apparterrà in totale allo stesso culto, non
sarà fatto nessun ostacolo al restauro, se-
condo i loro piani primitivi, delle fabbri-
che destinate al culto, alle scuole, agli o-
spedali, a'cimiteri. 1 piani di questi diver-
si edilizi , in caso di nuova costruzione,
approvati daf patriarchi o capi di comu-
nità, sarà mio semplice aleute sottoposti al-
la mia Sublime Porta, che dovrà appro-
varli o farvi le sue osservazioni in uà de-
terminato tempo. Ogni culto, ne' luoghi
ove non esistessero altre confessioni reli-
giose , nelle sue esteriori manifestazioni
non sarà sottoposto ad alcuna specie di
restrizione. Nelle città, borgate e uè' vil-
laggi ove i culti sono diversi, ogni comu-
nità abitante un distinto quartiere potrà
del pari, conformandosi alle suindicate
TUR fe*5
prescrizioni , restaurare e consolidare le
sue chiese, i suoi spedali, le sue scuole ed
i suoi cimiteri. Quando si tratterà d'in-
nalzare nuove fabbriche, verrà chiesta la
necessaria autorizzazione alla Sublime
Porta per organo de' patriarchi e delle co-
Mjunità i*e)igrose,e la Subii mePorta preu-
de.à una sovrana decisione coll'accordar-
le,a menochenou vi sieno ostacoli ammini-
strativi. L'intervento dell'autorità ammi-
nistrative in lutti gli alti di questa natu-
ra sarà adatte) gratuito. Il governo preu-
derà misura per assicurare ad ogni culto,
qualunque sia il numero de'suoi aderen-
ti; la piena libertà del proprio esercizio.
Ogni distinzione ed appello tendente a
rendere una classe qualunque de'suddili
del mio impero inferiore ad un'altra clas-
se, in ragione di culto, di lingua o di raz-
za, sarà per sempre cancellata dal proto-
collo amministrativo. Le leggi agiranno
con vigore contro l'uso, fra privati oda
pule delle autorità, d'ogni qualifica in-
giuriosa o piccante. Attesoché ogni culto
è, e sarà sempre liberamente praticato ne-
gli stati ottomani, nessun suddito del mio
impero sarà impedito nell'esercizio della
religione che professa, ed in nessuu mo-
do sarà a tale riguardo molestato. Nessu-
no potrà essere costretto a mutar religio-
ne. La nomina e la scelta d'ogni funzio-
nario e allri impiegati del mio impero di-
pendendo interamente dalla sovrana mia
volontà , tutli i sudditi del mio impero,
senza distinzione di nazionalità, saranno
ammissibili agl'impieghi pubblici e atti
ad occuparli, secondo la loro capacità ed
il loro meritò, e io conformità alle rego-
le d' una generale applicazione. Tutti i
sudditi del mio impero saranno indistin-
tamente ricevuti nelle scuole civili e mi-
litari del governo oggi esistenti o che in
avvenire saranno create, quando abbia-
no però le condizioni d' età e ili esame
specificato ne'regolamenli organici delle
suddette scuole. Inoltre ogni comunità è
autorizzata a stabilirescuole pubbliche di
scienze, lettere, arti e industria: soltanto
*56 TUR
che il metodo d'insegnamenlo e la scel-
ta de'professori nelle scuole di tali cate-
gorie saranno sotto Ja controlleria d'un
consiglio misto d'istruzione pubblica, i
cui membri saranno da me eletti. Ogni af-
fare commerciale, correzionale o crimi-
nale ove fossero mischiali mussulmani e
sudditi cristiani o di altri riti non mus-
sulmani o di riti differenti, sarà deferito
a tribunali misti, la cui udienza sarà pub-
blica, le parti vi saranno presenti e prò-
dm anno i loro testimoni, ledi cui depo-
sizioni saranno indistintamente ricevute
sotto giuramento , secondo la legge reli-
giosa d'ogni culto. ! processi riguardanti
affari civili continueranno ad essere giu-
dicati pubblicamente, secondo le leggi ed
i regolamenti, dinanzi i consigli misti del-
le provincie, alla presenza del governato-
re e de'giudici locali. 1 processi civili spe-
ciali, come quelli di successione od altri
di questo genere, fra 'sudditi dello stesso
rito, potranno su loro domanda essere ri-
messi a'eonsigli de' patriarchi o delle co-
munità. Le presenti leggi o correzionali
o commerciali, e le regole di procedura
d'applicarsi ne'tribunali misti saranno il
più presto possibile completate e ridotte
a codice. Sotto gli auspicii della mia Su-
blime Porta ne saranno pubblicate ver-
sioni in tutte le lingue, che si parlano nel
mio impero. Nel più breve tempo possi-
bile si procederà alla riforma del sistema
penitenziario nella sua applicazione agli
stabilimenti d'egual natura per concilia-
re i diritti dell'umanità con quelli della
giustizia. Nessuna pena corporale, anche
nelle carceri, potrà essere applicata se non
in conformità a'regolamenti disciplinari
emanati dalla mia Sublime Porta: e tut-
tociò che avesse della tortura verrà affat-
to abolito. Le infrazioni su tale oggetto
saranno severamente represse, e porte-
ranno ancora di pieno diritto la punizio-
ne, secondo il codice criminale, dell'au-
torità che le avessero ordinate, o degli a-
genti che l'avessero commesse. L'orga-
nizzazione della polizia nella capitale, nel-
TUR
le città di provincia e nelle campagne sa-
rà riveduta in modo da dare ad ogni pa-
cifico suddito del mio impero le deside-
voli garanzie di sicurezza e sulla loro per-
sona e ne'beni. L'eguaglianza dell'impo-
ste portando l'eguaglianza de'carichi, co-
me quella de' doveri, porta seco anche
quella de'diritti: i sudditi cristiani e di al-
tri riti non mussulmani, dovranno come
i mussulmani, adempiere la legge di co-
scrizione. Sarà ammesso il principio del
cambio o del riscatto. Nel più breve tem-
po possibile sarà pubblicata una legge
completa sul modod'ammissione e di ser-
vizio de'sudditi cristiani e di altri riti non
mussulmani nell'esercito, di modo da po-
ter loro assicurare la posizione la più con-
veniente. Si procederà ad una riforma
nella formazione de'consigli provinciali e
comunali per garantire la sincerità della
scelta de'dele^ali dalle comunità mussul-
mane ed alla libertà de'voti ne'consigli.
La mia Sublime Porta penserà a'mezzi
più efficaci per esattamente conoscere e
controllare il risultato delle deliberazio-
ni e delle decisioni prese. Siccome le leggi
che regolano la compra, la vendita e la
disposizione delle proprietà immobili so-
no comuni ad ogni mio suddito, potrà es-
sere permessoagli esteri di possedere pro-
prietà fondiarie ne' miei stati, confor-
mandosi alle leggi ed a'regolamenti di po-
lizia, ed acquistando gli stessi pesi degli
indigeni, dopo che avranno luogo gli ac-
comodamenti fra le potenze straniere. Le
imposizioni sono per lo stesso titolo esi-
gibili da tutti i sudditi del mio impero,
senza distinzione di classe, uè di culto. Si
provvederà a'mezzi più pronti ed ener-
gici per correggere gli abusi nel percepi-
re l'imposte e specialmente le decime. Il
sistema dell'imposte dirette sarà succes-
sivamente, ed appena che si potrà, sosti-
tuito al regime delle tenute in ogni ra-
mo degl'introiti dello stato. Finche du-
rerà tale sistema, sotto le più severe pe-
ne verrà interdetto ad ogni agente del-
l'autorità e ad ogni membro de'medglis
T U R
di fu'si aggiudicatari de' terreni, che sa-
ranno annunciati con pubblicità e con-
correnza, o d* avere una parte qualun-
que u" interesse nella loro intrapresa.
Le imposizioni locali saranno possibil-
mente calcolate in modo da non colpire
la sorgente del prodotto o da non attra-
versare il movimento del commercio in-
terno. Le opere di pubblica utilità rice-
veranno una conveniente dote mediante
imposte particolari e speciali delle pro-
viucie chiamate a godere dello stabili-
mento delle vie di comunicazione per ma-
re o per terra. Essendo stata emanata una
legge speciale, che ordina di comunica-
re il budget degl'introiti e dellespese del-
lo stalo, ad un'epoca periodica, e possi-
bilmente nella previsione d' un anno, al
grande consiglio di stato, questa legge ver-
rà nel modo più scrupoloso osservata. O-
gui anno si pubblicherà il budget , e si
procederà alla revisione de' trattamenti
stabiliti ad ogni impiego. I capi ed un de-
legato d'ogni comunità, scelti dalia mia
Sublime Porta, saranno chiamati a pren-
der parte alle deliberazioni del consiglio
supremo di giustizia in tutte le circostan-
ze che interessassero la generalità de'sud-
diti del mio impero. A tale effetto saran-
no convocati specialmente dal gran visir.
11 mandato de'delegati sarà annuale : al
loro entrare in ufficio darannogiurameu-
to. Ogni membro del consiglio nelle riu-
nioni ordinarie e straordinarie dirà libe-
ramente la sua opinione e darà il suo voto,
senza che possa su ciò essere mai mole-
stato. Le leggi contro la corruzione , la
concussione, o la malversazione saranno
nelle forme legali applicate a tutti i sud-
diti del mio impero,qualunque sia la loro
classe e la natura di loro funzioni. Quan-
to più presto è possibile ci occuperemo
del sistema monetario del mio impero, co-
me pure della creazione di banchi e di al-
tri istituti di credito pubblico, destinati
ad accrescere le risorse del paese: come
anche della costruzione di strade e canali
che più facili renderanno le comuuicuiio-
VOL. LXXXI.
TUR 257
ni. Verrà abolito tuttociò che può arre-
stare il commercio e l'agricoltura. Per
conseguire quanto è innanzi indicato, sa-
rà introdotto lo spirito di esperienza d'Eu-
ropa. Tali sono i miei ordini e la mia vo-
lontà: e tu mio gran visir, tu, secoudo l'u-
so, farai pubblicare tanto nella mia ca-
pitale, che in ogni parte del mio impero
questo firmano, e attentamente veglierai
e prenderai ogni misura necessaria onde
tutti gli ordini che contiene sieuo colla più
rigorosa prontezza eseguiti ". Il consiglio
del Tanzimat continua ad occuparsi at-
tivamente de'miglioramenti.Egli presen-
temente fa fare più prove di differenti si-
stemi di lastricatura per assicurarsi di
quello che meglio corrisponderà a'bisogui
della capitale, che sarà interamente sel-
ciata a nuovo. Si occupa pure di progetti
di strade per tutto l'impero, e di progetti
d'incanalamento de'nuuierosi corsi d'ac-
qua che lo percorrono in tutti i sensi. La
direzione dell'artiglieria fece costruire a
Tofane o Tophana un'usina a gaz pe'suoi
propri bisogni; la si farà però assai con-
siderevole per poter anche rischiarare a
gaz Pera e Galata, grandi e primari sob-
borghi di Costantinopoli, equivalenti a
importanti città. Pera è la residenza del
vicario apostolico de'iatini, dell' arcive-
scovo primate per gli armeni, colle loro
chiese cattoliche, e degli ambasciatori e
altri diplomatici europei presso la Porta.
Giace sopra una collina amena che do-
mina il canale di Costantinopoli al nord.
Ha palazzi assai belli, costrutti in pietra,
e deliziosi contorni. Galata sorge in fac-
cia a Costantinopoli, da cui è divisa me-
diante il porto. Contiene molte moschee
e una fontana riccamente ornata. Nella
parte inferiore, all'ingresso del porto, sta
il graude arsenale di Tophana, che con-
tiene magazzini d'artiglieria, caserme di
cannonieri, ed una bella fonderia di
cannoni. Vi risiedono molti mercanti di
tutte le uazioni,efu il luogo dato da'greci
imperatori a Genova. È vano il dissimu-
larlo; lo spirito commendabile di civiltà
17
258 TUR
e «li progresso de! governo ottomano non è
comune alle popola/ioni discoste dal een-
tro dell'impero, le quali sono sempre,per
loro grande s\entura, infatuate da'prin-
clpù tradizionali d'orgoglio e di egoismo
settario che hanno fatto propagare l'isla-
mismo sulle vaste e ricche contrade del-
l'Asia e dell' oriente d'Europa, e ne die-
rono funeste e ulteriori prove nella pro-
mulgazione dell' Hatti-IIumayoun , e
contemporanea soppressione dell'infame
commercio degli schiavi, di che dovrò ri-
parlare. Ma buona parte delle razze o-
rienlali, quali esse siano, mussulmani o
cristiani, ricevendo ormai la loro educa-
zione principalmente per la lingua fran-
cese, e vedendo fra loro una società nu-
merosa e civilizzata che ha emigralo dalla
Francia, riguardano gli alleati del sulta-
no cornei rappresentati della civilizzazio-
ne europea. A tali razze più di tutti il ge-
nio e l'energia cosmopolita e universale
del popolo francese prevale nell'iati uirle e
nel comunicar loro le necessarie cognizio-
ni; poiché la nazione francese, la quale per
tanti secoli ha proclamato l'interesse che
porta all'oriente, finalmente acquistò sul-
l'impero ottomano quella piena influen-
za che sì lungamente desiderò. Grandi so-
no i progressi che le idee francesi di pre-
ferenza fanno nella metropoli della Tur-
chia, e vi contribuiscono le maniere in-
sinuanti de'suoi rappresentanti diploma-
tici nel raccomandare le riforme con ra-
gionevoli consigli,*! quali trovano facile a-
scolto. D'altronde conviene che i turchi a-
dem piano le promesse di riforme esplicita-
mente fatte agli uomini di stato dell'occi-
dente per impegnare le loro nazioni a pren-
dere parte alla guerra che minacciava di
soggiogarli. La polizia e i gendarmi vanno
ad organizzarsi del tutto sul modellato si-
stema francese; così l'esazione della rendi-
ta,così la formazionedelle strade urbane,
così altro. Costantinopoli sarà come cam-
pione delle altre città, e le migliorie de'
sistemi proposti dagli alleali, anche in E-
gitto, non tarderanno di farne raccoglie-
T U R
re i vantaggiosi fruiti al governo e al po-
polo. Ora si va a fare eseguire il censo ge-
nerale della Turchia, nello scopo di rico-
noscere lo stato numerico delle popola-
zioni e loro condizioni, ed i vagabondi
saranno espulsi; di stabilire una riforma
sulle imposte, essendo l'anteriore censo
assai difettoso; e per impedire il commer-
cio dello spaccio de' passaporti a 'sudditi
ottomani, e suoi criminosi abusi. Di più
è slata nominata una commissione, con
l'incarico di fare gti sludi necessari per
migliora re il sistema carcerario dellaTur-
chia.
L'origine de'turchi, come di tulli gli
antichi popoli, è contrastata dagli storici;
comunemente si dice nazione uscita dalla
Tartarici (^.J,che sotto il comando di
vari capi in due secoli eslesero le loro con-
quiste dalle rive del mar Caspio allo stret-
to di Costantinopoli. Che abbracciato il
Maomettismo degli arabi, servirono dap-
prima i Saraceni (^.), e alla decadenza
del loro impero fondarono il proprio, im-
padronendosi del califfato o signoria de'
saraceni, che riconoscevano a loro capo
temporale espiriluale il califfo. Gli arabi
o saraceni, e poi i turchi, al pari de' ro-
mani formarono rapidissimamente il lo-
ro im pero nell'Asia, nell'Africa e nell'Eu-
ropa,-non però colla scienza militare che
distinse gli antichi signori del mondo, ma
col fanatismo e promulgandoli seducente
loro sistema religioso, benché in sosta n-
' za brutale ed empio. Gli arabi più istruiti
cambiarono dappertutto, e al modo loro,
anche le scienze e le arti, nelle quali van-
tano non pochi illustri. L'araba filosofia
salì al suo apogeo per opera d'Ibn-Pioschd
detto da'latini Aben-Rois e quindi Aver-
roes.Costui nato in Cordova verso il i 1 20
e dotato di grande amore per la scienza
e di superstiziosa venerazione per Aristo-
tile, condusse nella lunga vita che ebbe
all' ultimo alto il movimento scientifico
de'suoi predecessori, e meritò d'essere te-
nuto il più alto rappresentante della fi-
losofia mussulmana. Intorno alla sua vita,
TU R
a'suoi scrini, alla sua dottrina può leg-
gersi specialmente l'accuratissima opera
d'Ernesto Renan: AverroésetVAverroi-
sme, Essai historique, Paris ìS5i-t il
quale sopra documenti irrefragabili e-
uieuda gli errori di que'che scrissero pri-
ma di lui sul medesimo argomento, e vi
reca tanta luce che forse non può darse-
ne maggiore. Averi oes scrisse molti trat-
tali scientifici, ecomcnentòdueo tre volte
quasi tutti i libri d'Aristotile; ma l'opera
più celebre che gli die sopra le altre rino-
manza, fu il così detto Gran Commenta-
rio, iu cui egli si studiò con molta diligen-
za e sottigliezza di esporre e di dilucida-
re la dottrina di Aristotile; ma non però
si valse del testo greco, poiché era quel-
lo stato tradotto in arabo 3 secoli prima,
traduzione fatta non dal greco, ma dal si-
riaco de'nestoriani che in qualità di me-
dici frequentavano la corte de'califfi o-
rienlali. In breve l'Averroismo è un A-
rislotelismo modificato da' neoplatonici
alessandrini, guasto dalle interpretazioni
degli eretici ne storiarli siri e caldei. Quan-
to alle arti , 1' architettura araba , o sia
quella che praticarono i sai areni dopo le
loro conquiste in Asia, in Africa, in Occi-
dente,sembra essere stata daessiformata
in gran parte sullo stile egizio,ch'era quel-
lo che più frequentemente loro si presen-
tava negli edilìzi delle provinole conqui-
state. Essi però v'introdussero un gusto
tutto particolare, e forse proprio della lo-
ro nazione; e questo gusto si fa partico-
larmente osservare nell'elevazione delie
loro volte ardite, nella forma della loro
centina, nella leggerezza delle colonne a
guisa di fasci di pertiche, nella varietà de*
capitelli, e nella quantità straordinaria de-
gli ornamenti, che presentano una riu-
nione curiosa e stravagante di fregi, di fo-
gliami, d' intrecciaraenti, incavati spesso
e isolati a foggia di merletti o di filagra-
na, di rosoni e di altre rappresentanze di
fiori distribuiti talvolta con qualche mae-
stria. Diverso però è lo stile de'saraceni
d'Egitto e della Siria, da quello de'sara-
T U R 259
ceni o mori della Spagna, le fabbriche de'
quali ultimi hanno percarattere leL'gerez
za ed eleganza,che non si trovano in quelle
de'saraceni d'Egitto. Nell'architettura a-
raba o saracena negli edifìzi d'Egitto, A-
leppo, Gerusalemme e Costantinopoli ,
si vede spesso frammischiata quella de'
greci e romani, come avanzi di loro edi-
fìzi. I turchi praticarono, perquanlo seni
bra, l'architettura stessa de'saraceni, ma
in alcune opere, e specialmente ne'pub-
blici monumenti, aggiunsero agli ornati
di gusto saraceno una quantità di piccole
torri o minareti. I loro edifìzi li descrisse
Moradgea d'Ohsson egregiamente. Gli a-
rabi cercarono nell'arte più il meraviglio-
so che il bello, e più studiarono di sor-
prendere che di piacere. Conviene però
confessare, che portarono al sommo gra-
do l'arditezza nella costruzione e nel ta-
glio delle pietre, onde la loro architettu-
ra fece gran fortuna, prima sotto i nomi
d'araba, moresca e saracena, e poi di go-
tica moderna, venendo preferita talvol-
ta da'latini al gusto gotico ogivale e usi -
tato, ch'era pesante altrettanto, quanto
l'arabo era leggero e svelici turchi hanno,
un' origine comune cogli sciti della grnn
Tartaria, non sono dunque da seguirsi
gli autori, che li confondono co' turco-
mani dell'Armenia, dell'Assiria, e co'po-
poli del Turchestan, contrada d'Asia la
quale si divide in Tartaria indipendente
e in Tartaria Chinese o Piccola Buka-
ria. I turcomani, secondo alcuni , sono
que'popoli medesimi che i greci antichi
indicavano sotto il nome di parti, di mes-
sageti ed anche di sciti, cui noi abbiamo
sostituito il nome ài tartari, laonde gio-
va non dimenticare il loro articolo che
con questo ha tanta connessione. Queste
popolazioni erano sparpagliate all'oneri»
te ed anche al settentrione del mar Ca-
spio, e in sino al di là del lago Arai, di-
modoché queste regioni assunsero poscia
il nome di Turchestan o sia paese de'tur-
comani, o de'turchi al dire di altri. Que'
popoli, pastori e nomadi al pari degli a-
260 TUR
rabi del tksei lo, si fecero in ogni tempo
t-onosceie come masnadieri feròdi t an-
che guerrieri formidabili. Ne Ciro, uè A-
lessaudro, né gli slessi romani, ton po-
terono giammai giungere n soggiogarli ;
quest'impresa era lisci bata agli arabi, i
quali 80 anni dopo Maometto, vi fecero
conoscere le loro armi e persino la pro-
pria loro religione,cbe costrinsero abbrac-
ciare. Al riferire del principe di Moldavia
Demetrio Canlemiro, Storia dell' "impe-
ro ottomano, Parigi 1 743, i I tirchi sono
sortili da quella parie della gran Tarla-
ria ch'è al di sopra del mar Caspio, don-
de partirono queste numerose torme che
si sparsero nella Sarmazia e nella Scizia
europea. Inoltre osserva, confessare i tur-
chi, che i tartari della Crimea discen-
dono dalle medesime tribù, da cui ven-
gouo essi, ma per un altro ramo; e che
hanno molte volle dichiaralo, che se la
casa degli Ottomani venisse a mancare,
quella de' tartari della Ciiuiea le succe-
derebbe nell'impero. Pare che la Crimea
fosse anticamente chiamala Gazaria, e ne
fu capitale Tcodosia (V.) o Gaffa, già
floridissima colonia de'genovesi, chiama-
ta anticamente da'turchi Krim-Slambul
o Costantinopoli della Crimea. 1 turchi
anticamente erano una nazione possente,
che si stabilì nella Scizia europea, oggidì
Moscovia> presso il Volga. Parlasi di essi
come di abitali li di questo paese dagli sto-
liei che hanuo scritto dopo il regno del-
l' imperatore Maurizio del 582. Si può
vedere Costantino Porfirogenito, De re-
gendo imperio, et de legationihus, egli
altri autori della Storia Bizantina. I tur-
chi si sparsero eziandio in Asia al di so-
pra del ricordalo mar Caspio, e forse di
là alcune tribù passarono io Europa. Se-
condo de Guignes, Storia generale de-
gli Unni, Turchi ec, gli unni sortirono
da principio dalla parte orientale della
Tartaria, che confina colla Cina. 11 me-
desimo aggiunge che le guerre frequen-
ti co' cinesi., e le rivoluzioni che insor-
sero fra di essi, fecero loro abbandona-
TUR
re la propria patria , che s' avanzarono
Terso I* occidente, che gli uni si stabili-
rono vicino al Volga, e gli altri verso il
mar Caspio,eche presero in seguito il no-
me di Turchi. 11 Berti ino nelle Memo-
morie isteriche dichiara, che la nazione
de' tur chi da oscuri natali si rese famosa
e temuta per azioni ardite e guerriere; e
che senza alcun dubbio trasse I' origine
dagli sciti, ot a tartari,abilatori delle vaste
solitudini sopra il mar Caspio presso il fiu-
me Volga. Che soggiogato il Turcheslan,
dal nome di questo paese presero quello
di Turchi J indi dal re di Persia Ormi-
sda III, che regnò dal 579 al 590, fatti
calare dal settentrione in suo aiuto, fe-
cero quindi grandi conquiste, e regnaro-
no per lo spazio di 5 secoli iti Asia, sotto
il nome di Saraceni. Il Rinaldi nel com-
pendio degli Annali ecclesiastici del Ba-
rotiio, parla per lai.a volta de'turchi ai-
Pan. 566, perchè in quello i turchi abi-
tanti al Tunai verso il vento euro, e chia-
mati ab antico messageti, mandarono in
Costantinopoli all'imperatore Giustino li
un'ambasceria con presenti, richiedendo-
lo che non volesse ammettere alla sua a-
micizia gli avari e il loro re Gagano ne-
mici loro. Indi narra all'an. 62 5,che l'ini-
peratoreEraclio chiamò in suo aiuto i tur-
chi orientali, contro Cosroe 1 1 re di Per-
sia, delti anche turchi gazari, i quali si
mostrarono pronti; laonde con Ziebil lo-
ro duce, rotte le porte Caspie ed entrati
nella Persia, mandarono ogni cosa a fer-
ro e a fiamma: quindi lasciando Ziebil
4o,ooo soldati scelti a disposizione d'E-
raclio, tornò al suo paese. Scrissero pu-
re dell'origine de'turchi, Teodoro Spau-
dugiuo Cantacuscmo,! Commentari del-
l'origine de' principi Turchi e de costu-
mi di quella nazione, tradotti da L.Do-
menichi, Firenze 1 55 1. Sausovino, /sto-
ria universale dell' origine de' turchi,
Venezia 1 582. Siccome la storia de'tur-
chi si rannoda con quella degli arabi Sa-
raceni, per averne adottata la religione
e successo nella più parte de'ioro vasti do-
TUR
mitili, e siccome presto cominciarono a
figurare coll'impero greco e con Costan-
tinopoli sua capitale , per le successive
conquiste che vi fecero inclusi vameule a
tale metropoli; dovendo procedere d'ac-
cordo col narrato e per maggior brevità
qui ricorderò o accennerò il più princi-
pale del riferito in cpiegli articoli, non sen-
za alcuna intrinseca giunta. Quantoa Co-
stantinopoli f\'ant\cù Bisanzio, ivi più spe-
cialmente ragionai de'turchi, oltre il ma-
teriale della città antica degl'imperatori
e delia moderna de'sultani, nel § I, Im-
pero orientale o greco da Costantino I
il Grande, sino alla sua distruzione;
§ \\, Impero ottomano, ossia notizie com-
pendiate di esso dall'origine sino a no-
stri giorni. Gli arabi pretendono discen-
dere da Ismaele figlio d'Agar e u" A bra-
mo, e perciò i discendenti si dissero an-
che ismaeliti e agareni. Altri pretendo-
no che il nome di Saraceni derivò loro
come discendenti di Sara, ma la s. Scrit-
tura dice che dessa partorì ad Abramo
soltanto Isacco, da cui discesero °V Israe-
liti. La pretesa religione che Ismaele in-
segnò a'suoi figli si dìsselsmaelismo (V.),
diverso dal Maomettismo che poi abbrac-
ciarono i saraceni, ad onta che aveano ri-
cevuto il benefizio della fede cristiana per
la predicazione di s. Paolo apostolo e di
s. Ilarioue abbate, avendo eziandio avuto
i propri vescovi, ed anche gli eretici A-
rabi o Arabici. Indi diversi si dedicaro-
no alle depredazionijditnneggiarono l'im-
pero greco, profanarono chiese e marti-
rizzarono alcuni monaci. Frattanto nel-
la Mecca insorse il famoso impostore e fa-
natico Maometto,vantandosi discendente
d'Ismaele e profeta, che divulgò nel 622
il guazzabuglio della religione da lui for-
mata, la quale si disse Islamismo e dal
suo nome si chiamò maomettismo, ar-
ticolo pureche va tenuto presente. L'im-
maginò per ambizione con un miscuglio
principalmente di cristianesimo e di giu-
daismo per distruggerli ambedue: uè si
discostò dall'eretiche opinioni degli ere-
T U R 261
siarchi Ario e Nestorio, un discepolo del
quale 1' aiutò alla compilazione de' suoi
domini. Divisa l'Arabia nella credenza tra
l'idolatria e la religione cristiana e l'ebrea,
perciò Maometto astutamente accordò a
ciascuna qualche cosa, lasciando a'volut-
tuosi arabi lo sfrenato sfogo de'piaceri del
senso, che pure avrebbero goduto nell'al-
tra vita: allettò l' ignoranza e lusingò la
semplicità de' popoli. Chiamò i suoi segua-
ci feri-Credentiy nome che di cesi equi-
valente a Mas sul/nani ,meiilve Infedeli ap-
pettò quelli che uon abbracciarono la sua
setta, come lo sono rispetto a noi chi non è
Fedele.Nel 1 8i»4Michele Amai i pubblicò
in Firenze il i.°vul. della Storia deJ mu-
sulmani di Sicilia, che la Civiltà catto-
lica nella 2.a serie, t. 9, p.70, uel darne
contezza riprovò, e poi la s. Sede pose nel-
l'indice de libri proibiti, come rilevai nel
voi. LX.X1II, p. 277. L'Amari sventu-
ratamente, ad onta del suo ingegno e sto-
riche cognizioni, si mostra grandissimo
ammiratore di Maometto, lo chiama ih*
gegno altissimo, superiore nonché alla
sua nazione al suo secolo; ed osa met-
tere quel furbo sopra il Papa s. Gregorio
1 Magno, che non riuscì come Maomet-
to a migliorare la condizione degli schia-
vi, cou ridicolo e indegno parallelo, che
alla sua volta impugnò (se l'Amari inten-
de parlare della liberazione propriamen-
te degli Schiavitù quest'articolo celebrai
il grati Pontefice appunto perchè non vi
fu mai chi se uè prendesse alfettuosa e fer-
vorosa cura più di lui; se poi intende di-
re di liberare i popoli dall'oppressione dei
Longobardi e altri barbari, la storia im-
mortalò le sollecitudini di s. Gregorio [
per difendere e proteggere i popoli dalie
loro angarie, senza impor ad essi quel gio-
go che Maometto impose a'suoi pretesi li-
berati; riè s. Gregorio I risparmiò i prin-
cipi cristiani, che provocarono la sua apo-
stolica voce, che alto tuonò alla circostan-
za e con sacerdotale franchezza). Parla di
sua legge o Al-Korano come di »' Un si-
stema religioso e politico, semplice, vasto.
aGa TUR
ottimo olla prova: poiché e rigenero mia
nazione più prontamente che non l'abbia
mai fatto altra legge, e contribuì non po-
co all'incivilimento d'una gran parte del
genere umano, e si regge tuttavia, uè par
disposto a morire". A siffatto parziale e
passionalo giudizio la Civiltà gli oppose il
seguente}tratloda quello degl'inglesi scrit-
toi i òeWHist. univ. cornp.par una sociétc.
de gnu de lettres, poco sospetti al certo
nel sentenziare di tali materie. » L'islami-
smo pare sia stalo formato per nutrire e
saziare gli sregolati appetiti degli uomini
e particolarmente le passioni depravate
degli arabi pagani; non deve perciò far
meraviglia che esso abbia fallo in sì bre-
ve terupo progressi cotanto pi odigiosi".La
Civiltà quindi confuta le asserzioni del-
l'Amari, rileva i funesti elFetti dell'isla-
mismo, meravigliandosi come mai si po-
trà seriamente asserire, che il maometti-
smo abbia rigenerata una nazione più di
qualùnque altra legge, non esclusa la cri-
stiana, e conferito all'incivilimento d'una
gran parte del genere umano un sistema
religioso, che per rintuzzar la potenza dei
nobili nemici del profeta, sebbene non vi
sia riuscito,e per istuzzicare le brame d'un
popolo ardentissimo, promettendo egua-
glianza e democrazia , mentre al tempo
slesso stabiliva nella famiglia la servitù e
il degradamene della donna, fatta man-
cipio a tolte le voglie del marito, anche
alle più opposte all'umana natura, e fon-
dava nella società il dispotismo più cieco
e brutale sostenuto da un'ipocrita teocra-
zia, incorporando al potere civile la pre-
minenza spirituale, di cui furono rampol-
li le terribili sette de'Carmazi e degli As-
sassinami sistema religioso che raccoman-
dava la giustizia e il rispetto delle pro-
prietà, mentre approvava col religioso fa-
natismo l'ingiustizie e l'usurpazioni più
spaventevoli; un sistema religioso il qua-
le annunziava da un lato fratellanza e a«
morevolezza, e sfrenava dall'altra i suoi
cultori alla ferocia più bestiale, e rappre-
sentava il paradiso sotto 1' ombra delle
TUR
spade, ed insegnava che ilcombaltere con-
tro i nemici dell'islamismo è assai più me-
ritorio che non il pregare per 70 anni iu
casa, o il far 5o pellegrinaggi? Che si di-
rà dello sfrenamento totale de' costumi
che dovea seguire, e segui, specialmente
fra gl'ismaeliti, al uon essersi imposto dal-
la legge freno alcuno alle corrotte voglie
del cuore, e dall'essersi dipinto Dio qual
autore perfino del peccato, e come un de-
spola che salva o danna gli uomini a ca-
priccio? Che si dirà poi di quell'assoluto
e cieco abbandono in Dio che nel Corano
non è un'idea cristiana sotto nuovo «o-
7ìiet ma bensì riesce ad un micidiale^-
talismo , che rese in ogni tempo i mus-
sulmani strumenti ciechi d'un tiranno teo-
crate, il quale o li gittò nel furore delle fa-
langi sotto il taglio delle spade e la piog-
gia ardente e distruggitricedel fuoco gre-
co e della mitraglia, ovvero li calpestò
come fingo nella più insensata apatia fi-
no a formarne i Carmazi e i Fedai?" La
legge mussulmana, considerata a franiti*
mi e minuzzoli, ha certamente delle par-
li buone e degne di ammirazione e di lo-
de; ma queste sono copiate da'Profeti e
dal Pentateuco, e capaci perciò di rialzar
l'uomo da quella lagrirnevole brutalità,
nella quale lo suole inabissare l'idolatria.
Riguardata però nel suo complesso e raf-
frontata co'fatli ch'essa produsse,non può
non apparire che un accozzamento di con-
traddizioni non atte ad altro che ad esal-
tare brutalmente gli spiriti de'popoli ma-
teriali, ed eccitarne l'impelo sregolato, a
minacciar sempre alla verace civiltà del
cristianesimo. Il doloroso spettacolo del-
la selvaggia condizione, nella quale furo-
no prostrate la Siria, una gran parte del-
la Persia, e l'Africa principalmente, in
cui pure tanto vigoreggiava una volta il
cattolico incivilimento, basterà a far in-
tendere quanto abbia conferito l' islami-
smo alla civiltà de'popoli. Sventurata-
mente si trovano nel Corano tutti i semi
delle dottrine protestantiche e de'moder-
ni novatori. Ed ecco perchè destò tanto
TUR
le loro simpatie , forma un oggetto non
ultimo de'loro studi, e frutta talvolta al
mflomettismo qualche illustre acquisto di
protestanti. La rapidità poi colla quale si
fondò ed estese il colossale impero mus-
sulmano, massimamente se si ragguaglia
«"tempi del suo ingrandimento, oon de-
ve far meraviglia a chi è avvezzo allo
spettacolo degli antichi imperi orientali;
uè ci sorprenderà la tenacità colla qnale
si è mantenuto in parte quel religioso si-
stema, dopo infranto in mille pezzi l'im-
pero, se si consideri com' esso abbia in-
trecciato con replicati nodi le sue radici a
quelle delle più gagliarde passioni del cuoi*
umano. Che poi non paia disposto a mo-
rire, noi ne dubitiamo assai, e ne dubi-
tano con noi quanti non accecati dall' o-
dio della chiesa cattolica , assistono allo
svolgersi delle presenti vicende d'Euro-
pa ". Inoltre l'Amari viene solennemente
smentito dall'autorità, dalla ragione e dal
fatto, come prova la Civiltà cattolica.
Maometto accompagnò le sue predicazio-
ni e legislazioni colla spada, il ferro e il
fuoco, onde rapide ed eslese ne furono le
conquiste, obbligando le Dazioni o ad ab-
bracciar l'islamismo o a pagare un tribu-
to. I saraceni presto 1' abbracciarono, si
assoggettarono a Maometto e cooperaro-
no potentemente a dilatar le conquiste
violenti, ed a sostenere il suo dispotismo.
Dice il Sagredo: Come fu stravagante il
principio, e sopraffina la legge della set-
ta maomettana , così ne furono meravi-
gliosi gli avanzamenti. Appena bambi-
na s'ingigantì. I suoi unni furono contras-
segnati da continuale conquiste. Ogni mo-
mento del suo crescere fu un trionfo, e
chi numera le vittorie, crede faticosi par-
ti di secoli, ciò che fu prodigioso volo di
brevissima età. 1 saraceni che primi alza-
rono l'insegna dell'islamismo, inondaro-
no quale impetuoso torrente vastissime
provincie dell'Asia, tutta l'Africa e parte
dell'Europa; coperte non meno l'onde dei
mari di legni, che le campagne d'eserci-
ti; egualmente felici ne'successi, così ne!-
T U R 263
l'imprese marittime, come nelle terrestri.
Maometto dopo aver nel 622 comincia-
to 1' Era o Egira de' maomettani, colla
quale essi contano gli anni, propagata la
sua dottrina, fatto molte conquiste, mo-
rì a Medina nel 632 in casa della predi-
letta sua moglie Aì'chah o Aiesha figlia
del suoi. "discepolo Abou-Becker, chia-
mata da'mussulmani la Madre de fede-
li. Questi fu acclamato signore, vicario,
erede e successore di Maometto, cioèi .°
califfo, in pregiudizio d'Aly cugino e ge-
nero del profeta, e per la sua moglie Fa-
tima erede del medesimo; ciò che die ca-
gione al sussistente scisma che tiene an-
cora discordi e divisi i maomettani, aven-
do molti mussulmani protestato che non
avrebbero conosciuto altro sovrano legit-
timo fuori di Aly. Imperocché i turchi ed
altri seguono la setta d'Abou-Becker e di
Omar I altro suocero di Maometto, men-
tre i persiani ed al tri seguono la setta d'A-
ly. Tra le numerose sette del maometti-
smoì e come dissi in quell'articolo nel par-
larne, le due principali souo quelle dei
turchi e de'persiani, i primi denominati
sunniti e i secondi sciiti, le quali seguo-
no ancora particolari principii. Vedasi J.
Albufedac, De vita et rebus gestis Dio-
hamedis ar obice et latine cum praefa-
tionibus et no tis J. Gag neri ,Oxonii 1 723.
A Saraceni parlai ancora de'diversi ra-
mi de' califfi, così aCosTANTmoPOLi in uno
alle varie dinastie, gli uni e le altre aven-
do lungamente regnato in varie regioni
d'Asia e d'Africa. Olire i califfi di cui va-
do ragionando, nel 909 cominciarono i
califfi Fatimiti d'Egitto, ed Obeidollah
fu il i.° Mahadi, ed il i4-° e ultimo A-
dhed : questi nel 1171 ebbe a successo-
re Nureddin Mahmud primo sultano di
Egitto, ch'ebbe 61 successori, sino al
i5i7,epoca in cui i turchi s'impadroni-
rono dell'Egitto. I turchi Selgiucidi si di-
visero in 4 rami, cioè: i.° I sultani di Ra-
rizma avi degli Osrnani, che regnano, che
da Cothbeddin Mohammed, morto nel
1 127, a Togrul 0 Ortogulo padre d'Ot-
«64 TUR
tornano!, che fu il i ." de'regnanli impe-
ratori Osmani, contano 9 sultani. 2.0 I Sci -
giucidi di Persia che tolsero queste a'Gaz-
nevidi, i quali da Mahmud fondatore del
regno mussulmano di Persia, dal G07 a
JMassuli suo successore, dui osino al 1 o38.
Vinto questi da'turelii Selgiueidi di Per-
sia, elessero a 1 .Multano de'tui chi Togrul
Beig, che co'suoi abbracciò il maometti-
smo, ed alla Persia aggiunse oltre con-
quiste. Ebbe a successori io sultani sino
a Togi ul li morto neh 187. Poiché i sul-
tani di Romina u Karisina s'impadroni-
rono della Persia, e neh 223 furon cac-
ciali da Gengis-Ran , tartaro kati dei
mongoli. 3.° I sultani d'Iconio o di Roum,
che da Solimano del 107^ a Gajathcd-
din Masucl ucciso in battaglia contro un
emiro neh 294, ebbero «3 sultani, fa? I
sultani d' A leppo e di Damasco, che da
Tutusc del 1 o85, a Malek-el-Nasei -Yusnf
nel 1260 vinto dal kan de' mongoli Hu-
lagu-Rau, coniano 19 sultani. Si deve
però avvertile, che a Damasco regnaro-
no particolari sultani, cioè 7, da Dekak
del 1 095 a Mogir Eddin morto nel 1 1 5/i.
Che in tale anno Nurredin Mahmud sul-
tano d'A leppo s'impadronì di Damasco.
Che il sultano Saladino nel 1 1 74 conqui-
stò nuovamente Damasco e neh 1 83 A-
Jeppo, morendo nel 1 193. Il successore
Gajatheddin Glia/i fu sultano soltanto di
Aleppo, perchè nello stesso 1 ig3 Malek-
el-Ufdal divenne sultano di Damasco, il
quale ebbe 5 successori sino a Malek-el-
Salek-Ismail; imperocché Damasco nel
!25o si arrese al sultano d'Aleppo Ma-
lek-el-Naser-Yusuf mentovato , e cadde
in potere de' mongoli nel 1258. Vi fu-
rono inoltre i Se Igi acidi della dinastia
Radei gian, dominanti nel Rei man, da
Kanderd del 1042, a Muhamed-seiah
1 i.°e ultimo sciali di Rerman, fatto pri-
gione e ucciso nel 1 187 da Malek-di-
lift r. Il calilfo Abou-Decker successore di
Maometto, considerato re dei saraceni ,
favorito da Omar I, che poi gli succes-
se, si sostenne nel califfato contro le pie-
T V R
tensioni d' Aly e suoi fautori , che ven-
ne persuaso dallo stesso Omar I a rico-
noscerlo. A mezzo del- suo prode gene-
rale Rhaled represse l'insurrezione d'al-
cune tribù arabe che tentarono scuotere
il giogo da lui imposto; poscia l'inviò nella
Caldea per conquistar l' link sni persia-
ni, e ne sottomise la miglior parte. Indi
trasportò le sue armi in Siria, e battuto
Patrizio generale greco, acquistò Boatro
o Rosrn e Damasco. A ho u- Becker radu-
nò tutti i fogli dell'Alcorano e ne formò
un volume, il che altri attribuiscono a
Olinan, e morì nel 034- Gli fu sostitui-
to nel califfato Omar 1 , altro suocero e
discepolo di Maometto, e fu il suo più fa-
moso successore. Scrupoloso osservatore
della legge, frugale, nemico del fasto, ze-
lante della giustizia e mante-nitore di sue
pi omessse. Fabbricò Bassura alle foci del
Tigri, e conquistò 36oo piazze, se deve
credersi a Rhondemir. In Gerusalemme
edificò la celebre moschea del suo nome,
magnifica e assai venerata da'inussulma-
ni: la descrissi nel voi. XXX, p. 5j} e ne
riparlai altrove. I rapidi conquisti che col-
le armi maomettane si successero, il Sa-
gredo così li descrive. Disfatte le arma-
te dell'imperatore Eraclio Costantino, O-
mar I occupò in meno di 20 anni, cioè
compreso l'operato del successore Otman,
1' Egitto nel 634, la Siria o Sorta con
Damasco e la Palestina nel 635, quin-
di anche Gerusalemme e Antiochia nel
637 o 638 , e tutta la Persia nel 63g.
Indi la numerosa nazione de'saraceni cor-
se l'Africa nel 647, prese Cipro nel 653,
e quindi Rodi rovinandone il famoso co-
losso del Sole; poi la Licia nel 67 1 e la
Cilicia. Valicato il Mediterraneo, pose le
catene alla Spagna nel 7 1 4, con memo-
ria sempre funesta e ignominiosa alla cri-
stianità, che non sorse come un uomo a
combattere il comune nemico , il quale
diveniva vieppiù audace. Nel secolo se-
guente divenuti i saraceni formidabili in
mare, s' impadronirono di Candì a nel-
T822, della Sicilia nell'827 e della Cu-
TU R
labriajc saccheggiarono con infinito dan-
no e spavento de' popoli d'Italia nell'847>
con escursioni eziandio fino a Roma sles-
sa. Ne curarono però con zelo successiva-
mente la difesa, come del litorale, i Papi,
e precipuamente Gregorio IV, s. Leone
IV che ne restò vittorioso, Giovanni Vili
dopo esser stato costretto a pagai' loro un
tributo, Giovanni X guerreggiandoli, co-
me pur fece Benedetto Vili, già essendo
potente la marina militare pontifìcia. Nel
porteutoso progresso di queste impetuo-
se an»i, i turchi che viveano senza nome
e senza determinata legge , usciti dalle
porte Caspie , devastarono fin dal 763
l'Armenia, e corsa l'Iberia,ora Giorgia
e lìJingrelia, combatterono iu Persia i sa-
raceni; e qualche tempo dopo assaltata la
Tracia nel 943, gl'imperatori Costanti-
no VI e Romano II non polendo com-
batterli co! ferro li allontanarono con l'o-
ro, e stabilita finalmente la loro sede nel
paese del Turchestan, cominciarono a dif-
fondere più largamente la fama del loro
nome e il terrore delle loro armi. Chia-
mati i turchi nel 10 4.7 da'saraceni in soc-
corso, e sperimentali vili e deboli i sara-
ceni, venuti con essi in discordia preval-
selo i turchi, li vinsero e conquistarono
la Persia e Babilonia) di cui poi furono
spogliati da' giorgiani e armeni cristiani
all'epoca de'primi conquisti de* Crocesi-
guati (F.). Quanto operarono dal prin-
cipio dell'irruzioni de' Saraceni sino a
della epoca i Papi per frenarle e combat-
terle, lo raccontai in quell'articolo e nei
molti relativi , anche colle proprie armi
de' Soldati (V.) in terra, e della Marina
(/''.) in mare, con diversi prosperi succes-
si, a difesa dell' oppresso e desolato cri-
stianesimo fallo in varie pavl\Schiavo(l/.)
di sì furiosi nemici di sua religione. Pre-
messo questo rapido cenno per evitare
dettagli e insieme dare un'idea della pos-
sanza de'turchi e saraceni da Maometto
al 1 096, memorabile epoca delle Crocia-
le (P.) della Siria j articolo non meno
importante degli altri citali, percoutuue-
T U R 26*
re un complesso di nozioni riguardanti
la vasta e celebre regione conquistata dai
mussulmani, che quasi inutilmente, pei'
mancanza di ferma unità, e ad onta del-
la più eroica abnegazione, costò a'eristia-
ni fiumi di sangue e d'oro per liberarla
dalle mani degl'infedeli; comechè conte-
nente i Santi Luoghi di nostra venturo-
sa redenzione, santificati dalla presenza
del Figlio di Dio, la cui divinità sotlo for-
me visibili volle nascervi e morirvi, do-
po averli illustrali co'suoi miracoli e in-
signiti co'suoi benefizi, perciò furono eso-
no chiamati per antonomasia TerraSan-
ta (/ .). In quest'articolo indicai quelli
ne'quali con diffusione e divozione ne ra-
gionai,sino a'noslri giorni,e perciò con no-
tizie appartenenti anche alle politiche vi-
cende de'saraceni e de'turchi, che gli ebbe-
ro sempre in gran conto. Narrai come essi
luoghi, sempre furono tenero oggetto del-
la pietà cristiana,sinoda'primordi del cri-
stianesimo. E cosi la culla (di cui ripar-
lai nel vol.LXXIV, p. 28), e il Presepio
in cui nacque nella grotta di Belllemme
Gesù Cristo, la casa ch'egli abitò a Net*
zarethyi fortunati paesi ch'egli percorse
nella sua celeste predicazione , ma spe-
cialmente Gerusalemme e il Calvarioìa.
cui egli nella sua Passione volle essere
immolato vittima innocente per l'eterna
salute del genere umano, il luogo ove fu
elevala la Croce, glorioso e trionfante se-
gno di nostra redenzione, il luogo che fu
bagnato del suo Sangue preziosissimo,
e il s. Sepolcro che ricevette la sua spo-
glia mortale fino al giorno di sua por-
tentosa Risurrezione, costantemente fu-
rono cari, venerabili e sagri a noi segua-
ci del medesimo Dio e Salvatore degli
uomini. Fino da'primi giorni della chie-
sa nascente i fedeli concorsero ne' Santi
Luoghi della Palestina iu folla per ado-
rarvi quel medesimo Gesù che i giudei e
il Sinedrio (P.) nei loro cieco furore vi
aveano crocefisso. La prova più splendi-
da d'un tal concorso inai interrotto e u-
uiveiaale de'primi cristiani, non ostante
266 1 U R
i pericoli d'ogni specie a cui erano espo-
sti, sono i provvedimenti medesimi che
i persecutori credettero dover prendere
per impedirlo. La Civiltà cattolica, nel-
la 2.* serie, t. 6, p. 129, 225, 593, nei
bellissimi 3 articoli, I Luoghi Santi, dot-
tamente ragionò: Art. i.° Diritti de cat-
tolici.sopra i santuari della Palestina.
A rt. 2/ Usurpazioni de* greci scismatici
sopra i diritti della Chiesa cattolica la-
tina. Art. 3.° Si confutano i pretesti al-
legati da* greci scismatici a difesa, di lo-
ro usurpazio/ii. Qua e là ne riprodurrò
qualche brano, poiché furono imputati gli
occidentali di scompigliare la cristianità
col litigio intorno al possedi mento de'Luo-
ghi Santi, querela di recente mossa dal-
l'anonimo autore del libretto intitolato:
Question religieuse d'Ori cut et d'Occi-
de ut. Parole de Vorthodoxiecatholique
(della Russia, che non è tale, come fon-
dai;» dallo czar Pietro 1 e non dal princi-
pe degli apostoli s. Pietro pietra fonda-
mentale della Chiesa di Cristo) au ca-
iholiei-me lìomain. Tradiate du russe
par Alexandre Popovitski, Parisi 853.
Afe die minuta contezza e magistralmente
la confutò l'encomiata Civiltà cattolica,
con la Parola di mi Cattolico romano
in risposta alla Parola dell' Ortodos-
sia greco-russa, ue't. 5 e 6. Quindi par-
ticolarmente svolse la storia della famo-
sa questione de'Luoghi Santi, co'lodati3
articoli , per le pretensioni che ultima-
mente rinnovarono sui medesimi, gli a-
catlolicied eterodossi, contro i quali, col-
la luce de'fatti, delle date e de'documen-
ti provò iucouti astabilmente, che la Chie -
sa cattolica in quest'alare non dee rice-
vere rimproveri, ma piuttosto ripetere le
sue giuste lagnanze. Dimostrò chiara-
mente ad evidenza, quanto i cristiani cat-
tolici feriti nel vivo del loro sentimento
religioso si commossero all'udire, di tem-
po in tempo, la profanazione de'Luoghi
Santi, e le continue usurpazioni e le vio-
lenze e gli scandali che vi si (anno non già
soltanto dagl'infedeli nemici della Croce,
TUR
ma dalle sette cristiane separate dalla
Chiesa cattolica, le quali si mostrano più
crudeli, più ingiuste, più persecutrici che
non sono gl'infedeli medesimi, il che ri-
petutamente deplorai negli analoghi ar-
ticoli. I principi cattolici poi videro offe-
so il loro onore da queste continue usur-
pazioni degli eretici e degli scismatici,mas-
sitne greci; giacche i Luoghi Santi, ben-
ché posti sotto la dominazione straniera
della Porta, sono tuttavia collocati sotto
la protezione de'potentati cattolici. Que-
sti stipularono, ed ottennero col mezzo
di solenni trattati, principalmente i re di
Napoli, di Francia, come già descrissi,
e di Spagna, che i loro sudditi e altri cat-
tolici latini dovessero avere sopra i Santi
Luoghi di Palestina pacifico e perpetuo di-
ritto. Il re (WNapolie il re di Sardegna(ec\
anche l'imperatore d'Austria) si fregiano
del titolo glorioso di re di Gerusalemme,
per le ragioni eredita te da're la ti ni crociali
che vi regnarono; il quale titolo essi ces-
serebbero di portare degnamente quan-
do più non ne sostenessero i diritti e le
preiogative,eilcontestatopossessodiquei
Luoghi che furono la culla per così dire
della Chiesa cattolica, e che il suo divin
fondatore le legò morendo sulla croce co-
me preziosissima eredità sulla terra. La
questione de'Luoghi Santi, che dichiarai
nel voi. LXIV, p. 83 e seg., e toccai di
sopra, in uno all'esigenze di Russia, si
cotnpenetra nella questione d' Oriente,
che provocò la guerra di cui in fine e della
questione tenterò dame appena un siimi-
lacro,laonde è indispeusabile,per quanto è
relativo a quest'articolo,che io per miglio-
re intelligenza di questi miei cenni nedica
qualche parola all'opportunità, sebbene ri-
tenga averne abbastanza discorso in più
luoghi e negli articoli che vado ricordan-
do in corsivo. Nella 3/ Persecuzione del-
la Chiesa l'imperatore Adriano aveudo
fatto rifabbricare in parte Gerusalemme,
elevò un monumento a Giove sopra il
luogo dove sorgeva prima il Tempio di
Salomone) e collocò un porco di marmo
T U II
sopra la porla che menava a Betlle mine,
per fare onta a 'giudei. Contro i cristiani
poi l'imperatore fece porre un idolo so-
pra il luogo della Risurrezione, cioè sul
s. Sepolcro; elevò una statua di marmo
sopra il Calvario; profanò la grotta di Bel-
tlemme consagrandola al culto d'Adone,
e ne'dintorni fece piantare uu bosco sa-
gro, dove sacerdoti pa^aìii celebravano i
loro infami misteri : il tutto rammentai
anche nel voi. XXXI II, p.ioo, con quan-
to vado a dire, per temerne lontani i cri-
stiani e per estinguere la memoria dei
Luoghi Santi. Ma tali provvedimenti em-
pi e sacrilegi, che i persecutori credeano
dover riuscire ad obbrobrio e rovina del
cultocristiano, nonchead oblio perpetuo
de'Luoghi Saoti, divennero poi il mezzo
d'infattibilmente riconoscerli, quando Co-
stantino I rendendosi cristiano concesse
la pace alla Chiosa, ne'prirai anni del IV
secolo; poiché la sua madre s. Elena re-
catasi in Gerusalemme a venerarne i san-
tuari, seguendo quelle profane tracce ne-
• gli scavi li ritrovò, in uno alla vera Cro-
ce ed agli strumenti della Passionerei Re-
dentore, ciò che celebriamo con diverse
feste commemorative. Allora da tutte le
parti dell'impero innumerevoli fedeli, ed
i più illustri personaggi e santi, fervoro-
samente accorsero in Palestina e a Geru-
salemme per soddisfare la loro divozione;
il che tornai a celebrare nel voi. XXX,
p. i oo e seg., rimarcando come i fedeli non
potendovisi tutti recare di persona, si fe-
cero portare della terra di Palestina e la
chiamarono Terra Santa t vocabolo che
si comunicò alla contrada donde si pren-
deva, quindi del pio uso che ne Riceva-
no.La folla de'pellegrini andò sempre cre-
scendo fino al VII secolo, in cui cominciò
per la Palestina e perGerusalemrne in par-
ticolare,quella lunga serie di calamità che
in parte ancora durano. Cosroe II re di
Persia essendo in guerra coll'imperalore
Eraclio, eccitato dall'odio de'giudei con-
tro i cristiani, invase la Palestina e presa
Gerusalemme nel 6i5 la saccheggiò; fé-
TUR 267
ce passare a fil di spada 80,000 cristiani,
arse e distrusse la chiesa del s. Sepolcro
fabbricala da s. Elena e tutti gli altri san-
tuari.Rapì e portò ne'suoi stati la veraCro-
ce,indi ricuperata da Eraclio,che dopo a-
ver sconfitto i persiani, la riportò in trion-
fo a Gerusalemme e la ripose sul Calva-
rio; lieto avvenimento che celebriamo col-
la festa dell'Esaltazione della ss. Cro-
ce (Ir.). Predicata nel 622 dal falso pro-
feta Maometto la novella religione, inbre-
ve tempo la' propagò colla forza della spa-
da in mezzo a'popoli ignoranti, e per lo
più idolatri e barbari dell'Arabia e della
Persia; ed Omar I,suo 3. "successore, con-
tinuando le sue predicazioni e le sue cou-
quiste, come già dissi , sottopose all' isla-
mismo l'Egitto e la Siria, e .s'impossessò
di Gerusalemme nel 636. Il che arrestò
in sulle prime il concorrervi de'fedeli, ed
anzi molte carovane di pellegrini che vi
erano avviate tornarono indietro. Ma co-
gli ostacoli crescendo ancora la divozio-
ne a Terra Santa, eia tolleranza interes-
sata de'mussulmani non vedendo dì mal
occhio la folla de'fedeli pagar assai caro la
propria divozione, accadde che gran mol-
titudine di pellegrini seguisse come per
linnanzi ad accorrere a Gerusalemme da
tutta la cristianità. Gerusalemme si eru
rendnta a patti a Omar I,e la legge mus-
sulmana ordina espressamente che quan-
do una città o una nazione si arrende per
capitolazione le si deve lasciare il posses-
so de'suoi templi e la libertà del suo cul-
to. Il califfo Omar I non fece dunque al-
tro che seguir la legge di sua religione
quando concesse a'eristiani, per doaiau-
da fatta dal patriarca di Gerusalemme,
la libertà d'esercitare il loro culto nelle
chiese come facevano per l'umanzi, e di
allevare i loro figli secondo i precelti del-
la religione cristiana. Omar I concesse
questa libertà a tutti i cristiani in gene-
rale, senza distinzione di riti, ne di nazio-
ni, giacché la legge mussulmana non fa
distinzioni. Omarl fondò la città di Ku-
fa 0 K-oufah presso la riva destra deli'Eu-
268 TUR
irate, in vicinanza alle rovine di Clesi-
plion , o Soliman-Pak , la 2.* delle città
la cui grandezza produsse la distruzione
di Babilonia che le stava vicina. Kufa fu
florida e ben popolata, e la residenza dei
califfi per un tempo, dopo il «piale cad-
de in rovina, e trovasi a 32 leghe da Bag-
dad. Vi si vede ancora la moschea in cui
Ali fu assassinato, e per la quale i per-
siani e atri sciiti suoi settari conservano
una grande venerazione. Dal nome di
questa città derivò quello di Kufici dato
agli antichi caratteri degli arabi. Morì O-
mar I nel 644 deputando 6 commissari
a eleggergli il successore, fi a 'quali Otman
o Othman-Ibn-Amm cugino in 3.° grado
di Maometto , di cui si mostrò uno dei
pivmi e de' più zelanti discepoli, già uno
de' suoi segretari e genero perchè sposò
successivamente due figlie di lui, Ilakiah
ed Oman Rolthum , le quali morirono
senza lasciargli prole; per questo fu co-
gnominalo Dzul Nureiu, possessore del-
le due luei. Eletto da'suoi colleghi calif-
fo, sotto il suo regno le armi mussulma-
ne fecero nuovi prodigi: s'impossessaro-
no di tutta la Persia e resero tributaria
l'isola di Cipro. Olman pio e umano, po-
co idoneo a governare un vasto impero,
ed inclinato troppo a far del bene alla sua
famiglia, commise il fallo di dare a suo
fratello di latte Abdallah il governo del-
l'Egitto, di cui privò il generale Amru che
l'avea conquistato; tale passo impolitico
eccitò molle turbolenze, onde fu obbliga-
to a ristabilire Amru, anche per avere i
greci ricupera IoA lessa ndria. Sebbene im-
piegò Abdallah a principiar il conquisto
della costa d'Africa, vincendo il patrizio
Gregorio^ impadronendosi di varie piaz-
ze con gran bottino, nondimeno il mal-
contento generale contro il califfo onda-
tasi aumentando, per aver deposto Saad-
Jbn fondatore di Rufa e l ."conquistatore
della Persia, pel suo fasto, orgoglio, pro-
digalità a'suoi favoriti e altri errori. Olisi
ascrisse a delitto, che ufficiando nella mo-
schea occupasse ìu cattedra lo slesso silo
T UR
del profeta, inveoed'imi tare Abou -Becker
e Omar I, ch'eransi assidi due gradini più
sotto. I funesti presagi che si trassero dal-
l'aver perduto l'anello di Maometto, fo-
mentarono di più le turbolenze foriere
della catastrofe ebe terminò il suo regno.
Otman volle gi unificarti pubblicamente
dell'uso fatto del denaro del tesoro, e pre-
tese d' avere il diritto , come successore
del profeta, di di .porre di quanto appar-
teneva a Dio. Una truppa d'ammutina-
ti si accampò vicino a Medina per costrin-
gerlo a riuunziaie; invano il califfo di-
chiarò che si pentiva dell'anteriore con-
dotfa, invano promise di reintegrare il te-
soro: tali concessioni forzate provarono la
sua debolezza e accrebbero l'audacia dei
sediziosi. Assediatoda'ribelli nella sua ca-
sa, penetrali in essa l'uccisero nel 656,
benché si fece trovare colCoranoin seno.
La sua morte fu il segnale o il motivo ap-
parente delle guerre civili che insangui-
narono l'impero mussili mano, e la prin-
cipal causa dello scisma che ancora tiene
divisi i mussulmani. La città di D Jeddah,
porlo della Mecca, fu fondala da questo
califfo. Gli successe Aly o Ali cugino, ge-
nero, confidente e uno de'più zelanti set-
tatori di Maometto, prode nelle battaglie
e conquistatole del Yemen colle armi e
colla persuasione, nel predicar l'Alcorano
agli abitanti di quella bella parte dell'A-
rabia. Tutti questi servigi aveano deter-
minalo Maometto a dargli in moglie la
sua diletta figlia Fatima, e sembrava che
ciò gli dovesse assicurare la dignità di
califfo alla morte del profeta; ma la sua
gioventù, l'odio d' A'ichah vedova favo-
rita di Maometto, ed i maneggi de' suoi
nemici Io allontanarono dal trono sino al
fine tragico d'Otmau, a cui dicesi non fu
straniero, sebbene il califfi) avesse invo-
cato il suo soccorso, ed egli avesse man-
dalo per difenderlo i suoi due figli. Ap-
pena in possesso d'una mal ferma auto-
rità, privò Moawyah o Ommiade, poii.°
califfo della dinastia degli Ommiadi, e i
suoi alleali de'goveruameuli che aveauo;
T U R
ricusò altresì a Zobeir eoi a Thalhah, due
principali fra gli arabi del suo partilo, i
governamene di Bassura e di Rufa o Kou-
fah che gli domandavano. Cos'i impoliti-
cameute governandosi , fu cagione delle
guerre ch'ebbe a sosleneie e della rovi-
na della sua casa. Moawyah acclamato
califfo in Siria , non avendo più rispetti,
alzò lo stendardo della ribellione, si fece
riconoscere e ni ir di Damasco e sottomise
la Siria. Zobeir e Thalhah, che Atchali
voleva califfo, si ritirarono alla Mecca, ed
unirono il loro risentimento all'odio d'Ai-
chah. Quella città divenne il centro d'u-
na fazione a cui era ammesso ogni nemi-
co d'Ali, ed essa vi prendeva ogni gior-
no nuovo incremento. Già Zobeir, Thal-
bah e la vendicativa Aichah eransi iui-
padrouiti di Bassura divenuta il punto
delle loro comunicazioni co'ribellì della
Siria. Ali mosse contro di essi con 3o,ooo
combattenti. La battaglia fu sanguinosa
e celebre a'4 novembre 656, e fu delta
di Rharybah dal sito in cui (u affronta-
ta, o la battaglia del cammello, per quel-
lo che avea montato Aichali. Zobeir e
Thalliah essendo stati uccisi, la vittoria
si dichiarò per Ali, ed Ai'chah già dilet-
ta moglie di Maometto, cadde in suo po-
tere; egli però ebbe per essa sommo ri-
guardo e la fece ricondurre alla Mecca.
Ali si contentò di riprendere gli abitan-
ti di Bassora pel loro mancamento di fe-
de al califfato, e si recò aRufa o Roulah,
cui fece sede della monarchia. Moawyah
lungi dall'essere abbattuto per la sconfìt-
ta de'suoi alleati, procurò con maggiorat-
tività di fortificare ti suo partito. Eccitò
il popolo alla ribellione, spiegando le ve-
sti insanguinate del califfo Otuian suo pa-
rente, sullo il quale avea occupato Cipro,
e conquistato Rudi abbattendone il co-
losso; e secondalo dal celebre Amrou-Ben-
el-Ass. adunò numerosi fautori. Ali usa-
ti inutilmente i mezzi di conciliazione,
marciò conlroMoawyah con 800,000 uo-
mioi, mentre i ribelli erano in minor nu-
mero. Negli 1 1 aitai in cui durarono le
T U a 269
pugne Moawyah perde 45,ooo combat-
tenti e 25,ooo Ali. Finalmente il califfo,
stanco d'uccisioni e forse spinto da segre-
te insinuazioni del suo nemico, gli propo-
se una singoiar battaglia, prendendo Dio
per arbitro delle loro contese. Moawyah
ricusò, ma l'astuto Amrou gli suggerì uno
strattagemma che lo liberò di Ali. L'Al-
corano ordina che. in caso di contestazio-
ne, si scelgano due arbitri per giudicar-
la. Amrou fece affiggere quel passo del
sagro libro sulle picche de' suoi soldati
ch'esclamarono: Ecco il libro che termi-
nar deve le nostre contese. I soldati di Alt
tocchi di rispetto per l'Alcorano, e sedot-
ti dalla richiesta de'loro nemici, giusta in
apparenza, accettarono la proposizione, e
nominarono per arbitro Abou-Mouca-al-
Achary, uomo probo, ma semplice. Le
truppe di Moawyah elessero Amrou, e
dopo ciò Ali si ritirò a Rnfa o Ronfah e
l'altro in Damasco ad attendervi il loro
destino. Amrou più astuto, venne a capo
di persuadere Abou, che il mezzo per far
rivivere la pace era quello di deporre i
due califfi. 11 giorno fissato per la cere-
moni a le truppe si adunarono, ed Amrou,
accompagnalo dal suo collega, ascese la
tribuna, ma affettando per esso somma
venerazione, lo costrinse a spiegarsi pel
primo. Credulo Abou pronunziò la depo-
sizione di Ali. Amrou confermò la depo-
sizione, ma anziché pronunziar quella di
Moawyah, lo acclamò califfo. Tale perfì-
dia riosci sommamente funesta al pote-
re d'Ali, e d'allora in poi molto scemò di
considerazione nello spirito de'suoi mus-
sulmani. La setta potente de'Rharidjy si
sollevò contro di lui, sostenendo l'opinio-
ne che ogni peccato dispensa i sudditi dal-
l'ubbidire al sovrano che se ne sia reso col-
pevole, accusando A fi d'aver abbandona-
to agli uomini il giudizio d'una lite sopra
cui Dio solo dovea pronunziare, e quin-
di ricusò di prestargli ubbidienza. Ali co-
stretto a combattere que'ribelli, fece pian-
tare uno stendardo fuori del suo campo
e promise il perdono a chiunque venis-
TUR
se a schierarsi sotto quell'insegna di pa-
ce. Tale speziente gli riuscì: una [nule di
sediziosi si dissipò, l'altra fu posta in fu-
ga. Poco dopo 3 dì (|ue'fanatiei settari ri-
solverono di assassinare nel giorno stesso
Ali. Moawyahed Amrou. Gli ultimi due
■camparono dal loro furore; ma Ali da
Abdel-Kahmanebbe un colpo di sciabola
sul cranio, nell'istante in cui chiamava
il popolo alla preghiera nella moschea di
Kufa o Roufah a'^4 gennaio 66 1. Tra-
sportato in sua casa, adunò i figli e gli a-
uiici e disse loro: Se mi riinetto in tallite,
perdono l'assassino; se muoio perisca sul-
l'istante, allineile meco si presenti dinan-
zi al padrone dell'universo. Poco tempo
dopo rese l'ultimo sospiro, e il suo omi-
cida spirò tra'più crudeli supplizi. Il suo
corpo fu sepolto segretamente da'figli nel-
le vicinanze dì Kufa o Roufah, e solo sot-
to il regno degli Abassidi si scuopri la sua
tomba. Adhad-el-Daulahgli fece costruì-
reunsuperbo monumento nella moschea
di Kufa, che viene visitato da tutti i di'
voti sciiti suoi settari. Qui mi occorre no-
tare, che secondo le notizie de' correnti
pubblici fogli Io sciali di Persia ha invia-
to Feruk-Kan a Costantinopoli, per ran-
nodar le pratiche relativamente alla vec-
chia questione delle frontiere turco-per-
siane, che si agita da tanto tempo fra i
i\ue paesi. Oltracciò Feruk-Kan è inca-
ricato d'insistere sull'indennizzo di ia5
milioni, che il governo persiano doman-
da pe'danni recati a'suoi sudditi nel bom-
bardamento di Kerbelah, eseguito da i o
anni fa da Negib pascià contro questa cit-
tì», che si era ribellata , senza prevenire
il console di Persia, mentre esistendo co-
là la tomba di Ali venerato da' persiani
quale loro profeta, vi si trovava gran mol-
titudine di pellegrini e mercanti di quel-
la nazione, che del resto non vi manca-
no mai. Non è che poco tempo che la Per-
sia desistette dalle sue pretensioni di far-
si cedere dalla Turchia quella località in-
sieme con tutta la rimanente provincia,
che anco adesso non cessa d' essere una
T U R
continua sorgente di reclami e di diffi-
coltà (ia'due palai. Kerbela o Re r bela li
chiamali pure Bfeaheued o Meshehed
Howcio, Imau-Htmiht, / ologesia o Ba-
lagUSUS, a io leghe da Bagdad, sopra y\\\
braccio dell'Eufrate, in un pae«C ben col
tivato. Ora diamo i geografi, che l'edi-
ficio il più osservabile è una grande e bel-
la moschea, eli ì rinchiude il sepolcro non
d' Ali, ma dui suo figlio Hossein, ucciso
in questo luo»o. Questo sepolcro in gran-
de venerazione fra'maometlani sciiti, in-
vita un gran concorso di pellegrini; mol-
ti fra loro, per eccesso di fanatismo, ven-
gono quivind uccidersi, coll'idea ch'entre-
ranno in cielo sotto la prolezione d'Hus-
sein; altri vengono ad annegarsi in un poz-
zo vicino ch'è a lui consagrato. La cap-
pella in cui sta il sepolcro conteneva gran-
di ricchezze, che furono prese da'vecabi-
ti nelle loro sunnominate irruzioni. Dun-
que in Kerbela è sepolto Hossein, come
meglio dirò, e non suo padre. Fu onora-
to Ali in vita e in morte di parecchi fi-
stosi soprannomi : la storia lo riconosce
zelante eroe propagatore dell' islamismo,
principe prode, franco, generoso e degno
d'altro fine. Quantunque incontrastabili
fossero i suoi diritti alla dignità di calif-
fo e d' immediato successore di Maomet-
to , uon impiegò mai la forza onde farli
valere, e si sottomise alla potenza dei 3
suoi predecessori qual semplice mussul-
mano. Ebbe pe'suddilila tenerezza di pa-
dre. Il suo spirito era coltivato dallo stu-
dio, e lasciò diverse raccolte di sentenze,
di proverbi e di poesie. Ali finché visse
Fatima non ebbe altre mogli; essa gli par-
tori 3 figli, Ilasan o Asan, che gli succes-
se nel califfato, Hossein o Ho.cein, e Mo-
hacan. Hasan ed Hossein formarono la
discendenza degli Alialo Alfdi, cioè Ha-
san de' sceriffi ereditari di Medina e del-
la Mecca, i quali per distintivo e privile-
gio portano il turbante di color verde; da
Hossein voglionsi derivati gì' imperatori
di Marocco, e sceriffi di quella contrada.
I discendenti d'ambedue godendo quelle
T U R
prerogative e ministero religioso che de-
scrissi più sopra. Ali contrasse dopo la
morte di Fatima parecchi maritaggi, dai
quali ebbe 12 altri figli ei8 figlie. La po-
sterità sua si moltiplicò all'influito, e si
dilatò per tutto l'oriente. Il vero o suppo-
sto titolo di Alidi o discendenti d'Ali, ha
consagrato il regno degli Almoadi d'Afri-
ca in Marocco e di Spagna, de'Fatimi-
ti d'Egitto, degl'lsmaeliani, de' principi
del Yemen,degli sceriffi dellaMecca,e d'u-
na quantità d'impostori, che si spacciaro-
no suoi discendenti, di cui la transitoria
potenza non si stabilì che per assassini*! e
guerre civili. La dolce e insinuante mo-
rale d'Ali, la sua virtù, e forse le sventu-
re sue, gli guadagnarono la slima e l'a-
more d'un gran numero di mussulmani
che parteggiarono con fervore per lui. Es-
si non videro nell'innalzamento de'3 pri-
mi califfi che 1' usurpazione d'un potere
appartenente al genero e cugino del pro-
feta. 1 Su/miti, ortodossi, o partigiani di
detti califfi Abou-Becker,Omar I eOtman
o Othman. cornei turchi, tennero all'op-
posto quelli d' Ali, persiani e aldi mus-
sulmani, che lo venerano quale loro pio-
feta, per sediziosi ed eterodossi, qualifica-
zione espressa dal nome di Sciiti o Siiti
ch'essi loro danno. 1 due partiti vennero
alle mani, e Bagdad vide molte volte le
sue strade tinte dal sangue de' sedicenti
veri credenti. Tale distinzione di Sunni-
ti e di Sciiti o Siiti esiste ancora. 1 turchi
sono Sunniti, i persiani sono Sciiti o Sii-
ti, ed è questa una delle principali cagio-
ni dell' odio tra le due nazioni. Perciò
i persiani, com'anche tutti quelli di loro
setta, maledicono la memoria de'3 primi
califfi, e non riconoscono successione le-
gittima alla dignità di califfi) che nella ca-
sa d'Ali. Danno essi a'principi di quella
casa il titolo d'Imam, cioè da Ali sino a
Mehdy.
Hasan o Asan nel 66 1 successe ad Ali
suo padre nel califfato, ina Moawyah I si
proclamò califfo, couieehè divenuto più
potente per la morte del suo rivale. Co-
TUR 271
strinse nell'istesso anno Hasan a dimet-
tersi dal califfato ed a ritirarsi a Medina,
dove poi lo fece avvelenare. Moawyah I
fece allora il suo ingresso in Rufa, e mal-
grado gli sforzi de'settari Raridjy, fu ri-
conosciuto in tutto l'impero, e divenne
capo della stirpe de'califfi Ommiadi. Egli
era pronipote d'Ommaia, cugino d'Abd-
al-Mothalleb avo di Maometto, e quan-
do fu aggredito da uno di delti settari,
se scampò la vita reslò ferito in modo da
non poter più esser padre. Non contento
d'aver spogliato del califfato la famiglia
del profeta, obbligò i mussulmani a pre-
star giuramento di fedeltà a suo figlio Ye-
sid I, che gli successe nel 680, cui per
altro raccomandò d'affezionarsi co'bene-
fizi Hossein figlio d'Ali. Hossein essendo
succeduto al fratello Hasan, si era riti-
rato a "Medina e ivi vivea nel riposo. Ma
Yesid I avendolo sollecitato a riconoscer-
lo per califfo, Hossein e la sua famiglia si
ritirarono alla Mecca. Nel medesimo tem-
po il popolo di Rufa, sempre affezionato
alla memoria d'Ali, si mosse infavoredel
figlio e l'invitò a recarsi nella città, pro-
mettendogli di salutarlo califfo e di pren-
dere le armi in sua difesa. Tali favore-
voli disposizioni si mutarono presto per
l'abilità d'Obeid-Allah governatore di
Kufa, per Yesid I. Hossein essendo par-
tito dalla Mecca per Rufa, le trupped'O-
beid l'incontrarononella pianura di Rer-
bela, seguito da un centinaio di persone.
Hossein fu trattato co'suoi cortesemente
e si sarebbe lasciato ritornare libero alla
Mecca se avesse voluto riconoscere Yesid I;
ma egli preferì la morte a tale ignominio-
sa sommissione, fece resistenza per vender
cari i suoi giorni, e perì con lutti i suoi nel
680 a'i o ottobre. Essendo stata recata la
testa a Yesid I,questo proruppe in mille
ingiurie e permise a stento che si seppel-
lisse a Damasco, donde fu in seguito por-
tata in Egitto, sotto i califfi Fatimiti, i
quali la deposero nelCairo in una moschea
chiamata Mecched-Hossein. Il suo corpo
fu sepolto nella pianura stessa di Rerbeia
272 TUR
cioè in tale città, ove i! sultano Adhad
^l'innalzò un sontuoso motiumetito, cui
gli sciti visitano ancora con gran divozio-
ne. Considerandolo essi come il 3.° Imam
o capo legittimo della religione mao-
mettana, l'anniversario di sua morte è
por lorogiornodi lagrime e di duolo. Que-
sta celebre commemorazione, fedelmente
osservata dagli sciiti, contribuisce a man-
tener l'odio religioso tra'turchi e i per-
siani, ludi furono califfi nel 683 Moa-
wyah II, nel 684Merwan I,nel 685 Ab-
clolmalek, continuando i Saraceni le lo-
ro conquiste, al modo narrato in quel-
T articolo, non dovendo essi confondersi
co' turchi, co'quali soltanto ne'secoli po-
steriori si trasfusero, sebbene alcuni scrit-
tori, come notargli amalgamarono anebe
prima. Nel jo5 fu califfi) Walid I , nel
quale anno l'imperatore Giustiniano II,
che rifugiatosi da Cagano signore de'tur-
chi casari ne avea sposata la figlia, fu ri-
stabilito stii trono di Costantinopoli; indi
contro di lui nel 7 1 1 alla testa de'turchi
cazari fu acclamato imperatore Filippo
Bardane. Circa quest'epoca alcuni cri-
stiani apostati avendo adottato l'islami-
smo,si dissero Jgareniani (F.). Nel 7 1 5
divenne calilfo Solimano, il quale ebbe
incendiala la flotta nel porto di Costan-
tinopoli che volea assediare; altrettanto
avvenne a Omar II che gli successe nel
7 1 7, che pure voleva espugnar la metro-
poli del greco impero. Nel 720 fu califfo
Yesid II, nel 724 Hesciam, nel 743 Wa-
lid li, nel 744 Yesid III, Ibrahim, e Mer-
lali II che morendo nel 700 fu I' ulti-
mo degli Ommiadi. Gli successe Abul Ab-
bas il i.° califfo degli Abbassidi , al cui
tempo e nel 763 i turchi uscite le porte
del Caspio cominciarono le scorrerie in
Armenia, che continuarono nel seguente
anno. Nel 754 fi» califfo Abu Giafar Al-
nianzor, cui successero nel 775 Moham-
med Mahadi, nel 785 Hadi, nel 786 Ha-
rum-al-Rascid. Ad onta della libertà con-
cessa da Omar I a'pellegrini cristiani vi-
sitatoti di Terra Santa, essi vi erano e-
Tua
sposti a molteplici angarie. Erano gettati
in 1111 quartieri- | parte, tassati sotto mille
pretesti dagli ufficiali del governo, i quali
facevano pagar loro ben caro quel poco
di protettone che loro concedevano; ma
la libertà dì visitar que' santuari li con-
solava di tutto. In mancanza degl'impe-
ratori greci, i quali erano quasi tempre
in guerra co'mussulmani, saraceni e tur-
chi, senza però far loro gran paura per-
chè n'erano quasi sempre sconfitti, i pel-
legrini ricorrevano sotto la protezione de'
sovrani d' occidente , e specialmente di
Carlo Magno in cui Papa s. Leone III a-
vea rinnovato l' impero occidentale, e il
nome del quale per la sua potenza era co-
nosciuto e rispettatoanche in oriente. Nel-
l'8 1 o fece un regolamento sopra l'elemo-
sine da mandarsi a Gerusalemme per la
riparazione delle chiese. Tra lui e il ca-
liffo Harum passava tale stretta amicizia,
che questi anteponeva la sua alleanza a
quella di tutti i principi del mondo, e il
teneva per solo degno d'essere tratti to coti
onore e magnificenza. Perciò gli amba-
sciatori mandati dall'imperatore a por-
tar doni al s. Sepolcro, essendo iti a visi-
tare il califfo e avendogli fatto conoscere
la Volontà del loro sovrano, non solameu-
teHarurn permise loro di compiere la mis-
sione, ma concesse ancora a Carlo Ma-
gno la possessione di quel sagro luogo,
nel modo che narrai ne' voi. X.XXII1, p.
io3, e LXlV,p. 86. In virtù di questa
concessione del califfo, e all' ombra del-
la protezione de'successori di Carlo Ma-
gno, i pellegrini d'occidente continuaro-
no ad accorrere a' Luoghi Santi, senza
alcun impedimento: essi v'incontrava-
no i cristiani d' oriente e con loro si u-
nivano, ed insieme compivano fraterna*
mente il santo viaggio. Non vi era delit-
to che non potesse espiarsi col Pellegri-
naggio (V.) di Gerusalemme, e con at-
ti di divozione sulla tomba di Gesù Cri-
sto. Al possente calilfo Harum , che co-
mandava quasi a tutto l'oriente, tranne
riudia,successero uell'809 .\m:u}ueU't> 1 3
TUR
AI Marnimene molte guerre sostenne col-
l 'imperatore Teofilo, nell'833Motassem,
nell'84* Vatek Billah, nell'847 Motha-
vakel. Fu circa in questo tempo che i ca-
zari deliberarono d' abbracciare la reli-
gione cristiana. Questi cazari erano una
tribù di turchi, il più numeroso e il più
possente popolo tra gli unni che abitava-
no la Scizia europea, e fermata aveano
la loro dimora in una contrada vicino alla
Germania, la quale si estende lungo il Da-
nubio. Essi aveano cacciatogli abari e le
altre nazioni degli unni dalle rivedell'E-
thel 0 Volga, sino al Danubio, sotto gl'im-
peratori Maurizio e Tiberio, i quali fe-
cero lega con esso loro, e vi mandarono
magnifiche ambascerie. Da questi antichi
turchi alcuni fanno discendere quelli tra'
tartari oigiziani che abitano l'Asia, non che
i tartari di Crimea. Costantino VI Por-
firogenito del 911 e altri scrittori della
Storia Bizantina, danno anche il nome
di turchi agli ungheri, ed alle nazioni set-
tentrionali dell'Europa e dell'Asia: a suo
tempo i turchi erano divisi in sette, e tal-
volta in dieci tribù, ciascuna delle qua-
li avea un principe indipendente chiama-
to Chagan. Avendo dunque i cazari di-
visato di sottomettersi all'Evangelo,man-
darono solenne ambasceria all'imperato-
re Michele III, non che alla pia impera-
trice Teodora sua madre, per domandar
loro de'preti, i quali volessero aver cura
di ammaestrarli. Teodora nell'848 con-
venne con s. Ignazio patriarca di Costan-
tinopoli, di eleggeres. Cirillo(f~.) di Tes-
salonica a capo dell'importante missione.
Siccome icazari, non che gli unni e i tar-
tari, parlavano la lingua turca, il santo da-
tosi tosto allo studio di essa l'imparò in
brevissimo tempo. Appena fu in grado di
farsi intendere, che col zelo da cui era a-
nimato die cominciamento alla predica-
cazione dell'Evangelo, e tutti gli occhi si
apersero alla luce che gli abbagliava. Il
Cham o Kan, capo principale o signore
de'medesimi, ricevette il battesimo, ed il
suo esempio fu tosto seguito dall'intera
VOL. LXXXI.
TUR 273
nazione. Cirillo fondò delle chiese , che
provvide d'eccellenti ministri, e fece ri-
torno a Costantinopoli, dopo aver inutil-
mente il principe e il popolo voluto of-
frirgli de'doni. Indi s. Cirillo, col fratello
s. Metodio, impiegò le sue apostoliche fa-
tiche nella Bulgaria, Schiavonia. e Mo-
ravia. Nell'86 1 pervenne al califfato Mo-
stanser, nell'862 Moslain Billah,nell'866
Motaz, neh' 869 Mothadi Billah, nel-
P87oMotamed Billah che guerreggiòcon
l'imperatore Leone VI, nell'892 Moina-
ded Billah, nel Q02 Moctafi Billah, nel
908 Moctader Billah, al cui tempo l'E-
gitto cominciò a governarsi da'particola ri
califfi Fati miti, che estesero la loro signo-
ria sulla Siria e perciò su Terra Santa)
suoi successori furono nel 932Raher, nel
934 Rhadi. In quest'anno comparvero
perlai." volta due nazioni poco conosciu-
te ad infestare la Tracia. I turchi forzate
le porte del Caucaso e discesi dalla Tar-
taria, misero tutta la contrada a ferro e
fuoco. Il patrizio Teofane marciò contro
di loro, e gli riuscì non solamente di re-
spingerli oltre il confine; ma di liberare
i prigioni da essi fatti. Nel g4o fu califfo
Mothaki,nel 944 Mostakfi, nel 946 Mo-
lili, nel 974 Thai, nel 991 Rader Bil-
lah, al cui tempo occupava il califfato
d' Egitto Hakem Bamrillah, il Nerone
dell' Egitto. Questo famoso tiranno e-
sercitò le sue crudeltà sopra i cristiani
e sopra i mussulmani, e nel suo pazzo fu-
rore volle farsi adorare come un' incar-
nazione della divinità. Per le vessazio-
ni che faceva a'Luoghi Santi ed a' pelle-
grini cristiani che li visitavano, mosse il
Papa Silvestro //d'alti spiriti nel 999
ad inviare per tutta la cristianità un' en-
ciclica piena di religioso ardore, per ec-
citare principi e nazioni alla guerra so-
ciale, per liberare dal giogo mussulmano
i Luoghi Santi di Palestina, ed i cristia-
ni d'oriente; il che fu uno de'primi im-
pulsi alla Crociata, e alla possanza tute-
lare ile' Papi sull' universo. Poco dopo ,
da alcuno vuoisi che Papa Sergio IV del
18
a74 TUR
1009, si adoperasse con zelo perchè il ca-
liffo Hakém, che il Rinaldi chiama prin-
cipe ili Babilonia, non cedesse alle sug-
gestioni degli ebrei d'Orleans, che indotti
da malignità e invidia, l'esortarono a di-
struggere la chiesa del s. Sepolcro, altri-
menti in breve i cristiani eccitati da Sil-
vestro II, avrebbero tolto a lui il regno.
Scopertosi l'indegno operalo degli ebrei
dappertutto furono cncciati,mo!li tagliati
a pezzi. altri gettati ne'fìumi,i vescovi vie-
tando a'cristiani di negoziare co' giudei.
Ilakeni però distrusse da' fondamenti la
chiesa del s. Sepolcro nel 1 o 1 o; ma al ri-
ferire di Rinaldi , come dissi a Gerusa-
lemme, nell'anno stesso Maria madre di
detto principe, cristianissima donna, co-
minciò a riedificare con pietre quadre e
polite il tempio abbattuto per di lui co-
mando. Invece la Civiltà cattolica rife-
risce, che la chiesa fu rifabbricata verso
ilio 48 sotto il califfato di Al-Mostaiiser-
Billah , 0 Abu-Tamin Moslanser califfo
d'Egitto, ed in gran parte almeno colle
limosine inviale dall'imperatore Coslan-
tino IX Mouomaco, pregato da'crisliani
di Gerusalemme, mancanti de'iuezzi ne-
cessari a sì grande spesa , senza che per
questo ne fusse devoluto l'esclusivo pos-
sesso del santuario a favore de'greci, co-
me ciò non avea preteso neppure Carlo
Magno a favore de'iatini. Raccontai nel
ricordato articolo, che avendo i cristiani
di Gerusalemme fabbricato Ia4-apartedi
sue mura, ottennero dal califfo il possesso
di qoella parte, e che non avessero altro
giudice, che il patriarca, il quale perciò
n'ebbe il dominio. Anzi poco dopo la per-
secuzione dell'empio e feroce HakciDjche
avendo finito di regnare nel 1 02 1 l'avea
successo Daher, i religiosi cattolici della
nazione de' franchi trovansi stabiliti ne'
santuari di Terra Santa; e gli archivi del
convento del ss. Salvatore de'minori os-
servanti in Gerusalemme (ove nel voi.
XXXIII, p. 110, ne parlai nel rilevare
quando i frati vi passarono da quello an-
tico del Cenacolo sul monte di Sion),pos-
T U R
seggono un firmano, antico e veridico do-
cumento, che dimostra la loro esistenza
in tal città fino dal 1023. Vi si trova an-
cora un altro firmano del io 5o, il quale
conferma il precedente. Dunque i religio-
si fianchi erano stabiliti in r.erusaleui-
me molto prima delle crociate, e prima
di esse già si chiama vano franchi i cri-
stiani d'occidente. Fondato l'impero de'
turchi gaznevidi di Persia nel 997 da
Mahinud, quesli neh 028 ebbe a succes-
sore Massuh, il quale combattendo le or-
de de' turchi selgiucidi,che situati iti là
dall'Oso il padre avea tollerate nel suo
impero, restò vinto nel 1 o38, onde i tur-
chi si elessero perreosultanoTogrulBeig,
il quale co'suoi soldati abbracciò la fmìe
di Maometto, e ben presto associò a' ti-
toli dil. sultano de'turchi e di conqui-
statore quello di protettore della religio-
ne mussulmana. Al califfo Kader Billah
nelio3i successe Raiem Bamrillah, nel-
la cui epoca nel io45 i turchi selgiucidi
guidati da Togrul Beig conquistatore, in-
vasero le provincie dell'Asia dell'impero
greco, e nel 1048 estesero le loro conqui-
ste. Le rive del Tigli e dell'Eufrate erano
allora turbale dalla sedizione degli emi-
ri, che dividevansi le spoglie de'califlì di
Bagdad; e appunto il califfo Kaiem avea
implorato il soccorso di Togrnl, promet-
tendo a queslo nuovo signore della Per-
sia altre conquiste uell' Asia. Dichiarato
suo vicario, Togrul soggiogò i faziosi, sac-
cheggiò le provincie e recatosi a Bagdad
si prostrò a 'piedi del califfo. Questi pro-
clamò pubblicamente il trionfo de'suoi li
beralori, e solennemente decorò Togrul
di 7 vesti d'onore e lo clonò di 7 schiavi
nati ne'7 climi dell'impero de^li arabi :
due corone d'alloro furono collocate sul
suo capo, e fu cinto di due scimitarre per
emblema del suo dominio sull'oriente e
sull'occidente. I nuovi conquistatori oc-
cuparonosubilamentecoirarmi quell'im-
pero che il vicario di Maometto avea in
dicalo alla loro ambizione. Togrul Beig
invasa la Siria, nel io55 s'impadronì di
T UR
Gerusalemme ; la profanarono i turchi
e commisero ogni oltraggio sui pellegri-
ni. Non per questo cessarono i pii pelle-
grinaggi, come rilevai nel voi. XXXIII,
p. 1 06. L'imperatore Isacco Comneno nel
\Ci5n si oppose con valore a'turchi pat-
zinaci , ma sotto il successore Costanti-
no X Duca, i turchi dell'Asia fecero non
pochi progressi, e 600,000 uzii d'origi-
ne turcomana valicarono il Danubio, i-
nondarono la Tracia, e se la spada de'
bulgari e il contagio non li mieteva, l'im-
pero greco sarebbe slato in pericolo. In-
di nel 1067 i turchi s'inoltrarono sino a
Cesarea di Cappadocia, predando, arden-
do e divorando con ferine fuoco tutto-
ciò che innanzi a loro si parava: tra'lanti
mali che fecero spogliarono e profanaro-
no il celebre tempio di s. Basilio in Ce-
sarea. Regnando 1' imperatore Michele
Parapinace del 107 1, i torcili selgiucidi
assalito l'impero, in sanguinoso conflitto
fecero prigione Isacco Comneno coman-
dante greco, e cadde pure nelle loro ma-
ni Giovanni Duca, i quali furono riscat-
tati. Frattanto sotto i regni de'sultani sel-
giucidi di Persia, Alp-Arslan e Ma lek.
Sciali, successori di Togrul, i 7 rami
della dinastia di Seldjoue si divisero fra
loro i più vasti regni dell'Asia: le loro co-
lonie militari e pastorali si estendevano
dall'Oxo fino all'Eufrate, e dall'Indo si-
noall'Ellesponto.Non ebberoigreci giam-
mai nemici più crudeli e terribili de'tur-
chi. Intantochè la corte de'due memorati
sultani sfoggiava tutta la magnificenza e
raccoglieva le dottrine degli antichi per-
siani, il restante della nazione de'lurchi
era tutto barbaro, e conservava in mezzo
a' vinti popoli i feroci e selvaggi costu-
mi della Tarlarla. Poscia i turchi patzi-
naci devastarono leprovincieeuropeedel-
l'impero, e Solimano 1 .° sultano de'tur-
chi selgiucidi d' Iconio, aspirò all'impe-
ro greco, mediante un partito che si formò
a Costantinopoli. Intanto il gran Papa
s. Gregorio PII, bramoso di propaga-
re la religione e l'imperò della s. Sede in
TUR 275
oriente, mentre per lui Roma era nuo-
vamente divenutala capitale del mondo,
promosse lo zelo de'principi e popoli cri
stiani, contro i mussulmani per togliere
dalle loro mani i Luoghi Santi, promet-
tendo di condurli in persona neh' Asia;
ma senz'effetto per le persecuzioni con-
tro la Chiesa che faceva Enrico IV re de'
romani, che il Papa avea invitato a in-
traprendere la sagra spedizione, e lo notai
nel vol.XXXlII,p.io6.Neli075fu caline
MoctadiBamrillah,nel cui regno Niceforo
Brienne nel 1078 si dichiarò imperatore
con l'aiuto de'turchi selgiucidi; questi pe-
rò furono repressi nel 1080 da Alessio II Co-
mneno nell'assunzione airimpero,coll'im'
porre a'turchi d'Iconio giunti sino al Bo-
sforo, cacciandoli al di là di Bilinia. Suc-
cesso nel 1086 a s. Gregorio VII, Papa
littore III, ne ereditò i proponimenti di
frenare la crescente sterminata possanza
maomettana, onde riunì un grande eser-
cito da tutte le parti d'Italia per far ces-
sare principalmente il furore di quelli d' A •
frica,che turbando la navigazione del Me-
diterraneo, di frequente facevano Schia-
l'iimmenso numero di cristiani. La flotta
crociata m unita del \0Stendard0 di s. Pie-
tro, investì il regno di Tunisi e fece va-
rie conquiste, per cui il re si rese tribu-
tario della s. Sede. Frattanto l'islamismo
faceva progressi pericolosi alla religione
cristiana e all'impero greco, onde Ales
sio I Comneno invocò con lettere l'aiuto
de'principi occidentali e del Papa Urbano
II; mentre nel 1 094 diveniva califfo Mo-
stadher, e nel 1 095 sultani d'Aleppo Re-
duan e di Damasco Dekak. Gli eserciti
conquistatori de'turchi e saraceni minac-
ciavano insieme le altre parti dell'Asia e
dell' Africa, ove non dorninavano,ed anche
l'Europa per estendervi i loro possessiva
il loro giogo più duramente pesava sui
cristiani d'oriente. I pellegrini di Gerusa-
lemme erano da loro sottoposti a tali an-
gherie ed a sì cattivi trattamenti, che il
racconto ch'essi ne facevano al loro ritor-
no accendeva ne'popoli d'occidente una
276 TUR
giusta-e viva indignazione. Un luogote-
nente del sultano Malek Sciali, de'lurchi
selgiucididi Persia, portò il tenore delle
sue armi sulle sponde del Nilo, ed usur-
pò di nuovo la Siria soggetta a 'calili! Fa-
timiti d'Egitto. Cadde la Palestina in po-
tere de'lurchi; e il nero stendardo degli
Abbassidi fu inalberato sulle mura di Ge-
rusalemme. Non furono risparmiati da'
vincitori, uè i cristiani, né i seguaci d'Ali,
che il califfo di Bagdad rappresentava co-
me nemici di Dio. Fu trucidata la guar-
nigione egiziana ; le chiese e le moschee
furono messe a ruba e a sacco: la santa
città nuotò nel sangue cristiano, e mus-
sulmano degeneratoli d'Ali. Contempo-
raneamente altre tribù turche, condotte
da Solimano nipote del sulla no,penetrate
nell'Asia minore, s'impossessarono di tut-
te le provincie che i pellegrini dell'occi-
dente attraversavano per giungere a Ge-
rusalemme, ludi clamori di dolore de*
cristiani di Palestina e de'pellegrini ec-
cheggiarono per tutta Europa. Il mede-
simo patriarca scismatico di Gerusalem-
me Simone, non isperando più alcun soc-
corso dagl'imperatori di Costantinopoli,
perchè l' impero indebolito da discordie
intestine, dallo scisma della chiesa greca,
e dalla successiva perdita delle più belle
provincie, minacciava una prossima ro-
vina, rivolse gli occhi verso il Papa che i
suoi predecessori aveano abbandonato, e
scrisse a Urbano II per ottenere soccorso
a'Luoghi Santi. Narra il Rinaldi all' an.
1095, che Urbano li sapendo che il pre-
decessore s. Gregorio VII più volte avea
tentato di bandire la sagra guerra per la
liberazione diTerraSanta,eragli stato im-
pedito di mandarla ad effetto da'tumul-
ti degli scismatici e dalle diverse guerre
d'Enrico IV; quindi avendo ricevute le
dette lettere d' Alessio I, le fece leggere
nel concilio che tenne in Piacenza nel
1095; poscia passato in Francia comin-
ciò a trattare di sì grave negozio con mol-
ta sollecitudine, procurando che si radu-
nasse un esercito cristiano, per porgere
TUR
soccorso alla chiesa orientale che perico-
lava, e massimamente Gerusalemme, dal
cui patriarca Simone avea ricevuto lette-
re molto compassionevoli, recategli da Pie-
tro d'Amiens romito francese, nelle quali
si significa va con molte lagrime,che Indil-
la di Cristo, il suo Sepolcro e gli altri Luo-
ghi Santi erano profanati e conculcati da'
turchi , da' saraceni e altri mussulmani.
Imperocché al dire di Guglielmo arcive-
scovo di Tiro, che scrisse l'istoria di que-
sta sagra guerra, essendo Pietro in Ge-
rusalemme testimonio de' patimenti de*
pellegrini, ed egli pure ne soffrì, dopoa-
ver ricevuto le lettere pel Papa, orando
nella chiesa della Risurrezione, ebbe da
Cristo una visione, per la legazione ti i ca-
rico sì grande. Pietro dunque con mera-
viglioso fervore predicò la guerra Cro-
ciala (V.)t e al suono di quella divina
tromba quasi tutto l'occidente corse alle
armi e si fece Crocesignato (^.). Ma il
principale duce della parola e promotore
di tanta impresa fu Urbano II (F.), il
quale appositamente nello stesso 1 095 nel
concilio da lui tenuto a Clcrmont con 3
commoventi sermoni , riportati dal Ri-
naldi, promulgò la Tregua di Dio [V.)
e insieme la sagra guerra per la libera-
zione de' Luoghi Santi di Palestina, col
premio d'amplissime indulgenze, secon-
do il vasto progetto di s. Gregorio VII;
tutte vivamente narrando le calamità, cui
soggiacevano gli oppressi cristiani d'orien-
te, e i santuarii ove operaronsi i princi-
pali misteri della religione cristiana. Le
immaginazioni e i cuori de'cristiani d'oc-
cidente s' infiammarono così profonda-
mente, che un immenso grido di guerra
echeggiò dali'un capo all'altro d' Euro-
pa. In un istante un ardore incredibile
per la guerra santa si sparse come elet-
trica scintilla in tutti gli ordini di perso-
ne, e non andò mollo che parecchi for-
midabili eserciti composti di tutte le na-
zioni d'occidente, francesi, fiamminghi ,
spagnuoli, inglesi, tedeschi, svedesi, ita-
liani furono all'ordine, ardenti di correre
TUR
alla liberazione cìe'loro fratelli persegui-
tati dagl'infedeli in oriente, e di riconqui-
stare dalle mani maomettane i Luoghi
Santi. La nazione greca che a vea invocato
soccorso e dovea trovare il suo vitale van-
taggio in questa guerra santa, perchè dal-
l' esito di lei dipendeva la sua ulteriore
esistenza politica, fu appunto la sola che
non vi prese alcuna parte, come non vi fi-
gurò tra'crociati la Prussia. Che anzi invece
di secondare gli sforzi dell'esercito libera-
tore, la nazione greca gli pose mille ostaco-
li,econ aperta malafede, ne fu certamente
per lei, se una guerra impresa con tanta
eroica abnegazione, mirabilegenerosità e
coraggio,non fallì interamente, come rile-
vai in più luoghi. Ancora una volta ripeto,
che questoampio e importantissimo argo-
mento già trattai in molti articoli, con ab
quanta diffusione, specialmente i riguar-
danti la Siria, la Palestina, Gerusalem-
me, le Crociate (nel quale articolo enu-
merai i sovrani, i principi, i vescovi, i le-
gati apostolici che fecero parte di ciascu-
na),! venerandi luoghi di Terra Santa,
gl'imperatori di Costantinopoli. In essi
ricordai i campioni cristiani e i valorosi
maomettani saraceni, che per due secoli
combatterono memorabili battaglie, con
diversa fortuna; e primamente,come sen-
za il soccorso de' greci, ed anche a loro
dispetto, il prode esercito crociato capi-
tanato da Goffredo di Buglione (pentito
del suo anteriore operato, che registrai
nel voi. XXX,p.64 e altrove) duca della
bassa-Lorerctfjdopo moltee disperate bat-
taglie, dopo un lungo earduo assedio, do-
po prodigi di valore sì de'crociali e sì de'
mussulmani, superato ogni ostacoIo,Gof-
fredo prese Gerusalemme a' 1 5, e non a'
5, o a' 19 o i5 luglio 1099, come altri
scrissero,alla testa del fiore de'principi so-
vrani della cristianità e di Pietro l'Ere-
mita, tutti cattolici fervorosi e capitani
delle nazioni crociate, e grondanti di la-
grime sciolsero il voto al s. Sepolcro. Si
può vedere la Storia delle crociate di
G. Michaud, Milano 1 83 1. Essa però va
TUR 177
Ietta con alquanta ca utela.Trovo poi con-
veniente, per la parte principalmente che
spetta a'turchi, di dare un rapido e ge-
nerico cenno di quanto precedette e ac-
compagnò il conquisto di Gerusalemme.
I crociali doverono superare nel viaggio
indicibili ostacoli,e sostenere diverse guer-
re, massime co'turchi. Sebbene l'impero
de'turchi selgiucidi all'arrivo de'crociati
in Asia, pendesse già verso la decadenza,
pure opponeva co'sultani d'Iconio anco-
ra una formidabile barriera a' guerrieri
dell'occidente; ed i turchi erano animati
dal fanatismo della religione e da quello
della vittoria, non professando che il me-
stiere dell'armi. Rilidge Arslan I, figlio
di Solimano sultano d'Iconio, all'avvici-
narsi de'crociati chiamò i sudditi e gli al-
tri turchi di Persia alla sua difesa. Per
i.° ostacolo fortificò Nicea capitale della
Jjitinia, come posto avanzato, e sconfisse
1' avanguardia accompagnata da Pietro
l'Eremita. Indi si avvicinò a Nicea il cor-
po dell'esercito crociato composto di più
di 100,000 cavalieri e 5oo,ooo fanti, il
fiore de'bellicosi d'Europa eappartenenti
a 1 9 nazioni. Assediata da'crociati la città,
il sultano d'Iconio tutto spaventato co-
nobbe che avea a fronte nemici troppo
più forti e stimabili di quelli da lui vinti.
La vittoria, com'era naturale, nel com-
battimento si dichiarò pe' cristiani, che
vendicarono la morte de'compagni. Quin-
di i crociati strinsero d' assedio Nicea, e
sul punto d'espugnarla,l'iudegno Alessio
I con inganno se la fece cedere da'turchi,
con islupore e indignazione de'crociati,
da'quali anzi ottenne la liberazione della
moglie efigli del sultano, che aveano fatti
prigionieri nel tentare la fuga da Nicea.
Questo conlegno dell'imperatore persua-
se i crociati ch'egli cercava di risparmia-
re i loro nemici, e d'allora in poi gli odii
tra'greci e i crociati non ebbero che rare
tregue. Avanzandosi i crociati per recarsi
nella Siria, il sultano Rilidge tornò ad
attaccarli, ma fu sconfitto. Quindi i cro-
ciati conquistarono Tarso, Edessa e al-
278 TUR
Ire città d'Armenia, ed assediarono An-
tiochia. I trionfi riportati da'erociati io-
pia i turchi , eterni nemici della stirpe
d' Ali, persuasero àbili -Casem-M ostali
califfo Falimita d'Egitto, averli Dio mail*
dati in Asia come strumenti di sua ven-
detta e giustizia. Traendo profitto della
sinistra fortuna da' turchi, erasi di fresco
impadronito della Palestinaje quindi spe-
dì ambasciatori a' crociati, offrendosi di
conduili co'suoi eserciti a visitare Geru-
salemme, promettendo di riedificare le
chiese abbattute de' cristiani, di proteg-
gere il loro culto, e d* ammettere nella
città santa tutti i pellegrini senz'armi e
permetter loro il soggiorno d'un mese.Se
ricusavano tali condizioni e la sua ami-
cizia, li minacciò di sollevar contro tulli
i crociati i popoli dell' Egitto, dell'Etio-
pia, e quelli che abitavano nell'Asia e nel-
l'Africa dallo stretto di Gadesino alle por-
te di Bagdad. Risposero i crociati, di non
essere venuti in Asia per ricevere uè leg-
gi, né benefìzi da' mussulmani , non a-
vendo dimenticato gli oltraggi da'pelle-
grini ricevuti dagli egiziani, e precipua-
mente sotto il feroce calitfo Hakem.Aver
fatto voti di visitare Gerusalemme, ma
anco di liberarla dalle mani degF infe-
deli; e perciò il califfo scegliesse pace o
guerra, né temere le sue popolazioni.
Intanto i crociati riportarono vittoria su
Beduan sultano d' A leppo, e su Dekak
sultano di Damasco. Durante l'assedio
d'Antiochia mosse in aiuto di essa Rai-
boga sultano di Mosul con 200,000 uo-
mini, e prima che giungesse la città fu
espugnata da Doemondo I. Giunto Rar-
boga cinse d'assedio la città, ma restò sba-
ragliafo. Il califfo d'Egitto che seguiva
la politica d' Alessio I, volle mantenere
una certa relazione co'crociati e co'tur-
chi, per regolarsi a seconda delle circo-
stanze, sebbetie odiava i primi come ne-
mici del profeta, e gli altri per avergli ra-
pito la Siria, oltre la dissidenza religiosa.
Pertanto il califfo Abul pe'suoi nuovi am-
basciatori dichiarò a'erociati la sua favo-
TUR
revoledUposizione per essi, e che le p<
di Gerusalemme da lui di recente ricon-
quistata sui turchi , non si aprirebbero
che a'eristiani disarmati. I capi crociati,
mossi da sdegno, decisero d'affrettare le
mosse verso Terra Santa, e minacciaro-
no gli ambasciatori egiziani di portar le
armi loro sulle rive del Nilo. Avanzan-
dosi i crociati nella marcia, dopo a ver vin-
to l'emir ili Tripoli di Fenicia in sangui-
nosa battaglia, si diressero a Gerusalem-
me, pi omettendo loro con finzione 1' c-
Bftir di Tolemaica d'arrendersi dopo la
sua presa; e Tancredi s'impadronì di Bet-
lemme. Era difesa Gerusalemme da Is-
tikhat-Eddaulac luogotenente del califfo
d'Egitto, che munitala per lungo assedio,
fece devastarne i dintorni e avvelenare le
cisterne, acciò i crociati non vi trovasse-
ro che miseria e morte. La città avea
4o,ooo difensori, oltre 20,000 abitanti
che aveano prese le armi per sostenerli;
gl'imani scorrendo le strade, esortavano
il popolo alla resistenza. 1 crociati comin-
ciarono 1' assedio della città pieni del più
religioso entusiasmo, e vieppiù si accese
il loro zelo per liberarla. Mancando di
scale, di macchine e di strumenti oppor-
tuni all'espugnazione, sicché fi d' uopo
di costruirne sotlo un cielo di fuoco,e pe-
nuriando d'acqua, giunsero a bere il san-
gue de'bovi. Inaudite e indescrivibili fu-
rono le privazioni patite da'erociati, gran-
di le calamità sofferte per la sete: a tem-
po e nel maggior bisogno giunse un na-
vile genovese carico di pi ovigioni e di mu-
nizioni d'ogni maniera. Il giovedì i4 hi
glioiogg *H?apparire acl giorno, il cam-
po de'cristiani risuonò dello squillo delle
trombe per l'assalto di Gerusalemme, in-
contrando dappertutto ostinata e valoro-
sa resistenza, e il combattimento durò 12
ore. 11 giorno seguente ricondusse i mede-
simi conflitti e i medesimi pericoli del pre-
cedente, e furiose furono le micidiali lotte.
Gli arieti avendo finalmente squarciali i
muri in alcuni luoghi,dielro addensaronsi
le schiere saracene, presentando come un
T U R
nllimo baluardo all'attacco de' crociali.
Mentre gli assediatiti aveano impiegato
la metà del giorno nella mischia, senza spe-
ranza d'entrar nella piazza, e tutte le lo-
ro macelline erano iucendiate,mancaudo
d'acqua per estinguere il fuoco greco lan-
ciato contro di essi da' naussul inani, vide-
ro comparire improvvisamente su! mon-
te Oli velo un cavaliere agitando lo scu-
do e dando loro il segno d'entrare nella
città. Goffredo e Raimondo IV di Tolosa,
clie pe'primi lo scorsero, gridarono che
s. Giorgio accorreva in aiuto de'cristiani
(i crociati sperimentarono anche la pro-
tezione de'ss. Demetrio e Teodoro, e lo
rilevatoti vol.XXX,p.64)-H tumulto del
coiai tatti merito non permise né riflessio-
ne né e*ame; la vista del Cavaliere cele-
ste infiammò i crociati di nuovo ardore,
e tornarono con fiducia alia pugna. Gof-
fredo con altri capitani abbassò sulle mu-
ra il ponte levatoio di sua mobile torre
di legno; i saraceni inviluppati dal fuoco
e dal fumo che il vento spinse a loro dan-
no , vennero poderosamente inseguiti e
sbaragliali. Tutti i crociati seguirono l'in-
trepido duce nella citlà, trucidando quan-
ti incontravano; mentre una folla di eroi
penetrò per la breccia semiaperta nella
sospirata Gerusalemme, la cui porta s.
Stefano *i abbattè e venne spalancata alla
calca de'crociati. Anche Raimondo! V dal-
la sua parte pervenne alla sommità delle
mura, e disperse i saraceni che con l'e-
mir fuggiaschi si ritirarono nella torre di
David. In breve tutti i crociati si abbrac-
ciarono dentro la città, piangendo d'al-
legrezza, e più non pensando che a pro-
gredir nella vittoria. L'entrata de'crociati
in Gerusalemme avvenne di venerdì a 3
ore di sera, giorno e ora memorabile in
cui Gesù Cristo ivi spirò perla salvezza
dell'uman genere, come osservai anche
nel voi. XXXIII, p. 106. Inaspriti i cro-
ciati da' molti mali e gravi oltraggi sof-
ferti, tosto coprirono di sangue e di lutto
quellaGerusalemme che aveano liberata.
In breve la carnificina divenne generale,
T U R 279
trucidandosi i saraceni nelle vie e per le
case. Sotto il portico della moschea d'O-
mar I il sangue arrivava al ginocchio e
sino al freno de'cav;»lli. Ciò sembra aper-
ta esagerazione. Però nelle lettere scritte
a Papa Urbano II, a'vescovie a'fedeli dal-
l' arcivescovo di Pisa, da Goffredo e da
Raimondo IV, per dipingere quel terri-
bile spettacolo, si dice: Che nel portico di
Salomone (si deve intendere della mo-
schea d' Omar I, perchè questi V eresse
sull'area del tempio di Salomone), i no-
stri co' cavalli nuotavano uel vii sangue
de'saraceni sino al ginocchio. L'immagi
nazione rifugge raccapricciata da'dettagli
dell'orribile descrizione,d'una città in pre-
da agli orrori tutti d'una micidialeguerra
di vendetta e di distruzione. Goffredo do-
po la vittoria si astenne dalla strage,e sen-
z'armi a piedi nudi si recò nella chiesa del
s. Sepolcro. Diffusa tal notizia nell'eser-
cito, subito le vendette e i furori s'am-
mansarono, e i crociati a piedi nudi e col
capo scoperto si recarono al santuario.
L'aspetto poi della vera Croce, già na
scosta da'eristiaui durante l'assedio, ecci-
tò il più vivo entusiasmo, e fu portata po-
scia in trionfo per le strade. Propriamen-
te la strage non cessò se non dopo una
settimana. Una barbara politica fondata
su diversi gravi ri flessi, chiuse i cuori alla
pietà e fece perire tutti i mussulmani su-
perstiti, tranne appena i saraceni ricove-
rati nella torre di Davide , e i destinati
al servizio dell'esercito e a seppellire i ca-
daveri sfigurati de' loro amici e fratelli.
Gli uccisi si fanno ascendere a 70,000, e
gli ebrei perirono tutti in mezzo alle fiam-
me. CosìGerusalemme, nello spazio d'al-
cuni giorni, presentò ila nuovo spettacolo
per aver cambiato abitanti, leggi e reli-
gione. Mentre i fedeli si rallegrarono con
entusiasmo della couquista, i mussul-
mani tutti si dierono in preda alla dispe-
razione, e dappertutto si sparse la coster-
nazione. I turchi della Siria e della Per-
sia,che aveano guerreggiato contro il ca-
liffo d'Egitto, pianseroco* maomettani sii-
a8« TUR
ti i trionfi de'cristiani, e gli oltraggi falli
alla religione di Maometto. I turchi della
Sìria, gli abitanti di Damasco e di Bag-
dad, riposero le ultime speranze in A bui
Casein caliiFo d'Egitto, da essi per lun-
go tempo consideralo nemico del profeta,
e andarono in folla a unirsi alla ma oste
che movea verso Ascalona. Ma sebbene
fosse immensa tale moltitudine, che Dio
solo ne sapeva il numero, giusta l'espres-
sione degli antichi storici, facilmente da'
crociati fu vinta con immensa stinge, ed
il visir Afdal,che la comandava, a stento
con poche migliaia si salvò nella flotta e-
gizia. 11 bottino preso sul campo nou è
a dire quanto fu ricco e abbondante.
Fondato il regno latino di Gerusalem-
me, nefuelettoai.°re Raimondo IV con-
te di Tolosa, che modestamente ricusan-
do tuie onore, e sull'indicazione da lui
falla, gli fu sostituito Goffredo, il quale
per venerazione alla città dove il Salva-
tore dì tutti era stalo coronato di Spine,
solo accettò una corona di paglia o di
spine. Goffredo ebbe a successori I i re,
uno de'quali, Guido di Lusignano, fon-
dò il regno di Cipro. L'estensione delle
conquiste de' crociali formò vari princi-
pati e contee sovrane nella Palestina e Si-
ria, i principali essendo quelli d' Antio-
chia, di cui riparlai a Siria, di Edessa,
di 7 ripoli di Fenicia, di Tiro, Tolemai-
de, Sidone, Berito ed altri riferiti a'pro-
pri luoghi. 1 franchi profittando della vit-
toria, ed usandone i diritti, ingrandirono
il tempio del s. Sepolcro, e col mezzo di
uuove fabbriche chiusero nel medesimo
recinto i santuari del Calvario e della pie-
tra dell'Unzione. A custodia del s. Sepol-
cro, e per proleggere i pellegrini ne'viag-
gi e ospitarli, furono successivamente isti-
tuiti i canonici regolari del s. Sepolcro,
i cavalieri di tal nome, e gli ordini ospi-
talari ed equestri, Gerosolimitano (que-
sto ebbe anteriore il suo principio) e poi
di Rodi e Malta, Templari, di s. Lazza-
ro, e Teutonici di Monte Gioia o Gau-
dio (V.) ec, i quali resero segnalati sei'-
TUR
vigi alla Chiesa e all'umanità, e si copri
rono di gloria nelle battaglie a difesa di
Terra Santa contro gli sforzi incessanti
de'mussulmani per ricuperarla; il che ad
onta del costante zelo de'Papi e d*lle di-
verse crociate da loro bandite , ad onta
degl'immensi sagrifizi fatti da quasi tut-
te le nazioni cattoliche, non si potè con-
servare, colpa eziandio le fatali e intesti-
ne discordie insorte non meno tra gli or-
dini equestri, che tra'crociati per rivalità
di nazioni e d'individui, e diciamolo pu-
re, perambizione di potere. Fu per le cro-
ciate che furono istituiti i patriarcati di
rito latino in Gerusalemme e Antiochia,
e di questi pure meglio a Siri a, e molti ar-
civescovati e vescovati, che tutti descrissi
a'Ioro articoli. Di più in Gerusalemme e
in Antiochia, e al modo ivi detto, s'intro-
dussero altri patriarchi di riti diversi, cat-
tolici e scismatici. Le guerre combattute
da' 1 2 re di Gerusalemme successivamen-
te contro i mussulmani, califfi e sultani
d'Egitto, i sultani d'A leppo e di Damasco,
in quell'articolo le registrai. 1 nuovi cro-
ciati che s'avviarono neh io3 per l'Asia,
tedeschi e lombardi, dall'imperatore A-
lessio 1 furono affidati al conte di Tolosa
Raimondo IV, ma essi vollero fare la stra-
da del Rorassan. Oppressi dalla sete e dal-
la stanchezza, incontrarono i turchi accor-
si da tutte le provincie dell'Asia Minore,
della Siria e della Mesopotamia, i quali
perseguitarono tanto i cristiani, che li co-
strinsero alla battaglia. Questa fu vinta
da'turchi che dispersero i crociati e poi
ne fecero spaventevole carnificina. Un
nuovo esercito guidato da'conti di Nevers
e di Bourges, soggiacque allo stesso fata-
le disastro: lutto fu preda de'turchi, do-
po la sanguinosa vittoria che riportaro-
no, non senza sospetto di connivenza eoa
Alessio I. Un 3.° esercito di crociati, che
parimenti si dirigeva per Terra Santa, ca-
pitanato dal conte di Poitiers, nella Li-
caonia trovando il paese devastato dai
turchi, oppressi dalla sete e affranti dai
patimenti, anch'essi perirono dalla spa-
T UR
da de'turchi miserabilmente in numero
di 100,000. h\ tal maniera disparvero 3
glandi eserciti paragonabili a parecchie
nazioni in armi. Più felici erano le armi
de crocia li della Palestina, ove continua-
vano le conquiste, ed il terrore da loro
inspirato agl'infedeli era sì grande, ch'essi
non più osavano disprezzai e i loro attac-
chi. Invano il calilfo d'Egitto ordinava ai
suoi emiri chiusi in Ascalona di combat-
tere i franchi, e di condurre innanzi a lui
incatenato questo popolo mendicante e
vagabondo. Sospinti dalle minaceedel ca-
liffo tentarono un'incursione verso Team-
la, gi' incontrò il re Baldovino 1 cou un
puguodi crociati e riportò compita vitto-
ria neh 101; ma nel 1 102 fu disfatto da-
gli egiziani d'Ascalona, e solo fu salvato
dalla gratitudine d'un emiro a cui avea
restituito la moglie: colla battaglia però
riportata a Jalfa, riparò in parte le pa-
tite perdile. Avendo i progressi dell'armi
cristiane intimoriti Abul Manzor Amer
calilfo di Egitto e Mostadher califfo di
Bagdad, fu dato a tutti i popoli mussul-
mani il segnale d'una guerra sagra, e to-
sto fu adunato un esercito innumerevo-
le. Baldovino I nel 1 1 1 2 l'affrontò a Ge-
nezarelh,e il valore de'cristiani non po-
tè trionfare nella terribile battaglia del
numero de' mussulmani, i quali fecero
strage di essi, senz'ai tre conseguenze. Per
un istante Baldovino I si collegò nel 1 1 i4
con Togli teghiu sultano di Damasco, e
servi a deviare le forze contro di lui uni-
te dal sultano di Mossul e dal calilfo di
Bagdad, e liberar la Siria da un'invasio-
ne. Nel 1 1 igilcaliffo d'Egitto Abul Man-
zor fece una nuova spedizione comanda-
ta dal sultano d'Aleppo Ylgazi, il più fe-
roce de'guerrieri mussulmani, e riportò
vittoria ad Artesia contro i signori d'Au-
tiochia, di Tripoli e d'Edessa, e il nuovo
re Baldovino II. Questo però preceduto
dalla vera Croce attaccò poi Ylgazi a Da-
nitzelo sbaragliò interamente. A soste-
nere le conquiste de'crociati, il Papa Ca-
listo II nel concilio di Lacerano /, cele-
TUR 281
brato ne\i 123, fece decretare soccorsi e
aiuti. Continuando l' indicazione crono-
logica de'califìi arabi successori di Mao-
metto, dirò che nel 1 1 1 8 lo divenne Mo-
starched, e poco dopo Masud sultano dei
turchi selgiucidi d'Iconio ruppe guerra a
Giovanni Comneno imperatore greco, il
quale avea debellato i turchi pattinaci,
che dal Danubio eransi sparsi a devasta-
re la Tracia. Le sue armi sarebbero sta-
te vittoriose anche contro i turchi d'Ico-
nio, se il suo terzogenito Isacco non si
fosse fatto maomettano per isposarelafì-
glia delsuIlano,per cui lo privò della suc-
cessione eventuale all'impero: nondime-
no gli riuscì d'obbligare alla pace i tur-
chi d'Iconio, e conservando apparente a-
ixkicizia co'crociati, si pose d'accordo coi
mussulmani per distruggerli. Nelli 2 &i
crociati conquistarono Tiro, ed avendo-
vi contribuito i veneziani colla flotta, se-
condogli accordi, fu loro concessa una3.a
parte della città, con propria chiesa e tri-
bunale. Neh 1 35 fu calilfo Rasched, cui
successe neh 1 36 Moctafì. Intanto Ema-
deddinZenghi I sultano d'Aleppo e di Ni-
nive, assediò Edcssa e la prese a'erocia-
ti, con dolore di Papa Lucio II; avveni-
mento che risvegliò l'ardore d'una nuo-
va crociata, onde ebbe luogo nel 1 1 45 la
2/ Crociata, poiché tutta la Palestina era
minacciata da'mussuluiani. Papa Euge-
nio III la fece promulgare colle solite in-
dulgenze, ed alla testa vi si posero Cor-
rado III imperatore de'rornaui e Lodovi-
co VII redi Francia; non può ridirsi quan-
te insidie e sevizie usò co'crociati Ema-
nuele Comneno imperatore de'greci, tut-
te fatte colla più fina ed esecrabile simu-
lazione. Alla perfidia de'greci, e alla pro-
dezza di Nureddin Mahmud sultano d'A-
leppo, oltre la difesa che di Damasco fe-
ce il suo sultano Mogir Eddin , si deve
l'infelice riuscita di questa crociata, non
che alle altre cause che notai al suo ar-
ticolo. Rimase Baldovino III re di Geru-
salemme esposto allearmi formidabili dei
mussulmani, e si misurò cou Nunediu,che
aSa T U R
cominciava a pone le fondamenta d'un
impero, dopoil conquisto di Damasco nel
i i54, destinato ad annientare le colonie
cristiane dell'Asia. Nel i 1 60 fu califfo Mo-
stanged, ed ebbe a successori, nel 1 170
IWoslhadi, e neh 180 Nasser che regnò
lungamente, Prima di quest' ultimo, A-
maury 1 re di Gerusalemme guerreggiò
Adhed califfo d'Egitto, che ricusava pa-
gare il tributo a cui era stalo obbligalo
da'eroeiali; iodi esseudo sialo soddisfallo,
tlovè sostenerlo contro ii bellicoso [furati*
dio. Invaghitosi poi dell'Egitto, ne tentò
il conquisto; ma il calilFo collegalosi con
Nureddin, il re fu costretto abbandonar
l'impresa; menlre Nu redditi profittando
dell'occasione, nel 1 1 7 1 occupò l'Egitto e
ne divenne sultano, terminando con Ad-
lied i califfi Fu li miti. Il potentissimo No*
reddio sultano d' Egitlo , Aleppo e Da-
masco morì nel 1 1 74; nell'Egitto gli suc-
cesse il famoso Saladino, in Aleppo e Da-
masco Malek el-Saleh-Ismail, a cui Sa-
ladino neh 174 tolse Damasco. Malek eb-
be a successori in Aleppo, neh 181 Az-
zeddiuMasud e nel 1 1 82 EmadeddinZen-
ghi li, al quale neh 1 83 conquistò Alep-
po il valoroso Saladino. Divenuto questi
tanto possente, subito attaccò il regno di
Gerusalemme, piccolo a confronto de'suoi
vasti domimi. Gli stali de' crociali Ialini
d'Asia essendo in decadenza, Baldovino
IV redi Gerusalemme implorò i soccor-
si de'cristiani d'occidente, e non conse-
gni che promesse. Saladino invase la Pa-.
leslina, ma reslò sconfino dal re. ad A-
scaloiia. Irritalo di vergogna il sultano,
desolò le provineie del regno. Divenuto
le Guido di Lusignauo, assediò in Tibe-
riade Raimondo III conte di Tripoli, il
quale per disperazione si collegò con Sa-
ladino. Indi pentitosi, giurò ili combat-
terlo insieme col re, roeutre Saladino vin-
se la celebre battaglia di Tiberiade, già
impadronitosi della città: i due eserciti pu-
gnarono uel luglio 1 187 nella pianura di
Baltouf, Guido restò prigione, trionfan-
doSaladiuoco'suoisaraceui;il eguale s'ito*
TUR
padroni poscia di quasi tutta la Palestina,
e di Gerusalemme a'2 ottobre, ove com-
mise contro i santuari le deplorabili ini-
quità narrate dall'annalista Rinaldi. Al-
tri storici non sono in ciò d'accordo, poi-
ché essendosi la città resa a patti, Stala*
dino seguendo l'esempio del califfo Omar
1 , raccontano che usò moderatamente
della vittoria , osservando la legge del-
l'islamismo a riguardo delle nazioni vin-
te. I11 virtù della quale tìgli lasciò acat-
tolici latini, co'quali era stata fatta la ca-
pitolazione, l'uso di tutti i santuari , dei
quali essi erano in possesso. Perciò i cano-
nici regolari del s. Sepolcro e gli altri re-
ligiosi latini, preposti all'ufficiatura e al-
la custodia de'Luoghi Santi, continuaro-
no come per ('addietro ad esercitarvi li-
beramente esenza ostacolo le funzioni del
loro culto, senza chede'greci siafalla dal-
la storia alcuna menzione. Inoltre a'ea-
valieri gerosolimitani fu permesso rima-
nere nella loro chiesa e spedale per sol-
lievo de'pellegrini, poveri e infermi, quan-
tunque quali religiosi militari aveauo a-
vóto sempre parte nelle guerre combat-
tute. Le altre chiese furono cambiate in
moschee. Parecchi moderni scrittori han-
no contrapposta la generosa conciona di
Saladino, a' fatti ributtatiti avvenuti al-
lorquando i crociali entrarono per lai/
volta in Gerusalemme: non devesi però
dimenticare che i cristiani offersero di ca-
pitolate e di venir a patti co'saraceni, ma
che questi sostennero un lungo assedio con
fanatica ostinazione, e che i compagni di
Goffredo, ch'erano in paese sconosciuto e
circondato da popoli nemici, presero la
città d'assalto dopo aver superato infini-
ti pericoli, e tollerati mali d'ogni genere.
1 primi crociati, dopo la conquista di Ge-
rusalemme, aveauo ancora a temere i
mussulmani della Siria e dell' Egitto, e
questo timore li rese barbari. Altri parti-
colari di Saladino si ponno leggere ne' voi.
XXX, p. 68, XXXIII, p.107. Guido ri-
nuuziato il titolo di re (li Gerusalemme,
ottenne la libertà; e Papa Urbano III mo-
TUR
lì di cordoglio alla notizia dell'espugna-
zione di Gerusalemme, mentre eia inFer-
rara reduce da Venezia, in cui si adoprò
a mettere in ordine l'armala, che dovea
soccorrere i cristiani d'Asia. Tutta l'Eu-
ropa fu immersa nella costernazione, e il
nuovo Papa Gregorio Vili subilo si ap-
plicò al ricupero di Gerusalemme, fece
pubblicare la 3/ Crociata, ed esortò i fe-
deli a prendere la croce, intimando per
5 anni il digiuno nel mercoledì per iuvo-
ctir il divino aiuto. Il successore Clemen-
te III nel i 188 inviò legati a're di Fran-
cia e d'Inghilterra per farsi crociali, e l'ot-
tenne insieme all'imperatore de'romani
Federico I, che presso Costantinopoli es-
sendo attaccato dal fedifrago Isacco li im-
peratore greco, fece questi ben pentire del
suo ardire. I crociati vinsero i turchi d'I-
conio, la qual città tolsero al sultano Ki-
lidge Arslan II. Conquistando Federico I
la Cilicia, perì nel fiume Selef; scoraggia-
ti i cristiani, in parte disertarono. Tutta-
via gli altri crociati ottennero de' vantag-
gi, e Riccardo II re d'Inghilterra nel 1 192
alla testa di 100,000 crociati riportò pres-
so Arsur una segnalata vittoria, su3oo,ooo
mussulmani capitanati da Saladino, a cui
prese molte piazze. Mentre Riccardo II si
accingeva all'assedio di Gerusalemme,
dove Saladino erasi fortificato, vedendo-
si abbandonato da'duchi d' Austria e di
Borgogna, e perciò sproporzionato il nu-
mero de' superstiti crociati alle forze del
sultano, neli 192 volle tornare in Euro-
pa. Laonde concluse un trattalo con Sa-
ladino, di tregua per 3 anni e 8 mesi, du-
rante la quale Gerusalemme sarebbe a-
perla alla divozione de'cristiani in picco-
li drappelli, e lasciati essi tranquilli pos-
sessori della costa marittima da Jaffa o
Joppe sino a Tiro, insieme a Tolemai-
de o Acri e ad Ascalona. Nel 1 1 93 a' 1 3
marzo morì il possente Saladino, e gli suc-
cesse il sultano Malek-el-Aziz-Otmau ;
onde i cristiani di Palestina concepirono
buoue speranze, vedendosi liberati da un
formidabile uemico, che avendo diviso i
T U R 283
propri stati tra' 12 suoi figli, la loro po-
tenza si aflievolìjma però non polevauo do-
mandar soccorsi dall'occidente per la con-
venuta tregua. Venuto di ciò in cognizio-
ne Papa Celestino III, scrisse a tutta la
cristianità nel 1 iq5 pubblicando la 4-*
Crociata, alla cui testa si pose l'impera-
tore Enrico VI, benché rimase in Germa-
nia. Marciarono 3 corpi in Palestina, il
2.0 de'quali con Maria regina d'Unghe-
ria ruppe la tregua, essendo sultani Ma-
lek-el-Mansur, eMalek-Adel-Seiffeddin fi-
gli di Saladino. Avendo i crociati comin-
ciate le devastazioni, Malek-Adel fece mas-
sacrare tutti i cristiani ch'erano in suo po-
tere, e presa Joppe d'assalto ne passò a
fìl di spada 20,000. Giunti gli altri cro-
ciati, riportarono sul crudele sultano vit-
toria, e molte città caddero in loro pote-
re. Mentre divisavano passare a Gerusa-
lemme, le discordie divisero i capi, onde
riuscì a Malek-Adel di compiutamente
vincerli nella battaglia di Joppe; e giuuta
poi nel 1 197 la nuova della morte d'En-
rico VI, i tedeschi vollero ripatriare, ri-
manendo in Palestina la regina Maria, e
il conte di Montfort co'francesi, il quale
fece una tregua di 3 anni. Desolati e af-
flitti i cristiani di Palestina, ueh 198 fu
eletto Papa il magnanimo Innocenzo III
(K), e fu prima sua cura di riauimar
l'ardore delle crociale; impegnò le repub-
bliche di Venezia, Pisa e Genova ad at-
taccare gl'infedeli per mare e a fornir va-
scelli pel trasporto de' crociati, e dapper-
tutto fece bandire la 5.a Crociata; indi
seguì uno speciale accordo tra'crociati e
i veneti, pel loro trasporto in Egitto, vo-
lendosi da questo cominciar l'impresa per
non rompetela tregua. Però l'impresa fu
interrotta con dolore d'Innocenzo 1 1 1, poi-
ché gli altri crociati imbarcatisi in Mar-
siglia, giunti in Terra Santa, invano pel
loro numero ne tentarono la conquista,
respinti dal sultano Abubeer Salatini. La
flotta veneta portò i crociati a Zara per
ricuperarla alla repubblica; e giuuta in
Costantinopoli, Alessio ili che ueli2o3
284 E U R
era stalo deposto, invocò con grandi pro-
messe il soccorso loro per essere ristabi-
lito. Tutto contro le precise ingiunzioni
d'Innocenzo lll,cheavea proibito rivol-
ger l'anni crociale contro i cristiani. Ma
i crociali tratti da cupidìgia di dominio,
invece di conquistar Gerusalemme, nel
1204 tolsero »' greci Costantinopoli, sia
per vendicarsi dc'lanli ostacoli da essi lo-
ro incessantemente fatti nelle precedenti
crociate, sia per credere che ciò avrebbe
facilitato la conquista stabile de' Luoghi
Santi. 1 francesi, i fiamminghi, i venezia-
ni, il conte di Monferrato si divisero la
olla e l'impero, al modo narrato anche
nel \ol. XV III, p. 292; fondarono l'im-
pero Latino di Costa itti no pò li (Z7.), ed
elessero imperatore Baldovino I conte di
Fiandra e d'Hainaut. Indi ottennero che
Innocenzo 111 stabilisse e consagrasse il
patriarca Ialino di Costantinopoli. In pa-
ri tempo i principi greci fondarono i pic-
coli imperi diNicea e di Trebisonda(F.),
finché dopo 6 imperatori latini nel 1261
si ripristinò il greco, continuando a sus-
sistere quello di Trebisonda. Teodoro La-
scaris imperatore di Nicea nel 1209, con
2000 cavalieri e 800 latini valorosissimi,
assali lutatine principe de'turchi che ne
conduceva 20,000, e mozzatogli il capo
Jo fece porre sopra un'asta aguisa di tro-
feo. Innocenzo III non cessando di far sen-
tire la sua voce in lutto il cristianesimo
per la sagra guerra di Palestina, nel 1 2 1 3
fece predicare la 6." Crociata; ma i prò- '
gressi degli eretici albigesi di Tolosa, e
de'mori saraceni nella Spagna, oltre le
guerre fra diversi principi, resero questi
e i popoli indifferenti alle lagrime del grati
Pontefice , per veder abbandonati i cri-
sliani di Palestina, ove non erano loro re-
state che Tiro, Tolemaide e qualche al-
tro luogo, e col timore sempre di perder-
le. Egli approvò il meraviglioso ordine
Francescano , a cui tosto fu a Aida la la
custodia del s. Sepolcro, col Guardia-
no del s. Sepolcro (}'.), onde i france-
scani Ialini fino da' primi anni del secolo
TUR
XIII vantano sì preziosa prerogativa, rico-
nosciuta dagli stessi sultani antichi, con
quella di altri Santi Luoghi di Gerusa-
letnmej e fors'anche vi aprì alcun con-
vento il glorioso s. Francesco loro istitu-
tore, allorché si recò in Damiata, e dai
sultani di Babilonia e d* Egitto o meglio
de'turchi d' Iconio. Noterò, quanto alla
custodia, giurisdizione e prerogative del
minore osservante p. guardiano del s. Se-
polcro, che ne riparlai ne'vol. XXX, p.
34, 4o e 58, LXIV, p. 82 e 83, per lo
slato presente. La detta crociata fu la più
lunga di tutte, perchè rinnovala da In-
nocenzo III nel concilio generale di /al-
terano IV, continuò ne'pontificati diO-
riorio IH e Gregorio IX. Questi due Pa-
pi costrinsero l'imperatore de'romaui Fe-
derico II a mantenere il giuramento di
portarsi in Palestina, il che non eseguen-
do e per perseguitar la Chiesa fu scomu-
nicato. Vi si recò poi invitato a impadro-
nirsi diGerusalemme,ad istanza di Malek-
el-Ramel sultano d'Egitto; ma Gregorio
IX, olire l'aver invialo missionari per la
conversione de'ifiussulniani, non fidan-
dosi più dell' ingrato Federico II e spa-
ventalo dell'alleanza col mussulmano,
procurò impedirne l'effetto, per cui i cri-
stiani di Gerusalemme non videro in lui
che uno scomunicato e quasi un rinega-
to, comechè ubbidienti alla s. Sede che
sempre dirigeva quanto avea relazione al
possesso de' Luoghi Santi. Osò donare al
sultano quella sagvaSpada (^.),che Gre-
gorio IXaveagli donato per combatter-
lo. Interdetti i Luoghi Santi dal patriar-
ca, dovè Federico 11 da se proclamarsi re
e coronarsi. Federico li dopo aver con
infiline patto tradito gli all'ari de'cattolici,
perchè non vi comprese il principato
d'Antiochia e la contea di Tripoli, veden-
dosi da tutti esecrato, nel inaggio 1229
fuggì nascostamente da Gerusalemme,
per quanto narrai in quell'articolo, no-
tando pure che il da lui convenuto in fa-
vore de'sanluari non fu osservato da'mus-
suloaani che in piccola parte. Nel 1 225 era
TUR
divenuto califfo Daher, successo neh 226
da Mostanser e nel 1243 da Mostazem
che fu l'ultimo califfo Abbasside e l'ul-
timo successore di Maometto nel califfa-
to, poiché nel 1 2.58 prese Bagdad sua re-
sidenza Hulagu Kan principe mongolo di
Tartaria, ceppo della dinastia persiana
de'discendenti del famoso conquistatore
Gengis-Kan, il quale neh 225 erasi im-
padronito della Persia cacciandone i sul-
tani dì Ka risma o turchi selgiucidi;e poi
nel 1 260 avendo vinto Ma lek el NaserYu-
suf sultano di Damasco, riunì il paese ai
suoi domimi. Gli storici fanno derivare
Gengis-Kan da' turchi o tartari d' Asia,
il quale comandava ai tartari oguziani
quando nel 1 200 fece la conquista del Mo-
gol e della Persia, e sulle rovine di que-
st'ultima innalzò quel nuovo impero che
comprese tutto 1' oriente conosciuto dai
greci. Allorché morì nel 1 2 24, uno de'suoi
figli gli successe in Persia , un altro nel
Mogol, un 3.° in una parte della Tarla-
rla : i suoi governatori si appropriarono
il resto dell'impero e si dichiararono in-
dipendenti. L'esito della 6.a Crociata fu
infelice, per colpa di Federico II, onde i
francesi e gì' inglesi per la discordia dei
crociati, concluso un trattato con Malek
Adel sultano d'Egitto, pel pacifico ritor-
no de'cristiani di Palestina a Gerusalem-
me, partirono per le loro case. Frattan-
to i principi degli stati crociati che anco-
ra sussiste vano, essendosi alleati con quel-
li mussulmani di Siria, contro Malek Sa-
lek sultano d' Egitto, questi per vendi-
carsi chiamò i turchi selgiucidi, cioè i ka-
rismiani abitatori delle frontiere della
Tartaria-Mogol, ad invadere la Palesti-
na ; che difatti fu posta a soqquadro da
loro, occupando pure Gerusalemme, ove
commisero ogni crudeltà , e sconfìssero
neh 244 interamente i cristiani a Gaza.
Papa Innocenzo IV commosso da tante
sciagure, nel concilio generale di Lione
I, nel 1245 depose Federico II e determi-
nò la 7." Crociata di Palestina; per essa
fu eletto generale s. Luigi IX re di Fran-
T U R 285
eia, il quale giunse colla flotta a Danna-
ta neh 249, che subito abbandonarono
i maomettani. Quindi determinasti l'in-
vasione dell'Egitto, ove riportarono i cro-
ciati de'segnalati vantaggi, ma neli25o
fu fatto prigione il re a'5 aprile. Si con-
venne poi al riscatto e alla tregua di io
anni col sultano Malek-el-Ascraf-Musa.
I turchi desolando il principato d'Antio-
chia e i suoi dintorni, Papa Alessandro
IV neh 256 invitò i cristiani ad accorre-
re Hi aiuto de'cristiani di Palestina. Di-
poi Bibar I Bondacar sultano d'Egitto
occupando varie città de' latini e rovi-
nando Tiro, nel 1266 espugnò Cesarea,
JafFa e Antiochia, facendo trucidare chi
ricusava di rendersi maomettano; non re-
stando ormai delle colonie crociate che
Tolemaidee Tripoli di Fenicia, s. Luigi
IX si risolvette di tornare alla crociata.
Papa Urbano IV beneficò Terra Santa,
e il successore Clemente IV fece promul-
gare l'8/ Crociata, di che feci pure ri-
cordo nel voi. XXXIII, p. io3 e seg., in-
sieme a 'soccorsi dati da altri Papi a 'San-
ti Luoghi, e all'autorizzazione delle que-
stue pubbliche a vantaggio e pel mante-
nimento de'medesimi. Il re partì nel 1270
e approdò a Tunisi (V.) ài Barbai ia, per
poi passare in Palestina, ma colpito dal-
la peste vi perì a' 25 agosto. Il suo fra-
tello re Carlo I sottentrò al comando dei
crociati, combattè e vinse il re di Tuni-
si, e lo fece tributario della Sicilia. Ta-
le in certo modo fu la fine dell'ultima
delle principali crociate d'oriente contro
i mussulmani, sì per la morte fatale di
s. Luigi IX, e sì per la lunga vacanza del-
la Sede apostolica. Non per questo del tut-
to cessarono le crociale e gì' incessanti
sforzi de'Papi in favore di Terra Santa, e
per reprimere l'ingrandimento de'mus-
sulmani per la quiete e integrila d'Eu-
ropa. Mentre Teobaldo Visconti era le-
gato della s. Sede in Acri o Tolemaide,
benché non insignito del cardinalato, fu
neh 271 eletto Papa e prese il nome di
Gregorio X. I cristiani di Siria coucepi-
aSG T V R
rono le più liete speranze, poiché il nuo-
vo Pontefice era stato lungamente testi-
monio de' loro .pericoli e miserie, aven-
dovi condotti i (Visoni, e che avrchhe a-
doperata tutta In stia possanza per soc-
correrli. Gregorio X prima di partire glie-
lo promise in un discorso. Infiliti giunto
in occidente, da vari principi e dalle re-
pubbliche di Venezia, di Pisa e di Geno-
va ottenne soccorsi che inviò a Tolemai-
de. Essi pero erano ben lungi dal corri-
spondere a* bisogni e alle speranze delle
superstiti e pericolanti colonie cristiane;
per cui Gregorio X, risoluto di far par-
tecipare a 'suoi disegni l'intera cristianità,
convocò a quest'effetto il concilio genera-
le di Lione II, e nel i 274 vi si trovarono
gli ambasciatori di quasi tutti i principi.
Quelli peròche ivi attirarono maggior-
mente l'attenzione de' fedeli , furono gli
ambasciatori e i principi tartari inviati
da Abaka Ran possente capo de' tartari
mongoli, successore d'Hu'agu-Ran della
dinastia persiana di Gengis-Ran, per con-
trarre un'alleanza contro i mussulmani.
Parecchi di que'principi tartari, ricevet-
tero il battesimo dalle mani del Papa, o
dal cardinal vescovo d'Ostia poi Inno-
cenzo V; il che da'eristiani fu preso a si-
curo pegno delle divine pi omesse, riguar-
dando il kan come un altro Ciro susci-
lato dal cielo per distruggere babilonia
e liberar Gerusalemme; tanto più. che i
cristiani di Palestina aveano chiamato in
loro soccorso i tartari , i quali in molte
grandi escursioni aveano oppresso i sara-
ceni. Gregorio X scrisse ad Abaka per e-
sortarlo ad abbracciare il cristianesimo,
e promise di mandargli ambasciatori pri-
ma che avesse luogo la spedizione. Nel
concilio si convenne all'intrapresa duna
nuova crociata, e che per un decennio si
leverebbe la decima su tutti i beni eccle-
siastici. Michele Paleologo imperatore dei
greci, che finalmente erasi riunito alla
chiesa latina, con professione di fede che
non tardò ad essere smentita, promise che
avrebbe mandato soldatesche per libera-
TUR
1
re il retaggio di Cristo. II Papa riconob-
be il nuovo re de'romani Rodolfo I d'Ab-
sburg, a condizione che sarebbe andato
in Palestina alla testa d' un esercito. A.
malgrado di lnttociò,la maestà d'un con-
cilio, le decisioni e l'esortazioni del Pon-
tefice e di più di 1000 prelati, non val-
sero a risvegliare l'entusiasmo de'fedeli.
Mortoil lernbileBibar I sultano d'Egitto,
mentre si proponeva d'assediar Tolemai-
de, nel 1277 gli successero Bereke Ran
Said e Selamese, ma ben presto Relaun
Malek-el-Mansur, il più. valoroso degli e-
miri, nel 1279 usurpò la suprema auto-
rità, favorito da' famosi Mammalucchi
(/".), divenuti ormai nell'Egitto quello
che poi furono a Costantinopoli i turbo-
lenti gianniz7eri. Bibar 1 avea comincia-
to la rovina de'cristiani, Relaun non a-
vrebbe tardato a compierla, se non aves-
se dovuto combattere con un nemico for-
midabile, ausiliare de' Ialini. Conviene
sapere, che fino dal principio del seco-
lo XII, orde innumerevoli conosciute sot-
to il nome di turchi, inondarono inces-
santemente le ricche contrade della Siria,
venendo da Mossul, dalle rive del Cappio,
dal Curdistan e dalla Persia. Queste or-
de spaventevoli aveano abbracciato l'isla-
mismo, e il fanatismo mussulmano le
spingeva a fare una guerra implacabile a'
cristiani, come sono andato accennando.
Verso il cominciai del secolo XIII mutò
la scena. Tutte le nazioni turche che do-
minarono dall'Enfiate all' Oxo, furono
vinte e disperse da Gengis-Ran e suoi suc-
cessori tartari mongoli , come pure già
notai. Il califfato di Bagdad, ch'era il le-
game di tutte queste potenze, venne egli
pureannientato nel 1 258 da Hulagu-Ran.
Non trovando i tartari mongoli più nes-
suna barriera , penetrarono nella Meso-
polamia, nell'Asia Minore e nella Siria.
Pur non avendo essi abbracciato il mao-
mettismo e fino allora combattuto i soli
mussulmani, mostra ronsi disposti d'unir-
si alle colonie cristiane, come alleati de
capi della Giorgia, della piccola Armenia
T U R
e ili altri slati cristiani. Adunque te po-
tenze mussulmane che dominavano in Si-
ria e in Egitto, ebbero a un tempo da
combattere tartari e latini, ii che contri-
buì a mantenere per qualche tempo i de-
boli avanzi della potenza derivata dalle
crociate in Asia. Tuttavia i tartari non
poterono trionfare della milizia discipli-
nata de'mammalucchi e della politica de'
sultaui d'Egitto, per cui non riuscì loro
di penetrale in quella regione. Se la for-
tuna avesse favorite le loro armi, devesi
credere che più tardi avrebbero abbrac-
ciato il cristianesimo, e fin d'allora l'o-
riente forse avi ebbe interamente cambia*
biato faccia. Appena Rei a un salì sul tro-
no d'Egitto, co'inammalucchi presso E-
messa riportò sui tartari una vittoria de-
cisiva, che incusse timore a lutti gli stati
cristiani. Tultavolta il sultano si arrese
alle preghiere del conte di Tripoli, e de'
cavalieri gerosolimitani e templari che gli
domandarono pace,e andò a sfogar la sua
collera sugli stati del re d'Armenia, pera-
ver chiamato in Siria i mongoli. L'accorto
Relaun acconsentì a una nuova tregua
co'latini, col vergognoso patto di doverlo
avvisare dell'ari ivo degli eserciti cristiani
d'occidente, ove teneva agenti che Tisi rui-
vano di quali forze si preparavano control
mussulmani da' Fa pi e da' principi cristia-
ni, anzi si collegò co' re di Sicilia e d'A-
ragona ! Così alla liberazione de'Luoghi
Santi ormai si preferivano i vantaggi
commerciali, anche dalle città marittime
d'Italia ! Così per timore, ambizione e a-
varizia si andava alzando un muro di di-
visone tra' cristiani occidentali e quelli
orientali ! Con diversi pretesti Kelaun e-
spugnò la fortezza di Margat de'geroso-
limitani nel i 28 1, prese Laodicea e altre
piazze cristiane nel i 287; e pose l'assedio
a Tripoli che nel 1 289 fu presa, arsa e di •
strutta da' mammalucchi. Nel 1290 mi-
nacciò Tolemaide, ma mentre voleva as-
sediarla morì e gli successe il figlio Ka-
lil Aseraf, che altri chiamano Saladino.
Siccome il sultano erasi fallo promette-
T U a a87
re di non seppellirlo che dopo la presa «li
Tolemaide o. Acri, questa fu assalita fe-
rocemente ed espugnata nel 1 29 i;e lo de-
plorai anche ne' voi. XVI II , p. 299, e
XXXIII, p. 108, dicendo che Papa Ni-
colò IV ne morì di afflizione. L'Europa
fu colta da grave dolore; nessuno avea
pensato a prender le armi per soccorrerla,
ad onta degli eccitamenti del Papi; mi
tutti deplorarono la sua perdita. Indi i
vincitori s'impadronirono subito di Tiro,
di Berito, di Sidone e di tutte le città cri-
stiane della spiaggia, ad onta della tre-
gua da loro conclusa col sultano, perla
quale eransi astenute di soccorrere To-
lemaide. Il furore de' mussulmani eser-
citossi persino sulle pietre e sul suolo a-
bitatoda'cristiani: le loro case, i loro tem-
pli, i monumenti di loro pietà, della lo-
ro industria e del loro valore vennero con-
dannati a perire con essi per mezzo del-
l'incendio e del ferro. Le colonie cristia-
ne d'oriente aveano contato più d'8o cit-
tà, ed un maggior numero di castelli e di
fortezze; ma la maggior parte de'casteMi
e delle città riceveano i loro difensori e i
loro abitanti dall'Inghilterra, dalla Ger-
mania,dalla Francia e dall'Italia. Per cui
questi stati lontani non avevano il prin-
cipio della loro conservazione; ed i veri
sostegni del regno di Gerusalemme era-
no in occidente. Finché le colonie dei
franchi attrassero l'attenzione d'Europa,
e che il loro nome bastò ad eccitare I' ar-
dore guerresco de' popoli al ili làde'mari,
esse si sostennero con isplendore; ma in-
vece decaddero quando l'Europa rivolse*
altrove gli sguardi, e che la possente opi-
nione che le avea fondale cominciò a in-
debolirsi. La loro gloria fu 1' opera del-
l' entusiasmo religioso, o piuttosto del'pa-
triotlismo cristiano, che le avea fondate,
ed una delle loro maggiori calamità fu
T indifferenza de'fedeli. L'impero de'cri-
sliani in Asia, cominciato colle Crociate,
finì con esse. La guerra fatta all'islamismo
irritò i mussulmani, i quali abusando di
loro vittorie, non permisero più a'erislia-
288 TUR
ni di stabilirsi fra loro, e considerandoli
cornei loro più crudeli nemici, dappertut-
to li condannarono all'esilio, alla schiavi-
tù, ad ogni genere di miserie. Ogni giorno
si videro sbarcare ne' porti d'Italia sven-
turati abitanti della Palestina, i quali per-
correndo le città elemosinando, raccon-
tavano cogli occhi pieni di lagrime gli
ultimi mali de'cristiani d'oriente. Che la
maggior parte delle chiese fabbricate in
Damasco, in A leppo, nel Cairo, in Edessa,
in Iconio ec, erano stale demolite o ab-
bandonate ; le grotte del Libane e delle
montagne della Giudea, le celle del Sinai
e del Carmelo, le solitudini di Memfi e
di Scelli aveano perduto i loro ospiti, e
non risuonavano più degli accenti della
preghiera. Le cronache cristiane ascrivo-
no per la maggior parte sì gravi disastri
a' peccati de' crociati e degli abitanti di
Palestina; all'ambizione de'capi, all'indi-
sciplina de'guerrieri, alle turbolenti pas-
sioni della moltitudine, alla corruzione
de'costumi, allo spirito di litigio e di di-
scordia, e finalmente all'egoismo. Nel de-
plorabile spettacolo che allora si vide,
scorgono i cronisti unicamente quell'ira di-
vinatile s'aggravò già sopra Ninive e Ba-
bilonia. Ora la storia presenta un altro
spettacolo, l'impero de' turchi Osmani
discendenti de'turchi Selgiucicli,così detti
da Selgiuk loro capo, che portarono alla
sua volta guerra formidabile in Europa
e la minacciarono di conquistarla, dopo,,
averne occupato buona parte. Orasi apre
nella storia un nuovo e vasto campo alle
paterne sollecitudini de'Papi per salvare
la cristianità dall'impeto de' maomettani,
onde arrestarne i rapidi e funesti progres-
si. Queste grandi benemerenze de'Papi de
celebrai principalmente nelle loro biogra-
fìe, ed a Costantinopoli, che i turchi for-
marono la capitale del loro possente im-
pero, e negli articoli altresì delle città e
degli stati che la pontificia benignità fece di
tutto per salvare e difendere dal comune
nemico. A tale effetto profusero tesori e
contrassero immensi debiti, che descrissi
TUR
aTESORiERE,rngionantlo delle finanze pa-
pali; armarono corpi di Milizia e la Ma-
rina militare, in aiuto de'popoli ede'priu-
cipi minacciati. Tutto avendo narrato in
tali articoli e ne' molteplici che vi hanno
relazione, ora nel descrivere in breve le
notizie de'sullani Ottomani, ricorderò l'o-
perato da' Papi, avendone ancora tenuto
proposito negl'indicati luoghi (avvertendo
che secondo i diversi cronisti, vi sono non
poche differenze ne'nomi e nelle date), e
copiosamente ne trattò Domenico Derni-
no, Memorie historiche di ciò che hanno
operato li sommi Pontefici nelle guerre
contro i turchi ', dal 1 .° passaggio di que-
sti in Europa Jino all'anno 1684, rac-
colte e dedicate alla Santità di N. S.
Innocenzo XIt Roma i685.
Solimano Sciah della famiglia d' O-
guz, de'sullani turchi di Rarisma, prin-
cipe della città di Nera, posta sulle spiag-
gie del mar Caspio, e capo d' una tribù
noniada de' tartari dell'Asia, intraprese a
marciare sulle orme di Geugis-Ran nel
1 2 1 1 .Passò il monte Caucaso con 5o,ooo
uomini, e s'avanzò verso l'Asia, reuden-
dosi padrone d'un gran numero di con-
trade. Ma si annegò nel 12 19 o meglio nel
1 237, volendo passare l'Eufrate a caval-
lo. Si vede presso A leppo il suo sepolcro,
pel quale hanno gran venerazione i tur-
chi. I suoi figli dierono sovente soccorso
a 'sultani saraceni, ch'erano allora padro-
ni delle provincie orientali dell' impero
greco. Spesso ancora facevano da loro so-
li la guerra agi' imperatori di Costanti-
nopoli, e mettevano a ruba i loro paesi.
Verso questo tempo , cioè verso la fine
del secolo XIII, essi rinunziarono all'ido-
latria per abbracciare il maomettismo,
ch'era la religione de'saraceni, co' quali
trovavansi a conlatto, e ben presto diven-
nero scrupolosi osservatori di essa, e più
fanatici e iutolleranli ile'mussulmani sun-
niti. Il feticismo o fetiscismo era la reli-
gione in origine professata da' turchi. Il
fetiscismo o culto reso a ferisci, trae da
questo vocabolo il nome, che deriva dal-
T U li
la voce portoghese Felisso, oggetto fe-
steggiato, deificato. Nella Mitologia A-
f ricana si definiscono i Fetisci. Divini-
tà de'negri della Guinea, che variano se»
tondo il capriccio de'fetisceri , sacerdoti
negli consagrati al culto de'fetisci. A que-
ste divinità attribuiscono i prosperi even-
ti, e fanno libazioni di vino di palma, nel
giorno che corrisponde alla domenica dei
cristiani, riuniti intorno ad un albero sa-
gro, da essi chiamato l'albero de Feti-
sci. Qualunque oggetto che colpisca la lo-
ro immaginazione o lo sguardo, come una
mosca, un uccello, un leone, un pesce, e
per lo più un serpente, pietre,alberi, mon-
tagne colpite dal folgore, divengono per
essi imfetisceo divinità tutelare. Ne han-
no de' piccoli che portano al collo ed al
gomito, e sono pezzetti di metallo o con-
chiglia. Una rupe d' enorme grandezza
chiamata Tahra, che prolungasi in ma-
re a foggia d'una penisola, è il pubblico
fetisce del Capo Corso, e ad esso rendono
onori particolari, siccome al capo ed al piti
possente de'fetisci. Vincenzo Abbondanza
scrisse il Dizionario storico delle vite di
tutti i monarchi Ottomani, sino al re-
gnante gran Signore Achmct IPJ e del-
le più ragguardevoli cose appartenen-
ti a quella monarchia, dedicato al car-
dinal Domenico Orsini d'Aragona, Ro-
ma 1786. Egli diceche figlio di Solima-
no Sciali, fu Ortogulo, che altri chiama-
no Erdegrul, Ordogrul e Togrul, che si-
gnifica uomo giusto. Quanto furono de-
plorabili e tetri i primi inforlunii di que-
sto principe, altrettanto sorprendenti e
giulivi riuscirono gli avvenimenti che l'ac-
compagnarono al sepolcro. Ortogulo 0T0-
grul vide infranto il suo trono e intera-
mente disfrutto il suo regno, ma egli stes-
so fu quello che potè morire contento per
aver innalzato a' turchi un soglio assai
più risplendente e magnifico del perduto.
Quanto a Solimano suo padre, l'Abbon-
danza lo vuole di stirpe illustre e signore
d'uno stato non molto esteso; e che prima
della metà del secolo XIII fu attaccalo da
vot. Lxxxr.
T U R 289
un esercito spaventevole di parti, i quali
dopo aver distrutte tutte le sue forze lo
privarono de' suoi stati. Solimano senza
abbattersi nell'avversafortuna, volle con
alcuni de'suoi traversar l'Eufrate per in-
seguire un corpo di nemici, ma co' suoi
vi peri. 11 figlio Ortogulo con piccolo a-
vanzo de'suoi si rifugiò in Iconio metro-
poli de'turchi selgiucidi, presso il sultano
d' Iconio Aladino o Alaeddin Kaikobad
d'ottime qualità, implorando il suo pa-
trocinio. Aladino, commosso di sue sven-
ture, l'accolse amorosamente, lo confortò,
ed assegnò a Ortogulo e suoi il borgo e
territorio diSogutin Mista. Aladino scor-
se in Ortogulo gratitudine e ingegno, e
maggiormente s'impegnò per esso, il qua-
le si procacciò pure la benevolenza del der-
vis Edebale favorito del sultano e vene-
rato dall'universale. Questi gli spiegò il
sogno avuto da Ortogulo, in cui gli par-
ve di veder la Luna cornuta lucidissima,
cou Edebale nel mezzo che corse ad ab-
bracciarlo; e che un albero surto a'suoi
piedi di smisurala grandezza , colla sua
ombra copriva una sterminata estensione
di campagna che irrigava grosso fiume
scaturito dalle sue radici. Gli predisse per-
tanto la futura grandezza di sua famiglia,
che suo figlio diverrebbe capo di vasta
monarchia e sposo di sua figlia. Il figlio
d'Ortogulo chiamato Ottomano oOtmau
di fatto prese in moglie con molte ric-
chezze la figlia di Edebale, il quale aven-
do messo in grazia il genero ad Aladino,
questi da Sogut lo chiamò in corte, ma
essendo turco idolatra eragli vietato dal-
l'islamismo d'innalzarlo agli onori. Que-
st' impedimento tolse Ortogulo cou ab-
bandonar francamente l'idolatria e con
abbracciare il maomettismo, altrettanto
facendo a suo esempio i di lui seguaci tur-
chi. Il cambiamento di religione fruttò ad
Ortogulo molti onori e grandezze,non che
l'esser fatto governatore della Frigia. Mo-
rì poco dopo nel 1289, compianto da A-
ladino e da\suoi popoli. Ma Aladino 0 A-
laeddiu essendo morto molti auui prima,
'9
290 T U R
pare clic il Mirralo dall' Abbondanti di
tal sultano, debba riferirli a 'sultani Az-
7edin Kaikau II, Ilnkueddin, Gajathed-
«lin Kaikosru ìli, e Gajallieddin Masud
ultimo sultano d'Iconio. Dal narrala so-
gno, crede l'Abbondanza derivata l'inse-
gna maomettana della mezza bina; ina si
tenga presente quanto con altri dissi di
sopra. Nel 1 2 5g era nato in Sognt da Or-
togulo, Ottomano poi fondatore dell'/m-
pero ottomano e degli O.wimii . come
impropriamente comunemente si chia-
ma, giacché alcuni appellano Ottomano
col nome di Osman, e comunemente Ot-
man o Othman, e pretendono che per cor-
ruzione di vocabolo l'impero si disse Ot-
tomano, dovendosi veramente chiamare
Osmano. Ottomano lo chiama il cav. Gio-
vanni Sagredo nelle Memorie istorichc
deJ monarchi Ottomani, Bologna 1674.
Ed Oltomanochiamò questo principe,che
gettò le fondamenta dell' odierno impe-
lo, tanto l'Abbondanza che il Bei nino, il
quale non conviene sulla sua illustre ori-
gine, dicendolo di bassa condizione, ma
fortunato e ardito. Educato dal padre con
tigni cura e vigilanza , egli vi corrispose
egregiamente, onde divenne uno de'più
accorti principi de' suoi tempi, e amato
cla'snllani d'Iconio e da'suoi. Gajalbed-
din Masud, che l'Abbondanza continua a
chiamare Aladino, gli conferì il governo
di Frigia sostenuto dal padre, ed Edeba-
le gli die in moglie l'unica figlia Zela Mul-
1 ia fon sua erede , la quale tosto partorì
Orca no o Orkan, che ricevè la medesima
educazione del padre. E qui torno ad av-
vertire, che nell'articolo Costantinopoli,
§ li Impero ottomano, premesse com-
pendiose notizie di Maometto, de'sarace-
ni e di altri mussulmani, e dell'operalo
da'Papi a favore de' cristiani da essi ti-
ranneggiati e di Terra Santa^qnhìtW nar-
rai quelle dell'impero ottomano e de'suoi
sultani, e le incessanti cure de'Papi e i lo-
ro sagrifìzi, per salvare l'occidente dalla
crescente e conquistatrice potenza de'tur-
rhi. Otman o Ottomano I sempre piùen-
TUR
Irato nella slima del sultano d'Iconio Ga-
jalbeddin Masud, gli rese grandi servigi,
per cui lo dichiarò generale di tutti i suoi
eserciti e in presenza di questi gli fece or-
nare il capo d'una corona d'oro. Morto
nel i ?g4Gajatheddin, ucciso in battaglia
da ìiu suo emiro, o in prigione di Andro-
nico Il Paleologo imperatore di Costan-
tinopoli , presso il quale erasi ritiralo
quando abbandonò i suoi slati per l' in-
testine discordie, i grandi del regno se ne
disputarono il possesso,e finalmente se lo
divisero in 7 parti, una rilasciando a Ot-
man benché Straniero, per avere la mili-
zia a suo favore. Gli stati del sultano d'I-
conio si componevano della Turchia, Ca-
ramania, I conia, Lidia, Bitinta, Caria, Pa-
tagonia. Otman I ebbe la Turchia, econ-
tentissimo nel 1 at)9 o nel 1 3oo fissò la sua
corte in Acri o Tolemaide, prendendoli
titolo di Saldano o Sultano de' Turchi,
cominciando così la serie di essi, ed ecco
l'origine dell'impero che pel suo nome si
disse ottomano. Altri dicono che in Iconio
gettò le fondamenta di tale impero, e che
veramenteessa fu la sua 1. 'capitale. Scal-
tro, vivace, ardito, bellicoso, unì alla bra-
vura l' ipocrisia, praticando co' santoni
maomettani e mostrandosi popolare, per
guadagnarsi la stima e l'applauso de'po-
poli. Da buon politico strinse subito le-
ga col vicino sultano di Cara mania per-
chè non l'inquietasse, e domandò e otten-
ne la sua figlia in isposa del proprio fi-
glio Oicano. L'annalista Rinaldi registrò
all'anno i3oo, che uscirono i turchi con
grande impeto di Turchia, dopoché il sul-
tano Azatiue, forse Gajatheddin Masud,
fu cacciato dall'Asia da'tarlari; e che i tur-
chi ingrati e sconoscenti dierono molte e
grandi sconfitte a' greci, da' quali erano
stati ne'loro avversi casi accolti e trattati
benignamente; e siccome non eranvi e-
serciti imperiali in Asia, senza contrasto
soltomisero alla loro signoi ia i greci asia-
ni, e si divisero le provincie tra loro. Uno
di questi fu Ottomano, chiamato ih.°re
de'turcbi, il cui impero poscia crebbe in
T U li
lagrimevole modo pe'cristiani. Neh3o3
andando le cose dell'impero orientale di
male in peggio, ne profittarono i turchi
per estender le loro conquiste, ed asse-
diarono Filadelfia. Giunto peròadAndro-
meo 11 un aiuto d'aragonesi, li spedì con-
tro i turchi, che fuggirono ne'precedenti
confini. Inoltre i cristiani neli3o6 vin-
sero i turchi di Rodi e circostanti isole.
Il nuovo Papa Clemente V avendo sta-
bilito la sua residenza in Francia, e poi
in Avignone (V.) ove rimasero i succes-
sori sino a! i 376, nel congresso tenuto in
Poiliers ordinò la promulgazione della
crociata per togliere a' greci scismatici
l'impero e Costantinopoli, uonsolo per ri-
storare la religione oppi essa nell'Asia dai
turchi, ma ancora per impedire che se ne
impadronissero i turchi e -saraceni, altri-
menti laChiesa e la cristianità ne avrebbe-
ro ricevuto grandissimo danno e confusio-
ne. Quanto giusti fossero i timori e le pre-
videnze di Clemente V, i successivi dolo-
rosi avvenimenti lo giustificarono piena-
mente, come osserva Rinaldi. Nel 1 3 1 o, ad
onta degli sforzi d'Otman I, i cavalieri ge-
roso! imitarli conquistarono Rodi e l'iso-
le vicine, e divennero un propugnacolo
della cristianità contro i turchi, i quali
invano tentarono allora di ricuperarlo.
VolendoAndrouicoll trasfondere l'impero
a) secondogenito Costantino ad esclusio-
ne del nipote Andronico III, questi si ri-
bellò, onde l'avo chiamò in suo aiuto i
turchi, aprendo loro fatalmente la strada
nell'Europa. Otman I profittando delle
discordie di tali principi, desiderò di por-
tarvi le armi, ma. vedendosi monarca na-
scente credè bene contentarsi de'suoi pos-
sessi,non volendo per l'incerto arrischiare
il sicuro; bensì die il guasto all'Armenia,
perchè il re de'tartari non cessava di com-
battere i turchi, zelando la religione cri-
stiana; eccitati i tartari da Papa Giovanni
XXII a reprimere la crescente potenza dei
turchi , oltre l'invitare gii altri principi
a soccorrere i cristiani di Siria. Di più il
Papa inviò missionari per la conversione
TUR 29 1
degl'infedeli. Otman T per conciliarsi ve-
nerazione e lodi, attribuì va al cielo la pro-
sperità di sue armi, moderava la licenza
militare nel bottino e negli oltraggi sui
vinti; fu liberaleco'poveri, splendido npl-
Ie fabbriche delle moschee, e morì di circa
6g anni nel i 326,dopo aver esortato il fi-
glio Orcano, che gli successe, di regnare
senza superbia e prepotenza. Il Sagredo e
l'Abbondanza gli attribuiscono il conqui-
sto della Bitinia e di Brussa o Bursa o Pru-
sa sua capitale neh 3s6, ciò che poi fe-
ce il figlio; anzi il 2.0 lo dice sepolto iu
Prusa e come avea disposto in un mau-
soleo tutto d'oro, o d'argento come altri
vogliono. La sua tomba è in un gran mau-
soleo alle falde dell'Olimpo nelle vicinan-
ze di Brussa, e viene riverita da' turchi.
Orcano amatissimo per la sua generosi-
tà da'soldati, dovè sconfiggere prima i due
fratelli che gli contesero il trono, per se-
dervi pacificamente. Indi tutti i principi
provarono il valore del suo braccio, spe-
cialmente i greci divisi dalle loro intesti-
ne discordie, e sulle rovine del loro im-
pero vieppiù rassodò le fondamenta del-
la progrediente monarchia ottomana. Gii
ambasciatori de' re di Cipro e d'Armenia
si portarono inAvignone nel 1 327 da G10
vanni XXII, egli notificarono che i det-
ti due stati cristiani rimasti in Asia sta-
vano per essere affatto distrutti da'mus-
sulmani, senza un pronto soccorso. Laou-
deil Papa fece predicar la crociata, e mol-
ti principi presero la croce. Neh 333 Or-
cano s'internò nella Cappadocia, espugnò
Nicea, Nicomedia e invase la Lidia, vin-
cendoAndronico III. In detto anno il fran-
cescano p. Guarini ottenne da Naser Mo-
llarci med sultano d'Egitto, che un picco-
lo numero di religiosi potesse stare pres-
so il s. Sepolcro, ma non vi durarono lun-
gamente, come notai ne'vol. XXX, p. 34,
XXXIII, p.108. Mentre i crociati si ap-
parecchiavano per la spedizione, morì nel
1 334- Giovanni XXII. Intanto la nuova
della crociata essendosi diffusa in Levan-
te, i cristiani e i pellegrini furono bersa-
292 TUR
gì io e preda ad ogni persecuzione. Naser
JVIohammed stillano d'Egitto e alili prin-
cipi mussulmani radunarono eserciti per
resistere a 'crociati, ed nnrhe per assalirei
cristiani in occidente. Un discendente de*
gli Abbassidi che stava nell'Egitto e pren-
dea il titolo di califfo, mandò lettere per
ogni parte, invitando i veraci credenti a
impugnar l'armi, promettendo a'marti-
ri della fede mussulmana, che avrebbero
assistito nel paradiso di Maometto a de-
liziosi bauchetti, e che a ciascun di loro
sarebbero state date in ispose 7 vergini
donzelle. Questa crociata, che predica va-
si in nome del profeta della Mecca, dovea
penetrare in Europa per lo stretto di Gi-
bilterra ; ed i guerrieri saraceni andava-
nogiuraudoche avrebbero distrutto il cri-
stianesimo e cambiati in altrettante stal-
le i templi cristiani. Di mano in mano che
i saraceni andavano allestendo la spedi-
zione, che pur essi nominavano Santa,
l'Europa vedeva indebolirsi, anzi spe-
gnersi lo zelode'principiede'guerrieri che
a veano giurato di combattere i nemici di
Gesù Cristo. Il nuovo Papa BenedettoXIl
trovò ogni cosa mutata; F odio, la diffi-
denza, la gelosia, erano succeduti ad un
entusiasmo momentaneo e poco sincero.
Indarno il Papa esortò e pregò replicata-
mentej mentre il sultano d' Egitto rotta
la tregua col re d'Armenia,piombò sopra
i suoi stati. Agognando F Inghilterra la
corona di Francia, il re fu costretto a ri-
nunziare alla crociata. QuindiOrcano ten-
tò di assalire Costantinopoli, e continuò
i successi sui greci con armata poderosa.
Commosso Papa Benedetto XII anco dal
prospero corso delle vittorie d'Orcano,in-
dnsse la repubblica di Venezia a por fre-
no alla di lui nascente grandezza, che da
lontano minacciava servitù e rovina al
cristianesimo.La repubblica inviò 1 00 ga-
lere comandate da Pietro Zeno, il quale
cacciò i turchi dall'Arcipelago, ne arse i
legni e depredò le marine dell'Anatolia.
Narrai ne' voi. XXX, p. 35, XXXIII, p.
108 e 109, che Roberto re di Sicilia e
X UR
Sancia sua consorte nel \Z!\i ottennero
dal sultano d'Egitto AbubecrMansnrSeif-
fedin, a prezzo d'oro e con molle difficol-
tà , che i religiosi francescani potessero
tornare e dimorare sicuramente in per-
petuo nella chiesa del s. Sepolcro, e ce-
lebrarvi liberamente i d ivini uffìzi. Di più
il sultano concesse a'reali coniugi il Ce-
nacolo e la cappella ove Cristo si mostrò
a s. Tommaso; e la regina fece costruire
un luogo o convento sul monte di Sion,
per mantenervi continuamente a suespe-
se [2 francescani. La convenzione tra'no-
minati principi franchi e il sultano, co*
stituisce un contratto di compra e ven-
dita. Il pio re fece il contratto secondo lo
spirito e la legge della chiesa cattolica, la
quale vuole che il possesso e l'usufrutto
de'beni ecclesiastici sia sottoposto all' am-
ministrazione del Papa o de'suoi delega-
ti, massime in ciò che riguarda le perso*
ne ecclesiastiche. Il sultano fece il conti at-
to secondo il prescritto dall'Alcorano, che
non permette di trasferire la proprietà
territoriale agl'infedeli, ma solamente il
possesso e l'usufrutto. Dunque dell'uno
e dell'altro non potevano disporre gli al-
tri principi mussulmani, con contraddit-
tori fìrmani ad altri concedendone par-
te e molto meno la pienezza. A quell'e-
poca non eranvi turchi, eretici e scisma-
tici che pensassero a contendere a'fran-
cescani il diritto, comprato a denari con-
tanti, come si pretese poi con prepoten-
ti intrusioni; nou potendo aver luogo né
nuove concessioni, ne nuove vendite, ne
le posteriori usurpazioni de'greci scisma-
tici e di altre seite ertiche, che si appro-
priarono la migliore e maggior parte di
que'santuari. Nel 1° de' luoghi citati ri-
marcai, che già nel 1 363 i francescani a-
veanoilsantuariodi Bettlemme. Frattan-
to Giovanni I Paleologo imperatore gre-
co nella sua fanciullezza, per destinazione
del defunto padre Andronico III, ebbe a
tutore e reggente il generale Giovanni
Cantacuzeno, il quale spinto dall'ambi-
zione destinò d' impossessarsi del trono.
TUR
Perciò si suscitò una terribile guerra ci-
vile, e temendo Giovanni di soccombere,
implorò l'aiuto d'Orcano a mezzo della
bellissima Teodora sua figlia che gli die
in moglie. Tutto l'impero fu invaso dai
turchi, nel 1 347 fu intruso sul trono Gio-
vanni, dal quale Orca no in ricompensa
dell'operalo ottenne a pregiudizio de'gre-
ci tuttociò che volle. Papa Clemente VI
non risparmiò fatica, affine di muovere i
principi cristiani a prendere le armi con-
tro i turchi, che con sommo danno del-
la cristianità si rendevano ogni giorno più.
possenti, e convenne che un numero di
galere dovessero slare nel porto di Smir-
ne, conquistato dalla flotta veneta e da
quella allestita dal predecessore e dal re
di Cipro. Reso poscia l'Arcipelago più im-
praticabile da'ladronecci de'turchi, lare-
pubblica veneta col navile della lega si
spinse in traccia del nemico, ma incorsi i
cristiani nell'insidie de'turchi furono tut-
ti miseramente tagliati a pezzi. Vi peri-
rono il legato delle truppe pontificie En-
rico d'Asti patriarca di Gerusalemme e il
Zeno, mentre ascoltavano la messa, so-
praffatti all'improvviso da'nemici. Orca-
nò portata la guerra nella Bilinia, la con-
quistò, e dopo lungo assedio s'impadronì
nel 1 356 della capitale Prusa o Brussa, e
la fece sua residenza e capitale di lutto il
regno, come afferma anche il Bernino, e
fu lai.ae più antica sede del nuovo otto-
mano dominio. Il sultano die il sangiacca-
to di Prusa ad Amurat suo figlio, e quel-
lo di Nicea all'altro figlio Solimano. Po-
co dopo Orcano passò in Europa per com-
battere i tartari presso Gallipoli con fe-
lice successo, se non che cadde d'un col-
po morto nel punto che Solimano espu-
gnava Gallipoli (nel cui articolo per fal-
lo numerico, ili 356 è detto i 536), e fu
lai. 'città in Europa che pervenne iti po-
tere de'turchi. Vi è discrepanza sull'an-
no della morte di Orcano: alcuni scrivo-
no nel i 3\S e gli danno per successore il
primogenito Solimano, ed a questi il fra-
tello Amurai I, forse confondendolo con
TUR 293
Solimano I figlio di quest'ultimo; altri di-
cono morto Orcano neh 355 o nel 1 356
onel i357,edaltri ritardano il suo fine al
1 35g. Fu Amurat I e non Solimano che
successe al padre, e quelli che sostengono
che questi lo succedesse, lo dicono riso-
luto e intraprendente, che regnò due an-
ni, rie'quali fece progressi nell'Asia, ed in
Europa espugnò diverse piazze nel Cher-
soneso di Tracia; collegato a Giovanni I
Paleologo frenò gl'insorti bulgari, s' im-
padronì di Filippopoli e poi anche di A-
drianopoli, avendogli un bifolco additato
un'apertura di muro per la quale si faci-
litò la presa. Altri l'attribuiscono, come
dirò, ad Amurat I. Questo principe do-
tato di talento, forte e bellicoso, ben pre-
sto si acquistò l'amore de'suoi e l'univer-
sale riputazione; poiché aumeutò gli sta-
ti dell impero più del 3.°,e prese il sopran-
nome di Co ntì hiari, cioè Signore grandis-
simo o Imperatore. Trasferì neli36o la
sede imperiale da Prusa in Adrianopo-
k da lui conquistata, ch'era stata capita-
le dell'impero greco finché durò l'impe-
ro latinodi Costantinopoli, econtinuò ad
esserlo de'lurchi fino ai conquisto di det-
ta città, siccome posta io mirabile po-
sizione, anzi dipoi fu talvolta abitala da
alcuni sultani a preferenza di Costantino-
poli. Formò, ad esempio de'mamaialuc-
chi d'Egitto, il famoso corpo de'gianuiz-
zeri, de'quali parlai nel voi. X Vili, p. 49»
dando loro un regolamento, privilegi e
amplissime esenzioni, di cui abusarono e
riuscirono infesti : altri dicono che lai/
istituzione di essi si deve a Orcano, e che
Amurat 1 li ridusse a migliore ordinanza.
Bensì istituì lei milizia a cavallo deglispa-
hiospahys, che poi giunsero al numero di
12,000, e divennero anch'essi pericolosi
con unirsi sovente a 'giannizzeri nelle ri-
bellioni. In seguito si aumentarono con
uumero esorbitante. Creò la luminosa ca-
rica de! gran visir, e die alla monarchia
ottomano quella forma che durò fino al
corrente secolo. Invase la Servia per ave-
re il despota Urosco negato dargli in ino-
2<j 4 TUR
glie 1' avvenente sua figlia, il cui fratello
gliela consegnò dopo aver veduto tron-
care il capo al comune e vinto genitore.
Conquistò buona parte della Greeiii , e
depredò l'Albania e la Bosnia. Le altre
conquiste che il Sagredo attribuì al fra-
tello Solimano, il Bernino ne fa autore A-
murat 1. Fu amareggiato il suo regno per
la ribellione del primogenito Saux, che
fece moiire per aspirare al dominio del-
le provincie d'Europa, con voler detro-
nizzare il padre; e siccome nella congiu-
ra eravi Andronico figlio di Giovanni I
Paleclogo, onde togliere a questi il trono,
il villano obbligò il padre a fililo acceca-
re. Anzi l'imperatore per accertarlo cbe
non avea parte alla trama, die al sulta-
no una sua figlia per moglie. Scampato
da questo pericolo, Amurat 1 si portò in
Asia a domare i pascià insorti, assistito
dal figlio Bajazet tanto valoroso clic fu
denominato il Folgore. Mosse guerra al
sultano di Caramania suo genero, e l'a-
vrebbe vinto se la moglie e i figli non fos-
sero corsi a'snoi piedi a implorare pietà.
L'ingrandimento del dominio de'lurchi
in Europa pose in gravi apprensioni i
principi europei e principalmente Papà
Urbano V padre comune de' fedeli, cbe
con occhio apostolico vi scorgeva quel di
più cbe agli altri non appariva; per cui
divisò i modi e il come, per allontanare i
mali da cui erano fortemente minaccia-
ti gli stali europei, e la Cbiesa, per l'im-
minente rovina del mondo cristiano. Ma
l'Italia era in moto, e le sue armi distrat-
te alla repressione de' ribelli; la Francia
e 1' Inghilterra, consumate da lunghe
guerre; l'Ungheria e la Germania, emu-
le antiche, erano discordi; impolente e
disunito l'impero greco. Pertanto intima-
le pubbliche preghiere, inviò dappertut-
to fervorosi predicatori per esortare i po-
poli a pregare Dio pei- la comune dife-
sa del cristianesimo. Fu'miuò la scomu-
nica contro chi avesse dato soccorso a'tur-
thi; scrisseenergicamenle a'principi gre
ci acciò abiuralo lo scisma, impelrossero
T U R
dal cielo la vittoria contro sì terribile ne-
mico, esortandoli all'unione con promes-
se di validi soccorsi de'principi d'occiden-
te, confortandoli a resistere all'impetuo-
so torrente de' barbari; e solennemente
bandi la crociata sotto la condotta di Gio-
vanni li re di Francia , che dalle mani
del Papa ricevè la croce, con piena au-
torità di disporre delle limosine de'popo-
li per la medesima, Trovandosi in Avi-
gnone Valdemaro IV redi Danimarca e
Pietro 1 re di Cipro, il Papa anche a lo-
ro die la croce, ed al 2.° donò lo Stocco
e Berrettone benedetti (V,) , per aver
tolta dalle mani de'lurchi la città di Sa*
tata in Cilicia, secondo il Bernino. Tali
sagri donativi si dierono poi da' Papi ai
sovrani e capitani benemeriti della Chie-
sa, specialmente pereccitarli a combatte-
re gl'infedeli, o in premio di vittorie ri-
portale su di loro, come può vedersi dal
lungo novero che riportai nel citato ar-
ticolo. Legato della crociata nominò il
cardinal Talleyrand; piazza d'anni fu de-
stinata Venezia per riunire la flotta e i
crociati; e spedì governatore a Smirne il
genovese Pietro Raccanello , per custo-
dirla in nome della s. Sede. Ma la mor-
te del cardinale e quella di Giovanni II,
le guerre e discordie de'principi, il viag-
gio a Roma del Papa, e la sua morte av-
venuta nel ritorno in Avignone, storna-
rono l' impresa e cessarono le concepì--
te speranze. Gregorio XI, che gli suc-
cesse nell'anno 1870, intimò a' greci i
divini flagelli se non si riunivano alla
Chiesa cattolica, avendo l'imperatore
abiuralo lo scisma al predecessore, onde
evitare i terribili mali che loro sovrasta-
vano; scrisse a'sovrani, perchè deposte le
private passioni accorressero alla causa
comune della Chiesa; inviò considerabili
somme a vari signori dell'Arcipelago e
di Grecia, onde polere resistere al nemi-
co; ed a Raimondo Berengario governa-
tore di Rodi affidò la difesa di Smirne
propugnacolo della cristianità in oriente,
e la cura del regno di Cipro in parte oc
TUR
tu palo da'turehi. Nel 1871 l'imperatore
greco inviò Giovanni Lasca fi S al Papa ,
onde ragguagliai Io dello slato miserabi-
le del suo impero e della Grecia inonda-
ta da'turehi, ed impotente a resistervi sa-
rebbe pento senza un poderoso e solleci-
to soccorso. Gregorio XI commosso a tan-
te sciagure , tornò ad esortare i greci a
placare la divina giustizia irritala da'lo-
ro ripetuti scismi, e ad effettuare la tan-
te volte promessa riunione alla Chiesa,
ludi ordinò a sue spese la costruzione di
1 5 galere e le destinò allo stretto di Gal-
lipoli per impedire il passaggio di nuovi
rinforzi al turco dall'Asia in Europa; e
fece pubblicar la crociata in Ungheria,
Ragusi e Dalmazia, per difesa della Ser-
bia e della Bulgaria, ordinando pubbli-
che orazioni con indulgenze. Il sultano
d'Egitto Sciatali Ascraf, nel i3y5 com-
pì il conquisto feW Armenia, e così ter-
minò quel già florido regno cristiano di
Asia. Invece il Sagredo e l' Abbondanza
tale conquisto l'attribuiscono a Bajazet
I, dopo aver corrotto la regina d'Arme-
nia divenuta sua amante. Intanto Gre-
gorio XI reputando mostruosa la lonta-
nanza del Capo della Chiesa dalla metro-
poli della fede, e che ne languivano le
membra del cristianesimo, partì d'Avi-
gnone e nel 1 3yy restituì alluma la re-
sidenza papale, per quivi come dal cen-
tro riordinare la disciplina ecclesiastica e
la macchina del cattolicismo. Mentre in
Roma trattava una poderosa lega contro
il turco, Gregorio XI morì nel 1 378. Gli
successe Urbano VI, contro il quale to-
sto insorse il grande, lungo e funesto Sci-
sma (P.) d'occidente, sostenuto dagli an-
tipapi che in Avignone alzarono una cat-
tedra di pestilenza , e pure furono rico-
nosciuti e ubbiditi da vari sovrani e na-
zioni. La divisione e la mancanza d'uni-
tà de'fedeli fatalmente contribuì all' in-
grandimento della potenza ottomana uel-
la Grecia, e alla depressione dell'impero
greco scon volto dall'interne divisioni. Ad
onta delle affliggenti coudizioni in cui si
T U H 2^5
trovò Urbano VI, nondimeno ordinò la
fabbrica di due galere per spedirle in soc-
corso a'greci, concedendo plenaria indul-
genza a chiunque porgesse aiuto per la
guerra contro il comune nemico. Ad A-
murat I la fertilità del paese e le discor-
die de'greci servirouodi nuovistimoli per
v stendere le conquiste; e per troncar d'un
sol colpo la vita dell'impero, meditò e di-
spose 1' attacco di Costantinopoli , nella
quale sembravano chiuse le più vive spe-
ranze e le forze maggiori dell'imperato-
re. Desolò pertanto la R.omania, passò in
Bulgaria, prese Nicopolì, spianò Sagora,
debellò Nissa, indi passato sopra un pon-
te l'Ebro, si spinse nella Macedonia, as-
sediò e viuse Apollonia,* con questa for-
te catena di soggiogate città venne a rin-
serrare nel suo UislrettoCostantinopoIi,a
fine d'obbligarne il popolo alla sommis-
sione. L'imperatore Giovanni I spaven-
tato, cercò d'obbligarlo con benefìzi, e
gli concesse un giudice turco in Costan-
tinopoli, dal cui privato tribunale indi-
pendentemente da ogni altro si decides-
sero le controversie e gli affari de'turchi.
Questa concessione si allargò sotto Ema-
nuele, con accordare a'tnrchi nella stes-
sa metropoli uu particolare quartiere e
una moschea pegli atti di loro religione.
Accompagnava frequenti donativi, con
magnifiche ambascerie per rendersi ami-
co Amurat I, che non poteva combatte-
re, ma egli non le ricevè che con alterigia
disprezzandone il fasto. Lazzaro principe
di Servia e Marco principe di Bulgaria
investirono Nicopoli. Amurat I vi accor-
se e fece nella battaglia di Cassovoslia-
ge crudele dell'armata cristiana, e vi pe-
rirono col fiore della nobiltà i due prin-
cipi. Però Mdo servo di Lazzaro, addo-
lorato per la morte del suo signore, altri
lo chiamano Cabilowitz croato e amico
del despota , fintosi turco si appressò al
sultano per rivelargli uu importante se-
greto, e uell'atlo di baciargli la mano, con
un pugnale gli trapassò il cuore neh 389,
e immediatamente fu fatto in pezzi. D'ai-
296 TUR
lon in poi i turchi circondarono i sulta-
ni di moltissime guardie, per assicurarli
da simili assalimi; e fu abolita la egemo-
nia di baciar loro la mano, e surrogalo
il bacio del manto in distanza, e poi la
sola profonda riverenza in mezzo a due
uHiziali, che gli tenessero le braccia. Con-
seguenza della famosa battaglia di Cas-
sovo, fu il conquisto di parte della Bul-
garia e di tutta la Servia, laonde Ragli-
si accolse nel suo seno i più illustri esuli
del regno Serbo, e la loro presenza ri-
destandovi più ardente l'amor pali io,gio-
vò a svoli»eie con mirabile fecondità e
o
splendore la ragusina letteratura jugo-
slava, per cui dalla metà del secolo XV
alla metà del XV11 di essa fu come l'A-
lene e il centro, sebbene nel secolo decor-
so vi brillarono ancora Boscoviehe Cu-
nidi. A tu u rat I avendo vinto 3j batta-
glie, si prese il titolo di Grande. Usuo
cadavere portato a Pi usa, ivi fu tumula-
to. Alcuni storici anticipano di molti an-
ni la sua morte. Lasciò due figli, Solima-
no e Bajazet I, il quale con l'appoggio
dell' esercito, da cui era amato pel suo
gran valore e perizia militare, usurpò il
trono al fratello, e lo fece strozzare da 4
muti del serraglio, il che fu di funesto e-
sempio, mentre per più secoli l'erede del
trono appena morto il padre fece ucci-
dere i fratelli e i nipoti, onde tranquilla*
metile sedervi, eciò fino a Maometto IV.
Osserva rAbbondanza,che perciò non fu
la poligamia die mantenne la famiglia im-
periale degli Osmani. A riserva di Bajazet
I ch'ebbe 8 figli, e di Amurat III ch'eb-
be 5'i maschi e 5o femmine, tutti gli al-
tri imperatori in confronto delle molte
donne che tenevano ebbero chi una suf-
ficiente figliuolanza echi nessuna. Ibraim
il più lussurioso di tutti, per non essergli
naio dopo parecchi anni V erede del tro-
no, sodrì qualche travaglio da' turchi, i
quali sono gelosissimi della conservazio-
ne dell'imperiai st'upe degli Gsmani, per
non vedere nel caso che si estinguesse ,
passar l'impero sollo il dominio del kau
TUR
de'tartari,al quale sarebbe devoluto. Nel-
la metà del secolo decorso JMahmoud I
non avendo avuto figli fu esposto a gra-
vi traversie, che dovè distruggere a fu-
ria di profusioni d'oro. Laonde dipenden-
do per circa 3 secoli la successione dalla
sola persona del sultano, eorse pencolo
di vedersi lroncala,specialmente ne'regni
d'Amurat l!,di Amural IV, di Maomet-
to II, di Selun I e di Solimano 11, tutti
imperatori bellicosi, da'quali non si tro-
vava altro piacere che quello di star sem-
pre alla testa de' loro eserciti, esposti al
fuoco e alle armi de' nemici. Per la ra-
gione già detta, alcuni scrittori riferisco-
no a Bajazet I avvenimenti che altri de-
scrivono nel regno del padre; certo è ch'e-
gli conservò sempre il titolo di Folgore,
acquistatosi fin da giovanetto colla rapi-
dità di sue vittorie. Andronico dopo la
morte del padre Giovanni l, sebbene cie-
co, seppe trovare i gradini del soglio per
salirvi , non polendo soffrire di vedersi
preferito Emanuele Paleologo suo minor
fratello all'impero greco. Fuggi da Ba-
jazet 1 e gli promise se l'aiutava a ricu-
perare lo scettro, la città di Filadelfia,
già la 2." della Lidia, e annuo tributo. Il
sultano gli die 4ooo turchi, co' quali e
con l'aiuto de'veneli e de'geuovesi si di-
fese in Pera dall'armi del fratello. Ma al-
lettato Bajazet Ida maggiori offerte d'E-
manuele, poiché oltre la Filadelfia gli of-
frì 3o,ooo ducati all'anno, per esso si de-
cise.Gli abitanti di Filadelfia, che ante-
riormente eransi determinati d'assogget-
tarsi alla s. Sede, si opposero di piegar
il collo al giogo de' barbari, ma furono
assediali da'greci stessi, e vinti furono da
loro costretti umiliarsi a' turchi. In tal
guisa, sempre tra loro discordi, si fabbri-
carono i greci le catene per divenire con-
cordemente del tutto schiavi della più
barbara nazione d'oriente. Andronico re-
stato deluso , si trovò obbligato mendi-
care una tenue pensione per vivere dal-
la Porta ottomana. Misera fatalità dei
cristiani, sempre tra loro discordi , ma
TUR
sempre concordi nel divenir schiavi del
più implacabile loro nemico! Bajazet 1 a
guisa di fulmine accecando col lampo o
atterrando colla percossa, scorse la Gap-
padocia, lacerò la Frigia , saccheggiò la
Macedonia, forzò a tributo la Valacchia,
devastò l'Albania, ne perdonò la Tessa-
glia, spogliando de' loro stati 5 principi
che regnavano nella Macedonia e nella
Misia. Conquistò interamente la Bulga-
ria, malgrado le rimostranze dell'Unghe-
ria. La vedova principessa di Delfo gli
ollrì a sposa la figlia di rara bellezza, per
assicurarsi lo stalo e la libertà, donando
una Venere al Marte ormai invincibile.
Sigismondo re d'Ungheria intimorito, ed
eccitato dairimperatoreEinanuele I a soc-
correrlo cogli altri principi cristiani, al-
trimenti caduto l'impero d'oriente nelle
mani de'turehi, sarebbe in pericolo an-
che quello d' occidente, raccolse un po-
tente esercito , vedendo ormai esposti i
suoi stali. Papa Bonifacio IX invitò il re
di Francia e il duca di Borgogna ad op-
porsi a Bajazet l, e concesse ampie indul-
genze a quelli che fossero accorsi sotto
l'insegne del re d'Ungheria per sì degna
impresa. Per tale zelo il conte di Nivers
Giovanni , figlio del duca di Borgogna,
si recò da Sigismondo con buon corpo di
truppe; laonde il re marciò con 80,000
uomini nel i 3 9 5 all'assedio di Nicopoli,
per quindi soccorrere Costantinopoli ,
presso il quale accampava Bajazel I. Que-
sti con 200,000 turchi tosto andò a dar
battaglia all'esercito cristiano, sulla riva
destra del Danubio, nella pianura di Ni-
copoli. L'audace conte di Ni fera innanzi
tempo e ad onta delle rimostranze regie,
si slanciò impetuosamente colla cavalle-
ria francese assaltando i turchi, ma restò
prigioniero colla più cospicua nobiltà, ve-
nendo disfatto il suo corpo, e perciò la
fanteria cristiana fu fatta a pezzi, con im-
mensa strage ili 70,000 cristiani, oltre la
perdita dell'artiglierie e de'bagagli. Sigi-
smondo con pena potè restituirsi nel re-
gno; il conte di Ntvers fu riscattato con
T U R 297
200,000 ducali,e la nobiltà francese ven-
ne trucidata. Bajazet I divenuto più ar-
rogante e orgoglioso per tanto trionfo,
pensava già al conquisto di tutto l'impe-
ro greco col solo terrore del suo nome,
per cui subito ricondusse il campo sotto
Costantinopoli, che sarebbe in breve ca-
duto in suo potere, se Dio per dare altro
tempo agli ostiiiiiti greci di ravvedersi,
non avesse per allora impedito il colpo
mortale. Im perocché coni passiona mio i 5
principi d'Asia spogliali de'loro stati e il
destino del greco impero, il kan Mongo-
lo Tamerlauo, forlunatoe valorosissimo,
o Timur Bek, signore della Persia e del
Zagatai nella Tarlarla di Levante e fon-
datore d'un grand' impero , dopo essere
sialo pastore d'armenti, secondo alcuni,
ad istanza de principi cristiani si propo-
se di domare il sultano. Pertanto con un
milione d' armati si portò nella Natòlia
o'danni di Bajazet I , anche per vendicar-
si come adirato per aver il sultano mal-
trattalo con disprezzo i suoi ambascialo-
ri e rifiutato i suoi doni. Tamerlauo po-
se tutto il paese a ferro e fuoco, passò
l'Eufrate, prese Sebaste, uccise Ortobu-
lo figlio del sultano, devastò la Frigia e
altre provincie dell'impero ottomano, e
minacciò lo sterminio alla nazione tur-
chesca. Bajazet 1 punto non si turbò, ed
animoso raccolti da'suoi vasti regni d'Eu-
ropa e d'Asia 3oo,ooo cavalli e 200,000
pedoni, tolse il campo da Costantinopo-
li e con animo intrepido passò in Asia in
traccia del terribile Tamerlauo. 1 due e-
sercili nel 1397 s'incontrarono in Arme-
nia nella gran pianura che si stende dal-
le radici del monte Stella all'Antilauro,
ove Pompeo avea rotto Mitridate; altri
dicono presso Ancirae ritardano al 1402
la pugna. La battaglia fu data, al dire dei
greci, vicino a Prusa, e Cantemiro prova
che segui sulle sponde dell' Eufrate., 11
combattimento durò un intero giorno
con varia fortuna e immensa strage; ma
al tramonto del sole i turchi restarono
sbalorditi dalia slermiuula moltitudine
ap8 T U K
delle saette de' tartari, e la confusione fa
generale, restandovi sul campo i4o,ooo
tli loro e 200,000 tartari, onde l'Eufra-
te per più giorni fu rosseggiante. Bajazet
] infermo di podagra, colla moglie prin-
cipessa di Servia, ed i loro figli furono
presi dal vincitore Tamerlano. Questi ve-
dendosi insultato dal fiero sultano, e di-
svezzare la sua moderazione, ne punì
l'orgoglio con farlo mettere in una gab-
biseli ferro, servendosi del suo corpo per
«gabello nel montare a cavallo , ed alla
sua presenza obbligò la sultana quasi nu-
da a servirlo a mensa; altri vogliono l'al-
tra moglie despena Maria figlia del pria*
cipe di Bulgaria. Mentre mangiava Ta-
merlano, gettava gli avanzi al sultano nel-
la gabbia perchè si nutrisse. Questo fu
uno de'più clamorosi spettacoli dell'in-
costante fortuna. Colla libertà mancò fi-
nalmente a Bajazet I la costanza per re-
sistere all'obbrobrio CUI era slato emulati'
nato, e perì nel i4o3 miseramente con
battere furiosamente la testa nella gab-
bia che lo racchiudeva, dopò 8 mesi di di-
sperata sofferenza. Emanuele Paleologo
udita la strepitosa vittoria, inviò amba-
sciatori a Tamerlano in Prusa per con-
gratularsi, e insieme offrirgli il suo im-
pero, per averlo Dio destinato libera lo-
ie d'Europa. Puspose il kan , che la sua
venuta non aveva altra mira che di aver-
lo liberalo dalla tirannica schiavitù dei
turchi. Indi Tamerlano debellò la Siria ,
e la Mesopotamia, ed invasegli stati del
sultano d'Egitto; voleva internarsi nel-
1 Africa, ma ormai sazio di tante conqui-
ste e trionfi , ricco di preziosissime spo-
glie ritornò nella Tarlarla, e poco dopo
morì. Nel voi. XXXIII, p.iog, notai che
Tamerlano avea divisato distruggere il
s. Sepolcro, ma che ne fu impedito dalle
molestie de'bruchi; e che il sultano d'E-
gitto Zalebi o Farage, vedendosi libera-
to da sì formidabile nemico, si pacificò
co'cristiani, e fece loro le varie benigne
concessioni che notai. Abbiamo di Ach-
niedìi Arabsiada, Fila et rerum gesta-
T UR
ram Ti/miri, qui vulgo Tamcrlanes (li-
citar, liì storia arabica ci latinacum no-
tis S. lì. .ìFaugcr, LeovardiaeiyGy. De-
gli 8 figli di Bajazet I, Mustafà perì nel
combattimento, \ furono fatti prigioni, e
3 con l'aiuto della madre essendo fucci-i
ti, successivamente furono assunti al-
l'impero.
Solimano Io Musulmano essendosi riti-
rato dal campo d'ordine diBajazetl suo pa-
dre, allorché vide assicurata a Tamerlano
la vittoria, passò in Europa e si fece saluta-
re sultano nel i4o3in Adrianopoli, dallo
truppe ottomane rimaste di là del Bosfo-
ro, tosto che seppe la mor te del genitore,
siccome dotato di brillante coraggio. Ri-
gettò l'offerta che gli fece Tamerlano di
ricevere una sovranità da lui, e ne trattò
con disprezzo gli ambasciatori. L»' Elle-
sponto prestava appoggio a tal contegno,
poiché il conquistatore di quasi tutta l'A-
sia e il signoredi tanti soldati, non avea una
galera. Solimano I colle sue truppe andò a
Prusa ad assalire il fratello MusaChelebi,
che il superstite esercito avea collocato sul
trono ottomano d' Asia, sostenuto dal-
l'imperatore, da Ismaele principe di SU
nopeeda Daas principe di Valacchia. Due
volte Musa, senza osare d'attenderlo, fuggì
e sparve dinanzi a lui. Ma i favori della
fortuna corruppero lo spirito generoso e
clemente del giovane e ardente Solimano
I. Ebbe l'imprudenza di disgustarsi il fra-
tello Maometto I o Mehemet, gove malore
di Amasia, sdegnando il suo omaggio e ri-
mandando i suoi ambasciatori, così pri-
vandosi d'un sostegno. I suoi eccessi gli
nocquero, più che gli sforzi aperti o i ma-
neggi segreti di Musa. Schiavo di sue pas-
sioni e dell'inclinazioni più turpi, era de^
dito all'ubbriachezza, il viziopiù condau-
nabile agii occhi de'mussulmani; essi spre-
giarono un principe che calpestava la loro
legge, e richiamarono unanimi Musa. Soli-
mano 1 abbandonato dal beglierbey delle
proviucie d'Europa edall'agà de'giauuiz-
zerij e costretto a ripassare in Europa, fu
inseguito da Musa, che l'obbligò a sgouv
T U li
tiare Adriauopoli. Andò a cercate mi a-
fciio pressoEoianuele Paleologo,in cuispe-
java soccorso, per aver cessato col prin-
cipe valacco di parteggiare per Musa.
Mentre recavasi a Costantinopoli, si ub-
briaco per via e alcuni turchi l'uccisero
nel 1 4 1 o. I più degli storici turchi non
contano Solimatiol, ne i due seguenti suoi
fratelli tra gl'imperatori ottomani, per-
chè regnarono breve tempo e ninno di
loro possedè la totalità dell'impero, di cui
si disputarono i brani, Isa ò Josue alla
morte di Bajazel 1 suo padre,dicono alen-
iti ch'era montato sul trono e ricuperati i
ili lui stati; ma combattuto dal fratello So-
limano 1, fu viutoeiuimediatarnenle fatto
uccidere. Invece Musa Chelebi per dare
pil contrassegno d' umanità, fece gettar
x i vi sul fuoco que' che avevano mozzato
la lesta a Solimano I; ma egli pervenne
al trono essendola monarchia in tumulti
e confusione, depauperata, smembrata e
schernita. Sigismondo re d'Ungheria a vea
ottenuto da Papa Gregorio XII le solite
indulgenze a chi promuovesse la spedi-
zione contro il turco; indi impetrò da Papa
Alessandro V che con legati sollecitasse i
Il deli della sua ubbidienza ad unirsi per
affrontare i turchi che travagliavano icou-
iìni dell' Ungheria, il che impedì lo sci-
sma il quale vieppiù lacerava la Chiesa.
E Musa che volgeva nell'animo il paterno
proponimento d'impossessarsi del greco
impero e di Costantinopoli, fece scorrerie
iu Macedonia e nella Servia,e minacciò
l'Ungheria. Sigismondo con poderosoe-
i>ercilo tedesco e boemo, e colla cavalle-
ria ungherese marciò nella Servia contro
i turchi; ma presso Colombeclz e il Da-
nubio restò interamente disfatto, perden-
do il campo e con isleulo salvandosi colla
fuga. Musa insolentì per questo vantag-
gio, e volendosi vendicare di Daas prin-
cipe di Valacchia e dell'imperatore gre-
co, da' quali era stato abbandonato due
anni prima, si mosse contro di essi. L'im-
peratore che procurava mantener sem-
pre le scissure tra' principi ottomani, si
TUR 2y9
fortificò e poi si fece appoggio di Orcano
figlio di Solimano I, il quale assunse il
titolo di sultano e alla lesta di un eser-
cito si recò iu Macedonia. Musa in vece
di annientare questo nascente suo ne-
mico, rivolse le sue armi contro Costan-
tinopoli, ma con esito infelice, poiché
fu intieramente distrutta la sua armala
navale, mentre Orcano s' impadronì di
Tessalonica e di molle altre piazze. Or-
cano vedendosi abbandonalo da' greci,
secondo la consueta incostante loro poli-
tica ^ e sentendo che lo zio marciava con-
tro di lui, fuggì nelle montagne di Tes-
saglia, e preso dalle genti di Musa, questi
lo fece strozzare. Insorse però un altro
competitore nel proprio fratello Maomet-
to 1, protetto dal principe di Caramauia
e amato in generale da'turchi per lesue
buone qualità. Musa non si prese cura di
debellarlo, e credendosi rassodato sul tro-
no, si die a governare con alterigia è di-
spotismo tale, che nella monarchia sin
a Ilota non erasi veduto di peggio, onde
disgustò gli animi, e gl'ingerì odio e di-
spetto per Musa. Maometto I essendo in-
formato di tutto, vedendo essere il tempo
maturo per detronizzare il fraleìlo,come-
chèda molli credevasi morto nella batta-
glia di TamerlanOjSi fece conoscere da tut-
to l'impero, e promise di ristabilirlo nel-
l'antica potenza, e di goveruarecon giusti-
zia e benignità. Questa pubblica dichiara-
zione cagionò tali movimenti, che molli
corsero sotto le sue bandiere per combat-
tere Musa. 11 suo esercito si aumentò cogli
aiuti del principe di Caramauia, dell'im-
peratore greco e de' partigiani d'Orca no,
e con esso invase gli stati del fratello e si
misurò due volte con lui, che gli riuscì
respingerlo. Maometto I tornò ad attac-
carlo presso Samocova, con tale esito, che
le truppe di Musa vedendosi vicine ad es-
sere fatte a pezzi defezionarono in favore
del vincitore. Musa abbandonalo e per-
duta una mano nel combattimento, si die
alla fuga: venne raggiunto e fatto
pngio-
ne, e condotto al fratello, questi ordinò
3oo TUR
che si strangolasse, ìndi mandò il corpo
a Prora nella tomba de'prineipi ottoma-
ni nel i4i3. Assunto Maometto I all'im-
pero, trasferì nuovamente la sede di esso
da Prusa o Brussa olmi sa, in Adriano-
])oli nulla Trucia, per maggiormente accu-
dire agli aliali ti Europa e terminar l'ini-
prete di Costantinopoli. Le sue amabili
qualità tli generoso, valoroso e sincero,
gli procacciarono l'amore de'suddili, die
lo i «guardarono quale altro Tito; perciò
gli fu agevole di pacificare la Boraania,
elie il pallilo del defunto fratello avea
commossa. Ainauledella p-ice,slrinselega
co greci ed alti i principi confinanti, frenò
l'orgoglio del principe di Caramaniacon
disfarlo in battaglia, e poi gli rese la li-
bertà e si pacificò con oso. Rassodò la
monarchia ottomana, le restituì la sua
antica estensione, e colle leggi fece fiorire
anche le arti ; in somma si propose un
legno dolce e pacifico, e di fare riposare
i sudditi dopo tante agitazioni e guerre.
Mondi meno dovè ifsare rigore con alcuni
sconsigliali sedotti dal fanatico sceik Be-
dredin. Questi che sotto Musa era stato
katlileskier tli Natòlia , vedendosi spo-
gliato della carica, sparse d'essere un pro-
feta mandato ad avvertire i popoli del
cattivo governo che avrebbe fatto Mao-
metto 1, ed ostentando pietà e austerità
si ritirò in un deserto. Molti turchi cor-
sero a udire le predizioni , e ne riceve-
rono tale impressione che si sollevarono.
Allineile le turbolenze non mettessero più
profonde radici, il sultano ordinò al fi-
glio A murai di marciare coli' esercito a
soggiogare gl'insorti, che avendo presole
armi, Bedredin si pose alla loro testa.
Sbaragliati interamente, lo sceik co'capi
della rivolta furono impiccali a vista di
lutto l'esercito. Non passò mollo tempo
ad uscir fuori un impostore che si spacciò
per Mustafà secondogenito di Bajazet I,
morto sul campo (altri lo dicono real-
mente fratello di Maometto I, ma l'ultimo
de'fratelli), perciò a lui spellare l'impero;
•Jan lo stendardo della ritolta e prese il
TUR
titolo di sultano di Prusa, cogli aiuti del
duca di Smirne; ma (piando vide il sul-
tano risoluto di opporgli un esercito, fug-
gì col duca a Costantinopoli presso l'im-
peratore Emanuele. Perchè fossero am-
bedue custoditi, Maometto I si obbligò
pagare annua pensione pel mantenimento
a H'impera loie che li confinò nell'isola di
Lemiios,ecosì la buona armonia fra'gre-
ci e i turchi non fu alterata, anzi i primi
per tale trattato ricuperaronole piazze del
Peloponneso. Maometto 1 colla sua man-
suetudine, equità, munificenza, e colla
pace generale, senza strepito d'armi fece
fiorire l'impero, ne fu salutalo restaura-
tore, e rese felici i suoi sudditi, che l'a-
mavano atlettuosamente. L'Abbondanza
nel profondere elogi a Maometto I tac-
que il narralo da Beruiuo, che per am-
pliare l'impero in Europa, il sultano fece
dare il guasto alle provincie vicine, per
aprirsi un passaggio in Ungheria, che i
turchi vagheggiavano occupare. Perciò
vennero fieramente invase la Servio, la
Valacchia% la Transìkania e la Bosnia,
con terrore sì granile de' popoli che molti
preferirono la sommissione alla resisten-
za. Di più narra Sagredo, che ricuperò la
Cappadocia, e che fu ih .Sultane a guer-
reggiare la repubblica di Venezia, la qua-
le possedeva quasi tutta la costa marit-
tima dell'Asia Minore, e da Capodistria
sino a Costantinopoli, riuscendo a'veneti
vantaggiosa la pace col turco per la na-
vigazione e pe' traffici. Pietro Loredano
si recò con una flotta allo stretto di Gal-
lipoli, acciò i legni veneti non fossero più
molestali e rapili, eche le promesse aves-
sero slabile esecuzione e non le consuete
frequenti rotture, secondo 1' operare dei
turchi. Riportò una vittoria navale, s'im-
padronì di 6 galere e tli 2 i foste, taglian-
do a pezzi 3ooo turchi. Nel combattimen-
to per armi principalmente si adoperaro-
no, da'turchi le frecce, da' veneti le bale-
stre e i verettoni, poiché l'invenzione dei
moschetti e de'cannoni non molto prima
usuila dall'inferno, comesi esprime il Sa-
T 0 R
gredo, non erasi dilatata nel mondo al
comune sterminio degli uomini. Che di-
rebbe il Sagredo se vedesse come a' no-
stri giorni si è abusato dell'ingegno uma-
no, per inventare molteplici e tenibili
mezzi per la più rapida distruzione del-
l'uomo, che registrai a Soldato e altro-
ve, comechè il soldato è un'arma a due
tagli? I turchi s'obbligarono a non più
uscire dallo stretto e di non molestare la
marina veneta; ma poco dopo FantiuMi-
chieli con una flotta fu costretto a libera-
re i mari infestati da'corsari mussulmani,
e conquistò diverse città;altre neUaMorea
si diedero alla repubblica, vedendosi i loro
signori incapaci di resistere alle mire dei
turchi, esempio che non fu imitato dalla
moglie diGiorgio Strusimero, la quale non
si vergognò di vendere al comune nemico
l'importante piazza di Vallona. Di 5 tìgli
a Maometto 1 restarono Amurat e Mu-
stafà, pel quale avea parlicolar tenerezza,
per iscorgervi animo pacifico, mentre nel-
l'altro vi osservava lo spirito bellicoso.
Voleva tra loro dividere P impero, asse-
gnando adAmurat gli stati d'Europa,ed a
Mustafà le provincie d'Asia, il che la mor-
ie avvenutagli nel 1421 gl'impedì man-
dare ad effètto. Amurat II assunse il tur-
bante imperiale colle paterne insinuazioni
di governare con giustizia e moderazione,
e di continuar la lega col confinante im-
pero greco. Nel principio del suo regno lo
sconsigliato Giovanni 111 Paleologo, che
Emanuele suo padre avea associato al-
l'impero, fomentando le civili discordie,
gli die molti travagli, suscitandogli contro
il preteso zio Mustela che custodiva in
Lemno. Questi aiutato da' greci prese le
armi, ma restato vinto e prigione, misera-
mente fu strozzato. Caduto a vuoto tale
tentativo, FirrequietoGiovanni 111 ardita-
mente indusse il padre a proteggere anche
l'altro Mustafà, fratello minore del sulta-
no, che l'ambizione del suo aio Halias pa-
scià indusse a fuggire presso Alideri Beg
signore di Caramania, onde togliere al-
meno la metà dell' impero al fratello A-
TUR 3or
murai TI. Adunato un esercito per opera
di Alideri e di Giovanni III, disturbatore
del greco impero, e de' turchi amanti di
novità, si dichiarò sultano in Nicea da essi
espugnata. Amurat II astutamenteguada-
gnò e corruppe l'aio Halias, il quale con in-
fame tradimento gli die in mano l'infelice
giovanetto e Nicea, venendo strangolato
Mustafà nel serraglio di tal città. Quindi
Amurai II, pieno di vendetta contro il si-
gnore di Caramania e contro i greci, ne
invase gli stati. Scorse ferocemente laGre-
cia , devastò e domò la Macedonia , la
Tessaglia, l'Acaia, deliziose provincie; si
rese tributarie P Epiro, P Jlbania e la
Bosnia; e portalo l'impeto della guerra
nella Valacchia e nella Servia, ove rotta
la giurata pace col desposta Giorgio Dui-
cowitz, la cui figlia despena Maria dovea
sposare, lo cacciò dalla provincia e se ne
impadronì, facendo accecare due suoi fi-
gli. Dipoi a condizione che gli dasse la fi-
glia gli restituì la Servia. Neil' acconsen-
tirvi Giorgio, volle per patto espresso,che
permettesse a Maria di rimanere nella re-
ligione cristiana, e non solo l'ottenne, ma
la despena entrò tanto in favore del ma-
rito, ch'egli abbandonò le altre odalicheo
concubine, ed ella ebbe in dono il letto im-
peria le, le cui /{.colonne d'oro massiccio pe-
savano 36o mila libbre. Il Bernino attri-
buisce ad Amurat 11 la 1. 'guerra contro i
veneti, e l'espugnazione fatta da lui di Tes*
sa Ionica ,che A ndronico alcuni anni avanti
avea donato alla repubblica, come impos-
sibile a difendersi da' grecrper essere cir-
condata da' dominii ottomani. Frattan-
to con P elezione di Martino V Papa e-
rasi estinto il furioso scisma d'occiden-
te, onde il nuovo Pontefice rivolse le
sue cure anco al cristianesimo d'orien-
te, sino allora crudelmente lacerato non
meno dalle armi lurchesche, che dal-
le antiche eresie e scisma, che lo rende-
vano indegno de' comuni soccorsi degli
occidentali. Ammonì perciò energicamen-
te Giovanni 111, perchè alla fine co' sud-
diti aprissero il cuoie alla verità de' dog-
3<>a T 0 11
mi, dalla lornostinnzionederivando le ca-
lamità clic aiìliggevano l'impero, colle di-
scordie civili e colle armi infedeli di cru-
delissima nazione, e le quali minacciava-
no ingoiarlo e dina servitù al rimanente
d'Europa. Scosso Giovanni III da queste
e altre esortazioni, con ambasciatori si
mostro disposto e richiese di ritornare
colla chiesa greca nel grembo della cat-
tolica ; onde il Papa per assicurarsi della
sincerità di tali istanze, conoscendo l'in-
costanza greca, inviò a Costantinopoli fr.
AntonioMassana generale de'minori e poi
per legato il cardinale Fonseca, acciò ac-
curatamente esaminassero i sentimenti dei
greci se simulati o veraci. Avendo Gio-
vanni XXIII confermalo a'francescani la
custodia de'Luoghi Santi, siccome alcuni
ecclesiastici cattolici del Levante tenta-
rono d'assumere quella del s. Sepolcro,
Martino V dopo maturo esame sentenziò
a favore de'francescani; e dipoi il succes-
sore Eugenio IV aggiudicò la custodia
de' Luoghi Santi esclusivamente »' Vi-
ìiori Osserva/iti (F.), ed altrettanto ap-
provarono molti Papi. Martino V, mo-
rendo nel 1 4.3 1 , lasciò un tesoro raduna-
to per somministrar le spese a' greci che
avea invitalo ad un concilio generale, e
per fare la guerra a' turchi. Il successore
Eugenio IV con zelo continuò il trattalo
della riunione delle chiese latina e greca,
ed a tale elfetto celebrò il concilio gene-
rale, che cominciato in Ferrara fu pro-
seguito in Firenze (F.). con 1' interven-
to di Giovanni III col fratello Demetrio,
del patriarca di Costantinopoli, e di di-
versi arcivescovi greci, fra'quali il torbido
e maligno Marco d'Efeso, armeni e ru-
teni. L'unione finalmente, dopo gravi di-
spute, fu conclusa e sottoscritta. Il Papa
dopo aver magnificamente ospita toi gre-
ci, e sopperito alle spese di viaggio, som-
ministrò in due volte 38, 000 scucii al-
l'imperatore per la difesa di Costantino-
poli; ma la sospirata riconciliazione, per
le brighe dell' indegno Marco d'Efeso, fu
tosto violala, ed i greci nuovamente pre-
TUR
Valicarono e vieppiù si ostinarono uell<
scisma, e colla volubilità della religioni
fecero a tutti pronosticare la mutazioni
e la definitiva rovina dell' impero. Frat-
tanto Amurat II dirocco Snnderovia sulle
rive del Danubio, mentre il detronizzate
Giorgio di Servia rifugiatoti presso Al ber
to II d'Austria imperatore e re d'Unghe-
ria, l'indusse a provvedere alla difesa della
medesima e di Buda assediata. Ma giunto
presso di essa con fòrte esercito, ammalò
di dissenteria e morì a Lungaz nel 1 4 ><)•
Amurat II espugnò la città, e profittando
de' torbidi nati nell'Ungheria per l'ele-
zione del nuovo re Uladislao I, ammas-
sò un formidabile esercito munitissimo e
si presentò innanzi Belgrado, riputata
propugnacolo e chiave dell'Ungheria e del
cristianesimo, difésa dal fiorentino Urano
meravigliosamente ; onde dopo 7 mesi di
assedio il sultano ne partì vergognosa-
mente, sfogando la sua rabbia in un gran
tratto del regno. Uladislao I per reprime-
re l'orgoglio e i disegni d'Arnurat li sul-
l'Ungheria invilo il celebre Giovanni Un-
niadè palatino di Transilvania e gover-
natore della Schiavonia, alla difesa dei
suoi stati. Perciò il prode Unniade marciò
contro il turco che desolava la Schiavo -
nia e la Servia, e gli riuscì di batterlo e
respingerlo; e dopo diverse vittorie sul
Sultano, riporlo quella insigne nelle gran
valli del monte Hemo, costringendolo nel
i443 a domandare istantemente la pace,
con cedere la Servia al suo antico signore
in uno a' figli, e sgombrale la Ufo Ida -
wV/, convenendo a una tregua di 12 anni.
Eugenio IV però ne fu afflitto, perchè
sperava cose maggiori per la gran lega
formata nel concilio di Firenze con Gio-
vanni III e nitri principi cristiani, avendo
inviato in Ungheria per legalo il cardinal
Cesai ini, a Costantinopoli il nipote cardi-
nal Condulmieri col] armata e flotte pon-
tificia e veneta ; unito all' esercito d' Un-
gheria quello del duca di Borgogna e la
nobiltà di Polonia, infiammati efficace-
mente dal cardinal Cesarmi; mentre il ru-
T U II
Unno mulinai Isidoro (di cui riparlai nel
voi. LXXIX.p. i i5),inviatoa Coslanlino-
poli allestiva, coll'imperatore già in armi,
vettovaglie, munizioni e soldati, e il car-
dinal Condulmieij erasi recalo allo stret-
to di Gallipoli pei- impedire il transito al-
le soldatesche asiatiche in Europa. Allo
slesso fìneavea il Papa obbligato Alfon-
so V re d'Aragona, nell'investii lo del le-
gno di Napoli, che dovesse accodi re alla
lega con potente armala, concedendogli
200,000 scudi d'oro da esigersi dalle de-
cime imposte a'due regni. Ma l'improvvi-
sa pace rese inolili I' incessati li fatiche di
Eugenio IV. Essendo Amurat II passato
in Caramania conico quel signore, il car-
dinal Condolimeli consigliò il Papa a pro-
fittarne, con ricominciar la guerra, onde
Eugenio IV vivamente ordinò al cardinal
Cesa ri ni di determinarvi Uladislao 1. Il
deslro e aulente porporato indusse il re
a romper la pace, ad onta dell'opposizio-
ne ragionevole d'Unniade e di Ladislao
Dragula principe della Valacchia monta-
na. Fatalmente si ruppe la giurala pace
e quella fede che non ftveano i turchi, so-
stenendo il cardinale esser lecito, dopo che
il Papa avea sciolto il re dal giuramento,
e mandalo uno stendardo col l'effigie del
Redentore crocefisso, quale insegna della
lega. Poslo Unniade al coniando della
vanguardia francese, nel i444 s' comin-
ciò l'infausta guerra, saccheggiando il ter-
ritorio di Nicopoli e la Bulgaria sino a
Vania detta pure Tibcriopoli, e non O-
dessa come alcuni pretendono. Ivi si vi-
dero all'improvviso Amurat II con fiorito
esercito d'8o,ooo turchi, avendo subor-
nato o ingannato i pontifìcii e veneti che
difendevano il passo di Gallipoli, presen-
tare furente battaglia nel novembre. Co-
minciò il conflitto famoso e memorabile
per l'atrocità della pugna, e per la cru-
dele rotta ch'ebbe il cristianesimo. Il fiero
combattimento durò 3 giorni e 3 notti,
non potendosi comprendere a qual parie
piegasse la vittoria. I cristiani fecero pro-
digi di valore, ma si vuole che furono so-
T U R 3o3
praffalti dal numero de'nemici,o soccom-
berono per aver gli ecclesiastici confuso
1' ordine della pugna. Quindi avendo i
giannizzeri investito Uladislao I, l'uccisero
insieme a Giovanni vescovo di Strigonia
e di Varadino che portava Io stendardi)
reale di s. Ladislao. Perirono pure il car-
dinal Cesarmi, e Simone vescovo d' A gria,
ili. "trapassato da tre frecce, il i.° da mi
tiro d'archibugio, insieme al fiore della
nobiltà polacca e ungara: il rimanente
dell'esercito datosi alla fuga, si sommerse
nella vicina palude, e il resto servì di pre-
da e di ludibrio a* turchi, i quali però la-
sciarono sul campò 3o,ooodiloro. Alcuni
dicono, che a'turchi si unirono gli Ussiti
crudeli eretici. Il sultano per combattere
più libero si pacificò co' veneti nel 1 44^*
indi marciò contro i greci: prese Corin-
to, disfece Demetrio principe di Morea e
fratello dell' imperatore, e saccheggiò il
fertilissimo suo dominio; corse nell'Alba-
nia e nell'Epiro, esigendo contribuzioni e
schiavi da quegli infelici popoli, e nuo-
vamente occupò il porto di Vallona. Nel
1 44? morì Eugenio IV e gli successe Ni-
colò V, e nel i440> morì Giovanni III
Paleologo e gli successe nel periclitanle
impero il figlio Costantino XII, che fu
l'ultimo imperatore greco. Morto Giovan-
ni Gasinola principe deIÌ\Ewro, il sulta-
no ordinò al pascià di Macedonia il con-
quisto della capitale Croia e d' occupare
X Albania; ma siccome nell'esercito eravi
il valoroso e celebre Giorgio detto Scali-
(lerbegh, che in tanti luoghi celebrai, fi-
glio di Giovanni fallo tributario del sul-
tano, che preso in ostaggio d' ordine del
medesimo era stalo circonciso e educato
alla turca, con islratlagemmasi fece con-
segnare Croia percustodula, losto fallosi
conoscere da' suoi sudditi e dichiarato-i
loro liberatore, fece a pezzi tutti i turchi
dell' Epiro e in pochi giorni riacquisiò
P usurpato suo dominio, dandone parte
al Papa e alla repubblica di Venezia, dai
quali ricevè considerabili aiuti in denaro
e in militari munizioni per resistere allo
M TUR
sdegnato multano. Questi fece marciare
contro di Ini 4o,ooo turchi, e Scander-
begli con soli 8000 cavalli 07000 fanti
ne uccise 20,000 e fece 2000 prigioni.
A murai II «inrata aspra vendetta, alla
testi! di 100,000 nomini passò in Epiro
e assediò Croia, risoluto di farne sparire
fino In memoria. Scander begli affidata
la pia/za al conte d' Urana, ne uscì con
18,000 per travagliar l'inimico, e secon-
dato dal prode conte vi riuscì in modo,
che costrinse il sultano dopo 5 mesi d'o-
stinatissimo assedio, ad abbandonar l'im-
presa con disonore e rabbie tale, che ne
morì di y5 anni nel i4-5i, strappandosi
co' propri denti le dita, o di apoplessia
come vogliono altri, carico d'allori e a-
maramente compianto dall'impero otto-
mano. A murai II ebbe due figli, A ladino
e Maometto II. Ad Aladino, come ehez-
ade o erede presuntivo del trono, die per
solilo appannaggio il tang iacea lo di Ma-
gnesia, provincia della Macedonia conti-
gua alla Tessaglia, stretta lutla fra il ma-
re e i monti, e a! governo di esso lo fece
partire nella nascita di Maometto II. Do-
po la morte di Aladino, stanco di più re-
gnare, due volle rinunziò l'impero a Mao-
metto II; ma poi per essere minacciato
dalle guerre, fu obbligato a riassumere il
potere, anche per essersi annoiato nella
vita privata. Maometto II sino dalla te-
nera età in tutte le sue azioni aveva del
sorprendente: alla quadratura della men-
te univa un fuoco che da cosa alcuna non
poteva arrestarsi; parlava serio e grave il
turco, l'arabo, il persiano, econ autorità
comandava. Negli sludi ed esercizi cavalle-
reschi e militari, a' 1 1 anni riusciva di stu-
pore a tutti, maneggiando egregiamente
i cavalli, l'arco e la sciabola. Nel serra-
glio il solo Scanderbegh 1' eguagliava, e
per poco superava nella destrezza. Allor-
ché poi quest'eroe divenne invincibile, il
sultano attribuendo una virtù sopranna-
turale alla sua sciabola gliela domandò;
ma dovè persuadersi che il suo braccio e
non l'arme Io rendeva il flagello de'tur-
TUR
chi, come rilevai nel voi. LXVIII, p 12.
Sagace, quando il padre gli rinunziò l'im-
pero e poi gliene ritolse il governo, con-
tentissimo lo ringraziò, e per non dargli
01 nbra, subito si ritirò aM.iguesia ,go verno
d'appannaggio del successore al trono. Al-
lorché poi ne udì la morte, precipitosamen-
te volò a Costantinopoli, facendo traspor-
tare il cadavere a Prusa, e permettendo
alla savia despena Maria sua vedova, che
ritornasse nella paterna corte di Servia.
Cogli anni crebbe smisuratamente nel co-
raggio e nella bravura, divenne il terrore
del mondo e il distruttore delle più pos-
senti monarchie. Ardito e dmbizioso,IVlao-
metto li successe al padre di 21 anni, e
dopo aver simulato pace e tranquillila,
l'osservanza detrattali stipulati co'vicini
dal padre, si lagnò che il mondo fosse an-
gusto alla vastità de' suoi disegni, onde
subito risolvè l' espugnazione di Costan-
tinopoli, come quella che non riuscita a'
suoi predecessori avrebbe reso immorta-
le il suo nome. A tal effetto, dopo avere
con diverse scorrerie provocata la rollìi-
ra co'^reci, fece bandire ne'suoi slati d\V-
sia e d'Europa la sua vasta idea, impie-
gando due anni a far preparativi di sol-
dati ed'armi, fra le quali la famosa e smi-
surata bombarda, che Leonardo di Chio
arcivescovo di Mililene nella letlera de
captivi tate Constanlhiopolis, scritta a
Nicolò V, riferisce che avea nella bocca
1 i palmi di diametro e appena potea ti-
rarsi da i5o paia di bovi. Invitò con lar-
ghe promesse di stipendio e di preda gli
slessi cristiani ad unirsi a lui nell'impresa,
e tanto valse la loro infame opera nell'e-
spugnazione della città, che si attribuì il
suo soggiogamento a' medesimi cristiani
in favore de' turchi. De' 400,000 com-
battenti che il sultano v'impiegò nell'as-
sedio, la maggiore e miglior parte erano
greci, tedeschi, unga ri e boemi, che al-
lettati dal copioso bottino, erano accorsi
a contribuire alla sovversione dell'oriente
e del cristianesimo con ogni specie d'ar-
mi. Né ininoii furono i preparativi ma-
TUR
rittimi, formati principalmente da 2^0
legni, che pose alla bocca del Bosforo
Tracio, dove è piti breve il tragitto che
conduce dall'Asia in Europa, ed ivi in 3
mesi fece alzare 3 forti castelli, poiché col-
la costruzione de* Dardanelli egli chiuse
l'ingresso all'Ellesponto, onde impedire
l'accesso in quello stretto a' legni ausi-
liari de' principi d'occidente. Ma questi
non curarono e non seppero calcolare le
conseguenze e la rovina del cristianesi-
mo, per la caduta di Costantinopoli, re-
stando nella più parte indifferenti all'i-
stanze caldissime di Nicolò V, e all' am-
bascerie di Costantino XII, che tentò nuo-
vamente l'unione colla chiesa latina, im-
pedita dal clero e monaci greci,che fomen-
tarono la disunione per conservar l'indi-
pendenza, discreditando l'autorità ponti-
fìcia per mantener intatta la propria. At-
territo Nicolò V da' formidabili prepara-
tivi di Maometto II, intimò pubbliche
preghiere, più vohe a piedi nudi si vide
per Roma in processioni di penitenza per
animare a questa col proprio esempio i fe-
deli. A mezzo del cardinal Capranica pa-
cificò i principi d'Italia, e li strinse in le-
ga per eccitarvi il rimanente del cristia-
nesimo. Armò con grave suo dispendio
3o galere, affidandone il comando a Gia-
como Loredano; inviò a Costantinopoli
nel i4^2 l'animoso ruteno cardinal Isi-
doro, e fu l'ultimo legato della s. Sede ai
greci, per rimproverare questi della loro
ribellione e della simulata riconciliazione
co'lalini, e per soccorrere l' imperatore,
ed ebbe in animo di portar visi in persona
con potente armata. Ma quanto fece Ni-
colò V innanzi e dopo la presa di Costan-
tinopoli, in favore de'greci, lo narrai in
tale articolo e ne'relalivi, con quanto pu-
re precede, accompagnò e segui lo stre-
pitoso e deplorabile avvenimento; così
ancora, chi fece l'estrema difesa dell'in-
felice città, le prodezze e la tragica fine
di Costantino XII, dopo avere ricevuto
la comunione in s. Sofia dalle mani del
cardinal Isidoro. Intanto Maometto II ai
vol. ixxxi.
TUR 3o5
3 aprile i4*3 fece avanzare contro la
sventurata città Sarazia beglierbey d'Eu-
ropa, e nel di seguente egli vi comparve
circondato da innumerevole esercito per
terra e da i5o vele per mare. I greci in-
dolenti, per avarizia aveano nascosto il
più prezioso, invece di soccorrere la pa-
tria e corrispondere a' replicati inviti e
preghiere dell'imperatore, per aumenta-
re gli scarsi mezzi di difesa eie munizioni
di cui penuriava. Il cardinal Isidoro con
pubbliche processioni implorò il patroci-
nio celeste, mentre la turba imbelle del
popolo con inutili e alte strida accresce-
va nell'animo de'più forti la confusione
e Io spavento. I turchi fieramente comin-
ciarono l'assalto, che i greci sostennero,
ma dediti allo studio e al traffico, non
possedevano l'arte necessaria per respin-
gere gli sforzi del possente e agguerrito ne-
mico. Maometto li sforzò 1* enorme ca-
tena del porto, e con inaudito sforzo fece
di peso trarre dall'acqua 70 vascelli, e
parte strascinati e parte portati a spalla
fece gettare nel porto. Ivi formò un pon-
te lungo 3 miglia, per dare da esso l'as-
salto alla città, e fabbricò diverse torri
foderate di pelli bagnate per resistere al
fuoco; e finalmente per animare l'eserci-
to promise il sacco della città per 3 gior-
ni, mentre il muftì ordinò l'universal di-
giuno per un intero giorno. Spuntò l'alba
fatale de' 29 maggio.giorno sacro allo Spi-
ritoSanto, la cui processione dal Padre e
dal Figliuolo negavano i greci; e Costanti-
nopoli^! confine dell'Europa con l'Asia e
già metropolidi ZWzcitfjl'anticaBisanzioe
la nuova Roma, fu interamente conquista-
ta da Maometto II, ed invece d'Adriano-
poli di venne la capitale dell' impero otto-
mano, e da'turchi fu chiamata Stambul,
Jstambul o Islambol, cioè luogo fertile e
quasi apice dell'islamismojiion che con en-
fatica espressione Ummeda Dania, va-
le a dire Madre del mondo; la sede del
governo e la metropoli della Turchia; e.
Maometto II prese il titolo d' imperato-
re d'Orzc/zfc.Galatade'genovesi fu egual-
20
3o6 TUR
mente occupala ; spietate furono le bar-
Itnrie e4e stragi commesse da' \ intiloi ì,
t i greci per prezzo di loro vita olliendo
nllora le loro ricchezze, l estarono crndel-
mente a un tempo privati dell'una e del-
l'altre. Fu spettacolo lacrimevole il cani
biamento avvenuto nella reggia degl'im-
peratori e ne' santuari de' martiri, dive-
nuti asili d'infedeli e ricettacolo del'e più
barbare nazioni dell'Asia. Tre anni pri-
ma Nicolò V avea predetto a Costantino
XII la recisione di quell' albero infrutti-
fero nella vigna di Cristo, la qual cosa
seguì nel determinalo tempo. Dicesi non-
dimeno, che il Papa restò siffattamente
sbalordito e afflitto per tanta rovina- die
nel breve tempo clic sopravvisse non fu piìi
veduto ridere, ne fare alcuna dimostra-
zione d'allegrezza; e contratta un'infer-
mità, accorato e mesto lasciò di vivere ai
^4 marzo 1 4-55, dopo aver accolli beni-
gnamente in Roma i letterati greci fug-
giti da Costantinopoli e dall'oriente, dove
enei roto d' Italia riaccesero l'amore
delle Lettere belle (/'.), di che riparlai
nel voi. LXlX,p. 222; e dopo aver molto
lodevolmente operalo, se non per la ricu-
pera di Costantinopoli, almeno per infre-
nare i disegni di conquista di Maomet-
to II, fa'quali vagheggiava quelli d'Ita-
lia e Roma. Fra le principali cagioni del-
la caduta dell'impero greco, oltre il lusso
fastoso, l'ozio, l'empietà, l'eresia, le quali
avvilirono 1' animo de' greci e li resero
meritevoli di sì grave castigo, fu la se-
parazione orgogliosa dalla chiesa roma-
na, per cui s'interruppe anche nelle cose
politiche co'principi di Ponente la corri-
spondenza, e molte imprese di essi, come
le crociate, furono frastornale dalle frodi
de'greci, che perciò si resero tardi e lan-
guidi a soccorrerli, e lo fecero per le in-
cessanti esortazioni de' Papi. Vi contri-
buì pure la divisione che fecero de'vasti
domimi in diverse parti di principati e
signorie, oltre I' impero di Trebisonda,
tutti improvvidi nel couoscere 1' avve-
nire e imperili nelle arti di stato. Fu
T U r.
quindi agevole a' turchi di conquistatilo
l' impero diviso fra tanti regoli e deftpoli
deboli e diffidenti, condotti da contrari
interessi ed affetti. Lo spavento uuiver
sale per la caduta di Costantinopoli, ac-
celerò la loro. A compensare la brevità
che mi è legge, nel molto che resta a dire
sul colossale impero, ed anche per non
ripetere il riferito in tanti articoli, ricor
derò fra' molli che scrissero sul mede»
ino i seguenti. Giosafatte Barbaro, Viaggi
fritti da Venezia in Persia, i/i Indine in
Costantinopoli, Venezia 1 543. Giorgio
El mancini, [Ustoria Saraceuica in (jua
res gcstaeMuslinorum fedelissime expo''
cantar, ar obice, latine redatta a T. Er*
perdo: Acced. et Roder. Ximenes, histo-
ria Arabum, Lugduni Bai. 1625. Gre-
gorio Abul Phaiagh, Specimen historiae
Arabum, sive, de origine et moribus A-
rabum succinta narra tio arabica, in lin-
gua latina conversa notiscpic illustrala,
opera et studio E. Pococki, Oxonine
1 65o: /Ustoria compendiosa dynastia-
rum orientaliurn, historiam compleetens
universalem, amundo condito, usque ad
tempora auctorisj arabicc edita, et lati-
ne versa ab E. Pococki rum supplemento
latino conscripto, Oxoniae 1 663. Ver-
dier, Compendio dell'istorie generali dei
turchi, Venezia 1662. Ricant, [storia
dell* impero ottomano, Venezia 1672.
Cosimo Comidas, Descrizione lopogra-
, fica dello stato presente di Costantino-
poli, Bassano 1 794- Hammer, Storia
dell'impero Osmano, illustrata con ag-
giunte e traduzione dal tedesco di fio-
manini, Venezia 1824. Margaroli, La
Turchia o l'impero ottomano descritto,
Milano 1829. Guglielmo Taylor, La sto-
ria del Maometlanismo e delle sue set-
te, tratta principalmente da fonti orien-
tali, Londra 1 834- Ne dà contezza il t. 1
degli Annali delle scienze religiose, p.
4i3.
Dopo l'espugnazione di Costantinopo-
li, la repubblica di Venezia procurò pres-
so Maometto 11 il riscatto de' nobili ve-
T U R
lieti restati schiavi nella difesa, e dopo di-
versi trattati l'ottenne, ed il suo bailo po-
tè restare in Costantinopoli quale ordi-
nario ministro della repubblica. Conven-
ne l'accorto sultano alla pace co' veneti,
per rassodarsi nell' impero e per disto-
glierli dal nuocergli colle flotte in che pre-
valeva no alle sue. Espugnata Costantino*
poli e divenuta quasi deserta, Maomet-
to li pensò a ripopolarla e v'invitòeziao
dio i cristiani, permettendo loro di eleg-
gersi un patriarca. Essi elessero G en nadio
ossia Giorgio \oScolarot ma dipoi i suc-
cessori furono destinati da'sultani, i qua-
li vi nominarono chi piti offriva di tribu-
to , con perniciose conseguenze. Questo
riguarda i greci. Quanto agli armeni,
Maometto li ordinò che venisse presso di
lui con buon numero di famiglie armene
in Calata e in Costantinopoli, l'arcivesco-
vo di Prosa o Bursa Gioacchino , e con
firmano ordinò a' suoi nazionali, che nel
civile lo riguardassero qual suo luogote-
nente politico, e come avea fatto con Gen-
nadio, gli die il titolo di Palrik o patriar-
ca. Di più il sultano accordò a Gioacchi-
no autorità pure sopra tutti gli armeni
domiciliati nella Grecia e nell'Asia Mi-
nore, unitamente al potere di conferma-
re o eleggere e deporre i vescovi. Tale fu
l'origine del pastore armeno di Costan-
tinopoli. Nel i6o5 circa gli armeni sci-
smatici cominciarono ad avere un eccle»
siastico in Costantinopoli col titolo di pa-
triarca, sebbene vicario di quello di Ezc-
miazin. Da questi patriarchi soli ricono-
sciuti dal governo per capi spirituali e ci-
vili della nazione armena, cominciò con»
tro gli armeni cattolici quella lunga se-
rie di persecuzioni che imperversò fino al
i83o, in cui furono eletti il proprio ar-
civescovo primaziale, e il capo civile, con
che vennero emancipati dalla soggezione
ni patriarca scismatico. Quanto a'Iatini,
il loro patriarca cominciò dopo la presa
di Costantinopoli fatta da'medesirni lati-
ni. Presa la città da'turchi, soleva il pa-
triarca risiedere in Venezia, e vi esercita*
1 U R 3o7
va là giurisdizione per mezzo d'un vica
rio, per Io più semplice regolare. Cresciu-
ti i cattolici latini, nel 1 63 1 ottennero
che la congregazione di propaganda//^*
ordinasse al patriarca di nominare un
suffragamo e di fargli un annuo assegno
sulle sue rendite di Canditi, e poi lo no
minò la stessa s. congregazione. Ili.°suf
fraganeo che si conosca fu Livio Li Ij de-
cano di Candia. I successori si chiama-
rono ora suffraganei, ora vicari patriar-
cali, e quest'ultimo titolo prevalse. Per
qualche tempo in Costantinopoli pe'lati-
ni, oltre il sulfraganeo vescovo, vi fu un
vicario patriarcale, ma pare che non fosse
niente più che un vicario generale. II vi-
cinato apostolico latino di Costantino-
poli estende la sua giurisdizione ne'luo-
ghi descritti in tale articolo,ove narrai eoo
diffusione quanto qui appena accenno ,
tank) pe' greci che pegli armeni ancora,
sia in Europa che iu Asia. Il vicario a-
postolico de' latini è insignito del titolo
d'arcivescovo in par •tìOus.j ora peròè pro-
vicario patriarcale l'arcivescovo di S;nir-
nej e tra'cattolici il solo arcivescovo pri-
mate armeno s'intitola di Costantinopo-
li con giurisdizione e residenza, mentre
il patriarca latino di Costantinopoli lo è
di solo titolo fu partìbus. Di questi Pa-
triarchi {^Costantinopoli ne raccolsi un
bel numero in tali due articoli. Dopo che
l'ultimo fu traslato alla sede di Siniga-
glia, il titolo restò vacante. Suoi imme-
diati predecessori furono: neh 843 mg.1
Giacomo Sinibatdi di Fermo, traslato da
Dannata; nel 1 844 aiS-f Fabio M.* A-
Stjuini d' Udine, traslato da Tarso e ora
cardinale; nel i845 mg.r Giuseppe Ca-
nali di Cesano diocesi di Porto, traslato
da Colossi e F ice gerente. Caduta Can-
dia nel dominio de' turchi, il patriarca
risiedè in Roma, perdendo le rendite che
traeva da quell'isola, cioè i 3,ooo lire ve-
nete, colle quali però dovea mantenere il
clero della medesima composto di 1 4 ec-
clesiastici. Per un decreto della congre-
gazione di propaganda del 1771 i mini-
3o8 TUR
stri delle potenze europee presso la Su-
blime Porta, hanno il privilegio di farsi
amministrale i sacramenti parrocchiali,
sì per loro che per quelli che abitano den-
tro il recinto di essi,da'propri cappellani.
Da ultimo la giurisdizione del vicario a-
postolico patriarcale pe'lat ini di Costanti-
nopoli comprendeva, oltre tale città , la
Romania, la Macedonia, Metelino e l'A-
natolia ; ed avea annualmente dalla con-
gregazione di propaganda scudi 3go, dal-
l'ambasciata francese scudi 3 oo, dalla ca-
sa e chiesa di s. Giorgio antica cattedra-
le (ora essendo quello della ss. Trinità)
scudi 4°°; roa grandi sono le spese ch'e-
gli sostiene, pel mantenimento della cat-
tedrale, pel sollievo de* poveri, in ispese
pe' missionari che spedisce ove richiede
il bisogno, ec. Mi sembrò indispensabile
questo cenno per notare come fu provve-
duto a 'cristiani scismatici e cattolici, non
meno di Costantinopoli che di altre par-
ti dell'impero, dopo che se ne impadro-
nirono i turchi. Da sì infausta epoca ri-
prendo la narrazione. Il nuovo Papa Ca-
listo IH non fu meno infervorato del pre-
decessore Nicolò V per frenare il corso
agli ottomani progressi, come quello che
da cardinale ritenendo di divenirPapa fé*
ce questo giuramento. To Calisto Pontefi-
ce m'obbligo con voto a Dio Onnipoten-
te ted alla ss. e Individua Trinità di per-
scguitarefierissimamentei turchi nemi-
ci del nome cristiano, e ciò con guerra,
maledizioni, interdetti, esecrazioni,efi*
nalmente in qualunque modo mi sarà
permesso. Ratificò da Papa il voto nel
i ."concistoro in cui adunò il sagro colle-
gio, e intimò con sentimenti di gran ze-
lo la crociata per tutta Europa. Fabbri-
cate 16 galere, onde fu benemerito del-
la marina militare pontifìcia, le mandò
inAsia^icuperando alcune isole dell'Ar-
cipelago, altre difendendo da'lurchi, ren-
dendosi formidabile in quelle acque. Al-
tre 24 ne fece armare in A vignone dal car-
dinal legato, per cui fu necessitato ven-
dere gran parte degli ornamenti ponti-
TUR
fìcii, impegnare le mitre preziose, e alie-
nare alcune terre dello stato papale. Ca-
listo 111 elesse capo della spedizione che
allestivasi contro i turchi, Alfonso V re
d'Aragona, cui scrisse: Utinarn, ut tan-
ta strages opprobriumque fi dei ortho-
do xae cessare t; captività* personae no-
strae sufficeret, quam sponte offerìmus,
novi t Deus. Perla morte del ree pel peri-
colo prossimo dell'Ungheria, la crociata
appena ebbe qualche edetto ne' due se-
guenti pontificati. Sembrandogli troppo
angusta l'Europa al suo zelo, inviò fr. Lo-
dovico di Bologna francescano negli e-
stremi confini dell'Asia, per eccitare al-
l'impresa il re de' tartari, il principe d'Ar-
menia, ed Usum Cassan re di Persia, i
quali portarono unitamente le armi con-
tro il turco con vittoriosi successi, ed in-
viarono ambasciatori alias. Setle per no-
tificarli; il re di Persia attribuendoli al-
l'orazioni del Papa. Da questo fatto eb-
be origine quella scambievole corrispon-
denza che diversi Papi ebbero co're, coi
sofì e co'sciah di Persia. Maometto 1 1 mi-
rando all'invasione dell'Ungheria, assali
con 400,000 uomini e una flotta Belgra-
do suo propugnacolo e insieme del cri-
stianesimo,onde Calisto III vi spedì il car-
dinal Carvajal con denaro, e ingiunse a
s. Giovanni da Capistrano, che vi si tro-
vava,la promulgazione della crociata. In-
timorito il re d'Ungheria teneva impos-
sibile la difesa, onde il solo Giovanni Un-
niade l'assunse animato da s. Giovanni
da Capistrano e dal cardinale, invocando
il divino aiuto. L'eroe liberatore dell'Un-
gheria e del cristianesimo, con tenui for-
ze insegnò non essere invincibili i turchi.
Dopo averli interamente disfatti nella
flotta sul Danubio, nell'assalto tremendo
di Belgrado, tenendo S.Giovanni inalbe-
rato il Crocefisso per vessillo , superata
già da'lurchi la città, nell'atroce conflit-
to Maometto II restò gravemente feri-
to in petto da una freccia, onde si ritirò
ne'sobborghi. Ciò costernò i torcili ea-
nimò i cristiani in modo, che respinti gl'i-
TUR
nia>ici dalla città, con istrage li fugarono.
Allora impadronitisi di 200 cannoni e ri-
voltati contro i turchi, ne fecero macello
di 3o,ooo con dolore disperato del sulta-
no, che svergognato abbandonò l'impre-
sa, mentre a vea deriso suo padre della
cattiva riuscita. Calisto III a rendere me-
morabile il 6 agosto,giorno del prodigio-
so trionfo, rese più celebre e solenne la
festa della Trasfigurazione (P.). Di più
il Papa inviò somme considerabili all'al-
tro eroe cristiano Scauderbegh, perchè
continuasse i suoi conquisti nella Mace-
donia. In memoria del suo operato con-
tro i turchi abbiamo la medaglia colla ef-
fìgie di Calisto III, colle parole: Hoc vo-
vi Deoj nell'asergo: ut Fide hostes per-
derai! elexit me. Nel rovescio si espri-
me la spedizione dell'armata navale con-
tro il turco. Risorgendo Maometto II più
vigoroso da tanta perdita,.conquistò suc-
cessivamente nel 1 4^9 la Moreaì fuggen-
done il despota Tommaso Paleologo, fra-
tello del defunto Costantino XII , colla
testa di s. Audrea apostolo, la quale in-
viò in dono a Papa Pio li, che con solen-
nissima Processione (P .) la portò nel
Vaticano, ospitando poi magnificamen-
te in Roma quel principe. Indi l'impera-
tore prese Sparta, Atene, Lesbo, il cui
regolo Domenico Catalusi genovese tra-
cidò,beuchè si facesse maomettano, e l'im-
pero greco di Trebisonda neh 46 e. A-
vea Usum Cassante di Persia inviati am-
basciatori a Maometto II di non molesta-
re il piccolo impero di Trebisonda, al-
trimenti gl'iutimava la guerra, avendo-
ci delle ragioni per la dote della despe-
ua sua moglie figlia di David Comneno
imperatore diTrebisonda. Infierito il sul-
tano a tal proposta e uon potendo soffri-
re di ricever leggi da quell'antico nemi-
co de'turchi, ne affrettò l'occupazione, e
condotti in trionfo a Costantinopoli l'im-
peratore, la moglie e i figli, tutti fece poi
crudelmente morire. Mossa quindi guer-
ra alla Valacchia, cacciò da essa il figlio
deIpriucipeUladislaoDracula,sostituen-
TUR 3o9
dogli un fratello mediante annuo tribu-
to alla Porta. Egualmente si rese tribu-
taria l'isola di Scio, e con tale acquisto
diventò formidabile all' isole cristiane
dell'Arcipelago, a difesa delle quali avea
Pio II istituito l'ordine equestre e mili-
tare di s. Maria di Dettlemme(F.). Nel
1 4^3 si portò in Bosnia, fece scorticar vi-
vo il re Stefano, ed in breve se ne impa-
dronì. Indi scorrendo qual fulmine di-
struggitore la Sdii avonia e la Dalmazia,
fece strage e preda innumerabile di po-
poli: e benché MattiaCorvino figlio d'Un-
niade, eletto re d'Ungheria, ne tentasse
l'acquistocon fortunato evento, pur tut-
ta via non senza stento la soggiogò di nuo-
vo. Pio II commosso da' mostruosi pro-
gressi di Maometto II, che toglieva a'eri-
stiani ogni anno un regno, il che recava
grande apprensione al rimanente del cri-
stianesimo, appena eletto neh 4^8 tentò
di formare una lega di principi cristiani,
ina senz'alcali eifetto. Come succede nei
gravi casi, rimaneva ciascuno tanto me-
no disposto al rimedio, quanto più espo-
sto allo spavento, e misurandosi col timo-
re la grandezza del pericolo, s'abboniva
comunemente il precipizio senza schi-
varlo. Intanto ebbe luogo un carteggiodi
lettere fra Maometto II e Pio II. Glorian-
dosi l'imperatore d'aver preso Corinto,
chiave del Peloponneso, ed altri luoghi,
scrisse al Papa su tale acquisto. Corin-
tinnii Acìiaiae nobilis simam, Etholos ,
Acarnanes ,Macedoniam,atque omnem
Pcloponessum armis invasimus : vicos
praeterea, agros, et oppida late incen-
dio depopulati, ut mox in Italiani bel-
lum transfer amus. Haec tibi omnia cani
sumnio christianorum me tu, ac detri-
mento nuneijamus. Sensatamente rispo-
se Pio II. Quo d Graeciam omnem fer-
ro, igneque vastaveris, non tam credu-
litatem in hac re tuam, quam tot ur-
bium direptiones ulcisci paramus. Ne-
que caini victor hostibus ignoscere po-
ter as, qui luis edam immaniter scelere,
ac libidine numquam pepercisti, Nec ei
3.o TUR
pium,fasvequid<piam apudhomìncs cs-
Atf pottòty cui, neglecta religione, Deus
in contemptu sit. Nos tanica vero nu}-
luma tebcllum in Italia mctuituus. l-\-
cileenim scelerata ìiominum arma con-
temuti qui Dei numi ne, or. praegidio tu-
tu? est. Gli rescrisse Maometto II in que-
sta guisa. Frustra per Deus imniorta-
les nobiscum agis, qui nee leeiun de pie-
tale, nee religione, nee justilia, seti im-
perio coutendiuius. I ter annis vietar
extitcrit, iustior eidem belli causa de-
bcbilur. Crudelitalem vero, ac scelcca,
quae duo nobis gravissima obiecisti ,
ideo in captivos exercemus, ut eum es-
se me re (juidem experiantur,quem ver-
bis homines pracdicant.W Papa gli man-
dò questa risposta. Et si tecum nobis i le-
stissima belli causa est, non pari tumen
scelere, vel libidine regnandi: seti prò
tuenda hominum libertate arma suini-
mus. Quis enim mores Ty ranni per di-
Ustsimo acquo animo ferat? Nani quoti
plerumque in caeteris usu eventi, ut vel
me tu, vel odio in subditos acerbioresred-
dantur^ipse omnibus s ponte immanior
esse, qui crudeli tate potius, quarti, Victo-
ria gloriarlo; acca tamquam parimi sit
admississe captivi* edam sempcr cala-
mita tes exprobasti. Meritas igitur poc-
nas exolves: ultor enim scelerum Deus
vindictae tar ditate gravitate, supplici i
(ompensat. Scopertosi in 7 monti della
Tullia, di cui riparlai nel voi. LV1I), p.
j 32, il celebre minerale dell'allume, pel
qnale larga rendita si accrebbe alla ca-
mera apostolica, Pio II la consagrò a di-
fesa del cristianesimo per far guerra al
turco; il che fu seguito da'successori, ed
» cardinali nel conclave ne fecero dipoi
legge inviolabile. Invitati i priucipi cri-
stiani alla pace e ad unirsi per combat-
tere con guerra generale i turchi, per com-
binarne i modi, onde ricuperare Geru-
salemme e Costantinopoli (articolo che
va sempre tenuto presente pe'pai ticola-
ri di quanto vado accennando), il Papa
promulgò il generale congresso di lutto
T U R
il mondo cristiano in Mantova (/"')', e
pe'primi che intervennero alla granile as-
semblea, furono gli ambasciatori orien-
tali di Cipro, di Rodi/di Morea,di Lc-bo
e altri luoghi d'Asia, d' Albania, Bosnia
e Schiavonia, e de' re di Polonia e Un-
gheria: lutti domandarono efficacie pron-
ti soccorsi contro Maometto II, e contro
Almi Nashr sultano d'Egitto,poichè mol-
ti aveano già soggiaciuto al nemico, al-
tri confinanti erano minacciali e trava-
gliati da continue incursioni. Pio li che
prontamente erosi lecato al congresso,
non potè contener le lagrime a tali calo-
rose e commoventi istanze. In due discor-
si eloquenlissimi, riportali ne'suoi Cot/i-
mcntari e in parte dal Bernino. il Papa
dimostrò fervorosamente la necessità di
portare unitamente l'armi contro il tur-
co, che avendo già assorbito gran pai te
d'Europa, si preparava ad occupar la ri-
manente; con energiche dimostrazioni
provando l'inevilabilesterminio della io-
ligione, la schiavitù de' popoli, il guasto
delle provincie e altri infiniti danni, pro-
mettendo di recarsi in persona alla sagra
guerra che formalmente pubblicò, e di
andai e almeno sino in Albania a corona-
re rea Croia l'invitto Scanderbegh. Con
solide ragioni confutò poi coloro, che per
privati interessi esagerando le forze tur -
chesche, stimavano troppo difficile l'im-
presa; mormorando di postergarsi gli af-
fari d'Italia egl'inleressi piti urgeuli del-
la religione, per desiderio di gloria, ad
operazioni speciose, nobili a dirsi e diffi-
cili ad attuarsi. Inoltre con argomenti
convinceulissimi il facondo Pio II di-
chiarò non avere a cuore che la difesa
della causa di Dio, e la propagazione del-
la vera fede. Indi dopo 8 mesi, annun-
ciò finalmente al congresso le operazioni
risolute, e gli aiuti convenuti e promessi,
tra'quali Dorso d'Este duca di Modena
offrì 3oo,ooo scudi: il Bei nino ne ripor-
ta i particolari. Ancona fu destinata per
convegno della flotta e per piazza d' ar-
mi; e Pio II risoluto coraggiosamente di
T U II
andare alla testa della crociatn, diceva :
Pro Dea nostro i prò priam Sederti, et
Ilo ma nani Ecclesiali* relinquimus , et
lume caniciem, atquc Ime debite corpus
.siKte pietatis devovemus. Neil 4^4 p***
ti pertanto per Ancona, perivi attender*
vi i fedeli crociali, che da tutta la cri-
stianità accorrevano ad arrotarsi sotto
l'insegne della Croce. Giàeravi giuntala
flotta veneta per congiungersi alla pon-
tificia , già eransi mosse le armi dal re
<V Ungheria e da altri principi, quando
Dio non permise si ben disposta impre-
sa, togliendo di vita Pio II a' i 4 agosto,
anima motrice di tuttala macchina. Mo-
ribondo, avendo udito che i turchi vo-
levano assediar Raglisi, rizzatosi sul let-
to, ordinò che si allestissero le galere, sul-
le quali egli stesso volea portar il soccor-
so all'illustre cittàje solo si quietò, quan-
do seppe la ritirata de'turchi dalla me-
desima. 11 sagro collegio animò i princi-
pi collegali a perseverar nell'impresa, e
inviò al re d'Ungheria 48,000 scudi d'o-
ro trovali al Papa. Nella zecca pontificia
vi è il conio della medaglia alludente a
questa crociata, con l'effigie di Pio II e
l'iscrizioni: Velociter scribentis sobolesj
nell'esergo: Ne tanti Ecclesiae pacisq.
amanlis delealur memoria ynel rovescio
una tavola con 4 ''bri e •• motto: Lupo-
sita Tur cor uni Lex. Avendo Pio II pre-
gato Scanderbegh a soccorrereFerdi nan-
dù I redi Napoli, assediato in Bari dal du
ca d'Angiò, dopo aver quel prode scon-
fitto i! principe di Taranto, vinto il du-
ca, e liberalo il re, questi per gratitudi-
ne die agli albanesi e slavi che l'aveaoo
seguito, facoltà di stabilirsi nelle sue ter-
re. Gli albanesi fondarono Portocanno-
ne,Campomarino, Ururi, Chiniti, ecci-
ti e l'essersi stabiliti nel castello di s. Cro-
ce di Magliano (ora ducato de' baroni
Grazioli, come rilevai cou analoghe no-
tizie nel vol.LIX, p. ig4):gli slavi Mon-
t emitro, Sanfeliee, Tavenna e Cerritel-
lo. Dopo la peste del 1 52 7,che disertò nel
Sannio varie di tali borgate, gli albaue-
TUR 3 1 r
si edificarono Mouteeilfone, e gli slavi Ac-
qua vi va. Su queste colonie scrisse il prof.
Gio. de Ruhertis, Delle colonie slave nel
regno di Napoli, Zara 18 "6. Sublima-
to a! triregno Paolo II, come partecipe
de' più segreti trattati del predecessore
e promotore anch'esso della spedizione,
non è credibile con quanto zelo subito
s'applicò al proseguimento della guerra,
rinnovando il volo che in conclave avea
fatto, e assegnando dall'erario papale an-
nui scudi 100,000 a'eollegati. A'suoi ve-
neti offrì, oltre l'armata navale, ch'era
in mare, 4ooo cavalli, 2000 fanti, e al-
tre 9 galere che con tutta diligenza fece
costruire presso il Tevere (1^.), assistei! •
dovi bene spesso in persona. Però la mal-
vagità de' tempi, e la sempre falale disu-
nione de principi cristiani, non fece ese-
guire i magnanimi desiderili del Pontefi-
ce, come narrai a'ioro luoghi, ed inutil-
mente si consumarono i tesori pubblici
e privati del cristianesimo, riuscendo e-
gualmente inutili le gravi cure consecu-
tive di 3 Papi. Maometto II non intra-
lasciando i suoi arditi proponimenti, in-
vase con desolazioni crudeli la Croazia
e I1 Istria, saccheggiando tutti que'ferli-
fissimi stati de* veneti; mise a contribu-
zione la Dalmazia, cou disegno d'inva-
dere nuovamente l'Epiro e d'assogget-
tarsi l'Albania, il cui principe Scander-
begh difendeva e travagliava cou incur-
sioni i territori! de'turchi. Avendo di nuo-
vo il sultano assediato Croia cou 80,000
uomini, non gli venne mai fallo di pren-
derla finché visse quell'eroe j ma morto
nel 1466 in Lisso, per mancanza di vi-
veri, dopo aver guastate la Carinlia e la
Sii ria, fu lolla al figlio Giovanni, insie-
me a gran parte del celebre reame. In-
di Maometto II si recò, non senza tradi-
mento, a conquistare a' veneti l'impor-
tante isola di Negroponte, che signoreg-
gia l'isole dell'Arcipelago, commetten-
dovi tal crudo macello che fa orrore iu
leggerne la descrizione. Quant'italiani vi
si trovarono, tutti furono impalati vivi
3 1 2 TUR
(cioè uccisi col cacciar Della parte poste-
riore un palo di ferro tagliente, e farlo
riuscire di sopra, atroce supplizio usato
dagli ottomani), barbaramente tagliate
per mezzo le donne (ciò i turchi soleva-
no crudelmente fare anche con seghe),
strangolato qua?.i tutto il rimanente del
popolo: per ultimo, al comandante Pao-
lo Erizzo, fu violata per forza e poi scan-
nata lui presente Tunica sua figlia, ed e-
gli venne barbaramente trucidato. Tut-
te queste e altre inaudite crudeltà era-
no comuni a' turchi, ed io tralascio dal
ricordarle , come notissime e registrate
dalla storia, e per non far raccapriccia-
re l'umano lettore. Indi il sultano, sul-
l'Euripo oEgripo, stretto che divide la
città di JNegroponte, fabbricò quel pon-
te lungo circa 200 piedi, che fece stu-
pire i cristiani, per sì temeraria impre-
sa, donde argomentarono chea'lurchi co-
ki arrischiati nelle guerre, niuna cosa or-
mai era difficile e insuperabile. Udite-
si da Paolo Jl le deplorate calamità, pe-
netralo di profondo rammarico, invocò
la divina misericordia con pubbliche pro-
cessioni di penitenza in Roma, e due vol-
le v'intervenne a piedi nudi. Nelle pro-
cessioni, con generale compunzione, fe-
ce portare l'immagine di s. Maria del Po-
polo, le teste di s. Gio.- Battista e di s.
Andrea apostolo, e il Volto santo, con-
cedendo indulgenze a chi cou orazioni e
limosine avesse contribuito alla sagra "
guerra. A Paolo II divenne talmente in
odio e avversione il semplice nome dei
turchi, che volendo promuovere al vesco-
vato di Conversano, Turco de'Turcoli di
Giovenazzo, prima gli cambiò il cogno-
me. Perciò narra il cardinal di Pavia, nel-
YEpist. 90: Quum celerà probarentur
meo, nomea solimi pr oh atiim non cstj
ideocjut •, Patrum comprobatione , prò
Turco Petrum, ex suo nomine sanxil vo-
cari. Paolo li sovvenne generosamente i
parenti di Tommaso Paleologo, Azanito
nipote di Scanderbeg h, e Caterina regi-
na di Bosnia detronizzata! che ospitò uo-
T U R
bi Unente in Roma, onde per gratitudine
lasciò morendo le ragioni del suo regno
a Sisto IV, che avea continuato a soste-
nerla. Questo Papa accolse pure e ali-
mentò pietosamente in Roma, divenuta
asilo benefico degli esuli greci fuggiti o
cacciali da'turchi dalle loro signorie e pa-
trie, Andrea Paleologo despota di Mo-
rea, Leonardo Tocco despota d' Epiro,
Carlotta regina di Cipro; con doli collo-
cò in onorevoli matrimoni le figlie di ta-
li infelici, come pur fece con Sofia figlia di
Demetrio Paleologo, che maritò allo czar
di Russia (V.) Ivan III nella basilica Va-
ticana; e lo czar consideratosi erede dei
diritti sul crollalo impero greco, adottò
per arme Y aquila nera di due teste. Co-
sì grande carità, che in questi tempi an-
cora usò la s. Sede verso gli oppressi, spe-
cialmente dalla possanza e fierezza del
turco, così grande zelo per salvarle ter-
re cristiane dalle loro armi, per tentare
di respingerle nella Tartarea, antica lo-
ro sede; la quasi perpetua guerra fatta
per tanti secoli a'iurchi dalla Chiesa ro-
mana, o direttamente colle proprie for-
ze, o indirettamente con grandiosi sussi-
dii dati a'principi cristiani col suo erario,
formeràsempre negl'innumerevoli e glo-
riosi suoi fasti un trionfo dell'esimia e ine-
sauribile carità, che ha nutrito e nutri-
rà costantemente per la comune salvezza.
Nel principio del pontificato di Sisto IV,
nel distretto d'Aquileia i veneti patirono
deplorabile strage da' turchi capitanati
dal pascià Asabech, e la salute delle vi-
cine provincie fu l'immenso bottino ri-
portato da'turchi. La repubblica di Ve-
nezia per tal disastro ricorse al Papa, il
quale formò una lega formidabile con-
tro Maometto II, ed armò 24 galere che
si recò a benedire uel Tevere, dopo aver
in s. Pietro benedetto gli stendardi che
consegnò al cardinal Caraffa legato, in-
sieme ai 35, 000 scudi d'oro. Questa flot-
ta unita a quella de'collegati, in tutto 98
vele,si recò nell'Arcipelago e portòpiù ter-
rore che danno al nemico. Tutta volta ut-
TUR
tacco Satala, saccheggiò Smirne e ince-
nerì molti villaggi, per provocare i tur-
chi a uscir colla loro flotta da'Dardanel-
li per combatterla, ma inutilmente. In-
vece i turchi, dopo parlila la flotta, tol-
sero a 'genovesi Teodosio, o Caffo, in Cri-
mea, e portarono l'impeto della guerra
nell'Adriatico contro i veneziani. Attac-
carono Sentori, s'impadronirono di Ce-
jalonia tcon disegno di gettarsi sopra Cor-
fìi per aprirsi la via all'invasione d'Ita-
lia. La repubblica di Venezia con invin-
cibile costanza oppose eroica resistenza,
ad onta che le nuove discordie de'cristia-
ni avessero quasi scioltola lega; ma ve-
nula in cognizione che alcun principe cri-
stiano suo confinante, fomentava i tur-
chi a suo danno, giudicò bene pacificar-
si con essi, e loro sagrificò l'isola di Ne-
groponte, quella di Lemno, Scalari, Brac-
cio di Maina nella Morea e altri luoghi,
obbligandosi all'annuo tributo d' 8000
scudi d' oro per trafficare nel mar Nero
o Ponto Eussino. Non per questo restò sa-
zia l'avidità di Maometto li, che soleva
dire non essere di si corta durata la vi-
ta dell'uomo, che non potesse sottomet-
tersi più mondi; e come un solo Dio re-
gnava ne'cieli, così parimenti un sol uo-
mo dovea regnar sulla terra, e questi es-
ser lui; stimando perciò ogni momento di
tempo perduto, se non l'impiegava alla
distruzione del cristianesimo, solo osta-
colo all'immaginata sua monarchia uni-
versale. Quindi terminata un'impresa, al-
tra ne intraprendeva. Fece la guerra ad
Usum Cassan re di Persia da cui fu scon-
fitto e poi ne trionfò. Indi passò a preda-
re l'Ungheria e la Transilvania, e ad at-
taccar l'isola di Rodi, eroicamente dife-
sa da'eavalieri gerosolimitani e soccorsa
da Sisto IV. E siccome avea soggiogato
l'Albania e l'Epiro per farsi strada in Ita-
lia, più volte accennò a' suoi pascià so-
spirando, il suo conquisto e quello di R.o-
ma,dellecui beliezze,come dotato di gran-
de spirito e di non mediocre erudizione,
istruito nell'agricoltura e nella pittura,
TUR 3i3
era fortemente invaghito. A cominciar-
ne la conquista nell'agosto 1 480 spedì il
pascià Acmet con 1 5o vele e 40^000 uo-
mini da sbarco, co'quali dovesse devasta-
re i paesi e spaventare i popoli, per at-
tendere la sua venuta appena termina-
ta la guerra d'Asia, contro il sultano d'E-
gittoAscraf-Raitbai. Acmet salpòdal por-
to di Vallona e in breve si avvicinò a O-
trantOfCUe tosto espugnò colla strage del
popolo in numero di 1 4,000 persone, ve-
nendo trucidato il decrepito arcivescovo;
indi eslese nella provincia le sue feroci
devastazioni, che sparsero il terrore an-
che nelle più lontane provincie d'Italia.
Avendo i turchi fatto un'escursione per
spogliare il santuario di Loreto , prodi-
giosamente presi da panico terrore si die-
rono alla fuga. I principi ne restaronoat-
territi, la confusione universale; e fu sug-
gerito al Papa di trasferirsi in Avignone,
Ma Sisto IV con animo invitto, pacifi-
catele discordie, dappertutto spedì nun-
zi per eccitare la difesa del cristianesimo
dall'estrema rovina; ed inviò 22 galere
e un grosso corpo di truppe al re di Na-
poli, il cui figlio duca di Calabria corse
all'assedio d'Otranto, da' turchi superba-
mente fortificala con bastioni. Mentre
Maometto II trovavasi in Nicea o me-
glio in Nicomedia (ove era morto a' 2
maggio il fondatore diCostanlinopoli Co-
stantino 1), altri dicono nel suo campo
presso Costantinopoli, fu sorpreso da ta-
li dolori colici, che a'3 maggio 1481 di
53 anni morì, con immenso giubilo del-
l' abbattuto cristianesimo. Principe ac-
corto e valoroso, crudele e lascivo, am-
bizioso e superbo, soggiogò due imperi,
12 regni e 200 città, nondimeno ordinò
che nel suo sepolcro in Costantinopoli si
scolpisse quest'epigrafe: Mens erat supe-
rare Rìiodum, etsuperbam Italiani, che
ripetei nel voi. XXIX, p. 233. Acmet si
rese a palli al duca di Calabria, perciò
proclamato liberatore d'Italia, e partì da
Otranto, lasciandola provveduta copio-
samente di viveri e di formidabili mimi-
3 . i T t Et
zioni per sostenersi lungamente. Sisto IV
ordinò pubblici e solenni rcudifiieiiti di
grazie a Dio, 3 giorni di fesle e fuochi
artificiali, olire il suono di tutte le cam-
pano; ed in memoria del pericolo scam-
patoprodigios; unente, presso Oli auto fe-
ce innalzare imi celebre tempio nel col-
le, ove 8oq martiri pei' In confessione del-
la ^a\{i patirono crudele morte. Il Borgia
nella Breve istoria del dominio della ?.
Sedcy riferisce che Sisto IV salvò l'Italia
e specialmente il regno di Napoli dal-
la schiavila de' turchi, contro i quali nel-
la guerra per Otranto impiegò più di
i 65^000 fiorini, per cui nel suo sepolcro
Io scolpito li motto: Turcìs Italia Sttni-
Htotis. In una Sud medaglia è l'epigrafe:
Parccrc subiecUs et debellare super-
bos, SU' le poles.constanlia. Vi si vedo-
no varie navi e ligure di schiavi turchi.
Lasciò Maometto II due figli. B-ijizel II
pnmogeniloeGem volgarmente chiama-
to Zitira (Amore) terzogenito, poiché il
2.°Mustafa l'amore dell'esercito, che spe-
rava di vedere in lui ulteriormente di-
latata la gloria dell'impero ottomano, il
padre l'avea fatto perire, per tratto di ri-
gorosa giustizia e in punizione d'aver vio-
lentato la moglie d'Acmet. Per diritto di
natura,, il trono spettava a Bajazet li, ma
non era amato da' turchi, come nemico
della guerra, portato all'ozio, allo studio
delle lettere , e molto più alla crapula,
onde non senza grandi sforzi i 3 princi-
pali pascià affezionati al padre a questi
lo fecero succedere. All'incontro Zizim,
bello e maestoso nella persona, snello e
insieme fiero e robusto, attaccassimo al-
la sua religione qual vero mussulmano,
frammischiava gli esercizi dell'armi e del-
la caccia, a quelli dello studio e della poe-
sia; e oltre ad essere bravo e perito guer-
riero, parlava egregiamente anche gì' i-
diomi arabo, persiano, greco e italiano;
avta finalmente spirilo vivace e pene-
trante, nobili modi , parco nel nutrirsi,
tenero dell'unica sua moglie Maria figlia
di Eleazaro redi Ser via, sfuggilo alla crii-
TUR
deità d' Amurnt li (piando accecò i fra-
telli, principessa virtuosa che fu madre a
Cui bug e Amurat dal padre allevati ac-
curatamente. Per tutto questo, Zizim era
adoralo da 'torchi in modo, diesi sareb-
bero fatti massacrare per lui. Però Zi-
zim conoscendosi supcriore al fratello nei
pregi e possente per le universali simpa-
tie, non contento di dominare il paese
tllconio e la Gara mania, la sete del re-
gno ottoni mogli fece radunare un esercì -
to, per obbligare Bajazet II a di filler con
lui il vasto impero. Lo zelo e la fedeltà
de' 3 piscia pel sultano, fece due volte
sconfiggere Zizim, presso Nicea e nell'A-
natolia, onde questi vedendo disperato il
suo partito, neli4H2 impetrò e ottenne
magnifico asilo da 'cavalieri Gerosolimi-
tani di Rodi, i più. fieri e invincibili ne-
mici del padre, il che doppiamente tra-
fisse l'animo dell'irritato fratello. Il gran
maestro d* dubusson, poi cardinale, l'ac-
colse colle più grandi distinzioni, men-
tre Zizim era portato sulle braccia di 3
turchi, e allorché vide il gran maestro sce-
se a terra, si fermò e 3 volte pose il di-
to alla bocca per segno di sommo rispet-
to verso l'eroico difensore di Rodi. Il gran
maestro pe'suoi ambasciatori, dicesi che
inutilmente procurò di fare una lega di
principi cristiani contro Bajazel li in fa-
vore di Zizim, impresa che riteneva van-
taggiosissimaa tutta la cristianità. Poscia
per diversi riflessi vedendo che la vici-
nanza de'turchi non gli permetteva di cu-
stodire per lungo tempo l'illustre suo pri-
gioniero, persuaseli principe a intrapren-
dere un viaggio in occidente, anche per
determinai e i sovrani a suo vantaggio, Zi •
zim autorizzando il gran maestro di trat-
tare col fratello per qualche accomoda-
mento. I! gran maestro destinò diman-
darlo in Francia, ne consultò Sisto IV,
il quale ne lodò il disegno e scrisse al re
Carlo Vili per impegnarlo a ricevere nel
suo regno Zizim. Partì accompagnato da
4 commendatori, il che saputosi dal sul-
tano inviò al gran maestro i suoi amba-
TUR
sciatori, col donativo d'un braccio del lo-
ro patrono s. Gio. Battista, e Ira 'quali si
convenne cbe i cavalieri avrebbero cu-
stodito Zizim, e non inai ceduto ad al-
cun principe cristiano, mediante l'annuo
compenso di scudi 35,ooo, altri dicono
4^,ooo scudi d'oro e sembra più proba-
bile, oltre 10,000 per una volta, ed il rim-
borso delle spese per la guerra sostenu-
ta contro il padre. Giunto Zizim in Pro-
vetta, i commendatori lo presentarono
a Carlo Vili redi Francia (ciò viene da
altri negato, poiché sebbene lo sventu-
rato principe destò molto interesse in
Francia, i cavalieri fecero di tutto perchè
non fosse veduto dal re), e poi lo con-
dussero nella torre della loro commen-
da di Borgo Nuovo oBourganeuf in Au-
vergne, continuando a trattarlo sontuo-
samente, ma egli ben si accorse dalla vi-
gilanza colla quale era custodito, di tro-
varsi in nobile prigionia , onde si lagnò
del trattato fatto col fratello, che ritene-
va a suo danno. Allora i re di Casliglia,
d' Ungheria e di Sicilia o di Napoli, A-
scraf sultano d'Egitto, presso il quale era
stato e vi avea lasciatola moglie, doman-
darono Zizim al gran maestro per porlo
alla testa d'un esercito, ma pegli accor-
di fatti con Ba jazet II riceverono negati-
ve. Dopo 7 anni dacché Zizim dimora-
va in Auvergne, desiderò d'averlo in ìio-
ma Papa Innocenzo Vili, spinto dal ze-
lo d'avvilire i turchi onde frenare la sma-
nia di dilatarsi, e perciò avea fatto quan-
to dissi nel voi. XVIII, p. 62, XL1X, p.
264 e altrove, concluso formidabile le-
ga di possenti principi e speso da 200,000
scudi d'oro ricavati dalla vendila deizli of-
o
fiei venali de' l*ncabìli(V?)$ come poi fe-
cero altri suoi successori. Pertanto pre-
murosamente domandò al gran maestro
di voler egli custodire Zizim o Gem, e
come capo supremo della Chiesa e del-
l'ordine,dovette questo ubbidire, coll'as-
senso di Carlo Vili. Dicesi aver avuto in
mira il Papa la formazione d'una pos-
sente lega, e porvi alla testa Zizim per de-
X U ti 3.7
Ironizzare Bajazet li, con palli Vantag-
giosi al cristianesimo. Il Papa ancora a-
vea ricevutola 'domanda del sultano d'E-
gitto per fargli consegnare Zizim , per
metterlo alla testa d' un esercito in li-
na guerra contro i turchi; offrendogli
100,000 ducati d'oro, il possesso di Ge-
rusalemme, ed anche di Costantinopoli se
giungesse a rendersene padrone. A'6 mar-
zo i4^9 Zizim fece il suo Ingresso so-
lenne in Roma (F.), d'ordine del Papa
onorato con i straordinarie onorificenze e
pompa regia, e magnifica cavalcala di i 2
mila cavalli, sempre accompagnato dai
cavalieri di Rodi, ospitato decorosamen-
te nel palazzo apostolico Vaticano. Seb-
bene ormai Zizim era stanco di tante com-
parse, presso i nemici più implacabili dì
sua nazione, pure sagace alquanto tem-
prava la sua fiera indegnazione con ap-
parente dolcezza e dignitoso portamen-
to. Nel giorno seguente fu presentato al-
l' Udienza del Papa in concistoro pub-
blico, sedente in trono e vestito ponti-
ficalmente, ove 1' orgoglio ottomano a
grande stento dovè umiliarsi genufles-
so a baciare i piedi a Innocenzo VIU,
il che viene negato dal Bernino cbe
ne descrive il feroce aspelto, e con mol-
ta grazia in italiano ossequiò il Papa e
complimentò i cardinali, e con termini i
più significanti lodò la grandezza della
corte romana. Fu da Innocenzo Vili as-
sicurato di tutta la sua protezione e di
adoperarsi in suo favore. Intanto B;»jazet
II, che ignorava l'accaduto, da Costan-
tinopoli, e con quelle cospicue olferle ri-
ferite a tale articolo, avea spedito a Car-
lo Vili un ambasciatore perchè ritenes-
se nel suo regno Zizim; ma avendo po-
scia saputo ch'era passalo in Bontà, ivi
inviò il sicario Macrin per attossicar hi
fonte ove si attingeva l'acqua pel Papa e
per Zizim. Scoperto l'assassino fu puni-
to con morte esemplare d'impiccatura e
squarta Vedendo Bujazet II sventato il
suo pravo diseguo, quindi volendo con-
cibarsi il poulifìcio animo, con politica
3i6 TUR
ne! i4l)3 mandò a Innocenzo Vili per
ambasciatore Camisbuercli oCassù Begli,
che accoltoonorataniente in Ancona d'or-
diue pontifìcio, fece il suo Ingresso so-
lenne in Ilomu (r.)a'3o maggio, con no-
bile cavalcata, alloggiato nel palazzo Ce-
si vicino alla basilica Vaticana , ora dei
suddetti monaci antoniani armeni. Quin-
di portatosi dal Papa, in nome del sulta-
no lo pregò a custodire diligentemente
Zizim che gli disputava l'impero, gli pre-
sentò il più prezioso che produce l'orien-
te, e i donativi della s. Lancia (V.)y del-
la s. Sponga ( l.) e deWas. Canna (V.)t
consagrale dalla Passione di Gesù Cristo,
che Maometto II avea con altre reliquie
insigni trovate in Costantinopoli e con ri-
gore riposte nel suo tesoro. Di più gli of-
frì pel mantenimento di Zizim 4°>°00
scudi d' oro air anno, di cui Innocenzo
Vili ne assegnò i 2,000 al cardinal Bai-
ve (F.) dello d'A ngiò, uno di quelli che
l'avea incontrato, a cui commise la custo-
dia del principe sotto buona guardia, co-
me quello ch'era stalo legalo della Mar-
ca quando Boccoli no tiranno d'Osano a-
vea offerto a Bajazet li la città e sua pro-
vincia. Dice il BerninochelunocenzoVIII
assicuròil sultano che avrebbe ben custo-
cli lo onestamente nel Valicano il fratello,
ma ricusò l'offerta di dare a'eristiani Ge-
rusalemme, se nelle carceri lo avesse se-
gretamente fatto strozzare. Leggo poi nel-
1' opuscolo : Serie de' coni di medaglie
pontificie esistenti nella pontificia zec-
cai esservi quello coll'efìigie d'Innocen-
zo Vili e l'epigrafe: Ecce sic benedice'
tur homo. Roma. E che si vede nel rove-
scio: » Il Pontefice nella sedia pontificia
assistito da altra figura sedente, e da un
diacono stante con libro riceve al bacio
del piede un personaggio, che sembra Zi-
zimo figlio di Maometto II". Si può vede-
reil p. Uonnnn'i, Numismata Pontificum,
t. 2, p. 108, che riporta la medaglia inci-
sa e le testimonianze prò et contra , se
Zizim fece le genuflessioni e baciò il pie-
de a Innocenzo Vili, insieme alla descri-
TUR
zione del suo ingresso in Roma. Pare che
Bajazet 1 1 mandasse a I unocenzo Vili an-
che l'eniir Musiafà Agà, per sempre più
impegnarlo a impedire che suo fratello
non s'accostasse alle frontiere mussulma-
ne. Per sì interessante ostaggio nella ca-
pitale del cristanesimo , che il sultano
grandemente temeva, tenne sospese le ar-
mi e i progressi de'turchi. A.nzi Bajazet
Il ebbe corrispondenza col Papa Alessan-
dro VI, succeduto nel i492 a Innocen-
zo Vili , avendo notato nel voi. IX , p.
3o5, che gli scrisse di fare perfetto cardi-
nale Nicolò Cibo nipote 0 cugino del Pa-
pa Innocenzo VI II, che questi avea crea-
to cardinale e noti pubblicato, il quale
prelato fece parte della solenne comitiva
che accompagnò Zizim nella sua entrala
in Roma. Narra il Marini, Archiatri, t.
2, p. 228, che Nicolò Cibo affine d'Inno-
cenzoVlII,da questi fu fatto scrittore apo-
stolico, e suo fratello Giorgio Bocciardo
genovese divenne celebre per la sua nun-
ziatura al gran turco sotto Alessandro VI,
eperle lettere che recava al Papa di quel
principe, e che gli furono intercettate in
Sinigaglia : in una di esse era quegli
pregato da Bajazet II, a crear cardinale
Nicolò, come Innocenzo Vili avea pro-
messo di fare. Il Bucciardo fu dal sulta-
no ricevuto onorevolmente e ricolmato di
sontuosi regali, per se e pel Papa. Frat-
tanto nella corte di Francia non si par-
lava che di Zizim, e l'allarme di Bajazet
Il la persuasero d'essere giunto il mo-
mento per rovesciarne la potenza. Si ra-
gionava del conquisto della Grecia, della
liberazione di Terra Santa, e ritenevasi
che Zizim aprirebbe a'eristiani le porte
di Costantinopoli e di Gerusalemme. Per-
suaso poi Carlo Villa far valere i suoi di-
ritti sul regno di Napoli , fec'egli palese
il suo disegno d'estender le sue conqui-
ste sui regni del Levante, per liberar la
Grecia dal giogo de'turchi; e si trovò se-
condato dalla nazione, risvegliandosi l'an-
tico ardore per le crociate , fino a farsi
pubbliche preghiere nel regno pel buon
TUR
successo d'una spedizione contro gl'infe-
deli, onde il re domandò a'vescovi fran-
cesi le decime della crociata. Dicesi che
Carlo Vili fondava i suoi diritti all'im-
pero di Costantinopoli , per averglieli
venduti per 43oo ducati d'oro Andrea
Paleologo despota d'Acaia e nipote diCo-
stantino XII. Mentre Alfonso II redi Na-
poli ponea le sue speranze stilla corte di
Roma e Alessandro VI,colqualeerasiim-
parentato,mandò ambasciatori a Costan-
tinopoli per avvisare il sultano de' dise-
gni del re di ¥ rancia, invocando soccor-
si per difendere il suo regno contro l'in-
vasione de'francesi. Secondo ilBurcardo,
anche Alessandro VI inviòaBajazet lì il
suo segretario Giorgio Bruzard o Bocciar-
do genovese suddetto, per prevenirlo che
Carlo VIII meditava una spedizione in
Grecia, e per impegnarlo a difendere Al-
fonso II contro i francesi. Si dice che ri-
spose il sultano, di far perire Zizim, pro-
mettendogli grossa somma di denaro.
Carlo Vili giunse in Roma l'ultimo del
i4g4 > mentre Alessandro VI per sicu-
rezza erasi ritirato in Castel s. Angelo, con
Zizim e alcuni cardinali. Assediatovi dai
francesi, fu costretto a convenire a con-
dizioni contrarie alla maestà pontifìcia,
che riferisce il Rinaldi, cioè: di consegnar-
gli Terracina, Civitavecchia , Viterbo e
Spoleto, fino al suo ritorno da Napoli; di
ammettere nella sua grazia i cardinali di
cui era malcontento; di consegnargli Zi-
zim o Gem; e di coronarlo re di Napoli,
però colla clausola, senza l'altrui danno.
Zizim tutto lieto, vivamente ringraziò il
Papa della libertà che aveagli restituito,
e si rallegrò mollo di vedersi protetto dal
gran re di Ponente, ne punto dubitava
che l'armi cristiane P avrebbero riposto
sul soglio ottomano, e Carlo Vili com-
pianse le sue sventure. La presenza di Zi-
zim nell'esercito francese intimorì siffat-
tamente il fratello, che fece venire il na-
vile allo stretto del braccio di s. Giorgio
per rifuggirsi in Asia. Ma Zizim, che il re
di Francia condusse seco alla volta del
TUR 3i7
regno di Napoli, e riguardava come uno
strumento di sue vittorie futi1 re, e perciò
accarezzò e trattò regiamente, cadde ma-
lato in Velletri o in Terracina , e mori
arrivando a Capua o a Gaeta a' i5 feb-
braio. Gli uni accusarono i veneziani di
averlo fatto avvelenare a istanza di Ba-
jazet II; altri ne calunniarono Alessandro
VI, a cui il sultano a vea inviato i suoi am-
basciatori con promessa di 3oo,ooo du-
cali d'oro; ma il contemporaneo morda-
ce Burcardo, non punto favorevole al Pa-
pa, dice che il principe Gem morì in Ca-
pua in conseguenza della sua intempe-
ranza, ed aggiunge che le genti del segui-
to del principe rientrarono quindi nelle
buone grazie di Bajazet II. II Bernino ri-
ferisce che morì in Gaeta di dissenteria, e
il suo corpo fu mandalo poi a Costantino-
poli dall' imperatore Federico : essendo
questo morto, sai à meglio ritenere, Fe-
derico! re di Napoli, come dice l'Abbon-
danza. Questi aggiunge, che vogliono al-
cuni morisse in Terracina e cristiano, co-
me battezzato in Roma da Innocenzo
Vili. Il Sagredo ripetè la calunnia con-
tro Alessandro VI, e dice morto Zizimo
in Terracina. A 'nostri giorni fecero al-
trettanto nell'opera summentovata, La
Turchìa , Jauannin e Van Gaver, ma A-
lessandro VI venne difeso dal prof. Mi-
chele de Matthias , come notai nel voi.
XXXV, p. 177 , dichiarando falsissima
l'imputazione data al Papa d'aver coo-
perato all' avvelenamento di Gem o Zi-
zim per vistosa somma; il che vuole pro-
vare,con averlo taciuto ilPanvinioeFau-
no suo volgarizzatore, e per averi nomi-
nati scrittori seguito Giannone,che qua-
lifica nemico della verità, la cui storia ci-
vile del regno di Napoli è un' indegna sa-
tira contro la corte romana e i Papi, per
quanto riporlo. Concludo, che il riferito
sulla morte violenta di Zizim, sembrano
tutte dicerie. Carlo Vili senza difficoltà
s'impadronì di quasi tutto il regno di Na-
poli, nella cui metropoli si fece coronare
imperatore di Costantinopoli e re di Sici-
3i8 TUR
lin, il che fu cerne una cere mani a trionfa-
le, pel singoiar contrasto ci i sua pronta ri-
tirata in Francia. Liberatosi Baùtte! II
colla morte del fratello da mia continua
trepida/ione , intimò guerra al sultano
d'Egitto Ascraf Kaitbai, per vendicarsi
di Ini per l'asilo dato a Zizitn dopo la sua
disfilta, insieme alla moglie Maria che vi
restava ancora e al figlio Amurat, passa-
lo poi a Pvodi,se non glieli consegnava am-
bedue per farli perire; mentre l'altro ni-
pote Ceibug l'avea fatto morire uel vin-
cere il padre. Ascraf si ricusò, e comin-
ciata la guerra vi restò del lutto perden-
te l'imperatore, non avendo più il soste-
gno del visir Acmet benemerito e favori-
to di Bajazet 11 medesimo, per averlo fat-
to strozzare da'muli del serraglio per so-
spetti. I mammalucchi tagliala la testa
del suo amato genero Fet.ilz pascià , la
posero sopra una picca a terrore de't ur-
tili,che restarono sconfini in una 3.' bat-
taglia. A queste disgrazie si aggiunse Pas-
sassi nio che sopra Bajazel 11 tentò un
eterna, e l'uccisione di Mehemel suo ter-
zogenito, da lui ordinata per gelosia che
«ispirasse al Irono. Sedale le interne di-
scordie, risolvè il sultano di guerreggiare
j veneziani e di portare la guerra in Eu-
ropa nel «49^j co' pretesto d'aver essi ne-
gato alla sua flotta d'entrare nel porlo
«li Cipro, ch'era destinata contro l'Egit-
ti; e perchè la repubblica avea soccorsi
GiovanniCa4riota e Giovanni Cerno vieta
nemici acerrimi della Porta. Ali pascià
invase la Dalmazia, prese Durazzo e Le-
-jifìht'OyModone e Corone, oltre altre piaz-
ze importanti, devastando con orribile in-
vasione il Friuli Schender pascià, a isti-
gazione del duca di Milano, contro il qua-
le i veneti erano collegali con Luigi XII
re di Francia. Neil' impresa e strage di
lUodone, vi contribuì il sultano capita-
nando i5o.ooo turchi. Agitalo Alessan-
dro VI per tali successi de'mussulmani,
si unì in lega e fornì grossa somma di de-
naro a'veneti, al re d'Ungheria, a' fran-
cesi e spagnuoli, a'cavalieri di Rodi, pub-
T U R
hlicAndoln nella Pentecoste i 7 o i nella
cappella papale.eon dichiarazione di por-
si egli stesso alla testa de'erociati. La guer-
ra segni con varia fortumi. Il gran Con-
SftUo colle galere di Spagna si unì a quel-
le del Pesaro generale de' veneziani, pre-
sero Cefalo nio e ricuperarono s. Maura.
Il cardinal Aubusson legato apostolico
con 3 vascelli allenì le spiaggie dell'A-
li itolia, e portò lo spavento a Costantino-
poli. Ma la flotta francese comandata da
Jieveslein, nell'ossa lir Melelino, una fu-
riosa tempesta la balzò a Taranto. Non-
dimeno Venezia si vide costretta a dura
pace, cedendo a'turchi s. Maura, Duraz-
zo, Lepanto, Modone, Corone, Capogal-
lo e Navarino, solo restandole Cefalonia.
Papa Giulio 11 tentò una spedizione con-
tro i turchi, spedì legati a'principi cristia-
ni, e il nunzio Giacomo Pisone al re di
Polonia, esortandolo a prenderne il co-
mando; ma fu impedite a lare altro, per
ricuperare i domimi tolti alla s. Sede, e
per le conseguenze che accompagnarono
e seguirono la famosa lega di Cambray,
ed anco perchè Bajazet II cessò di mole-
slare il cristianesimo, per essere fieramen-
te perseguitato da Selira I. Il sultano do-
po tanta vita agitala, erasi abbandonato
al vivere tranquillo e a'piaceri, lascian-
do tutto il governamento a'pascià, i qua-
li non seppero profittare delle divisioni e
guerre civili che laceravano la Persia. In
seguito volle Bajazet II rinunzia»' l'impe-
ro al primogenito Achmetda lui amato,
ina non gli riuscì come contrariato dai
turbolenti giannizzeri. Selim I figlio mi-
nore, col pretesto di far guerra all' Un-
gheria,radunò un corpo di truppe per im-
pedire il divisamento del padre, il quale
invecegli ordinò di non muoversi dal suo
governo di Trebisonda. Però l'ambizio-
so e superbo Selim l non l'ubbidì, e ar-
dì di presentarsi con 20,000 uomini per
combattere suo padre. Nella battaglia fu
spettatore sopra un carro Bajazet li, co-
mechè travagliato dalla golia, e vinse pel
valore di CÌierseg-Ogli. b\ felice succes-
;
T ti R
so ili nuovo lo determinò a cedere il Iro-
no od Ai hmel; ma i giannizzeri suoi ne-
mici implacabili, guadagnali clall'oio di
Sellili I, si sollevarono con tanta furia che
per poco non tolsero vita e regno al sul-
tano. Armata mano si sparsero per Co-
stantinopoli , trucidando e saccheggiati*
do le case di coloro, che il furore dipin-
geva loro divoli al stillano, e coisi al ser-
raglio con urli feroci minacciarono at-
terrarne le porte se non s'aprivano. Ba-
jazet 11 le fece aprire e loro si presentò
domandando cosa volevano. Risposero
non voler Aehinel per in. peratore, rico-
noscer lui solo, ma essendo egli divenu-
to malsano e vecchio, bramare Se! ini I
a successore. Il sultano minacciante e fie-
ro lo negò. Allora i sollevali occupato il
serraglio, proclamarono sultan Selim, e
Bajazel 11 ad evitare una carnificina »i
acconsentì. Chiamato Selim 1, che dopo
la sconfitta era fuggilo, il patire alla pre-
senza detrattili lo ricevè sedente iti ele-
valo Irena, lo fece asside re al suo fianco
e dichiarò imperatore ottomano, ceden-
dogli interamente la sovranità, con entu-
siastico giubilo degl'insolenti giannizze-
ri , che si resero più audaci. Bajazet li
partì per Dìdinwlica, città di aria pura
e opportuna alla sua deteriorala salule,
esortando il figlio al buon governo del-
limpero, solo facendosi accompagnare da
Xmuzez pascià favorito. Non contento
l'ingrato Selim 1, per impadronirsi dei
suoi tesori onde nouperveu isserò ad Ach-
illei, per aver più forza di contrastai gli
il trono, dall' ebreo hekinzinbasci, uno
de'due protomedici della corte, fece ini-
quamente avvelenar subito il padre , il
quale giunto a Izurolo presso Adriano-
poli vi soccombè di Gì anni a' i 7 otto-
brei5i2; portalo il corpo a Costantino-
poli, con pompa fu deposto nella moschea
da lui fabbricata, indi Selim I fece deca-
pitai e il protomedico per occultare il par-
ricidio. 11 feroce nuovo sultano, dopo a-
ver anche latto uccidere i fratelli A eli me t,
che avea tentato avvelenarlo, e Corcut,
TUR 3 19
rivolse tutto l'amino a grandi imprese, e
desideroso d'ampliar l'impero, soleva di-
re che in poco più di 20 anni voleva sot-
tomettere tulio l'universo. Con sì vasti
pensieri pacificatosi col re d'Ungheria e
i veneziani, marciò con 200.000 com-
bat tenti contro il soli di Persia Selah-l-
smael I, per ospitare il nipote Amurat;
u'io agosto 1 5 1 4 > co^e fulminanti sua
artiglierie trionfò a Galileiano sulle i ìvò
dell' Arasse , s' impadronì della celebre
Tauri*, e devastando il regno, i persiani
furono costretti mandargli la testa del ni-
pote, secondo l'Abbondanza, il quale con
anacronismo dice altrove, che Amurat fu
preso in Piodi e ucciso da Solimano IT.
Questo principe figlio di Selim I, scam-
pò il veleno suo per l'accortezza dell'a-
morosa madre. Proseguendo Selim I il
corso di sue vittorie, nel 1 5i 6 invase VE-
gitto, essendo sultano Cam poso ne Gall-
io o Kansu Algurri, dopo il quale nel
i5i 7 Toumambai fu l'ultimo. Imperoc-
ché distrutti i mammalucchi circassi, col
Cairo lo conquistò interamente, ed unì
come una provincia all'impero ottoma-
no nel idi 7. Con prospera fortuna si re-
se padrone anche della Mesopolainia,del
paese deJKurdi, dell'Armenia, e della Si-
titi, ove i bellicosi drusi gli fecero resi-
stenza. La Palestina passò in altro domi-
nio, ma per nulla si cambiò l'infelice con-
dizione de'erisliani sotto il sultano di Co-
stantinopoli. Ti ovò nella Paioli na i fran-
cescani latini possessori de'sanluari e in-
caricali della loro custodia , ma già in-
quietati dalle ingiuste pretensioni de'mo-
naci greci scismatici che brigavano di
spossessarli. Selim I scelto aibitro dalle
i\ut parti, giudicò in favore de'latiui,mos-
so e persuaso da'documeuli che questi gli
mostrarono, il contrailo cioè di Roberto
re di Napoli, ed i fìrmani de'di versi ca-
liffi e sultani d'Egitto. 1 latini fecero an-
cora vedere il permesso di riparare il con-
vento eia chiesa di Beltlemme, loro con-
eesso nel i446 dal sultano Achillei iNacer,
che altri chiamano Abusaid Jacninc. Do-
3™ TUR
cumenti tutti, clie nncora si conservano
pel convento de'minori osservanti del ss.
Salvatore in Gerusalemme. Pienamente
convinto Selim 1 del diritto de'latini,diè
loro vinta la causa, ed impose a 'greci che
si astenessero dal piti oltre molestarli. I
quali queruli pretendenti l'intimidirono
bensì per un momento, ma ben presto ri-
cominciarono le loro invasioni di fatto ;
per le quali furono costretti i Ialini a ri-
correre a nuovi mezzi di difesa. Tornato
Selim I a Costantinopoli carico delle pre-
ziose spoglie della Persia e dell'Egitto,
le fece appendere nel cliasna o tesoro im-
periale quali trofei e per incitamento d'al-
tre conquiste a 'successori. Riprometten-
dosi lunga vita, vago di gloria e di esten-
dere il suo impero, si accinse a fare pre-
parativi formidabili contro Rodi, per poi
passare nell'Italia e in Germania. Intan-
to Papa Leone X celebrando a'16 mar-
eoi 5i 7 l'ultima sessione del concilio ge-
nerale di Laterano V, essendo in grave
apprensione pel conquistato Egitto e sua
Siria, per non aver più il sultano poten-
ze rivali nelPOriente,quindi non aver più
nemici da combattere che nel Ponente,
per a ver la costernazione invaso il distia*
nesimo, lesse a'padri una lettera dell'im-
peratore Massimiliano I, che esprimeva
il dolore di vedere la cristianità in preda
all'invasioni d'un popolo barbaro; men-
tre alla dieta di Norimberga uvea scritto
di sempreaver desiderato il ristabilimen-
to dell'impero di Costantinopoli e libe-
rarla Grecia da'turchi;che perciò volon-
teroso avrebbe assunto l'impresa, se gli
altri capi lo avessero secondato; ma egli
era incostante e nulla fece. Nel concilio si
lessero pure le lettere de' re Carlo V di
Spagna e Francesco I di Francia , che
promettevano soccorsi. Quindi il Papa an-
nunziò solennemente la crociata e le ri-
soluzioni prese per intraprenderla, colle
decime per 3 anni; nominò i due re ge-
nerali della spedizione, e per invocar il
divino aiuto a piedi nudi recossi in pro-
cessione da s. Pietro alla chiesa di s. Ma-
TUR
ria sopra Minerva; indi inviò per legati
e nunzi i cardinali e i prelati più illusi r
alle potenze cristiane, per con venire a una
tregua generale per 5 anni. L'Italia era
allora zeppa de' greci rifugiati, fra'quali
molti dotti,ed essi influivano grandemen-
te sugli animi e di continuo dipingevano
i turchi come un popolo barbaro e fero-
ce; la lingua greca die insegna vati facen-
do conoscere i capolavori della Grecia,
serviva a contribuire all'aumento d'odio
delle genti contro i crudeli dominatori di
Gerusalemme, d'Atene,di Costantinopo-
li. Leone X formò il piano della guerra
santa, dopo aver consultato i più esper-
ti capitani, proponendosi d'imbarcarsi e-
gli stesso nel porto d'Ancona, per recar-
si sotto alle mura di Costantinopoli, ge-
nerale convegno di tutte le forze cristia-
ne. Il diseguo eia gigantesco, ne l'impe-
ro ottomano sarebbe giammai stato espo-
sto a pericoli più grandi , se così vasto
concetto avesse potuto mandarsi ad ese-
cuzione. Ma i monarchi appena alcuni
mesi osservarono la tregua proclamata
dal Papa, onde le forze destinate contro i
turchi divennero loro necessarie per in-
grandire o difendere i propri stati. Con-
tribuì ancora al raffreddamento de'prin-
cipi, la sfrenatezza di Lutero, che ardita-
mente impugnando l'indulgenze, che fa-
ceva predicar Leone X per le oblazioni
perla riedificazione della chiesa di s. Pie-
tro, tliceva empiamente: Chela Corte di
Roma, per fabbricar la Chiesa di s. Pie-
tro, demoliva la Chiesa di Gesù Cristo!
Alle sueeretiche bestemmie aggiunse an-
che questa : E un peccato il resistere ai
turchi, poiché la Provvidenza si serve di
questa nazione infedele per visitare le ini-
quità del suo popolo! Egli avversava la
crociata perchè essa chiamava il concor-
so de! Papa, e spinse tanto l'odio contro
di esso, che poi giunse a dire doversi fa-
re la guerra al Papa e al turco, e scrisse
un libro di preghiere contro i turchi, con-
dannando con contraddizione l' indiffe-
renza de'popoli nel combatterli. L'apo-
:
TUR
siala ed eresiarca Lutero non solo fu ca-
posala de' Luterani (T .J, ma da essi de-
rivarono quelle altre deplorabili sette de-
nominate Protestanti (V.). Queste tri-
sti dispute religiose e le guerre fanatiche
sostenute per difenderle, distrussero af-
fatto il senti mento cristiano per la repres-
sione de' turchi, con immensi danni del
cristianesimo indifeso, meno rare eccezio-
ni derivate dal zelo di alcuni Papi, o dal-
la necessità de' sovrani per conservare i
propri stati, in che pure contribuì l'ine-
sauribile paternità pontifìcia. Questa è
Storia (V.). In questo mentre Selim I,
per un'ulcera cancrenosa e feteute nelle
reni, spirò di 46 anni come una fiera a' '22
settembre 1 520, nel castello di Chiurli in
Romania,ove avea tentato uccidere il pa-
dre. Principe d'aspetto deforme e truce,
crudele e sospettoso, fu poco portato per
le donne pel nefando vizio che la vere-
condia m' impedisce di nominare, ver-
gognosamente predominante ne'turchi e
negli orientali : si disse eccellente pittore
e valente poeta; lasciò nell'eccesso di sua
superba oltracotanza i seguenti stoma-
chevoli versi perchè in turco, greco e sla-
vo si scolpissero sulla sua tomba. Io sono
quel gran Selim che fé tremar la ter-
ra, Marte medesimo avrebbe temuto il
mio invincibil braccio. Ancor dopo la
mia morte cerco i combattimenti. Se il
mio corpo e quii V anima mia e nella
guerra.
Solimano li il più celebre degl'impe-
ratori oltomanijSoprannominato il Gran-
de ^W Magnifico, \\ Conquistatore e il Le-
gislatore, successe senza turbolenze e sen-
za opposizione a Selim I suo padre, men-
tre governava la Magnesia appannaggio
degli eredi del trono. L' accorta vigilan-
za della madre 1' avea salvato dal veleno
del padre. L' opinione favorevole che i
turchi hanno de'numeri interi, fece loro
concepire i più fausti presagi sulla gran-
dezza e prosperità del loro nuovo sultano,
perchè nato nell' anno 900 dell' Era E-
gira. Egli die principio al suo reguo con
VOL. LXXXI.
TUR 32i
atti di giustizia: permise a tutti i suoi sud-
diti di domandare i beni che loro erano
stati ni pili, esempio unico nella storia dei
turchi; ma le restituzioni non furono ne
numerose, riè considerabili, perchè i più
de' proscritti aveano perduto la vita, ed
esse non si estesero a'ioro eredi. Represso
il ribelle governatore di Siria Kauberdy,
Solimano li non meno avido di glorie
e di conquiste de'più bellicosi suoi ante-
nati, seppe profittare destramente delle
funeste rivalità dell'imperatore Carlo V
signore della monarchia di Spagna (V.)^
di Francesco I re di Francia (f.)^ volse
contro l'Europa le sue prime armi. Fatal-
mente i cristiani colla morte del padre si
lusingavano estinta ne' turchi la sete di
conquistare. Leone X in mezzo alla pom-
pa delle belle arti da lui protette, distrat-
todalleguerred'ltalia, dalle cure del pon-
tificato, e da'progressi dello scisma per la
pretesa riforma praticata dall'ardente Lu-
tero, non potè più attendere alla spedi-
zione contro i turchi, abbandonata o ne-
gletta da' principi. Morì il i.° dicembre
i52i, e gli successe il virtuoso cardinal
vescovo di Tortosa(P.) Adriano VI, as-
sente da Roma e poco conosciuto, che tro-
vò il Tesoro pontificio del tutto esausto.
11 sultano chiamatosi offeso del tratta-
mento ricevuto da'suoi ambasciatori nel-
la corte di Luigi II re d' Ungheria, a'29
agosto J.522 espugnò Belgrado baluardo
del regno e frontiera del cristianesimo, lo
scoglio in cui erasi infranta la potenza di
Amurat II e di Maometto II. Niun impe-
dimento ne fecero i principi cristiani, e
pure con tal conquisto i turchi s'aprirono
la strada nell' Ungheria e a que' futuri
progressi che fece dolorosamente pentire
di tanta indifferenza. Adriano VI, ad on-
ta della peste che desolava Roma, avea in-
viato al re il cardinal Vio con 4°}°00
ducati; e sovvenne le minacciate Schiavo-
nia e Croazia con frumento e munizio-
ni. Di più, inviò un legato a Norimber-
ga, onde si ha : Legatio Adriani PP. VI
ad Coìwentum Nurembergensem anno
21
3aa T U R
1 5? 2 /w/.w/r/Witlembergaei 53 8. Lo sles-
so Solimano II per la presa ili Belgra-
do venne in potere dell' importante Pe-
terwaradino e oltre piane. Indi il solfa-
no inviò il gran visir al conquisto di Ro-
di, l'nllima colonia de' cristiani in Asia,
che non era riuscito a Maometto II, per-
ciò vi si recò «nell'egli, onde impadronirsi
di quest' altro propugnacolo elei cristia-
nesimo, guardia d'oriente, aiuto e asilo
de'pellegrini, rifugio de' perseguitati cri-
stiani, dagli storici turchi indegnamente
qualificala tana di ladroni A cavalieri Ge-
ro solim itani, abbandonati alle sole pro-
prie forze, poiché l'impotente AdrianoVI
non potè mandar che 3 grosse e ben for-
nite navi dal vento ritardale, per tradi-
mento furono costretti da 4oo vele e da
2oo,oco turchi a capitolare onorevol-
mente il giorno di Natale. La storia ha
reso celebri le fatiche e i miracoli d'eroi-
sniOjCo'quali il benemerito ordine sovrano
illustrò la propria difesa, indi obbligato
per alcuni anni a mendicare una dimora
finché ebbero Malta {?>), da dove pure
guerreggiarono i turchi, finché i cristiani
loro non la tobero.L'infeliceAmurat figlio
di Geni oZizim,cheavea ricevuto il batte-
simo ed erasi sposato secondo il rito del-
la chiesa cattolica, colla moglie e 4 fign
dimoiando in Rodi, inutilmente procurò
occultarsi alle ricerche accurate del sul-
tano, a cui la religione e la politica impo-
sero di farlo perire. Condotto innanzi So-
limano li colla famiglia, e interrogato
qnal religione professava, Arnurat ilare e
franco rispose, la cristiana, in uno alla
moglie e figli. Turbato il sultano, I' am-
monì a tornare alla religione de' padri
suoi, ma Amuratsi ricusò: subito fu stran-
golato con due figli, e la moglie colle due
figlie furono inviate al serraglio di Co-
stantinopoli. L'animo zelante dello sven-
turato Adriano VI restò profondamente
trafitto; sollecitò i principi cristiani a far
fronte al colosso che li minacciava, e im-
pedire ulteriori progressi in Ungheria, e
di penetrare in Italia; laonde per sua ope-
T U R
ra si concluse lega tra Carlo V, i re d'Un-
gheria e d'Inghilterra, i veneziani, lascian-
do in libertà il redi Francia di entrarvi.
Estenuato da tante cure e pene, mori A-
driano VI a' 1 4 settembre i 523,e gli suc-
cesse Clemente V II, il quale nel ì ?2 5 so-
lennemente pubblicò nella basilici» Lille-
ranense la lega fatta contro i turchi. Re-
pressi i sediziosi d' Egitto, Solitna.no II
pubblicò regolamenti per l'amministra-
zione della giustizia e delle finanze, e per
quella delle rendile delle moschee. Rifor-
mò vari abusi introdotti dalla cupidigia
e dall'ignoranza, e fece punire i cadì col-
pevoli di prevaricazioni. Prescrisse diver-
se pene secondo la diversità de' delitti,
quella di morte per gli omicidii e per al-
cuni furti. Amante dell'ordine, volle in-
trodurlo in tutti i rami del governo. E-
resse le provincie in pascialatici e in san-
giaccati,ed assegnò truppe a'pascià confe-
rendo loro grande autorità, onde conte-
nere i popoli nell'ubbidienza. Moltiplicò i
gradi degli ufficiali di sue milizie, ^volen-
do bilanciare l'arroganza de'giannizzeri,
istituì il corpo de'hoslangi a'quali affidò la
cura esterna de' suoi palazzi e la conser-
vazione de'giardini. Mormorandole trup-
pe inasprite dal riposo dell' ozio, nel i526
Solimano lì portò nuovamente la guerra
inUngheria, ripresePeterwaradino e mol-
te altre piazze, e guadagnò la celebre bat-
taglia di Munita ts, in cui vi perì l'ultimo
re d'Ungheria Luigi II. Pugnarono circa
200,000 turchi contro circa 26,000 un-
gati, l'entusiasmo religioso de'quali dovè
cedere all'esorbitante numero de'nemici,
e vi perirono diversi prelati e l'arci vescovo
di ColoczaTomorreOjche incautamente a-
vea consigliato affrontare sì gigantesche
forze. Tale vittoria aprì a Solimano II le
porte di Buda capitale del regno, che sac-
cheggiò e bruciò, il fuoco consumando
nella reggia la collezione d'eccellenti pit-
ture e statue di bronzo, e la ricca biblio-
teca, tranne alcuni mss.,da Mattia Cor-
vino ivi riunite. Clemente VII che tro-
vavasi in deplorabili condizioni, pure vi
T UR
avea mandato a sue spese un corpo di te-
deschi e boemi, ed esortato i baroni del
regno urgentemente a cooperare alla co-
mune difesa, non che invialo 5o,ooo scu-
di, e data facoltà d'alienare i beni di chie-
sa e i vasi sagri preziosi. Dispose inoltre,
che se il sultano investisse l'Italia, si ven-
dessero tutti gli ori e argenti delle chie-
se, per opporsi vigorosamente alle sue ar-
mi. Per buona ventura Solimano II tornò
a Costantinopoli, per far punire dal co-
gnato I brami gran visir l'insurrezione di
parte dell'Asia Minore. Indi con 3oo,ooo
uomini nel 1^29 ritornato in Ungheria,
col pretesto di sostenere Zapolski, che
contrastava il regno a Ferdinando d'Au-
stria re de'romani e cognato di Luigi II,
riprese Buda occupata dal nuovo re, e la
consegnò a Zapolski colla da lui doman-
data investitura del regno, che perciò di-
venne indegnamente vassallo della Porta;
mentre i suoi generali sottomettevano
Bogdano principe di Moldavia^ la qitale
ancora divenne feudo dell' impero otto-
mano. Quantunque avanzata la stagione,
con 2 5o,ooo turchi cinse d'assedio Vien-
na capitale dell' Austria, valorosamente
difesa da Federico conte Palatino e da
Filippo suo nipote, perciò benemeriti del
cristianesimo. Dopo avere perduto 80,000
uomini, le pioggie continue e 1' inonda-
zioni del Danubio lo costrinsero a parti-
re, proferendo 1' anatema a chi fra' suc-
cessori avesse osato rinnovar tale impre-
sa. Il savio Ibraim l'avea consigliato alla
ritirata, poiché tutta Germania si armava
alla difesa della regione. Si dice che I-
braim contribuì all' abbandono di Vien-
na, per l'attacca mento conservato nel fon-
do del cuore alla religione cristiana, in
cui era nato da una famiglia di Ginevra
trapiantata in Albania, donde fu portato
al serraglio e educato con Solimano II.
Quel contegno d' Ibraim, penetralo poi
dalla sua nemica Rosselane,|servì per uno
de' capi d' accusa che lo sagrificò, come
avesse avute intelligenze col nemico. Seb-
bene Clemente VII avesse patito il tre-
TUR 3*3
tnendo sacco di Roma dall' esercito di
Carlo V, nondimeno inviò a questi 12
navi costruite a sue spese per la difesa
del litorale d' Italia, e al fratello Ferdi-
nando I spedi il cardinal Ippolito de Me
dici suo nipote, perchè a suo conto sti-
pendiasse 1 o,ooo cavalli ungheresi; indi
non cessò d'animare i principi cristiani,
per la pubblica salvezza a porre un argine
alle crescente potenza del sultano. Ferdi-
nando I ricuperò alcune piazze, ma fu co»
stretto levar l'assedio da Buda, per l'a-
stuzia di Mehemed governatore di Se-
mendria, spacciandosi pel gran visir. Car-
loV recatosi in Ungheria, raccolse 90,000
fanti e 3o, 000 cavalli nel i53i. Vi ac-
corse Solimano II con 4^°>000 turchi,
prese Gradisca^ sottomise la Schiavo-
nìa e assediò Strigonia. Nel i532 i due
imperatori si trovarono vicini, e tutta Eu-
ropa attendeva l'esito della lotta che sta-
va per cominciare; ma i due accorti ri-
vali, egualmente formidabili, probabil-
mente temerono con cimentarsi di com-
promettere la loro gloria, e si condussero
con tanta circospezione, che la campagna
finì senza risultati importanti. Carlo V si
contentò d' essersi mostrato a' turchi, e
Solimano II tornò a Costantinopoli, per
reprimere le rivolte del kan di Crimeaj
di Persia e di Bagdad l'antica capitale dei
califli. Il sultano visitò le tombe d'Ali e
d'Hossein, ne fece restaurare le moschee,
e ordinò lo scavo del canale dall'Eufrate
a Mesched Hussein. Aveano leflottecom-
binate di Carlo V e di Venezia, coman-
date dal celebre Andrea Doria e da Vin-
cenzo Cappello, ricuperato varie piazze
delle coste diMoreaedella Grecia, le qua-
li non lardarono a conquistarsi dal famo-
so corsaro Ariadeno Barbarossa pel sulT-
lano, di cui era ammiraglio. Inoltre Aria-
deno con possente flotta spaventò il lito-
rale del mar Tirreno, saccheggiando Pro-
cida, Capri, Terracina,e Fondi ove ten-
tò rapire l'awenentissima Giulia Gonza
ga per donarla a Solimano II. Inoltre
Ariadeno avea al mltano fatto omaggio
3^4 TUR
ilei suo regno tV Algeri, dì cui era dey,
quindi lieti oui zzò del regno di Tunisi
JVIuley-Hascem, reudendo tributario il re-
gno olla Porta ottomana. Mule y ricorse
a Carlo V per essere ristabilito, giurando
perpetua lega co 'cristiani a danno de'lur-
clii, per cui Papa Paolo HI persuase l'im-
peratore a intraprendere di persona la
spedizione, gli somministrò aiuti ed ebbe
felice riuscita, onde Carlo V fu poi rice-
vuto in Roma a modo trionfale. Barba-
rossa per vendicarsi devastò i lidi della
Sicilia e della Puglia, e s' impadronì di
Castro nella medesima. Intanto tornato
Solimano li dall'Asia in Costantinopoli,
ad onta che avesse giurato per 1' anima
di suo padre e di Maometto di giammai
farlo perire, ad onta di giuramento sì sa-
grosanlo tra'maomettani, fece uccidere il
gran visir Ibraim, il più valente de'suoi
generali, perebè avea spinto il suo orgo-
glio fino al punto d'assumere il titolo, fiuo
allora inaudito, di serascìùere sultano,
e si era reso colpevole di vari abusi di po-
tere. Altri lo difendono da tali incolpa-
zioni, e le calunnie sostengono inventale
da Rosselane per aver protetto Mustafà.
Quanto ai giuramento si dice, che Soli-
mano li per non più osservarlo ne con-
sultò il muftì. Questi già prevenuto da
Rosolane, rispose, che quando il princi-
pe dorme non regna. Pertanto il sultano
ordinò ad uu euuuco d'uccidere Ibraim,
mentre egli dormiva. Così si assolse dal
più inviolabile giuramento ; e l' impero
perde il più savio ministro della corte.
Quiudi i suoi generali fecero tributari del-
la Porta i principi di Giorgia, sottraen-
doli alla Persia. Portatosi Solimano II
uell' Albania, l'assoggettò interamente ;
ma nel danneggiare i veneti con toglier
loro varie piazze, non gli riuscì d' espu-
gnare Corfhy Cattar o e Napoli di Ilo-
mania. Paolo III per opporre un limile
a'progressi de'turehi, si recò a Nizza per
pacificare Carlo V e Francesco J, e in-
durli ad opporsi ad essi, ma solo ottenne
una tregua di io anui. Accrebbe i privi*
TUR
legi de' Catecumeni e Neofiti (/'".), tur-
chi ed altri, che avessero abbracciato la
fede cattolica, dichiarando cittadiui roma-
ni gli schiavi turchi ad essa convertiti. Si
può vedere il Vermiglioli, Lezioni di di-
ritto canonico, lib. 3,lez. 33: Della con-
versione degV infedeli. Indi il Papa nel
i537 si strinse in lega contro i turchi,
con Carlo V e i veneziani, che dopo 3 so-
lenni processioni pubblicò in s. Pietro :
dopo il canto del Te Deiun, ammise gli
ambasciatori dell'imperatore e della re-
pubblica al bacio del piede, della mano
e della faccia, obbligandosi di fornir loro
3o galere armate. Il Papa nel 1 538 desti-
nò Marco II Ori ma ni già patriarca d'A-
quileia (di cui parlo a Udine nel ripor-
tare la serie de'patriarchi) a comandan-
te generale della flotta pontificia, nella
quale occasione fu coniata al prelato una
medaglia colla sua effigie e 1' epigrafe :
Marcus Grim. D. M. Pro Pat. Aquil.
Pont.Clasis Imper.Miì Andrea Doria am-
miraglio di Carlo V colla sua condotta fu
cagione de' pochi successi riportati, del-
l'infelice conflitto di Prevesa, e del ritiro
de'veneti che si pacificarono con Solima-
no 11, cedendogli Malvasia e Napoli di
Romania. Il sultano fece portare le sue
armi nel golfo Arabico e sul mare del-
l'India, ed il Yemen fu conquistato. Col-
la morte di re Zapolski, nel i5/fO rico-
minciò la guerra contro Ferdinando I,da
cui il sultano ricusò l'offerto omaggio e
tributo; se ne impadronì dopo aver scon-
fitto l'esercito cristiano, nel quale erano
4ooo fanti stipendiati da Paolo III. Il
veneto Luigi Grilli insinuatosi nell'ani-
mo del sullauo, ne divenne generale e peli
in questa guerra per aver ordinato la mor-
te d'Americo vescovo di Varadino, ven-
dicato dagli ungheresi. Solimano li al fi-
glio del defunto re die in vece dell' Un-
gheria per compenso la Transilvania co-
me un feudo. Fu allora che fece il suo
trioufale ingresso in Ruda, e convertì le
chiese in moschee, lasciaudo agli ungari
la loro religione, i privilegi e le proprietà.
TUR
Paolo III per la difesa del litorale dello
«tato pontificio, contro i pirati ei turchi,
istituì gli ordini equestri di s. Giorgio di
Ravenna (F.)9 e del Giglio (V.). Nel
i54?- Solimano li, come nemico di casa
d'Austria, si alleò con Francesco I re di
Francia, ed i gigli unitisi alla mezzaluna,
commisero parecchie devastazioni a dan-
no de'dominii di Carlo V; mentre Barba-
rossa infuse il terrore in Ostia, e perciò
anche in Roma. Francesco I, che pri-
ma avea fatto predicar ne'suoi stati la cro-
ciata contro i turchi, alleossi con essi per
vendicarsi del fortunato rivale Carlo V,
con sommo scandalo delia cristianità e
giuste rampogne del Papa.col quale cercò
di giustificarsi, accagionandone la perfì-
dia e l'ambizione dell'emulo per dominar
l'Europa. In vece Francesco I offrì i suoi
soccorsi e la sua intervenzione per quie-
tare le turbolenze che la sediceute rifor-
ma de'novatori avea fatto nascere nella
Chiesa. Però l'esempio infausto di Fran-
cesco I venne ben presto seguito dallo
stesso Carlo Ve da altri potentati cristia-
ni. La politica fatalmente sciogliendosi di
mano in mano ognora più dalla religio-
ne, fece alla fine riguardare la sublime
Porta, non più come un nemico perico-
loso e acerrimo ch'era d'uopo di combat-
tere continuamente, ma come una grande
potenza, ch'era mestieri talvolta d'acca-
rezzare, e di cui poteasi domandar l'aiuto,
senza che con ciò s'oltraggiasse Dio, e si
nuocesse allaChiesa. Lo spirito delle guer-
re sauté era da prima dipendente da po-
polari opinioni e da fervore religioso.
Quando l'uno e le altre si aftievol irono,
e si formarono le grandi potenze, tutti
gli affari relativi alla pace e alla guerra
vennero unicamente trattati ne'gabi netti
de'sovrani, i quali obbliando le idee re-
ligiose, seguirono puramente gl'interessi
politici. Da quell'istante non si tenne più
conio alcuno dell'entusiasmo, e di tutte
le allre cause e passioni che aveano dato
origine alle crociate. Morto Maometto
primogenito del sultano, trafitto questi
TUR 32?
di dolore, dimise per un tempo ogni pen*
siero di guerra, liberò un gran numero
di schiavi cristiani, concesse tregua a Fer-
dinando I, e fondò vari stabilimenti pii.
Nel i546 fu pure afflitto per la perdita
di Barbarossa,e nel 1 548 guerreggiò nel-
la Persia. Dichiarò in luogo del defunto
Barba rossa, capudan pascià il famoso cor-
saro Dragut ; e il non meno famigerato
Sinan pascià rinegato fiorentino,nel 1 55 1
s'impadronì di Tripoli di Barbaria. A.-
vendo la vedova di Zapolski ceduto la
Transilvania a Ferdinando I, il sultano
fece occupare Temeswar, che poi dovè
abbandonare. Carlo V cogli aiuti, solda-
tesche e galere di Papa Guilio III, dal
Doria fece combattere Dragut, ed espu-
gnare la forte città di Mahdia nella reg-
genza di Tunisi. Solimano II vedendo
sconfitto in Persia un suo esercito dallo
sciah Thamas, per la 3.a volta dichiarò
guerra a quel regno. Ma il conquistato-
re di tanti stati e il legislatore de'turchi a-
vea trovato rm vincitore. L'ambiziosa,cru-
delee più sagace che avvenente Rosselane
sanese, che da schiava Solimano 11 avea
fatta sua sposa e favorita, dopo avergli
per io anni fatto dimenticar lealtnulon-
ne di cui avea pieno il serraglio, abusa-
va d'un predominio che i suoi artifizi più
della sua bellezza le aveano acquistato sul-
l'animo dell'innamorato sultano; predo-
minio il quale non fece che crescere, al-
lorquando l'età indebolendo il carattere
del principe, Y ebbe reso più credulo e
più diffidente ; onde alcuni attribuirono
l'incantesimo per Rosselane a un sortile-
gio. 1 raggiri di tale femmina furono ca-
gione de' falli, de' delitti e degli affanni
domestici, che disonorarono e avvelena-
rono la vecchiezza del gran Solimano IT.
Basti qui il dire, che dopo la morte del
principe Maometto, primogenito de'fìgli
che Rosselane avea dato al sultano, essa
gelosa di Mustafà nato da un'odiosa ri-
vale, il quale era divenuto Y erede pre-
suntivo dell'impero, si sforzò di renderlo
sospetto a suo padre, per assicurare il
3*6 TUR
trono ad uno de'suoi propri figli. Com-
plice e agente principale di sua perfidia
fu il ginn visir Rustnm. Accusalo Mu-
*tafà d'intelligenza col re di Persia e di
cospirazione contro il patire, questi lo fe-
ce strangolare da' muli del serraglio nel
i553, presso Tanris, ove erasi recato il
sultano, e nella propria tenda. Indi Soli-
mano Il sfiilò a duello Io sciali Thauias,
che non gli rispose. Allora entrò nell'Ar-
menia persiana, prese e devastò Frìvan,
e distrusse il paese tra Tauiis e Megara.
Però nel i 554 m Amasia si pacificò cogli
ambasciatori di detlo sofì.Le città di Van,
di Marasche di Mosul furono riconosciute
per confini dell' impero ottomano dalla
parte della Persia. La sua flotta butte
quella de'porloghesi nel golfo persico, le
sue armi riportarono altre vittorie sugli
ungheresi, così quelle del kan di Crimea
su'russi,sottomeltendogli il governo di Al-
geri Bongia e 3 altri castelli tolti agli spa
gnuoli. Ritornato Solimano li nel i555
a Costantinopoli, rinnovò con terribile e-
ditlo la proibizione dell'uso del vino, che
per l'esempio e tolleranza d'alcuni suoi
predecessori era divenuto quasi genera-
le ; ordinando di versare del piombo li-
quefatto in bocca a'trasgressori di tale pre-
cetto del Corano, e fece ardere lutti i na-
vigli carichi di vino che giunsero a Co-
stantinopoli. La morte di Piosselane, av-
venuta nel 1 55j, fu fata le a Solimano II e
all'impero. Bajazet suo figlio, che essa vo-
leva sul trono a pregiudizio del fratello
LU'iggiore Selim, in breve lasciò divam-
par contro questi il suo odio. Invano il
padre rimosse la cause di discordia tra essi
colla distanza de'luoghi, ordinando a Se-
lim di lasciare il governo di Magnesia per
quello d'Iconio, capoluogo del pasciala-
tico di Caramania, ed a Baja/et d'amia.- e
a risiedere in Amasia. Questi non ubbidì,
levò truppe e si mosse contro Selim che
l'attendeva nelle pianure d'Iconio. La bat-
taglia seguì a' 3o maggio i55o. e costò
4o,ooo uomini all'impero. Bajazet vinto
fuggì co'4 suoi figli io Amasia,doveinu til-
T U R
mente tentò di ristorare il suo parlito,on-
desi ritirò inPersia,eThamas gli fece l'ac-
coglienza la piùaiIetluosn;ina dopo un an-
no cedendo alle minacce d'un padre irri-
talo, fece avvelenar Bajazet co'suoi figli.
Nel 1 56o la flotta ottomana comandata
dal pascià Pialeh, riportò compita vitto-
ria su quella di Filippo II re di Spagna
e de'ca velieri di Malta nel golfo di Tri-
poli. INel 1 562 il sultano concluse una
tregua d'8 anni con Ferdinando I dive-
nulo imperatore. Indi irritato con delti
cavalieri gerosolimitani, che figuravano
in tutti gli atti di ostilità verso la Porta,
nel 1 565 commise le sue vendette al suo
ammiraglio Pialeh con 40,000 uomini e
numerosa flotta di 200 vele, olire la squa-
dra del famoso Dragut corsaro e pascià
di Tripoli di Barbaria, ed anche per im-
padronirsi della loro isola di Malta, a
mezzo della quale credeva facile l'impre-
sa di Sicilia e d'Italia. Espugnato il caste!
s.Elmo, i turchi posero l'assedio a Malta,
da dove gl'invitti cavalieri respinsero 12.
furiosi assalti, in cui perì Dragut che a-
vea disapprovato la spedizione, con circa
20,000 turchi. Questi ritiratisi svergo-
gnati, dopo avere rovinalo le fortificazio-
ni della città con 78,000 tiri d' artiglie-
ria, sfogarono il loro dispetto contro Scio,,
per punire gli abitanti d'aver informato i
maltesi de'disegni della Porta. Per la di-
fesa di Malta si segnalò il zelo di Papa
Pio IV, sia con pubbliche orazioni, sia col
munir tutte le fortezze marittime, sia con
animareesoccorrere i cavalieri sino a pro-
metter loro di recarsi da essi in persona. In-
viò loromunizionijdenari, un reggimento
di milizie e poi altri 4000 uomini levati a
sue spese nel proprio slato; oltre le galere
riunite a Messina, e colle altre da lui otte-
nute da Filippo II, dal duca di Savoia, e
dalla Toscana, ove Cosimo I avea istituito
l'ordine militare ed equestre di s. Stefa-
no /(/'".), che divenne celebre per l'im-
prese navali, contro le piraterie africane,
barbaresche e turchesche. A riparare le
rovine di Malta, e per l'edificazione della
TUR
«uova ci Un, munifico fu il successore s.
Pio V, tutto impegnato per la depressio-
ne de' turchi e in proteggere i beneme-
riti cavalieri dallo sdegno di Solimano II.
Di più s. Pio V avendo impegnato il re di
Francia per la liberazione degli schiavi fat»
ti a Scio, ebbe la consolazione di vedere e-
saudite le sue paterne sollecitudini. Mor-
to Ferdinando I, il governatore dell'Un-
gheria austriaca, per suo figlio Massimi-
liano II, avendo rotta la tregua e com-
messo ostilità contro i turchi e il vaivoda
di Transilvania loro vassallo, il sultano
volle intraprendere la sua i 3.a spedizione
ad onta dell' avanzata sua età e infermi-
tà, preceduto da 200,000 uomini, do-
po aver fatto rapidamente costruire da
»5,ooo uomini il meraviglioso ponte di
Essech sulla Dia va. Per questa guerra
s. Pio V, invocato il celeste aiuto eoa
Giubileo universale e di vote processioni,
inviò all'imperatore 900,000 scudi d'oro,
olire la promessa d'altri annui 5o,ooo
sino al fine della guerra, ed eccitò molti
principi a fare altrettanto. Ma l'esercito
adunato a Giavarino attese più a vane
ostentazioni, che a porger soccorso all'as-
sediate piazze di Zigliet e Alba Giulia,
che caddero in potere de'turchi. Per l'e-
salazioni delle paludi, Solimano li si am-
malò e morì il 4o l'8 settembre 1 566. II
granvisirTcheleby volendo prevenire ogni
sedizione nel campo, assicurare il trono a
Selim li, ed espugnare Zighet, che fu
presa dopo 2 giorni, tenne occulta la mor-
te del sultanocon far perire il medico e gli
schiavi che ne nveanoil segreto. Sei set-
timane dopo il gran visir die il seguale
della partenza, e solo in Belgrado l'eser-
cito seppe la morie del suo sovrano e ac-
clamò Selim II. Il corpo di Solimano II
fu portato religiosamente a Costantino-
poli e deposto nella grande moschea Soli-
mania, da lui fondata e di cui la magnifi-
cenza e la grandezza non sono inferiori
che a quella di s. Sofìa. Tale vasto edi-
ficio contiene nel suo recinto 4 collegi, un
ospizio pe' poveri, un ospedale pegl' iu-
T U R 327
fermi, e una biblioteca di mss. pubblica.
Gli altri monumentiivi ealtrove da lui fon-
dati, attestano l'amore di Solimano II per
T umanità, le scienze e la religione, eoo
fondi assegnati al mantenimento degli e-
difizi e de'ministri addetti. Tutto questo,
la protezione che accordò alle lettere e
alle arti, lo splendore di sua corte, in cui
erano ambasciatoli e principi di diversi
paesi d'Europa, Asia e Africa; l'aria di
grandezza e maestà di tutta la sua per-
sona, non ostante la semplicità de' suoi
vestimenti, giustificano i soprannomi di
Magnifico e di Grande, che la posterità
gli ha conferiti. Principe, del quale i tur-
chi non videro forse mai né men barba-
ro,né più glorioso, e che a misura del suo
vasto impero ebbe capacità per ammi-
nistrarlo. I turchi gli hanno dato il titolo
di Ghazyt a motivo delle sue conquiste
e delle sue vittorie; l'onorano col nome di
Schehid, martire, perchè morì in guerra
contro i cristiani; ma il soprannome di
Canuny, il legislatore, commemora a un
tempo e il vanto in lui di sapienza, e il ri-
spetto degli ottomani che si governano
ancora colle sue istituzioni. Solimano II
propriamente non pubblicò un corpo di
leggi, poiché il Corano è il codice unico
e universale de'maomettani; ordinò sol-
tanto una compilazione, una revisione di
tutte le massime e regolamenti de' suoi
predecessori sull'economia politica, civi-
le e militare; ne riempì le lagune, rego-
lando i doveri, il grado, il vestire, i poteri
e i privilegi di tulli gl'impiegati della cor-
te, della città, dell'armala, le leve, il ser-
vigio, l'allestimento, il soldo delle truppe
di terra e di mare, il modo delle esazioni
e delle spese del pubblico tesoro. Però tali
istituzioni, che i conternporenei qualifi-
carono allora superiori a quelle dell'altre
nazioni d'Europa, il capolavoro della sa-
pienza umana, non avendo provata sino
a'nostri giorni ninna migliorazione, col-
l'andar del tempo necessariamente si tro-
varono al di sotto de' progressi fatti più
tardi dalla civiltà, dalla legislazione e dal-
3*8 TUR
le scoperte. Sebbene il sistemo ammini-
strativo di Solimano II meriti) lodi, hi co-
stituzione e la potenza de'lurchi, perve-
nute sotto il suo regno al più allo grado
di perfezione e di consistenza, dipoi sem-
pre declinarono. Egli stesso forse preparò
tale decadenza colla famosa legge, la qua
le allontanando dal comando degli eser-
citi e dal governo delle provicele i mem-
bri della famiglia imperiale, assicurò de-
bolmente la tranquillità del sovrano, e
condannò gli eredi del trono alla reclu-
sione, per conseguenza all'ignoranza, alla
mollezza, alla nullità. Ma tale era la forza
d'un impero ingrandito, rigeneralo e con-
solidato da lui, die il decadimento di esso,
almeno quanto a' limili territoriali, non
pervenne gran fatto notabile a'nostri gior-
ni.Sotto il regno di Solimano II la lingua
turca si abbellì, si perfezionò e acquistò
più armonia, dolcezza e nobiltà, pel me-
scoglio dell'arabo e del persiano. L'im-
peratore parlava tali 3 lingue con purez-
za, ed era valentissimo nella poesia. Sa-
peva pure il greco e fece tradurvi i Co-
mentari di Cesare. Solimano II ebbe tut-
te le qualità degli eroi, e parecchie virtù
de' buoni regnanti. Sobrio, temperante,
giusto, rigido osservatole del suo culto,
religioso inantenitore ed esecutore detrat-
tati, era pure valoroso, infaticabile all'e-
sercito, magnanimo, grande politico e a-
mico della verità. Gli piaceva di sentire
giuste e spiritose risposte. Alcuni prete-
sero chiamare Solimano 11 il più gran
principe d' un secolo, in cui figurarono
Giulio II, Leone X, Clemente VII tra i
Papi, Carlo V, Francesco I ed Enrico Vili
fra 'monarchi. Le sue virtù e talenti gli e-
rano propri; i suoi falli edelitti però sono
un vergognoso tributo che pagò all'uma-
na debolezza, appartenevano alla sua na-
zione, alla sua religione, alla sua cieca te-
nerezza per una femmina accorta, ambi-
ziosa e ci udele. Nella vecchiezza divenne
più di voto e superstizioso. Appassionato
per la musica, rinunziò di fare accademie,
spezzò e arse lutti i suoi strumenti musi-
TUR
cali per scrupolo di coscienza. Docile alle
rimostranze del muftì, vendè la sua ar-
genteria a profitto degl'indigenti, e ado-
però vasellame di terra : ma in pari tem-
po faceva un'accurata toletta e s' imbel-
lettava per nascondere la sua vecchiezza,
e persuadere i diplomatici stranieri d' es-
ser ancor vigoroso per governar l'impe-
ro e difenderlo impugnando l'armi. Sop-
pe scegliere e conservare abili ministri e
buoni generali; animò le lettere, le arti,
l'agricoltura e il commercio; unì la po-
tenza alla maestà del trono, ed ebbe a un
tempo eserciti in piedi di mare e di terra,
eguali in forza e numero a quelli di tutti
gli slati uniti d'Europa. Oppose un argine
all'ingrandimento di casa d'Austria, e riu-
scì di sconcertare i progetti del suo capo
Carlo V, ch'eresi illuso con aspirare alla
monarchia universale. Stabilì la discipli-
na ne' »uoi eserciti, più col suo esempio
che colla sua autorità, e li guidò nella
loro corsa vittoriosa, dall' Arasse e dal
golfo Persico fino nel centro della Ger-
mania. Solimano lì per equità si mostrò
giusto e imparziale anche co'lalini custo-
di de' Luoghi Santi, i quali ad onta del
riferito decretato di suo padre Selim I,
erano sempre molestati dalle usurpazio-
ni de' greci scismatici irrequieti. Non a-
vendo la chiesa cattolica a sua disposizio-
ne alcuna forza materiale per mantenere
i suoi diritti sopra gli oggetti esteriori del
suo culto, ne giovando le sue armi spiri-
tuali contro la proterva incredulità degli
infedeli, degli eretici,degli scismatici,ella è
costretta quando è spogliata ed oppressa,
di chiamare il soccorso di que' principi
temporali che la riconoscono per madre
e signora spirituale, affinchè colla loro
prolezione e assistenza possa godere in
pace di ciò che le appartiene legittima-
mente. Quindi è che nelle differenze col-
la Porla ottomana, prima co' greci sci-
smalici, e poi anche cogli armeni e con al-
tri, i quali le contendevano il possesso dei
Luoghi Sanli, essa ebbe sempre ricorso
a'que'uriucipi Ialini, la cui iuflueuza era
TUR
maggiore in Oriente, o perchè aveano a-
\uto parte alle crociate, o per le alleanze
ch'essi aveano contratte co* sultani di Co-
stantinopoli. A domanda quindi dell'ara*
Lasciatole di Carlo IX re di Francia, fu-
rono da Solimano II mandati sui luoghi
questionati de'giudici per sentenziare, ed
essi nel i564e nel i565 emanarono le
due seguenti sentenze in favore de'franchi
o cristiani Ialini, che il sultano corroborò
co'suoi fìrmani, per far cessare le dissen-
sioni fra i francescani e i greci. » i." Le
chiavi della Grotta, in cui nacque Gesù
Cristo, sono nelle mani de'franchi e pas-
sano successivamente dall' uno all' altro
di quelli fra loro che giungono e dimo-
rano in Gerusalemme. Ciò si fece e prima
e dopo la presa di Gerusalemme falta dal
sultano Selim I fino all'epoca presente,
senza che le chiavi sieno mai passate in
altre mani che nelle loro. Sono i latini
quelli che aprono a' quei mussulmani ed
a que' cristiani che vengono o dimorano
a Gerusalemme e desiderano visitare quel
luogo. Non si sa che i Ialini abbiano mai
cessato di possedere quelle chiavi, o che
persona al mondo abbia loro mai contra-
stato questo diritto, o ne li abbia sposses-
sati. Essi ne sono in possesso costante e
non interrolto da'tempi più antichi fino
al giorno sotto il quale è dato l'atto pre-
sente. Perciò il giudice confermò il pos-
sesso delle chiavi del detto luogo nelle
mani della nazione franca. a." Il luogo
del s. Presepio è posseduto da' franchi
da'tempi anteriori e posteriori alla presa
di Gerusalemme fino a'nosti i giorni. Es*
so fu dato loro esclusivamente. Fu dimo-
strato al giudice che il Presepio e le sue
chiavi sono nelle mani de' latini fin dai
tempi più antichi, e passarono successiva-
mente dalle mani dell' uno a quelle del-
l'altro senza interruzione. Perciò questo
giudice ha sentenzialo e ordinato che non
si tocchi nulla di quanto è nelle mani dei
suddetti franchi ed ha relazione al delto
luogo sopra cui si discute, e eh' essi non
sieno cositeli! di aprirle e di lasciarvi so-
t u a 329
spendere lampade ad altri die a'ialini ".
Selim II succeduto al padre, subilo di-
stribuì a'giannizzeri 100.000 sultanini:
di vasti pensieri, fu però perduto per le
donne, e pel vino a segno che i medesimi
turchi rispettosissimi pe' loro sovrani, lo
chiamarono Sarkok cioè Y Ubbriaco. Dei
resto fu prode, amante della giustizia, del-
le scienze e de'dotti, clemente e religioso.
Nel 1567 per Sinan pascià sottomise in
breve lem pò l'Arabia Felice, ossia il Ye-
men che avea scosso il giogo, ed a mezzo
del dey d' Algeri Ucchiali la Goletta con
Tunisi tolta agli spagnuoli ; indi a persua-
sione di Pian pascià suo genero e mimi-
cissimo de' cristiani, risolvè d'impadro-
nirsi del regno di Cipro de' veneziani dopo
aver fatto tregua con Massimiliano II, ed
alcuni pretesero per la sua passione verso
il vino, del quale Cipro ne produce del-
l'eccellente.Con 4oo vele e più di 1 00,000
uomini il gran visir Mustafà assalì l'isola
di Cipro, ed espugnò Nicosìa e Fama-
gosta, commettendo empie crudeltà. Ol-
tre la difesa che i veneli fecero dell'isola,
con un diversivo investirono l'Albania, la
Morea,e precisamente l'isole dell'Arcipe-
lago che devastarono col ferro e col fuoco.
Il Papa s. Pio V confortò la repubblica a
sostenere la pericolosa guerra, pel prospe-
ro successo della quale implorò la divina
misericordia, inviò il suo nipote cardinal
Bonelli legalo a' re di Francia, di Spagna
e di Portogallo per unirli in lega contro
il nemico del nome cristiano, ed ottenne
a sua disposizione da Filippo II 5o galere
comandate da Gio. Andrea Doria, e la
promessa d'altri soccorsi. Con queste ga-
lere e con altre 1 2 armate a sue spese, s.
Pio V spedì Mai c'Antonio Colonna verso
Candia per congiungersi alla flotta di Ve-
nezia. Ma nata dissensione tra Doria e
Colonna per la preminenza, per la peste
e le tempeste che decimò la flotta, ninna
azione potè intraprendere, anzi dovè ri-
parare ne'porti di Messina e Ancona per
risarcirsi da'gravi danni. Questi infausti
successi afflissero il Papa, e con pubbliche
33o
T U R
orazioni cercò di placare Dio. Non ces-
sando le sue cure perla lega, finalmente
gli riuscì di stringerla formalmente nel
1 5j i , co* medesimi capitoli fatti da Pao-
lo III, Ira il Papa s. Pio F, la repubblica
di Venezia e Filippo li re di Spagna. 11
Papa si obbligò a somministrare 12 ga-
lere, 3ooo fanti e i5o cavalli, affidan-
done il comando a Marc'Antonio Colon-
/.a, il quale solo dovea inalberare Io sten-
dardo di s. Chiesa, come generale della
medesima, che gli die nella solennità di
una messa troiata nel modo riferito nel
voi. LXX,p. 2T; e l'incaricò di coman-
dare tutta l'armata in assenza o impoten-
za del principe di Spagna d. Giovanni
d'Austria; l'altro comandante essendo il
veneto Sebastiano V eoi ero: il duca di Sa-
voia, Genova e l'ordine di Malta, ciascu-
no somministrò 3 galere armate. Il car-
dinal lionelli legato vendè il suo uffizio
di camerlengo per 70,000 scudi, i quali
impiegò a sovvenimento della flotto ; e
per aiuto spirituale di questa il Papa
mandò molti religiosi, e per nunzio presso
i comandanti Paolo Odescalchi vescovo
di Penne. Fece incidere una medaglia col
suo ritratto e l'iscrizione : Foederis in
Turcas Sanelos. L'incisione allude alla
medesima triplice alleanza. Si vedono 3
figure in concordia e sono: la Chiesa col
triregno pontificio, il regno di Spagna
rappresentato da una figura galeata e ar-
mata, e la repubblica Veneta personifi-
cala col berretto ducale. Nell'esergo so-
no i simboli relativi, cioè l'Angelo, l'A-
quila e il Leone di s. Marco col libro. La
flotta cristiana presentò battaglia navale
olla turca, nel golfo di Lepanto aj ot-
tobre, e riportò sopra di essa quell'insi-
gne e sanguinosa vittoria, che celebrai in
tanti luoghi e negli articoli indicati, do-
po ostinatissima e fiera pugna di circa 6
ore, con l'uccisione del supremo coman-
dante Ah, di quasi 32}ooo turchi, oltre
3ooo ovvero 10,000 prigioni e la libe-
razione di 1 5,ooo cristiani schiavi. Inol-
tre furono tolti a' tur chi più dii3o legni
TUR
e affondati 80; ed il famoso pascià Uc-
cidali appena con pronta fuga De poteri*
portare /j-0 *Co*tantinOpoli(at\ (piale a r-
licolo dissi pure le disposizioni di s. Pio
V in favore de' turchi venuti al cristia-
nesimo). Morirono 8000 cristiani, fra i
quali Troilo Savelli, Orazio e Virginio
Orsini capitani pontificii. Mentre s. Pio
Vdava udienza al Tesoriere, Dio gli ma-
nifestò il felice esito del combattimento
strepitoso, nel punto in cui erasi consu-
mato; per cui si sciolse in lagrime di gioia,
e in affettuosi e prolungati ringraziamen-
ti all'Onnipotente. Si dice che i turchi
attribuirono alle orazioni del Papa la lo-
ro terribile disfatta, e a'ss. Pietro e Pao-
lo che videro in aria con terrore, perchè
con ispade di fuoco combattevano a'io-
ro danni. In memoria dell'avventuroso
giorno s. Pio V in onore della B, Vergi-
ne aggiunse alle litanie Auxilium CiirU
stianorwn,e istituì la festa della D. Ver--
gine della Vittoria, che il successore de*
nominò del ss. Rosario (V*)t perchè in
esso ne ricorreva la festività al dire di
Bern'mo, ed i cristiani combatterono te-
nendolo al collo; celebrò solenni ringra-
ziamenti a Dio con Te Daini nella ba-
silica Vaticana, e poi col senato e popo-
lo romano accorciò gli onori del Trion-
fo (F,) al valoroso Marc'Antonio Colon-
na, a cui nella divisione della preda toc-
carono 17 galere e 4 galeotte. Marc' Alt*
ionio dell'ascendere il Campidoglio era
preceduto da un gran numero di turchi
prigioni di guerra , e nella Chiesa di s.
Maria d'Araceli vennero sospese l'inse-
gne loro tolte. Il Papa dispensò medaglie
colla sua effigie , e nel rovescio espressa
l'armata navale cristiana guidata dal-
l'Angelo, con Croce e calice, che disper»
de la flotta turca: in aria Dio, che la po-
ne in fuga a Lepanto. Con L'epigrafe;Z?ea?«
tera tua Domine pcrcussit inimicuni
i5ji. Un'altra medaglia parimenti col
ritratto di s. Pio V, precedentemente co-
niata, rappresenta l'armata navale pre-
parata contro i turchi, e iu aria è una fi-
t v a
gura fra le nubi. Dice il motto: A Do-
mino factum est istud i5ji. Il fervido
zelo di 3. Pio V volendo colla futura cam-
pagna ricuperare a Venezia il regno diCi-
pro, scrisse urgentissime lettere al sofì di
Persia e al re d'Etiopia, all'imperatore e
al re di Francia, perchè prendessero parte
alla guerra contro i turchi; e inviò il pre-
lato Odescalchi a'prineipi d'Italia per de-
terminarli a'Ioro soccorsije morendo nel
I 5ji raccomandò al sagro collegio il vi-
goroso proseguimento della guerra, per
l'annientamento di sì potente nemico. La
gran vittoria de'cristiani sparse il terro-
re e la costernazione in Costantinopoli;
i turchi credendosi vedere il vincitore
alle porte, per lo spavento molli di essi
dierono a custodire i loro tesori a'cristia-
ni. Conobbero gì' infedeli di non essere
invincibili, eche vite un Diosupremoche
mette confine agl'imperi i più. possenti,
e colla sua provvidenza regola gli avve-
nimenti della terra. Ma mentre Costan-
tinopoli trepidava, la poca unione de'vin-
citori, le dillerenze insorte tra d. Giovan-
ni e il Venterò, impedì che vi piantas-
sero le trionfali loro insegne. Vedendo il
sultano che non ne profittarono, se ne
consolò ledendo il Corano, Il nuovo Pa-
co
pa Gregorio XIII mostrò Io stesso ardo*
redel predecessore per proseguir la guer-
ra, perciò spedì nunzi e legati a'monar-
chi cristiani esortandoli alla lodevole Um«
presa. Confermò generale delle galere di
s. Chiesa Marc' Antonio Colonna, Io for-
nì di nuove reclute e denari; ma il solo
Filippo II contribuì lievi soccorsi, sospet-
tando che Francia gli movesse guer-
ra. Unite le flotte si trovò l'armata cri-
stiana gagliarda dh4o galere, 23 navi,
6 galeotte e 3o altri legni minori, La Por-
ta le oppose una flotta di 263 galere ,
galeotte e fuste con 5 galeazze, nondime-
no inferiore di nerbo e di coraggio alla
cristiana. In traccia di essi andarono Mar-
c'Antonio e il veneto Jacopo Foscarini,
ma l'accortissimo generale Ucchiali arti-
ficiosamente gli evitò sempre, deluse e fe-
TUR 33 1
ce perdere il tempo opportuno alla cam-
pagna, onde venuto l'inverno dovette-
ro tornare a'Ioro porti. A sì nullo suc-
cesso influì d. Giovanni d'Austria, che
restato nel porto di Messina, per atten-
der l'esito della guerra de' Paesi Cassi, più
volte fece mostra di voler passar all'ar-
mata, senza effettuarlo, e lagnandosi che
senza di lui si voleva combatterci gene-
rali romano e veneto non si trovarono in
armonia, cose tutte che sommamente af-
flissero Gregorio XIII, che inoltre con
isdegno e sensibile pena vide nel marzo
t 573 pacificarsi i veneti con Selim II,
colla cessione del regno di Cipro e altri
luoghi occupati (ia'turchi, mentre eragli
riuscito determinare alla lega l'impera-
tore e avea buone speranze col re di Por-
togallo. Quando l'ambasciatore Tiepolo
notificò al Papa nella villaMondragone di
Frascati l'operato del suo senato veneto,
aspramente lo licenziò dalla sua presen-
za. Nondimeno egli col re di Spagna con-
tinuarono a guerreggiare, avendo gli spa-
gnuoli ricuperato la Goletta e altre par-
ti ili Tonisi con Diserta, mediante l'aiu-
to delle galere papali, ma Sinan pascià li
cacciò nel 1 5y4, e definitivamente riunì il
regno alla Porta tributario. Morì Selim
II d'apoplessia di 5o anni nel dicembre
1374- Si osserva, che sotto di lui si fer-
marono i progressi dell'impero ottoma-
no, di cui la decadenza politica comincia
dal regno del successore suo figlio, quan-
tunque la sua decadenza morale princi-
piò realmente da lui stesso , che pel i.°
cessò di mostrarsi alla testa dell'armate.
Amurat III montò sul trono ottoma-
no, di grande spirito, amante delle scien-
ze, parlava benissimo il turco, l'arabo e
il persiano; però il suo naturale incostan-
te lo faceva passare rapidamente da una
singolare virtù, a un vizio eccessivo. Per
i5 anni si contentò d' una sola moglie,
in seguito fu un mostro di mollezza e di
lussuria, per gl'intrighi dell' odaliche o
concubinedalui prima non curate. Que-
ste indussero il muftì ad acremente ri-
332 TUR
prendete In sua continenza, come vieta-
to dalla legge maomettana, e mentre e-
gli dovea esserne il vindice la vilipende-
va , onde abbandonata la sultana Bailo,
bellissima e virtuosa veneziana, cheavea
dichiarata Hassaki o regina per avergli
partorito l'erede dell'impero, quindi la-
sciò libero il corso alle sfrenate sue vo-
glie. Solo fu saldo nel rispetto verso la
sultana Valide o sua madre. Per bene
consolidarsi sul soglio fece perirei suoi 5
fratelli, e gettare in mare due odaliche re-
stale ineiutedaSelim 11 suo padre. Il suo
regno fu agitalo da lunghe guerre con-
tro l'Ungheria , perchè Matti miliario II
troncò la tregua conclusa col genilore,per
cui il sultano si oppose alla sua elezione
in re di Polonia, e favorì quella del tran-
sil vano principeBathori. Più micidiali fu-
rono le guerre colla Persia, per vagheg-
giare il conquisto di quella monarchia;
dopo diverse sconfìtte patite da' turchi,
riuscì loro d'impossessarsi di Tauris, e di
reprimere gl'insorti maroniti e drusi del
Monte Libano. Il sultano dopo avere rin-
novata la tregua con l' imperatore Ro-
dolfo II, invase con 5o,ooo uomini la
Croazia, i cui popoli sdegnati da tanti Ira-
vagli, uccisero i o,ooo turchi e gli altri co-
strinsero a ritirarsi. Intanto Papa Sisto
V, a difesa dello stato pontificio, contro
le aggressioni de'turchi e barbareschi pi-
rati, aumentò la marina militare, e pel
6uo goveruamento istituì la cardinalizia
Congregazione per preparare e conser-
vare V armata navale (P.)> e nel collo-
care un tesoro in Castel s. Angelo, dichia-
rò che dovesse servire ancora, prò recti'
peratione Terrae Sanctae, et generali
contra Turcas expeditione^ altra simi-
le universale necessità. I veneziani allar-
mati dalle mosse de'turchi, nel i5g3 al-
le frontiere del Friuli edificarono la for-
tezza di Palmanuova e si misero sulle di-
fese. In fatti, Rodolfo li avendo dichia-
rata guerra ad A murai III per l'oltrag-
gio fatto a'suoi ambasciatori, tornarono i
turchi uel 1 5o,4 iu Ungheria con 200,000
TUR
uomini. Ad onta d'una eroica difesa, Si-
nan pascià essendosi impadronito di fre-
sprim, il pascià di Buda costrinse Gia-
varino alla resa. Amurat III dopo varie
inquielitudiui , per la sollevazione dei
giannizzeri ede'vaivodi diTransilvania,
Moldavia e Valacchia, ridotto in pessimo
stato per l'abuso dell' odaliche, morì ai
1 8 gennaio i5<)5, di circa 49 anni. Ebbe
102 figli, 52 femmine e 5o maschi, dei
quali lasciò viventi 10 maschi e 3o fem-
mini, oltre io odaliche gravide. Maomet-
to III suo figlio, che gli successe, sebbene
da giovinetto dasse ottime speranze di
buona riuscita, appena salito al trono si
cambiò in modo che fu il vero ritratto del
padre. Fece ammazzare tutti i detti suoi
fratelli, de'quali al solo Selim riuscì fug-
gire pel favore del gran visir, e gettare
in mare le io odaliche incinte. Dalle bar-
barie domestiche, a vituperio dell'impe-
ro, Maometto I II si abbandonò tota linea •
tea'piaceri, lasciandole redini del gover-
no nelle mani della sultana Valide Baf-
fo, la quale madre di i4 figli, tranne il
sultano, tutti erano morti nelle fascie, e
ciò servì di pretesto al Podaliche per in-
durre Amurat HI ad abbandonarla; non-
dimeno riconosciuta da questi la sua in-
nocenza la riprese. Di continuo diceva
Maometto III, che gli obblighi del mo-
narca sono il bere e l'amoreggiare. Fra
una truppa ben numerosa d' odaliche,
.colle quali continuamente convivea, 4 e-
rano a lui più care, e di esse Filatra ci-
priotta era l'idolo dominatore del suo
cuore. Per questa condotta del sultano e
vedendo impugnato lo scettro da una
donna, vari pascià si sollevarono in Asia,
ed i cristiani se ne prevalsero in Unghe-
ria, Transil vania e Moldavia. Minaccian-
do i turchi Segna, frontiera della Croa-
zia, dell'Illiria e dell'Italia, Papa Clemen-
te Vili considerandone l'importanza e
volendo applicarsi a vantaggio dell'Un-
gheria, dopo aver mandato una somma
al presidio, ed eccitato alla difesa Rodol-
fo II, inviò il cardinal Gaelani in Polonia
TUR
per indurre il re a dichiarar guerra ai
turchi, e il prelato Visconti in Transil-
vania al principe Sigismondo II Balhori
per congratularsi d'essersi sottratto dal*
la divozione della Porta e collegato col-
l' imperatore. E siccome Sigismondo li
avea vinto Sinan pascià, il Papa l'ono-
rò collo Stocco e Berrettone ducale, ol-
tre una somma di denaro. A Rodolfo II
mandò 100,000 scudi, con un esercito di
i o ovvero 12,000 fanti e 1000 cavalli sot-
to il comando del nipote Gio. Francesco
Aldobrandino e di parecchi distinti ba-
roni romani. Il Papa in s. Maria Mag-
giore solennemente gli die il bastone del
generalato di s. Chiesa, indi benedì due
stendardi rossi e glieli consegnò. In uno
era dipinto d'ambo le parti il Crocefisso
colle parole: Exurge Domine, et dissi'
pentur inimici tui. Nell'altro era l'arma
di Clemente Vili col motto: In hoc de-
fende. populum tuum Domine.Que&lo po-
deroso soccorso riuscì graditissimo ed ef-
ficace, poiché gì' italiani per superar la
fama ch'era di loro precorsa, combatte-
rono valorosamente e fecero prodigi di
prodezze. Col concorso loro l' arciduca
Mattia prese il forte di CocheremeStri-
gonia, indi Albareale, mentre Sigismon-
do II vittorioso percorreva l'Ungheria
superiore, la Bulgaria e la Romania, spa-
ventando Adrianopoli e Costantinopoli;
e retrocedendo in Valacchia con uuovi
trionfi espugnò Temeswar, contribuen-
dovi le milizie papali, e togliendo a Si-
nan pascià il principale stendardo verde
del profeta Maometto. Malcontento il
sultano di Sinan , gli sostituì Ferat pa-
sciuti quale prese Agria e sconfisse l'e-
sercito imperiale nel 1597. Tuttavolta i
cristiani s'impadronirono di vari castel-
li, assediarono Buda e sorpresero Giava-
lino. Neli6oo avendo i turchi comanda-
ti dal gran visir Ibraim preso l'impor-
tante città e fortezza di Canissa, propu-
gnacolo d'Italia e. di Germania, capitale
de'dominii dell'arciduca Ferdinando, il
Pana ne fu altamente commosso per le
TUR 333
conseguenze che poteva produrre, ed a
tal fine vi spedì colle sue milizie il det-
to nipote Aldobrandino eccitando l'im-
peratore a tosto farne l'assedio. Rodolfo
II inclinava per l'espugnazione di Buda,
ma il Papa insistette per liberare Canis-
sa, edatale effetto mandò al nipote un e-
sercito di 8 ovvero 10,000 fanti, e pro-
curò d'unir in lega i principi cristiani e
persino il soiìdi Persia, al quale spedì i
gesuiti Diego Manriquez e Antonio Co-
sta. Ad istanza del sofì o sciah Abbas I
il Grande, Clemente Vili mandò in Per-
sia per missionari i carmelitani scalzi,
poi seguiti da altri religiosi di diversi
ordini. Indi Clemente Vili ricevè e ma-
gnificamente ospitò in Roma due am-
basciatori di Persia (F.), i quali vi fece-
ro il loro ingresso con solenne cavalcata.
Nel 1601 Canissa venne assediata, nel
qual tempo per le lunghe fatiche morì
d'infermità il generalAldobrandiui in Va-
radiuo, compianto da tutti. Sopravvenu-
to l'inverno, essendo morte di freddo più
dii5oo persone, convenne levar l'infeli-
ce assedio. Nel 1 602 si prese Pest, ma inu-
tilmente si tornò ad assediar Buda. Dal-
l'altro canto i cavalieri di Malta presero
Lepanto. Intanto Maometto III non si
prendeva alcun pensiero di queste guer-
re, ed i giannizzeri insorti volevano de-
porlo e surrogargli Ottomano kan dei
tartari. Allora si scosse dal letargo e si po-
se alla testa d'uua poderosa armata per
risarcire l'onore dell'oscurato impero. La
sultana madre fece inutili sforzi per fra-
stornarlo col dono d'un' altra bellissima
odalica, e marciato in Ungheria sconfis-
se l'arciduca Mattia, e riacquistò il per-
duto. Credendo il sultano a" aver fatto
troppo, si restituì a Costantinopoli con
fastosa pompa trionfale, che per un caso
strano riuscì più nuova e brillante. La
sultana Baffo volle intervenirvi a cavallo
senza velo sul viso , con tutto il suo im-
periai corteggio, Al fianco incedeva il suo
defterdar, che ad ogni passo gli porgeva
quantità d'aspri, che colle sue mani di-
334 T u II
spensava al popolo. Tutto questo non ba-
stò a sopire il malcontento de'miimlri e
del popolo, poiché i persiani prolìtlatulo
delle rivoluzioni d* Asia ricuperarono il
tolto loro da'precedenti sultani, e le trup-
pe ottomane erano state fieramente scon-
fitte aV principi di Transilvania e Molda-
via, che aveano scosso il giogo della Por-
ta. Laonde di nuovo sollevatisi i gianniz-
zeri pretesero che si decapitassero il capi
agà e la sultana Valide; si oppose il sul-
tano , ma vedendo poi che si procedeva
alla sua deposizione, permise l'uccisione
del capi agà, ed esiliò la madre, che poi
ottenne la grazia dal figlio. I ribelli del-
l'Asia posero alla loro testa Selim fratel-
lo del sultano, sfuggilo alla sua strage, per
innalzar al trono il kan Ottomano. Ve-
dendo Maometto III che non poteva con-
tare sulle sue truppe, con l'oro corruppe
i generali insorti per avere in suo potere
Selim. Questi fu portato in Costantinopo-
li, e il sultano lo fece decapitare alla sua
presenza. Guadagnatosi inoltre il pascià
d' Aleppo, capo de' congiurati, la trama
svanì. In questo tempo Podalica greca La-
parè riuscì a fuggire col figlio Jakaja in
Tessalonica, per virtuosamente abbrac-
ciare la religione cristiana da lei profes-
sata prima d'essere stata fatta schiava, e
indusse il figlio a ricevere dall'arcivesco-
vo il battesimo e farsi cristiano. L'altra
odalica Filalra favorita del sultano, per-
fidamente osò di ordire una congiura per
farlo detronizzare esostituirgli il proprio
figlio Maometto. Il sultano venuto in co-
gnizione di tutto, fece gettare in mare Fi-
latra, e strozzare il figlio, massacrando i
complici dell'intrigo. Afflitto Maometto
III per la morte del primogenito Selim,
e per aver dovuto far perire Maometto
che amava, ed ignorare l'esistenza di Ja-
kaja che aveangli detto morto di vainolo,
penetrata la peste in Costantinopoli lo ra-
pì neli6o3 di 38 anni, senza alcun com-
pianto, lasciando due figli, Acrnet I e Mu-
stafà I, che gli successero. Notai uel voi.
XXXIII, p.i io, che i minori osservanti
T U R
custodi de'santuari di Palestina, a sugge-
stione d'un fanatico mussulmano, d' or-
dine di Maometto III doveano partire e
i santuari convertirsi in moschee; e che
gli ambasciatori di Francia e di Venezia
fecero calde rimostranze in favore de' re-
ligiosi e de' santuari , ed ottennero colla
revoca dell'ordine fatale, la rinnovazione
detrattati falli da' sultani predecessori
per mantenere i latini nel possesso del s.
Sepolcro, firmano che ratificò pure Ac-
rnet I neli6o4- Avea questi 1 5 anni quan-
do morì il padre, ma per politica di sta-
to, onde evitar la reggenza, fu detto che
ne avesse 1 8. Acclamato imperatore, fe-
ce la consueta solennissirna sua compar-
sa alla moschea di Jub, eh* è il possesso
de'sultani, tra le universali acclamazioni.
Di belle fattezze, avea portamento mae-
stoso e grave, magnifico, giusto e avver-
so a spargere il sangue umano. Non pen-
sando mai che quartogenito dovesse a-
scendere al trono, riprovava la barbara
consuetudine che dannava a morte tutti
i fratelli dell'imperatore, per cui giurò al
fratello minore Mustafà di conservargli
la vita se il caso lo portasse al soglio. Laon-
de Mustafa tutto lieto si recò a congra-
tularsi con lui e gli rammentò il giura-
mento; ma Acmet I invece ne Ordino la
morte, e poi cambiato di parere lo fece
chiudere in una camera del serraglio, po-
co permettendogli d'uscire. Avendo ripe-
tuto due altre volte il crudele comando,
ne fu impedito da particolare circostan-
za, e Mustafà per non dargli ombra pre-
se l'abito ili dei vis, e visse ritiratissimoin
una cella religiosa. Quanto alla sultana
Baffo, le tolse il suo preziosissimo teso-
ro, rilegandola nell'Eski- Serrai o serra-
glio vecchio, luogo assegnato alle madri,
sorelle e odaliche del defunto sultano.
Profittando i turchi delle dissensioni tra
l'imperatore e il fratello arciduca Mattia,
nel i6o5 ripresero Strigonia, onde nel
1606 l'imperatore fece pace colla Porta
e con tregua di 20 anni. Acmet I abban-
donatosi a' divertimenti e alle odaliche,
TUR
queste presero a dominarlo e a maneg-
giare gli affari più rilevanti dell'impero,
per cui se negiovòAbbasI il Grande sciali
di Persia per ricuperare Tauris ed Erze-
rum. Colpito il sultano dal vainolo ne re-
stò deformalo nel volto, e per sollevarlo
dalla noia mentre n'era infermo la sul-
tana Valide gli pose a fianco l'ebrea Rai-
ria Kaden , che narrando favole e detti
spiritosi, s'insinuò talmente nel suo ani-
mo che giunse a dominarlo , regolando
dispoticamente l'impero,onde tosto fu ar-
ricchita di doni. Questo disordine produs-
se una terribile sollevazione suscitata dal
gran visir Druis, poiché vedea annienta-
ta la sua autorità, e sostenuta da'gianniz-
zeri indispettiti di vedere una schiava e-
brea maneggiar lo scettro. Per calmar
queste turbolenze, convenne al sultano
dar l'ebrea a 'giannizzeri, che tosto la fe-
cero in pezzi, ma poi si vendicò con farpe-*
rire alcuni di loro e Druis. Frattanto Ja-
kaja, tratto dall'ambizione che il trono a
lui spettava, si unì al pascià Perì ch'era-
si in Asia ribellato, ma d'ordine d'Acmet
] fu disfatto dal pascià Tefteduen. Riu-
scito a fuggire, erasi unito nella congiura
di Druis e travestito pervenne a Costan-
tinopoli, ma precipitosamente dovè rifu-
giarsi in Polonia e poi a Praga dall'impe-
ratore Rodolfo II, chelo trattò con distin-
zione. Però la smania di dominare lo fe-
ce vagare in Africa, in Siria, in Firenze,
a Roma, in Francia per cercare sosteni-
tori alle sue pretensioni. Finalmente di-
singannato di sue illusioni, Dio ebbe mi-
sericordia di lui, si ritirò nella certosa di
Dijon ove tranquillamente finì la vita, nel
porto dell'eterna salute. Acmet I vieppiù
si die tutto in preda alle odaliche, e i mi-
nistri per comandare dispoticamente fa-
cevano a gara in offrirgli le più vezzose.
Tra di esse primeggiavano nell'avvenen-
za e nel favore Nassia greca, Riosem fi-
glia d'un prete greco di R.omelia spirito-
sa e di raro talento, e Johahi ateniese na-
ta cristiana, la quale era la piùamata. Di-
poi Johahi partorì Otman o Osman II
T U R 335
erede dell'impero, sospirato avvenimen-
to che riempi d'infinita gioia il sultano:
fec'egli perciò celebrare in tutta la mo-
narchia un duhalm, festa propria per si-
mili nascite e altri grandi avvenimenti, e
dichiarò Johahi ffassah'1c\oè reginajma
divenuta gravida d'un altro figlio morì
nel parto. Poco dopo Riosem, che per le
sue prerogative nell'affetto d'Acmet I era
subentrata a Johahi defunta, die alla lu-
ce un altro figlio, che fu Amurat IV, e
tanto bastò perchè il sultano la decoras-
se del titolo d' Hassakìkck o Basch FIas~
saki, seconda regina; di più le donò due
preziosissimi pendenti del valore di 5 mi-
lioni di piastre, ciascuno formati da un
diamante di fondo d' acqua bellissima,
grandi ciascuno più d'una grossa casta-
gna,da'quali pendevano un più grosso ru-
bino. L'accorta Riosem vieppiù s'insinuò
nell'animo del sultano e dominò nell'im-
pero, ammassando ricchezze grandi. Nel
mentre Acmet I non conosceva altro al
mondo che rharem,rimpero specialmen-
te in Asia era funestamente agitato e dai
polacchi minacciato. Per rimediarvi, il
sultano pose in piedi 4 eserciti, il incon-
tro la Persia, il 2.° contro la Polonia, il
3.° per opporsi a'kosaki o cosacchi, e il
4-° per domare l'Egitto che ricusava il
tributo. Non avendo prodotto l'esito che
si aspettava, il sultauo per arrestare i pro-
gressi de'persiani si pacificò con Abbas I.
Capo de' ribelli d' Asia era il gran visir
Massuf o Nassuf, di raro talento e valo-
re, già cristiano, che protetto da Riosem
avea sempre evitato il castigo; ma final-
mente fu scannato e gli 8oo milioni d'o-
ro che possedeva passarono nell'erario.
Intanto nel 161 i cominciarono gli arme-
ni scismatici ad affacciar pretensioni sulla
custodia de'Luoghi Santi diPaleslina. Di-
visi da'greci scismatici quanto al dogma,
ad essi si unirono, e ancora si uniscono be-
ne,per inquietare i religiosi latini e aiutar-
si scambievolmente nelle usurpazioni co-
muni. I greci sopra tutti arroganti, pre-
sero allora a stancare il sultauo colle lo-
336 T U R
io ingiuste querele; per cui Acmct I or-
dinò un'investigazione minuta sulle ra-
gioni delle parti contendenti, la quale riu-
scì pienamente favorevole a'Iati ni. Quan-
do I" impero cominciava a risorgere, per
essersi le sedizioni alquanto calmale, e
perchè pareva che Acmet I volesse cam-
biar costume, consunto questi dall'abu-
so dell'odaliche si ammalò.Vicino a mor-
te chiamò a se dalla solitudine di sua cel-
la il fratello Mustafà, e in presenza dei
pascià e de'ministri formalmente dichia-
rò. Che per essere i 6 suoi figli troppo
giovani, avendo Otmau 1 1 anni, l'invita-
ta a salire al trono, raccomandandogli
teneramente i detti nipoti e Kiosem, pre-
ferendo con singoiar esempio l'interesse
delio stalo a quello del sangue, onde e-
vitare le turbolenze che accompagnano
la minorità de'principi. Rispose M usta-
la , che spettando il soglio a' nipoti egli
non voleva occuparne la sovranità ; ma
fermo il sultauo nel suo proponimento,
convenne per quietarlo che Mustafà vi
si uniformasse. Mori Acmet I di 3o anni,
a'i5 novero brei6i 7, e per la sua splen-
dida magnificenza colla quale visse, lasciò
la sontuosissima moschea da lui edifica-
ta nella più gran piazza di Costantinopo-
li, ch'entrò nel numero delle più. sorpren-
denti meraviglie di quella città. Il fratel-
lo Mustafà 1 gli successe, grande e ben
fatto, magro e pallido per la vita menata
e patimenti sofferti, liberale e magnifico, *
versato nelle leggi e costumi di sua na-
zione , e casto a segno tale che non co-
nobbe mai alcuna odalica. Parlava mol-
lo e quasi sempre fuori di proposito, ri-
deva facilmente, e di notte usciva furti-
•vamenle dal serraglio. Le sue occupazio-
ni erano puerili, consumando il tempo
con assistere a ridicole commedie, ed una
volla donò a un comico molte gioie pre-
ziosissime. Questo è il ritratto che ne fa
l'Abbondanza. Il Bernino invece lo qua-
lifica stupido ed inesperto, che lontano
cla'tumulti della corte e in una cella avea
pasciuto 1' ozio degli anni fra le lascivie
T U R
delle femmine e l'ubbriachezza del vino.
Anche il Sagredo lo dice stolido, stupido
e senza cervello. L' Abbondanza fu al-
quanto troppo panegirista de' sultani e
de'lurchi; poco critico e non sempre im-
parziale. Mustafà I nulla fece ; si rimi-
se ciecamente al divano e al gran visir
Ali, ma voleva leggere e considerare tut-
to prima di sottoscrivere: era affabile con
tutti, e pieno di tenerezza pel popolo a
cui si faceva spesso vedere. Le sue scem-
piaggini si ricoprivano con ogni studio
dalla sagacità della Valide sua madre, la
quale per tenere pel futuro i giannizze-
ri favorevoli al figlio nell'assunzione al
trono dello zio donò loro 1 5, 000 zecchini.
Vedendo la Valide che i suoi sforzi per
mantenere Mustafà I in reputazione, non
avrebbero lungamente potuto conserva-
re il trono al figlio, profittando dell'as-
senza del gran visir che combatteva in
Persia, creò nuovi ministri cominciando
dal gran visir, per avere un sostegno al
vacillante soglio, ma invece ne alfrettò
la rovina. 1 deposti ministri cagionarono
un generale malcontento, e d'accordo coi
giannizzeri Ali alla lesta dell'esercito si
propose deporre Mustafà l. Questo era
solito visitare ogni giorno la Valide nel
serraglio, ed in una di tali visite fu chiu-
so in esso. Indi preso il nipote Otmau 11,
fu portato nel hazodà oca mera imperia-
le del tacito trono, lo proclamarono im-
peratore, e poi nella gran moschea il gran
visir gli cinse la sciabola. Mustafà I ven-
ne posto in una torre, e la Valide nel ser-
raglio vecchio, il sultano avendo regna-
lo 3 mesi e 7 giorni. Otman II di 1 3 anui
fu quindi acclamato imperatore, dotalo
di singolare avvenenza e d'una grata fi-
sonomia , maestoso e grave, ed insieme
piacevole: era tenace nell'esecuzione dei
suoi voleri, economo sino alla sordidez-
za. Disprezzò i nani e i muti del serra-
glio, non meno che le donne, tranne una
odalica che gli partorì l'erede de! trono.
Nel 1620 Otman II, ad istanza dell'am-
basciatore di Francia Di-Ilurlay-Saucy,
T VK
concesse il seguente firmano a' religiosi
cattolici de'LuoghiSanti.»I religiosi fran-
chi antichi possessori esclusivi della chie-
sa di Bettlemrae, e della chiesa del Sepol-
cro dellaVergine hanno di loro buon gra-
do concesso ad ognuna delle altre comu-
nioni cristiane una parte de'santuari nel-
la chiesa superiore; ma la parte inferio-
re in cui nacque Gesti Cristo (che a lui
sia salute) è santuario esclusivo de'reli-
giosi franchi. Nessun'altra nazione vi ha
diritto, ed è proibito a ciascuna di esse
di usurpare d'ora innanzi ideili luoghi.
Gli armeni e le altre nazioni cristiane
hanno nella chiesa delSepolcro della Ver-
gine santuari loro assegnati per l'inter-
mezzo e colla permissione de' religiosi
franchi ; e questi poi hanno documen-
ti che ascendono fino al tempo de'sulta-
ni arabi, i quali dimostrano che le altre
nazioni non hanno alcun diritto sopra
questo luogo; e perciò non ponno sospen-
dervi lampade... I greci posero in mezzo
la stessa pretensione di comunità di uso
e di possesso riguardo alla cupola cono-
sciuta sotto il nome di Sepolcro di Gesù
Cristo.... Parimenti gli armeni allegando
diritti sopra la pietra dell'Unzione, disse-
ro: // capo de' religiosi franchi ci ha per-
messo di accendervi de' ceri j questa li-
cenza ci dà diritto alla comunione di
questo luogo ... Noi ordiniamo che ciò
non si permetta a nessuno armeno, né ad
altri uel luogo dove nacque Gesù. Cristo,
luogo posto sotto la chiesa di Bettlemme,
e neppure nella cupola che si chiama la
Tomba di Gesù Cristo, e ne anco nell'in-
terno del Sepolcro della santa Vergine,
ed in fine in nessuno de'santuari, i qua-
li da lungo tempo appartengono areli-
giosi franchi. Dato nel palazzo di Daud
pascià nel mese di Djemadi-el- Akhez
io3o dell'Egira". Tre anni più tardi lo
stesso ambasciatore ottenne un novello
firmano, il quale ordina.» Non doversi
permettere che senza la licenza del p.
Guardiano alcuno s'ingerisca in ciò che
riguarda il Sepolcro di Gesù Cristo , la
VOL. ixxxi.
Tua
337
chiesa situata in Bettlemme, e gli altri
luoghi che sono in possesso ed in uso dei
religiosi franchi". Ma da quell'epoca fi-
no a'nostri giorni l'istoria de'Luoghi San •
ti non è più altro che un tessuto d'usur-
pazioni continue, fatte, per così dire, a pal-
mo a palmo da'greci e dagli armeni, alcu
na volta uniti contro il nemico comune,al-
cuna volta separati ed operanti ciascuno
per proprio conto; ed un seguito ed un
alternarsi difirmani contraddittorii dati
dalla Porta ottomana, secondo che es-
sa si lasciava ingannare dalla frode e dai
documenti falsificati che le presentavano
i greci e gli armeni, ovvero secondo che
i suoi officiali si lasciavano più abbaglia-
re dallo splendore dell'oro che loro ve-
niva offerto per ottenerne il giudizio fa-
vorevole, ovvero per converso secondo
ch'ella era tenuta a dovere da'vi vi richia-
mi delle potenzecattoliche, e specialmen-
te dalla Francia e da Venezia, e forzata
così di stare agli antichi patti, e di man-
tenere i diritti de'latini. Otman II cono-
scendosi per potente monarca, nella sua
ambizione ritenne che il conquisto di tut-
ta la terra fosse a lui riservato. Si pro-
pose perciò d'imitare Selim I e Solima-
no li, come pieno di spirito e d'orgoglio,
bravo, ma temerario. Pensò quindi d'at-
taccare la Polonia}\a quale avea conser-
vato sempre buona concordia e amicizia
co'sultani,raassimeconBajazetIIeSeIimI,
così con Solimano II che avea rinnovato
gli antichi trattati, fatti con reciproca sti-
ma. Ma ogni legge fu rotta, ogni giura-
mento violato dal sultano, irritato dalle
frequenti incursioni de'cosacchi, quali pel
mar Nero fino a' borghi a vista di Co-
stantinopoli spesse volte scorrevano,
mandando a fuoco ogni più delizioso pae-
se, e asportando quel di più di preda che
loro veniva fatto rubare.PertantoOtmau
II,e desiderando di segnalarsi con qual-
che singolare e mai tentata impresa, e-
spose al divano di voler dichiarare guer-
ra al regno di Polonia. I ministri cono-
scendo i polacchi per invincibili quando
23
338 T U R
sono uniti, disapprovarono In risolo/io-
ne, il muftì dichiarandola ingiusta; e il
gran visir Musi afa per averla più degli
altri impugnata, ii sultano gli fu sopra,
10 ferì e per poco non lo svenò. Quindi
Otman II ordinò che si cavassero dall'e-
rario 20 milioni d'oro per allestire un
formidabile esercito, alla cui tesla voleva
marciare, con 3oo pezzi di cannone e un
equipaggio immenso. Appena i polacchi
seppero i grandi preparativi de'lurchi per
assalirli, adunarono nella dieta di Varsa-
via la uobiltà polacca, e con generosa de-
liberazione stabilirono di difenderead o-
gni costo la propria patria e libertà. Per-
ciò inviarono diversi nobili a Papa Gre-
gorio XV, all'imperatore Ferdinando li
e agli altri principi cristiani, invocando i
loro soccorsi contro il comune nemico.
11 Papa assegnò notabile somma ogni me-
se ad Acazio Grochovio vescovo di Pie-
mislia, segretario del re Sigismondo III
e suo residente in Roma, promettendo-
gli altri aiuti appena fosse terminata la
guerra mossa dagli eretici all' impera-
tore, per la quale avea esausto l'erario
pontificio. Il giovane Olindo li neh 61 1
eutrò col suo numeroso esercito in Po-
lonia , e Uladislao figlio del re alla te-
sta d'80,000 combattenti evitò gli scon-
tri per la sproporzione delle forze e per
non arrischiare la battaglia. Questa però
presentatagli dal sultano, contro il pa-
rere degenerali che non lo volevano e-
iposto a' pericoli, i polacchi respinsero i
turchi valorosamente. In vedere le per-
dile gravi dell'esercito il sultano pianse
di rabbia, rimproverando di viltà 1 suoi.
Allora Raraskas pascià di Buda si gettò
nel più forte della mischia, e n'avrebbe
trionfalo se il gran visir suo nemico l'a-
vesse secondato, onde vi perì e l'eserci-
to ricevè altra sconfitta. Sospettando il
sultano che l'amato pascià l'avesse sa-
grificatoil suo emulo, lo depose e dichia-
rò gran visir Divaler, acremente rimpro-
verando d'inetti i giannizzeri e molti di
essi ne fece trucidare. Questa imprudeu-
T U R
za feci ammutinare gli altri, e se non s'in
terponeva a sedarli l'ngà la sollevazione
scoppiavo. Malcontenti, continuarono a
combattere, ed i polacchi per la 3.11 vol-
ta disfecero i turchi. Laonde il sultano
presso Goccino nella Moldavia, lece la
pace con onorevoli condizioni, mentre il
Papa trattava una generale lega contro
Otman II, stipulandosi che i cosacchi non
avrebbero danneggiato i sudditi turchi,
ne i tartari di Crimea e di Bessarahia i
sudditi polacchi. Tornato il sultano in
Costantinopoli pieno di risentimenlocon-
Irò i giannizzeri, si propose abolire trup-
pa sì tumultuante, che continuamente
comprometteva l'impero e cospira va con-
tro la vita del sovrano, surrogandole al-
cune compagnie arabe. Ne comunicò l'i-
dea al gran visir Divaler, ma cjuesti lo
avvertì di non precipitare in novità tan-
to pericolosa , poiché nelle loro potenti
mani era la sua vita, il serraggio e la ca-
pitate; o almeno doversi prima trasferi-
re la sede dell'impero in Damasco capi-
tale della Siria, o al Cairo capitale d'E-
gitto. Ostinato il sultano d'abolire i gian-
nizzeri, sparse voce che per un voto fat-
to a Maometto per la salute dell'anima
sua dovea recarsi alla Mecca, e intanto
spogliò il suo serraglio e quello dell'oda-
liche, le moschee e i sepolcri, di quanto
oro , argento e gioie contenevano, non
perdonandola al cadavere del padre, dal
cui turbante tolse le gemme, ne a quello
d'un figlio dal cui collo prese la catena
tempestata di perle, e d'ogni cosa fece ca-
ricare diversi vascelli. Ordinò poi elicsi
trucidassero tutti i fratelli, perchè volen-
dolo i giannizzeri detronizzare non tro-
vassero altri di sua famiglia; onde ciò sa-
putosi da Riosem, le riuscì colla propria
vita scampar quella del figlio A murai, e-
vadendo dal serraglio, ed anche gli altri
scamparono la morte decretata. Solo ec-
cettuò lo zio Mustafa I come imbecille,
e perchè seco lo conduceva. Da tutte que-
ste disposizioni fieramente s'insospettiro-
no il popolo, i giannizzeri,! grandi. I mal-
x u a
contenti in numero di 12,000 obbliga-
rono due kadi-leskieri, o supremi giudici
delle provincie di recarsi dal sultano e di
pregarlo da parie del popolo e della mi-
lizia a non abbandonare la città imperia-
le. I due kadì con rampogne furono cac-
ciati dal sultano e disprezzati due volte.
Allora gli ammutinati indussero il muftì
a rimuoverei! sultanodalla sua risoluzio-
ne; ma questi benché di lui suocero non
volendosi esporre ad oltragginoli un fefta
dichiarò al sultano non poter eseguir il
suo voto e pellegrinaggio alla Mecca, per-
chè essendo di pregiudizio a'sudditi e al-
l'impero, non poteva piacere nèa Dio, ne
a Maometto. Ricevuto da Otman II il
fefta furiosamente lo lacerò, con iscan-
dalo de'turchi, per non vedere rispetta-
to il capo supremo della religione. Poi
comandò a Isuf agà de'giannizzeri di por-
si alla testa di 6compagniee frenare l'au-
dacia de'ribelli, il che dopo un tentativo
tralasciò d'eseguire. Adunato dal sulta-
no il divano di 6 ministri, gli manifestò
il suo disegno; 3 di essi si gettarono ai
suoi piedi inutilmente scongiurandolo a
desistere dalla partenza. Egli invece con
hatti-cheriff de' 18 maggio 1622, avvisò
il beglierbey del Cairo di recarsi a fìssa-
re la sua residenza in quella città. Lo scrit-
to fu intercettato da'sollevali e persuasi
del vero scopo del sultano, in numero di
3o,ooo furiosamente assalirono il serra-
glio, e liberarono di prigione Mustafà I
restituendogli l'imperiai dignità, ad onta
che si mostrò alquanto ripugnante, e fi-
nì con sottomettersi e ringraziare i ribel-
li. Questi gli domandarono la morte di
Otman II, ed egli rispose non essere in
suo potere , ma nelle loro mani. Allora
corsero a impadronirsi d'Otman II, ede-
capitati i 6 del divano posero le loro te-
ste sopra aste e con esse girarono per Co-
stantinopoli , conducendo in un carro il
deposto sultano vestito di vili abiti a'20
maggio, da tutti oltraggiato. Giunti nel
suburbano campo delle milizie, lo fecero
salire su altro carro col carnefice, ed inu-
TUR 339
tilmente l' infelice principe ìagrimando
supplicò di non esser fatto morire per ma-
ni così infami. Portato nel castello delle
7 torri, fu cacciato in orrida prigione, ove
fu massacrato a'24 maggio d'ordine del
gran visir Daut che aspirava al trono, nel-
l'età di 1 7 anni. L'odio che i giannizzeri
aveano concepito per l'ucciso monarca,
fece loro obbliare il disprezzo cheaveano
pel vergognoso fantasma di Mustafà I. A
colorire l'incoerente e ridicola sua ripri-
slinazione, fu pubblicato che la sua taci-
turnità e raccoglimento erano effetti di
sua vita contemplativa, e delle medita-
zioni sublimi e religiose alle quali si de-
dicava nell'eccessivo fervore di saviezzae
di pietà. Mustafà I per assicurarsi nel po-
tere, fece chiudere in una fortezza tutti i
nipoti, e ridonò la calma a Costantino-
poli malcontenta del precedente gover-
no, per opera della Valide madre torna-
ta a dominare, la quale continuò a far di
tutto per ascondere l'insufficienza ed inet-
titudine del sultano. Dovendo questi fa-
re la pubblica comparsa per la città, dal-
la Valide in nome suo fu distribuito un
milione di zecchini alle milizie. Ma quan-
do il popolo vide a cavallo Mustafà I, in-
cedere come un insensato, Io pose in ri-
dicolo. La sua imbecillità si mutò presto
in demenza e furore. La misura di tali
eccessi giunse al colmo, e quelli che loa-
veano innalzatolo rovesciarono di nuo-
vo. Kiosem madre di Amurat IV, ch'era
stata chiusa nel vecchio serraglio, ener-
gicamente si adoprò per l'innalzamento
del figlio e vi riuscì. Nel divano de' 1 3 set-
tembre 1623, tenuto nella moschea So-
r> mania, fu sentenziala la deposizione di
Mustafà I, e l'elevazione d'Arnnrat IV,
che nel dì seguente fu proclamato impe-
ratore di 1 3 anni, e Kiosem riconosciuta
per Valide. Questa gl'insegnò a regnare,
e seppe quanto prima farsi temere da'suoi
sudditi e nemici. Non mai attentando i
turchi a 'giorni degl'insensati, il nipote A-
murat IV fece chiudere per sempre Mu-
stala I nella sua antica ptigione, venendo
34o TUR
dimenticato: tuttavolta il successore d'A-
murat IV adombrato di sua esistenza, lo
fece strangolale nel i 63q, ad onta che il
Corano vieti di uccidere i pazzi. Finché
durò la minorità del sultano, Kiosem fu
la governali ice dell'impero; uscito però
egli di tutela non volle più che s'intrigas-
se negli affari di stato, mutazione che tra*
fìsse l'animo dell'ambiziosa Valide; non
pertanto passando Amurat IV facilmen-
te dall'abuso de'piaceri, alla vigilante as-
sistenza degli alfari,così Kiosem di tratto
in tratto esercitò la sua influenza. Assunto
al trono bagnato ancora dal sangue del
fratello e avvilito dalla deposizione dello
zio, esercitò in principio il potere con ri-
servale volendosi assicurare dall'armi cri-
stiane, confermò con l'imperatore Ferdi-
nando 11 per altri io anni la pace, e gli
cede alcune terre controverse del conta*
do di Strigonia. Dopo 5 deboli regni, i
turchi videro sul trono il principe più as-
soluto che avesse loro mai comandalo.
Dotato d'uno spirilo fermo e intrepido,
la natura gli die una forza di corpo straor-
dinaria, e una maestà che le morali sue
doti avvalorava di tuttociòche le forme e-
slerne hanno di più imponente. Egli scos-
se senza timore il giogo delle leggi e dei
pregiudizi della nazione, e fu ili. Resul-
tamene osò apertamente permettere l'u-
so del vino; egli stesso ne bevea all'ecces-
so, e duede'suoi più cari favoriti non eb-
bero altri titoli alla loro fortuna, che l'es-
sere duecrapuloni. Fece morire i suoi fra-
telli Bajazet e Orcan, con una mazza fer-
rata levò la vita alla sorella, e con un col-
po di pugnale uccise la sua odalica fa vo-
lita.Con animo impellerli to accorreva ad
ogni sentore di novità , e col terrore di
sue minacce si rese divoli i più temerari,
avendo ancora troncato di propria ma-
no dal busto il collo di qualche principa-
le pascià; il che gli conciliò la stima e l'a-
more de'giannizzeri. Ma in una ribellio-
ne di questi fu in pericolo di restarne vit-
tima, se non permetteva 1' uccisione dei
diversi grandi partigiani di Kiosem ; a
TUR
tempo si vendicò e ne fece gettare nel ma-
re un grandissimo numero. Intanto fra i
grandi che sagrificaronoi giannizzeri nel-
l'insurrezione vi furono il muftìjil gran vi-
sir, l'agà degli stessi giannizzeri, il defter-
dar: soloriuscìal suitanodi salvare la ma-
dre Kiosem. Padrone delle sue passioni,
era sobrio quando moslravasi alle sue
truppe.Sottoilsuo regno e neli63o i re-
ligiosi latini custodi de'Luoghi Santi per-
misero a'greci di benedire il pane sopra
l'altare della Natività in Bettlemme.Que-
sta concessione,che avrebbe dovuto esser
un vincolo di pace tra le due nazioni, di-
ventò invece un pomodi discordia. Giac-
che i greci fabbricarono sopra tal conces-
sione un gran castello di vane pretese, e
mancando le ragioni per sostenerle si ven-
ne alla violenza; il sangue scorse in Bet-
tlemme, ed i cattolici dovettero darsi a fu-
ga precipitosa per evitare un generale ma-
cello. Appena le notizie di sì grave scan-
dalo giunsero agli ambasciatori di Fran-
cia e di Venezia, ne fecero amare doglian-
ze al governo turco, da cui ottennero due
fìrmaui,ne'quali è dichiaralo che il s. Se-
polcro, le due Cupole, la pietra dell'Un-
zione, la chiesa di Belllemme e le 3 chia-
vi della cappella sotterranea appartengo-
no a-religiosi franchi. Si trovano inoltre
in uno di essi le seguenti rimarchevoli
parole:» Chela nazione greca usò false
testimonianze e false prove, e che il fir-
mano d' Omar ch'ella mostrava ad ap-
poggio di sue pretensioni era un docu-
mento di sua invenzione". Ma i greci sem-
pre crescendo d'audacia fecero pratiche
in Costantinopoli, presso la Valide Kio-
sem, che d'origine greca speravano pro-
tezione. Essi cominciarono collo sparge-
re innumerabili calunnie contro i catto-
lici latini , e poi offrirono al gran visir
20,000 piastre, ch'egli vilmente accettò.
I religiosi latini non poterono evitare il
colpo che li minacciava, se nonché sbor-
sando 8ooo piastre in contanti e promet-
tendone altre i4,ooo. Però il visir parli
per la guerra di Persia, e il suo luogote-
TUR
iiente, comprato da'greci, accolse favore-
volmente la loro causa. Invano gli am-
basciatori di Francia e di Venezia si la-
gnarono presso la Porta, invano mostra-
rono le concessioni anteriori; la corruzio-
ne e la violenza finsero. I greci si solle-
varono con vera sommossa; l'ambascia-
tore di Francia fu assediato nel suo pa-
lazzo, il (. dragomanno dell'ambasciato-
re di Venezia fu impiccato al suo balco-
ne, un dragomanno dell'ambasciatore di
Francia venne impalato; i 3 ambasciato-
ri di Francia, dell' imperatore e di Ve-
nezia furono carcerati e posti ne'ferri per
molti giorni. Il sultano Amurat IV ag-
giudicò a'greci la chiesa di Bettlerame,
la Culla, i giardini, la pietra dell'Unzio-
ne; e proibì a'greci di farsi cattolici. Il
che fece ingannalo della sciocca accusa
sparsa ad arte da'greci, che quelli i qua-
li si convertivano alla religione de'fran-
chi voleano esentarsi dal pagar l'imposta
e sottrarsi dalla sua ubbidienza. Ma que-
sto trionfo ottenuto colla violenza e col-
la frode non fu di lunga durata. L'arci-
diacono Gregorio nipote del patriarca di
Gerusalemme , sdegnato per la perdita
d'una somma di denaro che il suo zio e-
rasi tenuta perse, si recò a Costantinopo-
li a lamentarsi del patriarca e chiedere
la sua destituzione. Tra pel suo sdegno,
e perchè tormentato da'rimorsi della sua
coscienza , egli manifestò ancora in pre-
senza degli ambasciatori dell'imperato-
re, di Francia e di Venezia: i.° Ch'egli
era l'autore della falsificazione del docu-
mento presentato al divano intorno ad
una pretesa visita del profeta Maometto
a Bettlemme, dove questi diceasi aver già
trovato i greci ed accesa una lampada al
santuario della Natività ad onore di Ge-
sù Cristo; che il testo del vecchio ms. da
lui falsificato recava il nome generale di
cristiani (Nacara), e ch'egli vi avea so-
stituito quello de'greci (Roumi). 2.0 Che
il ms. turco presentato al medesimo tem-
po al visir ed attestante che il sultano Se
firn I quando conquistò Gerusalemme a-
TUIi 341
vea concesso i LuoghiSanti al patriarca di
Gerusalemme, era una 2.* falsificazione
facile a verificarsi, perchè egli invece del
vero nome del patriarca allora sedente
vi avea per isbaglio inserito quello di
Teolano. 3.° Che il kyayo o maggiordo-
mo del capitan pascià subornato con2ooo
scudi avea presentato il firmano da sot-
toscriversi al sultano nell'istante in cui e-
gli, uscendo di fretta dal palazzo e salen-
do a cavallo, non avea avuto il tempo di
esaminarlo. Avendo il gran visir ricono-
sciuta l'esattezza di questa deposizione,
Amurat IV rivocò il (irmano concesso ai
greci,e nel 1 635 ne fece scrivere il seguen-
te in favore de' religiosi latini. *» Oggi i
religiosi franchi hanno mostrato i docu-
menti ch'essi aveano nelle mani. Noi li ab-
biamo esaminati, e vedemmo ch'essi e-
rano carte antiche. Da essi apparisce che
tutti i luoghi qui sopra indicati, come pu-
re le 3 porte della grotta di Bettlemme
e le chiavi di dette porte appartengono
esclusivamente a'religiosi franchi fin dal
tempo della conquista di Gerusalemme
fatta dal califfo Omar l'uno de' 4 califfi
(Dio sia contento di lui), e che al tempo
in cui il nostro avo di gloriosa memoria
il sultano Selim I (il quale è ora in para-
diso), s'impadronì di questi santuari, es-
si rimasero tutti, come per ('innanzi, nel-
le mani de'medesimi religiosi franchi. Af-
finchè i religiosi franchi rimangano in
possessione di detti luoghi, chiesa e mo-
nastero, noi abbiamo dato un nobile fir-
mano decorato d' uno scritto di nostro
proprio pugno, affinchè loro serva di ti-
tolo, ed abbiamo ordinato che secondo
questo firmano, i franchi abbiano, come
anticamente, il possesso e l'uso della grot-
ta situata a Bettlemme, e conosciuta sot-
to il nome di Culla di Nostro Signore, di
cui i greci si sono impadroniti colla fro-
de, e col produrre falsi documenti; e che
i franchi abbiano in possessione ed uso la
pietra dell' Unzione situata nella chiesa
del s. Sepolcro, le volte del Calvario, i 7
archi situati sopra s. Maria, le due Cu-
34* TUR
pule, la granile e la piccola, che cuopro-
iM > la tomba di Gesù Cristo; ch'essi ab
bumo inoltre, nello stesso modo che per
lo passalo, la possessione sia in Gerusa-
lemme della tomba di s. Maria e del con-
tento colle sue attinenze e dipendenze,
sia nel villaggio di Nazareth della chie-
sa e monastero, ed in somma di tulli i
luoghi, de'quali (inora furono in posses-
so non contrastalo; che d'ora innanzi nò
greci, ne armeni, uè alcun'allra nazione
cristiana osi turbarli o inquietarli ; che
sempre ne'detti luoghi, e principalmen-
te sul Calvario, i religiosi franchi eserci-
tino il loro cullo a loro piacere come per
lo passato, e vi accendino, come innan-
zi , cerei e lampade, senza the alcuno li
molesti; che negli esercizi del loro cullo
il superiore de'religiosi franchi abbia, co-
me per l'innanzi, la precedenza sopra i
religiosi d'ogni allra nazione, purché pa-
ghino il tributo secondo l'antica consue-
tudine". L'originale di questo firmano e
della relazione del (alto serilla dal dele-
gato della Sublime Portarono deposti ne-
gli archivi dell'ospizio di Terra Santa in
Pera. Intanto reggeva il palliai calo greco
di Costantinopoli Cirillo Lucano, prima
maomettano, poi scismatico crinalmen-
te eretico calvinista, perciò ràbicissimo
della s. Sede, e fanatico per contraddirla
coll'opposizione ancora de'suoi successori;
al quale effetto avea mandato de'giovani
greci ad apprender le scienze nelle scuole
eretiche dell'Olanda, e pubblicato per la
Grecia una confessione di fede, in cui ol-
tie gli articoli del vecchio scisma v'inserì
i 7 proposizioni di Calvino, le quali dalla
turba imbelle e dalle ignoranti cattedre
di que'desolati paesi apprese, e insegnate
per cattoliche, ridussero la miserabile
Grecia in una Ginevra di Calvinisti. Ac-
cudivano! mercanti eretici delle parti oc-
cidentali alle operazioni di Cirillo, e con
frequenti donativi di deuaro, di cui egli
era avidissimo, tenevano forlemeute nel-
la loro fede il di lui animo. Ma i turchi,
che odiavano i calvinisti come nemici del
I V R
monarchico reggimento , precipitarono
nel mare da alta torre il fraudolento pa-
triarca greco, incolpato d'alroci delitti.
Il patriarca successore chiamato Parte-
nio e anche Cirillo d'Uteri* o di Berne,
avvedutosi della corruzione generale col-
la quale lafede cattolica era pervertita in
calvinistica convocò in Costantinopoli
un sinodo di su(Traganei,nel quale esecrò
l'eresia con tanta vivezza di zelo, die
della condanna ne trasmise la notizia con
lettere sino agli ultimi termini d'Euro-
pa e di Asia, facendo palese al mondo
quanto fosse riprovevole ed empia quella
setta, che neppure volevasi ammettere ne
dagli scismatici, uè da' maomettani. Par-
tenio condannò pure tanto il predecessore
Ciiillo Lucano, che gli errori de' calvi-
nisti, in due altri coucilii di Costantino-
poli. Di più inviò deputati a Papa Ur-
bano Vili per rendergli ubbidienza co-
me capo della Chiesa universale, e per
trattare 1' unione de' greci colla chiesa
romana, la quale però non ebbe effet-
to. Le guerre di Amurat IV contro la
Polonia, e contro la Persia, ove sem-
pre combattè valorosamente in perso-
na, la presa di Vati, di Erivan, e quel-
li* per sempre famosa di Bagdad, in cui
enttò sui cadaveri di 3o,ooo vinti, ed
ove si fece coronare re di Persia, gli ac-
quistarono il solito titolo di Ghazyj ma
le sue dissolutezze d' ubriachezza e la-
scivia^ gli stravizzi che commetteva coi
paggi mosaip favoriti, affrettarono il ter-
mine de' suoi giorni e lo condussero ad
una morte immatura. Accorgendosi che
nell'ebbrezza dava ordini ridicoli e disu-
mani, ordinò «'ministri che non l'ubbi-
dissero dopo il pranzo e dopo la cena.
Sotto il suo regno furono assalite le spiag-
ge di Napoli dalla poderosa squadra dei
maomettani comandata d'Ansati Cala-
slat famoso corsaro. Ma unite da Papa
Urbano Vili le proprie galere a quelle
di Toscana dell'ordine di s. Stefano I, ne
riportò un'insigne vittoria. Amurat IV
fece fiorire l'impero, il terrore che avea
TUR
sa pufo ispirare conteneva i pascià clie go-
vernavano le provincie, e i magistrati che
amministravano la giustizia non ardiva-
no più di prevaricare; imperocché ascoi*
lamio ogni lagnanza, era sempre pronto
a casligare. Spesso travestito si presen-
tava ne' lunghi o v'era meno atteso. Vo-
leva con precisione sapere cosa si diceva di
lui, il che spesso gli serviva a corregger-
si. Sapeva a meraviglia dissimulare. Nel-
l'incendio di Costantinopoli che incene-
ri 200 serragli e 6000 case, con l'eccidio
d' innumerabile gente, magnificamente
soccorse i danneggiati. Teneva una pro-
digiosa quantità di musici, co'quali pas-
sava Tintele giornate. La peste avendo
desolato l'impero, penetrò in Costantino-
poli, e ad onta delle precauzioni anche
nel serraglio, ove perirono 1 00 odaliche
e il chez-adè o erede del trono, che essen-
do l'unico figlio del sultano, questi ne re-
stò inconsolabile. Alcune ore prima di
spirare, minacciò i suoi medici di farli
pei ire, se non s'affrettavano a guarirlo.
Morì nel 1640 di 32 anni circa. Lasco 7
figliuole che maritò ad alcuni pascià; di
5 figli gli sopravvisse Solimano il solo na-
to dalla bella Rascima a Djarbekir, che
il sultano ignorava, per tenerlo la madre
occulto temendo il furore dell' hassaki
Rossana. Nel suo testamento diseredò il
suo fratello Ibraim , che teneva per in-
capace di regnare per la sua debolezza di
spirito, e invece chiamò alla successione
dell'impero Rim-Kiraskan de'tarlari. Al
cuni amanti di novità pretesero che a-
vesse pieno effetto la disposizione d'Anni*
rat IV, perchè grandi vantaggi si ripro-
mettevano dal kan. Mustafà gran defter-
dar, capitan pascià e genero del sultano,
sosteneva appartenere a lui il trono, qua-
lora non si eseguisse il testamento, e in
favor suo avea un forte partito. Ma pre-
valse l'impegno della Valide Kiosem ma-
dre ancora d'Ibraim, co'suoi destri ma-
neggi e persuaditrice eloquenza, e più di
tutto co'tesori da lei cumulati che profu-
se a'più poteuti pascià e ministri suoi a-
TUR
343
mici. A decidere affare cotanto grave si
adunò il divano, il quale per il sesso e per
la dignità permise a Kiosem di perorare
prima degli altri pretendenti. Con fran-
co coraggio, dimostrò i funesti inconve-
nienti che sarebbero nati nell'impero, se
un principe straniero o un suddito am-
bizioso, si fossero preferiti con aperta in-
giustizia al sangue ottomano di suo figlio
Ibraim, unico rampollo della famiglia im-
periale. La sola sua perorazione bastò
perchè il divano, dichiarando nullo il te-
stamento d'Amurat IV, proclamasse sul-
tano Ibraim, e tosto lo riconobbe per le-
gittimo imperatore. Questi che ignorava
l'avvenuto e più d'una volta avea scam-
pato la morte ordinata dal fratello, sen-
tendo i gridi del popolo temè qualche sol-
levazione e si chiuse bene nelle camere,
in cui l'avea rilegato il fratello; poiché più
volte nelle rivoluzioni erasi sagrificato al-
l'ira popolare, per salvar la vita del sul-
tano, quella d'alcun principe del sangue
superstite, acciò il popolo fanatico per la
conservazione della famiglia ottomana
desistesse dall'incrudelire sul sovrano,per
non esporsi ad esser governato da un prin-
cipe straniero. Per quanto accorressero i
grandi dell'impero e la stessa madre ad
assicurarlo di non temere e che era dive-
nuto sultano, non volle mai aprire; con-
venne portargli il cadavere del fratello
per convincerlo. A questi poi fece solen-
nissime esequie, e col capo nudo volle por-
tare anch'esso sulle spalle la cassa mor-
tuaria.
Ibraim bello della persona, dolce e u-
mano, nel resto era goffo e incapace di
regnare, per cui dominò per lui la Valide
Kiosem, cui dovea il trono. Alle sue in-
sinuazioni, e per le mene, falsi documenti
e oro de' greci, a questi Ibraim concesse
un firmano contraddittorio a quello re-
cente del fratello in favore de' latini dei
Luoghi Santi. Die a' greci con tale atto
l'autoritàdi riprendersi i santuari da loro
contrastati a'Iegittimi possessori. Inoltre
i greci ingannarono il governo turco, con
344 TUR
calunnie non meno false che ridicole, co-
inè ci' aver i Ialini rubato il corpo della
ss. Vergine, per tentare d' impadronirsi
della cappella sotterranea sagra alla me-
desima a pie del monte Oliveto, nella
quale è il suo sepolcro. E qui noterò, che
fu poi ordinala una ricerca, dopo la quale
1' ambasciatore di Francia ottenne nel
1666 un fi mio no, il quale dimostra e rim-
provera la malizia e le menzogne de'gre-
ci, e ripone i religiosi franchi in possesso
di questa chiesa eh' essi possedevano da
più di 36o anni. Ciò non ostante nel de-
clinar dello scorso secolo, i greci sempre
colle medesime male arti riuscirono nuo-
vamente ad impossessarsene^ b posseggo-
no ancora di presente, e pare senza neppur
permettere a'pi'eti latini di celebrarvi la
messa. Ibraim nel i.°anno vigilò alquan-
to sugli affari, puntualmente interveniva
al divano, cui raccomandava la giustizia
e che si risparmiasse possibilmente il san-
gue de' sudditi , ma sciolse il freno alle
passioni. Furioso e disordinato, era un
misto di ferocia e di timidezza, di prodi-
galità e d' avarizia : fece consistere tutte
le sue occupazioni in trattenersi nell' ha-
rem colle sue odaliche, lasciando il go-
verno dell'impero a Riosem, e al gran
visir Muslafà. Questa poi per sfogare la
sua ambizione fomentava la mollezza del
figlio, popolando il serraglio d'una gran
quantità delle più belle di Grecia, di Gior-
gia e di Circassia. Una di qnest' ultime
chiamata Jachan, nel 16^1 gli partorì
Maometto erede dell' impero, che colmò
di gioia il sultano e i sudditi, trepidanti
fin allora per mancanza di successione;
indi gli nacquero altri tre figli, con che
restò spento il fuoco delle pretensioni al-
trui al trono. Però cominciarono quelle
dell'hassaki Jachan, che bramava essere
a parte del potere esercitato dalla Vali-
de, onde fra loro restarono implacabili ne-
miche. Muslafà scaltro e alieno dalle ar-
mi, profittò delle occasioni per ingrandir
l'impero senza muoversi dalla reggia per
mantenersi nel favore. Quindi per opera
TUR
del principe di Valacchia, più a forza di
oro, che di ferro, assediò e prese la for-
tezza d'Azow nel fondo della palude Meo-
tide, e ne scacciò i cosacchi russi, feroci in-
festatori di quel mare. Ma poi Ibraim o
per sospetto o altrui inimicizia fece uc-
cidere il gran visir e gli sostituì Mehe-
met pascià di Damasco, per genio e per
fede avverso a' cristiani, che cercò nuo-
cere in ogni modo. Spinse Bechir pascià
con 46 galere ne'mari d'Italia; intimorì
Otranto, e corseggiando Tacque di Ta-
ranto, saccheggiò Rocca Imperiale e fece
200 schiavi. Nel 1 644 ■! generale Bau-
drand comandante la squadra di sei ga-
lere de'cavalieri di Malta, si portò nelle
acque di Rodi per dar la caccia alla ca-
rovana che soleva passare da Costanti-
nopoli al Cairo nel settembre, composta
di 3 grossi vascelli 0 sultane, oltre le sai-
che e altri legni minori. Dopo un dispe-
rato combattimento e la morte di Bau-
drand e di Chislar agà, vinsero i cava-
lieri, e tra' prigioni vi fu Mehemet cadì
della Mecca, ascendendo la preda a circa
due milioni. Di questo fatto sdegnato I-
braiin e il visir, armarono una poderosa
flotta, restandone intimoriti i veneti come
più esposti per le loro colonie all' offese
de'turchi,e per aver ricettato ne'loro por-
ti le vittoriose galere maltesi. Papa Inno-
cenzo X eccitò la Francia e la Spagna a
cessar la guerra, mentre di nuovo il cri-
stianesimo era minacciato nel conquisto
di Candid e d'altre isole de'veneti come
si sospettava. Mandò al re di Polonia
3o,ooo scudi, acciò dalle sue frontiere di-
vertisse l'armi de'turchi nelle sue mosse;
ma il re era intento a una spedizione con-
tro i tartari di Crimea, avendo a tal ef-
fetto assoldato buon numero di cosacchi.
Di più il Papa aumentò le sue milizie,
parte ne inviò in aiuto di Malta, e parte
in Dalmazia sotto il comando del conte
Mirolio ; indi ordinò pubbliche orazioni
pel celeste aiuto. Appena udì la partenza
de' turchi a' danni eli Candia, promulgò
un Giubileo, e permise alla repubblica
T UR
di Venezia d'esigere per 3 volte dal clero
de'suoi stati 100,000 scudi d'oro, e sol-
lecitò che ad essa si unisse la sua squadra
di 5 galere, con quelle che si potesse rac-
cogliere da'principi cristiani. La Spagna
ne somministrò 5, altrettante la Toscana,
6 Malta, delle quali 21 galere Innocen-
zo X affidò il supremo comando al nipo-
te Nicolò Ludovisì generale di s. Chiesa.
Altri soccorsi il Papa ottenne da Francia,
da Parma, da Modena, oltre 3ooo scudi
dal cardinal Barberini e 10,000 da altro
cospicuo ecclesiastico. Udivano aspirava
all' impresa di Malta, ma conosciuta la
difficoltà risolvè quella di Candia, confi-
nante a 'suoi domimi, a' quali intese unir-
la; tuttavia dichiarando con simulazione
guerra a Malta nel marzo i645, in vece
arrestato contro il diritto delle genti il
bailo veneto di Costantinopoli, nel giu-
gno fece investire l'isola di Candia dal-
la flotta, forte di 378 legni e di 5o,ooo
soldati. Seguito lo sbarco, a' 19 agosto i
turchi fecero capitolare Canea ; e tosto si
impadronirono di buona parte dell'isola
che riempirono di terrore e di stragi. In-
di Cussein pascià cominciò il famoso asse-
dio della città diCandia, memorabile pegli
sforzi degli assedianti, e per la costante e
valorosa difesa degli assediati. I veneti in
vece assalirono la Dalmazia, espugnarono
vari luoghi e sparsero la costernazione
per tutto il paese. Intanto Ibraim abban-
donato alle sue dissolutezze avea riempi-
to l'impero di malcontento, per sopire il
quale Riosem andava dispensando tesori
al popolo, alle truppe, a'ministri, ed a fu-
ria di scaltrezze e di avvilimenti rilardò
lo scempio del debosciato figlio, le cui
dissolutezze fecero inorridire i sudditi, in
modo che non vollero più tollerarlo, dopo
aver per forza disonorato anche la figlia
del muftì. Questi trattenne quelli che vo-
leano vendicarlo, riservando a tempo più
opportuno il suo risentimento e inde-
gnazione. Profittando poi de'disgusti in-
sorti tra il sultano, ed il seraschiere Me-
hemetel'agà de' giannizzeri, convenne
TUR 345
con essi e co'due kadi-leskieri per detro-
nizzarlo. A'7 agosto 1648 insorti i gian-
nizzeri furiosamente portatisi al serra-
glio imperiale, col muftì e i kadi-lesckieri,
chiese 1 oal sultano la testa del genero gran
visir Achmet suo ministro in tutte Y ini-
quità, e che gli surrogasse il seraschiere.
Voleva Ibraim resistere, ma Kiosem lo
persuase a cedere. Nel dì seguente torna-
rono i giannizzeri dal sultano, e gli do-
mandarono il chez-adè Maometto IV, ed
alla negativa, mediante il fefta di deposi-
zione del muftì forzarono il serraglio. Cor-
se Riosem per salvar la vita a Ibraim, e
questa gli fu concessa dopo la consegna
del figlio Maometto IV di 7 anni, che i
giannizzeri proclamarono sultano, e gli
cinsero la scimitarra ottomana, equiva-
lente alla corona e allo scettro. Rinchiuso
Ibraim in una camera, per disperazione
battè la testa alle mura, finché il muftì
con altro fefta lo dichiarò degno di mor-
te, per cui 8 giorni dopo la sua deposi-
zione, fu strangolato con cordoni di seta
da' dislì o muti del serraglio a' 1 7 di detto
mese. L'ambiziosa Riosem volle domina-
re anche in un 4-° regno. Quale ava del
nuovo sultano aspirò alla reggenza, e la
ottenne dal divano, dovendo governare
durante la sua minorità insieme alla Va-
lide Jachan, assistite dal consiglio di 12
pascià, ed al principe fu dato per aio o
hoggia il pascià Vani effendi onesto e sa-
vio. Però le rivalità delle due reggenti
posero in iscompiglioil serraglio, la capi-
talee l'impero,Riosem sostenuta da'gian-
nizzeri, e Jachan difesa da'loro emuligli
spahys, e più volte il sultano fu in peri-
colo di restarne vittima, se il gran visir
Siaoux non avesse vigorosamente veglia-
to alla sua difesa, troncando le ordite con-
giure. Finalmente Riosem nella sua ca-
mera fu massacrata dagl' icioglami, pag-
gi d'origine cristiana del serraglio, dopo
circa io anni di sua reggenza. Dipoi il
pascià d' Aleppo Orkan insorse per de-
tronizzar Maometto IV., e dichiarar sul-
tano l'incognito Solimano figlio d'Ama-
346
TUR
rat IV, e nato dall' avvenente Rasciina.
Riuwcì però a Mehemet Kiuperli pascià
diDamascoegran visir di vincere Orkau,
e lo fece strangolai e con Solimano. Uscito
Maometto IV ili minorità mostrò passio-
ne per la caccia, per la quale teneva im-
piegate 3o,ooo persone e 900 cani levrie-
ri, amando d'allontanarsi da Costantino-
poli che abborriva, per rammentare i gra-
vi pericoli in essa passati nella sua fanciul-
lezza. Fino all'età di 22 anni non mo-
sti ò alcuna propensione per 1' odaliche,
abbandonato al bestiale vizio dell'infame
ed empia pederastia, riprovato dalla im«
tura, dalla morale, dalla ragione e dalla
religione. Perciò fu perduto amante dei
inosaip Mehemet e Mustafà, favoriti e
potenti; pel ricacciò il benemerito visir
Kiuperli e Ristar agà, che colla Valide
aveano tentato d'ammonirlo; il 2.0 creò
pascià e visir del banco, conferendo il pa-
triarcato di Costantinopoli ad un suo rac-
comandato. Datosi poi all'odaliche, Za-
cbi di Relimo, presa nella guerra diCan-
dia, lo fece padre di Mustafà erede del
trono, donando per giubilo alla madre
una corona d'oro tempestala delle più
preziose gemme; quindi e ad onta dell'a-
more e della stima cheZachi seppe inspi-
rargli, non tardò il sultano a darsi in pre-
da all'altre odaliche, lasciando governare
al gran visir Achmet Kiuperli, figlio del-
l'espulso, destro quanto il padre, fornito
di talento e di spirito. La guerra di Cau-
dia cominciata da Ibraim, continuò Mao-
metto IV, ora con prospero, ora con av-
\erso successo, ne'mari dell'Arcipelago e
diCandia con frequenti battaglie co'prodi
veneti. Appena divenne Papa Alessandro
VII, effettuò quanto in uno scritto in con-
clave avea consigliato il nuovo Papa per
la difesa di Candia, alla quale ogni anno
inviò galere unite a quelle di Malta, esu-
bito3ooo fanti,oltre i soccorsi che procurò
da'priucipi cattolici nel pacificarli, e le ga-
lere ben firmate da'più opulenti principi,
come quelli di Sulmona, Piombino, R.os-
sano, Palestrina ed altri baroni romani.
TUR
I cardinali Francesco Barberini e Flavio
Chigi nipote del Papa spedirono galere
con generosa emulazione a proprie spese
mantenute, ed il i.° anche 5ooo tumuli
di grano. Il cardinal Antonio Barberini
offrì 100,000 scudi, il cardinal Bernardi-
no Spada morendo lasciò 10,000 scudi,
e il cardinal Mozzarmi ne legò al Papa
200,000 parimenti per impiegarli nella
guerra contro i turchi II cardinal Nicolò
Guido di Bagno vendè la suppellettile di
argento, il palazzo e le vigne che posse-
deva, e il ricavato di scudi 38,ooo desti-
nò pel sostentamento della fede nel regno
di Candia. (ili altri cardinali dierono cir-
ca 5oo scudi per ciascuno. Luigi XIV con
nuovo soccorso contribuì 1 00,000 scudi.
In più altri modi aiutò Alessandro VII la
repubblica di Venezia per sostenere le
grandi spese, applicandole i beni de'sop-
pressi Crociferi e de'canouici di s. Spirilo
di Venezia, che fruttarono 9^8,970 scu-
di, oltre le decime imposte di 3oo,ooo
scudi per sostenere la guerra, e lo straor-
dinario sussidio di scudi 100,000 pre-
scritto al clero de' veneti domimi. Rinfor-
zò il reggimento pontifìcio in Dalmazia,
ed ebbe la consolazione di vedere nel 1 656
i veneziani riportare la famosa vittoria dei
Dardanelli, nella quale gloriosamente vi
perì il comandante generale Marcello. Ne
fu conseguenza i conquisti di Tenedo ,che
servì a serrare a Costantinopoli il mare, e
di LemiWy ambedue isole che nel 1 6.^7
ricuperarono i turchi, mentre sotto Can-
dia infierivano con ripetuti e furiosi as-
salti. Nel 1 660 i turchi, senza abbandonar
la guerra contro i veneti, la mossero alla
Transilvania, assediarono Varadinoe l'e-
spugnarono dopo 57 giorni di resistenza,
con afflizione dell'imperatore Leopoldol.
A vendo questi inviati soccorsi alla Tran-
silvania, i turchi l'interpretarono per ma-
nifesta rottura, onde fecero crudeli inva-
sioni ne' suoi stati, che posero a ferro e
fuoco. Il conte Nicolò Zdrino governato-
re di Croazia a frenare l'arroganza tur-
chesca assediò Canissa, ma V imperato-
TUR
re per non irritare di più il nemico ordi-
nò che si ritirasse, onde il conte ncll' ub-
bidire mal volentieri, costruì una lega
distante un forte che col suo nome diZdri-
no divenne celebre. E per non avello im-
pedito il pascià di Canissa, il gran visir lo
fece strozzare. In Belgrado il gran visir
i improverò i commissari imperiali d'in-
telligenza co' veneti, e disse loro che se
volevano pace dovesse Leopoldo I sbor-
sare alla Porta due milioni per le spese
della guerra, pagarle ogni anno 160,000
talleri pel regno austriaco d' Ungheria, e
concederle il passo ne' suoi stati per in-
vadere quelli de' veneziani. Inorriditi i
commissari per si orgogliose e vili condi-
zioni, francamente le rigettarono. Allora
il gran visir,che furtivamente avea radu-
nale imponenti forze, dichiarò guerra al-
l'imperatore, e tosto die in preda all'im-
pazienti truppe 1' Ungheria e V Austria.
Leopoldo I restato di ciò sorpreso, vide
verificarsi i ripetuti avvertimenti de've-
ueli, di non fidarsi dell'apparente amici-
zia de'turchi. Pertanto destinò alla difesa
sulle rive di Raab il celebre Montecuccoli,
della Croazia il conte Zdriuo, della Mo-
ravia e della Slesia il conte di Souches. Si
munirono le piazze più esposte, oltre Vien-
na colla demolizione de' sobborghi. Im-
plorò gli aiuti de' principi italiani e del
Papa. Alessandro VII con giubileo uni-
versale supplicò il divino soccorso, impo-
se 6 decime sul clero d' Italia, tranne il
veneto, e trasmise a Vienna 1 39,840 scu-
di,oltre i 200,000 scudi delcardinalMaz-
zarini. Nel decorso poi della guerra il Pa-
pa sborsò in Roma al ministro imperiale
Lambardi 54 1,7 19 scudi, e fece partire
le milizie papali in Ungheria. Invitò Ales-
sandro VII i priucipi cristiani alla lega, ed
il re di Francia somministrò alcune trup-
pe. Neh 663 il gran visir con 70,000 tur-
chi assediò Nehysel o Neosolio e la prese,
così Nitria e altre piazze d'Ungheria e di
Transil vania. Adunata V imperatore la
dieta di Ratisbona, ottenne 3o, 000 uomi-
ni che dovè fornire d'artiglieria. Il conte
T U R 34;
Zdrino nel 1664 devastò il paese de'tur-
chi, e la città di Cinque Chiese da loro
occupala; ma il nemico espugnò il forte
ili Zdrino. Le armi di Souches operarono
con prosperità, batterono più volte i tur-
chi, ricuperando Nitria e Leuentz, rup-
pero il pascià di Buda e presero Barcham
incontro a Strigonia. 11 visir mirava ad
internarsi nell'Austria, ma il 1. "agosto vo-
lendo passare il R.aab, Montecuccoli ri-
portò su di lui importante vittoria, che
salvò la Germania e l'Italia, e si fece la
pace con dispiacere degli ungheresi come
pregiudizievole, restando la maggior par-
te dell'Ungheria sotto i turchi. Nel 1667
il Papa Clemente IX, dopo aver pacificate
Francia e Spagna, applicò l'animo alla
difesa di Candia stretta dallo stesso gran
visir, inviando a'veneti 5o,ooo scudi delle
decime per l'Ungheria, spedì 5oo soldati
comandali dal marchese Maculani, e al-
trettanti a spese della camera apostolici);
armò le sue galere di nuove e numerose
soldatesche con 100,000 libbre di polve-
re per Candia, alla quale mandò 3o,ooo
scudi, destinando per generale il nipote
Vincenzo Rospigliosi. Soppressi gli or-
dini di s. Giorgio in Alga, de'Gesuali e dei
Fiesolani, ne applicò i beni a'veneti. Im-
piegò 20,000 scudi pel passaggio da Na-
poli a Venezia delle squadre imperiali, e
ne die 3o,ooo al duca della Mirandola
per recarsi a Candia col titolo di maestro
generale di campo di s. Chiesa. Impose
un sussidio sul clero veneto, e permise la
alienazione d'alcuni beni della chiesa di
s. Marco. Col denaro raccolto dal clero
di Spagna comprò 80,000 libbre di pol-
vere, e 4o>°°° ne provvide il cardinal
Barberini, oltre il mantenimento di 600
soldati, rimettendo spesso a Venezia da
8 a 12,000 scudi. Ad istanza di Clemen-
te IX il re di Francia mandò un'armata
navale comandata da Francesco de Ven-
derne duca di Beaufort, a cui il Papa ri-
mise 3o,ooo scudi con un ricco stendar-
do coll'immagine del Crocefisso come sua
insegua, perchè il re volle che militasse iu
34<S T U R
Dome di Clemente IX. Ma giunti in Cin-
tila tanti soccorsi, gran parte miseramen-
te restò uccisa, in uno al Reaufort, ed il
visir Kiuperli a'6 settembre 1669 otten-
ne Camita per capitolazione, dopo una
gtnma di 25 anni., pacificandosi i turchi
co'veneziaui. Clemente I X ueconcepì lau-
ta pena, che caduto infermo ne morì. Il
gran visir dopo aver ristorato l'esercito,
nel 167 1 passò in Moldavia per invadere
la Polonia; nel 1672 prese l'importante
piazza di Kamenìcch e nella Russia po-
lacca vari castelli, mentre Capei. m pascià
assediò Leopoli coti 4°>00° uomini, la
quale però con 80,000 scudi si liberò. Per
le dissensioni del regno, il general Gio-
vanni Sobieski appena alla moltitudine
de* turchi potè opporre 10,000 polacchi,
e con questi più con arte e valore contra-
stò a* nemici maggiori acquisti , evitan-
do cimenti campali, fermo nella massima,
che il fine di chi comanda gli eserciti è
ben sempre di vincere, ma non sempre di
combattere. Il re Michele per far argine
all' invasione si trovò costretto alla pace,
cedendo alla Porta la Podolia e l'Uckra-
di.i, e sottopose alla sua protezione i co-
sacchi libelli, e ciò che maggiormente fece
disapprovare siffatta pace, fu il promesso
pagamento d'annui scudi 20,000. Que-
ste dure condizioni in generale dispiac-
quero grandemente, benché il re vi pose
la clausola, che dovessero ratificarsi dalla
dieta del regno. Papa Clemente X, ch'era
stato uditore del nunzio di Polonia Lan-
cellotti, detestò pace si vergognosa e pro-
mise vigorosa resistenza contro i turchi,
inviando ni suo nunzio a tale effetto de-
nari e istruzioni. Dopo avergli rimesso
del proprio 75,000 scudi, impose sul cle-
ro d'Italia le decime, lequali per diversi
ostacoli non si potè esigere che nello sta-
to papale, ed in quelli di Firenze e di Luc-
ca^ non superarono la somma di 99,000
scudi. Di questi Clemente X ne mandò in
Polonia 3 1 ,ooo,e per sua morte il succes-
sore Innocenzo XI divise il resto tra 'po-
lacchi, gl'inglesi cattolici rifugiati iu O-
TUR
lauda, e la repubblica di Raglisi: quest'ul-
tima minacciata da'turchi, avea ricevuti
da detto Papa, essendo cardinale, scudi
i3,733,edal sagro collegio scudi 28,1 o3.
I polacchi che riprovarono 1' umiliante
trattato di pace, guidati dal prode Sobie-
ski nel 1673 affrontarono Capelan pascià
sulle rive del Niester, e colla completa vit-
toria che riportarono presso Coccino sal-
varono il regno della schiavitù. Sobieski
fece prodigi di valore, e colla famosa sua
Spada o sciabola recise la testa a Soli-
mano pascià di Ruda. Rimasti i polacchi
padroni del campo, s'impossessarono del-
lo stendardo di Maometto che Sobieski
mandò a Clemente X, il quale lo collocò
nella basilica Vaticana, e per memoria
fece coniare la medaglia ricordata a Polo-
ni a, e rese solenni ringraziamenti a Dio.
Nello stesso giorno del trionfo morì re Mi-
chele, e nel seguente anno gli fu surrogato
il Sobieski col nome di Giovanni III. Per
tanti fausti avvenimenti succeduti per la
perizia del gran visir Kiuperli, 1* animo
di Maometto IV fu pieno di gioia, ma te-
mendo che i giannizzeri incostanti potes-
sero un giorno privare del trono suo fi-
gl'iOjOude non si trovasse chi porvi, destinò
di far morire i propri fratelli Solimano e
Orkan, il quale solo perì di veleno, l'altro
lo lasciò di malavoglia vivere a interces-
sione del muftì. Al sultano riuscì fatale
la morte di Kiuperli che avea governato
bene e ampliato l' impero, senza ch'egli
abbandonasse i suoi piaceri. Gli sostituì
nel visirato Kara Mustafà ambizioso, su-
perbo e ignorante. Questo fanatico per
soverchiatela gloria del predecessore, su-
bito ruppe la tregua con V imperatore
Leopoldo 1 e con tutta la Germania. En-
tròinUngheria con4oo,ooo uomini,epel
felice esito di sue operazioni ardì recarsi
all'assedio di Piemia (/^.), residenza im-
periale, e vergognosamente fu disfatto
a'i4 luglio 1 683, come celebrai in tanti
luoghi, principalmente nell'articolo Co-
stantinopoli, nella biografia di Papa In-
nocenzo XI ed a Polonia, per aver con-
TUR
tribuito quel Papa e re Giovanni III alla
liberazione di Vienna, ambedue uniti in
lega con l' imperatore, oltre le prodezze
di Carlo IV duca di Lorena. Ricono-
scendo il Papa il fausto avvenimento dal
patrocinio della B. Vergine, istituì la fe-
sta del ss. Nome di Maria (V.) e in Ro-
ma V Arciconfrateriiiladel ss. Nome di
Maria (F.). Giovanni HI mandò al Papa
lo Stendardo (V.) di Maometto, che fu
collocato nella basilica Vaticana, ed altro
colla sua spada inviò alla s. Casa di Lo-
reto. Inoltre il Papa donò al re di Polo-
nia lo Stocco e Berrettone ducale (V.);
e fece coniare una medaglia colla stessa
epigrafe usala da s. PioV per la vittoria
di Lepanto; ed altra nel 1684 col mot-
to: Habeto nos foederatos et serviemus
tibi. Si vede nelT incisione P altare con
triregno e il berretto ducale, e lo Spirito
Santo che in aria spande luce sopra la
quadruplice alleanza formata dal Papa,
per avervi ammesso la repubblica di Ve-
nezia. La decadenza della Turchia, come
potenza marittima, avea cominciato alla
battaglia di Lepanto; la sua decadenza
come potenza militare e conquistatrice,
fu segnata colla disfatta di Vienna. Rara
Mustafà fu processato,deposto estrangola-
to; e Maometto IV pianse vilmente l'u-
miliazione ricevuta, ed elesse a gran vi-
sir il caimacan di Costantinopoli Ibraim,
indi conosciutane l'incapacità, nominò a
rimpiazzarlo Solimano pascià, pratico de-
gli affari e coraggioso. Egli procurò di ri*
parare alle conseguenze delle perdile fat-
te, ma i cristiani avendo preso l'ascen-
dente dopo la liberazione di Vienna, ogni
loro movimento era una vittoria. Ripiglia-
rono una quantità di piazze, ed abbiamo
una medaglia d'Innocenzo XI col molto:
Dominimi formidabunt adversarii ejns.
Nell'incisione si esprime la Chiesa colla
croce nella destra e una fiamma nella
sinistra; a Iato vi è un Angelo col libro
<3el Vangelo. Allude forse alla presa del-
l' isola di s. Maura fatta da' veneti nel
1684, ed a' felici successi che si sperava-
TUR 349
no dalla quadruplice alleanza del Papa,
dell'imperatore, del re di Polonia e della
repubblica di Venezia. Altra medaglia
d'Innocenzo XI ha l'iscrizione : In per-
petuwn coronata triumphat. Si vede la
Croce sul monte con corona di spine rag-
giante, che sta solida fra 4 venti che sof-
fino. Simboleggia le vittorie riportate
hi Ungheria nel 1 685 sopra i turchi. La
maggiore fu l'espugnazione di Buda, fat-
ta da'cristiani a' 2 settembre 1686. ba-
luardo dell'impero ottomano dalla parte
dell'Ungheria. I turchi avvezzi fino a po-
chi anni addietro a vincere e trionfare,
vedendosi ora perdenti l'attribuirono al
sultano, e questi che sempre avea tenui-
lo il popolo e i giannizzeri, per cui poco
dimorava a Costantinopoli, per tali la-
gnanze abbandonò la caccia, e licenziò
la turba immensa de'cacciatori, disfacen-
dosi della prodigiosa quantità de' cani.
Ma ciò non bastò per dissiparla tempesta
che lo minacciava, anche pel suo varia-
bile cai-altere di passare dalla timidezza
alle minacce. Le truppe d' Ungheria si
ribellarono, e nel 1687 marciarouosulla
capitale per detronizzarlo, riè bastò per
quietarle la sorprendente quantità di de-
naro che loro inviò, ritenendo il quale
imbaldanzirono di più. Allora Maomet-
to IV consultò il divano, dopo essersi di-
scolpato sull'incapacità nel governo e nel-
la guerra di cui veniva tacciato, e ricor-
data la moderazione colla quale avea re-
gnato, supplicandolo con lagrime a so-
stenerlo e consigliarlo. 1 componenti del
divano, e gli altri pascià chiamati, bra-
mosi di novità, dopo 4o anni di regno,
risposero ambiguamente. Il pascià Riu-
perli, d' accordo col muftì, consigliò il
sultano alla spontanea rinunzia in favore
del fratello Solimano III, colla giurata
promessa di conservargli la vita. Mao-
metto IV considerando che altrimenti la
sua deposizione e uccisione erano inevi-
tabili, pienamente vi aderì. Subilo fu
proclamato Solimano III, debole, timido,
di volo, e poco alto al governo; rifiutò sul-
35o TUR
le prime lo corona per timore o per ri-
spetto ni fratello, e l'accettò suo malgra-
do. Maometto IV visse in onorata pri-
gione sino al iGc)3 e morì ili 5s anni. La-
sciò due figli, che più tarili regnarono,
e ilue figlie. L' insurrezione non fu ilei
tutto calmata ; mentre si ville Solima-
no III dopo 3o anni di prigionia balzato
sul soglio, lusinga vasi di goderne le pre-
rogative, ed invece conobbe tosto d' es-
sere in un baratro di gravissimi trava-
gli, e il breve suo regno fu pieno di tur-
bolenze. Riconosciuto sultano senza in-
telligenza della milizia, questa s'inviperì
talmente che ridusse Costantinopoli cam-
po di desolazione e di lutto. Tutti i gian-
nizzeri divisi in vari corpi, ed i levenli o
soldati di mate in numero di 5o,ooo si
dicrono a guisa di conquistatori d' una
città presa d'assalto a fieramente percor-
rerla, saccheggiando e uccidendo; indi si
presentarono al serraglio domandando la
solita distribuzione pel nuovo sovrano, e
le teste di 62 ministri della Porta. Rac-
colto del denaro con pubblica tassa, essen-
do vuoto il tesoro, fu dato a'ribelli. Que-
sti poi esigerono dal visir Siaoux l'esilio
del cognato Riuperli suo caimacan, e sic-
come tardi vi si decise, fu trucidato con
4oo de'suoi, facendo il più crudele scem-
pio del cadavere, di sua moglie, delle fi-
glie e della casa. Solimano 1 11 costretto a
frenare tanto furore, uscì co'suoi contro
gl'insorti, preceduto dal Bagiarac o sten-
dardo di Maometto, alla cui vista ogni
turco è obbligato a impugnar Tarmi per
la difesa della religione, del sultano e del-
la patria. Per buona ventura questa di-
mostrazione riuscì a far desistereda'loro
eccessi i giannizzeri e i leventi, ed a poco
0 poco tornò la quiete nella città. II nuo-
vo visir Ismaele fece poi morire segreta-
mente 7000 capi dell'insurrezione. Ve-
dendo i cristiani che i turchi si distrugge-
vano fra loro, proseguirono più animosi
le loro imprese,e per !a fama di loro vitto-
rie da tutti i paesi d' Europa accorse una
moltitudine di guerrieri che ardevano del
TUR
desiderio di combattere i turchi l tutta
questa cavalleria cristiana fu un modello
d'eroismo, e ricordò le virtù bellicose
delle prime crociate. Mentre i turchi e-
riino assaliti in Ungheria da'soldali tede-
schi e d'altri paesi della cristianità, i polac-
chi e i russi spargevano il terrore sulle rive
del Pruth e nella Crimea. Agria baluardo
dell'alta Ungheria fu ripresa dagl'impe-
riali ; Peterwaradino e Albareale gli a-
prirono le porte. Il principe Luigi di Ba-
den battè i turchi presso Nissa. Venezia
colla sua flotta e le galere pontifìcie per-
corse in trionfo il mar di Grecia e dell'Ar-
cipelago. Si videro sventolare lo stendar-
do di s. Pietro e quello di s. Marco sui
bastioni di Corone, di Navarino, di Pa-
trasso, di Napoli di Romania, di Cori il-
io, d'Atene ec. I turchi perdettero quasi
tutta la Morea e molte isole ; le loro sol-
datesche furono dappertutto vinte o di-
sperse. In una medaglia del veneto Papa
Alessandro Vili, che somministrò 7 ga-
lere a Venezia, si legge l'epigrafe: Victri-
cemmanum tuam laudemus. Si rappre-
senta la figura della Beata Vergine col s.
Bambino sopra le nuvole; due turchi pri-
gionieri sulla sponda del mare colle ma-
ni legate al tergo, ed accanto a due tro-
fei. Si riferisce alle vittorie riportate dai
veneziani sui turchi nel 1 690 sotto il pa-
trocinio della B. Vergi ne, e principalmen-
te alla liberazione della Morea. Di più
Alessandro Vili mandò al doge di Ve-
nezia Morosini lo Stocco e Berrettone
ducale benedetti. Intanto siccome fino
dal 1674 altre usurpazioni erano segui-
te a pregiudizio de'religiosi latini custodi
de'Luoghi Santi, nel 1690 dierono occa-
sione a un nuovofìrmanodi SolirnanolH.
Questo importante firmano, non meno
esplicito di quello d'Amurat IV, rimpro-
vera le nuove frodi e le falsificazioni di
documenti commesse da'greci, e special-
mente quella del preteso firmano d'O-
mar, e ripone un' altra volta i religioni
franchi in possesso di tutti i santuari men-
tovali dal i.° firmano d'Amurat IV, per
T U R
la prolezione di Luigi XIV re di Fran-
cia, ed alcuni vi aggiungano, di Leopol-
do I imperatore, il quale allora guerreg-
giava ; piuttosto le benemerenze di Leo-
poldo 1 si devono ritardare dopo la pace.
Di questo firmano riparlai e lo riprodus-
si interamente nei voi. XXX, p. 35, 36,
XXXI 11, p. ili, ii2. Tanti disastri a-
veudo eccitalo anche i clamori della ple-
be, Solimano 111 sbigottito volle partire
per Adrianopoli,e mancante di mezzi pel
trasporto, dovè vendere alcuni gioielli
per sopperirvi. Siffatta confessione della
pubblica sua indigenza, calmò finalmcn-
le gli animi. Sgomentato da' progressi
de'suoi nemici, chiese la pace e non poi è
ottenerla. Non liusceudo al visir Ismaele
col suo coraggio e accortezza riparare a
lauti disastri, Solimano III si trovò in ne-
cessità di richiamar dall'esilio Kiuperli,
che emulo del valore del padre e del fi ■el-
icilo, immediatamente si accinse a ripri-
stinare il credito dell'ai ini ottomane,cam-
biò faccia all'impero e riacquistò molto
del perduto. Prese Nissa e Belgrado, vet-
tovagliò Temeswar, s'un padroni di Lip-
pa e d' Orsova, e balle il general Vele-
latti sotto le mura d'Essek. Ricondusse
al dominio della Porta la Servia, ed a
Buda sparse lo spaveuto. Tornato trion-
finite in Costantinopoli trovò gravemente
infermo Solimano III, che morì nel giu-
gno 1 69 i ,di 49 anni circa, senza lasciar fi-
gli, poiché si crede che non convivesse col-
le odahehe. Piigido osservatore del Cora-
no, non volle bere il vino, che gli avea-
no consigliato i medici, ed è in concetto
di santo presso i mussulmani. Il gran vi-
sir Kiuperli, ad onta del forte partito in
favore di Mustafà figlio di Maometto IV,
fece innalzare sul trono Àcmet li fratello
minore del defunto Solimano 111, e fece
uccidere quelli che visi opposero. Ingra-
to e ignorante, il nuovo sultano depose
Kiuperli, per uu maligno ricorso d'un
suo rivale, mentre se avesse continuato a
governare l'impero avrebbe potuto tisla-
bilirne la rinascente gloria. Creato visir
TUR 3m
Ali ignorante e presuntuoso, la diversità
tra loro tosto si fece manifesta, e comin-
ciò l'impero a soggiacere a nuovi travagli
e perdite, una sconfitta seguendo l'altra.
Nella battaglia di Salankemen, vinta da-
gli imperiali comandati dal principe di
Baiteli, vi perirono 25,ooo turchi, ed i
vincitori s'impadronirono di tutta l'arti-
glieria e della cassa militare. Tale disa-
stro fu seguito da turbolenze nel serra-
glio, da fame, da peste, da molti ineeudii
a Costantinopoli, e da terribile terremoto
a Smirne. Gli arabi saccheggiarono la
carovana che reca vasi alla Mecca, e obbli-
garono il sultano a un tributo, profittan-
do di sua debolezza. I veneti batterono i
turchi in Dalmazia, s'impadronirono di
Scio e minacciarono Smirne, per cui Pa-
pa Innocenzo XII ordinò pubblici ringra-
ziamenti a Dio. Sebbene Acmet 11 ebbe
la consolazione che un' odalica per la i.a
partorisse due gemelli, ili.°de' quali fu
chiamato Acmet Ibraim, e che i turchi
si lusingarono di fiutato presagio, il sul-
tano colpito da tante umiliazioni e tra-
versie morì di 47 au,d nel 1695. Ali per
mantenersi nel visirato, tentò subito di
porre sul trono il detto figlio del delunto,
che avea due anni; ma uno de' capi dei
giannizzeri dichiarò spettare a Mustafal I
figlio di Maometto IV, e preterito due
volte, altrimenti Costantinopoli sarebbe
stalo teatro ili tragica ribellione, ed il di-
vano di comun consenso proclamò Mu-
stafà 11. Le sue belle doli del corpo e del-
l'animo fecero concepire grandi speranze
a'turchi, onde rialzar l'impero dalla sua
decadenza, con un regno fermò e glorio-
so. Minacciata l'Ungheria da'turchi, In-
nocenzo XII somministrò copiosi sussi-
dii all' imperatore Leopoldo I. Il pirata
Mezzomorto riprese a' veneti Scio, e il sul-
tano mosse in persona contro gl'imperiali
comandati dall'elettore di Sassonia Fe-
derico Augusto, e per alcuni vantaggi in-
decisivi riportati sul generale Veterani da
lui sconfitto e sull'elettore, volle tornare
trionfante in Adrianopoli. Restituitosi iu
352 TUR
Ungheria nel i GgGjtrovò che l'imperato-
re gli avea messo a fronte il prode princi-
pe Eugenio di Savoiaconle di Soissons;
e la strepitosa battaglia di Zeuta, valoro-
samente dal principe Eugenio combat-
tuta sulla riva della TheissoTibisco Pi i
settembre 1697,6 vinta interamente dai
cristiani, costrinse il sultano a vergogno-
samente fuggire, tenendosi fortunato di
riunir gli avanzi dell'esercito sotto le mu-
ra di Teraeswar. Tale perdita avendo po-
sto i turchi fuori di stato di continuar la
guerra, cedendo allora alle lagnanze e ai
clamori de'suoi popoli che chiedevano la
pace, il sultano seppe farla con accortez-
za e dignità, ed il trattato concluso fa o-
nore tanto a lui, che all'abilità de' suoi
negoziatori, per la mediazione dell' In-
ghilterra e dell'Olanda. In Carlowitz Del-
l' Ungheria fu principiato il trattato di
tregua per25anni tra l'imperatore Leo-
poldo le la Germania, e Mustafà II e l'im-
pero oltoma no,nell'ottobre 1 698, e sotto-
scritto e giurato a'26 gennaio 1699, per
l'imperatore dal conte Wolfango d'Oet-
tingen e dal conte Leopoldo di Schlik,e
in nome del sultano daMehemet reta effen-
di gran cancelliere e Alessandro Mauro-
cordato dragomanno del la nobile fa miglia
Scarlatti. Con questo famoso trattato, co-
me dissi pure a Costantinopoli parlan-
do delle benemerenze d'Innocenzo XII,
Mustafà II rinunziò a ogni pretensione
sull'Ungheria e sulla Transilvania, tran-
ne la città di Temesware un distretto da
regolarsi, insieme allo stabilimento dei
confini de'due imperi. La repubblica di
Venezia rimase in possesso di tutta la Mo-
reaedi tutte l' isole e piazze acquistate
sulle coste dell'Albania e dell' Epiro, ab-
bandonando solamente il paese e le città
delle quali erasi impadronita al di là dello
stretto diCorinto. I polacchi ricuperarono
Kaminiek.Co'russi il sultano non accon-
sentì chea una tregua di due anni,durante
la quale accordò loro di ritenere la fortezza
di Azow e tuttociò che aveano conquista-
to sulle coste del mar Nero. Dice poi l'ar-
TUR
licolo i3.°di questo trattato internazio-
nale. » A riguardo de' religiosi custodi
de'Luoghi Santi di Palestina, e dell'eser-
cizio della religione cattolica romana, il
granSignore promettedi rinnovare e con-
fermare tutti i privilegi loro concessi dai
suoi predecessori". Indicibile fu la gioia
di Mustafà II all'avviso della tanto de-
siderata pace, donando a'due corrieri che
gliela recarono due code di cavalli, allora
presso i turchi equivalenti a insegne eque-
stri, e 20 borse di 5oo scudi 1' una. Al
Maurocordato die il titolo d' Eccellenza,
e dichiarò il figlio interprete ordinario
della Porta, ed al reis effendi il suo più
superbo cavallo sontuosamente guernito,
e per molti giorni fece celebrare un so-
Jennissimo duhalm. Così dopo 16 anni
disgraziati combattimenti e di rivoluzio-
ni, i turchi sebbene favoriti dalla guerra
che la Francia avea dichiarato all'im-
pero Germanico, trovaronsi finalmente
ridotti a chieder la pace senz* aver vinti
i loro nemici, il che colpì nello stesso tem-
po l'orgoglio nazionale e le massime del
Corano. Però tale pace, ad un tempo
gloriosa e utile all'impero, sotto uu aspet-
to, produsse la caduta del principe che
l'avea confermata. Mustafà II essendosi
quietato volle godersi la tranquillità che
avea procurato all'impero. Avverso co-
me suo padre a Costantinopoli, le mor-
morazioni del popolo e de' soldati pel
trattato di Carlowitz lo obbligarono ad
uscirne e di ritirarsi ad Adrianopoli, ove
si die in preda alle passioni. La sua as-
senza aumentò il disordine e il disgusto
della capitale. La deposizione del gran
visir Hussein, amante della pace, placò
gli animi; ma il successore Daltaban, che
la disapprovò, li riaccese colle sue brighe
per ricominciare la guerra e rovinare ad
un tempo il reis effendi e il dragomanno
che aveano concluso il trattato di Carlo-
witz, non che il muftì Feyz-ullah. Il sul-
tano fece cader la testa del gran visir, il
che cagionò la rivolta scoppiata a Costan-
tinopoli nel 1703, anche per l' impru-
T U II
(lenza del caimaean che s'inimicò le trup-
pe : egli era genero de! muftì general-
mente detestato. I sediziosi si scelsero dei
capi, un nuovo muftì ede'nuovi ministri,
e mossero per Adiianopoli in numero di
circa Sojooo uomini. Le truppe che loro
oppose il sultano, passarono nelle file di
e»si. Invano JUustafà II espose il vecchio
muftì all'odio de' ribelli, invano si ab-
bassò a lusingare i capi e a confermarli
nelle dignità usurpate, egli fu deposto ai
18 settembre e rilegato per favore nel
castellodelle 7 Torri, ove poi morì di 3g
anni nel 1 700. 11 famoso trattato di Car-
lowilz attesta la perdita cheavea fatto la
nazione turca, e la incontestabile supe-
riorità degli stali cristiani. I greci avreb-
bero potuto fin d'allora scuotere il giogo
ottomano, ma aveano ancora conservate
le loro prevenzioni o la loro antipatia con*
tro i latini, e Venezia perciò veniva po-
sposta al dominio de'turchi. La storia ha
due cose da far osservare ne' negoziati e
nel trattato di Carlowitz: l'Ungheria che
per due secoli avea resistito a tutte le for-
ze dell'impero ottomano, il cui territo-
rio era come le Termopili della cristia-
nità, indebolita fiualmentedalle discordie
civili, dalle guerre straniere, contempo-
raneamente in opposizione agi' imperalo-
li austriaci di Germania, ed a' sultani di
Costantinopoli, perde allora la sua iudi-
pendenza, e trovossi unita a'dominii del-
la possente casa d'Austria. Tra' principi
che sottoscrissero l'accordo, videsi compa-
rire lo czar di Russia, novella potenza che
fiuo allora non s'era mostrata nella lotta
contro gl'infedeli, sebbene invitala da'Pa-
pi Calisto III, Leone X, Clemente VII e
s. Pio V,e che più tardi dovea recare mag-
giori otfese all'impero, con notabili smem-
brazioni, e gravi e ripetute minacce d'oc-
cuparlo. Una delle principali cagioni del-
la decadenza de'turchi e che ne affievo-
lì la militare potenza, fu il loro guer-
reggiare che fecero nel medesimo tempo
contro l'Europa cristiana e contro la Per-
sia. Gli sforzi contro i persiani li distolse-
VOL. LXXXl.
TUR 373
ro dalle spedizioni contro i cristiaui, e le
spedizioni contro questi ultimi uocquero
al buon successo delle loro guerre in Asia.
In queste guerre essi aveauo una maniera
di combattere all'atto diversa. Dopo aver
per alcun tempo pugnato co'guerriei i del-
l'Oxo e del Caucaso si trovarono inabili
a guerreggiare in Europa. Così non po-
terono mai' interamente trionfate né dei
persiani, né delle nazioni cristiane, e ri-
masero alla fine stretti da due nemici, e-
gualmente bramosi della loro rovina ed
egualmente animati dalle passioni reli-
giose. Egli è noto che i turchi venuero
debellati per aver trascurato di conoscere
e seguire i progressi della tattica milita-
re europea, poiché fino a' giorni nostri i
turchi ebberocontinuameute inodioqua-
lunquecosa nuova. Fino a tantoché trat-
ta vasi di raccogliete e. di trattenere sotto
le bandiere una moltitudine di soldati
animati dal fanatismo, il vantaggio fu
per gli ottomani; ma questo vantaggio
scomparve quando la guerra chiamò il
concorso delle scienze umane, e che il ge-
nio, colle sue scoperte e invenzioni, di-
venne il terribile ausiliario del valore. La
opposizione de' formidabili giannizzeri e
degli spahy impedì sempre che s' in-
troducessero miglioramenti di qualsivo-
glia sorte nella disciplina e nelle costu-
manze militari. Quelle turbolenti solda-
tesche,^ aveano cotanto contribuito al-
l'antiche conquiste, furono di grandissimo
ostacolo per cominciarne delle nuove, e
insieme di poter conservare tutte le pre-
cedenti. Nella loro decadenza nulla fa cosi
funesto a'turchi come la memoria d'una
gloria passata; nulla tanto nocque loro,
come quella nazionale superbia, che più.
non era proporzionata alla loro fortuna
ed alle loro forze. Le illusioni d'una pos-
sanza che più non esisteva, impedirono lo-
ro di prevedergli ostacoli chedoveano in-
contrare nelle loro imprese, ed i pericoli
di cui erano minacciati. 1 turchi nelle guer-
re sfortunate e ne'dannosi accordi, pren-
dendola co'capi sacrificandoli colla depo-
23
354
TUR
sizione, l'esilio o la morte, era un farsi la
guerra tra loro, e le loro sciagure diveni-
vano tnnto più itriii)eu,ial>ili, quanto più si
oslinaronoa non volerne conoscere le vere
cause. 1 loro principi furono una famiglia
ili despoti che divorò se stessa ; i sultani a-
scendendo al trono, per gelosia di coman-
do, immolavano più vittime. Il cielo però
non permise, che le più sagre" leggi della
natura fossero più violate impunemente,
e la dinastia ottomana, in pena di tanti
feroci delitti, parricidii e fratricidi!, cadde
in una specie di degradazione. I principi
ottomani, allevati nel servaggio e nel ti-
more, perderono l'energia dell'animo e
e le altre doti necessarie a ben governare
un grand'impero. Solimano II, come già
notai, non fece che accrescer il male, al-
lorquando pose per legge fondamentale,
che nessun figlio de' sultani potesse co-
mandar ad eserciti o governare provincie.
Da quel tempo in poi non si videro sul
trono se non principi elfemminati, timidi
e insensati. La gelosia del possesso di Co-
stantinopoli e del dominio ottomano in
Europa, non fece profittare alle grandi
potenze della decadenza de' turchi per
respingerli nell'Asia, che anzi sursero con-
tro chi vi aspirava in sostenimento del
sultano, per conservare l'equilibrio poli-
tico europeo. A questo devono i turchi
la loro esistenza in Europa. Se i turchi
cessarono d'essere temibili, da perse soli,
come potenza militare, come nazione non
mancano d' una certa forza per resistere
a un dominio strauiero. Egli è difficile,
non già il vincere un esercito turco, mail
sottomettere una popolazione turca, dife-
sa da' suoi pregiudizi e dagli eccessi pur
anco della sua barbarie. Anzi ora l'abbia-
mo veduta ribelle e insubordinata, cru-
delmente e ingratamente insorgere in più
luoghi, contro i sudditi cristiani della Por-
ta, per averli il suo illuminato sultano e
governo, nel suo incivilimento e per equi-
tà,finalmente equiparati ne'comuni diritti
ad essa, a qualunque rito o confessione
appartengano.
f UR
Acmet IH figlio di Maometto IV e fra-
tellodi Mestala II. fornito di alcune buo-
ne qualità, da'ribellati giannizzeri fu ae«
clamato sultano e lasciò in vita il depo-
sto fratello; dopo avere raccolto il flutto
del delitto, fece decapitare i capi della
sommossa, persuaso che sarebbero stati
capaci di fare altrettanto contro di Ini.
JNon regnò senza inquieliludini , mutò
continuamente i gran visir, uè di altro si
occupò che di formare de'tesori e d'au-
mentarli, nella convinzione che il denaro
sia la prima leva della potenza. La lun-
ga prigionia da lui sofferta lo rese com-
passionevole e indulgente co'sudditi, ma se
eoncepivasospetto su d'alcuno, che atten-
tasse alla sua vita o regno, lo puniva cru-
delmente. Dotato di talento, avido di glo-
ria,coltivò le lettere ed attese a' pubbli*
ci affari. Per la smania di estendere i con-
fini dell'impero, non osservò i trattati dei
suoi predecessori , uè le sue promesse;
pronto a far la pace, fu più sollecito a
romperla quando l'occasione gli presen-
tava vantaggi; così fu incostante nell' a-
micizie,ora esaltando e più facilmente de-
primendo. Ebbe poco rispetto per la Va-
lide, ne disprezzò i consigli, con infelice
esito nelle guerre in cui sagrificò l'impe-
ro, lusingato da quelle intraprese che
con qualche successo avea riportato nel
i yo5 circa contro i veneti, per toglier la-
vo la Morea e altre conquiste cedute nel
trattalo di Carlowitz, il quale però venne
dal sultano violato. Nel 1709 disfatto il
cavalleresco Carlo XII re di Svezia, nel-
la battaglia di Pulta va daPietro I WGraii-
afe czar di Russia, si rifugiò a Bender nella
Bessarabia,e dal sultano fu trattato ma-
gnificamente. Acmet III rappresentò al-
lo czar che non poteva dispensarsi dal pro-
teggere Carlo XII, rinnovò quindi con lui
la pace a condizione di non opporsi al si-
curo ritorno del rene'suoi stati. Ma i mi-
nistri comprati dalla Piussia e dalla Sve-
zia, non corrisposero a'voleri del sultano,
onde i russi continuarono a tener impe-
dito il passo al re. Diviso il divano di pa-
TUR
rerecon Acmet III, finalmente col suo fl-
uito il re riaccese la guerra colla Russia,
inducendo eziandio con diversi intrighi
Acmet HI a dichiararla nel 1710, dopo
essersi il sultano assicurato delle pacifi-
che intenzioni dell'imperatore Giuseppe
I, perchè non si unisse co'russi, median-
te ambasceria che spedi a Vienna. Indi
Acmet III affidò l'esercito al gran visir
Battagi Mehemed , privo di proporziona*
te cognizioni, avaro e non degno di stare
a fronte dello czar. Tutta volta sulle spon-
de del Frulli neh 7 1 r riuscì al gran visir
di accerchiare i russi, e per più giorni eb-
be nelle mani i destini della Russia e di
Pietro I. Questi ridotto agli estremi fu
salvato dalla sagaci tà della moglie Cate-
rina I, la quale l' indusse a guadagnarsi
con ricchi doni il gran visir perchè gli ac-
cordasse la pace, e gli riuscì mediante la
restituzione di Azof, e la promessa, non
mantenuta, di ritirar le sue truppe dalla
Polonia e dalla Pomerania, coti dispetto
di Carlo XI I che vide distrutte le sue spe-
ranze. Conosciutosi dal sultano il gravis-
simo pregiudizio fatto all'impero dal
gran visir, si contentò soltanto di allon-
tanarlo; nondimeno riuscì alla Russia di
porre in diffidenza la Porta sulle inten-
zioni del re di Svezia , per cui questi fu
invitato a partire a Beuder nel febbraio
1713. Temendo il re d'esser dato in ma-
no de'suoi nemici non volle partire e si
oppose armata mano, ond'ebbe uri con-
flitto sanguinoso co* turchi suoi ospiti.
Qui noterò, che la residenza di Carlo XII
non fu propriamente in Bender, come si
vuole generalmente, ma piuttosto in
Warniz città poco distante» 11 re i\\ pre-
so e condotto in Adrianopoli, onore-
volmente accolto da Acmet III, indi
fu rilegato a Demir-Tocca, donde fuggì
travestito neli 7 1 4* Contro il trattato di
Carlowitz, il sultano mosse guerra a've-
neziani nel 1 7 1 5, dando il comando del-
l'esercito al nuovo visir Ali, il quale in
poco più di 3 mesi riconquistò il regno di
Morea, Corinto, Napoli di Romania, Mo-
TUR 355
done, Patrasso e altri luoghi; i tentativi
fatti contro l'isola di Corfa non ebbero
riuscita. Per ta te guerra i turchi nellostes-
so 1 7 1 5 fecero una solenne processione iti
Costantinopoli, portandola bara di Mao-
metto, e invocando da lui vittoria con-
tro i cristiani. Durò 24 ore, e ad ogni ora
trucidavano due schiavi , uno cristiano,
l'altro ebreo, tagliati a pezzi dagli officia-
li di guerra. Ne fa la minuta descrizione
il Sarnelli nelle Lettere ecclesiastiche, t.
9,lett. 36 : Delle barbare processioni al-
la maomettana. Due anni dopo i vene-
ziani co'generosi aiuti di Papa Clemente
XI, come avea fatto per difendere Cor-
fìi , poterono ricuperare diverse piazze.
Inorgoglito Acmet III de'vantaggi ripor-
tati sui veneziani, senza valutare la fede
detrattati ruppe guerra all'imperatore
Carlo VI, che si collegò con Venezia, e
spedì inUngheria il valoroso principe Eu-
genio di Savoia con 80,000 uomini, il
quale a Petervaradino attaccò 200,000
turchi e completamente ne trionfò, on-
de il Papa tanto benemerito de' copiosi
soccorsi dati e procurati anche all'impe-
ratore, inviò all'eroe vincitore lo Stocco
e il berrettone ducale (V.) benedetti.
Questi poi avendo assediato Belgrado, l'e-
spugnò a' 17 agosto 1 7 [7. Quanto operò
Clemente XI a vantaggio de' veneti e de-
gl'imperiali, con diffusione lo narrai a Co-
stantinopoli. Non solo somministrò rag-
guardevoli somme, ma milizie e galere le
quali portarono lo stendardo di s. Chiesa,
colla flotta confederata che percorse l'Ar-
cipelago. Osserva il Borgia , che dalla
guerra di Candia a quella di Morea e di
Corfù , la s. Sede con larga profusione
somministrò alla sola repubblica veneta
cinque milioni, 550,269 scudi romani.
Clemente XI approvò il celebre concilio
tenuto in Albania, di cui riparlai a Suc-
cia, il quale proibì d'imporre a 'bambini
cristiani nomi maomettani: prescrizione
che poi rinnovòBenedettoXI V. Già gl'im-
periali comandati dai conte Palfy avea-
no conquistato Teuaeswar a' 23 agosto
35G TUR
1716. Mentre in Roma il Papa ringrazia-
va il Dio tlegli eserciti e la 13. Vergine (il
citatoSarnelli nel t. io, lei 1. 100: Del pa-
trocinio della gran Madri- di Dio nel-
le guerre presenti tra cristiani e i lur-
chi\ fa il novero di quelle vinte da'eristia-
11 i per la sua protezione, inclusi vomen-
te a quelle in discorso), a cui consagrava
le bandiere tolte a'turchi, pe'trionfi de-
gli eserciti cristiani; in Costantinopoli il
corpo degli ulema condannava questa
guerra, che gli sembrava altrettanto più
ingiusta, quanto ella era più disgraziata,
ed il muftì malediceva coloro ebe l'avea-
uo provocata. Perciò Acmet 111 fu costret-
to domandar la pace, che fu segnata a
PassarowitznellaServiaa'22luglior7 18,
tra il sultano, i veneziani e l'imperatore
Carlo VI. Per questo trattato restarono
all'imperatore Petervaradino, Belgrado,
Temesware altri luoghi; inoltre i turchi
perderono la Servia e parte della "Valac-
chia; ma i veneti vennero spogliali della
Moiea. Vedasi il Brusoni , Istoria del-
l'ultima guerra tra' veneziani e turcliì,
Venezia 1775. L'articolo 2.°di questo me-
morabile trattato rinnovò le disposizio-
ni di quello di Carlowitz, relative areli-
giosi latini de'Luoghi Santi, e all'eserci-
zio della religione cattolica, senza che vi
sia fatta alcuna menzione uè di greci, né
di armeni. Poco dopo, nel trattalo di Co-
stantinopoli de'5 uovembre 1 7 20,nell'ar-
ticolo 12/ comparve la Russia per la 1/
volta nella questione de'Luoghi Santi, e
senza parlare di diritti o di concessioni
precedenti , le quali non esistevano , la
Russia si restrinse a stipular colla Porta:
«Che sarà permesso a'russi di far pelle-
grinaggi a Gerusalemme ed altri Luoghi
Santi, senza essere sottoposti a pagare ve-
rtin tributo". Ma nello stesso anno Acmet
111, ad istanza dell'imperatore Carlo VI,
emanò quel firmano in favore de'religio-
si francescani de'Luoghi Santi, di cui par-
lai nel voi. XXXIII, p. 1 12. Racconta il
Michaud nella Storia delle Crociate, che
dopo il trattalo di Passa io witz la Porta
T U R
mandò una solenne ambasciala a Luigi
XV re di Franti*, alla cui testa era Me-
lieGiel-effendi che lo avea segnalo, inca-
ricalo di pi esentai e un firmano, che ac-
cordava acattolici di Gerusalemme l'in-
tero possedimento del s. Sepolcro, e la
libertà di riparare le loro chiese. 1 tur-
chi riponendo ormai le loro sperante nel-
la pace, rinunciarono fiu da questo tem-
po ad ogni disegno di conqu ista in Eu-
ropa; e soddisfalli d'aver ricuperato al-
cune città di Morea, non pensarono più
che a difendere il loro impero, minaccia-
to ora da'tedeschi e ora da'russi.Dal mo-
mento in cui non s'ebbe più timori dei
turchi per la cristianità, la Chiesa non
ebbe più da predicar crociate contro i
turchi, e le guerre di Levante non furo-
no mosse più se non dall'ambizione dei
sovrani e dalle ricordanze dell'antica
Grecia. Lo spirito delle crociate del seco-
lo XI era stato specialmente suscitato dal-
le persecuzioni iulraprese contro i pelle-
grini,e dalla condizione misera in cui ge-
mevano i cristiani d'oriente. Allorché non
furono più perseguitali e ch'ebbero ma-
li minori a soffrire, la cristianità conteu-
tossi di mandar preghiere a Dio per la
conservazione della pace ne'luoghi san-
tificati da'miracoli di Gesù Cristo. Uno
spirito di rassegnazione prese allora il pò •
sto all'entusiasmo delle crociate; gli ora-
tóri sagri non più rivolsero l'esortazione
,al valore de' guerrieri, ma soltanto alla
divozione e carità de' fedeli. I pellegrini
d'occidente un tempo accolti in Gerusa-
lemme e ospitati, da secoli lo erano e so-
no dal guardiano e minori osserva nti del
s. Sepolcro, amorevoli d' ogui soccorso.
Nel 1722 vi fu qualche idea d'aggredire
Malta, ma si dissipò. Peraltro in favo-
re de'cavalieri gerosolimitani Papa Inno-
cenzo XIII invitò i principi cattolici a di-
fenderli , e mandò a' cavalieri più di
J 00,000 scudi, comprese le oblazioni del
sagro collegio. Dipoi la Porta non solo
si mostrò di pacifiche intenzioni coli'or-
diuegerosolimitano, ma eccitò Luigi XV,
TUR
re di Francia, in contraccambio de'fir-
mani rilasciati a favore de'Luoghi San-
ti, e de'enstiani abitanti e pellegrini, per-
chè le navi maltesi rispettassero la mari-
na ottomana; e dopo quell'epoca le na-
vi ottomane furono rispettate da quelle
de'cavalieri gerosolimitani di Malta. Ac-
inet II! credendo di compensarsi in Per-
sia con felici successi, le dichiarò guerra
e soggiacque a considerabili sconfitte. A-
schraf usurpatore del trono persiano, in
più incontri uccise i 5o,ooo turchi e pre-
se loro molle piazze. Cominciando a sol-
levarsi i popoli per tante guerre, e per
essere esausto l'erario, si pacificò con A-
schraf in Dagdad nell'autunno i 727, con
trattato vantaggioso. Per tanti disastri e-
sacerbati gli animi contro Acmet III, si
commosseroi turchi inCostantinopolia'5
ottobre 1780 con orribile sollevazione e
Io detronizzarono. Fu proclamato sultano
Mahmoud l figlio di Mustafà II, e il de-
posto zio lo andò a trarre dalla prigione,
e condotto alla sala del trono, l'esortò a
profittare del suo esempio, di non aver
lasciato lungamente igran visir incarica;
gli raccomandò i suoi figli e la propria
persona, e andò a chiudersi nella stessa
prigione, ove fini oscuramente i suoi gior-
ni di 74 anni nel 17 36. Mahmoud I di-
ventilo sultano pel favore del famoso Pa-
trona Rhalil, le prime sue cure furono
di quietare i tumulti e castigane la fello-
nia de'ribelli principali che aveano depo-
sto lo ziOj facendone strage. Per meglio
pacificarsi colla Persia, nel 1782 fece un
trattato con Sciah-Thamas; ma nel 1736
usurpando quel trono il celebre capitano
Thamas-Kuli-Kan,disapprovòil trattalo
come vergognoso per le sue condizioui, e
ricominciò la guerra co'lurchi. La 1 . 'vol-
ta restò vinto dall'illustre gran visir To-
pal-Osmano , ma poi in due battaglie
trionfò de'turchi, e ricuperò quanto que-
sti aveano occupato iuPersia,pe'qoali suc-
cessi fu acclamato Sciali Nadir. Questi si
pacificò co'turchi, venendo da loro rico-
nosciuto per sciali, e cedendo adesso Eri-
T U R 357
van e Tauri», colla Giorgia e l'Armenia
persiana. Indi suscitatasi la guerra in Eu-
ropa, il governo di Mahmoud I la dichia-
rò all'imperatore Carlo VI, aiutato dai
russi comandati dal maresciallo Manica:
diedero motivo a questa guerra le mire di
Carlo VI e della Russia pel rovesciamen-
to dell'impero ottomano. Questo fu sal-
vato pel valore di Rislar agà eunuco ne-
gro e per le vittorie riportate nella Bo-
snia: ripresero i turchi Belgrado, e Or-
sova colle porzioni della Servia e della
Valacchia cedute agl'imperiali uella pa-
ce di Passarowitz. Indi la Porta a'22 set-
tembre 1739 si pacificò con Carlo VI e
colla Russia, a condizione di smantellare
le nuove fortificazioni di Belgrado, il che
da'turclii fu eseguito fedelmente. Nell'ar-
ticolo g.° di questo trattalo internaziona-
le si conferma i privilegi concessi in au-
lico areligiosi cattoliche in quanto a'sud-
dili dell'imperatore di Russia, non si fa
che conceder loro licenza di visitar i Luo-
ghi Suiti. Inoltre Mahmoud 1 con suo
firmano, esistente negli archivi de' religio-
si francescani di Terra Santa, nel 1740
confermò i precedenti, con l'elenco par-
licolareggiatodi tutti i santuari possedu-
ti da'religiosi franchi. Mahmoud I non
s'ingeriva negli affari, fidando a'suoi mi-
nistri la cura di governare, insieme alla
Valide e a Ristar agà, così la scelta dei
gran visir. Non si occupava che di diver-
timenti e di piaceri , amava il fasto , le
gioie, le porcellane, il denaro. Insorte do-
glianze per l'abuso de'suoi favoriti, ces-
sarono allorché furono sagrifica ti. II suo
carattere dolce e pacifico lo fece amare;
contribuì colla sua mediazione in favo-
re dell'imperatrice M.a Teresa, pel termi-
ne della lunga guerra accesa contro di
essa. Sebbene amasse il popolo, questo
mostrò malcontento per vederlo privo di
successione, ma egli lo quietò dispensan-
do immense somme. Una fistola che lo
travagliava impedendogli d'andare a ca-
vallo, lo costrinse a rimanere nel serra-
glio; il popolo nou più vedendolo andare
353
TUR
il vetta dì alla moschea, secondo l'uso im-
memorabile de'sultani, cominciò a mor-
morate, temendo che si occultasse la Mia
morte. Mahmoud 1 fece uno sforzo per
mostrarsi, e fu vittima di questa condi-
scendenza politico-religiosa, spirando sul
cavallo nel rientrale dentro il serraglio,
u'i 3 dicembre 1754 di 49 auui, compiuti-
to universalmente. Cavalo dal carcere,
ov'era chiuso per la solita gelosia di sta-
to, il fratello Osiuano o Ottomano o Ot-
man HI, tranquillamente fu proclamato
sultano. Osservo anche nelle poche noti*
ziedi queslosullano, le frequenti ed enor-
mi contraddizioni de'biografi degl'impe-
ratori ottomani, vero scoglio per un com-
pilatore, gli uni esaltando un sultano co-
me ornalo di belle doti, mentre altri Io
dipingono co'più tetri colori. Valga per
lutti per saggio l'esempio che produco di
Oliuan 111. 11 più volle ricordalo Abbon-
da uza, uel Dizionario de' monarchi otto-
mani, colla solila sua parzialità panegi-
rica, rappresenta Otman 111 nato per es-
ser amato e subito fece spicca re la genero-
sità, con distribuire a'giannizzeri 20,000
zecchini, in luogo della consueta somma.
Dichiarò Valide la madre, benché avan-
zala in età. Amante della pace, la coltivò
con tutto l'impegno e specialmente coi
principi cristiani. Sotto il suo regno fio-
rirono la giustizia, la carità e la disciplina
militare. E siccome era nato per essere da
tulli amato, così morì per essere da lutti
compianto u'29 ottobre 1 757. A questo e-
logio dell'Abbondanza, che veramente fu
abbondante nelle lodi, senta pelò lacere
le principali delle molte crudeltà di cui
è lauto insanguinata la storia de' turchi,
contrappongo il riferito dalla Biografia
universale, ricavato da De Saliberry. 11
regno d'Osmano 111 fu breve e contras-
segnato dall'incapacità, dall'indecisione e
dalle crudeltà. Cambiò coutiuuameule i
grau visir, uè discernè mai i buoni dai
cattivi consigli: fedele, per un istinto
feroce, alia politica sanguinaria che con-
siglia i sultani a liberarsi di que'prossi-
TUR
mi parenti cui sembra che i voli del popò
lo chiamino a salire sul trono, fece avve-
lenare due principi (iglid'Acmet 111, dei
quali la vita l'adombrava, e temeva le
qualità eminenti. Il solo evento del re-
gno d'Osmano III fu la disfatta e il sac-
cheggio della carovana della Mecca, fat-
to dagli arabi nel 1 757. Dopo aver depo-
sti o fatti morire 6 gran visir e altrettan-
ti carata ka ti, l'imbecille e feroce Osmauo
111 morì quasi improvvisamente; la sua
morte procurò il trono e salvò la vita a
suo cugino ozio Mustafà IN, e conservò
i sigilli al celebre gran visir Ragli ih Me-
be mei pascià >ch 'era vicino a perde ili. Mu-
stafà 111 dopo la deposizione d'Acmet III
suo padre, era sempre vissuto tra la noia
e l'iuquietitudine, e colpito continuamen-
te dal timore di veder terminare i gior-
ni suoi col veleno. 1 grandi dell'impero il
crederono debole, e si lusingarono di go-
vernare in suo nome; il popolo sperò che
fosse prodigo; ma tanto gli uni che gli al-
tri s'ingannarono. Disse al gran visir che
lo pose sul trono: Conserverò i miei mi-
nistri finché sarò contento de'loro servi-
gi. Rilegò aLemnosil protomedico di cor-
lej a cui attribuì la morte del predecesso-
re. Dopo aver cinto la scimitarra nella
moschea d'Eiub, passando innanzi all'o-
da o caserma de'giannizzeri, nel prende-
re il sorbetto che secondo l'uso gli fu pre-
sentato, disse a' comandanti nel restitui-
re la coppa : Se a Dio piace, il berremo
insieme nella prossima primavera sotto
le mura di Beuder. L'Abbondanza uarra
che in luogo della solita distribuzione ai
giannizzeri, regalò un milione di fiorini
d'Olanda, cioè 000,000 piastre (quando
valevano 8 paoli), somma che niuno dei
predecessori avea donato. Subilo rinno-
vò le leggi suntuarie contro il lusso dei
greci e degli armeni, e sul modo di vesti-
re degli ebrei, dalle quali erano escuti i
franchi. Diminuì il lusso del serraglio, si
applicòa varie riforme economiche, e sop-
presse parecchi inutili impieghi. Sedotto
iuighib pascià dall'oro de'greci e degli ar-
TUR
ineni,ottenne dui sultano un fìrmano,che
dava loro il possesso dell'ala sinistra del
coro della gran chiesa di Beltlemme, il
Sepolcro e la eappella sotterranea della B.
Vergine in Getsemani, la piccola cupola
del s. Sepolcro di Gesù. Cristo , ed una
chiave della grolla della Natività. Nel
1760 essendosi lagnato di questa viola-
zione de'palli l'ambasciatore di Francia,
il gran visir, ad onta del diritto di pro-
prietà de'fraucescani, ad onta di tanti fir-
mani e articoli di trattati internaziona-
li fatti colle potenze cattoliche d'occiden-
te, audacemente rispose. « Questi luoghi
appartengono al Sultano mio signore, il
quale li dà a chi meglio gli aggrada. Può
darsi molto bene ch'essi sieno sempre sla-
ti in mauode'franchi,ma SnaAltezza vuo-
le ch'essi sieno ora in mano de'greci". Nel-
lo .slesso anno fuggirono 78 schiavi con
un vascello di Mehemet pascià, mentre ri-
scuoteva i tributi nell'isole dell'Arcipela-
go. Approdati a Malta lo douarono a'ca-
\alieri,i quali però rifiutarono il carico.
Irritato il pascià preparò un terribile ar-
mamento contro Malta per vendicarsi.
11 redi Francia s'interpose, comprò il va-
scello, lo mandò al sultano e tutto fu fi-
nito. IlcarattereguerrierodiMustafàllI,
che piaceva a'soldati, finché visse il gran
visirPiaghib fu modificato ispirandogli di-
sposizioni pacifiche, nella sua saggezza ve-
dendo che la guerra non conveniva ne
alla gloria, ne all'interesse dell'impero ot-
tomauo.Essendo \aPolonia in guerra col-
la Russia, lai. 'invocò l'aiuto di Mustafà
HI, il quale rispose nel 1768 a mezzo del
gran visir Mehemet Ernia, che l'avreb-
be difesa. Il eh. Coppi, negli Annali d'I-
talia, narra che la Francia gelosa di ve-
der l'influenza che esercitava sulla Polo
nia Caterina II imperatrice di Russia, po-
tenza che da poco più. di mezzo secolo a-
vendo cominciato a prender parte negli
affari d'Europa, avea già acquistata una
imponente considerazione, intenta la
Fraucia a far retrocedere la poteuza di
Russia, indusse laPorta nel 1 768 a dichia-
TUR 359
rarle la guerra, poiché avea il progetto
di fare rivivere le repubbliche d'Atene e
di Spatta, per opporle al vecchio impero
degliOsmani.PiadunatosulDanubioun e-
sercito di circa 3oo,ooo turchi, sotto fri-
voli pretesti, il sultano dichiarò guerra al-
la Russia, contro il parere del divano e
per contentare anche il popolo. AlloraCa-
lerina II sviluppando le forze del suo va-
sto impero, mandò verso il Danubio e la
Crimea armate sufficienti a resistere al
nemico, e le sue truppe ben ordinate fu-
rono costantemente vittoriose siili' indi-
sciplinate masse turche. Intanto in Asia
Caterina lì suscitò i principi cristiani della
Giorgia a rendersi indipendenti dallaPor-
la, promettendo di assisterli, e nello stesso
tempo fece uscir dal Baltico una flotta con
truppe da sbarco, dirigendola nel Medi-
terraneo ad assalir le coste della Morea e
l'isole dell'Arcipelago. A sì vasti proget-
ti l'Europa rimase attonita, e l'Italia che
vide ne'suoi porti quell'armata navale,co-
minciòa considerare che la lontana Rus-
sia poteva influire direttamente ne'suoi
interessi. Nello spedire la sua flotta nel
Mediterraneo per combattere i turchi,
Caterina li avea avuto particolar atten-
zione d'indurrei cavalieri di Malta a coo-
perare all'impresa, per cui il gran mae-
stro avea allestito la flotta dell'ordine per
unirla alla russa. Ma Luigi XV re di
Francia, intento come i suoi predecesso-
ri a sostenere la Porta, minacciò i cava-
lieri d'impadronirsi di tutti i beni che pos-
sedevano nel suo regno, se non desiste-
vano dalla lega co' russi. Non potendo i
cavalieri resistere a intimazione cosi for-
te, per onestare la cosa il gran maestro
partecipò all' ammiraglio russo Orlon0,
d'essere stati richiesti da Luigi XV di por-
tar le armi contro i tripolini ch'eransi im-
padroniti d'alcuni bastimenti con bandie-
ra francese. Iufatti spedì la squadra Mal-
tese a bombardare Tripoli, contro gli a-
bi lauti del quale3sempre rapaci, uon man-
cavano mai motivi di guerra. Supremo
generale dell'armala russa fu il conte Ro-
36o t ti R
manzow feldmaresciallo, tenenti genera-
li Plemannikow e principe Uepnin,quar-
tier mastro il general Bever, comandan-
te della flolta il generale Elphinston. I
primi combattimenti de'turchi contro i
russi finirono nel i 769 con impadronir-
ti i russi nuovamente eli Khotin o Choc*
zim, die aveano occupalo nel 1789 con
battaglia memorabile, città di Bessara-
bia presso la riva destra del Dniester; del-
la Moldavia, per l'intelligente con quel
palatino di Nicola Dhraco, dragomanno
del gran visir Meliemet Emiri, il quale
pure fu colpevole per negligenza, ed am-
bedue perderono poi la testa ; e di una
parte della Valacchia. La guerra del 1770
riuscì pe'turchi ancor più disastrosa, e fu
resa celebre dalla terribile battaglia na-
vale di Tcbesme o Tcbecbmeb , golfo
presso l'isola di Scio nell'Arcipelago, dal-
i'incendiodella flotta ollomuna di 3o 11 a -
vi,con istrattageroma la noltede'5 luglio,
e con orrenda strage di 12,000 turchi;
dalla disfatta del kan di Crimea sul Pruth,
dalla rotta deli' esercito del gran visir
presso all'imbocca tura di tal fiume,il qua-
le era slato spellatole dell'angustie dello
czar Pietro 1 per opera di quegli stessi
turchi allora vinti, benché in numero di
i5o,ooo, da forze assai inferiori alle lo-
ro, perdendo circa la 3." parte dell'eser-
cito ei4o pezzi di cannone; e dalla per-
dila di Bender, della Bessarabia e di pa-
recchie isole dell'Arcipelago, con immen-
so bollino e munizioni d'ogni sorte. Nel
medesimo tempo l'Albania e laMoldavia,
istigate da'russi, tentarono di sollevarsi;
Ah bey s'impadronì dell'Egitto, e lo sot-
trasse dal dominio del sultano; il cheik
Dhaber cominciò a regnar da principe
indipendente su d'una parte della Siria;
ed a stento i turchi contesero il Danubio
a'vineitori russi. Nel 1 77 1 la Crimea cad-
de in loro potere, e nel 1772 colla me-
diazione dell'imperatore e del redi Prus-
sia venne convocato e tosto sciolto il con-
gresso di Focziani o Fokchani, e le con-
ferenze di Bukarest non riuscirono me-
X E R
glio. Caterina li dopo il i.° spartimen'o
della Polonia, eolle provincie della (pia-
le ingrandì l'impero, dopo la sommissio-
ne della Crimea, in seguito questa volle
vedere. A Chcrson trovò un arco coll'e-
pigrafe: Questa e la vìa di Bisanzio! La
guerra continuò, e la campagna del 1773
procurò alcuni vantàggi a'turchi. Milita-
la III in mezzo a tante amarezze e umi-
liazioni, lece di tutto per uscir con deco-
ro da sì disastrosa guerra, per la quale
spese inutilmente immensi tesori, spopo-
lò le provincie dell'impero, e restò del
tutto deluso nellesue speranze. Con nuo-
ve leve sempre rinforzòl'armata, aumen-
tando l'ingaggio sino a i5 zecchini vene-
ti. Scelse i più bravi guerrieri pel coman-
do di sue armate, né perdonò a spese nel
servirsi de'più rinomati ingegneri. Per ul-
timo fece produrre lo stendardo di Mao-
metto, ed ancor questo senza successo.
Imperocché i generali russi che aveano
preso ascendente sui turchi sì per mare
che per terra, si ridevano degli sforzi del
sultano. Avvilito e confuso M usta fa HI
dalle triste vicende che rapidamente si
succedevano, si propose prima di rinun-
zia!-l'impero al fratello Dajazel, poi eli di-
viderselo con esso, cedendo a lui gli sta-
ti d'Europa, ri lenendo per se que'd'Asia,
e finalmente di porsi alla testa dell'arma-
ta , menlre le sue forze fisiche non cor-
risposero al vigore del suo carattere. Ma
intanto che consultava, i russi per mare
e per terra trionfavano; e se i russi non
passarono i Dardanelli, con che diveniva-
no padroni di Costantinopoli, si deve al-
la bravura del celebre ingegnere france-
se de Tott, che seppe costruire e dirige-
re le formidabili batterie, e montate da
cannoni fatti fondere da lui. Verso la fine
del 1773 gli si debilitò la salute visibil-
mente; chiamato a se il fratello AbduI-
Hamed, che altri chiamano Acmet IV,
gli raccomandò suo figlio Selim, e morì
a'21 gennaio 1774 di 58 anni. Mattata
IH ebbe sano criterio, cuore retto, costu-
mi austeri. S'istruì nel!
api
'ione median-
T U R
!e io studio della storia e delle leggi; a-
vea lati le elocuzione, ma mediocre inge-
gno. L'incapacità de'suoi generali fu la
principale cagione di sue sconfìtte. In cir-
costanze meno ardue, col suo zelo e buo-
ne intenzioni, avrebbe potuto operaie co-
se grandi. Sotto il regno di Mustafa III, la
Russia inspirò a'greci quello spirito d'in-
dipendenza, que'prineipii di libertà, die
a'giorni nostri operarono il gran cambia-
mento nel sistema politico d'Europa. Ab-
dul Hamed per salire sul trono fu trat-
to dalla prigione, ove per gelosia di sla-
to visse circa 44 anni, ed ove fece rin-
cbiudere il nipote Selim di 7 anni, trat-
tandolo benignamente. Confermò i mini-
stri nelle cariche, e li regalò magnifica -
mente. D'animo mansueto, dolce, nobi-
le, liberale e spregiudicato, per l'età gli
mancò quel coraggio e quell'attività die
abbisognavano all'impero ottomano, per
evitare quelle umiliazioni cui tosto sog-
giacque. Zelante per l'educazione de'suoi
figli Solimano, Mustafà e Mabmud (ab
tri affermano cbe non ebbe prole erro-
neainente)procurò che fossero istituti nei
buoni principii e nelle belle lettere. Ami-
co della pace, ma geloso dell'onore del
Irono» spinse con tutta forza i preparati-
vi per continuar la guerra contro la Rus-
sia, cominciati dal fratello. I suoi eserci-
ti, de'quali era capitano il gran visir Mus-
sum-Oglou, vennero cresciuti sino al nu-
mero di 400.000 combattenti; ma la di-
sciplina e il valore de' russi trionfarono
ovunque del numeroe dell'ignoranza dei
nemici. I torcili già sconfìtti da 'genera-
li Soltikow, Kamensky e Suwarow, fu-
rono iu Bulgaria in numero di 40,000
chiusi nel loro campo di Scimmia, dalle
mosse strategiche e ingegnose del feld-
maresciallo Komanzow, ed il visir sepa-
rato dalle genti slaccate dal grosso del-
l'esercito e da' magazzini, im possi bili lato
a ritirarsi ed a combattere, e posto fuo-
ri del caso d'aver soccorso, fu costretto
di domandar la pace, di cui prima il di-
vano non voleva sentirne parlare; già a-
TUR 36r
vendo assicurato in Adrianopoli la cassa
militare, la cancelleria di guerra e lo sten-
dardo di Maometto. I plenipotenziari del-
la Porta si condussero con magnifiche ten-
ia
de in vicinanza al corpo d'armata del ge-
neral Kamensky, per recarsi ai quartie-
re generale di Romanzow presso Silistria,
ma si fecero fermare a Bujuck-Kaynardgi
oRainardji. Il visir si finse ammalato pei*
evitare il rossore di comparire avanti il
vincitore R.omanzow , che vi si recò col
principe Nicola Piepnin, il quale col vi-
ce-visir Nicha udiii llesnè, Achmet effen-
di, e Ibraim Missembel nuovo reis-eflen-
di, a'2 r luglioi 774-concluseroIu pace tra
la Russia e la Turchia e sottoscrissero il
seguente trattato, cioè nello stesso gior-
no incili i turchi sul Penili aveano accor-
dato a Pietro I la sospirala pace. i.° In-
dipendenza de'tartari, che le due poten-
ze riconobbero popolo libero; e che il lo-
ro kan .non dovesse far altri ofiìzi al sul-
tano di quelli che impone il maometti-
smo al supremo califfo. 2.0 Si permise la
navigazione reciproca libera in tutti i ma-
ri e fiumi, e di dar fondo in lutti i por-
ti e l'ade de'due imperi. 3.° Piena liber-
tà reciproca di costruire dappertutto nuo-
ve fortezze e far nuove fortificazioni al-
l'antiche. 4-° Che la Porta dasseil lito-
Io di Pa disa eh o Imperatore di tutte le
Russie a sovrani di quell'impero. 5.° La
Porta cede per sempre alla Russia lepiaz-
zed'Azow, YenicalèjKertscheKinbouru
co'loro rispettivi territori:, e una lingua
di terra fra'fiumi Boug e Dnieper. G.° La
Russia restituì tutte le conquiste fatte sul-
l'impero ottomano, stipulando per tutti
gli abitanti delle provinole ed isole che
-restituì certe prerogative e privilegi, che
le misero al coperto d'ogni e qualunque
oppressione. In sostanza per questo ver-
gognoso trattato la Porta fu obbligata a
riconoscere I' indipendenza della picco-
la Tarlarla o Crimea e del suo kan, di
Budjnk e Kuban; cede alla Russia le for-
tezze di Azow, Kilbonran e altre sul mar
Nero, e permise la libera navigazione nel-
3Ga
T U R
l'acque della Turchia a tutti i bastimen-
ti mercantili russi. La Giorgia fu libera-
ta da'tribuli che pagava a'iurchi. La Rus-
sia ricevè inoltre una somma di denaro
in rimborso delle spese della guerra. La
Russia restituì la Moldavia eia Valacchia
clie avea occupate. Il trattato fu poi ra-
tificato dal feldmaresciallo Romanzow,
e dal gran visir Mnssum-Oglou, il quale
morì pochi giorni dopo. Indi l'imperato-
re Giuseppe II reclamò il distretto della
Rokowina, perchè situato tra la Gallizia
e la Transilvania, e come antica dipen-
denti! dell' Ungheria, e allora unita alla
Moldavia. I russi nello sgombrare questa
provincia la rimisero agli austriaci; e la
Porta credette prudente il dissimulare e
cedei la dipoi formalmente. II regno d'Ab-
dul-Hamed fu ancora funestato da lagri-
mevoli incendi che desolarono Costanti-
nopoli, e fatale fu quello del i 782, in cui
il sultano di persona si recò per impedir-
ne la dilatazione e con profusione soccor-
se i danneggiati; quindi intraprese la rie-
dificazione del dislrutto.il sultano (ecc. poi
pubblicare un editto per vietare l'abuso
dell'eccessivo fumare il tabacco, e trave
stilo si recava ne'luoghi per vedere se si
osservava la legge, facendo punire i tra-
sgressori. 1 cattolici sotto di lui goderouo
protezione, massime dalla tirannia del pa
Inarca greco-scismatico di Costantinopo-
li , che perciò severamente castigò. Nel
1783 il sultano concluse un trattato col
redi Spagna Carlo HI, al quale poi il suc-
cessore concesse il titolo dr protettore dei
sauluari di Palestina e de'francescani che
l'hanno in custodia. 1 vantaggi consegui-
ti dalla Russia non la distolsero dal fare
pel corso di più anni una sorda guerra al
disgraziato Abdul-Hatned. I generali rus-
fci invasero la Crimea; il divano in coster-
nazione osò appena mormorare contro
tale pubblica aggressione, a cui si aggiun-
se l'abdicazione del kan costrettovi dalla
Russia. 11 sultano volendo con questa po-
tenza ristabilirla pace, l'ottenne VS gen-
naio! 784. Non pertanto Cateriua li nou
TUR
nbbandonòla Crimea, continuando a mo-
strarsi ostile, e sostenendo le pretensioui
di Giuseppe II sui confini de'due imperi e
sopra alcuni privilegi. Ambedue le poten-
ze continuamente minacciavano l'impe-
ro, dilanialo da interne divisioni intesti-
ne noi divano e Ira'ministri. Per una sol-
levazione il sultano fu in pericolo di per-
dere trono e vita, per una congiura che
costò le teste a più pascià e ministri, le
(piali ad ter romeni furono esposte sulla ci-
ma delle mura del serraglio; e diversi di-
gnitari furono spogliati de'loro tesori. Di
frequente si cambiarono! membri del di-
vano, e in breve spazio 5 muftì furono
privati della dignità, spesso si elevarono al
visirato persone non degne dell'imperio-
se circostanze che da ogni parte minac-
ciavano l'impero sconcertato. 11 pascià di
Scutari Mahmud ribellatosi, rovinò l'Al-
bania e osò marciare su Costantinopoli
con 4O)O0O uomini; mentre l'impostore
Mausur, spacciandosi per profeta, teneva
agitala l'Asia. Abdul-tlamed vedeva la
decadenza del proprio impero, ne deplo-
rava la sorte, e non poteva uè prevenirla,
uè arrestarla. Finalmente neh 787, mos-
so da'consigli e dalle promesse dell' In-
ghilterra e della Prussia, intimò di nuo-
vo la guerra alla Russia, che col suo con-
tegno la provocava, anche per l'inadem-
pimento d'alcuni articoli del trattalo di
Kaynardgi. lira troppo tardi, poiché or-
mai la Crimea si considerava provincia
russa, avendola Cateriua li riunita all'ini -
pero. Avendo la Porta interpellato Giu-
seppe II, per sapere qual parte avrebbe
egli preso in quella guerra, rispose l'im-
peratore, essere obbligato a soccorrere la
Russia con 3o,ooo uomini, offrire non-
dimeno la sua mediazione per ristabili-
re la pace. Frattanto radunò truppe nel-
1' Ungheria, e dopo aver tentato inutil-
mente di sorprendere Belgrado, a' 9 feb-
braio 1788 dichiarò guerra alla Tur-
chia. Ni un fatto interessante era seguilo
nella 1 .'campagna tra'russi e i turchi. Nel
1788 poi il principe di Poleuikiucoman-
T U R
dante supremo de'russi,a' 17 dicembre
espugnò Oczakow o OlchakofF impor-
tante fortezza sul mar Nero. Gli austria-
ci comandali da Lacy misero il campo
principale a Semlino, indi s'impadroni-
rono di Choczim, Dubitza e Novi. 11 gran
visir Youssouf si portò colla principale
armata contro gii austriaci, e nell'agosto
invaseli Cannato e la Transilvania. Vi
accorse Giuseppe li , ma con disastrosa
ritirata dovè tornare a Semlino; rinvigo-
rito poscia l'esercito, cacciò i turchi dal
Cannato. Gustavo HI re di Svezia fece a
favore de'lurchi una potente diversione,
sdegnato contro Caterina 11 per l'influen-
za che voleva esercitar nel suo stato. Pri-
nia impedì colla sua flotta che uscisse dal
Baltico la russa , preparata a Cronstadt
per recarsi nel Medi terra neo;econ36,ooo
svedesi che riunì in Finlandia gettò la
costernazione nella stessa Pietroburgo,
non avendo i russi che 1 4, 000 uomini da
opporgli. L'insubordinazione d'alcuni of-
ficiali e la guerra dalla Danimarca dichia-
rata alia Svezia, quale alleata di Russia,
impedirono a Gustavo HI di riportare
que' vantaggi che sembravano indicati
dalla sua situazione. Intanto si collega*
rotio l'Inghilterra e la Prussia, che già Io
erano coli' Olanda, col fine di pacificar
l'oriente, ch'era minacciato da una gran-
de rivoluzione. Abdul-liamed in mezzo
a'pi eparativi della guerra pel 1 789 mo-
ri a'7 aprile, lasciando al nipote un im-
pero vacillante per irreparabili perdite,
ministri vili e corrotti, pascià sollevati, e-
sercili senza disciplina, e generali privi di
talento e di sperienza. Con tali infelici au-
spici! montò sul trono Selim III tiglio di
Muslafà lll,chevivea liberissimo nel ser-
raglio, e 1' alletto che mostrò per lui lo
zio Abdul-Hamed il rese caro a tutti i
mussulmani. Per l'impotenza di questi ad
aver prole (il che non è vero perchè eb-
be i nominali tigli, due de'quali regnaro-
no), si offrirono delie donne a Selim III
nell'età eli 1 z^ anni, ma egli le rifiutò di-
cendo; Che non voleva che figli di sovra-
T U R 363
no. Risposta imprudente, ma profonda-
mente pensata. Mal sopportando gli af-
fronti accumulali sull'impero che dovea
governare un giorno, e irritato della de-
bolezza dello zio e della corruzione dei
ministri, non sognava che la rigenerazio-
ne del suo paese, ed i bei giorni degli A-
murai e di Maometto li. Non avendo let«
lo che l'Alcorano e alcuni annali poco ve-
ridici, attinse alcune idee elevale io una
specie di testamento politico che suo pa-
dre avea scritto per sua istruzione. Pe-
netrato di rispetto per la memoria del pa-
dre, e confidando d' esser più fortunato
di lui, si propose prenderlo a modello. A
tale divisamento era incoraggiato -da sua
madre di gran senno, e dal d.r Lorenzo
chirurgo italiano che V avea curato du-
rante il vaiuolo e che avea acquistata la
sua confidenza. La sua anima ardente si
pasceva di continuo de'suoi progetti di ri-
forma. S'irritava di sua ignoranza, e mo-
strava il più forte desiderio d'imparare.
Tutte le sue domande scoprivano urla-
mmo agitato da grandi disegni e da vio-
lenti desiderii. Era impaziente di vendi-
car idi oltraggi ricevuti dalla sua nazio-
o do
ne da'russi. Preparandosi a saper regna-
le, segretamente domandò a Luigi XVI
re di Francia nozioni sulle diverse parti
dell' amministrazione : nelle sue lettere
trattava le più alte questioni della politi-
ca,e mostrava buone e grandi vedute per
l'avvenire. Negli esercizi cavallereschi di-
venne peritissimo, e prova va suglianima-
ii la forza del suo braccio. Di 28 anni sa-
li sul trono, e dichiarò che avrebbe puni-
to di morte chiunque de'suoi ministri
accettasse il più lieve regalo. La sua inau-
gurazione segui colla massima pompa e
il più vivo entusiasmo de' turchi, che si
aumentò per diversi atti benefici che eser-
citò. Cornei più illustri de'suoi predeces-
sori, uscì ogni giorno diversamente tra-
vestito,per assicurarsi .senei governo ur-
bano s'invigilava a dovere; volle final-
mente vedere tutto co'propri occhi. Per
mettere a profitto le sue osservazioni, prò-
3(14
TUR
mulgò diversi editti che assicurarono le
provigioni della capitale, e determinaro-
110 il vestire de' mussulmani e di quegli
altri sudditi die non erano settatori di
Maometto. I delinquenti erano puniti di
morte, e spesso anzi nelle sue esplorazio-
ni il sultano faceva togliere al suo cospet-
to la vita a'colpevoli, o li puniva di pro-
pria mano per minori contravvenzioni.
Tale maniera speditiva d'amministrar la
giustizia infuse il terrore in Costantino-
poli, e allorché Solini 111 usciva, tutta la
gente fuggiva al suo avvicinarsi. Trovan-
do l'impero afflitto da grandi avversità,
e sostenere guerra disastrosa contro la
Russia e l'Austria , il sultano ordinò le-
ve numerose e mostrò intenzione di re-
carsi al campo per dirigere in persona le
sue truppe. Poteva allontanarsi senza pe-
ricolo dalia capitale, in cui lasciava per
eredi del trono due cugini in età giova-
nili, e si sa l'avversione de'turchi pe'mi-
nori. A llorchètaleinlenzione fu conosciu-
ta, l'ardore de'turchi, che le sconfitte a-
veano abbattuti, si rianimò per un istan-
te; ma il consiglio di stato distolse Solini
HI dal suo generoso progetto, sotto lo spe-
cioso pretesto che la guerra era stata in-
trapresa dal suo predecessore con auspi-
co sfavorevoli. Il pubblico attribuì l'ina-
zione del sultano all'indolenza e all'amo-
re pe'piaceri, ma egli si mostrò contra-
rio alla pace per voler ad ogni costo la
cedola Crimea. Spinse sino alla demen-
za i suoi progetti di vendetta e di con-
quista, e ricusò d'ascoltare i savi consigli
della Francia per darli interamente a
quelli dell'Inghilterra, della Prussia e del-
la Svezia che l'indicevano alla guerra.
La diversione di quest' ultima, a cui la
Turchia e l'Inghilterra davano sussidi!,
mise in allarme per uu momento la Rus-
sia , nia non produsse nessun risultato.
Mahmud pascià di Scolari, da lungo tem-
po in aperta ribellione, era tornato al-
l'ubbidienza,ed appenaavea unito i suoi
albanesi alle truppe rie! pascià di Bosnia,
allorché il bravo Hassun, capitan pascià,
TUR
avendo assalito presso Focziani in Mol-
davia I' armata combinata de'russi e au-
striaci comandata da Suwarow e dal
principe di Coburgo, fu sconfitto intera-
mente a'2 i lugl:oi 789. Il gran visir vo-
lendo ristabilir l'onore dall'armi turche,
marciò alla testa di 100,000 uomini con-
tro gli austriaci, ma i russi avendoli rag-
giunti presso Martinistiasul Pvimnick nel
momento che cominciava il conflitto , i
turchi patirono una sconfitta disastrosa,
lasciando sul campo 22,000 uomini e
tutte Ir munizioni. Il principe di Cobur-
go subito entrò in Valacchia e s'impa-
dronì di Bukarest, mentre Laudon sot-
tometteva Belgrado YS ottobre. In bre-
ve tutta la Servia fu in potere degli au-
striaci. Dalla parte del Danubio i turchi
furono ancora più infelici, e videro cader
successivamente in potere de'russi Ben-
der, Akermann, la provincia d'Oczakow,
la Moldavia, la Bessarabia, ec. Galatz fu
ridotta in cenere, ed Ismail, fortezza prin-
cipale de turchi sul Danubio, si vide mi -
nacciata. Dopo la sconfitta sanguinosa di
Ivimnick, sparsasi l'agitazione in Costan-
tinopoli, il pubblico malcontento si esal-
tò con mormorii e replicati incendi che
fecero sparire diversi quartieri della cit-
tà. Benché il sultano intimorito non uscì
piti dai suo palazzo, non si lasco abbat-
tere e ordinò nuove leve. I lieti successi
de'nemici della Porta risvegliarono la ge-
losia dell'Inghilterra , e inquietarono la
Prussia e la Polonia. Avea la triplice al-
leanza indotto la Danimarca a desistere
dalle ostilità contro la Svezia, laonde Gu-
stavo III potè rivolger tutte le sue for-
ze contro la Puissia; ma questa potenza
essendosi ben munita anche da quella
parte, continuossi la guerra senza falli de-
cisivi. Intanto relativamente a questa
guerra erano divisi i desiderii degl'italia-
ni. Osserva il Coppi, che alcuni brama-
vano la distruzione de'turchi una volta
sì formidabili al nome cristiano. Altri al-
l'opposto avrebbero gradito che fossero
rimasti vittoriosi, non certamente per a-
T U R
mor di loro, ma per avversione a Giu-
seppe li polente in Italia e riformatore
deplorabile delle cose religiose, e quindi
per doppio titolo odiato da molli. Si può
aggiungere che ad altri riusciva di ram-
marico l' ingrandimento della possente
Russia in Europa. Morto neliygo Giu-
seppe II, il pacifico fratello e successore
Leopoldo II abbandonò i vasti suoi dise-
gni e pensò ^ pacificarsi colla Porla, poi-
ché l'Inghilterra per fare una diversione
avea ordinato un armamento marittimo,
e la Prussia sempre intenta a conserva-
re l'equilibrio politico degli stati in Eu-
ropa, avea a'3 1 gennaio concluso con Se-
llai III alleanza offensiva e difensiva, im-
pegnandosi di dichiarar nella primavera
la guerra all'Austria e alla Russia, e di
non deporre le armi finche laTurchia non
avesse ottenuto una pace onorevole ed
una sicurtà pei fetta in terra e in mare.
Pertanto nel congresso di Reichenbach
Leopoldo II dichiarò a' 27 luglio alla
Prussia l'armistizio e di acconsentire a
pacificarsi colla Porta, restando le cose co-
in' erano prima della guerra, pei- il che
convenne di tenere un congresso a Sistow
a mediazione della triplice alleanza, ve-
nendo esclusa quella di Francia divenu-
ta repubblica e in rivoluzione. Però la
Bussia altamente protestò di voler trat-
tare separatamente la pace, quindi con-
tinuò la guerra riportando nuovi vantag-
gi. Nel Baltico poi Gustavo IH entrò nel
golfo di Wiburg , e gettò lo spavento a
Pietroburgo, sbarcando truppe aio le-
ghe distante; ma chiuso nello slesso gol-
fo dalla flotta russa, non potè uscirne the
col sagrifizio d'un 3.° di sua marina: non-
dimeno a'9 luglio attaccali gli svedesi a
Svenekssuud, riportarono segnalata vit-
toria e presero a'russi 55 bastimenti. Ta-
li perdite e vantaggi vicendevoli, e per-
ciò inutili, fecero desiderare alla Russia e
alla Svezia la pace, che seguì nelle pia-
nure di Verelà a'i4 agosto, rimanendo
lecose com'erano innanzi la guerra. Que-
sta pace imbarazzò il sultano, e la pcrdi-
T U R 'Ò65
ta d'Ismail a'22 dicembre, colla morte di
33,000 turchi, mise il colmo a'suoi terro-
ri : egli si credè obbligato per calmare il
popolo, di sagrificare I intrepido Hassan
gran visir. 11 principe Repnin avea respin-
to Yussuf pascià, richiamalo al visirato,
e la piazza di Varna, granaio di Costan-
tinopoli e dell'armate ottomane, era nuo-
vamente minacciala, allorché in seguito
de'timori che inspiravano gli eventi che
succedevano per 1' anarchia in Francia,
l'Inghilterra, I' Olanda e la Prussia s'in-
terposero per pacificar l'oriente, onde più
libere rivolgere le loro cure all'occiden-
te, pervenendo a indurvi l'Austria in Si-
stow. Ivi la pace fu stipulata a'4 agosto
1791, restituendo Leopoldo lì alla Por-
ta Belgrado e tutte le piazze conquista-
te, tranne Choczim, cherestòin deposilo
fino alla pace colla Russia. Solo si die al-
l'Ausi ria una vantaggiosa fortezza sulla
sinistra dell'Unii, e dalla parte della Va-
lacchia la vecchia Orsowa : la riviera di
Czerna fu fatta confine tra' due imperi.
Raddoppiando le 3 potenze i loro sforzi,
anche la Russia cede a sì possenti media-
tori, a'quali si unì pure la Danimarca, e
limitandosi a conservare Otchakoif, l'i 1
agosto sottoscrisse in Galatzi prelimina-
ri di pace, ne'quali promise a' turchi di
restituire il restante dell'occupato. La pa-
ce poi si concluse a Jassy a' g gennaio
1792, confermandosi il trattalo di Rai-
nardgi, ritenendosi la Russia, oltre Ocza-
kow o Olchakoff, il lenitorio situalo fra
il Bog e il Dniester, in cui si vide tosto
erigere la città d'Odessa. La Porta ac-
consentì ancora a lasciare i vaivodi di
Moldavia e Valacchia esercitare il loro uf-
fizio per 7 anni, senza poterli dimettere
in tal tempo, a meno che la Russia non
vi adei i»se.
Tra le feste brillanti celebrale in Co-
stantinopoli per l'inatteso pacifico avve-
nimento, giunsero a rattristarle cattive
notizie dalle provincie. Tutta la Siria e-
rasi ribellala, l'Egilto era in preda a'eapi
indipendenti de'mammalucchi, e le fron-
366 TUR
tiere orientali minacciate da una parie
da' persiani e dall'altra dal pascià d' A-
napn; lilialmente la Porta era stata co-
stretta far marciare contro a'tartari della
Ci irai ia, malcontenti della cessione del lo-
ro paese alla Russia, per sottometterli al
nuovo sovrano. Selim III risolse d'osser-
vare un' esalta neutralità tra la repub-
blioa francese e i potentati collegali con-
tro di essa. Cedendo però alle vive istan-
te delle corti di Vienna, Pietroburgo e
Berlino, manifestò dispiacere pel cambia-
mento de'minislri, ritìnto l'ambasciatore
e poi ammise un inviato straordinario;
ma quindi persistendo nella neutralità,
rifiutò l'alleanza a cui era sollecitato. Le
relazioni fra la Porta e la Russia erano
ben lungi dall' essere amichevoli, per le
nuove pretensioni che la 2.* ogni giorno
metteva fuori ; Selim IH sprezzando le
minacce altere del ministro russo, finì le
discussioni mediante un compenso pecu-
niario. Quantunque il governo rivoluzio-
nario di Francia inspirasse poca fiducia al
sultano, siccome era con vinto che Francia
la più antica e più fedele alleata dell'im-
pero ottomano, non poteva esser sua ne-
' mica, manifestò il desiderio d'aver in Co-
stantinopoli degli operai francesi, per isca-
vare un bacino in quel porlo, per la co-
struzione di vascelli, degl' istruttori, dei
laminatori, de' fonditori di bombe, degli
utfìziali di lena e di mare, e degli artisti
in ogni genere; e la Francia si a (frettò a
mandarglieli. Nel 1794 u»ia truppa nu-
merosa di masnadieri obbligò Adriano-
o
poli a darle 3oo,ooo piastre. Gravi tur-
bolenze scoppiarono sulle rive del Danu-
bio, ove il famoso Passwan Oglou alzan-
do lo stendardo della ribellione, s'impa-
dronì d' Orsowa e Tirlowa, e minacciò
la Servia e la Valacchia; indi obbligò la
Porta di riconoscergli un'autorità quasi
indipendente. Napoleone Bonaparte vit-
torioso comandante supremo dell'armata
francese in Italia, nel 1 797 volse in men-
te disegni vastissimi, esponendo al diret-
torio di Parigi, l'isola di M alta essere di
t U R
un grande interesse per la Francia; dopo
essersi posto in coni spon (lenza co' pascià
di Jannina e di Scutari, gli scrisse poter
forse la Grecia risorgere dalle sue cene-
ri ; l'isole Jouie essere per la Francia in-
teressantissime, l'impero do' turchi gior-
nalmente crollare; col possesso di tali i«
sole poter Francia essere in caso di so-
stenerlo finche fosse possibile, o di pren-
derne la sua porzione ; forse non esser
lontano il tempo in coi essa avrebbe com-
preso che per distruggere veramente l'In-
ghilterra dovea impadronirsi dell' Egitto
governato da un pascià e dominato da 24
bey intimamente legati agi' inglesi. La
decadenza dell'impero ottomano indurre
alla Francia l'obbligo di pensare per tem-
po ad abbracciare i mezzi per conservare
il suo commercio in Levante. Avendo il
direttorio gustate tali proposizioni, nel giu-
gno 1798 una flotta francese chiamata
armala d'oriente, avendo a bordo 36,ooo
uomini comandali da Bonaparte, s' im-
padronì prima a' 12 dell' isola di Malta
e sue dipendenze, il forte baluardo della
cristianità che combattendo contro i tur-
chi e i barbareschi era l'ornamento della
nobiltà. Liberògli schiavi maomettani, pre-
venne subito le potenze barbaresche che
l'ordine Gerosolimitano era distrutto, e
colle sue truppe e vascelli aumentò la flot-
ta. A' 19 partì alla volta dell'Africa, ed il
i.°lugiio Bonaparle sbarcale le truppead
, Alessandria, nel dì seguente se ne impa-
dronì per assalto, ed invase V Egitto [V^)>
senz'aldina provocazione per parte della
Turchia. Allorché la notizia dell'inattesa
occupazione di tale importatile provincia,
a cui i turchi danno il nome d' ombellico
dell' Islamismo) a causa della sua vici-
nanza colle città della Mecca e di Medina,
che ne sono la testa e il cuore, pervenne
in Costantinopoli, i {tirchi furono viva-
mente irritati da quella violazione del di-
ritto delle genti. Il divano nondimeno ri-
fiutò di cedere all'istigazioni dell'Inghil-
terra, che Io sollecita va a dichiarare guer-
ra alla Francia. Soltanto dopo la confer-
TUR
ma cìelln sconfitta della flotta francese
ad Aboukir, fece palese il suo risenti-
mento. Ruffin incaricato d'affari in Fran-
cia fu rinchiuso nelle 7 Torri colla lega-
zione ; tutli i francesi che trovavansi nel-
1' impero ottomano vennero arrestati e
le loro proprietà confiscate. Se ne adom-
brò tanto Selim III, che nel i.° settembre
dichiarò guerra alla Francia, e si collegò
strettamente colla Russia, alla quale era-
no uniti l'Austria, l'Inghilterra e il re
delle due Sicilie. Nel principio d'ottobre
una squadra russa comandata da Oucka-
tow, ed altra turca sotto gli ordini di Ca-
dir bey uscirono da'Dardanelli con trup-
pe da sbarco ed assalirono l' isole Jonie,.
S'impadronirono.di Cerigo, Zantee altre
isole, assediando Corfù. ch'ebbero per ca-
pitolazione nel seguente anno. Nel tempo
stesso Ali pascià di Jannina con alcune
migliaia di turchi e albanesi assalì e dis-
fece presso Nicopoli un forte distaccamen-
to francese comandato da Salcette. Nel
1799 una scIuadra di russi, napoletani e
turchi approdò in Manfredonia, per ap-
poggiare la controrivoluzione in favore
del re, e cacciare dal regno di Napoli gli
invasori francesi. A' 1 8 maggio i russi ca-
pitanati da Voinowich, ed i turchi con-
dotti da Patrona bey vice-ammiraglio,
bersagliarono Ancona colle loro squadre
e poco dopo la bloccarono per mare: l'au-
striaco general Froelich si recò a raffor-
zarli nell'assedio, e La boi la circondò per
terra. Formatosi da Froelich più regolare
assedio, con esso capitolò il francese Mon-
niea'i3 novembre, dopo diversi combat-
timenti. Così ì turchi contribuirono a li-
berare idominii pontificii dall' invasione
francese. Intanto Bonaparte nel princi-
pio dell'anno fece una correria nella Si-
riaff.), per prevenire i turchi radunati
a'suoi danni, sollevare i loro nemici e fa-
cilitare la strada all'Indie; prese diverse
piazze e poi tornò al Cairo. Dopo essersi
lagnato col divano, per essersi i turchi col-
legati eo'russi, procurò d'introdurre ne-
goziazioni di pace; lamentandosi col gran
TUR 367
visir, perchè la Porta amica della Fran-
cia finche questa potenza era stata cri-
stiana, le faceva poi la guerra dopo che
la medesima per la sua religione si era av-
vicinata alla credenza mussulmana nel-
V Egitto. Inoltre e previo un voto del imi-
ftì, in cui si dichiarava, poter essere mus-
sulmano senza la circoncisione e bevendo
vino, Bonaparte fece credere che in breve
avrebbe abbracciato il maomettismo con
tutta 1' armata. Scrisse poi al direttorio,
che se gl'iuviassero altri i5,ooo uomini,
sarebbe andato a Costantinopoli. Ma il
direttorio gli rispose, le circostanze della
guerra esigere che la repubblica concen-
trasse le sue forze, richiamare perciò in
Francia l'armata d'oriente. Troppo rin-
crebbe a Bonaparte di abbandonar l'im-
presa, tuttavia lasciando Kleber nell'E-
gitto coll'armata, partì segretamente,pro-
fittando d'un momento in cui la crociera
inglese erasi allontanata. Giunto a Pari-
gi, mediante nuova rivoluzione e nuo-
va costituzione, fu eletto 1 .°console della
repubblica. Selim 111 nell'ottobre 1799
permise agl'inglesi di navigar liberamen-
te nel mar Nero, concessione che più tar-
di nel 1806 rese comune «'prussiani. La
conquista iìeW'Isole Joiiìc} Corfù, Zanle,
Cefalonia, s. Maura, Itaca, Paxo e Ceri-
go, fatta sui francesi che le aveauo tolte
a' veneti, essendo stata condotta a fine il
1 .° marzo 1 799, dalle flotte turche e rus-
se, sorprese di vedere le loro bandiere
unite , laonde per equità o per evitare
possibilmente la gelosia delle grandi po-
tenze, la Russia in Costantinopoli fece
colla Porta a'21 marzo 1800 una con-
venzione nella quale si dichiarò. Che le
7 isole Jonie avrebbero formalo la re-
pubblica delle Sette Isole unite sottomessa
alla supremazia della Porta e garantita
dalla Piussia, governata da' principali del
paese, con costituzione approvala dalle
due corti contraenti. Ogni 3 anni la repub-
blica avrebbe pagato alla Porla 75,000
piastre a titolo di vassallaggio, e sarebbe
stata esente da qualunque altro tributo.
3f>8 TUR/
Durante la guerra le due polènte ■ Treb-
berò potuto presidiarne le fortezze, pre-
vio reciproco concerto fra loro e il con-
tento della repubblica. Pretesa, Parga,
A onttta e Bui rinto, stabilimenti sul pros-
simo continente dipendenti dall'isole me-
desime, sarebbero uniti all' impero otto-
mano, restando però vietalo a' mussul-
mani d'abitare in que' luoghi o d'acqui-
starvi beni slabili. Con questo trattato
l'onore della sovranità della nuova re-
pubblica fu della Poi la, ma la fona del
potere rimase a' russi ; imperocché per
somiglianza ci ì religione erano osi gra-
diti al popolo, e d'altronde col pretesto
della guerra vi mantennero presidii for-
littimi. Intanto nel 1800 gl'inglesi tol-
sero Malta a 'francési, e con questa con-
quista vennero a signoreggiare il Medi-
terraneo. I francesi non polendo resistere
agli sforzi de'lurchi, sostenuti dagl'ingle-
si, evacuarono l'Egitto, per convenzione
de'3o agosto 1801, e ne' preliminari di
pace sottoscritti a Londra il i.° ottobre,
si convenne dalla Francia la restituzio-
ne dell'Egitto alla Porta, ed il riconosci-
mento della repubblica delle Sette Isole.
Bonaparte effettuò la riconciliazione fra
la Turchia e la Francia, pe' preliminari
della pace firmali a Parigi a' 9 ottobre, i
quali però non furono ratificati nò dal
divano, ne da Selim III. Nondimeno per
rannodare le negoziazioui fu mandato a
Parigi Esseid-Mohammed, che sottoscris-
se a' i5 giugno 1802 un trattalo defini-
tivo, dopo avere la Porta acceduto alla
pace generale d'Amiens. Questa non durò
molto per l'ambizione di Francia e In-
ghilterra, per cui tosto ricominciò la guer-
ra. Troppi elementi di discordia e di tur-
bolenza affliggevano la Turchia, perchè
Selim III potesse mischiarsi nelle contese
de'suoi alleati, perciò stette neutrale. Vo-
leva inoltre profittare dello stalo di pace
in cui trovavasi il suo impero, per con-
tinuar le riforme. Gii ufficiali francesi e-
sislenti in Costantinopoli lo posero in gra-
do d'istituire fonderie di cannoni, di crea-
T U R
re cannonieri esercitali all' europea con
un' artiglieria leggera, e di formare mi
piccolo corpo di fanteria armalo ili baio-
nette. Ritolte di fare di quest'ultimo cor-
po, ch'eresi distinto nel iy<)8 per intre-
pidezza e docilità nell'assedio di Tolemai-
de o Acri, il nucleo d'una milizia perop-
porla a'tui Irnienti giannizzeri. Le dispo-
sizioni favorevoli che il popolo di Costan-
tinopoli avea dimostralo per tali soldati,
quando tornarono dall'Egitto, fece cre-
dere al sultano che avrebbe potuto co-
stituirne un corpo particolare, con paga
regolare, e perfezionarne l'organizzazio-
ne. Tale progetto ardito appoggiato forte-
mente dal muftì Veli-Zadeh e da IIus-
seim pascià, fu messo .in esecuzione nel
1802; ed un firmano ordinò di formare
un corpo composto di fanteria, di caval-
leria ed artiglieria sul piede europeo, ri-
cevendo il nome di Nizani Dgcdid, o
Ni-zamì Gcdid, cioè milizie di nuova or-
dinanza. Questi nuovi soldati avendo giu-
stificate le concepite speranze, Selim III
per aumentarne il numero fece nel marzo
i8o5 un halti-eheriff, che ordinava di
scegliere nelle città e ne'principali villag-
gi della Turchia europea fra 'giannizzeri,
i più forti e meglio costrutti, per essere
incorporali nel Nitara Dgedid. La fer-
mentazione ch'eccitò tal ordine immatu-
ro, obbligò il sultano a rimetterlo a tem-
pi più favorevoli. Qualche tempo dopo
il rinnovamento delle ostilità fra l'Inghil-
terra e la Francia, un insidio falto alla
moglie dell'ambasciatore russo, l'assas-
sinio di due capitani di vascello di tal na-
zione,fecero temere una rottura : il diva-
no ordinò delle scuse ad Alessandro I im-
peratore di Russia, il quale se ne contentò.
Però il divano si trovò imbarazzalo al-
lorché il general Brune ambasciatore di
Francia, a' 18 giugno 1804 gli notificò,
che Bonaparte avea preso il nome e il ti-
tolo di Napoleone I imperatore de' france-
si, e domandare che fosse riconosciuto. La
incertezza della Turchia proveniva dalle
minacce che la Russia le avea fatte a mez-
TUR
zo d'Italinski, di dichiararle guerra se ce-
deva a tali desiderii. La Porla condusse
in lungo le negoziazioni e fece nascere
tante difficoltà che Brune partì, lasciando
un incaricato d' a fila ri in Costantinopoli.
Soltanto nel gennaio 1806 Selim HI, a-
•vendo saputo le vittorie de' francesi, ce-
dette e accordò il titolo domandato a i-
stanza di Ruffin. Questi avea ottenuto una
tariffa di dogana più vantaggiosa dell'altre
nazioni, ad onta del malcontento de* russi
e degl'inglesi. Indi l'ambasciatore di Fran-
cia Sebastiani, nel 1806 fece decretare,
che nessun greco o armeno si potesse
naturalizzare russo o di qualunque altra
nazione, e che simili atti fatti da 4 anni
addietro in poi si dovessero annullare. Tali
provvedimenti diretti evidenlementecon-
tro la Russia, furono seguiti dalla deposi-
zione de'due ospodari di Moldavia e Va-
lacchia che le erano ligii, ed i quali fu-
rono surrogati da partigiani di Francia.
L'ambasciatore russo aCostantinopoli di-
mostrò grave malcontento di tale viola-
zione del trattato di Jassy e dell'hatti-che-
rin°,e le sue minacce equivalevano a quasi
dichiarazione di guerra. Arbuthnot mini-
stro inglese, irritato perchè la Porta avea
rifiutato rinnovare il trattato del 1 798 si
unì ad Ilalinski, ed annunziò che una flot-
ta di sua nazione avrebbe sostenuto le di-
chiarazioni della Russia. La Porla, cono-
scendo la sua debolezza, voleva cedere;
ma nel 1807 Sebastiani e Ruffin seppero
dominare talmente lo spirito del divano,
che non ostante la presenza delle flotte
inglese e russa, la Porta decise di dichia-
rare la guerra alla Russia, avendo saputo
che essa avea invaso la Moldavia eia Va-
lacchia, col pretesto di sostenere i diritti
degli ospodari. Per la guerra che si faceva
tra la Francia e la Russia, non era rima-
sta indiffereute laTurchia, perchè l'impe-
ratore Alessandro I erasi ricusato ratifi-
care il trattato di Parigi, nel quale venne
riconosciuta l'integrità e V indipendenza
dell' impero ottomano, per cui 1' amba-
sciatore francese ottenne che la Porta
vol. ixxxi.
TUR 3S9
chiudesse il Bosforo a' vascelli da guerra
russi e inglesi. L'Inghilterra prese le par-
ti della Russia,, minacciò colla flotta unita
alla russa Costantinopoli inutilmente, pei
preparativi fatti di difesa da' turchi e di-
retti da Sebastiani, per cui passò in Egit-
to ad occupare Alessandria, poi cacciata
da quel pascià, edi russi s'impadronirono
dell' isola di Tenedo e vi stanziarono la
loro flotta. Frattanto nel 1 807 stesso tut-
to sembrava presagire la dissoluzione del-
l'impero ottomano: l'autorità del sultano
era disconosciuta dappertutto. Delle ban-
de di masnadieri armali desolavano le
Provincie vicinealla capitale. Gli abitanti
d? Adrianopoli, eccitati e sostenuti dai
giannizzeri, aveano rifiutato di ricevere
nelle loro mura iNizam Dgedid. SelimlH
per calmare l'irritazione degli animi, fu
obbligato a fare rientrare tali nuove trup-
pe negli anteriori loro quartieri e di rin-
novare quasi tulio il suo ministero. Da
un'altra parte Paswan Oglouerain piena
ribellione. Ali pascià si conduceva da so-
vrano indipendente nel suo governo di
Jannina. I serviani sotto la condotta di
Giorgio Czerni aveano riprese 1' armi, e
minacciavano d'impadronirsi di Sabatz
e di Belgrado.Djezzar,famoso pascià d'A-
cri, non avea di suddito che il nome; ed i
settari vecabiti, dopo essere stati cacciati
un momento dalla Mecca e da Medina da
loro spogliate, aveano riconquistate quel-
le due città, impedivano i pellegriuaggi, e
dominavano sull'Arabia. Infine l'autorità
della Porta era pure disconosciuta nell'E-
gitto, straziato dalle guerre civili.Tale era
la situazione della Turchia, allorché la
squadra combinata inglese e russasi pre-
sentò innanzi i Dardanelli, come narrai, e
9 vascelli gli aveano passati e trovavansi
dinanzi alla punta del serraglio, la coster-
nazione della città essendo al colmo. Gli
ingegneri e gli artiglieri francesi, Seba-
stiani e Ruffin, salvarouo allora Costan-
tinopoli, ed obbligarono la squadra a ri-
passare i Dardanelli. Selim III mostrò un
grande carattere in quella circostanza, a-
37o TUR
inaiando i lavoratori delle fortificazioni
ne'liioghi più pericolosi: ordinò ad ognu-
no de' suoi ministri di far costruire una
batteria e di combat ter vi, e fece decapitar
ijuello delle finanze per non averlo fatto
e per aver commesso delle dilapidazioni.
Poco dopo che il sultano si liberò dalla
squadra nemica, una disposizione impru-
dente e mal concertata lo precipitò dal
trono. A vea mandalo a Scutari,ne'caslclli
del Bosforo ed in quelli de' Dardanelli,
degli abiti fatti alla norma dell'ordinanza
del Nizam Dgedid,con l'ordine di vestir-
ne i giannizzeri. Gli yamacks, avventu-
rieri la più parte albanesi, eli 'erano inca-
ricati congiuntamente co' Nizam della
guardia de'forti del Bosforo e del servizio
delle batterie, furono i primi che rifiuta-
rono d'ubbidire. Trucidarono Mahmud
effendi portatore dell' ordine, e diversi
uflìziaH che cercarono di calmarli. Non
ostante una viva opposizione i Nizam sog-
giacquero dopo una lotta vigorosa, furo-
no espulsi da'castelli e obbligati a ritor-
nare nelle loro stanze di Costantinopoli.
La ribellione de' yamacks non avrebbe
avuto conseguenze, se il sultano avesse
fatto sull'istante i provvedimenti oppor-
tuni per sedarla; ma ingannato dal nuo-
vo muftì e dal caimakan nemici delle ri-
forme, restò nell'inazione; e Cabacki O-
g!ou, uomo oscuro che gli yamacks avea-
no eletto a capo, ebbe il tempo di concer-
tarsi co'giannizzeri e co'lopgi o artiglieri.
Entrò Cabacki in Costantinopoli alla te-
sta di tutte le truppe ribellate, e si pose con
esse sulla piazza dell' Atmeidam, luogo
ordinario delle riunioni del popolo. Ec-
citato dal muftì e dal caimakan, Caba-
cki si arrogò 1' autorità di sovrano, e do-
mandò insolentemente la deposizione di
Selim III. 11 muftì consultò il Corano, ed
emanò il suo terribile fefta, in cui diceva
coll'aulorità di quel libro sagro,t he un so-
vrano cheavea regnalo 7 anni, senza che
il cielo gli avesse accordata posterità, era
indegno del trono; the un sultano, sotto
a cui il pellegrinaggio della Mecca trova-
T U R
vasi interrotto, era un uomo sacrilego ;
in fine, che ogni innovazione era dichia-
rata dalla religione un delitto irremissi-
bile. Allora i ribelli fatti più audaci, u-
nendosi il popolo, domandarono la de-
tronizzazione di Selim III. Le pignatte
delle truppe, segno venerato da esse, fu-
rono poi tate sulla piazza e rovesciate, per
dimostrare che rifiutavano il cibo che
dava loro il sovrano, e non aveano più
nulla di comune con esso. Ma le porte
del serraglio non s'aprivano, ed il sulta-
no eh' erasi tenuto rinchiuso ne' muri di
esso a tutto il giorno 28 maggio, avea
tentato senza buon successo di calmare
il furore de' ribelli, facendo loro gettare
le leste de'favoriti che aveano proscritti,
e sopprimendo il corpo de' Nizam Dge-
did; ma persisterono nel loro empio pro-
getto. 11 29 era un venerdì, giorno in cui
il sultano deve andare pubblicamente in
una moschea, tal costume che non fu mai
violato, rendeva il momento decisivo. Se-
lim III, non osò uscire, ed il muftì ac-
compagnato da' principali ulema, si pre-
sentò nel vecchio serraglio, dinanzi a Mu-
slafà figlio del defunto sultano Abdul-
Hamed e cugino del successore Selim III,
gli annunziò ch'era scelto dal popolo per
occupare il trono,e lo condusse prima nel-
la moschea, e poi al serraglio, in cui ac-
compagnato da 3oo giannizzeri lesse a
Selim III la sentenza di sua deposizione.
Tale principe disgraziato vedendo che la
resistenza era inutile, cede il soglio a suo
cugino o nipote Mustafà IV, fu rilegato
in un kiosk, e trattato con qualche ri-
guardo. La morte d'alcuni ministri e dei
capi della nuova milizia de' Nizam Dge-
did, avendo quietato i giannizzeri, la tran-
quillità fu presto ristabilita iu Costanti-
nopoli, ma la sedizione si sparse per le
provincie. Il gran visir che comandava
l'esercito di Valacchia contro i russi, e
che avea ottenuti alcuni vantaggi, fu tru-
cidato da' sediziosi. Il pascià di Bagdad
venne assassinato dal suokiaya o luogo-
tenente, che fu fatto successore dal sul-
TUR
lano. I pascià di Damasco e di Tripoli si
fecero guerra; quello d'Aleppo fu cacciato
da'giannizzeri. I veeabiti padroui di Mec-
ca e Medina, profittando dell'avvenimen-
to, continuarono i loro progressi sulle
frontiere della Siria e s'impadronironodi
Anah sull'Eufrate, mentre i russi batte-
rono il pascià d' Erzerum. Mustafà IV
appena acclamato sultano pubblicò un
firmano per rinnovar la dichiarazione di
guerra alla Russia ; promise di ripristi-
nar gli usi antichi e gli antichi limiti del-
l'impero, soppresse le nuove imposizioni,
abolì tutte le istituzioni di Sellai III, e
distrusse anche la stamperia di Scutari.
Alcuni memorabili eventi resero rino-
mato il breve regno di Mustafà IV. Il ca-
pitan pascià Seid Ali, il i.° luglio 1807
combattè con vantaggio la flotta russa
dell' ammiraglio Siniawiu presso Tene-
do nell'acque di Lemno, e meritò le lodi
e gli onori di Ghazy, il vittorioso o vin-
citore degl' infedeli, che gli die il sulta-
no in un' udienza solenne. Napoleone I
si coni piacque della rottura tra la Porta
e la Russia, e si decise sostenere la Tur-
chia, pel grave riflesso: » Che se risorgesse
e trionfasse il diadema greco dal Baltico
al Mediterraneo, si vedrebbe a'noslri gior-
ni le nostre provincie assalite da un tur-
bine di fanatici e di barbari. E se in que-
sta lotta l'Europa incivilita venisse a soc-
combere, la nostra colpevole indifferenza
ecciterebbe giustamente le querele della
posterità, e diverrebbe nella storia uu ti-
tolo d'obbrobrio". Ma Alessandro I dis-
gustalo coli' Inghilterra sua alleata, per
la negata guarentigia d' un prestito, pro-
pose a Napoleone 1 un armistizio che fu
concluso fin da'21 giugno 1807, indiai
2 5 i due imperatori si abboccarono pres-
so Tilsit, ove trattarono a'7 luglio la pa«
ce col re di Prussia, per la quale fu sta-
tuito di cessare le ostilità tra la Russia e
la Turchia, ed i russi promisero sgom-
brare i principati di Moldavia e Valac-
chia, accettando la mediazione di Napo-
leone I per concludere una pace onore-
TUR 37i
vole colla Porta. I due imperatori si u-
nirono in alleanza. Con articoli segreti,
la Russia rinunziò in favore della Fran
eia la protezione e i diritti che avea sulle
Isole Jonie, ritirandone le truppe; e Na
poleone I dichiarò che non si sarebbe
opposto, con altri accordi, perchè Ales-
sandro I unisse al suo impero la Moldavia
e la Valacchia, perciò potere protrarre Io
sgombrameuto : nou essere possibile di
soffrire più oltre il turco in Europa, po-
tersi forse respingerlo in AsTia! In esecu-
zione del trattato di Tilsit i russi sgom-
brarono Tenedo, e consegnarono a'frao-
cesi l'Isole Jonie, che furono dichiarate
indipendenti da Napoleone I; ma col pre-
testo d'alcune correrie de' turchi, riten-
nero i principati Danubiani. Egualmente
a mediazione di Napoleone I a'24 agosto
fra la Russia e la Porta fu sottoscritta una
tregua, ed altra si concluse da' turchi coi
serviani. GÌ' inglesi che sotto Selim HI
aveano superato l'entrata de'Dardanelli e
minacciate le mura del serraglio, e si e-
rano impadroniti d'Alessandria, fallirono
pure solloMustafà IV nel reiterare la spe
dizione. Lord Paget loro ambasciatore
non riuscì meglio nella sua negoziazione
per ottenere che l'Egitto venisse dato agli
inglesi per tutto il tempo che fòsse durata
la guerra fra essi e la Frauda. Le loro
truppe, tagliate a pezzi da quelle del cai-
makan, poi celebre viceré d' Egitto Me
liemet Ali, in un tentativo che fecero so
pra Rosetta, furono bloccate in Alessan-
dria dal medesimo pascià, che le costrin-
se a capitolare, ed a rendere la città, ove
entrò a'22 settembre. Malgrado tali van-
taggi, malgrado la severità di che usò per
reprimere le insolenti pretensioni de'gian-
nizzeri, malgrado le disposizioni cui fece
ai fine di loro opporre un nuovo corpo di
truppe disciplinate all'europea, ma vestile
lilla foggia turca, Mustafà 1 V soffrì la me-
desima infelice sorte di Selim III. Questo
ultimo avea ancora numerosi partigiani,
di cui era segretamente capo Mustafà
Rairakdur, poi celebre gran visir, che gli
37* TUR
dovea In sua elevazione. Egli era pascià
di It ustsciuk, dotalo di talento e di valore
col quale si distinse in militari imprese.
Allora comandava qunlseraschiere l'eser-
cito d'osservazione sul Danubio, quando
volle mandare ad effetto il ristabilimento
di Selim III sul trono. Moveva contro i
russi allorché fu fatta l'accennata tregua.
Nel 1808 finse di marciare contro i ser-
viente avvicinandosi a pocoa poco ad A-
drianopoli ed al campo del gran visirTche-
leby Mustafà, lo costrinse ad unirsi con
lui, movendo ambedue verso Costantino-
poli. Dopo aver accampalo più giorni di-
nanzi alla capitale, ad onta del rispetto
che ostentava per Mustafà IV, fece segre-
tamente strangolare i comandanti delle
fortezze delBosforo,e loro sostituì degli uo-
mini chea lui erano divoli. Enlrato a'28
luglio in Costantinopoli, depose il muftì,
l'agà de' giannizzeri, tulli gli ulema che
aveano preso parie nella rivoluzione con-
tro Selim HI, e marciato verso il serra-
glio richiese di quel principe per procla-
marlo di nuovo sultano, dopo aver fatto
deporre Mustafà IV dal muftì e dagli u-
lema da lui eletti. Ma Mustafà IV ordinò
che si strozzasse il cugino o zio Selim III;
gli assassini a ciò incaricati, in altro strano
modo I' uccisero. Mentre lo sventurato
principe ne impediva 1' esecuzione colla
forza e col coraggio, che spiegò contro i
suoi carnefici, uno di questi caduto fra le
sue gambe lo trasse da' sensi, con affer-
rare e stringere impetuosamente gli or-
gani della propagazione, e morì per tal
modo il misero. Così perì questo illumi-
nato sultano, per aver tentato di rigene-
rare la sua nazione, e di scuotere il giogo
de' giannizzeri e degli ulema. Dotato di
belle qualità e di buone intenzioni, egli
non riuscì in tale impresa, che avrebbe
posto la Turchia nel più alto grado fra i
potentati, pressoché come la distruzione
degli strelitz aveano dato a Pietro I,un se-
colo avanti, i mezzi di fondare la formida-
bile potenza russa. Gli mancò l'energia
di carattere e la perseveranza che niun
TUR
ostacolo non può fermare. Dopo breve
resistenza fatta a Bairakdar, si aprono le
porte del serraglio, ed il cadavere dello
sventurato principe è gettato a'suoi pie-
di. Bairakdar tributa lagrime di dolore al
suo signore ; ma presto crescendo in lui
il fui ore, ordina il supplizio de'consiglieri
e degli esecutori di tanto delitto, rilega
Muslafà IV nella prigione occupata dal
disgraziato Selim III, e nello stesso gior-
no 28 luglio proclama sultano e fa intro-
nizzare Mahmud Khan II figlio del sul-
tano Abdul-Hamed e fratello del deposto.
Il nuovo monarca dichiarò gran visii Bai-
rakdar, il quale tenne ubbidienti i pascià,
ristabilì il ministero della polizia e delle
provigioni, e fece tulte le disposizioni e-
spedienti a mantener la tranquillità nella
capitale. Nel medesimo tempo intese sen-
za posa ad ordinare e aumentare l'eserci-
to ottomano, ad introdurvi nuovamente
la disciplina e la tattica europea, a sop-
primere il corpo formidabile de'gianniz-
zeri, e ad assoldarli in quello de'seymen
da lui formato. Tali innovazioni, che a-
veano servilo per colore alla caduta di Se-
lim III, l' inflessibile fermezza del gran
visir, e la soverchia sua severità, irritaro-
no i di lui invidiosi, ed aumentarono il
numero dei malcontenti. Delle truppe ar-
rivate senz'ordine da' Dardanelli e dalla
Romelia fino da' io novembre 1808,
mettono in colmo l'agitazione di Costan-
tinopoli a'i 4 di detto mese. Si appiccano
de'combattimenti parziali fra essi e la mi-
lizia de'seymen istituita e protetta da Mu-
stafà Bairakdar. Il visir scorre le vie della
capitale, e si reca dovunque il pericolo è
maggiore, ordina con sangue freddo, ina-
nima i seymen più coli' esempio che coi
suoi discorsi, e sbaraglia più d'una volta i
giannizzeri; ma mentre egli vince da uà
lato, i suoi partigiani sono respinti in tutti
gli altri punti. Costretto finalmente a ce-
dere al numero, si ritira nel serraglio. Vi
viene assediato, vi si dà fuoco e se ne sca-
lano le mura a' 1 5 novembre. Bairakdar
non ha che il tempo di far strangolare
TUR
Mustafà IV colla madre, cui i ribelli ri-
domandavano per sultano; e temendo di
cader vivo nelle loro mani, incendia la
polveriera, balza in aria, e seco trae una
moltitudine di quelli ch'erano i più acca-
niti a ucciderlo. Nel dì seguente fu tro-
vato il suo corpo sotto le macerie, e fu
bersaglio agli oltraggi della plebe. In tal
guisa finì il famoso visir, di cui il corag-
gio e i talenti elevati avrebbero potuto
operare dell' utili riforme alla sua nazio-
ne^ contribuii e ad un maggiore sviluppo
di quelle che intraprese poi Mahmud li,
se imprudentemente affrettata egli non
avesse tale tremenda rivoluzione. 11 cor-
po di Mustafà IV a' 18 fu deposto nella
tomba del padre suo. Mahmud li avea
2 3 anni quando salì al trouo, sul quale
portò le feconde idee di riforma e d'inci-
vilimento iniziale dal cugino o zio Se-
lim 111 e proseguite dal visir Bairakdar,
le quali con piti fausti auspicii sviluppò
in Costantinopoli ,nel quale articolo per-
ciò lo celebrale nel priucipio di questo già
ne feci cenno ; sebbene le sue incessanti
cure e l'essersi mostrato d'animo costante
ne' prosperi e negli avversi casi, lo face-
vano degno di sorte migliore. Quanto ai
grandi avvenimenti politici del suo im-
pero, dirò che poco prima di sua assun-
zione ad esso, Napoleone I avendo fondati
sospetti che l'imperatore d'Austria Fran-
cesco I gli muovesse nuovamente guerra,
tentò inutilmente di distrarne la politica
verso l'oriente, col proporgli la divisione
deli' impero ottomano, ammettendolo a
parte delle spoglie. Nel colloquio poi te-
nuto dal medesimo Napoleone I in Erfurt
nell'autunno con Alessandro I, a questi
rinnovò la promessa , che non si sarebbe
opposto all'unione della Valacchia e della
Moldavia all'impero russo. Nel 1809 A-
lessandro I prorogò colla Porta l'armisti-
zio di Slobosia,che dovea terminare nel-
l'aprile, e trattò in Jassy per concludere
una pace definitiva. Chiese però per base
del trattato la cessione della Valacchia e
della Moldavia ; e siccome frattanto sul
TUR 373
principio di detto anno la Turchia erasi
pacificata coll'Iughilterra, vi aggiunse per
altra condizione l'espulsione da Costan-
tinopoli del ministro inglese. Il sultano
non volle acconsentire a tali patti, e si
ruppero le conferenze. Allora i russi ri-
presero le offese; s'impadronirono total-
mente delle chieste provincie, e portarono
eziandio la guerra sulla riva destra del
Danubio. Intanto nell'Egitto il pascià Me
hemet Ali, divenuto viceré, nel i.° mar-
zo cominciò ad eseguir la strage de' tur-
bolenti mammalucchi, che non cessò fin-
che quasi tutti non furono sterminati. Con
questa terribile misura politica 1' Egitto
fu pacificato. Ad onta delle convenzioni,
delle capitolazioni, de' firma ni, detrattali
internazionali e di ogni altro diritto dei
francescani latini sui Luoghi Santi, che
sono andato riferendo, i greci e gli arme-
ni scismatici, sempre di visi nel dogma, ma
sempre d' accordo contro i Ialini, salvo
sempre il diritto di accapigliarsi fra loro
nel momento di dividere la preda, pro-
fittando astutamente delle brighe chele
guerre e le rivoluzioni davano a'goverui
d'occidente, già fino dal declinar dei pas-
sato secolo si erano impossessati di quasi
tutti i santuari di Palestina. 1 legittimi
possessori latini o franchi, cacciati quasi
da ogni luogo, non erano né anco più tol-
lerati in queir oscuro cantuccio eh' era
loro rimasto, quando il funesto caso, che
narrai a Gerusalemme con dettagliati par-
ticolari, ivi venne a mettere il colmo alla
desolazione e alla miseria de' vessali mi-
nori osservanti, ed insieme adarea'loro
superbi, prepotenti e crudi rivali un' ap-
parenza di diritto, tanto piùassurdo,quau-
to che fondato sopra una nuova e più a*
ceiba oppressione. Nella notte dall'i 1 al
12 ottobre 1808 il fuoco si apprese alla
cappella degli armeni, ed in breve si pro-
pagò tanto che in meno di due ore di-
roccò la gran cupola della chiesa del s.
Sepolcro, in volgendo nella sua rovina uua
gran parte de' preziosi doni che l' orna-
vano. I greci e gli armeni furono or gli
>.; TUR
uni or gli altri accusali d'aver appiccato
il fatale incendio; essi medesimi se ne in-
colparono a vicenda, e gli uni e gli altri
egualmente ne profittarono. A niunomai
\enne in pensiero d'incolparne i religiosi
latini, i quali non potevano che perdere
in quell'incendio. L'utile che a' greci ed
agli armeni provenne da questa distru-
zione sacrilega, non è certamente ragione
sufficiente per imputar loro un delitto sì
atroce; ma la loro condotta susseguente,
e r ora ed il luogo ove l'incendio si ap-
prese, oltre il modo con cui si propagò,
dierono pur troppo motivo a gravissimi
sospetti. Essi sapevano molto bene chela
povertà de' francescani latini privati da
lungo tempo dell' elemosine di Spagna,
del Portogallo e dell'altre nazioni occi-
dentali, ponevali nella stretta e affliggen-
te impossibilità di rifabbricare la chiesa
del s. Sepolcro, quando una volta fossedi-
strulta. Sapevano parimenti che in tal
caso essi avrebbero facilmente ottenuto
a forza di danaro dal governo turco la li-
cenza di ricostruirla a loro spese; il che,
secondo l'idee del paese, avrebbe loro da-
toli diritto esclusivo di proprietà. Questo
in fatto i greci e gli armeni ottennero ed
eseguirono, non ostante l'opposizione dei
francescani legittimi possessori, non o-
stante i loro più energici richiami, non o-
Mante le capitolazioni e i trattati, e tutti
qujinti i loro diritti. 11 divano di Mah-
mud II die facoltà a' greci e agli armeni
di rialzar la cupola e di ricostruire il re-
sto del diroccalo tempio, il che essi fece-
ro senza curarsi troppo del rifabbricarla
come si conveniva e con ornati poco ra-
gionati.D'allora innanzi èagevoleacom-
prendere quanto sieuo stati più. ardenti
i loro tentativi per giungere ad un'inva-
sione compiuta del santuario. L' incari-
cato d'affari di Napoleone I a Costanti-
nopoli, per impedir gli effetti di questa
costruzione, protestò ed ottenne nel 1 8 1 1
un firmano di Mahmud II, col quale si
dichiara esplicitamente, che l'opera dei
greci e degli armeni nella rifabbricazione
TUR
della chiesa del s. Sepolcro, non doven
nuocere a'diritti anteriori de'latini. Que-
sto firmano però non ebbe altro effetto
che di porre il diritto legalmente in si-
curo. I greci e gli armeni ottennero anzi
nel seguente 1 8 1 2, un altro firmano dal-
lo stesso sultano, il quale non ostante i
diritti de'latini con aperta contraddizione
aggiudicò a' greci e agli armeni l'esclu-
siva possessione de'Luoghi Santi. Esso si
appoggia a due falsi firmani attribuiti a
Selim I, il quale, secondo quello, avreb-
be conceduto i medesimi luoghi alle due
nazioni; ma di que' due prelesi firmani
non erasi udito parlar mai prima di quel
giorno in cui il sultano emanò un ^fir-
mano in opposizione al r.°, il che solo pro-
verebbe la loro falsificazione. Quello che
ad evidenza prova la falsità de' firmarli
attribuiti a Selim I, si è che ambedue por-
tano la medesima data, e danno nel me-
desimo tempo i medesimi luoghi a'greci
ed agli armeni, cioè a due nazioni rivali
e nemiche, le quali non sì accordano che
per danneggiare i latini. Qui aggiungerò,
che gli armeni ottennero nel 1829 da
detto sultano un nuovo firmano, il quale
loro concede solamente di celebrar la
messa e d'accender le lampade avanti il
s. Sepolcro. Dirò pure, che Luigi Filippo
re de'francesi, per l'ammiraglio Roussin
ottenne da Mahmud II il permesso a' re-
ligiosi latini di celebrar la messa nella
chiesa dell'Ascensione sul monte Oli veto
nel dì anniversario della festa, benché la
chiesa fu convertita in moschea; il qual
favore Solimano II non volle accordare
a Francesco I re di Francia per la chiesa
del monte di Sion, nella quale i mussul-
mani aveano fatta la loro preghiera ca-
nonica. Riprendendo il filo cronologico
de' maggiori politici avvenimenti della
Turchia, noterò che nel 18 12 Napoleo-
ne I volendo mandare ad effetto l'inva-
sione della Russia, colla quale erasi ini-
micato, spedì truppe in Polonia, si col-
legò colla Prussia e coll'Austria median -
te il trattato di Parigi de'i4 marzo, in
TUR
cui ancora si guarentì l'integrità del ter-
ritorio della Porta ottomana in Europa,
la qual potenza sarebbe stata invitata ad
accedere all'alleanza. Quest'invito non
ebbe l'effetto desiderato dalle parti con-
traenti; ma intanto le circostanze giova-
rono a' turchi. Imperocché ne'due prece-
denti anni avendo essi continuato a guer-
reggiare co'iussi, sulla fine del 18 1 i aven-
do sofferto a Rustsciuk in Bulgaria una
totale disfatta,costrinseMahmudII a do-
mandare la pace ad Alessandro 1. Questa
certamente sarebbe stata pregiudizievo-
lissima, senza l'imminente guerra tra la
Russia e la Francia. In fatti nel trattato
roncluso a Biikarest a'28 maggioi8i2,
Alessnndro 1 potè soltanto estendere i suoi
confini sino al Pruth;con che unì al suo
vastissimo impero la Bessarabi?ì,ecl un 3.°
della Moldavia, regioni interessanti, ma
non corrispondenti a' vantaggi riportati
da'russi. In tal modo l'imperatore di Rus-
sia rese disponibile l'armata che avea sul
Danubio, e si tolse un nemico confinan-
te. Non solo la Porta restò neutrale nelle
grandi guerre che disfecero il possente tro-
no di Napoleone I nel 18 14, ma mentre
tutte le potenze mandarono i loro rap-
presentanti al celebre congresso di Vien-
na, per regolare i destini d' Europa e il
suo equilibrio politico, essa se ne astenne.
Nel 18 16 l'Inghilterra indusse le reggenze
di Barbarla, cioè d' Algeri, Tunisi e Tri-
polita concludere trattati di paceco're di
Sardegna e delle due Sicilie, e col gran-
duca di Toscana, e le costrinse ad abolire
la pirateria, la schiavitù dei cristiani, ed
a liberar gli schiavi che aveano, senza che
la Porta facesse rimostranze. Avendo il
viceré d' Egitto portato in Arabia la guer-
ra contro i vecabiti, li vinse e vi pose fine
nel 18 19.
Dopoché la repubblica dell'Isole Jonie,
sottratta dalla supremazia della Porta e
dal protettorato della Russia, fu dichia-
rata stato libero e indipendente con go-
verno rappresentativo, sotto il protetto-
rato perpetuo dell' Inghilterra, Rigas coi
TUR 375
suoi canti pieni d'ardenti sensi d'amorpa
trio e dell'antiche glorie, poste a confrou-
to dello stato d' abbiezione in cui sog-
giaceva la nazione greca sotto i turchi ,
infiammò la gioventù, a riconquistare la
sua libertà e indipendenza. La propen-
sione alla libertà, diffusa generalmente
in Europa, era penetrata anche fra' gre-
ci, poiché molti de'loro giovani negli stu-
di delle università d'Italia, di Francia e di
Germania, colle cognizioni letterarie e
scientifiche aveano acquistato eziandio lo
spirito liberale che negli studenti si era
molto diffuso. Riscaldati gli animi colla
coltura per le antiche celebri memorie,e il
vedere la debolezza a cui era ridotto il de-
crepito impero ottomano, inspirò loro la
lusinga di emanciparsi da esso. Già fino
dal 18 (4 formossi la società secreta degli
Eteristit o amici della libertà, il cui scopo
era di liberar la Grecia. Nel 182 1 si sol-
levarono i greci contro i turchi, animati
dalle rivoluzioni scoppiate nella Spagna
e nel regno delle due Sicilie. Ne furono
principali autori Auogosti, Teodoro mo-
naco, Alessandro e Demetrio Ipsilandi,
Germano vescovo greco di Patrasso, Go-
locotroni, Odisseo e Niceta detto Turco-
fago. Dòpo alcuni brevi e infelici movi-
menti suscitati da'greci stabiliti nella Va-
lacchia e nella Moldavia, la rivoluzione
scoppiò nel Peloponneso, e quindi cotau-
nicossi alla Grecia propriamente detta, e
alle vicineregioni especialmente nell'isole
del mar Egeo. Incominciossi allora quivi
un' aspra e sterminatrice guerra. Intanto
i turchi infierivano contro i cristiani an-
che ne' paesi non sollevati, e vi furono
orribili stragi di greci in Costantinopoli,
a Smirne e in altri vari luoghi. Indi i gre-
ci nel 182 2 si dichiararono indipendenti
e promulgarono una costituzione tem-
poranea. Le feroci repressioni e la guerra
portata inGrecia da'turchijinasprirono gli
animi e li rese più tenaci in sostenere le
loro pretensioni. Continuando la guerra
de'turchi coutroi greci insorti con alterna
fortuna, e sempre con tutti gli orrori e
37G TUR
cornifìcine delle discordie civili e del fa-
natismo irritalo; il 1822 fu funestato spe-
cialmente dall' esterminio di Scio. Que-
st' isola deliziosa, opulenta e abitata da
circa 70,000 uomini, venne in gran parte
sollevala dagli altri greci a'22 marzo.!/ 1 1
aprile però il capitan pascià vi sbarcò un
corpo d' ottomani che tutto distrussero
coll'eccidio e colla schiavitù della maggior
parte degli abitanti. Narra il Coppi, che
la persecuzione de' turchi contro i greci
stabiliti nel loro impero, eccitò Io sdegno
di tutti i cristiani, e specialmente de'russi
cheaveano comuni con quelli i principii
religiosi. Quindi essi accolsero e soccor-
sero generosamente coloro che si rifugia-
rono ne' loro stati, ed invocarono alta-
mente la guerra per vendicarla religio-
ne oltraggiata. L'imperatore Alessandro!,
sempre fisso ne'principii della legittimità,
disapprovava la ribellione de' greci, ma
d' altronde, secondando lo spirito pub-
blico, fece forti rimostranze alla Porta
sugli eccessivi rigori che si esercitavano
da essa, contrari all'umanità ed a'trattali
vigenti. Lagnossi inolile che contro i trat-
tati medesimi si fossero mandate e stan-
ziate truppe turche ne' principati di Va-
lacchia e di Moldavia. All'opposto la Por-
ta sosteneva, che gli atti di rigore eserci-
tati dal governo erano legittimi, e se vi
era stato qualche eccesso doversi soltan-
to attribuire alla feccia del popolo. Anzi
essa chiese la consegna de' suoi sudditi
ribelli rifugiati in Russia, e lo sgorubra-
mento d'alcune sue regioni nell'Asia oc-
cupate da'russi. Da tultociò nacquero tra
le due potenze calde questioni, e talvolta
minacce di guerra. I greci all' annunzio
che nell'ottobre 1822 si teneva da di-
versi sovrani e diplomatici di altri un
congresso iu Verona, vi spedirono alcuni
deputati a rammentare. » Chedue volte
aveano di già domandato a' cristiani di
Europa soccorsi, o almeno una stretta
neutralità. Allora poi dichiarare, che nel-
lo stato attuale delle cose era impossibile
che deponessero le armi finché uou aves-
T U R
sero ottenuto un'esistenza nazionale e in-
dipendente, e garanzie sufficienti per so-
stenerla. Se 1' Europa nel trattare colla
Porta voleva comprendere la nazione gre-
ca, essi dichiaravano di non accettare al-
cun trattato prima che i loro deputati
non fossero ammessi a difendere i loro
diritti. Che se poi ciò fosse a loro nega-
to, allora protestavano all'Europa intera
ed alla grande famiglia della cristianità,
che deboli ed abbandonali , avrebbero
continuato a combattere per morire libe-
ri e cristiani, come aveano vinto fino al-
lora colla sola forza del Redentore, e peit
la sola possanza divina ". Ma le grandi
potenze d'Europa non erano ancora di-
sposte a riconoscere la nazionalità greca.
D'altronde l'Austria, la Francia. l'Inghil-
terra e la Prussia temevano che la Rus-
sia s' ingrandisse ulteriormente in una
nuova guerra colla Turchia. Quindi li-
mitaronsi a temperare le ire ed a raddol-
cire gli animi. Da ciò ne venne che il con-
gresso di Verona, procurando di conci-
liare i diritti della legittimità e dell'uma-
nità, si limitò a dichiarare: » Chela que-
stione greca apparteneva agli affari in-
terni della Porta, e come tale dovea es-
sere definita esclusivamente dalla mede-
sima. Per conseguenza non vi dovea in-
tervenire alcun' altra potenza ; e se mai
alcuna di esse intervenisse, tutte Y altre
avrebbero agito secondo i principii del di-
ritto delle genti ". Intanto disapprovan-
do la sollevazione, stabilirono d'inter-
porre per umanità i loro uffici in favore
delle vittime della stessa. Sino a questa
epoca la casa di Savoia non a vea avuta al-
cuna relazione diretta colla Porla, ne la
sua bandiera era riconosciuta da'turchi;
quindi i sardi che commerciavano in o-
riente erano costretti di mettersi sotto la
protezione di bandiere straniere. Dopo
l'unione del Genovesato al regno di Sar-
degna, il re Vittorio Emanuele I erasi
immediatamente adoperato per stabilire
direttamente relazioni diplomatiche colla
Porta, ma avea incontralo forte opposi-
TUR
zione per parte della Francia, gelosa del
commercio genovese in Levante. Final-
mente colla mediazione dell'Inghilterra
superò ogni ostacolo, ea'25 ottobre 1823
tu sottoscritto in Costantinopoli un trat-
tato d'amicizia fra la Sardegna e la Por-
ta. Le relazioni commerciali furono sta-
bilite sulla base in cui erano fra la Porta
e T Inghilterra. Il re mandò poi un mi-
nistro plenipotenziario a risiedere in Co-
stantinopoli.e consoli ue'principali porti
di Turchia, e furono presi gli opportuni
provvedimenti affinchè i sardi potessero
fare un più libero commercio nell' Arci-
pelago, e nel mar Nero in cui già i geno-
vesi erano stati possenti per la loro cele-
bre colonia di Teodosia o Caffa. Senza
ritornare sull'argomento, qui dirò che di
poi le due potenze fecero nel 1839 un
nuovo trattato di commercio e di navi-
gazione per aumentare il commercio fra'
loro rispettivi domimi, e rendere più fa-
cile il cambio de'prodotti d'un paese con
quelli dell'altro; a seconda di quello sti-
pulato nel precedente anno tra la Porta
e l'Inghilterra, per aver dichiarato la i.a
che non avrebbe ricusato all'altre poten-
ze altrettanto. Mentre i greci colla loro
indipendenza disputavano a'turchi le bel-
le contrade possedute da' loro antenati,
l'energico Mahmud II non solamente con-
tinua va le riforme per civilizzare il suo
impero, ma con ardito disegno effettuò
nel 1826 quello concepito e inutilmente
tentato dal cugino o zio Selim III, la di-
struzione de'turbolenti e imperiosi gian-
nizzeri in Costantinopoli e in altre parti
dell'impero. In quell'articolo, dopo ave-
re ragionato dell'istituzione e insubordi-
nazione de'giannizzeri, raccontai cornas-
si ribellatisi Mahmud II seppe farli di-
struggere co'caunoni a mitraglia in nu-
mero di 20,000, e degli altri 60,000 e-
spulsi in Asia ne furono messi a morte
4o,ooo; quindi e per sempre abolì la mi-
lizia de'giannizzeri e ne dichiarò il nome
maledetto. Continuando i greci la guerra
d'indipendenza nel Peloponneso, nell'At-
TDR 377
tica e in alcune prossime provincie,come
anche in varie isole dell'Arcipelago, seb-
bene sanguinosa e distruttiva, non eravi
stato risultamento decisivo sinoal 1827.!
greci non aveano forze sufficienti da venir
a battaglie campali, ma il terrenofavori va
per loro la piccola guerra; da questa frat-
tanto ne derivò una molestissima pirate-
ria. Mehemet Ali viceré d'Egitto quasi in-
dipendente, avea unito poderose forze di
terra e di mare a quelle dellaPorta. Alcuni
privati da varie parti d'Europa si erano
recati a combattere per la libertà della
celebratissima Grecia; e molti anche dagli
Stati Uniti d'America inviarono a' greci
soccorsi in danaro. I sovrani però, e preci-
puamente l'imperatore d'Austria, riguar-
dando sempre i greci quali ribelli, si a-
stennero dal favorirli.Consideravanod'al-
tronde essere cosa pericolosa Io stabili-
mento di un governo repubblicano in
una regione dalla quale lo spirito di li-
bertà si sarebbe facilmente potuto comu-
nicare ad altri paesi e specialmente all'I-
talia; ma nello stesso tempo rincresceva
ad alcuni di essi che la pirateria danneg-
giasse il commercio de' loro sudditi, e li
costringesse a mantenere forze navali nei
mari di Levante per proteggerlo. Non era
poi neppure da sprezzarsi il voto che lutti
facevano per l'indipendenza di si classica
terra. In tali circostanze i greci dopo es-
sersi nel 182.5 posti sotto la prolezione
dell'Inghilterra, questa nel 1826 con-
certò colla Russia d'interporsi per un pa-
cificamento sulla base di formare della
Grecia uno stato tributario della Porta,
ma governato da magistrati nazionali. Sta-
bilirono eziandio le due potenze d' invi-
tare le corti di Vienna, di Berlino e di Pa-
rigi a garantire tale accordo. L'Austria e
la Prussia non vollero prendervi parte;
vi acconsenti però la Francia, ed a'6 lu-
glio 1827 le 3 potenze sottoscrissero in
Londra un protocollosulle mentovate ba-
si. Aggiunsero d'intimare alle parti com-
battenti di desistere immediatamente dal.
l'ostilità. Comunicato quest'atto alla Por,
378 T D R
ta nella metà d'agosto, Mahmud li ricu-
sò inflessibilmente d'aderirvi, risponden-
do: Che inolivi religiosi, politici e d'inter-
na amministrazione gli vietavano d'am-
mettere qualunque intervento straniero.
I collegali pei* appoggiare le loro propo-
sizioni inviarono in Levante poderose for-
ze navali. Nella metà d'ottobre unironsi
con flotta combinata sulle coste del Pe-
loponneso, una squadra inglese coman-
data da Codrington, una francese sotto
gli ordini di Rigny, ed una russa capita-
nata da Heyden. Stabilirono questi co-
mandanti d'entrar nel porto di Navarino
in Morea, uno de' più sicuri e più vasti
di Grecia, che si stima capevole di 2000
vele, dove nel 182,5 erasi impegnato un
sanguinoso combattimento fra'greci e le
truppe turco egizie comandate dal valo-
roso Ibrahim pascià figlio di Mehemet
Ali viceré d' Egitto, ed allora eravi an-
corata la stessa flotta turco-egizia a dispo-
sizione del medesimo Ibrahim, il quale
con un esercito di egizi, turchi e arabi
devastava le vicine regioni. Era loro in-
tenzione d'intimargli di desistere da quel-
la guerra sterminatrice. La slessa armata
turco-egizia aveaa'io aprile 1825 asse-
diato Missolonghi città di Grecia sopra
una baia del mar Jonio, come piazza di
guerra ben fortificata, e difesa da buona
cittadella e da molti forti circostanti, e
perchè i greci se n'erano impadroniti nei
primordi di loro insurrezione, vi avea-
110 bene ristaurate le fortificazioni, e sta-
bilita la sede del loro nuovo governo, re-
sistendo eroicamente agli assediami. Ri-
dotti in fine agli estremi e dopo aver sof-
ferto tutti gli orrori della fame,gli assediati
si videro costretti ad abbandonar la piaz-
za a'26 marzo o 23 aprile 1826, all'ar-
mata numerosa d' arabi disciplinati al-
l' europea, e di turchi e albanesi; ma la
guarnigione, sotto gli ordini de! prode
Notis Botzari, accompagnata da porzione
degli abitanti più risoluti, racchiudendo
nel centro le donne e i fanciulli, si fece
strada colla spada alla mano in mezzo al-
TUR
l'armata nemica, e si sarebbero salvati
senza un riprovevole tradimento; mentre
un distaccamento di 5o uomini risoluti
facendo colle mine saltar per aria il ca-
stello, si seppellì sotto le rovine della piaz-
za, ravvolgendo nel terribile eccidio ara-
bi, turchi ed egizi. 1 pochi ed estenuati su-
perstiti abitanti perirono quasi tutti pel
ferro nemico o pel fuoco ch'eglinostessi ap-
piccarono^ gli altri furono tratti in ischia-
vitù. Questa feroce difesa è uno de' fatti
più eclatanti della greca insurrezione;
l'altro essendo il disastroso episodio che
vado a narrare. Dopo dunque l'intima-
zione dei comandanti alleati, essi a*20 ot-
tobre entrarono nel porto di Navarino,
cioè 1 1 bastimenti inglesi, 8 russi e 7 fran-
cesi. I turchi ed egizi aveano nel porto 3
vascelli, ig fregate, 26 corvette e altret-
tanti legni minori, altri dissero 2 1 4 legni
d'ogni dimensione. Essi considerarono il
movimento de'collegati quale atto ostile,e
loro spararono contro alcuni colpi di fuo-
co.Questi vi risposero energicamente, e in
4 ore distrussero quasi tutti que' basti-
menti, colla morte di circa 6000 uomini.
I collegati non perderono alcun legno,so-
lo n'ebbero alcuni danneggiali, con po-
checentinaia di morti o feriti, ed il tuono
tremendo de' loro bronzi micidiali con-
fermò la greca indipendenza comprata
con 6 anni di sangue da un pugno d' in-
trepidi contro l'impero ottomano. Mah-
mud II adirato per tale sterminio e per la
rovina di sua marina militare, fatto da 3
potenze che viveano in piena pace e ar-
monia colla Porta, e mostravano di farle
parti di mediatrici, lo chiamòlfatto compiu-
to e obbrobrioso alla civiltà europea; ma
impotente a vendicarsi, domandò debol-
mente soddisfazione e poi dovette dissi-
mulare. Il sultano restò per altro ancora
fermo nel proposito di non voler accet-
tare l'offerta mediazione pel pacificamen-
to, ed allora i rappresentanti delle poten-
ze collegate partirono da Costantinopoli.
Ivi 4 giorni prima della catastrofe di Na-
varino erasi sottoscritta una convenzione
TUR
fra fa Porta e il regno delle due Sicilie,
nella quale si stabilì: Accordare la Porla
che i bastimenti del regno potessero pas-
sare con reale bandiera dal mar Bianco
nel mar Nero con carichi di produzioni
del regno e di altri stati, e che indi po-
tessero tornare dal mar Nero nel Bianco
con carichi di produzioni russe. Nel i 82S
Nicolò I imperatore di Russia, dopo aver
con un trattato costretto la Persia a ce-
dergli due provincie con punti importan-
tissimi di difesa, e pagar per la guerra una
indennizzazione di 20 milioni di rubli di
argento, si decise di rivolgere le sue armi
contro la Turchia. La Russia era sempre
in atto minaccevole verso la Porta, colla
quale oltre la questione greca ne avea di-
verse altre dipendenti dall'esecuzione del
trattato di Bukarestdel 1812. Queste que-
stioni tanto crebbero che sul fine del pre-
cedente anno il sultano non dubitò di
pubblicare:Che la Russia da 5oanni ten-
deva alla distruzione dell' islamismo e
specialmente dell'impero ottomano, quin-
di se le 3 potenze collegate non desiste-
vano a intervenire a favore de'greci, do-
veasi intraprendere una guerra religiosa
e nazionale. A tale annunzio Nicolò T
rispose colla dichiarazione di guerra. I
russi varcarono il Pruth a' 7 maggio, il
Danubio 1' 8 giugno, e nel corso della
campagna presero Issaktcha, Brailow e
Varila. S'impadronirono eziandio d' A-
napa e di Poti, piazze importanti che la
Porta conservava ancora sulla spiaggia
settentrionale del mar Nero. All'oriente
poi di questo mare altro esercito russo che
era capitanato daPaskewitsch ed avea po-
c'anzi debellato i persiani, entrò nell'Ar-
menia, prese d'assalto Rais creduta ine-
spugnabile, e si avvicinò a Erzerum ed a
Trebisonda. Nel tempo stesso una squa-
dra ch'era nell'Arcipelago, dichiarò iDar-
danelli in istato di blocco. La guerra della
Russia fu naturalmente una diversione
favorevolissima pe'greci. D'altronde le 3
potenze collegate a' 1 9 luglio 1828 sotto-
scrissero in Loudra un protocollo col qua-
TUR 373
le stabilirono: Che la Francia spedisse ila
corpo di truppe per cacciare dal Pelo-
ponneso i turchi e gli egizi, i quali in par-
te ancora l'occupavano. Di fattii4,ooo
francesi capitanati da Maison sbarcarono
in quella penisola, e nel settembre co-
strinsero facilmente tutte le truppe infe-
deli a sgombrarla. Ciò eseguito i medesi-
mi collegati a' 1 6 novembre sottoscrissero
in Londra altro protocollo, in forza del
quale dichiararono alla Porta, che pren-
devano sotto la loro temporanea garanzia
il Peloponneso e l'isole Cicladi. Inoltre i
plenipotenziari francesi, inglesi e russi di-
moranti in Londra, ivi a'22 marzo 1829
sottoscrissero un altro protocollo, col qua-
le determinarono i confini della Grecia.
Furono questi indicati dal golfo di Volo
a quello d' Ambrakia,passando per la som-
mità del monte Othrix presso il Pindo.
Premesso quest'atto gli ambasciatori di
Francia e d'Inghilterra ch'erano partiti
da Costantinopoli sul principio dell'an-
no precedente, vi ritornarono nel giugno
1 829 per indurre la Porta ad accettarlo.
Ma gli sforzi della diplomazia continua-
rono ad esser vani, finche la questione
non fu decisa dall'armi della Russia. Ni-
colò l sul principio di detto 1829 die il
comando del suo esercito sul Danubio al
general Diebitsch. Questi nel giugno vinse
la battaglia di Rulewtscha e prese Sili-
stria. Nel luglio passò il Balkan, e a' 20
agosto entrò in Adrianopoli, antica me-
tropoli della Tracia e dell' impero otto-
mano. Sul principio di settembre estese
la sua sinistra a Viza presso il mar Nero
e la destra ad Enos sulla spiaggia dell'Ar-
cipelago. In tal guisa minacciava Costan-
tinopoli, già in preda allo spavento, alla
distanza di circa 100 miglia, e di abbat-
tere la potenza turca in Europa, scuoten-
do da' fondamenti la monarchia ottoma-
na. Intanto Paskewitsch coll'esercito del
Caucaso a'9 luglio avea preso Erzerum e
continuava a minacciarTrebisonda. Tan-
ti vantaggi peròdella Russia dispiacevano
a'grandi sovrani d'Europa; essi gli aveano
3So TUR
già preveduti, e perciò sin dall'anno pre-
cedente aveano cominciato a meditare
sui mezzi d'impedir che quella potenza
di già formidabile, aumentasse ulterior-
mente la sua colossale grandezza sulle io-
vine dell'impero ottomano. Ed in ciò a-
doperavansi specialmente l'imperatore
d'Austria, il quale cercava di collegarsi
co're di Francia e d'Inghilterra. Il re di
Prussia spedì a Costantinopoli il general
Aluffling per procurare d'aprire negoziati
di pace. Le premure di quest* incaricato
speciale, unite all' istanze de' rappresen-
tanti di Francia e d'Inghilterra, ed i mi-
naccevoli progressi de'russi indussero fi-
nalmente Mahmud Ila spedir nella metà
d'agosto plenipotenziari per manifestare
a Diebitsch: Essere pronto a concludere
la pace secondo le condizioni bramate
dall'imperatore di Russia. Il trattalo ne
fu difetti sottoscritto in Adrianopoli a' 14
settembre. La Porta cede alla Russia al-
cune fortezze e punti strategici in Asia.
Abbandonò varie fortezze che ancora a-
vea sulla riva sinistra del Danubio. Ri-
nunziò alla maggior parte de'dirilti che
conservava sui principati di Valacchia e
di Moldavia, i quali passarono sotto la
potente influenza della Russia. Accordò
e confermò privilegi particolari alla Ser-
\ia, promise di non mettei ealcun ostacolo
al libero passaggio pel canale di Costanti-
nopoli e pe' Dardanelli a'bastimenli mer-
cantili delle potenze colle quali non fosse
in guerra dichiarata. Promise di pagaie
alla Russia un milione e mezzo di zec-
chini d'Olanda pe'dauni sofferti da' suoi
negozianti, e di più una somma da stabi-
lirsi per indennità delle spese della guer-
ra. Dichiarò d'aderire interamente a'pro-
tocolli sottoscritti in Londra relativamen-
te alla Grecia a'6 luglio 18276 a'22 mar-
zo 1829. L'indennità della guerra fu po-
scia stabilita in dieci milioni di zecchini
d'Olanda, colla coudizione che la Russia
tenesse in suo potere Silistiia sino al pa-
gamento. Quella esorbitante somma fu
quindi ribassata in vari tempi, e la for-
TUR
tezza fu restituita a'turchi nel 1 836. In
sostanza la Russia restituì la Valacchia e
la Moldavia, e il Pruth fu determinato
come il coufine nord-est della Turchia;
ma la sovranità del sultano nella Valac-
chia, Moldavia e Servia fu limitata al di-
ritto di nominar gli ospodari, che dovea-
no pagargli un piccolo tributo, e la Rus-
sia si aggiunse la guarentigia o protetto-
rato della prosperità delle provincie. Di
più per compeuso di spese della guerra,
il sultano cede a' russi ' Anapa, Poti, A-
khallzike, Atzkour e Akhalkali.Neli83o
i plenipotenziari di Francia, Inghilterra e
Russia a'3 febbraio sottoscrissero in Lon-
dra un altro protocollo relativo alia Gre-
cia. Stabilirono che questa formasse uno
stalo indipendente; che i confini fossero
ristretti dall' imboccatura del fiume A-
spropotamos a quella dello Sperchios ,
passando per la sommità de'monti Axos
ed Oela, della quale restrizione i greci
restarono malcontenti, poiché tolse loro
circa 100,000 abitanti e vari puuti di di-
fesa. Pace tra' turchi e i greci, e amnistia
tra'due popoli. Nominarono iure Leopol-
do di Sassonia Coburgot il quale avendo
inutilmente desiderato che si unissero al
nuovo regno di Grecia Samos e Candia,
eh' erano in parte sollevate, rinunziò e
poi divenne re óeìBelgio, ove applaudito
regna; indi gli fu sostituito il reguante re
Ottone 1 di Baviera. Quanto qui ho nar-
rato sulla rivoluzione de'greei e sull'ere-
zione del regno di Grecia, V ho riferito
principalmente cogli Annali dell' enco-
mialo Coppi, per la parte che riguarda
alla Turchia, mentre già in quell'artico-
lo ne trattai con altri particolari, inclu-
si vamente all'ordinamento delle cose ec-
clesiastiche, alla foggia della chiesa d\Rus-
siat e con nuova descrizione di sua ca-
pitale Atene. L'avv. Castellano descri-
vendola Turchia Europeayo$sev\a: Che
sotto Mahmud II raddoppiate ferite fu-
rono portate al cuore della monarchia
ottomana , cui io smembramento delia
Grecia lascia una debole, e quasi preca-
TUR
ria esistenza al di qua del Bosforo. Si pon-
ilo leggere: Eugenio De Genoude, Con-
sidérations sur les Grecs et les Turcs,
suh'ies de mélanges religieux,politiques
et littéraires, Paris 1822. Pouqueville,
Storia della rigenerazione della Gre-
cia, Italia 1825. Negli articoli Costanti*
nopoli e Patriarcato Armeno, con dif-
fusione raccontai quanto precedette, ac-
compagnò e seguì la persecuzione degli
armeni cattolici nell' impero ottomano,
massime nel 1828 e nel 1829; che il sul-
tano conosciuta la loro innocenza e fal-
se le calunnie degli armeni scismatici, ac-
cordando ad essi piena libertà religiosa,
ed emancipazione dal patriarca scismati-
co armeno, volle che formassero un cor-
po separato governato da un loro capo
civile eletto da essi, con proprio vescovo
per capo spirituale; per cui il Papa Pio
"Vili per le cure indefesse, ed a seconda
dello stabilito dal zelante e dotto cardi-
nal Mauro Cappellai-i, istituì in Costan-
tinopoli nel i83o la sede metropolitana
primaziale pe'medesimi armeni cattolici,
solo dipendente dalla s. Sede; e per sif-
fatta guisa restò felicemente coronata di
premio la loro costanza nelle vessazioni
scismatiche per conservare la purità del-
la fede. La Francia da vari anni avea que-
stioni con Husseyn pascià dey d'Algeri,
indi questi insultò il suo console; allora
Carlo X fece occupare Algeri, ed obbli-
gò i bey di Tunisi e di Tripoli (V.) a
rinunziare per sempre alla pirateria, e al-
l'abolizione della schiavitù de' cristiani.
Dipoi la Francia eslese le conquiste nel-
l'Algeria, e la Turchia perde ogni signo-
ria su quella reggenza. MahmudII avea
nel 1 808 istituito un'insegna d'onore, es-
sendo andata in disuso quella della Luna
0 Mezza Luna, mediante il Tura o ci-
fra esprimente il suo nome, quindi nel
1 83o formò di tale insegna il già ricorda-
to ordine cavalleresco in brillanti ed e-
quivalente alla Legione d'onore de'fran-
cesi,intitolandoloiV*.?citftt Iflihar,\\ qua-
le venne riconosciuto da tutte le potenze
TUR 38 1
d'Europa, per averne conferito la deco-
razione anche a'ioro rappresentanti; des-
sa porta anche il titolo di bey o nobile,
e pende al collo con fittuccia rossa. 11 1.°
de'medici cristiani al quale Mahmud II
concesse questa distinzione e ricompen-
sa, e addetto poi anche al servigio del re-
gnante suo figlio, fu il d.r Carlo Ceneri di
Bologna. Siccome il sultano che regna
confermò questa decorazione equestre,
unendo alla cifra del padre la propria, on-
de si dice gran Tura o cifra grande, co-
sì spedì al detto medico il seguente he-
rat, brevetto o diploma.»' L'Altissimo ha
stabilito l'ordine negli affari del mondo
per mezzo dell'esistenza de're, e ha dato
la durata a quest'ordine per mezzo del-
l'unione de'sovrani. Ora, siccome la per-
fetta armonia che regna da sì lungo tem-
po fra la mia Sublime Porta e le corti
amiche, è inalterabile, e siccome ogni di-
stinzione conceduta a' funzionari ed ai
sudditi delle due corli, si riflette sopra di
esse; conoscendo il talento e l'abilità in
medicina del dottor Ceneri , suddito di
Sua Maestà il Papa ed abitante in Bolo-
gna, il quale è stato impiegato per qual-
che tempo presso la mia Sublime Porta,
ho voluto dargli un contrassegno di be-
nevolenza consegnandogli il presente Be-
rat per la decorazione del Niscian Ijti-
fazr,cheil fu mio glorioso padre Sua Al-
tez2a sultano Mahmud gli avea concedu-
ta". Mehemet Ali viceré à' Egitto essen-
dosi disgustalo col sultano, inviò a con-
quistar la Siria il suo figlio Ibrahim pa-
scià, occupando Acri, Jalfa, Aleppo, Ge-
rusalemme e le altre città, onde Mahmud
li con un firmano proscrisse il genitore.
Ecco come narra questo fatto l'annalista
Coppi. Fino dal 1806 Mehemet Ali èra-
si reso quasi indipendente dalla Porta, e
per aver neli8i6 vinti i vecabiti, nemi-
ci molto pericolosi dell'impero ottomano,
Mahmud II gli promise il governo del-
la Siria, ma poi non gli mantenne la pa-
rola, temendo che diventasse troppo po-
lente. Da ciò ne derivarono dissapori, ed
382 T U R
in fine il pascià tenlò ù' aver culi' armi
quello che non avea potuto avere con uti
firmano. Pertanto nel detto 1 83 i Me-
hemet Ali col pretesto d'alcune questio-
ni col pascià d'Acri, spedì in Siria un po-
tici osoesercitosotto gli ordiui d'Ibrahim
suo figlio, il quale nel i832 espugnò quel-
lo fortezza clic invano avea per due me-
si assedialo Dona parie. 11 sultano gli spe-
dì contro un esercito, ma Ibrahim a'29
luglio lo balte ad Adana,e a'21 dicem-
bre lo disfece a Roniah o Iconio, dove fe-
ce prigioniero lo stesso gran visir. Sul
principio del i833 Ibrahim varcò il Tau-
ro e avanzossi a Magnesia, a Belikesser e
nd Aidin a poche miglia da Costantino-
poli. Il sultano ridotto all'impotenza di
sostenersi colle proprie forze, avrebbe de-
sideralo soccorsi da're di Francia ed'Iu-
ghillerra suoi antichi amici; ina questi es-
sendo troppo distanti, dovè chiedere o ac-
cettare quelli della Russia. Partiti 1 o,ooo
russi nel principio d'aprile dalle coste set-
tentrionali del mar Nero, in pochi giorni
sbarcarono in Asia presso il Bosforo, al
cospetto di Costantinopoli. Intanto l'in
caricato di Francia s'interpose per un ac-
comodamento, ed in quelle urgenti cir-
costanze facilmente vi riuscì. IN ella metà
d'aprile il sultano concesse aMehemel A ili
il governo della Siria, e dipoi ad Ibrahim
l'affitto del distretto d' Adaua nella Ca-
ramauia. INel giugno l'esercito egizio ri-
passò il Tauro, ed a' 1 o luglio i russi par-
tirono per tornare nelle loro regioni. La
Piussia per altro non tralasciò di trarre
profitto da quel soccorso. Due giorni pri-
ma della partenza delle truppe i suoi a-
genti sottoscrissero con quelli della Por-
ta il trattato d'Uukiar-Skelessi di allean-
za fra le due potenze. E-sse dichiararono:
» L' unico scopo della lega essere la co-
mune difesa de'loro stati contro ogni u-
surpazione. Promettere perciò di concer-
tarsi senza riserva su tutti i punti che ri-
sguardasseroalla loìo rispettiva tranquil-
lità e sicurezza, e di porgersi vicendevol-
mente a tal fine soccorsi maialali e la
TUR
piìiefficace assistenza". Con articolo sepa-
rato inoltre si convenne.» Che la Subli-
me Porta, invece de' soccorsi materiali
che dovea somministrare al bisogno, a-
v rebbe limitalo la sua azione in favore
della Russia a chiudere lo stretto de'Dar-
danelli, cioè a non consentire ad alcuna
nave da guerra straniera, sotto qualun-
que pretesto, d'entrarvi". Rimarca ilCop-
pi: In tal guisa la Russia divenne quasi
protettrice della Turchia. Ed io aggiun-
gerò, che questo trattato dovea rimaner
in vigore per 8 anni, ed essere rinnova-
lo perpetuamente. Le corti di Francia e
Inghilterra protestarono energicamente
contro di esso, quando videro che alla
Russia bastava dichiararsi in istato di
guerra per aver il dominio di tutte l'ac-
que della Turchia. Il governo inglese di-
resse una nota al conte di Nesselrode, mi-
nistro degli affari esteri di Russia, in cui
significava, che qualora si verificasse la
circostanza contemplata, cioè una dichia-
razione di guerra della Russia, l'Inghil-
terra agirebbe come se il trattato non fos-
se stato mai sottoscritto. Nesselrode ri-
spose freddamente, che in tal caso egli ri-
terrebbe che la nota inglese non fossesla-
ta scritta mai. Questo trattato non fu mai
applicato, né rinnovato. Il cuore pater-
no e maguauimodelPapa Gregorio XVI,
ondegiovarea'suoi figli cattolici dell'im-
pero ottomano, fu assai lieto e consolato
di f ire delle personali relazioni col sulta-
no Mahmud II. Raccontai uè* voi. XVIII,
p. 87 e seg., XLV, p. 247, LI, p. 32 1,
quanto in breve qui indicherò con alcu-
ne aggiunte. Che il pascià Ahmed Fethi,
superiormente encomiato, genero del sul-
tano, recandosi ambasciatore a Londra,
col segretario di legazione Sami effendi e
un interprete, da Napoli giunse iu Ptoma
l'8giugnoi838,fatto onorare fino dal con-
fine diTerracina dalPapa co'riguardiche
si praticano co'principi reali e con accom-
pagno di dragoui. L' 1 1 fu a riverire il
cardinal Lambruschini segretario di sta-
lo, e nel dì seguente venne beuignaincn-
T U R
le ammesso all'udienza di Gregorio XV I,
il quale gli fece graziosa accoglienza e i
nobili donativi narrati uè' luoghi citati
(oltre alcuni de'pochi esemplari del suo
ritratto inciso a Pietroburgo dal valente
veneto Veudramini, a aie poi legatalo dal
Papa, che il pascià ricevè con moltissi-
mo piacere e pose poi nel suo gabinetto
di Costantinopoli, della sultana sua mo-
glie e diversa dall'avito che perì d'incen-
dio, come dirò), egli raccomandò viva-
mente i cattolici dell' impero ottomano.
11 pascià venne accompagnato dall'arme-
no p. ab. d. Arsenio Angiarakiau de'mo-
naci antoaiani armeni, che fu interprete
tra lui e il Papa. Siccome il pascià reca-
vasi due volte al giorno a prendere il caf-
fè nel suo monastero di s. Gregorio Il-
luminatore, che soleva chiamar suo mo-
nastero, e già palazzo Cesi dietro le co-
lonne di s. Pietro , precisamente ov'era
stato alloggialo nel i492> tome dissi di
sopra, l'ambasciatore che Bajazet 11 spe-
dì a Innocenzo Vili, perchè custodisse ge-
losamente il fratello Gem o Zizim, co'sa-
gri e altri doni che enumerai, così i mo-
naci anloniani gli dierono a' i3 giugno
un pranzo nel medesimo. A questo pu-
re invitarono il poliglotlo cardinal Mez-
zofanti, i prelati e poi cardinali Cadoli-
n i segretario di propaganda e Massimo
maestro di camera del Papa ,e l'arme-
no mg/ Papasian arcivescovo di Taron.
Verso il fine della tavola furono recita-
ti diversi sonetti dagli studenti del mo-
nastero in latino, italiano, francese e gre-
co, dal p. Arsenio spiegati in turco al pa-
scià, che ne provò singoiar soddisfazio-
ne e ne volle copia, lasciando al mona-
stero uno scritto co'sensi di sua ricono-
scenza, secondo l'uso de' turchi ospitati
bene. .Nel dì seguente il pascià dal palaz-
zo Accoramboni, con gran commozione
ammirò la solenne processione dei Cor-
pus Domini fa Ita da Gregorio XVI. Do-
po aver visitato i monumenti antichi e
moderni di Roma, e dato prove di rara
iutelligeuza e di non comune sopere, an-
TUR 383
che nelle pili recenti scoperte nelle scieu-
ze fisiche e naturali , come rilevarono i
n.' 46 e 48 del Diario di Roma, e il n.°
^4 delle Notizie del giorno deli 838; il
pascià Ahiued Fethi partì a'i5 da Ro-
ma alla volta di Toscana, restando altac-
Cittissimo e alfezionatissimo al Papa, che
uou cessò d'ossequiare e ringraziare fin-
che visse, nel carteggio ch'ebbe col p. Ar-
senio. iNotò la Civiltà cattolica, a." se-
rie , 1. 1 i , p. 244- " Ahmed Fethi fu il pri-
mo gran pascià, che nel recarsi come am-
bascia loie ottomano a Parigi passasse per
Roma e rendesse omaggio a Gregorio
XVI, da cui ebbe bellissima accoglienza.
Nella quale congiuntura il padre comu-
ne de'callolici non lasciò di raccomauda-
re caldauieule al di lui sovrano i suoi fe-
deli dell'oriente". Avendo il pascià noti-
ficato a Mahmud 11 il trattamento rice-
vuto in Roma da Gregorio XVI, il sul-
tano ne reslò così penetrato, che poco do-
po ordinò a Reschid pascià allora reis ef-
fendi o segretario degli all'ari esteri e poi
gran visir (come e nuovamente lo è pe'
suoi vasti lumi di presente), che in prin-
cipio di quest'articolo celebrai, nel re-
carsi ambasciatore straordinario a Pa-
rigi, di prolungare il viaggio onde espres-
samente e appositamente portarsi a Ro-
ma, e nel suo sovrano nome esprimere
a Gregorio XVI, colla sua stima la gra-
titudine pe' favori elargiti ad Ahmed
Fethi pascià. Giunto in Roma il pascià
a'26 settembre dello stesso 1 838 con 3
figli, il suo segretario Aaalì (ora mini-
stro senza portafoglio e da ultimo gran
visir), l'interprete cattolico e due altri
personaggi , nel dì seguente fu ricevuto
cortesemente dal Papa, in presenza del
cardinal Mezzofauti, facendo da interpre-
te il lodalo p. ab. d. Arsenio Angiara-
kiau , al complimento che lesse in fran-
cese (che posseggo), e col quale il pascià
dichiarò pure: Di sperare che questi pri-
mi rapporti, creati dalla somma cortesia
e dallo spirito d'amabile compiacenza di
Gregorio XVI, sarebbero seguili da al-
384 TUR
tre relazioni quanto utili altrettanto ag-
gradevoli alla s. Sede e all' impero otto-
mano. Il Papa corrispose al modo che de-
scrissi ne' ricordati volumi, ove riportai
il discorso del pascià in italiano (e quale lo
pubblicò il n.° 80 del Diario di Roma
del 1 838, e in diverse lingue i fogli stra-
nieri , con quanto vado qui ripetendo,
mentre col n.° precedente avea il Diario
annunziato il suo arrivo), e dissi i doni fat-
ti al pascià, a'figli, al segretario Aaalì e
al segui tojesprimendoGregorio XVI l'al-
to suo gradimento, e incaricandolo di si-
gnificarlo al sultano, unitamente alle più
affettuose preghiere in vantaggio de'cat-
tolici di lui sudditi. Il pascià Reschid cor-
rispose nel modo il più degno, e quindi
passò a visitare il cardinal Lambruschi-
m segretario di stato. L'illustre personag-
gio si fece ammirare in Roma pel suo ac-
corgimento e coltura di spirito, ed erudi-
zione nella letteratura orientale; anche i
suoi figli inspirando il più vivo interesse
per l'educazione raffinata, e per la loro
"vivacità contenuta ne'giusti limiti, di cui
dierono saggio. Assistito sempre dal p.
Arsenio, al quale il pascià, come il pre-
cedente, accordò la più estesa e meritata
fiducia (come rimarcò il ricordato Dia-
rio)} più volte ne onorò il monastero e in
iscritto vi lasciò l'attestato di sua soddi-
sfazione. Vi fu trattalo di colazione e ri-
petutamente di caffè, non avendo potu-
to accettare un pranzo, perchè a'29 par- .
ti alla volta dell'alta Italia. In tal modo
la divina provvidenza dispose che fosse
riservato a Gregorio XVI la gloria di ri-
cevere pel 1 .°tra'Papi, omaggi d'ossequio
da due eminenti ambasciatori ottomani,
e di venirgli dichiarato che il loro illu-
minato sultano desiderava stringere ami-
chevoli relazioni colla s. Sede, dappoiché
l'ambasciatore di Bajazet II ebbe altro
scopo, oltre l'attentato contro Innocenzo
Vili surriferito. Questo stupendo avve-
nimento forma fausta epoca negli anna-
li della Chiesa romana, che non mancai
celebrare ne'luoghi rainuaeotati, insieme
TUR
all' intima corrispondeuza da Gregorio
XVI contratta col viceré d' Egitto (Fr.)
Mehemet Ali, il quale gl'invio in dono pel
risorto Tempio (F.) di s. Paolo diver-
si massi dello splendido alabastro egizia-
no nel seguente anno; anno ancora me-
morabile per la preziosa visita che rice-
vè dal regnante imperatore di Russia A-
lessandro II, la quale agevolò quella del
suo augusto genitore Nicolò! allo slesso
Gregorio XVI. Per aver questo Papa col-
le grandi sue virtù destato particolare ri-
spetto ne'sovrani d'Europa, anco acatto-
lici e infedeli, non solo ne ricevè le pub-
bliche dimostrazioni , ne trasse profitto
per l'incremento e difesa della religione e
protezione a' cattolici, ma preparò altri
fecondi trionfi al pontificatoci cui ne fruì
il venerando successore. Il sultano Mali-
mud II si propose d'inviare al Papa ma-
gnifici e preziosissimi donativi, commet-
tendo a parecchi valenti orefici V effet-
tuazione del suo generoso divisamento,
che la morte a lui impedì di eseguire.
Egli finché visse attese alacremente a ri-
formare l'impero ottomano, introducen-
dovi gli usi europei, richiestivi dalla ci-
viltà rinascente nel medesimo. Nel 1839
poi tentò di sotlometlereil ribelle Mehe-
met Ali pascià d'Egitto, a cui avendo pur
dato l'importante isola di Candia,pertor-
gliela voleva spedire il capitan pascià col-
la flotta che stanziava ne'Dardonelli; ma
il suo esercito fu disfatto a'24 giugno a
Nizib nella Siria dagli egizi, capitanati da
Ibrahim pascià. Forse egli non conobbe
questo disastro, essendo allora oppresso
da grave malattia, che gli tolse la vita,
non senza fondato sospetto di propinato
veleno, il 1 luglio d' anni 55 circa, la-
sciando tre figli i sultani Abdul Medjid
(che significa Servo dell' Adorato) prin-
cipe imperiale, Adul Aziz, e Nizamud
Din, e 5 figlie sultane. Così fu impedito
al potente genio civilizzatore diMahoiud
II, di effettuare i vasti disegni che me-
ditava a vantaggio della Turchia.
Abdul Medjid Khan e regnante sulta-
t u a
no, dii6 anni successe al padre nell'im-
pero ottomano, che trovò sconcertato, ai
2 luglio 1 83q: principe eli carattere dol-
ce e amorevole verso i suoi sudditi, se-
guace zelante del genitore nella civiliz-
zazione e nelle utili riforme die prosegui
e continua a introdurre con prospero suc-
cesso, come rilevai in principio. Della ric-
chissima sciabola presa solennemente nel-
l'elevazione all'impero, feci parola nel voi.
LXVIII, p. io. Pochi giorni dopo la sua
assunzione al trono, il capitan pascià spa-
rì colla flotta da'Dardanelli,e vergogno-
samente avendo disertato, si recò a Rodi,
e passando in Alessandria si die con essa
a Mehecuel Ali, protestando che non l'a-
vrebbe restituita alla Porla, se non quan-
do essa avesse riconosciuto in Mehemet
Ali la sovranità ereditaria dell' Egitto q
ili tutto il paese che governava, ed allon-
tanato dagli altari il gran visir Kosrevv.
Quiudi l'impero ottomano era minaccia-
to da furiosa guerra intestina, e da to-
tale imminente rovina. Mala sua esisten-
za interessando all'odierna politica del-
l'Europa, perciò l'Austria e la Russia si-
no dal precedente maggio aveano fatto
promettere a Mehemet Ali, che in caso di
vittoria, il suo esercito non avrebbe oltre-
passato Orfa e Diarbekir, e di fatti co-
là fermossi Ibrahim. Nel tempo stesso la
Francia e l'Inghilterra consultavano sui
mezzi di sostenere la Porta, e d'impedi-
re che i russi, col pretesto di protezione,
occupassero Costantinopoli. In tale stalo
di cose i rappresentanti delle 5 grandi po-
tenze a'27 luglio dichiararono al nuovo
sultano, che i loro gabinetti erano d'ac-
cordo relativamente alla questione egi-
ziana ; consigliargli di ricorrere alla loro
benevolenza, ed egli vi aderì. Intanto Ab-
dul Medjid, per cousiglio di Reschid pa-
scià sullodato e d'altri personaggi illumi-
nati, a'3 novembre promulgò in Giul Ha-
né l'hatti-cheriff seguente, di cui feci cen-
no nel voi. XVIII, p. 89 e ricordai di so-
pra, per sostituire la legge al dispotismo.
» Ogui membro della società ottomana
VOL. LIIXI.
TUR 385
sia tassato d'una quota d'imposizione,de-
terrninata in proporzione delle sue pro-
prietà e sostanze. Tutti essere obbligati
con determinate leggi al servizio milita-
re per quattro o ciuque anui. La causa
di qualunque prevenuto sia pubblica-
mente giudicata dopo processo ed une-
sa me. iNon sia permesso ad alcuno di at-
tentare all'onore di chiunque siasi. Cia-
scuno possieda le sue sostanze di qualun-
que natura siano, e ne disponga colla più
intera libertà. I beni del colpevole non
siano più. confiscati. Queste concessioni
estendersi a tutti i sudditi di qualunque
religione o setta, e ne godano senza ecce-
zione alcuna. Una perfetta sicurezza es-
sere adunque accordata a tutti gli abi-
tanti dell'impero per la loro vita, il loro
onore e le loro sostanze". Il sultano sta-
bili quindi un consiglio di giustizia inca-
ricato di discutere liberamente tutte le
leggi da promulgarsi per rigenerare l'im-
pero. Frattanto le grandi potenze che a-
veano assunto a se la questione tra la Por-
ta e Mehemet Ali pascià d'Egitto, con-
tinuarono a trattare per accomodarla;
ma l'opera era ardua, essendovi molti in-
teressi opposti. La Francia specialmente
sosteneva il pascià, dopoché nel marzo
1840 Thiers era divenuto presidente del
consiglio de'ministri e ministro degli af-
fari esteri, e si adoperava per fargli ave-
re il dominio utile ed ereditario dell'E-
gitto e della Siria, e di più il governo vi-
talizio dell'isola di Candia. L'Austria, la
quale era stala lai.aa proporre l'Egitto
ereditario, e con essa la Prussia, si mo-
strarono per qualche tempo disposte ad
aderire, almeno in parte, a tale idea. Al-
l'opposto 1' Inghilterra, che aspirava ai
comodi passaggi per 1' India, a traverso
dell'Egitto e della Siria, non voleva che
quelle regioni fossero in potere d'un so-
vrano forte e amico della Francia. La
Russia aderiva all'Inghi'terra; del resto
mostrandosi indifferente alla questione
territoriale, adopravasi per poter agire il
più che fosse possibile nel Bosforo. In-
25
38f> T U R
tonto nel giugno varie regioni della Siria
si sollevarono contro il dominio del pa-
scià d'Egitto. In tale stato di cose l'Au-
stria, l'Inghilterra, la Prussia e la Russia
da una parte, e la Porta ottomana dal-
l'altra, a'i5 luglio sottoscrissero in Lon-
dra uu trattato, nel quale in sostanza sta-
bilirono. « Che il sultano promettesse a
Mehemet Ali e suoi discendenti in linea
retta l'amministrazione dell'Egitto, e di
più sua vita durante quella della fortez-
7a di Tolemaideo Acri colla Siria meri-
dionale. Si sarebbe determinato il tribu-
to che avrebbe dovuto pagare. Le leggi
dell'impero ottomano fossero applicabili
all'Egitto. Le truppe del pascià formas-
sero parte della forza dell'impero otto-
mano.Intanto egli restituisse al sultano la
flotta che nell'anno precedente era pas-
sata in suo potere". Partecipato alla me-
tà d'agosto il trattato a Mehemet Ali, e-
gli rispose: Che si sottometteva alla vo-
lontà del sovrano. Accettava la proposi-
zione dell' eredità dell'Egitto, e per gli
altri territori] che occupava si rimetteva
interamente alla di lui discrezione. Tale
dichiarazione non fu creduta sufficiente.
Abdul Medjid lo dichiarò decaduto dal
governo dell'Egilto,ed i collegati adopra-
rono l'armi. Una flotta inglese coman-
data da Stopford, una squadra austria-
ca capitanata da Bandiera, ed altra squa-
dra ottomana avente a bordo alcune trup-
pe di sbarco, nel settembre rovinarono e
occuparono Berito e Sidone, ed a'4 no-
vembre con 3 oie di cannoneggiamento
ridussero in loro potere la fortezza d'A-
cri. Nel tempo stesso favorirono la sol-
levazionedella Siria e la dispersione del-
le truppe egizie che l'occupavano. Jbra-
him pascià, che le comandava, ed era sta-
to poc'anzi formidabile a'turchi, diven-
ne impotente contro la tattica europea e
l'oro inglese. I collegati s'impadronirono
de' punti principali delle coste di Siria,
quindi recaronsi nella rada d' Alessan-
dria. Allora Mehemet Ali conobbe la ne-
cessità di cedere alle circostanze, ed a'27
TUR
novembre sottoscrisse, col comandante in-
glese avanti Alessandria, una convenzio-
ne, nella quale si stabilì che restituisse
alla Porta la flotta, sgombrasse la Siria,
avendo già evacuato Candia e l'Arabia,
ed avesse il governo ereditario dell'Egit-
to, garantito dalle potenze alleate. La
Francia al sentire essersi concertate le
cose d' Egitto senza il suo intervento, si
offese. Thiers propose al re Luigi Filip-
po di fortificar Parigi, armare 63g,ooa
uomini di linea, e 3oo,ooo di guardia na-
zionale, inviare la flotta nella rada d'A-
lessandria oa'Dardanelli, e negoziare per
far modificare il trattato de' 1 5 luglio a
maggior vantaggio del pascià d'Egitto. 11
re acconsentì alle fortificazioni della ca-
pitale ed a qualche aumento dell'esercito;
ma non volle prendere un'attitudine che
potesse compromettere la pace d' Euro-
pa. Laonde nell'ottobre Thiers rinunziò
al ministero, il re vi surrogò Guiaot, e la
tranquillità d'Europa non fu turbata. A-
vendo il sultano dichiarato Mehemet Ali
decaduto dal governo d'Egitto, nell'anno
seguente 1 84 1 tal atto sembrò troppo vio-
lento alle corti di Berlino, Londra, Pie-
troburgo e Vienna ; quindi i loro pleni-
potenziari a' 3o gennaio sottoscrissero iti
Londra un protocollo,col quale consiglia-
rono ad Abdul Medjid di rivocarlo e di
promettere a Mehemet Ali che i suoi suc-
cessori in linea retta sarebbero nominati
pascià d' Egitto, tutte le volte che quel
posto rimanesse vacante per la morte del
pascià precedente. Con atti posteriori, quei
plenipotenziari regolarono il modo di suc-
cessione e la somma del tributo fu fissata
in 80,000 borse, circa un milionee 600,000
scudi. Questi consigli di 4 grandi potenze
furono accettati dal sultano e dal pascià :
gli articoli li riportai a Egitto. Per ulti-
mare, o piuttosto per sopire la questio-
ne d'oriente, rimaneva di dare qualche
soddisfazione alla Francia, ancora isola-
ta. Per quest'effetto s'ideò di concertare
un atto d'interesse generale, pel consoli -
damento della pace europea, al quale in-
T UR
lervenisse anche il governo francese, co-
me fece dopo l'invito. Quindi a'i 3 loglio
le 5 grandi potenze sottoscrissero colla Por-
ta una convenzione, nella quale stabili-
rono. » Il Gran Signore da una parte, di-
chiarare d' aver la ferma risoluzione di
mantenere in avvenire il principio inva-
riabilmente stabilito come antica regola
del suo impero, e in virtù del quale fu in
ogni tempo proibito a'bastimenti di guer-
ra delle potenze straniere d'entrare negli
stretti de'Dardanelli e del Bosforo, e fin-
ché la Porta si trovasse in pace, il sulta-
no non ammetterebbe nessun bastimento
da guerra straniero ne'dettistretti. L'im-
peratore d' Austria, il re de' francesi, la
regina d* Inghilterra, il re di Prussia e
l'imperatore di Russia dall'altra pàrte,im-
pegno iti di rispettare questa determina-
zione del sultano, e di conformarsi al prin-
cipio suddetto ". Venuto in cognizione
Gregorio XVI, che nel gennaio 1 844 d°~
veva passare dal porto di Civitavecchia
Eeschid pascià, per recarsi a Marsiglia e
Parigi, quale ambasciatore della Sublime
Porta, per tratto di speciale considera-
zione all'eminente personaggio, ordinò al
delegato apostolico mg.r Stefano Rossi di
usargli quell'ospitalità conveniente all'al-
to suo rango. Contemporaneamente il Pa*
pa mandò da Roma a Civitavecchia il
p. abbate d. Arsenio Angiarakian, ch'era
slato suo interprete nella visita ricevuta
da lui, per complimentarlo nel pontifìcio
nome, e nello stesso tempo raccomanda-
re gli affari de'cattolici maroniti del Mon-
te Libano, A' r 3 approdò nel porto il va-
pore che conduceva il pascià, accompa-
gnato da 4 figli, da Nedim effendi suoi,0
segretario, dal dragomanno armeno e da
33 persone di seguito. Il p. abbate, quale
interprete del Papa, previe intelligenze
prese col prelato delegato, accompagna*
to dal capitano del portosi recò a bordo
del vapore. Incontrato urbanamente dal
pascià e condotto nella sua camera, il p.
abbate eseguì la sua missione,con compli-
mentarlo da parte del Papa, co'sensi di
TUR 387
particolare stima econsiderazioueche nu-
triva per lui, offrendogli qualunque cosa
gli fosse abbisognato ; e qual padre uni-
versale di tutti i cattolici, dichiarargli l'af-
flizione in cui era pe' continui disastri
patiti da' suoi figli cattolici maroniti del
Monte Libano, e quindi raccomandarli
alla sua autorevole protezione. Il pascià
sorpreso e penetrato di commozione per
la benignità di Gregorio XVI, nobilmen-
te espresse la sua confusione e grato ani-
mo per questo ulterior tratto di singoiar
distinzione; rammentò le squisite genti-
lezze ricevute dai Papa quando ebbe l'o-
nore di presentarsi alni co'suoi figli, quel-
le posteriormente espresse nelle lettere
che riceveva dal p. abbate medesimo, ed
anco da altre persone colle quali il Papa
domandava di sue notizie, con un inte-
resse veramente clemente. E siccome nul-
la avea fatto per meritarsi tante grazie,
pregò il p. abbate d'umiliare al pontificio
trono l'indimenticabile sua riconoscenza,
il suo cuore iii pegno de' sentimenti che
avea saputo inspirargli, in uno all'osse-
quioso omaggio della più profonda ve-
nerazione. Quanto all'affare de'maroniti,
aggiunse il pascià, veder bene la necessi-
tà d' essere ultimate le vertenze ; che si
reputerebbe felice di poter contribuire
a secondare i desiderii di Sua Santità, e
che avrebbe profittato dell'opportunità
per fare ogni sforzo onde finire le conte-
stazioni co'maroniti, e così dare un atte-
stato del suo riverente attaccamento al
Santo Padre; anzi l'incaricò pure, nello
scrivere a S. A. Ahmed Fethi pascià, di
dirgli le raccomandazioni falle pe' maro-
niti, perchè ancor lui vi cooperasse. Indi
il pascià chiamati i figli e que'del suo se-
guito, festeggia nte narrò loro l'onore che
avea ricevuto. Vedendo il p. abbate che il
pascià per mancanza di tempo non pen-
sava scendere a terra, gli disse che ilPapa
avendo ordinatoa mg.r delegato di averlo
ospite, perciò il prelato l'aspettava ; ma il
pascià si confermò nel non discendere, on-
de non essere di soverchio incomodo. Al-
388 TUR
loro il p. abbate ne fece avvisare il pretato,
il quale immediatamente con cine ufficiali
di piazza si condusse al vapore ilei pascià,
e questi lo ricevè fregiato delle sue deco-
razioni, e condusse con bei modi nella sua
stanza. Mg.r Rossi in francese esternò al
pascià gli ordini ricevuti dal Papa, di o-
norare e complimentare la sua degna per-
sona. Il pascià con aumento di commo-
zione rinnovò i sensi esternali al p.abbate,
pregaudo il prelato ad esserne facondo in-
terprete, non trovando egli sufficienti e-
spressioni per dichiarare quanto sentiva
pel Santo Padre. Dopo lieta conversazio-
ne, nel partire il delegato volle il pascià
seguirlo sino alle scale del vapore; e po-
scia coi suo accompagnamento tutto giu-
bilante per vedere il pascià tanto onorato
dal Papa sovrano di Roma, Reschid scese
a terra e si recò a restituir la visita a mg.r
delegalo, ripetendo sempre con effusione
la sua ammirazione per l' incomparabile
bontà di Gregorio XVI. Licenziatosi dal
prelato, fece il pascià un giro per la città
di Civitavecchia, e pieno di soddisfazione
si congedò dal p. ab. Arsenio, invitandolo
a presentare i suoi rispetti al cardinaleMez.
zofanli ed a mg/ Garibaldi che avea co-
nosciuto a Parigi. Finalmente asceso il va-
pore, usci dal porto e partì. Dipoi Reschid
pascià portò tutto a cognizione d' Abdul
Medjid, e questi penetrato della benignità
di Gregorio XVI, bramoso di dimostrar-
gli la sua estimazione e gradimento per le
distinzioni usate al cognato e a Reschid, ed
inol\re d'entrare in diretta relazione con
esso, pur egli ordinò che si preparassero
dei ricchi donativi perinviarliaRoma;ma
mentre si disponeva la spedizione, il Papa
passòa miglior vita. Allorquando nel 1 833
Ottone I ascese sul trono di Grecia, vi sta-
bilì un governo dispotico, e istituì l'ordine
equestre del ss. Salvatore (Z7.). Coloro
però che aveano combattuto con tanta e»
ìiergia per ricuperar l' indipendenza, a-
Tiebbero desiderato eziandio la libertà ;
quindi malcontento, società segrete e co-
stante fermento. Finalmente uella metà
T U R
di settembre 1 843 alcuni audaci fattati
sollevarono parte del presidio e della po-
polazione d'Atene, e costrinsero il rea pro-
mettere una costituzione. Fu poscia radu-
nata un'assemblea generale, la quale di-
scusse una costituzione, che venne pro-
mulgata a' 1 6 marzo i 844- Furono in essa
stabiliti i principii dell'eguaglianza de'di-
ritti dinanzi alla legge, e della libertà del-
la stampa. Si dichiarò che il potere legi-
slativo si componeva del re, delle camere,
de'deputati e del senato. Il diritto di pro-
porre leggi appartenere al re, alla came-
ra e al senato. Sebbene la Grecia era di-
venuta libera dal giogo mussulmano per
generosa commiserazione delle potenze
occidentali, nondimeno i suoi deputati nel
formular la costituzione politica del regno
furono solleciti di sancire che esso appar-
tiene alla religione e alla chiesa ortodossa
(com'essi pretendono) orientale, e che non
è permesso di sollecitare alcun greco ad
abbracciare la chiesa ortodossa occiden-
tale. Il che significa non esser permesso il
procurare il ritorno d'un greco scismatico
all'unità della chiesa cattolica, fuori della
quale non trovasi l'eterna salute. Ecco un
altro saggio della pretesa tolleranza van-
tata dagli scismatici. Si può vedere UE-
glise Orientale, par Jacques G. Pitzi-
piosy Romei 855. Ne die contezza la Ci-
viltà Cattolica ,serie 2.", t. 2, p. 557, co~
me di libro degnissimo d'essere conosciu-
to dal pubblico per l'importanza dell'ar-
gomento che vi si tratta. 11 eh. Pitzipios,
greco di nascita e praticissimo degli affari
d'oriente poco conosciuti, riuscì oltremo-
do a stenebrai e l'oscura questione, ch'egli
considerò sotto un aspetto tale, che ne ri-
mase soddisfatto ogni cuore sinceramente
cattolico. Giacché egli non vede altrove il
rimedio alle sventure, che da tanti secoli
aggravano {'Oriente, fuorché nel ristabi-
lire la comunione tra la chiesa 0 rientale
e la chiesa romana, prendendo a norma
e a fondamento i decreti del concilio ecu-
menico di Firenze. Nella 3." parte intito-
lata : apostasia del clero di Costantino-
TUR
polii il eli. Pitzipiosci pone sotl'occhio la
maniera tirannesca onde i patriarchi di
Costantinopoli e il loro sinodo esercitano
l'autorità temporale che da' sultani fu ad
essi delegata sopra i seguaci della medesi-
ma religione. Osserva inoltre, che i tem-
pi si sono ora in gran modo cambiati; al-
l'antipatia de'turchi contro gli occidentali
sottentrò la fiducia e la benevolenza; ed il
governo ottomano mostrò più volte desi-
derio d' entrare in relazioni amichevoli
colla s. Sede. Ora sopra questo nuovo sta-
to di cose conviene appoggiarsi per met-
tere un termine alle triste condizioni in
cui geme l'oriente. Il clero di Costanti-
nopoli, quanto al fatto, rifiuta l'autorità
del concilio, di Firenze, ma quanto al di-
ritto il concilio conserva il suo pieno vi-
gore. ** Consigliati dalle potenze cattoli-
che d'occidente i sultani ponno spogliare
il clero di Costantinopoli della tempora-
le autorità di cui fa si enorme abuso, e
potino ancora richiedere a chi vien pro-
posto alla sede patriarcale che sottoscriva
la sua adesione al concilio di Firenze.Non
mancheranno vescovi in oriente che ac»
Cellino tali condizioni, e il sultano può
d'ora innanzi non riconoscer per patriar-
ca se non chi l'abbia adempita. Con que-
sto il rito gì eco è conservato intatto, l'au-
torità de' Pontefici è ristabilita nella chie-
sa orientale, la riforma del clero si opera
senza ostacolo, e un'era novella incomin-
cia per quelle vaste e belle contrade che
da tanti secoli gemono sotto il peso di tan-
te sventure. JNrè il beneficio di questa ri-
storazione della chiesa d'oriente rimarrà
circoscritto da' confini dell'impero otto-
mano. Il regno di Grecia e l'impero di
Russia si troveranno condotti e da inte-
ressi politici e da altre cagioni più degne
ad entrare nella stessa via di riconcilia-
zione. L'oriente intero non formerà più
che una chiesa sola coli' occidente sotto
l'autorità dello stesso supremo Pastore.
Allo spettacolo di questa unione, i Prote-
stanti vedendosi più separali e di visi, tor-
nei anno più facilmente all'ovile: inoltre la
TUR 3S9
rivoluzione che minaccia l'ordine sociale
in Europa per la disunione de'popoli cri-
stiani e il disaccordo de'governi non può
trovare efficace riparo fuorché nell'azio-
ne della Chiesa e nell'autorità del sommo
Pontefice ". Le relazioni particolari cosi
bene cominciate da Gregorio XVI, de-
funto il i.° giugno 1846, fra la s. Sede e
la Sublime Porta, mediante due suoi pri-
mari ministri e ambasciatori ottomani, e
con due sultani, il defunto e il regnante,
cominciarono a produrre le loro felici con-
seguenze, amando Abdul Medjid prose-
guirle col successore. Pertanto riporta il
n.° 1 6 del Diario di Roma del 1 847. «Do-
po aver annunziato nel n.° 14 cu questo
Diario l'arrivo in Roma di S. E. Cliekib
effendi (a'i 5 febbraio, incontrato a Mon-
terosi dal p. ab. d. Arsenio Angiarakian,
dopo averlo inutilmente atteso inAncona,
ove dovea approdare, d' ordine pontifi-
cio ), parleremo ora dello scopo e delle
particolarità della sua missione, la quale
formerà uno de' fasti memorandi nella
sloria ecclesiastica de'tempi nostri. S. A.
I. il sultano Abdul iVIedjid Khan, com-
preso pur esso da quella universale esul-
tanza, suscitatasi ovunque all'annunzio
del faustissimo avvenimento al trono pon-
tificio della Santità di N. S. Papa Pio IX,
si avvisòdi darne al mondo intero una so-
lenne luminosissima prova. Ordinò quin-
di a S. E. Chekib etfeudi, designato a suo
ambasciatore presso 1' I. R. corte d'Au-
stria, di condursi espressamente in Roma
(nota il Diario: La storia registrerà cer-
ta mente essere questa la prima voltacht
il sultano ha decretato un'apposita spedi-
zione per complimentare il Romano Pon-
tefice, lìiijazette nel 1490 avea inviato un
suo ambasciatore ad Innocenzo Vili; ma
per sua missione speciale relativa alla cu-
stodia diZizim suo fratello, fatto prigionie-
ro da'eavalieri gerosolimitani e consegna-
to al Papa.Reyu.,//wi<2/. eccles. n.° i492«
Osserverò pel riferito di sopra, che aven-
do il Diario co' citati 4 suoi uumeri e con
aitrogià ricordato deWeJYo tizie del giorno
39o TUR
deli 838, lauto parlato de'due ambascia-
tori che furono a visitare Gregorio XVI,
ed uuo espressamente in nome del sultano,
come rilevasi dal tetto del discorso dal
medesimo riprodotto, poteva qui richia-
mare con una parola il da lui pubblicalo,
ad onore appunto rie fasti memorandi
della storia ecclesiastica e ch'ile de' tem-
pi nostri. Quanto poi all'epoca vera della
venuta dell'ambasciatore di Bajazet II, e
se Zizim fu propriamente fatto prigione
da' gerosolimitani, può vedersi nel nar-
ralo a suo luogo superiormente) per e-
sprimeine in suo nome e di viva voce le
più estese congratulazioni al Santo Pa-
dre, e per attestare insieme la profonda
stima onde S. A. sentivasi penetrata per
un sovrano, che nel periodo di pochi me-
si avea saputo attirarsi 1' ammirazione e
il plauso di ogni eulta nazione. Sono que-^
ste, presso a poco, le espressioni che oc-
corrono nelle lettere officiti] dirette da
S. A.Reschid pascià, gran visir, all'Em.0
e Rev.° sig.r cardinale Gizzi segretario di
stato, in virtù delle quali veniva pre>celto
il nuovo ambasciatore ottomano al gran-
de incarico. Nella mattina pertanto del
giorno 16 corrente (febbraio) si recò S.E.
a consegnare le slesse letlere all'alto loro
iudirizzo (accompagnalo dal p. ab. Arse-
nio), pregando l'Eni.' Sua Rev.a a consul-
tare V oracolo del Santo Padre intorno
al giorno ed all' ora, in cui gli piacesse
di ammetterlo all'augusta di lui presen-
za. Essendosi a tal uopo stabilita da Sua
Sanlità la mattina del sabato p. p. ( 20
febbraio), S.E. si avviò con nobile treno
al palazzo apostolico Quirinale, in mezzo
ad una immensa moltitudine indigena e
foi esliei a, accorsa ad ammirare, lungo le
strade ch'ei dovea transilare, lo straordi-
nario e decoroso avvenimento. Entrò fi-
nalmente S. E. nel grau cortile delQuiri-
naie; e dopo aver percorso le ampie sale
del pontificio appartamento, ove trova-
vasi disposta in lutto il suo nobile e digni-
toso splendore la corte del supremo Gè-.
1 arca, fu introdotta insieme al suo segui-
TU R
to, innanzi al sagro e maestoso di lui co-
spetto. Assidevasi il Santo Padre nel tro-
no, con quella fronte grave in un tempo o
serena, ove riuvengonsi come elligiate le
preclare vii tu ond'Esso congiunge in mi-
rabil modo lo spirituale col temporale, la
Chiesa e lo Stalo. E qui S, E. Chekib ef-
fendi, appalesandosi ben degno dell' alta
fiducia in lui riposta dall'imperatore ot-
tomano, soddisfece ne'modi e coll'espres-
sioni le più adatte alla circostanza al gran-
de oggetto di sua missione: e perciò n'eb-
be dal Santo Padre non equivoche dimo-
strazioni di gradimento. Egli imprese a
dire, che S. A. I. il Sultano suo augusto
padrone, avea sentito con somiria compia-
cenza la felice esaltazione delibanti là Sua
al trono pontificio. Aggiunse, che quan-
tunque non esistessero fino ad ora fra la
Sublime Porta ed il governo della s. Seiìts
particolari relazioni, pure il suo Signore,
associandosi all' universale soddisfazione
del mondo per l'esaltamento al trono del-
la Santità Sua, gli avea dato l'onorevole
incarico di presentacene nell'augusto suo
nome le più sincere e vive congratulazio-
ni; che S. A. coglieva con pieni tira que-
sto fortunato incontro per entrare diret-
tamente in relazione col governo di Sua
Santità, esprimendo in fine la sua ferma
fiducia che i sentimenti di benevolenza del
suo augusto Signore verso i suoi sudditi
di tutte le classi, ch'esso considerava eguali
"senza dislinzionedi credenza, come un pa-
dre che ama indistintaménle tutti i suoi
figli, sarebbero apprezzati, a preferenza
d'ogni altro, dalla stessa Santità Sua, alla
cui stima e preziosa amicizia S. A. gran-
demente aspirava. Il Santo Padre corri-
spose a questo discorso ne' termini i più
graziosi, commettendo al signor amba-
sciatore di far conoscere all' imperatore
ottomano con quale riconoscenza aves-,e
accollo e contraccambiasse i sentimenti di
leale benevolenza, che S. A. perdi lui mez-
zo gli avea espresso,e come si aprisse il suo
cuore alla lieta speranza, che le vicende-
voli relazioni, ch'Essa bramava di atrio-
TUR
gere col governo pontificio, fossero per
tornare a somma utilità de' cattolici di-
moranti in quel vasto impero, la coi re-
ligiosa condizione quanto più sarebbe*
migliorata mercè della continuazione e
dell' aumento del potente sovrano patro-
cinio inverso loro, tanto più preziosa gli
sarebbe stata la sua amicizia, e più gra-
dito 1' effetto delle proposte amichevoli
relazioni fra'due governi. L'Em.0 e Rev.°
sig.r cardinal Mezzofanti, chiamatovi dal
Santo Padre, si trovò presente a questa u-
dienza; e ne fu fedele interprete il B.m.°p,
abbate d. ArsenioAngiarakian precurato-
re generale de'monaci armeni anloniani.
5. E. Chekib effendi presentò al santo Pa-
dre Arif bey suo figlio e i.° segretario,
Aly elfendi 2.° segretario, ed il sig.r Ga-
spare de Manass i.° interprete d' amba-
sciata, a'quali Sua Santità si degnò di di-
rigere delle cortesi parole. Quindi il sig.r
ambasciatore si trattenne alcun poco con
Essa in privali discorsi, e sen partì piena
avendo la mente e penetrato il cuore del-
l'accoglienza, che u'avea ricevuto. Il sig.r
ambasciatore poi nell'asci re dall'appar-
tamento pontificio si diresse alle stanze
dell'Eni,0 sig.1 cardinal segretario di sta-
to, col quale s'intrattenne in colloqui, che
furono ad entrambi motivo di reciproca
soddisfazione. Questo illustre personag-
gio si reca tutto giorno a visitare, accom-
pagnato dal eh. sig.r cav. Luigi Grifi, i
più notevoli monumenti antichi e moder-
ni, onde va tanto superbo il nostro classi-
co suolo; ed in ciò fare S. E. addimostra
tale accorgimento e coltura da riscuotere
l'altrui ammirazione". Notificò poi ilo. 18
del Diario di Roma.» La Santità di N.S.
Papa PioIX ricevette ieri mattina ( 1 ."mar-
zo), in visita di congedo, S. E. Chekib ef-
fendi ambasciatore straordinario, inviato
da S. A. il Sultano a complimentare la
Santità Sua per l'auspicato avvenimento
al trono pontificio: dopo di che si degnò
d' ammettere alla sua augusta presenza
Arif bey figlio del lodato ambasciatore e
i.°segretario, Aly effendi 2.0 segretario, ed
TUR 39i
il sig.r Gaspare de Manass 1 .° interprete
d'ambasciala, accomiatandoli con cortesi
parole e con dimostrazioni di sovrana be-
nignità. S.E.è partita questa mattina alle
ore 7 i/2 dirigendosi alla volta d' Anco-
na". Si legge inoltre nel n.°54 del Diario
di Roma, d'i aver il Papa donato allorché
si congedava, a Chekib effendi, il suo ri-
tratto inciso in pietra dura contornato di
brillanti, che l'ambasciatore si appese sul
petto a guisa di decorazione, come rilevai
nel vol.LUI,p. 1 91, dicendo contornata la
pontificia effigie anche con rubini e sme-
raldi; equi aggiungo d'un valore di scudi
i5oo,e che il Papa donò all'ambascia-
tore eziandio diverse bellissime stampe in-
cise della calcografia camerale. Notai poi
nel voi. LI, p. 32 1, che Chekib frequentò
in Roma il monastero degli armeni anto-
niani, e cornei predecessori si servì d'in-
terprete col Papa del p. ab. Arsenio, la-
sciando al cenobio testimonianze in iscrit-
to di gran soddisfazione. Aggiungerò che
l'ambasciatore ottomano, in tutto il terìi-
po della sua dimora in Roma, 3 volle fu
ricevuto in udienza dal Papa, cioè dopo
il suo arrivo e pel congedo, oltre una se-
greta o privata, presente solamente il p.
ab. Arsenio come destinalo a interprete e
suo accompagnatore, e perciò questi l'ac-
compagnò pure nelle altre e da per tutto.
L'ambasciatore fu dal cardinale Gizzi 5
volte, visitò 2 volle il cardinal Antonelli,
allora prelato tesoriere, e volle pure visi-
tare il celebre cardinal Lambraschini, già
segretario distato di Gregorio XVI, in ri-
verente memoria di quest'ultimo. Il Pa-
pa Pio IX per memoria dell'avvenimento
fece coniare una medaglia coll'epigrafe :
Lcgatione per fune tus ad Pi uni IX P.
M. elecluni nomine Magni Ture. Domi-
ni 1847. Ne donò all' ambasciatore e al
suo seguito in oro. Qual testimonianza di
progressivo incivilimento, anche intro-
dotto in Egitto da Mehemet Ali, registrai
nel voi. XLVI,p.g8, che nell'aprile 1 847
in quella regione con solenne festa si col-
locò dal viceré la 1/ pietra con monete,
39* TUR
«Ile fondamenta delle chiuse del Nilo,COn
cereuuonie inni (ino allora praticale in
Turchia e elìcivi narrai. Per zelante pio v-
Vu lenza ilPapaPiolXa'2 3 luglio i 847 ri-
pristinò il patriarca di rito latino residen-
ziale in Gerusalemme, ed a'4 ottobre pre-
conizzò l'odierno patriarca mg/ Giusep-
pe Valerga, che consagrò e gli conferì il
pallio. Era 6 secoli dacché Gerusalemme
mancava del patriarca residente con giu-
risdizione, e mg.1 Valerga vi fece il suo
solenne ingresso a' 17 «lei seguente gcn-
naio,preceduto(dalla croce patriarcale in-
alberata, e salutalo da salve d'artiglieria
d'ordine del pascià. Andò a ufficiare nella
chiesa del ss.Sal valore de'minori osservan-
ti, che facendo le veci di cattedrale, vi l'or-
mò poi un capitolo. Il Papa a mezzo della
congregazione di propaganda/»/*' stabili i
limiti e le prerogative del p. guardiano del
s. Sepolcro, la giurisdizione del patriarca,
e il conferimento dell'ordine equestre del
s. Sepolcro.D'i quanto ho accennato, ne ri-
portai i particolari ne' voi. XLV1, p. 227,
LI, p. 22 e 298, LUI, p. 192, LXIV, p.
83 eg3, LXV1I, p. 32. Il fervore de' cri-
stiani è sempre vivo nell'intraprendere i
sagri pellegrinaggi della Siria per visitare
i santuari di Terra santa. Dal riferito
superiormente è provato che in ogni tem-
po i cristiani, massime i cattolici, hanno
guardato con singoiar pietà a que'luoghi
celebralis>imi che furono santificati in tan-
ti modi e principalmente dalla presenza
dell' Uomo-Dio e bagnali dal divin suo
sangue. Alcuni, è vero, nel considerarli
anche dappresso e nel visitarli si propo-
sero soddisfare alla loro erudita curiosità
o intraprendere scientifiche ricerche, che
pubblicarono colle stampe e rami, mol-
te spiranti poetico entusiasmo, mancante
del linguaggio proprio del di volo. Ma mol-
ti fra loro meritarono una distinzione per
la ffdee la divozione con cui compirono il
santo pellegrinaggio. Alcuni di loro, ri-
tornali nella propria patria, scrissero le
ricevute impressioni, e da queste facil-
mente si puòdedurre da quale spirilo fos-
t u n
sero animati quando si accinsero al viag-
gio, e quale fosse il loro interno quando
si trovavano a pie di que' santi monu-
menti. Da ultimo si pubblicarono: Gior-
nale d un pellegrinaggio eseguito in Ter-
ra Santa nel\85i dal mese, di agosto
al mese di dicembre dall'ai. ìl'onner
curato di Nólre-Dame di Metz, Parigi
1 853, colle piante del s. Sepolcro e diCet-
llemme. Morie d'un pellegrino a Geru-
salemme nel i852, notizia sugli ultimi
momenti del conte Carlo Coetloscptet,
di Emilio Gentil cavaliere del s. Se-
polcro, Parigi 1 854- £>es Saints Lieux.
Pélerinage à Jérusalcm en passoni par
V /Intriche, la Hongrie, la Slavonie, Ics
proyinces Danubiennes, Co ns tanti nople,
V Archipel, le Liban, la Syrie, Alexan-
dre, Malte, la Sicile et Mar stille; par
mons.r Mislìn abbi mitre de s. Diarie
de Deg en Hongrie, carnerier secret de
S. S. Pie TX* te., Paris 1 85 1 . Storia del-
lo stato attuale di Gerusalemme, per
Vab. Mariti, Parigi 1 853. La Siria, la
Palestina e la Giudea, Pellegrinaggio
a Gerusalemme ed a' Luoghi Santi '.Pa-
rigi 1 853. Le ultime due opere sono dette
molto importanti per avere raccolto le
più recenti osservazioni su que' memora-
bili luoghi, resi tanto più celebri dalle ul-
time controversie, che sono andato svol-
gendo, nelle quali tutta 1' Europa prese
parte cotanto attiva e con formidabile e
strepitosa guerra, che in breve narrerò
alla sua epoca. Mehemet Ali nel dicembre
1847 volendo dimostrare a' suoi grandi
la compiacenza pel progressivo aumento
dell' industria nazionale, e nello slesso
tempo confortarli a seguire animosamen-
te la via del progresso e della civiltà, do-
po averli tutti convitati alla tavola reale,
li riunì pochi giorni dopo nel divano o
gran consiglio, ed ivi per l'organo di S. A.
Kiamil pascià suo genero, ed uno de'più
illustri letterati nelle lingue orientali, fece
loro pronunziare un discorso, pieno d'alti
sentimenti d'amor patrio, d'umanità e di
civilizzazione, degni della già stabilita fa-
TUR
ma dell'egiziano riformatore. Dice l'esor-
dio. ># Avendo veduto da qualche anno
utili testimonianze del vostro coraggio ci-
vile e della vostra libertà negli affari, ed
avendovi conosciuti finalmente capaci di
comprendere ed apprezzare i miei consi-
gli, io vi ho riuniti perciò presso di me, e
mi affretta di farvi scorgere l'oggetto prin-
cipale di questa riunione . . . Sappiatevi
bene che io ho oltrepassato l'età di 80 an-
ni, e nulla desidero per me; ma sappiate
pure che io non ho sonno né riposo, e che
attendo notte e giorno solo per la felicità
vostra, e per la vostra posizione sociale.
Come io vi ho educato fanciulli, e vi ho
fatto istruire ne'collegi, e condottivi al gra-
do in cui siete, vi ho adottali e sono vostro
vero padre; così siatemi voi figli amoro-
si e ubbidienti. Con questi suggerimenti,
di cui attendo grande attenzione, io non
ricerco che il vostro riposo e il vostro be-
li' essere, perchè i vostri servigi saranno
per voi stessi ..." Termina il ragiona-
mento con queste parole. » Se il cielo mi
darà coraggio di spirito ed un prolunga-
mento di vita per questa gioia, noi fare-
mo mollo dietro tal norma; ed il popolo
saprà che tuttociò che fo è giusto e buo-
no, e lo sapranno i miei figli, i quali an-
cora per avermi prestalo attenzione ed
essere convinti della mia giustizia, otten-
nero le proprietà che hanno, e prende-
ranno esempio da me.Avrete dunque l\<ì\
la mia famiglia onori, elevazioni e digni-
tà ; e (ino che durerà la nostra stirpe, e
voi seguirete le imprese tracce, i miei fi-
gli e nipoti conosceranno la vostra virtù,
\' innalzeranno in ogni tempo, e ripete-
ranno che voi fedelmente serviste il loro
padre ed avo". Con tali elevati sentimen-
ti non è a meravigliare se Mehemet Ali
pervenne a quel grado di possanza, che
più. d'una volta fece impallidire la Porta
sua suprema signora, e portò 1' Egitto a
tanta prosperità e ricchezza, che desiò
fammi razione delle nazioni incivilite. E-
gli però era ormai un lume che stava per
spegnersi, un astro vicino al suo tramon-
T U R 3 9 3
to, ma clie ancora tramandava raggi e
lampi della più splendida luce. Ora passo
a narrare l'ambasceria inviata a Costan-
tinopoli al sultano Abdul Medjid, dal Pa-
pa Pio IX, memorabile avvenimento che
mi proposi qui riportare, come promisi
ne'vol. XLV1II, p. 168, LUI, p. i93, ed
altrove. Per questa metamorfosi di rap-
porti, in confronto de' precedenti secoli,
che di sopra cronologicamente tratteg-
giai, non potrò essere tanto breve nel de-
scriverla, a motivo de'particolari di signi-
ficante importanza, chea gloria del pon-
tificato non posso om mettere per la sin-
golarità d'un complesso di circostanze in-
teressanti il cattolicismo sì della Turchia
che del resto del mondo, ch'è quanto di-
re di 200 milioni di persone.ll n.° io3 del
Diario di Roma del 1 847 notificò, che ai
2 1 dicembre era partito da Civitavecchia,
sul vapore da guerra il Tripoli t messo ge-
nerosamente a disposizione del Papa dal
re di Sardegna, mg. 'Innocenzo Ferrie-
ri (di Fano già incaricato d'affari t\e Pae-
si Bassi, dal Papa consagrato) arcivesco-
vo di Sida in par ti bus y ambasciatore o
nunzio pontificio a S. A. il Sultano, per
ringraziarlo dell'atto gentile, che la me-
desima A. S. ebbe la cortesia di compiere
per mezzo del suo ambasciatore presso la
corte di Vienna Chekib effendi, incarican-
dolo di rallegrarsi col Pontefice Pio IX
per la sua elevazione al pontificato. 11
quale Papa inoltre incaricò il prelato di
offrire in suo nome al sultano alcuni do-
nativi. Indi l'officiale Gazzetta di Roma
del 1 848 a p. j5 riprodusse la relazione
pubblicata dal Journal ihConstantinople
sull'arrivo e ricevimento in quella città
di mg.r Ferrieri, incaricato dal Santo Pa-
dre d' una missione straordinaria presso
il sultano. Ivi si dice, che giunse a Costan-
tinopoli cogli addetti alla nunziatura, a' 1 6i
gennaio sul detto battello, il quale nel
trapassare la punta del serraglio alzò la
bandiera ottomana e die il saluto di 2 [
colpi di cannone, a cui con altrettanti ri-
spose la nave di guerra ottomana, anco-
%4 T UI*
rata alla bocca del porto. Diversi legni
stranieri, e specialmente il brick di stazio-
ne della milione di Russia, ed alcuni na-
vigli di commercio sardi, che si erano ar-
mali di cannone, si coprirono ili pavesato,
alzarono la baudiera della s. Sede, e fece-
ro le solite salve. Appena il Tripoli era
Malo scorto, che l'incaricalo d'affari della
Sardegna, il barone Tecco, si recò a bordo
per salutare l'inviato di Sua Santità, e ral-
legrarsi del suo arrivo. 11 vekil o sostituto
del capo civile degli armeni cattolici d\
Stefano Pehlivanian (e non patriarca co-
me dice la GtfS3e/taJ,el'ufiìzialedelIaPorr
ta Serafino Manasse (Mi li mandar, cioè
complimentario e ospitaliere), andarono
a bordo del Tripoli per accogliere la mis-
sione pontificia (imperocché tali due cat-
tolici furono destinati dalla Porta come
complimentari e conduttori per assistere
l'ambasciatore in tulio quello volesseser-
virsi di loro per mandare ambasciate, e
per precederlo a cavallo nelle gite diplo-
matiche). Un battello a 5 ordini di remi
era stalo messo a sua disposizione dal go-
verno. Adempite le formalità della qua-
rantena, mg/ Ferrieri vi entrò col suo ac-
compagnamento, e sbarcò alla scala di
Top-Hauè. Appena sceso fu salutato da
2 i colpi di cannone delle batterie di terra
di Top-Hanè.Tre carrozze di corte e mol-
ti cavalli, messi dalla sublime Porta a di-
sposizione dell'ambasciatore pontificio e
degli addetti alla nunziatura, per tutto
il tempo della sua missione, ve P aspet-
tavano. Mg/ Ferrieri, accompagnato da
d. Stefano e dal Mihmandar Manasse, en-
trò nella ì /carrozza; ed il corteggio s'in-
camminò lentamente, traversando il sob-
borgo di Galata e quello di l'era per ivi
andare al palazzo che il governo turco
uvea preso in affitto e destinalo al prelato
e suoi compagni, disponendo il sultano
che 11 nunzio e il suo seguito fossero spe-
sati di lutto ( abitazione, villo e tratta-
mento, cavalli, carrozzze e barca del sul-
tano). La notizia dell'ari ivo di mg/Fei>
rieri rapidamente si sparse; a malgrado
TUR
del freddo e della pioggia, numerosissime
turbe trassero a vederlo, frammischiando
le grida di viva il Sultano a quelle di viva
Pio IX. Nello stesso giorno tutti i rappre-
sentanti stranieri inviarono uno de' prin-
cipali impiegati a complimentare il nun-
zio apostolico, il quale ricevè inoltre la
visita de' più ragguardevoli cattolici. Il
giorno seguente il complimentario degli
ambasciatori Riami I bey, si condusse dal
nunzio per felicitarlo da parte del sultano
e della Porta; e la maggior parte de'iap-
presenlanti stranieri, che trova vausi iu
Pera, specialmente l'ambasciator diFran-
cia, l'internunzio d' Austria e il ministro
di Russia, andarono a fargli visita ne'gi or-
ni di lunedì e martedì, La visita di mg/
Ferrieri alla Porta venne fissata pel mei*-»
coledì, Nel mattino il baron Tecco prece-
de il nunzio, e presentò successivamente
al gran visir Reschid pascià, al ministro
degli affari esteri e al presidente superiore
del consiglio di giustizia, il conte di Lu-
cerna d'Angrogna, il principe di Podenas,
il marchese di Negro, insieme allo stato
maggiore del Tripoli; i quali tutti atte-
sero alla Porta il nunzio per unirsi al suo
seguito. 11 prelato in manlellctta e roc-
chetto, accompagnato da tutte le persone
di sua nunziatura, vestite parimenti iu
abiti di ceremonia, seguito da 12 servitori
m divisa, si recò in carrozza alla Porta
a' 19 sul mezzodì ; egli era preceduto dal
Mihmandar Manasse in uniforme con de-
corazione^ dal suddetto vekil del capo ci vir
le degli armeni cattolici d. Stefano. Dodici
cavass della Porta (cioè gendarmi o ullizia-
li di polizia), e 3 ordinanze a cavallo aspet-
tavano il corteggio alla testa del nuovo
ponte,e l'accompagnarono fino alla Porta,
Al suo arrivo, il nunzio e tutte le persone
del suo seguito furono immediatamente
fatti entrare nelle camere del gran visir
Reschid. Questo dignitario si levò per rice-
verli, li accolse con tutta la gentilezza, fe-
ce sedere il nunzio accanto a se sul ^vaa
sofà, fece servire a tutti la pipa, il calle ed
il sorbetto, come si costuma uegli altri ri-
T U K
cevituenti degli ambasciatori stranieri. La
conversazione ebbe luogo continuamente
io lingua francese. Dono essersi accommia-
tato dal gran visir (che per distinzione sin-
golare l'accompagnò fino alla porta del-
ie sue camere), il nunzio si recò presso
A\y pascià ministro degli affari esteri, che
se gli fece innanzi per riceverlo sino alla
porta d'ingresso di sue camere. Questa
visita si prolungò quanto la precedente,
e fu piena della stessa gentilezza, degli
stessi riguardi, delle stesse testimonianze
vicendevoli di benevolenza e d'alfabilità
( nel partire mg.1 Ferrieri, per onorarlo,
Aly pascià l'accompagnò fino a capo delle
scale del palazzo). Nelle strade di Costali-
tiuopoli,come ne'corridoi dcllaPorta,ruen-
tre il corteggio passava, si osservava con
graude curiosità e meraviglia fra'spelta-
tori, senza alcun segno o indizio di mal
animo. Sembrava anzi che la popolazione
maomettana si associasse con piacere agli
onori, ch'erano fatti al nunzio del Papa.
Dopo essersi licenziato da detto ministro,
il nunzio partì dalla Porta. Gli furono
fatte nella sua dipartita le stesse onorifi-
cenze ch'ebbe nell' arrivo, e le 3 guardie
a cavallo che I' accompagnarono, non si
separarono che alla testa del poute. Nella
sera mg,r Ferrieri rese la visita all'amba-
sciato!* di Francia,all'inleinunzio austria-
co e all'incaricato d'affari di Sardegna. Nel
dì seguente il ministro della marina, go-
vernatore di Pera, inviò il iManasse suo
i.° interprete, a presentare i suoi conve-
nevoli al nunzio. Continuando mg.r Feiv
ìieri ad esser l'oggetto delie cortesie del
governo turco, ricevè le visite di vari mem-
bri del corpo diplomatico, e particolar-
mente quella dell' incaricato d' all'ari di
Penìa Memehet Khan, L'arrivo dell'am-
basciatore della s. Sede a Costantinopoli
fu consideralo da tutti come un pegno di
fraternità, edi molti dissidenti stessi vol-
lero manifestare quanto si rallegrassero
d'un avvenimento nuovissimo ne' fasti
dell'impero ottomano. 11 patriarca degli
armeni scismatici inviò uua deputazione
T U R J95
all'inviato della s. Sede per complimen-
tarlo. 11 prelato ricevè pure una nume-
rosa deputazione di persone ragguarde-
voli d'armeni cattolici. II patriarca de'gre-
ci scismatici di Costantinopoli anch' egli
mandò messi a visitare in suo nome il
rappresentante del Santo Padre. Mg1 Fer-
rieri si mostrò ben lieto di tale visita, ac»
colse tutti i membri della deputazione con
modi cordiali ed affabili, e li pregò di no-
tificare al capo della loro comunione gre-
ca il contento provato dal suo cuore, per
testimonio sì spontaneo di premura e di
benevolenza. Indi il prelato fece molte vi-
site al corpo diplomatico, e tornò ad ab-
boccarsi col ministro degli affari esteri ri-
petutamente, Nel n.°24 della Gazzella di
Romani dice chele notizie pubblicate dal
Giornale di Costantinopoli^ sull'inviato
straordinario del Papa a complimentare
il sultano, furono esattissime, nondimeno
reputò pubblicar le seguenti, pervenute
da lettere autorevoli, oou particolari da
indurre una soddisfacente consolazione
nell' animo non solo de' romani, ma di
quanti altri si pregiano d'esser figli della
s. Sedtì, e sono del seguente tenore. 11 gran
Signore non aveaa'27 gennaio potuto an-
cora ricevere l'arcivescovo di Sida, per-
chè non era compiuta la traduzione, da
farsi in caratteri d'oro e su pergamena,
delle lettere del Papa a Sua Maestà. Ma
siccome quanto prima dovea esserlo, così
monsignore era convenuto col gran visir
sul discorso che dovea fare al sultano il
giorno di sua presentazione. Si dichiarò
incredibile 1' urbanità e gentilezza di tal
pascià Reschid, verso il rappresentante di
Nostro Signore Pio IX ( di che già diedi
saggio di sopra, accennando le sue rela-
zioni con Gregorio XVI, felici e fertili ini-
ziatrici di queste), e con quali parole d'os-
sequio e d'ammirazione egli parlava diSua
Santità, facendo l'elogio di sue preclarissi-
me virtù e azioni. Inoltre fu da'diploma-
lici considerata come una testimonianza di
straordinario onore l'essersi, contro il con-
sueto costume, queli.°ed altissimo digut-
3tjG
TUR
tario dell'impero levato dn sedere, quan-
do mg.r Fon ieri prese da lui commiato, e
l'averlo preceduto per lungo tratto fino
al limitare del proprio appartamento, do-
ve fermatosi oliti la mano al prelato e a
tutto il seguito con singolare dimostra-
zione d'alletto. Mg.' inviato, nell'andare
e nel tornare dall'udienza, Cu servito dal-
Ja carrozza stessa del gran visir, oltre al-
l'accompagno di 4 di gala, di 12 cavalli da
sella e di un numeroso stuolo di guardie
di palazzo a cavallo che facea ala al treno
e corteggio. Nobilissimo fu altresì il con-
tegno tenuto dal ministro delle relazioni
estere Ali pascià, delle cui cortesie il pre-
lato non sapeva abbastanza lodarsi. » Quel-
lo però che dee veramente empiere il cuo-
re di allegrezza è il modo pieno di osse-
quio, onde anche que' cristiani, i quali
sono ancor dissidenti e separali dal grem-
bo cattolico, hanno veduto, e diremoqua-
si festeggialo l'arrivo dell'inviato aposto-
lico romano. Primi furono gli armeni a
dar segno di partecipare della comune le-
tizia: ognuno sapendo quali buone dispo-
sizioni siano in loro da qualche tempo di
riunirsi alias. Sede romana. Il patriarca
scismatico di quella nazione avendo fatto
chiedereal governo ottomano il permesso
d'inviare una deputazione al rappresen-
tante del sommo Pontefice, incontanente
l'ottenne ; e mandò subito a prevenirne
monsignore per mezzo del sig. Agop, ar-
meno anch'esso scismatico e interprete
della SublimePorta.La mattina infatti del
giornea t la deputazione si presentò a mg. r
Fei rieri in numero di q indi vicini, fra'qua-
li erano gli arcivescovi d'Egitto e di Diar-
hekir, i vicari de'patriarchidi Costantino-
poli e di Gerusalemme, il curato di Pera,
ed esso sig.' Agop interprete. Il contegno
de'deputati fu rispettosissimo, quanto mai
dir si possa, ed uno degli arcivescovi ed il
vicario patriarcale di Costantinopoli vol-
lero baciar la mano a mg.' inviato, il qua-
le benché modestissimo lo permise, ben
vedendoche un atto di tale rispetto riferì-?
vasi alla diguilà e persona del Santo Padre
TUR
Pio IX. Grandi furono le Iodi che lutti
diedero a Sua Santità, pregando monsi-
gnore, in nome non pur loro, ma anche del
patriarca, di porre a' suoi piedi i senti-
menti della comune venerazione, e d'as-
sicurarlo insieme che ne ammiravano le
virlùe le opere, e speravano essere, quan-
do che sia, in un solo ovile riuniti. Degnu-
inenle,come si conveniva, corrispose (non-
signore a siffatte dimostrazioni di all'etto
e di ossequio, assicurando i deputati che
non mancherebbe di far tutto sapere e
gradire alSanto Padre. Intanto, aggiunse,
far voti, perchè la grazia dello Spirito San-
to scenda su loro, e faccia in fine risolverli
alla desideralissima unione, avendo il san-
to Gerarca aperte sempre amorosamente
le braccia per tutti riceverli con vera pa-
terna consolazione. Nel giorno 1 1 mg.r
Ferrieri ricevette pure una deputazione
diesi presentòa complimentarlo in nome
del patriarca greco scismatico. Era questa
composta degli arcivescovi di Smirne e di
Nicomedia,del vicario del patriarca e d'un
secolare interprete. Non meno rispettosa
verso la s. Sede fu questa missione: per-
ciocché i deputati, compresi i due arcive-
scovi, vollero baciar la mano all' inviato
del sommo Pontefice, pregandolo anch'es-
si, in nome pure del patriarca, d'umiliare
a pie del trono di Pio IX i sensi della loro
divozione ed ammirazione. Squisita inol-
tre fu in essi la gentilezza di manifestare a
monsignore la grandissima ansietà in cui
erano stati per alcun giorno sul suo arri-
vo, e il dispiacere che aveano provato di
vederlo protratto, temendo non gli fòsse
accaduto qualche sinistro.... Possa N. S.
Pio IX alle tante sue glorie unire pur que-
sta, di estinguere cioè nella Chiesa di Dio
quante v'ha dissensioni di fede, e di riu-
nire tutti i cristiani nella pace di un solo
ovile, dove i fedeli insieme all' universale
Pastore innalzino inni di benedizione al-
l'Eterno 1 " Indi il Journal de Constali-
tinople pubblicò, e la Gazzetta di Roma
riprodusse a p. io 3. L'ambasciatore pon-
tifìcio alla Sublime Porta veune accolto il
TUR
i.° febbraio 1848 in udienza particolare
ilal sultano, nel palazzo imperiale di Tchè-
ragan, affinchè potesse presentar le sue
credenziali. Questa udienza, alla quale as-
sistevano il ministro degli affari esteri Ali
pascià, e l'introduttore degli ambasciatori
Kiamil bey, ebbe luogocon tutta la solen-
nità solita a usarsi in somiglianti congiun-
ture. Tosto che T inviato fu condotto in-
nanzi al sultano, il battello a vapore sar-
do il Tripoli, ancorato rim petto al pa-
lazzo, fece sventolar la bandiera ottomana
insieme alla pontificia, e fece una salva di
22 colpi di cannone, a cui risposero le bat-
terie di Tchèragan e quelle di Top-Hané.
Presentando lesue lettere credenziali,mg.r
Ferrieri indirizzò al sultanoAbdulMedjid,
in nome del Papa Pio IX, parole piene di
affetto. Dopo aver egli mostrato tutto il
piacere che provò il Santo Padre, per gli
incarichi dati a Chekib effendi, e rinnova*
linei ringraziamenti, l'inviato soggiunse,
che le relazioni di amicizia, sì felicemen-
te stabilite fra' due sovrani, ridonderanno
alla loro gloria reciproca, e all'utile dei
loro popoli; che Sua Santità ben cono-
sceva il bene operalo dal sultano per tut-
te le classi de'suoi sudditi, e questi beni
essere di tal natura, che senza (allo indur-
rebbero ne' cattolici, messi sotto la sua
protezione sovrana e uniti a Roma pei
vincoli spirituali, 1' affetto eia fedeltà al
trono imperiale, e quell'ammirazione che
tutti i popoli sentono per l'allequalilà del
sultano. La risposta del sultano fu tra-
dotta dal détto Ali pascià. Il sultano do-
po aver detto che sentiva anch'egli la gio-
ia generale cagionata dall' elevazione di
Sua Santità Pio IX al trono pontifìcio, e
che la spedizione di Chekib effendi avea
periscopodi dichiarare al medesimo quc
sti sentimenti dell'animo suo, soggiunse
che gli sforzi fatti da' due sovrani, per
migliorare la sorte de'loro sudditi rispet-
tivi, doveano naturalmente stabilire fra
loro vincoli d' amicizia e di simpatia, e
ch'egli era lieto che queste relazioni si
fossero stabilite nel tempo del suo regno.
TUR
397
Il sultano significò altresì la sua ioddisfa-
zione, che tale rilevante ufficio fosse stato
commesso ad un uomo di tanta capacità
di quanta è mg.r Ferrieri. Il sultano inol-
tre, dopo l'ambasciatore pontifìcio, accol-
se le persone della legazione, il coman-
dante e lo stato maggiore del Tripoli, e i
due altri personaggi piemontesi conteLu-
cerna e principe Podenas, ch'eransi con-
giunti a monsignore, con una somma be-
nevolenza e gentilezza; e al termine del-
l'udienza il sultano pregò i suoi segretari
e il suoi ^ciambellano Hamid bey, di far
vedere il palazzo a mg.r Ferrieri e alle
persone che l'accompagnavano. Quindi il
u.°3o della Gazzetta dì Roma, alle di-
scorse notizie sull' udienza data dal sul-
tano all'ambasciatore straordinario cliSua
Sani ita, aggi unte le seguenti particolarità,
desunte da lettere autorevoli. Quanti ri-
guardi potevansi mai usare dallaSublime
Porta, tutti furono cortesemente praticali
in onore dell'inviato pontifìcio. Fino dal
giorno precedente all' udienza, egli era
stato prevenuto di poter scender dalla car-
rozza con tutto il suo seguito, a pie della
principal porta d'ingresso del palazzo im-
periale, benché un'antica legge, fino allo-
ra rigorosamente osservata, imponesse a
ogni pei sona, senza distinzione alcuna di
grado, di fare a piedi tutto quel gran trat-
to della pubblica via che corre esterior-
mente lungo le mura del palazzo diTchè-
ragan. Soldati di varie armi e di nobile
apparenza stavano schierati in doppia fila
così in una parte del giardino, eh' è rin-
chiuso fra le mura e il palazzo, come pu-
re in un atrio assai vasto fra la porla di
ingrèsso e l'interna sala maggiore; e sì gli
uni e m gli allri resero i militari onori a
monsignore e al suo seguito. Sulla soglia
della delta porta trovossi Ramil bey, in-
troduttore degli ambasciatori, il quale ri-
cevette con ossequio monsignore, accom-
pagnandolo fino al limitare della grande
scala, dov'era Ali pascià ministro' degli
affari esteri, a cui si appartiene l'incarico
di presentare ofiìcialmente gl'inviati delle
398 TUR
potenze a! gran Signore. Entrò il prelato
con tale accompagno e col suo seguito
appresso, nell'imperial resilienza, dove in
una sala fu invitato a trattenersi in mezzo
u vari dignitari! dell'impero e grandi della
corte, (ìnchè non giunse l'avviso che il
sultano era pronto a riceverlo. Ivi Ali pa-
scià si piacque presentare ad uno ad uno
all'ambasciatore pontificio i prefitti digni-
tari e grandi, in tutti i quali fu questi lie-
tissimo di scorgere una rara amabilità e
gentilezza. All'annunzio che Sua Maestà
slava attendendo, monsignore si mosse
verso le camere imperiali, e nelle saledon-
de passò, fu veramente preso d'ammira-
zione all'aspetto d'una scelta guardia d'o-
nore, vestita alla foggia del greco impero,
così splendida ed elegante, che noti po-
trebbe forse con alcun'allra paragonarsi.
Stava il sultano seduto in un divano, solo
e in quell'attitudine d'orientai dignità che
in modo solenne è prescritta dagli ordini
ceremoniali della corte di Costantinopo-
li. Presentatosi a lui, monsignore espose,
colla nobiltà e facondia che gli sono pro-
prie, le cagioni di sua ambasciata, facen-
do del suo discorso la traduzione, ad ogni
periodo, Ali pascià,con visibilissima com-
piacenza e qunsi commozione del giovane
monarca. Taciutosi monsignore, il sul-
tano prese subito a rispondergli dicen-
do. « L'avvenimento del Santo Padre
Pio IX al trono de'romani Pontefici esse-
re slato oggetto d'universale allegrezza :
avervi perciò voluto prendere anch' egli
una parte, incaricando Chekib effendi di
porgergli le sue congratulazioni. Delle pa-
role amichevoli, dette in tal occasione da
Sua Santità, aver avuto inestimabile pia-
cere. Cerio il vivo desiderio di migliorare
la condizione de' propri sudditi , essere
slato naturalmente un legame d'amicizia
fra il sommo Pontefice e lui. Dover reca-
re quest'amicizia a' due stati un grande
utile. Esser ben lieto di vedere strette nel
suo regno le prime correlazioni fra le due
potenze: essere anche lieto che la Santità
Sua abbia scelto per raffermarle una tale
TUR
persona qual è mg.r Ferrieri". Alle quali
parole, che il sultano pronunciò volgen-
do sovente gli occhi al cielo, quasi chia-
mandolo testimonio di sua sincerità, re-
plicò monsignore co'dovuli sensi di grazie
in nome del Santo Padre] aggiungendo i
particolari suoi per la degnazione che avea
avuto Sua Maestà d'inviare il giorno in-
nanzi a prender notizie della sua sanità
lievemente indisposta. Dopo di che pregò
di poterle presentare gli addetti alla pon-
tificia ambasciata; e la Maestà Sua a ciò
corrispose con singoiar bontà e deferenza.
Ne a queste sole attenzioni stette contento
il sultano; ma derogando ad ogni antichis-
simo uso, volle ricevere la lettera di Sua
Santità, non dalle mani d'alcun dignitario
della corte, ma da quelle stesse del prela-
to; e bramò che da lui pure gli venisse
offerto il dono inviatogli dal Papa, ed e-
sposto con rara testimonianza di gradi-
mento nella sala d'udienza, piacendosi nel
riceverlo di dire all'ambasciatore: » Con-
siderare egli quel dono per due cagioni
prezioso: la i." perchè proviene da Sua
Santità; la 2.a perchè ciascuno degli og-
getti donali è unico nel suo genere. Pregò
perciò mg.1 ambasciatore, di partecipare
al Santo Padre, ch'egli come un ricordo
d'amicizia lo accetta, e lo conserverà ge-
losissimamente". Dirò io in che consiste-
rono i pontificii donativi al sultano, inco-
lonna di bronzo dorato, alta i 3 palmi com-
preso il piede, esprimente la ColonnaTra-
iana. i.° Dejeuné con tavola di musaico.
3.° Collezione d' incisioni e stampe della
calcografia camerale. 4-° Tre astucci cia-
scuno con 7 medaglie d'oro, d' argento e
di bronzo. Aggiungerò colla Gazzetta ci-
tata. « Il sultano, per quanto affermasi,
non sa lodare abbastanza la Colonna Tra-
iana, di cui Sua Santità gli ha inviato un
superbo modello in bronzo dorato. Anche
il gran visir ha mostrato di sommamen-
te gradire il prezioso gioiello ( eguale a
quello dal Papa donato all'ambasciatore
Chekib), che mg.r Ferrieri gli ha preseu»
tato in nome del Santo Padre; ed Ali pa-
T U R
sciTi, oltremodo soddisfatto del dono della
scatola (d'oro) brillantata, ha supplicalo
monsignore di metterlo a? piedi di Sua
Beatitudine e di esprimerle i sentimenti
della profonda sua venerazione. " Terni i-
ììata l'udienza sovrana,e congedatosi mon-
signore anche da Ali pascià, si condusse
tegli, in mezzo a nobile comitiva, a visitar
la sala del trono del sultano, veramente
mirabile per vastità, architettura ed ele-
ganza d'ornamenti; indi l'armeria, ove
fra l'oro, gli smeraldi e i brillanti, rifulgo-
no le famose lame di Damasco e di Per-
sia ; poi la sala degli ambasciatori, tutta
bella di preziosi tessuti, di tappeti finis-
simi e di cristalli ; in fine la camera ov' è
il ritratto del sultano. Noterò che il Papa
consegnò a mg. r Ferrieri anche sagri do-
nativi per alcune chiese d'oriente. Lo stes-
so n.°3o della Gazzetta di Roma ripor-
ta il discorso letto dall' interprete della
deputazione degli ebrei della comunità
israelitica di Costantinopoli, sudditi della
Porta ottomana, composta del gran rab-
bino dell'impero e di due personaggi del-
la nazione, nella visita fatta a mg.1 Fer-
rieri. Ed il n." 34 della Gazzetta riferisce
la visita fatta al prelato da Emin effendi
i.° interprete del divano; il gran banchet-
to imbandito al medesimo ed a tutti gli
addetti all'ambasciala pontifìcia, dall'in-
ternunzio austriaco, con l'intervento del-
l'arcivescovo primate degli armeni catto-
lici di Costantinopoli, d'Ali pascià, e del
corpo diplomatico; non che l'altro ban-
chetto apprestato pure in onore dell'am-
basciatore straordinario pontificio e degli
addetti eli sua nunziatura, dal ministro
degli all'ari esteri della Porta Ali, e v'in-
tervennero tutti i membri del corpo di-
plomatico, alcuni dignitari dell' impero,
il capo civile degli armeni cattolici e altri
cospicui personaggi. Si legge a p. 4^4 del-
la stessa Gazzetta il novero dei doni dal
sultano inviati al Papa per mezzo di mg/
Ferrieri. che sono i seguenti. Tabacchie-
ra d' oro col proprio ritratto ornato di
brillai) ti; altro suo ritratto contornato di
T U R
399
brillanti legati a giorno (pel i.° ministro
di Sua Santità, che poi il Papa donò al
cardinal Antonelli) ;2o pezze di lana di
capra tessute in bianco nella fabbrica di
Ancira;6oo braccia di tappeti turchi; 6oo
braccia di stoffa tessuta in oro e velluto;
6 cavalli arabi (portati sino alle stalle del
Quirinale da'servi del sultano e a sue spe-
se); una sella di vellullo rosso con istaffe
auree, ossia d'argento dorato; gualdrap-
pa di panno rosso ricamata in oro, e or-
nata di 4002 brillanti, 4 de'quali di gran-
dezza e bellezza particolare ; una testiera
di pelle nera ornata di 4007 brillanti, con
fibbie auree ossia d' argento dorato ( la
gualdrappa e la testiera si valutarono cir-
ca 80,000 scudi); due drappi di seta nera
ricamali in oro per coperture di canapè.
Inoltre il sultano regalò a mg.1 Ferrieri
una tabacchiera ornata di brillanti, e lo
decorò dell'ordine di Niscian di 1.* classe
in brillanti, come i pascià ( che ja Gaz-
zetta, a p. 4^8 disse del valore di 5o,ooo
piastre turche, 5o,ooo valutando la ta-
bacchiera). Di più il sultano conferì le
decorazioni di tale ordine in brillanti a'
seguenti nubili addetti all'ambasceria
pontificia : a monsignor Filippo Vespa-
siani cameriere d'onore del Papa e mi-
nutante di propaganda fide (ed ora cli-
chiarate vescovo di Fano), di 2.a clas-
se; al canonico Giovanni Capri Galanti
(ora prelato domestico ec), di 2." classe;
al p.ab. d. Arsenio Angiarakian interprete
dell'ambasceria, della classe che suol con-
ferirsi a'metropoliti sudditi ottomani (con
facoltà di donarlo in morte a chi voles-
se, non però quale decorazione, come no-
tai nel voi. LI, p. 32 1 , insieme al proprio
ritratto e allo stendardo di cui feci più
sopra menzione, e dalla sultana ricevè il
dono d' un porta caffè, 0 sotto-tazza bril-
lantata : questo p. abbate fu benemerentis-
simo di quanto precede, accompagnò ese-
gui questa memorabile ambasceria, per
la grande stima che gode presso la Porta,
essendo armeno nativo di Costantinopo-
li) ; al conte Giuseppe Ferretti (patrizio
4oo TUR
d'Ancona, il cui vescovato essendo uni-
to ad l iiidiui, in quest'articolo ripar-
lando dell'ambasciatore ottomano invia-
to a Innocenzo Vili, dissi che in Anco-
na fu alloggiato nel palazzo de'suoi an-
tenati : egli è inoltre commendatore pro-
fesso dell'ordine di Malta e cadetto del-
le guardie nobili pontificie), di 3." clas-
se; ed al conte Augusto Marchetti (ni-
pote del ministro pontificio degli affari e-
steri), della slessa classe. Noterò, che nel
tempo in cui l'ambasceria rimase in Co-
stantinopoli i turchi non dimenticarono
Giegorio XVI. I pascià ed altri grandi
più volte e in più incontri e conversazioni
fecero onorevolissima menzione di Grego-
rio XVI, richiamando essi alla memoria
il maestoso, paterno e amorevole conte-
gno del venerando \egIiardo,come lochia-
inavano;eciòesprimevanocon una espan-
sione di cuore, che manifestava il dolore
da loro provato nella sua morte. Mg/Fer-
rieri ambasciatole straordinario presso la
Sublime Porta> dopo ie visite di congedo,
partì da Costantinopoli cogli addetti alla
nunziatura a' 17 maggio, sul battello a
vapore francese delle poste il Ramscsì che
dopo aver approdalo a Malta, a Napoli,
ed a Civitavecchia a'g giugno, nel dì se-
guente giunse in Roma. Riferisce il n.° i 33
della Gazzetta di Roma, e già lo notai ai
loro luoghi, che il Papa destinò alle ba-
siliche Lateranense, Vaticana e di s. Ma-
ria Maggiore (ove altra volta si offrirono
i trofei riportati da'eristiani sui turchi, e
ne esistono le memorie), parte de'prezio-
si tappeti ricevuti in dono dal sultano; ed
inviò alla basilica Ostiense una porzione
della magnifica stoffa di egual provenien-
za, ad efìelto d'ornarvi la cappella del ss.
Crocefisso. Riferisce ancora, che il Papa
nell'idea di disporre di alcuni de'ricevuti
cavalli arabi, onde propagarne la specie e
renderla indigena, stabilì una commissio-
ne di vari fra' socii dell' istituto agrario
pontificio per averne un progetto relativo.
L'Album dìRoma nel n.° 1 9 del 1. 1 5, pub-
blicò delineata e incisa la sorprendente
TUR
gualdrappa e magnifica sella, il cui lavoro
lo dice eo*ì perfetto e d'un gusto e squi-
sitezza tale che invailo tentarlo non che
emularlo potrebbero i nostri artefici mi-
gliori. La bardatura, qualificata straor-
dinaria, fu reputata d* un incalcolabile
valore, sia per le dovizie e preziosità delle
stoffe, delle gemme, de' velluti e dell'oro,
che per la rarità e bellezza di tutta l'im-
mensa quantità di brillanti. Questo inu-
sitato e non mai più visto donativo, unita-
mente a lutti gli altri, fu per vari giorni
nel palazzo apostolico Quirinale esposto
alla pubblica curiosità; ed il concorso del-
la moltitudine per contemplare così stra-
ordinarie magnificenze e rarità, fu tanto
e in tal numero che invano si potrebbe
colle parole riportarlo. Indi il Papa pro-
mosse mg.r Ferrieri a nunzio apostolico
di Napoli, ed ora I' ha traslalo alla nun-
ziatura di Lisbona che porta al cardina-
lato.
Mehemet Ali per l'età e malsana salu-
te, divenuto impotente a reggere le redi-
ni dello slato, il sultano Abdul Medjid il
1. "settembre 1 848 nominò suo successo-
re e viceré d'Egitto, il di lui figlio Ibra-
him pascià, anch'esso rovinato nella salu-
te, per cui godè la dignità appena due
mesi eio giorni, morendo nel novembre
di 5g anni: il giorno del suo decesso fu
seguilo da! l'imbecilli mente di detto suo
padre, che non molto gli sopravvisse. Per
la morte d'ibrahim fu chiamato al go-
verno dell'Egitto il suo nipote Abbas pa-
scià, nato nell'Arabia nel 181 3, come il
rampollo più attempato della famiglia di
Mehemet Ali e nato dal figlio di questi
Jussuf. Abbas trovavasi alla Mecca, ov'e*
rasi in apparenza recato in pellegrinag-
gio, ma in realtà erasi allontanato dallo
zio Ibrahim per timore; laonde tempora-
neamente assunse la direzione del gover-
no Said pascià, sino al suo ritorno. Abbas
versato nella letteratura orientale, cono-
sceva le lingue turca, persiana e araba.
Non essendo egli attaccato a vermi par-
tito europeo, africano o americano, si
tur
disse noncìisposto a lusingare l'Inghilter-
ra, l'Austria, la Francia e la Russia; al-
tri dissero che avrebbe favorito gl'ingle-
si di preferenza, perchè aveano avuto per
lui ogni sorta di riguardi. Al viceré Ab-
bas si debbono lodi per aver sommini-
stralo,appenu pregato,deH'alabastro d'E-
gitto pel monumento sepolcrale di Papa
Gregorio XVI,oude accrescere gli splen-
didi ornamenti di cui è doviziosissima la
sontuosa basilica Vaticana. Abbas aven-
do presente la buona corrispondenza pas-
sata tra il Pontefice e l'avo, ed i magni-
fici doni inviati nell'Egitto al medesimo
e allo zio , con piacere mandò in Roma
diversi blocchi del prezioso marino. Con
essi fu disposto di formare al monumen-
to l'urna , gli specchi de' piedistalli delle
due statue laterali a quella del Papa, e
gli stipiti della porticella rispondente alla
cappella del ss, Sagrameli lo, sopra la qua-
le apertura elevasi il magnifico mauso-
leo. Ma dipoi considerandosi che l'avel-
lo diveniva di 5 ordini e troppe cose vi
si ammassavano, contro le leggi dell'ar-
monia artistica, fu deposto il pensiero di
fare l'urna d'alabastro, e invece si ridus-
se il bassorilievo a farne le veci. Adun-
que si misero soltanto in opera gli stipi-
ti d'alabastro e due lastre di esso pe'det-
ti specchi ; questi ultimi però figurando
i piedistalli delle statue, e non più essen-
dovi il richiamo dell'urna, forse saranno
rimossi, nel qual caso di tutto l'alabastro
egiziano, mandalo espressamente da un
principe maomettano per decorare nel
Vaticano il sepolcro d'un illustre roma-
no Pontefice, che per mirabile disposi-
zione della divina provvidenza, peli. Dui-
lio le relazioui amichevoli tra la s. Sede,
la Porta ottomana e l'Egitto, con quei
prosperi successi che ho celebrato, non
resterebbe che quello degli stipiti, lan-
guida memoria del singolare e portento-
so avvenimento. Mi gode quindi l'animo
supplirvi qui con poche parole, le quali
resteranno imperiture pe'secoli ammira-
tori di Gregorio XVI, ed in quest'arti -
VOL. LXXXl.
TUR 4«i
colo ove si può fare il confronto colle pre-
cedenti condizioni politiche tra la Tur-
chia e i Papi e le attuali; ed è perciò che
brillerà d' immortai gloria la memoria
del gran Pontefice pergli omaggi ricevuti
da'mussulmaui in vita e dopo morto! Nel
voi. LXIV, p. i 1 5, descrivendo il monu-
mento sepolcrale e lo stato in cui trova -
vasi a' io novembre 1 853, dissiche una
delle due statue del medesimo esprimeva
il Tempo; ora noterò che due mesi dopo
la stampa dell'articolo a tale statua fu
sostituita quella della Sapienza, la quale
fu collocata alla destra della grandiosa
figura del Papa , alla sinistra essendovi
stata posta la statua della Prudenza, av-
vertenza eh' era necessaria nel riparlare
del nobilissimo deposito eretto dalla ve-
nerazione e dalla munificenza de'cardi-
nali creati da Gregorio XVI. Desso or-
inai è del tutto compito; non manca che
d'alcuni ritocchi di scalpello, e di mette-
re sul timpano l'arme marmorea di Gre-
gorio XVI sovrastala dalle chiavi e dal
triregno di metalloue dorato, il che cer-
tamente avrà luogo verso la fine del cor-
rente 1 856. Egli è sempre difficile descri-
vere monumenti pubblici che si stanno
fabbricando, essendo soggetti a variazio-
ni; ed alcune di queste ne furono fatte an-
cora a quello che si sta lavorando per Pio
Vili , il quale pure descrissi nel citato
luogo, dopoaver veduto nello studio del-
l'esimio scultore l'approvato modello. Ai
19 aprilei849 fu sottoscritto il trattato
di Balta Limali sui principati Danubia-
ni, tra la Porta e la Russia, riguardan-
te l'elezione degli ospodari della Molda-
via e Valacchia, spettante alla Porta, ma
con nuovo metodo, e della temporanea
occupazione de'due principati da due cor-
pi di turchi e russi, a motivo delle tur-
bolenze che gli aveano profondamente a-
gilati. Ne' voi. XLII, p. 1 39,XLIII,p. 1 09,
XLV1II, p.149, LXXII, p. 245, parlai
del valoroso, colto e celebre emiro arabo
Abd-el-Kader, il cui interessante ritrat-
to si vede nel u.°i 4 del citato Album, ed
26
4o2 TUR
abbiamo ili La-Croix: Storia privata a
politica diJbd-el-Kadcrfio\ogui\ » 8 \Cì.
Figlio ili Mahhi-Eddin marabulo vene-
latissimo, questi dopoché i francesi occu-
parono Algeri fece credere alle popola-
zioni arabe, che un giorno A bil-el -Rader
sarebbe sultano, e che l'impero de'turchi
dovea cessare nel suo regno. Quindi ap-
pena i francesi presei oOrauo,Mahhi-Ed-
diu predicò la guerra santa contro i cri-
stiani, ed Abd-el-Rader si pose alla te-
sta degli arabi insorti delle tribù d'Afri»
ca, le quali lo proclamarono sultano. Da
quel giorno la sua vita fu una lunga e
formidabile lotta contro i francesi, scam-
pando sempre i più gravi pericoli, onde
i suoi lo crederono invulnerabile, para-
gonato aMassinissa e Giugurtare di Nu-
midia. ludi aiutato dall'imperatore di
Marocco, a questi i francesi imposero di
desistere a soccorrere il loro invincibile
nemico. Finalmente si vide costretto nel
1847 (^ sottomettersi alla Francia, e in
essa fu trasportato colla sua madre, fa-
miglia e compagni arabi d'ambo i sessi,
circa 100 individui fra tutti, trattati ge-
nerosamente. Però nel 1848 l'eroe guer-
riero del deserto con suo dispiacere i\\ ri
legalo nel castello di Pau, antica capila
le della Navarra francese e ora capoluo-
go de'BassiPirenei, laonde per molto tem-
po non volle uscire dalla sua camera.
L'imperatore Napoleone 111 nel dicembre
1 852 gli restituì la libertà e la spada in
segno di pace, e lo conseguo alla Porta
ottomana perchè lo custodisse, facendo-
lo imbarcare co* suoi sul piroscafo fran-
cese il Labrador^ che lo condusse a Co-
stantinopoli. Il sultano l'onorò e trattò
con ogni riguardo, e poi a* 16 gennaio
1 853 collo stesso piroscafo, accompagna-
to da Nicolasdragomanno dell'ambascia-
ta francese, lo mandò a Prosa o Brussa
da lui sceltasi per luogo di sua dimora:
città antichissima con vescovo armeno
cattolico, centro d'una provincia ricchis-
sima e floridissima per l' industria, so-
prattutto nella seta grezza. Pel Terremo-
TUR
to(J\) che nel 18 55 le recò immensi dan-
ni, Abd-el Radei alzò le sue tende nei
campi. La vicina gran montagna Chescis-
dahi, in cui si suppone sepolto Anniba-
le, in parte si staccò e precipitò nella pia-
nura di Prusa. Ed eccoci alla sanguino-
sa e gigantesca guerra per la questione
d'oriente, sostenuta dalla possente Russia
contro la Turchia, la quale però ebbe a
formidabili alleate la Francia., l' Inghil-
terra e la Sardegna. Guerra che minac-
ciò tutta l'Europa a trasformarsi in un
vasto campo di battaglia, per la compli-
cazione politica che insorse di difficile svi-
luppo, ferace di gravi pericoli. Guerra che
alimentò d'illusioni e di prave speranze i
nemici dell'ordinerà demagogia d'utopi-
stici sogni politico-democratici, per ab-
battere cioè la religione e i troni; ma col-
la pace andarono interamente in fumo le
loro lusinghe e ordite mene, e voglia Id-
dio che abbia lunga durata pel riposo
d'Europa e per la diffusione del cattoli-
cismo anche nella Turchia. Non posso,
né oserei pretendere di farne la storia
tanto conosciuta, pieni essendone i perio-
dici politici, letterari e religiosi, come a
cagiou d'onore nominerò la Civiltà cat-
tolica. Con questa, cioè colle sue Crona-
che contemporanee, e col Giornale di
Roma, ed evitando possibilmente lo sco-
glio delle molte notizie poi non verifica-
te, ed il laberinto del distingue tempo-
ra, qui riunirò le nozioni più essenziali,
colla possibile brevità, a questa potendo-
vi copiosamente supplire l'encomiala Ci-
viltà, auche co' suoi gravi articoli : La
guerra d' Oriente. Nella 2.a serie, t. 6,
si contengono gli articoli: i.° Lo spirito
che guerreggia. i.° 1 Diritti. 3.°L,e Spe-
ranze. Nel t. 7 gli articoli. 4- Pronosti-
ci e Profezie. 5.° Risposta ad alcune cen-
sure. In prima farò osservare, che ad on-
ta degli sforzi del governo ottomano per
introdurre l'incivilimento nell* impero,
ad onta del dichiarato principio di rico-
noscere per suoi sudditi e cogli stessi di-
ritti lutti i professanti qualunque religio*
T U R
ne diversa dall'islamismo, nondimeno a
quest'epoca grandi erano le sofferenze dei
cristiani in molte parti della monarchia
mussulmana, per l'inveterato odio delle
popolazioni contro i cristiani, pel fanali-
co maomettismo e per 1'iutolleranza re-
ligiosa. I maltrattamenti de' cristiani da
parte de'ruussulmani, e le arbitrarie op
pressioni che gli organi della pubblica
amministrazione in grande numero si
permettevano contro i medesimi, recla-
marono uu pronto rimedio, siccome un
imperioso dovere d'umanità. Uno dei
punti principali pe' quali già da lungo
tempo l'Austria mosse gravami contro la
Turchia, e con ispecial vigore uel 1 853,
era quello delle sofferenze de'cristiani nel-
l'impero ottomano. In seguito della mis-
sione del conte di Leiningeu, fu dal go-
verno turco promesso rimedio. Era pe-
rò ovvio il timore che la promessa rima-
nesse promessa e null'altro. Finalmente
eccitato il nuovo ministero di Costantino-
poli a seriamente occuparsi a soddisfare
co'falti alle sue promesse, tornò più po-
sitivamente a promelterlo,scosso dalle ul-
time violenze coni messe,sino a pretender-
si colla forza che i cristiani abbracciasse-
ro l'islamismo! La Turchia per compia-
cere la Russia e la Francia concesse ai
greci scismatici e acattolici facoltà cou-
traddittorie,come sono andato rilevando,
e col cominciar del 1 853 si trovò vieppiù
nell'imbarazzo di soddisfare insieme e da-
re ragione a due poderosi litiganti. L'im-
portante questione de'Luoghi Santi di Si-
ria e di Gerusalemme riprese nuovo vi-
gore, e di giorno in giorno divenne più
grave e inestricabile. Eragià stalo rico-
nosciuto il diritto de' cattolici di fare le
loro sagre cercmonie nella chiesa del se-
polcro della ss. Vergine, quando un com-
missario della Porla, in certa conferenza
ch'ebbe luogo nella valle di Giosafat, e-
spose gli ordini del governo, a non cele-
brarle senza la facoltà de'greci ! Il che ol-
tre al ferire antichi diritti incontestabili,
come andai dimostrando, sarebbe stato
T U R
4o3
di gran noia degli oppressi, come costret-
ti a portarsi ogni volta gli utensili sagri,
celebraresull'altare degli scismatiche non
potervi sospendere uè una lampada, uè
una tabella votiva 1 Veduto adunque di
esser fatti zimbello della prepotenza al-
trui, i cattolici col loro patriarca mg.1 Va
lerga rifiutarono di più assistere alle con-
ferenze intimate dalla Porta, ed il conso
le francese protestò contro l'usurpazione,
con nota precisa di quanto loro spettava
e che volevano senza restrizioni. Pertan-
to domandarono 1' esclusivo diritto d'of-
ficiare presso la tomba del Redentore, la
chiesa del s. Sepolcro colla facoltà di fab-
bricarvi la cupola, il Battistero, i 7 archi
della ss. Vergine che fauuo parte della
chiesa dello stesso s. Sepolcro , la chiesa
di Bettlemme, e quella de'sepolcri de'.ss.
Gioacchino, Anna, Giuseppe e Simone, la
Grotta de'pastori, e la Stella della Nati-
vità. In pari tempo la Turchia era minac-
ciata da troppi altri guai interni edesler
ni a segno, che si dubitava se avesse pò
tuto superarli. Turbe cittadine messe su
e fomentale da diversi protettori del vec
chio e del nuovo sistema governativo in-
grossavano ogni giorno più, cercando di
soverchiarsi eminacciando guerra civile.
La successione al trono di Grecia , per
mancanza di prole a Ottone I, era nuo-
vamente determinata a suo danno. Per la
morte non lontana d'Ahmed bey di Tu
nisi, mentre essa intendeva di riprender-
si il pascialatico, la Francia voleva un'e-
rede della stessa famiglia del bey, di cui
era amica. Gli effetti minacciosi d'aver
interdetta ne'suoi stati la moneta stranie-
ra, non dovendo essere iti corso che quel-
la del sultano regnante, proibito di na-
vigare il Bosforo e toccare i suoi porti, ri-
fiutato l'imprestilo concluso già dal suo
deputato co'banchieri inglesi e francesi,
vessato i cristiani della Bosnia , stabiliti
certi limiti territoriali non abbastanza
provali, erelle fortificazioni ue'confini au
siriaci. Aggiungasi di più la guerra della
Siriache poteva estendersi anche a'iatini
404 TUR
clelLibano ed a'LuoghiSanti, complican-
do vieppiù la collisione de'diritti, e quella
di Montenegro, che tutelato dalla Ilussia
la sosteneva contro il pascià di Sentiri.
I montanari dell'Erzegovina turca ricu-
savano alla Porta le contribuzioni ordi-
narie, e i cristiani dell'Albania superiore
anelavano di scuotere il giogo che gli op-
prime. Sebbene io mi sia proposto di spi-
golare (non mietere e molto meno spie-
tatamente come fanno taluni, senza man-
co ricordare il campo benefico che li nu-
trì pinguamente e la copiosa fonte che li
dissetò, senza faticatosi vestendosi qua-
si interamente dell'altrui penne, ma col
marchio del plagio che ben ravvisano gli
oculati Arghi) soltanto le Cronache con-
temporanee della Civiltà cattolica^ tut-
ta volta mi pare opportuno che almeno io
qui riproduca il così detto Testamento po-
litico di Pietro I il Grande , o disegno gi-
gantesco di dominio europeo da lui ar-
ditamente concepito, che ricavo dal 3.°
suoarticolo: La guerra d' Oriente^ ed ai
miei cenni di questa lo premetta, senza
ì commenti importanti che nella Civiltà
si ponno leggere, bensì qualche osserva-
zione premessavi da Gaillardet. Copia
del piano di dominio europeo lasciato
da Pietro IH Grande a' suoi successo-
ri al trono di Russia e depositato negli
archivi del palazzo di Peterhoffa Pie-
troburgo.» In nome della ss. e indivisibi-
le Trinità, noi Pietro imperatore ed auto-
crate di tutte le Russie ec, a tutti i no-
stri discendenti e successori al trono e go-
verno della nazione russa. Il gran Dio da
cui abbiamo avuto la nostra esistenza e
la nostra corona avendoci costantemen-
te illuminato de'suoi lumi e sostenuti del
suo divino appoggio ec. Qui Pietro I sta-
bilisce che, secondo le sue mire, ch'egli
crede quelle della Provvidenza, riguarda
il popolo russo destinato nell'avvenire al
dominio generale dell' Europa. Fonda
questo pensiero su ciò che, per opinione
sua, le nazioni europee sono giunte nel-
la maggior parte ad uno stato di vecchiez-
TUR
za vicino alla caducità, e vi camminano
n gran passi. Donde conseguita che deb-
bono essere facilmente ed indohilatameu-
te conquistate da un popolo giova ne e
nuovo, quando quest'ultimo sarà venu-
to in tutta la sua forza ed accrescimen-
to. Il monarca russo riguardi quest'in-
vasione futura de' paesi dell'Occidente e
dell'Oriente,per parte del Nord ,come un
movimento periodico decretato ne'dise-
gni della Provvidenza, che rigenerò per
tal modo, egli dice, il popolo romano col-
l'invasione de'barbari. Paragona quest'e-
migrazioni degli uomini polari al (lusso
del Nilo, chea certe stagioni ingrassa del
suo limo le terre isterilite dell'Egitto. Ag-
giunge che la Russia, ch'egli ha trovato
piccolo canale e lascierà gran fiume, di-
verrà sotto i successori suoi un gran ma-
re destinato a fecondar l'Europa impove-
rita , e che le sue onde traboccheranno,
malgrado di tutte le dighe che deboli
braccia potranno oppor loro, se i suoi di-
scendenti sapranno dirigerne il corso. Per
la qual cosa lascia loro gl'insegnamenti
del seguente tenore, e li raccomanda al-
la loro attenzione ed osservazione costan-
te, nel modo stesso che Mosè avea racco-
mandate le tavole della legge al popolo
israelita. i,° Mantenere la nazione russa
in uno stato di guerra continuo per te-
nere il soldato agguerrito e sempre in e-
sercizio; non lasciarlo riposare che per mi-
gliorare le finanze dello stato ; rifare le
armate e sceglierei momenti opportuni
per l'attacco; fare così servire la pace al-
la guerra e la guerra alla pace, nell'in-
teresse dell'ingrandimento e della cre-
scente prosperità della Russia. i.° Chia-
mare con tutti i mezzi possibili da tutti
i popoli istruiti dell'Europa, capitani du-
rante la guerra, sapienti durante la pa-
ce, per far profittare la nazione russa dei
vantaggi degli altri paesi, senza farle per-
dere cosa alcuna de'suoi propri. 3.° Pren-
der parte in ogni occasione agli affari o
dissi dii quali che sien dell'Europa, e se-
gnatamente a quelli della Germania, la
TUR
quale più vicina interessa più diretta-
mente. 4-° Dividere la Polonia fomentar! •
dovi le turbolenze e le gelosie continue;
guadagnare i potenti a prezzo d'oro; in-
fluire sopra le diete, corromperle, alliue
d' aver parte attiva sull'elezione de' re;
farvi nominare i propri partigiani, pro-
teggerli, farvi entrare le truppe russe e
soggiornarvi fino all'occasione di restar-
vi totalmente. Se le potenze vicine op-
pongono dillìcoltà , calmarle momenta-
neamente dividendo il paese finche si pos-
sa riprendere ciò che sarà stato dato. 5.°
Prendere più che si potrà alla Svezia e
sapersi fare attacca re da essa per aver pre-
testo a soggiogarla. Però isolarla dallaDa-
ni marca e la Danimarca dalla Svezia, e
colti vare con cura le loro rivalità. 6. "Pren-
dere sempre le spose de'principi russi tra
le principesse d'Alemagna per moltipli-
care 1' alleanze di famiglia , ravvicinare
gl'interessi ed unire da se stessa la Ger-
mania alla nostra causa, moltiplicando-
vi la nostra iufluenza. 7.0 Cercare di pre-
ferenza l'alleanza dell'Inghilterra pel
commercio , come della potenza che ha
maggior bisogno di noi per la sua mari-
na, e che può essere la più utile ali'iucre-
mento della nostra. Cambiare i nostri le-
gni ed altri prodotti contro il suo oro, e
stabilire tra'suoi mercanti, tra'suoi mari-
nari ed i nostrijConlinue relazioni che for-
meranno alla navigazione e al commer-
cio il paese nostro. 8.° Estendersi senza
posa verso il Nord, lunghesso il Baltico,
come pure verso il Sud lunghesso il mar
Nero. 9.0 Avvicinarsi il più che si possa
aCostanlinopoli e alle Indie. Quegli che
vi regnerà sarà il vero sovrano del mon-
do. In conseguenza suscitare continue
guerre ora al Turco, ora alla Persia; sta-
bilire cantieri sul mar Nero; impadronir-
si a poco a poco di quel mare, come del
Baltico, ciò ch'è un doppio punto neces-
sario alla riuscita del disegno; affrettar
la decadenza della Persia; penetrare fino
nel golfo Persico; ristabilire, s'è possibi-
le, colla Siria l'antico commercio, del Le*
T 0 li 4o5
vanle, ed avanzarsi fino all'Indie che so-
no il magazzino del mondo.Ottenuto quei
posto, si potrà far senza dell' oro dell'In-
ghilterra. io.° Cercare e mantenere con
cura l'alleanza coli' Austria; appoggiare
in apparenza le sue idee di futuro domi-
nio sulla Germania, ed eccitare contro di
essa di sottomano la gelosia de'principi.
Dar opera di far domandare soccorsi al-
la Prussia per gli uni e per gli altri, ed e-
sercitare sul paese una specie di protezio-
ne che prepari la dominazione futura.
1 1.° Interessare la casa d'Austria a cac-
ciar il Turco d'Europa e neutralizzare le
sue gelosie al tempo della conquista di
Costantinopoli, sia suscitando una guer-
ra co' vecchi stati d'Europa, sia dandole
una porzione delle conquiste che le si ri-
prenderà più lardi. 1 2.0 Lavorare ad u-
ni re attorno a se tutti i greci disuniti o
scismatici che sono sparsi sia nell'Unghe-
ria, sia nel mezzogiorno della Polonia; far-
si il loro centro, il loro appoggio, e sta>
bilire antecedentemente un predominio
universale per mezzo d' una. specie di
reggimento o supremazia sacerdotale j
saranno tanti amici che si avranno in ca-
sa de'nemici.i 3.° Smembrata la Persia,
vinta laSvezia, soggiogata la Polonia,con-
quistata la Turchia, le nostre armate riu-
nite, il mar Nero e il mar Baltico custo-
diti da'nostri vascelli, bisogna allora pro-
porre separatamente e segretissimamen-
te prima alla corte di Versailles , poi a
quella di Vienna di dividerecouesse l'im-
pero dell' universo. Se l'ima d'esse accet-
ta, ciò che non può fallire lusingando la
loro ambizione e amor proprio, servirsi
d'essa per ischiacciare l'altra, poi schiac-
ciare alia sua volta l'altra che rimarrà,
impegnando con essa una lotta che non
potrebbe esser dubbia perchè la Russia
possederebbe già in proprio tutto l'Orien -
te ed una parte d'Europa. i4-°Se,ciò ch'è
improbabile, ognuna d'esse ricusasse l'of-
ferte della Russia, bisognerebbe saper su-
scitar loro querele e farle rifinire l' una
coll'altra. Allora, profittando d' un mo«
4o6 T LT |
mento decisivo, la Russia farebbe piom-
bare le sue truppe raccolte in anteceilen-
7a sulla Germania, nel tempo stesso che
due flotte considerevoli partirebbero l'u-
ni dal mare d'Azof e l'altra del porto
d' Arcangelo , cariche di orde asiatiche,
sotto il convoglio delle flotte annate del
mar Nero e del mar Baltico. Avanzando-
si pel Mediterraneo e per l'Oceano, inon-
derebbero la Francia da nn lato , men-
ticene la Germania sarebbe inondala
dall'altro, e vinte queste due conti ade, il
resto d'Europa passerebbe facilmente e
senza colpo ferire sotto il giogo. Così può
e dev'esser soggiogata l'Europa'". Osser-
va la Civiltà cattolica: Si paragonino i
precetti con tutta la serie de'falti succes-
sivi negl'incrementi della Russia(V.)l che
enumera, e si vedrà come ogni suo passo
batte appunto quelle vie che il fondato-
re dell'impero le avea segnale. Nel i 829
avendo la Russia superato il Balkan, pa-
drona di correre a Costantinopoli, par-
ve arrestarsi per generosità; e col con-
venire al trattato d'Àdrianopoli. fece so-
pravvivere la Turchia alla sua sconfitta,
perchè si credeva ridotta a non esistere
che sotto la protezione della Russia e a
non ascoltare che i suoi desideri*!. Ma do-
po il 1848 gli affari presero un tult'allro
aspetto, benché gli sconvolgimenti di tal
epoca avea no lasciato l'Europa occiden-
tale peste le membra pe'conflitti e disan-
guale per debiti e gravezze. Il momento
non poteva essere più opportuno per la
Russia, che oltre il protettorato di Molda-
via, Valacchia, Servii e Grecia, nel 1 849
avea contribuito alla salvezza dell'impe-
ro Austriaco e impostogli il nobile vinco-
Io di gratitudine, che tanta parte poteva
averenella soluzione della questione d'O-
riente; ma l'Austria, vera salvaguardia e
palladio d'Europa, colla riacquistata sua
possanza e colla saviezza del sagace suo
contegno, divenne l'antemurale d'Euro-
pa in Costantinopoli , mentre contro la
Russia combatterono apertamente Fran-
cia, Inghilterra e Sardegna. Per tutto (pie-
T U R
sto, ìa Turchia sottrattasi alla tutela del
russo, accettò. come meno pericolone le
protezioni occidentali, le quali non han-
no sugli stati ottomani ne il vantaggio
della vicinanza, uè l'influenze delle uni-
tà dello scisma, uè l'interesse di sbocca-
re pe'Dardanelli sul Mediterraneo. Que-
ste potenze consigliando alla Turchia le
riforme europee , accennano di volerla
rialzare ad una morale indipendenza, per
cui potrebbe a suo tempo rivaleggiare col-
la Russia in civiltà, in industria, in ric-
chezza. Dopoil buon esilo degli uffizi pre-
sentati dal conte di Leiningen, in nome
dell'imperatore d'Ausilia Francesco Giu-
seppe I, al sultano Abdul Medjid a prò
de'montenegrini e de'cristiani tiranneg-
giati da' turchi , la pieghevolezza della
Porta sembrò aver mosso Nicolò I im-
peratore di Russia a pretendere anch'es-
so un simile diritto relativamenle a'suoi
correligiosi greci scismatici dellaTurchia.
Inviò dunque a Costantinopoli nel mar-
zo del 1 853 per suo legato a trattare il
general Menzikoff, chiedendo in sostan-
za al governo ottomano. i.° Che I' auto-
crate imperatore russo fosse riconosciu-
to protettore della religione greca in
Turchia. 2.°Ched'ora innanzi l'elezione
del patriarca greco di Costantinopoli fat -
ta da'maggiorenti della chiesa, abbisogni
per la validità della conferma dell'impe-
ratore di Russia. 3.° Che si definisse l'in-
.terminabile questione de' Luoghi Santi,
secondo le tracce da lunga pezza inviale
alla Porta. 4«° Che si dichiarasse non po-
ter l'imperatore russo veder più a lun-
go con indifferenza la situazione de' popo-
li del Montenegro, dellaBosnia,dellaMoI-
davia, della Valacchia e della Bulgaria,
che per vincoli di stirpe e di religione ap-
partengono alla Russia. Questi 4. artico-
li riportati dalla Civiltà cattolica, e da al-
cuni periodici, secondo gli atti poi pub-
blicati, non sembra certo che tutti for-
massero le domande del Menzikoff, come
il i.° e il 4-° nel modo qui esposti. Il ge-
neral Menzikoll avea a! seguito due gc-
TU R
pernii e due ammiragli, e lo slato mag-
giore di 5 vapori da guerra in porlo; e
giunto a Costantinopoli era vi slato accol-
to dalla legazione e da più di 6000 sud-
diti russi e correligiosi greci. Nell'udien-
za però avuta dal sultano a'i3 rimetten-
do le sue credenziali, solo avengli detto:
Il mio sovrano onde provare alla Maestà
Vos'ra ìa sua sincera amicizia, m'invia
a contrattare alleanza offensiva e difen-
siva colla Turchia. A ciò il sultano rispo-
se: Che era assai sensibile alle cortesie del
monarca russo, e che per la missione di
cui era incaricato il principe, spettava al
divano il disbrigo. Due giorni dopo reca-
tosi a far visita a Reschid pascià gran vi-
sir, contro l'uso diplomatico vi andò ve-
stito familiarmente in abito borghese,per-
chè avverso alla Russia. A. questa scorte-
sia successe la 2.a, ommettendo la visita
di ceremonia al ministro degli affari este-
ri Fuad effendi, che ne rimase perciò vi-
tuperato; anzi sapendo che il russo avea
tenuto tale contegno per essere il suo go-
verno corrucciato con lui qual reo di ma-
la fede, indispettito si ritirò dalla carica,
e gli successe Rjfaat pascià favorevole e
ligio alla Russia. Per quesl'incidentee per
esser pronta nel porlo di Sebastopoli la
flotta russa formidabilissima di 27 legni
da guerra , con quasi 2000 cannoni e
3o,ooo soldati, si recarono la flotta in-
glese di Malta nell'Arcipelago, e la fran-
cese di Tolone verso I' acque di Grecia;
indi ebbero ordine di unirsi e di muove-
re pe'Dardanelli in atto di osservazione.
Intanto per le ferme rimostranze del pa
triarca latino mg.r Val erga, e per l'au-
torevole intervento di Napoleone III im-
peratore de'francesi, ne'Luoghi Santi e-
rasi ottenuta qualche tregua all'antiche
vessazioni; rimessa a suo luogo la Stella
della Natività dal sultano, e consegnata
acattolici una nuova chiave della Grot-
ta, con quant'altro narrai di sopra, il pre-
lato essendo tornato a solennemente ce-
lebrare nella chiesa di Beltlemme.Le qua-
li concessioni ri uscite accettissime a'Iati-
T U R 407
ni, inasprirono tanto i greci,cheil patriar-
ca corse a Costantinopoli per querelarse-
ne col sultano. Questi restò sorpreso e in-
timidito dall'orgoglio di Menzikoff, e do-
po aver sacrificato il più accorto de'suoi
ministri, perchè mal veduto dalla Prussia,
chiese soccorso alla Francia e all'Inghil-
terra. Continuando Menzikoff le sue trat-
tazioni, domandò per i5 anni poter la
Russia sorvegliare i bastimenti che appro-
dano al porto ottomano di Butunès, nel
sospetto che fornissero armi a'eircassi coi
quali sosteneva guerra, al che si oppose
il ministro inglese. Indi esagerò l'avvili-
mento de'fajà greci e armeni, sia riguar-
do al culto religioso che non potevano li-
beramente esercitare, sia riguardo a'di-
ritti cittadini, ond' erano in gran parte
frodati. E che se la Francia e l' Inghil-
terra erano naturali proteltrici desulto-
ri di loro religione, perchè non essere dei
suoi laRussia?Ma il sultano adunati il pa-
triaca, i vescovi e i notabili greci, essi di-
chiararono godere libertà di culto; per cui
fece dire all'inviato russo, essere stato e-
saudito. Chiese Menzikoff nuovi privile-
gi pe'Luoghi Santi a favore de'greci,aver
il suo gabiuetto assicurato quello di Pa-
rigi, non trattarsi di ledere gli accordi del-
la Francia colla Turchia. Il sultano per
contentarlo emanò due firmarli, in con-
traddizione delle concessioni fatte a diLa
Vallette ministro francese, a'quali noti si
oppose l'inviato di Francia in Costantino-
poli. Coli. "ordinò il restauro della cupo-
la del s. Sepolcro a spese della Porta, ma
dover il patriarca greco presiedere alla
fabbrica, acciò nulla si muti nel disegno
prestabilito. Col 2.°si dice, che la chiave
della chiesa di Beltlemme fu bensì data a'
latini, ma per servirsene soltanto come ab
antico, senza diritto d'officiarvi o di pos-
sedere quel tempio in comune co'greci;
perciò non potervi alterar nulla. Dichia -
l*ò poi, che la Stella, ristabilita come so-
lenne ricordo che offre il sultano in segno
di benevolenza alla nazione cristiana, non
conferisce peculiardiritloa nessun culto;
4o8 TUR.
e che le nazioni cristiane cui è data facol-
tà di visitar la tomba della B. Vergine,
vi oflìcierannoogni giorno, prima i greci,
poi gli armeni, infine i latini. Cos'i il prin-
cipe Menzikoff riportò una specie di vit-
toria a danno de'lntini del concesso già a
Francia. Di più il sultano concedeva l'e-
iezione a Gerusalemme della chiesa, del
convento e dell'ospedale che Nicolò 1 vo-
leva fondarvi pe'russi, purché per altro
ahbia luogo in guisa da mantenere intat-
ti i suoi diritti d'amministrazione inter-
na e dopo inaline trattative tra'due go-
verni. Con venendo che tali fondazioni fos-
sero sotto la sorveglianza del console ge-
nerale di Russia nella Siria e in Palesti-
na. Non contento il principe russo di tut-
to questo, fece altre inchieste perento-
rie, cioè per garantire la conservazione
de* privilegi, franchigie e immunità di
cui godono i greci in virtù de' firmani
e delle lettere visiriali ad essi successi-
vamente accordati, dovesse la Porta fir-
mar colla Russia una convenzione o trat-
tato internazionale, che rendesse irrevo-
cabili tali concessioni e le mettesse al co-
perto dal capriccio o dalla cattiva vo-
lontà futura del governo turco. Insom-
ma bramare la Russia, che le preroga ti ve
che godeva da 80 anni, insieme al recen-
temente concessoda'fìrmani, fossero cor-
roborate d'un atto autentico a riparazione
del passato contradittorio e a guarentigia
dell'avvenire, onde non essere inferiore
alla Francia e all'Austria, colle quali la
Porta avea stipulato somiglianti trattati.
E perchè a' 1 o maggio gli fu risposto ne-
gativamente, temendo il divano che i rus-
si sotto specie di protezione religiosa non
acquistino diritto di metter mano negli
affari ottomani, MenzikolT sdegnato mon-
tò sopra la nave Bessarabia quasi pron-
ta alla partenza, e di là fece .sapere alla
Porta: pesasse le conseguenze di quel ri-
fiuto, e pel suo meglio rifacesse l'acerbo
dispaccio. A' 1 3 il sultano rinnovato il mi-
nistero, gli rimandòla risposta di prima.
Compose il gabinetto ottomano eoa Mu-
T U R
itafk gran visir, Meherued Ali perla guer-
ra, Retchid già gran visir pegli alluri e-
sterni (il che fu conferma di non volersi
cedere alle pretensioni russe, e sorprese
l'ambasciatore russo, per vedere un mi-
nistero tutto ostile alla Russia), Puifaat
presidente del consiglio di stalo, Mehe-
met Ruchi generalissimo dell' esercito,
Ahmet Fethi cognato del sultano mini-
stro della marina. Menzikolf partì il gior-
no dopo, annunziando che in Bujukdiéré
fino a'20 avrebbe atteso l'ultima deci-
sione della Porla. Il sultano fu più volte
inclinato a cedere, ma il suo gabinetto vi
si oppose risolutamente. Nell'ultima ri-
sposta fu detto: Non pensare il sultano
a restringere gli accordati privilegi a'eri-
stianijSpecialmente greci, anzi la loro con-
servazione sarebbe 1' oggetto di sua co-
stante sollecitudine. Ma però non poter
concludere trattato con alcuna potenza
estera, sopra una questione che dipende
esclusivamente dall'amministrazione in-
terna dell'impero. Ciò sarebbe un sagri-
ficare i suoi diritti di sovranità e la sua in-
dipendenza. Ciò sarebbe pure contrario
al diritto internazionale, e a quelli d'o-
gni stato libero e indipendente. 11 sulta-
no dichiarare formalmente in faccia del-
l'universo che manterrà in tutta la loro
estensione i privilegi, le franchigie e im-
munità, onde da si gran tempo godono
ne'suoi stati le chiese cristiane, e partico-
larmente la chiesa greca. Questa dichia-
razione dovere bastare, poiché non sareb-
be più un sovrano indipendente, se po-
tesse consentire a legarsi su tal questio-
ne con un trattato o con una convenzio-
ne qualunque con una potenza estera. In-
vano i consoli di varie potenze pregaro-
no Menzikotfa modificare alquanto lesue
domande; ei tenne fermo: o tutto o nien-
te; e partì a'22 per Odessa, con tutta la
legazione, dopo aver fatto abbassar l'in-
segne imperiali, e affidando la tutela dei
sudditi russi all'ambasceria d'Austria. Il
Giornale dìRomat\e\ 1 853 riporta: a p.
4g 1 la risposta della Porta ; a p. 563 la.
TUR
sua nota officiale sulla questione de'Luo-
ghi Santi «'rappresentanti d'Inghilterra,
Francia, Austria e Prussia ; a p. 57 i la
lettera del cancelliere russo conte di Nes-
selrode,a Reschid pascià; a p. 582 la cir-
colare del medesimo conte sull'avventi-
to, a' ministri e agenti diplomatici del-
l'imperatore di Russia, per giustifica reta
condotta del governo,e menò gran rumo-
re per tutta Europa. In questo tempo la
sultana Valide Ali me, dui figlio sultano
amatissima, mentre i suoi consigli erano
più che pi ima necessari, mori d'idropisia
di cuore. Secondo l'uso e per accertarsi
di non seppellirla con qualche fiato di vi-
ta, ne fu lavato il cadavere con acqua bol-
lente, indi cucito in grossa tela e poi ri-
coperto del velo della Kaaba che ogni an-
no si porta dalla Mecca. Il giorno dopo,
posto il feretro sopra un battello dorato
e circondato da' suoi paggi con turiboli
alla mano, venne tradotto dal serraglio
a! mausoleo dell'augusto suo sposo Mah-
mud li , intanto che gittavansi a piene
mani dalle finestre del palazzo monete
d'oro e d'argento. Nel partire Menzikoff
avea fatto saper al sultano, si guardasse
di fare concessioni di diritti meramente
spirituali, le quali infermassero in qual-
che modo gli altri antichi privilegi del-
la sedicente chiesa ortodossa russa. Il ga-
binetto turco s'avvide della malizia che
sotto vi si ascondeva e vi prese riparo. Ai
6 giugno Abdul Medjid emanò un fir-
mano di proprio pugno detto Cifra Im-
periale, diretto a ciascun patriarca del-
le comunità cristiane esistenti nella Tur-
chia,e persino al gran rabbino degli ebrei,
in cui s'intitola Sultano, Imperatore eCa-
liffo. In esso si dice, aver egli sempre ve-
gliato perchè tutte le classi de'suoi sud-
diti godessero d'una perfetta protezione,
tranquillità nell'esercizio del culto e nei
loro affari spirituali. « Pertanto voglio
che sieno sempre conservati in tutto i pri-
vilegi spirituali particolari delle chiese e
de'con venti che esistono ne'miei stati ioj-
Deviali) non clie delle terre, delle proprie-
TUR 409
tà immobili ed altre località religiose che
dipendono da queste chiese e conventi, le
immunità ed i diritti propria simili sta-
bilimenti di preghiere ed agli ecclesiasti-
ci, i privilegi e le concessioni simili scrit-
te e contenute neberat che racchiudo-
no le condizioni antiche de' patriarchi e
de'loro poteri, privilegi, immunità e con-
cessioni accordati agli ecclesiastici de'sud-
diti fedeli del mio impero che si trovano
nella nazione (qui il nome della comuni-
tà), de'miei illustri e magnanimi antena-
ti, e riconosciuti ed ammessi da me. Nel
confermare di nuovo e Dell' annunziare
la mia alta volontà imperiale, questo ira-
de decisivo e pieno di giustizia , è stato
emanato perchè ciascuno ad esso si con-
formi e perchè si sappia che coloro i qua-
li agiranno contrariamente saranno espo-
sti alla mia collera imperiale. Gl'impie-
gati rispettivi ne vennero informati per-
chè non vi abbia luogo a scuse nel caso
ch'essi commettessero qualche negligen-
za. L'esecuzione completa ed esatta es-
sendo il mio alto scopo sovrano, aflin di
confermarlo ed annunziarlo, il mio su-
periore firmano venne emanato dal mio
divano imperia le. E tu, che sei questo pa-
triarca, quando ne avrai preso cognizio-
ne, agirai e ti condurrai sempre secondo
il mio ordine superiore, e li asterrai dal-
l'agirecontrariamente.Se sopraggiunges-
se alcuna cosa contraria a questo decre-
to decisivo, ti solleciterai di partecipar-
ne immediatamente la nostra Sublime
Porta. Abbiatelo per inteso, prestando fe-
de alla mia cifra imperiale, scritto verso
la fine del mese di sciaban 1 296 (dell'E-
gira) in questa capitale di Costantinopo-
li". Questo decreto imperiale fu letto ai
capi delle 3 nazioni greca scismatica, ar-
mena eretica, ed armena cattolica in ca-
sa di Reschid pascià, a Balta Lituana nel
Bosforo, ov'erano stati invitati i patriar-
chi, ed a ciascun di loro ne fu data co-
pia per farne lettura a'rispettivi sudditi.
Nel di seguente Y ambasciatore inglese
fece visita a'due patriarchi greco e arme-
4«o tur
no non uniti, dichiarando loro che 1 n prò
le/ione russagli avrebbe tolta ogni liber-
iti nell'esercizio della propria giurisdizio-
ne, specialmente nell'elezione de'capi spi-
rituali. L'ambasciatore assicuro i due pa-
triarchi della sincerità e inviolabilità del-
le promesse del firmano. A' i4 g'ngl,(>
pubblicò il Journal de Constanti noplc,
parlando del 2.0 ultimatum russo della
nota del conte di Nesselrode.«»Del resto
tutto quello che domanda la Russia, ed
stili più , essere già stato accordato col
lirmano emanato il 6 corrente, e dover-
si sperare che S. M. l'imperatore di Rus-
sia ne abbia od essere rimasto soddisfat-
to. Il firmano apparire in particolare suf-
ficiente perchè il sultano assunse con es-
.<o, pubblicamente ed innanzi a tutte le
potenze del mondo , I' obbligazione di
mantenere intatti i privilegi e le immu-
niià accordati a' diverbi culti". La regi-
na di .Spagna Isabella II, con decreto dei
24 giugno, creò un consolato spagnno-
Joa Gerusnlemrae,incaricato specialmen-
te d' intendersi co' religiosi francescani
spagnuoli in Palestina, onde sostenere
attivamente gl'interessi della religione e
dello stato,e i diritti e le prerogative del -
la corona di Spagna ne' Luoghi Santi e
suo protettorato. Intanto la Russia mise
io movimento i suoi eserciti e le sue flot-
te, cosi la Turchia ove i mussulmani non
conoscono difficoltà allorché trattasi di
difendere la terra natale, ed ivi la divo-
zione verso il sultano crebbe infinitamen-
te. I) viceré d'Egitto, ed i bey di Tuni-
si e di Tripoli offrirono bastimenti ila
guerra, armate e somme di danaro. An-
che i più ricchi turchi offrirono al sulta-
no immense somme di denaro, perchè se
ne servisse alla difesa del minacciato im-
pero. Uno de'ministri esibì 4° milioni di
piastre turche, pari aio milioni di fran
chi, per assoldar milizie. Si disse che i mi-
nistri del culto offrirono 200 milioni di
piastreossin 45 milioni di franchi, abban-
donando il loro stipendio in favore dell'e-
sercito; ma veramente il gran muftì ze-
T D R
latore della guerra, facollizzò il sultano
di servirsi per essa de'beni sagri, e gli o-
lemi convennero nella detta splendida of-
ferta. Si disse pure che lo sceriffo della
Mecca offrì 3o,ooo cavalieri interamen-
te armati. Anche i cristiani eterodossi e
perfino molti de' cattolici inviarono of-
ferte di sostanze e di persone per soste-
ner la lotta contro la Russia. Inoltre gli
ebrei avendo inteso la vampa del fuoco
marziale, costituirono un corpo di solda-
ti israelitici, ei più doviziosi largheggia-
rono di pecunia per la causa mussulma-
na. Eziandio il clero cattolico della capi -
tale e altri luoghi esibì larghi soccorsi di
denaro per la guerra. Chi s'incaricò, du-
rante la guerra, di mantener uno, chi più
reggimenti; chi si assunse di formar le-
gioni di forestieri attirandoli a combatte-
re per l'integrità della Turchia con gra-
vissime spese. Allorché giunse a Costan-
tinopoli il contingente tunisino, fu invita-
to jl famoso emiro Abtl-el-Rader d' as-
sumerne il comando, ovvero di capitana-
re, se più gli piacesse, qualche altro cor-
po d'esercito. Rispose l'emiro, che volon-
tieri si sarebbe prestato per la comune
ili fesa , purché lo permettesse Francia.
Perciò furono tosto iniziate trattative col -
l'ambasciatore, ma convien dire che fos-
sero negative, poiché egli non figurò nel-
la guerra. L'antico eroe de'beduini a' 1 3
ottobre si recò con 600 giovani della sua
nuova patria Proso o Brussa alle falde
dell'Olimpo, ov'è il gran mausoleo d'Ot-
man I o Osmano fondatore dell'impero
islamitico. L'i tuano recitò un'arringa bel-
licosa, dopo la quale Abd-el Rader ap-
pese al mausoleo la sua scimitarra, e giu-
rò di non riprenderla che per tutela del -
la religione, siccome anelante la guerra.
Oltre i nuovi privilegi a 'cristiani, la Por-
ta fece pubblicare in tutte le moschee che
si avessero in istima di veri amici i fran-
cesi, e se ne rispettassero religiosamente
le persone e le sostanze. Nell'impero ot-
tomano la chiesa greca per Taddietro vi
godeva molli poteri civili e giudiziari; ora
TUR
la Porlo volle resti inger'i,largheggiando
nel concedere invece la massima libertà
del culto religioso; quindi si affievolì nel-
l'impero l'influenza della Russia, la qua-
le ne fu sdegnata. Nel siioultimatum die
8 giorni di tempo per sottoscrivere il trat-
tato sopra la guarentigia de'diritti e pri-
vilegi della chiesa greca: scorso il qual
ten'po le ostilità sarebbero cominciate
dall'occupazione delle provincie Danu-
biane diMoldavia e Valacchia. Ma la Por-
ta si ost'nò nel rifiuto. Voleva Nicolò I che
il sultano facesse con lui un trattato, con
cui promettesse di rispettare i diritti del-
la chiesa greca, come quelli diesi pone-
vano sotto la tutela del governo russo. E
chiaro che conseguenza di questo trat-
tato sarebbe stato l'essere la nozione
greca, cioè oltre a g milioni di sudditi
dell'impero ottomano, sotto la protezio-
ne degl' imperatori russi, che perciò a-
vrebbero esercitato nella Turchia un'im-
mensa influenza.il che non potendosi con-
ciliare né colla politica della Turchia, né
con quella delle corti dell'Europa, che
volevano sostenere l'integrità dell'impe-
ro ottomano, il sultano persistette nella
negativa alle pretensioni russe: i nobili
sentimenti sopra la dignità dello stato
prevalseronell'animode'turchi all'impe-
riose minacce della Russia d'invadere le
loro frontiere. Ma Francia e Inghilterra,
Austria e Prussia aveano assicurato il go-
verno ottomano del sincero e perfetto ac-
cordo di preservare i suoi diritti da ogni
assalto, l'indipendenza e integrità dello
sfato di Turchia. Il governo energica men-
te guidato dal gran visir Mustafà e dal
ministro dell'estero Pieschid , pose in o-
pera tutti i mezzi di difesa, ecol consiglio
de'ministri di dette 4 grandi potenze, do-
po aver concentrato la flotta al nord del
Bosforo, formò 3 corpi d'esercito di ter-
ra composti ciascuno di 5o,ooo uomini,
e per generalissimo Omer pascià (il rine-
gato slavo Michele Attas, nobile austria-
co di Croazia, già sotto-ispettore de'pon-
ti e strade di Carlstadt e Zara, che corri -
TUR 4.i
promesso per affare politico esulò in Tur-
chia, ove assunto l'odierno nome, dovè
», l'inizi di sua fortuna alla bellezza della
persona e ad un paio di guanti donati ad
Hussein pascià comandante di Viddino,
a seconda del riferito nel t. 2 1, p. 261
àeW Album di Roma), oltre il 4-° corpo
di 45>ooo uomini d' Erzerum capitale
dell'Armenia maggiore, sotto il comando
di Abdì pascià generalissimo dell'armata
d'Anatolia, destinato dalla Porta alla di-
fesa delle frontiere dell'Asia, temendone
l'invasione de' russi come nel 1828. Le
due squadre francese e inglese, composta
ciascuna di 20 legni, si tennero pronte a
qualunque cenno. I russi capitanati dal
general Danneberg passarono il Pruth ai
2 luglio 1 853, presso Skuleny e Leowna,
e nel dì seguente cominciarono a inva-
dere per la Moldavia i principati Danu-
biani, sotto il comando supremo del prin-
cipe Gortschakoff, il quale con proclama
dichiarò lo scopo dell'occupazione , e il
mantenimento dell'istituzioni e dell'am-
ministrazione provinciale come la trovò,
invitandogli abitanti a proseguire tran-
quillamente i loro affari e all'ubbidien-
za verso le autorità costituite. A secon-
da de' trattati, l'invasione de'principati
Danubiani la Turchia la qualificò usur-
pazione, e doversi respingere coli'armi, e
il partito di tale opinione vinse quello che
voleva procedere con maneggi diploma-
tici. Intanto la Porta, frenando l'impeto
guerresco de' mussulmani e fidente nel-
l'intervento diplomatico delle grandi po-
tenze, inviò alla Russia un manifesto o no-
ta , dichiarando il suo stupore per aver
udito l'occupazione de'principati. Espo-
ste le ragioni per le quali non poteva con-
sentire alle sue domande, terminò col di-
re. Questo procedere aggressivo della
Russia dovrebb' essere considerato come
una dichiarazione di guerra ... Ma la Por-
ta è lungi dal volere spingere i suoi di-
ritti all'estremo. E così per ora si conten-
ta di protestare contro l'aggressione. Os-
serva la Civiltà cattolica) 2.a serie, t. 3,
4.2 TUR
p. ^80: TI Prolettorato Russo^heW ma-
nifesto pubblicalo nel momento che le
truppe imperiali valicarono il Pruth, por
se in chiaro con franca alterezza l'inten-
zioni dell'autocrate nell'incertissima que-
stioned'oriente, sotto lo specioso zelo per
la sua fede che chiama ortodossa; in so-
stanza esprimere che U Russia arrogan-
dosi un protettorato ufficiale sopra a più
di cj milioni di greci scismatici sudditi del-
la Porta ottomana , verrebbe ad acqui-
stare un'influenza su lutto l'impero tur-
co, da averne per ora quasi tutti i van-
taggi, senza l'invidia e le gelosie che in-
contrerebbe nel farlo interamente suo.
Frattanto la condizione del protettorato
identificando a poco a poco gl'interessi,
assimilandole popolazioni eterogenee, a-
bituandola Porta ad una dipendenza co-
me d'infeudata, apparecchierebbe quel
congiungimento politico del Bosforo col-
la Neva, al quale gli czar, da Pietro I fi-
no al presente, stanno mirando con lon-
ganime e poco dissimulata perseveranza.
Fra' svariali commenti di cui fu argo-
mento il manifesto russo, per le sue con-
seguenze, vi fu quello pure sul preteso
protettorato' della grande questione dei
Luoghi Santi di Palestina, ed il quale po-
se in tanta luce i diritli de'latiui per que-
sto capo. La Civiltà cattolica poi consi-
derò filosoficamente nel manifesto russo,
lasciando ad altri giornali la questione
strettamente politica e d'interessi nazio-
nali, gli elementi d'una guerra di religio-
ne e di proselitismo scismatico! A'i4a-
gosto approdò a Costantinopoli la squa-
dra egiziana inviata da Abbas pascià vi-
ceré d'Egitto. La Servia si dichiarò neu-
trale, con piacere de'turchi, e di volere
respingere colle armi ogni invasione stra-
niera. Al cotninciamento dell'ostilità mol-
ti della Moldavia e della Valacchia, vo-
lendo conservarsi fedeli al sultano,ne par-
tirono: il simile fecero i dueospodari Ghi-
kada Jassye Stirbey da Bukarest. In una
confetenza diplomatica, a cui assistette-
ro i delegati delle 4 g'audi potenze occi-
TUR
dentali Austria e Prussia, Francia e In-
ghilterra, fu elaborata una proposta o no-
ta collettiva compilata a Vienna di cou-
ciliazioue da presentarsi a' due impera-
tori dissidenti. Come favorevole alla Rus-
sia,subitoNicolò l l'accellò,purchè la Por-
ta vi si acconciasse senza mutar sillaba.
Àbdul Medjid aderì alle pacifiche condi-
zioni, e v'indusse la maggiorità del diva-
no che le rigettava, ma con alcune mo-
dificazioni, senza alterarne la sostanza,
nondimeno significanti e quali si leggo-
no a p. 807 del Giornale di Roma. Di-
chiarò proteggere le chiese greche e le loro
immunità, e di far loro godere quelle che
di sua piena e spontanea volontà in av-
venire potesse accordare alle altre comu-
nità suddite ottomane; respingere qua-
lunque ingerenza diretta dello czar, e ciò
per non creare uno speciale controllo re-
ligioso della Russia in oriente. Rimise la
nota modificata eosìa'rappresentaoti del-
le 4 potenze, dicendo che l'avrebbe man-
data per un ambasciatore formalmente a
Pietroburgo appena la Russia se ne fosse
dichiarata soddisfatta, bea inteso che do-
vessero i russi evacuare i principati nel
punto che il suo ambasciatore partisse da
Costantinopoli. Ma mentre la Russia esi-
geva intera accettazione della proposta
nota viennese, intanloaumenlava immen-
si armamenti; e mentre la Turchia per-
suasa di non poterla finire all'amichevo-
le , sebbene esausto l'erario, proseguiva
strepitosi preparativi militari e faceva gli
ultimi conati per sorreggere in piedi il
suo trono pericolante, il sultano pubbli-
cò un manifesto alla nazione, atliggevalo
all' uso europeo in tutti gli angoli della
capitale, cosa mai più veduta in Costan-
tinopoli, e ne mandò copia a'governato-
ri di tutto l'impero. In quello informò il
popolo del finora operato riguardo alle
pretensioni della Russia; die conto delle
forze straordinarie dovute armare per
necessità a tutela dell'autonomia ottoma-
na, per conservare la libertà da ogni do-
liamo straniero; si lagnò delle domande
T U R
russe, chiamò violenza e atto misleale il
passaggio del Pruth; esortò caldamente
ogni mussulmano a guardare quasi fra*
telili cristiani dello stato, perchè questi
non solo si mostrano contenti de'fìrma-
ni, ma si offrono anch'essi alla difesa del
minacciato paese. Invitò adunque lutti,
di qualunque culto, all'imperiai vessillo,
unico simbolo di comune interesse. Que-
sto editto, firmato da Abdnl Mecljid e da
62 membri del divano, fu come un tiz-
zone gittato tra materie assai combusti-
bili, e levò tal fiamma di patrio entusia-
smo che non è dato descrivere con po-
che paiole, essendo già i turchi animatis-
simi sino al furore per la guerra. Nicolò
I rifiutò d'accettare la nota colle modifi-
cazioni fatte dalla Porta, ed inutilmen-
te tentarono i rappresentanti delle poten-
ze di persuadere il divano a riceverla sen-
za mutazioni , partecipandogli le ultime
minacce d'un dispaccio diNesselrode. Se
non che quanto era facile di muovere il
sultano già proclive alla pace, eziandio a
costo di qualche grave sagrifìzio, altret-
tanto riusciva impossibile di far rinsavi-
re un esercito di forse 3oo, 000 soldati e
un popolo di molti milioni richiedenti la
guerra con bollente fanatismo. L'immen-
sa maggioranza voleva che si corresse la
sorte dell'armi, e sì risolutamente che il
sultano ne temeva malgrado la sua auto-
crazia proverbiale, ed ormai non fu più.
capace di comandare liberamente, anche
costernato dall'ultime vicende e per la sua
malferma salute. Del che accortisi i fau-
tori della guerra, e in ispecie gli ulemi in-
terpreti della legge, più. volte infesti e ar-
roganti col trono, crebbero in baldanza
senza misura, eccitarono i deboli e gl'ir-
resoluti con parole e con iscritti incendia-
ri attaccati per le mura, ei8 di essi giun-
sero pei fino, coll'antica impudenza, a in-
vitare il sultano a cedere la sovranità ad
altri più degni (il fratello Abdul Aziz di-
cesi bellicoso, e il principe imperiale Me-
hemet Amurataveai3 anni), se fosse sta-
to debole ad annuire alle richieste del
TUR 4.3
russo; alti imente imbrandisse la sciabola
e li guidasse alla battaglia. Però il gran
muffi colla sua moderazione disapprovò
le disorbitanze degli ulemi, e rimprove-
rati gli audaci che si presentarono a ram-
pognale i! sultano, mostrandosene pen-
titi furono perdonati. In questo stato di
cose, e perchè secondo i discorsi trattati la
barriera de'Dardanelli era rotta alle po-
tenze estere, ad onta che la Russia avesse
dichiarato casus belli l'ammettervi i lo-
ro vascelli, gli ambasciatori francese e in-
glese,LaCoureStraffordCanningdeRed-
cl inchiesero e ottennero un firmano per
introdurre nel mare di Marinara alcune
navi da guerra di loro flotte; sia per di-
fendere il sultano da'nemici interni ed e-
sterni, sia perchè avesse la libertà del co-
mando e cessasse dalle sue angoscie, sia
per tutelare i diritti de'connazionali mi-
nacciati nelle sostanze e nelle persone, se
scoppiava una rivoluzione ch'erasi a te-
mere. Passate le navi i Dardanelli, fece-
ro vela per Costantinopoli e ivi si anco-
rarono , e fu saggio provvedimento. La
polizia turca mostrò un'insolita energia,
ei turbolenti che tramavano un ammu-
tinamento, ne furono abbastanza infrena-
ti : in una parola voleasi e chiedeasi mi-
nacciosamente la guerra contro il comu-
ne nemico, ed in questa sentenza conven-
nero i due parlili delle autorità turche,
che prima erano divisi d'opinione, oude
il sultano non più potè impedirla.
A'23 settembre i853 i ministri reca-
ronsi d'Abdul Medjid per annunciargli so-
lennemente, aver Nicolò I respinte le mo-
dificazioni della Porta alla nota viennese:
il sultano contrario alle ostilità, manifestò
il doloieche gli recava la prospettiva del-
la guerra. Allora si avanzò Io sceìk-ul-
islam o gran muffi, capo della religione
maomettana e luogotenente del sultano,
e additando il Corano dichiarò, a nome
eziandio de' compagni ulema, che rica-
drebbe sopra il suo e loro capo il sangue
versato in una guerra intrapresa per la
giustizia, per l'onore e l'integrità dell'ini-
4 ij TUR
jiero ottomano e per la fede dell' Islam
inesca a repentaglio, eolie Sua Maestà pò
lea considerarsi sicura da ogni responsa-
bilità. Allora il sultano interrogò Reschid
pascià ministro degli aliali esteri, se gli
bastava l'animo di sollosCi ivere la nota
qual eia venula da Vienna; al clic a ven-
do rispostole ed i colleglli essere concor-
di in preferirà di lasciarsi piuttosto tron-
car la mano destra, anzi il capo, che ap-
porti il loro nome; soggiunse il sultano,
approvare la risoluzione del suo gabinet-
to, onde si convocasse il gran consiglio
nazionale per intenderne il parere. Qne
sto fu adunalo a'25 e v'intervennero lut-
ti i ministri, gran numero di visiri, di u
lenii, di capi militari e altissimi magistrali
della nazione. Vi si discussero 3 punti : i.°
Se si dovea accettar la nota viennese sen-
za commenti. 2.° Se chiedere, accettando-
la, alle potenze una qualche. mallevarla
contro gli abusi che uè potrebbe far l'au-
tocrate. 3.° Se la nota viennese fosse da ri-
pudiare, come contraria alla dignità del
Irono. Fu risposto: ali. "quesito con vo
ce unanime negativamente; al i.° per le
osservazioni d'un ulema che i sovrani non
sono mallevadori sicuri perchè intangibi-
li, fu respinto il quesito; al 3." 'egualmen-
te si rispose con negativa. Quindi di co-
mune accordo, ad eccezione di 3 votanti,
fu deciso si chiedesse al sultano la dichia-
razione di guerra. Il consiglio venne con-
vocalo per due giorni consecutivi, e la se-
duta in ciascuno non durò meno di 6 ore.
Reschid pascià riportò vanto sopra gli al-
tri d'eloqueulissimo dicitore e n'ebbe po-
scia infinite congratulazioni, specialmen-
te per lo spirito marziale onde si mostrò
ardente e dal quale era prima reputato a-
heno. Decisa la guerra alla Russia, quan-
te volte le sue truppe non si ritirassero
al di là del Prulh, il gran muftì colla sa-
gra e irrevocabile fefta legalizzò la deli-
berazione dell'assemblea, e l' irati ossia
manifesto di guerra. La decisioue si spar-
se come l'elettrica favilla tra il popolo
the l'accolse con frenetico entusiasmo, co-
I U R
me già briaco di furor bellicoso per mol
ti e recentissimi manifesti, in unode'qua-
li enumerate le perdite della Giorgia, del-
la Grecia, dell'Algeria, della Bevsarabia
e d' altre provincie , si diceva l' impero
struggersi quasi neve al sole. Recato al
Sultano il voto del consiglio, l'approvòcon
Haiti -clienti da lui sottoscritto a'4 otto-
bre, ordinandone due copie, una per in-
viai si al generale GorlscliakolF, l'altra pel
popolo turco, il quale lo vide pubblicalo
e affisso a tutte le moschee a'5 ottobre.
S'intimò a tal principe l'8 ottobre da O-
mer pascià, con dispaccio riportato dal
Giornale di Buina a p. 963, di sgom-
brare entro i5 giorni dopo ricevutone
l'avviso, dalle provincie Danubiane; l'ul-
terior permanenza aversi in conto d'usur-
pazione, quindi cominciarsi tosto le osti-
lità. 11 manifesto fu partecipalo a tutto il
corpo diplomatico. Dal giorno 25 settem-
bre sul comignolo del già maggior tem-
pio di s. Sofia , ora principale moschea,
cominciò a sventolare lo stendardo rosso
di Maometto, detto Cagiarac e santo ves-
sillo, per chiamate i mussulmani alla
guerra. Siccome altre volle con tale ban-
diera si convocava il popolo a distrugge-
re indistintamente i giaur o infedeli, cioè
i cristiani di qualunque rito o setta , in
tulle le moschee fu dichiarato da'muez-
zim e dagli ulemi, che per infedeli non
si dovea intendere in questa circostanza
che i soli russi. 11 governo turco ordinò
una nuova leva di 1 5o,ooo uomini, e per
la gran lolla alacremente dispose prepa-
rativi formidabili d' artiglierie e d'ogni
specie di munizioni. 1 rappresentanti del-
le grandi potenze fecero di versi inutili leu-
lutivi per calmare alquanto l'esaspera-
zione degli animi. Accolli amorevolmen-
te dal sultano, questi ringraziò i loro so-
vrani della parte presa a suo favore, e af-
finchè ogni litigio si componesse con o-
nore della Turchia, e soggiuuse loro:» S'è
destino che questa città muti signore, noi
l'abbandoneremo coli' armi alla mano,
perchè dessa è sede della uoslra religio-
T U R
ne, tomba de'nostri antenati; pel culto e
per la patria o vinceremo o morremo co-
me si addice a valorosi soldati". Quasi a
crescere il malumore del russo, ne'giorui
appunto in cui decretava*» la guerra, av-
venne la morte di Germano patriarca
greco scismatico di Costantinopoli. Costui
ebbe gran parte ne'narrati scompigli; e
poiché avea lottalo contro l'esigenze rus-
se, corsero malfondate voci d'avvelena-
mento. Temendosi che l'autocrate disco-
noscesse la nomina del successore Auti-
uo, votala dal sinodo bizantino con tut-
ta fretta e senza il consenso dello czar, il
sultano non indugiò ad approvarla, poi-
ché il permettere in quell' elezione una
qualche ingerenza dell'autocrate sarebbe
stato lo stesso che concedergli quello stes-
so diritto, per negargli il quale erasi ve-
nuti alla dichiarazione di guerra. Quan-
to ad Antimo qui dirò, che avendo il Pa-
pa Pio IX con lettera che ricordai nel voi.
LUI, p.ig4 e altrove, invitatogli orien-
tali scismatici alla riunione culla Chiesa
cattolica , e quelli che vi appartenevano
all'osservanza delle loro liturgie, l'Anti-
mo osò contrapporre una irriverente en-
ciclica, nella quale ribadiva lo scisma, e
imitando la folle temerità di Dioseoro
prelese scomunicare lo stesso sommoPon
lefice con tutta la Chiesa latina. Quindi
il Papa Pio IX con l'allocuzione In Apo-
slolìcae Scdis. pronunziata nel coueislo
io de* 19 dicembre 1 853, e riportata nel
n.°296 del Giornale di Roma, colla qua-
le aununziò d'aver effettuato lo stabilito
da GregorioXVI perla nazione de'valae-
chi, di rito greco cattolico, che abitano
la Transilvanici-, mediante la nuova prò-
\ incia ecclesiastica di Fogaras,che descris-
si nel ricordalo articolo, celebrandole pa-
terne e incessanti cure de' predecessori
per la Chiesa orientale, soggiunse.» E uoi
emulando questi esempi illustri di pater-
na sollecitudine, fin dall'anno 2.°del no-
stro pontificato (cioè dopo l'invio dell'am-
basciatore pontifìcio a Costantinopoli)
mandammo lettere apostoliche a tintigli
TUR 4i5
orientali, colle quali cou impegno e amo-
revolezza gli esortammo a ritornare nella
comunione di questa s. Sede, ed a strin-
gersi ad essa fermamente: e la necessità
di tale unione dimostrammo con molti e
gravissimi argomenti, i quali sono per la
verità incontraslabili, checche in contra-
rio abbiano osato dire io un loro scritto
(di Antimo) diversi vescovi scismatici, iu-
tenti a vomitare contro la Sede aposto-
lica V antico loro veleno. Questo scritto
faremo in modo che sia confutato, per ri-
battere gli errori e curare la pertinacia
degli scismatici: intanto non tralasceremo
di pregare e scongiurare il Padre celeste
de'ìumi per la salute loro, non rispar-
miando per nulla quella cristiana cari-
tà, ch'è paziente e benigna: dallo spirilo
della quale al pari eccitati i nostri prede-
cessori non solo non disapprovarono i sa-
gri riti che usa la Chiesa orientale, e che
videro non opporsi affatto alla iede orto-
dossa; ma giudicarono di più doversi os-
servare e mantenere, come raccomanda-
ti da un'antica origine, e in non piccola
parte stabili ti da'Padri: che anzi con prò v-
videntissime costituzioni ordinarono che
a nessuno fosse lecito abbandonare i riti
orientali , senza averne avuta la facoltà
dal sommo Pontefice. Sapevano che la
sposa immacolata di Cristo si contraddi-
stingue per quella meravigliosa varietà,
che non lede la unità, che la Chiesa di
Cristo cioè ciiconscrilta da nessun con-
fine di paese, abbraccia tutti i popoli, tut-
te le nazioni e le genti, che concordano
nell'unità della fede, quantunque diver-
se per costumi, per lingua, e pe'rili ap-
provati dalla Chiesa Romana, madre e
maestra di tutte". La volontà di Pio I X.
fu eseguita col dotto libro: Confutazio-
ne d /intimo patriarca scismatico Co-
stanti 'no poli 7<7./?o, Roma i854, tipogra-
fìa della Civiltà cattolica. Questa ne die
egregiamente contezza nella 2.a serie, t.
6, p. 4^2. Avendo Antimo nella sua ir-
riverente enciclica preteso far due cose:
l'ima di scagliare una sentenza d'anale-
4i6 TUR
ma contro il Vicario di Cristo e la Chie-
sa latina; l'altra di ribattere ciò che Pio
IXavea detto nella sua lettera agli orien-
tali per indurli a ritornar nel seno della
\era Chiesa di Cristo. Ora l'autore del-
la confutazione stabilisce di dimostrare
che Antimo, come facilmente interviene
a chi difende una mala causa, è riuscito
colla sua enciclica ad un termine tutto op-
posto a quello verso cui voleva cammi-
nare; imperocché egli ha invece fulmina-
to l'anatema contro se stesso e il suo sci-
sma, ed in cambio di atterrare ha confer-
mato anzi tullociò che il Pontefice Pio
IX diceva nella sua lettera. In tal modo
l'enciclica d' Antimo viene a confutarsi
per se medesima. E perchè il laico Gior-
gio Marcorau , ardito greco separato di
Corfù, poco versato nelle scienze sagre,
con infelice successo volle dettare viru-
lenti osservazioni con Fopuscolelto: So-
pra alcuni passi deW Allocuzione di Pio
IX, ec. Osservazioni di G* Marcoran,
Corfù 1 854 1 C0S1 la Civiltà cattolica le
confutò sapientemente, in uno alle sue
calunnie madornali, consigliandolo a più
maturità di giudizio e di buona fede, per
nou iscrivere così all'avventala cose lau-
to contrarie non pure all'ortodossia dei
dogmi, ma all'evidenza stessa de'falti. Il
patriarca Antimo nella riprovata encicli-
ca conferma senza volerlo che i principii
protestanti sono ora l'unica regola della
chiesa greca scismatica. 1 n fatti egli riget-
ta ogni autorità vivente della Chiesa e si
rimette alla sola Bibbia e a'Canoui anti-
chi interpretati dal privato senso de'fe*
deli per definire le controversie in mate-
ria di fede. Questo è il principio prote-
slantico nella sua schietta semplicità. Al-
tri indizi di protestantesimo nel patriar-
ca scismatico si ponno vedere nell' enco-
miata Confutazione. Arrivato uel campo
russo il messaggio turco apportatore del
riferito dilemma, o sgombero odostililà,
il general Gortschakofflo accolse ini per-
turbato, nel quartiere generale di Buka-
rest, e come chi da parecchi mesi lattea-
TUR
deva, rispondendo a' i o col rifiuto; laon*
de procedendo i russi, secondo l'uso, al-
la benedizione delle bandiere e dell'eser-
cito, partirono i singoli al posto loro de-
stinalo, pronti alla difesa e fermi di non
attaccar il nemico, ad orila che nelle mi-
lizie russe faceva strage il cholera e le feb-
bri tifoidee. Dalla risposta russa, tenuta
per certa la guerra, si festeggiò nel cam-
po turco e quartiere generale di Chouin -
la o Sciumla con indicibile allegrezza. O-
mer pascià, convocate le milizie, fece giu-
rare sulle bandiere obbedienza e fedeltà
all'imperatore Abdul Mecljid, cosa inso-
lita nell'esercito mussulmano^ e fece cor-
rere pel campo un'arringa militare che
destò in lutti accrescimento d'ardore per
impugnar l'armi. Gli ambasciatori fran-
cese e inglese chiesero e ottennero dal
sultano a' i o ottobre, di far entrare le lo-
ro flotte comandate da Hamelin e Duu-
das, nel mar di Mannara a difesa della
Turchia, con moltissimo piacere de'tur-
chi. Questi fecero il i.°movimeuto in a-
\anti, prendendo a' i 7 ottobre l'isola po-
sta fra Viddiuoe Kalafat. A'23 due bat-
tellia vapore e 8 scialuppe cannonieredei
russi sforzarono il passo del Danubio, re-
sistendo al vivissimo fuoco della fortezza
turca d'isaktcha o Jassaktchi sulla riva
destra del fiume fra Reni e Ismail; il trat-
tato d'Adrianopoli vietava a'russi di mon-
tare il Danubio con navi guerresche ol-
tre la foce del Pruth. A'27 i turchi en-
trali nella piccola Valacchia presero Ka-
lafat. Questi furono gì' inizi delle ostilità
per cominciare la disastrosa e memoran-
da guerra , della quale nell' angustie di
queste pagine appena con fugaci cenni mi
limiterò a ricordarne le fasi e le azioni più
principali notissime, come di volo ram-
menterò alcuna delle continue conferen-
ze diplomatiche per conservare la paceal
inondo con estinguere il vasto acceso in-
cendio, e il prudente contegno dell'Austria
poderosamente armata, la quale seppe
conservare libertà d'azione a grande e pa-
cifico impero necessaria. Mentre da non
TUR
pochi si credeva la Turchia in sul finir di
sua carriera, essa invece die lì no da tali
principi] mauifesti segni di energica e va-
lorosa vitalità, incoraggiata dalla simpa-
tia delle due potenze d'occidente, le più
potenti in mare. Sebbene il guanto fosse
gitlato e venisse raccolto, non per que-
sto cessarono i 4 ambasciatori residenti a
Costantinopoli) d' adoprarsi per la pace,
ma inutilmente. Ili.°di novembre Nico-
lò I pubblicò un terrìbile manifesto di
guerra, nel quale chiama bugiarde accu-
se verso la Russia, quelle contenute nel-
la sfida di guerra dell' ostinato governo
ottomano, rimproverandolo d'aver assol-
dato nelle sue file i ribelli d'ogni paese,
e d'aver pel r ."cominciate l'ostilità sulDa-
nubiò» Combattere per costringere la Por-
ta ad osservare i trattati, a far ammen-
da dell'ingiurie colle quali rispose alle sue
moderate inchieste, e alla sua legittima
sollecitudine per la tutela della fede or^-
todossa in oriente; invocando Dio alla be-
nedizione di sue armi, impugnate per cau-
sa santa e giusta. Indi e secondo l'usanza
fece leggere la dichiarazione di guerra in
tutte le chiese dell'impero. I rappresen-
tanti di Francia , Inghilterra, Austria e
Prussia a'9 dicembre firmarono in Vien-
na un protocollo, nel doppio scopo di
pacificar fra loro la Russia e la Porla ad
onorevoli condizioni, e serbare intero il
territorio dell'ultima, la cui indipenden-
za, ne'limili conclusi ne'trattati, è coudi-
zione essenziale dell'equilibrio d'Europa;
avendo Nicolò I protestato non aspirare
ad ingrandimento a danno dell'autono-
mia turca. La corrispondente nota per le
negoziazioni da intavolarsi, diretta dal-
l'ambasciatore inglese alla Porta, si legge
a p. 29 del Giornale di Roma del 1 854«
E siccome nell'esordire la lotta d'oriente,
si ridestarono le società segrete, ad estin-
guerne le prime fa ville, perchè non erom-
pano in incendio inestinguibile, le poten-
ze presero unite opportune misure. Però
intanto in oriente accadevano inopinati
avvenimenti, capaci di mutar affatto io
VOL. LXXXI.
TUR 4i7
stato delle cose. Imperocché recandosi
una divisione navaledella flotta turca, ca-
pitanata da' vice-ammiragli Osinan pascià
e Hussein pascià, con soldatesche e dena-
ri in soccorso dell'esercito di Battimi, si
ricoverò temporaneamente nella rada di
Si/iojjc, senza usar precauzioni, special-
mente a lasciar libero il trarre alla bat-
teria di terra. Comparve due giorni do-
po la squadra russa comandata dal vice-
ammiraglio Nakhimoffe le intimò la re-
sa a'3o novembre 1 853. La lotta fu mi-
cidiale e spaventosissima, avendo i russi
distrutta la divisione turca, con que'par-
ticolari che narrai al ricordato articolo.
Osman cadde prigione, Hussein perì nel-
l'onde, Aly bey volle saltar in aria col suo
vascello, non volendo sopravvivere a tan-
ta sventura. Non è a dire la costernazio-
ne di Costantinopoli per sì desolante ca-
tastrofe; il sultano pianse, i cittadini ne
fecero disperate lagnanze, e gli ulemi mi-
nacciarono di vendetta i cristiani, perchè
le due flotte francese e inglese stavano
ancorate nel Bosforo senza recare soccor-
so. Dipoi Nakhimoff morì di ferite pe'com-
battimenti di Sebastopoli. Nel cominciar
l'anno 1 854 Inciviltà Cattolica compen-
diò l'esito de'primi 3 mesi ottenuto d'am-
bo i guerreggianti. Principiò la Turchia
con prospero evento, sì in Europa e sì in
Asia; indietreggiò poi trovandosi nell'an-
terior condizione, solo occupante una por-
zioncella della piccola Valacchia , e col-
l'immenso disastro per la perdita di buo-
na parte del suo naviglio. Rotto il quale,
restò il russo di fatto dominatore dell' Eu-
sino, e sotto quest'aspetto non solo la Tur-
chia, ma tutte le potenze straniere che a-
veano interesse a difendere il mar Nero
sentirono i colpi dellostrepitoso bombar-
damento di Sinope. Il perchè venne or-
dinato alle navi anglo-francesi, composte
di circa 60 legni, di recarsi in guardia dei
porti turchi , ed a' 3 gennaio entrarono
nelPEusino, grave passo equivalente a di-
chiarazione di guerra. Sgomentato il sul-
tano, sembrò inclinare pienamente alla
27
(,8 TUR
rigettata pmposta delle 4 potenze, r fi-
nire una lolla suo malgrado cominciata.
Ma appena riusi conobbe, i softas univer-
sitari o giovani studenti nelle moschee,
andarono sulle furie e fu giorno di spa-
vento per la pubblica quiete: vinti dalla
forza, un 4oo de'rivoltosi furono esiliati
a Candia e Creta. Cos'i la questione d'o-
riente gigaiileggiò fuor di misura, e si rin-
novò il gran problema: l'Asia sarà ella in-
glese o russa? Sempre cercando i russi di
accostarsi »\Y fndie orienta li (/ .), gl'in-
glesi sono lutti intenti a tenerveli lontani
per conservarsi queir immenso impero :
ciascuno incessantemente procura gua-
dagnarsi il favore della Persia, che in que-
sta guerra tenne condotta ambigua e ar-
mata. Non lungi da Calafat, nella piccola
Valacchia, avvennero nelle vicinanze del
villaggio di Cselate, perciò divenuto fa-
moso, parecchi scontri terribili tra russi e
turchi, con grave perdita d'ambedue le
parti, continuando la lotta più che mai
accanila. E ciò ad onta de'rigori dell'in-
verno,tra burrasche di mare e nevi, ghiac-
ci e pantani di terra: Calafat divenne la
Troia della presente contesa, i combattenti
ciascuno magnificando la propria vitto-
ria. Pare che il guasto più terribile sia toc-
cato a'russi. sebbene i turchi ne rimase-
ro assai danneggiati. Ne' primi mesi della
guerra i cristiani della Turchia furono la-
sciati respirare, e sembrò spegnersi a po-
co a poco gli antichi odii della superstizio-
ne mussulmana conti odi essi; ma dipoi i
cristiani tornarono a patir angustie nelle
Provincie e nella slessa capitale. A Da-
masco insorsero furibondi a loro danno
anche gli ebrei, gridando sterminio agl'in-
fedeli. Se il governo avesse patito un ro-
vescio, da divenir impotente a reprimere
sì rabbiose vessazioni, era a temersi una
sanguinosa rivolta di turchi contro i cri-
stiani. Frattanto con sorpresa e malumo-
re de' costantinopolitani , ignorandone il
ragionevole motivo, le flotte rientrarono
nella baia di Beicos, tra la generale inde-
gnazione per le deluse speranze , e poco
TUR
mancò che non si facesse tumulto. L'in-
gresso delle flotte nelP Eusino f avendo
mosso Nicolò 1 a domandai e con note di-
plomata he spiegazioni alle alleate Fran-
cia ed Inghilterra, ne fu conseguenza la
celebre e grave lettera che gli scrisse INa-
poleone III a'29 gennaio, riprodotta a p.
173 del Giornale di Roma. Ricapitola-
ta la storia de'fattiche inasprirono la que-
stione e cominciarono la guerra, l'itupe-
ratore de' francesi dichiarò sembrargli giu-
sta la causa della Turchia , che avendo
domandato il suo aiuto, con l'Inghilter-
ra fece gettar l'ancora alle flotte nel Bo-
sforo, atteggiandoti a protettori passivi, e
consiglieri di moderazione e di pace. A.
malgrado della vicinanza di tale naviglio
delle due prime potenze marittime, noi»
potendo esse tollerare che la Turchia fos-
se guerreggiata per mare, il doloroso av-
venimento della battaglia di Sinope scon-
fisse il loro onore militare, e rimbombò
nel cuore di quanti francesi e inglesi sen-
tono la dignità nazionale; perciò furono
spedite le flotte nell'Eusino ad impedire
somigliante disastro, e tutto per facilitare
la pace. Ormai i fatti dover condurre o
ad accordo definitivo o a decisa rottura;
se desiderare la pace, com'egli la brama-
va, segnasse tosto un armistizio e abban-
donasse i principati Danubiani, come le
flotte alleate il mar Nero, onde negozia»
re un concordato colla Turchia, da sotto-
porsi al consiglio delle 4 potenze, per ri-
stabilirla pace e soddisfare il mondo, sen-
za che nulla potesse ledere il suo onore.
»Che se poi, per qualche motivo diffici-
le a comprendere, Ella vi si opponesse,
la Francia e l'Inghilterra sarebbero co-
strette ad abbandonare alla sorte dell'ar-
mi e alle vicende della guerra un litigio
che or potrebbesi decidere dalla ragione
e dalla giustizia". Fatalmente il senno di
Nicolò I disdegnò le lodevoli condizioni
offertegli da Napoleone III. Gli ambascia-
tori russi abbandonarono Parigi e Lon-
dra, l'inglese e il francese Pietroburgo. La
Svezia e la Danimarca adottarono la più
TUR
stretta neutralità annata. Tn Costantino-
poli l'avvenimento più importante fu la
remo/ione del seraschiere e capitano ge-
neralissimo di tutte le milizie ottomane,
Mehcmet Ali, egoista che pretendeva do-
verla Turchia unicamente confidare sul-
le sue forze, disgustando gli alleati e re-
spingendo i cousigli pacifici delle potenze,
riuscendo di grave ostacolo alle delibera-
zioni del divano: gli fu sostituito Riza pa-
sci;» popolare e all'esercito carissimo. In
cjueslo tempo il Papa Pio lXemanò l'en-
ciclica Iirt&r grtìvissimàst4\ttl\à all'epi-
scopato e a' fedeli dell' Armenia cattoli-
ca della provincia di Costantinopoli, on-
de por termine a parecchie controversie
levatesi tra'cattolici. Se ne legge un sun-
to nella Civiltà Cattolica, 2.a serie,». 5,
p. 687. La risposta di Nicolò I, de'9 feb-
braio e riportala dal n.°58 del Giorna-
le di Roma, non lasciando più veruna pro-
babilità di pacifico aggiustamento, non
più efficaci le pratiche della diplomazia,
e dovendo la spada recidere l'indissolu-
bile nodo della questione d'oriente, Na-
poleone III nella sessione legislativa dei
1 marzo, ragionando sulla stessa questio-
ne d'oriente, dichiarò che dopo gli sfor-
zi fatti pel mantenimento della pace e per
evitare una lotta, si trovava costretta la
Francia a trai* fuori la spada per resiste-
re a straniere usurpazioni; però non aver
voglia d'iugrandimeuto, essendoli tempo
delle conquiste passato. « Non ci si venga
dunque più a dire: che cosa andate voi a
Fare a Costantinopoli? Vi andiamo insie-
me coll'Inghilterra che difenile la causa
del sultano, e per proteggere nello stes-
so tempo i diritti de'ci istiani: vi andiamo
per difender la libertà de' mari e la no-
stra giusta influenza nel Mediterraneo ;
vi andiamo colla Germania per aiutarla
è conservare il grado da cui sembra si vo-
glia farla discendere, e .per assicurare le
sue frontiere contro la preponderanza di
un vicino troppo potente. Andiamo fi-
nalmente con tutti quelli che vogliono il
trionfo del buon diritto, della giustizia e
TUR 419
della civiltà ". Indi l'ardor di guerra non
si appigliò così veemente in Francia come
in Inghilterra, sebbene ogni cosa alacre-
mente anch'ivi si apprestò per accorrere
in aiuto del mussulmano. A capo supre-
mo del suo esercito l'Inghilterra nominò
lord Raglan feld-inaresciallo. L'Austria
inviando a 'confini valacchi un considera-
bile corpo di milizie, a tutela del suo im-
pero, avea prima assicurato il sultano,
dichiarando che se 1* intervento armato
divenisse necessarioal mantenimento del-
l' odierno territorio strettamente legale
dell' impero ottomano, essa nou ricuse-
rebbe di pigliarvi parte. La Russia si pre-
parò sempre più alla tinta e formidabile
tenzone, producendo tutti i giganteschi
mezzi più opportuni di cui può abbon-
dantemente disporre, per possibilmente
uscirne vittoriosa. Non solo al materiale,
ma si ebbe cura anche al morale, il quale
spesse volte è più elKcace, sia colle pre-
ghiere ordinate ne'principati Danubiani,
sia con pastorali allocuzioni dell' episco-
pato, all'esercito, nelle quali si diceva, ri-
cordarsi di combattere pel piissimo dei
czar, per la cara patria, per la cristiani-
tà, contro gli oppressori di popoli che
hanno comune con noi la stirpe e la reli-
gione, contro i profanatori de* Luoghi
Santi* Nuovo periodo dell'infaustissima
lotta fu l'insurrezione della Grecia turca,
cioè degli albanesi, epiroti, macedoni e
altri, de'quali corsero molti dal regno di
Grecia, forse colla mira di ristabilir l'an-
tico impero bizantino, cacciandone il tur-
co, benché non si mancò d'attribuirla al-
l'oro e alle promesse russe. Mentre buo-
na parte d'Europa si preparava alia guer-
ra e fervevano al lavoro le più famose fu-
cine e i precipui arsenali elei mondo, in
Costantinopoli era vi quiete e si pensava a
pubbliche letizie. Il sultano fece celebra re
il matrimonio della sua primogenita Fa-
timè sultana con Ali Ghalib pascià, 3.°d^i
figli di Reschid pascià, e promise e fidan-
zò tre altre sue minori figlie, cioè la sul-
tana Refigè a Eth.em pascià figlio di Me-
4^o TUR
hrmet Ali suo cognato e già ministro del*
Ja guerra, la sultana Djemilèa iMahmud-
Gelal-Eddin pascià figlio ili Ah mei IV
Ibi pascià suo cognato gran maestro del-
l'artiglieria, e la sultana Alunne ad liba-
mi pascià figlio d'Abbas viceré d'Egitto,
e ciò per ricompensare ne' figli i servigi
prestati da'loro genitori al trono e all'im-
pero. Nel t. 6, p. 2 16 della 2." serie la ( 7-
viltà Cattolica riprodusse i famosi docu-
menti confidenziali russo-inglesi, pubbli-
cati in Inghilterra, da'quali rilevasi come
Nicolò I tentò disunir questa fin da quan-
do contrasse l'alleanza di Francia, per di-
vidersi la cadente Turchia, senza recarlo
a cognizione dell'altre potenze, cedendo
il russo agl'inglesi l'Egitto, Candia ec. 1
Finalmente a'27 marzo la Francia e l'In-
ghilterra dichiararono guerra alla Rus-
sia, per prestare assistenza attiva al sul-
tano loro alleato, a vendo già tra loro con-
venuto per ristabilir la pace tra la Russia
e la Porta, per sgombrare interamente il
territorio turco, e per impedire il rinno-
vamento di simili complicazioni: promi-
sero di non trattar colla Russia se non in
comune, rinunziando ad ogni utilità spe-
ciale che loro potesse derivare dagli even-
ti, e dichiarando di ricevere con piacere
nella loro lega le altre potenze che vo-
lessero entrarvi. La Turchia, la Francia
e T Inghilterra a' 12 marzo e a' io aprile
stipularono un concordato di confedera-
zione, col quale le due potenze occiden-
tali promisero al sultano d'aiutarlo gra-
tuitamente fino al termine della guerra,
e dopo di essa di sgombrare colle loro
truppe dalle terre ottomane. La Turchia
die autorità alle due potenze di dirigere
le loro forze su tutti i punti dell'impero
ottomano, si obbligò di non far la pace
col russo senza il consenso de'due alleati,
ed a concedere a tutti i suoi sudditi di
qualsiasi religione piena eguaglianza di-
nanzi alla legge e capacità a tutti gl'im-
pieghi dello stato. Al nuovo patto furono
aggiunti diversi protocolli assai/>pporlu-
ni, che riporta il n.° 70 Ad Giornale di
TUR
/ionia, e si riferiscono a' tribunali misti,
all'ordinamento dell' imposte e alla sop-
pressione dell' Jlaradscli, ossia testatico,
il quale considera vasi per l'addietro co-
me un riscatto de' rafà o cristiani e altri
non mussulmani, dal servigio militare.
Tanta liberalità d' Abdtll Medjid in fa-
vore de'crisliani per l'eguaglianza de'di-
ritti civili, produsse mal umore nel vec-
chio partito di Costantinopoli. Le nuove
provvidenze aprono uu era novella al
cristianesimo di Turchia, quindi non più
necessario il protettorato russo pe' suoi
scismatici. Opponendosi il gran mufù al-
l'eguaglianza de'sudditi che doveasi pro-
clamare, riferisce il Giornale di Roina>
a p. 339, che il sultano lo destituì : que-
sta deposizione del capo della religione
fece gran sensazione tra' mussulmani, i
quali non potevano conoscere il vero mo-
tivo per cui il muffì era sì inaspettata-
mente caduto in disgrazia presso il so-
vrano. A'2 1 marzo gli successe ArifefFen-
di. Indi fu emanato il firmano per l'am-
missione de'crisliani a deporre in giudizio
sopra un piede di eguaglianza co' mus-
sulmani in tulio l'impero; grande allo
di giustizia sempre finora rifiutato. Già
a'2 3 marzo il general Gorlschakoff spic-
candosi da Ibraila, con una forte spedi-
zione di navi prolette da alcuni cannoni
che avea posto in un'isola, varcò in fine
il fiume Danubio e die l'attacco alle bat-
terie turche, le quali gli risposero dispe-
ratamente; mentre da'suoi russi si ope-
rava il passaggio, fece altrettanto col suo
corpo il general Luders di fronte a Galatz
senza ostacoli. Così i russi passando ilDa-
nubioaMalschin, IsaklchaeTulcha, com-
battendosi da amba le parti valorosamen-
te, posero il piede nella Bulgaria e nella
paludosa Dobruscka. La rivoluzione viep-
più si estese nel regno di Grecia, per u-
uirsi a' connazionali insorti, per cui gli
ambasciatori francese e inglese fecero al
gabinetto d' Atene le più solenni rimo-
stranze e minacce, ed alcuni de'loro legni
incrociarono in tutte le direzioni del mar
tu r
Ellenico, mostrandosi a tulli i polli. Tra
la Porta e la Grecia aperta divenne la
scissura, ei loro rappresentanti partirono,
onde il sultano cacciò i greci regnicoli e
nativi da Costantinopoli, tranne certa clas-
se di persone, massime tulli i greci cat-
tolici, per le premure di mg.r Hillerau
vicario apostolico e provicario patriarcale
palatini di Costantinopoli, e degli amba-
sciatori di Francia e d' Inghilterra. In-
sorta questione col ministero, fu risoluto
che mediante alcune condizioni, restas-
sero nella città oltre i greci cattolici, an-
che gli scismatici. I greci latini egli scisma-
tici lodarono immensamente lo zelo del
vicario apostolico e la fermezza dell'ani*
fasciatore straordinario francese Bara-
guay d'Hilliers. Il principe Danilo eccitò i
montenegrini alla guerra contro la Tur-
chia, indi insorseanche l'Erzegovina. L'O-
landa si dichiarò neutrale; il Belgio mo-
strò s'uiì patia alla Russia; le potenze Ger-
maniche ammisero l'inviolabile integrità
della Turchia, lo sgombro de'priucipati
e il ritorno delle cose allo stato di prima;
1' America si dichiarò interamente neu-
trale; 1' Austria temporeggiò dal dichia-
rarsi, vedendo la Prussia, sempre gelosa
del suo primeggiare, tentennante e pro-
pensa più alla Russia che all' occidente,
essendo il re cognato di Nicolò I. Molti ve-
scovi di Francia e 1' arcivescovo ordina-
rono pubbliche preghiere per la vittoria
dell'anni unite, per l'onore della patria, la
quiete d'Europa e l'incremento della cat-
tolica religione. Anche la regina d'Inghil-
terra Vittoria stabili il 26 aprile per gior-
no di pubblica umiliazione e di preghiere
per tutto il regno. Napoleone III rinnovò i
cappellani dell'armala navale, oltre quelli
dell' esercito il cui comando si ailidò al
general Saint-Arnaud maresciallo diFrau-
eia; ed alle navi capitane delle flotte del
marcerò e del Baltico mandò un bei qua-
dro della B. Vergine, perchè si ponesse
sotto la sua valida prolezione. Se ne fece
l'inaugurazione con di voti e edificanti fe-
steggiamenti, sui lidi luterani e scismatici,
TUR 421
e a' fianchi d* un alleato anglicano. Nel
voi. LXXVII, p. 5j e 58, celebrando il
trionfante spirito religioso che regna nel-
la floridissima Francia (ed ulteriormente
anche a Uffizio divino), feci pure eco di
ammirazione a quello dell'armata che e-
voicamente combattè la guerra d'oriente,
che vado accennando brevemente. 1 buo-
ni esempi delle truppe francesi, lo zelo
de'cappellani militari e dell'eroiche suo-
re della Carità, operarono parecchie con-
versioni al cattolicismotra'proteUanti in-
glesi. Le particolari notizie sulla religio-
ne di cui fece bella mostra il prode eser-
cito francese in Crimea, e sull'incredulità
che regnava neh' inglese, si leggono nelle
commoventi lettere pubblicale dal Pre-
di historiques, savio e cattolico periodi-
co di Brusselles. Mentre in Costantinopoli
erasi in qualche seria apprensione sull'av-
vicinamento de' russi, i quali vi tendeva-
no di buon passo, finalmente ivi e a Gal-
lipoli giunsero e sbarcarono i desiderati
inglesi e francesi, oltre gli egiziani. Noti
solo la Civiltà Cattolica andò descriven-
do cronologicamente la guerra d'oriente,
ma quella pure de'fogli officiali, massime
delle parti belligeranti, che guerreggiaro-
no con non minore accanimento median-
te articoli e dichiarazioni. Eletto coman-
dante supremo di tutte le truppe russe
sul Danubio il vecchio principe Paske-
witch, fece evacuar la piccola Valacchia,
poiché cambiando i piani politici e stra-
tegici, volle concentrarle forze tra Rust-
sciuk e Silistria. OlFesi gli ammiragli an-
glo-francese pel trattamento fatto da O-
dessa a un vapore parlamentario, a' 22
aprile la fecero bombardare per 12 ore,
che molto la danneggiò. Avendo l'Inghil-
terra inviato altra flotta nel Baltico, co-
mandata da Carlo Napier, recò gravi dan-
ni al commercio russo, e recatosi dal re
di Svezia Oscar gli svedesi l'accolsero con
arande entusiasmo. Una divisione di va-
o
pori inglesi capitanata dal contrammira-
glio E. Lyons si recò nel mar Nero a di-
struggere sul' lido della Crimea, e della
4?2
TU R
Circassia gli stabilimenti e le navi i us>c,
e ad aprire inoltre comunicazione co'cir-
cassi, e specialmente col famoso loro capo
Sciamvl acerrimo nemico de* russi. Così
mentre i russi eccitavano i greci contro il
sultano, l'occidente trovò ne' circassi un
nuovo e potente alleato, i quali occupa-
rono la costa da Battum ad Anapa ab-
bandonata da'russi.Nel mar Baltico i rus-
si fecero terribili preparativi e fortifica-
zioni, le flotte a nglo francese presero po-
sizioni e catturarono i legni mercantili, e
Napier bombardò le batterie della for-
tezza di Gustafswern. Ma mentre gli al-
leali andavano in caccia delle flotte rat-
te, queste ebbero ordine d' evitare uuo
scontro ne'due mari, restringendosi a di
fendere i porli militari sotto le batterie di
ti ira, avendo i russi sempre gelosa cura
di conservare i loro legni. I russi intanto
sulla riva del Danubio continuavano ad
esser superiori di molto; le loro forze e
quelle inferiori d'Omer pascià sono enu-
merate nel n,° 1 08 del Giorna le di Roma.
Il 1.* maggio giunse in Costantinopoli il
principe Napoleone cugino dell' impera-
tore, comandante la riserva de' fraucesi,
in mezzo alle salve dell' artiglierie tur-
che, e poco dopo si recò a render omaggio
al sultano, il quale lo ricevè con istraor-
dinaria benevolenza. Questo fu un trat-
to di speciale distinzione, poiché (inora
nessun principe e benché ereditario avea
potuto vedere il sultano nel giorno me-
desimo del suo arrivo; onore che fu ne-
gato al granduca Michele figlio di Nico-
lò 1, alcuni anni addietro. A'7 maggio poi
il sultano si degnò in persona di render
visita al principe francese, cosa inaudita
fin qui nell'impero turco. Intanto la for-
tezza di Si 1 ist iia in Bulgaria, che i russi
aveano espugnato a'3o giugno 1 Sagdopo
33 giorni d'assedio, ora volendosene im-
padronì re ad ogni co^lo con un escici lo
di circa (jo,ooo uomini, con ripetuti fieri
assalti e bombardamenti terribili, strin-
gendola d'assedio per terra e per aequa
il Paskevr iteli e il Luders, con gravi per-
TU R
dite venivano respinti dal valore de'tur-
chi e dall' intrepido comandante Mussa
pascià. Per una contusione ricevuta da
Paskewitch in un fianco si ritirò a Jassy ;
accorrendo al comando dell'assedio anche
il granduca Costantino figlio bellicoso di
Nicolò I e capo della marina imperiale. A'
18 maggio il maresciallo francese Saint-
Arnaud, lord Raglan, co* ministri della
guerra e della marina Riza eMehemet, in
uno al contrammiraglio Roxer,da Costan-
tinopoli si recarono aVarna (poi divenuta
quartiere generale de'comandanti inglesi
efrancese,e stazione principale della guer
ra del mar Nero), per un convegno con
Omer pascià generalissimo de' turchi: vi
si trovarono pure gli ammiragli IJame-
liu francese e Dundas inglese. Stabilirono
d'assalire i russi in ogni punto del mar
Neroe sul Danubio nel medesimo tempo,
concertando il piaoQ di guerra. Incolpa-
to il governo greco, con promesse d' iu-
grandimento con provineie turche, d'es-
sersi fatto l'ausiliario stipendialo di Ni-
colò 1 ; ed essendosi chiuse le camere in
Atene e domata l'insurrezione de' greci
sudditi della Porta, gl'interessi politici e
militari degli alleali richiesero che laG re-
eia fosse da loro occupata, per so tirarla
dall'influenza russa e possibilmente sal-
varla dalla sua rovina. Ottone I dovè
sottoscrivere alle domande fattegli dal-
l'Inghilterra e dalla Francia, e di osser-
vare stretta neutralità, dopo aver colle
loro armi enelluata l'occupazione del re-
gno. Segui fin da'20 aprile l'alleanza of-
fensiva e difensiva dell'Austria e della
Prussia, per tutto il tempo che durasse
la guerra d'oriente, guarentendosi i loro
stati eterrilorii, tedeschi e non tedeschi,
e obbligandosi a proteggere i diritti e gli
interessi della Germania, non che di coo-
perare al ristabilimento della pace. Inol-
tre convennero di non procedere ad azio-
ni otfensi ve contro la Russia, se non nel
caso dell'incorporazione de'priucipali, o
di un attacco o d'un passaggio delia linea
de'Balkaui. Questo trattato strinse vieui-
TUR
meglio l'unione delle potenze occidenta-
li. A' 29 inaggio ebbe luogo il cambia-
mento del ministero turco: al gran visir
Mustafà successe Mehemet KJpreslì pa-
scià, già ministro della marina, a cui fu
sostituito Ilalil pascià eh' era ministro
senza portafoglio. 11 1.° giugno recatosi il
sultano a veder l'accampamento inglese,
nel partire l'ambasciatore gli presela ma-
no e aiutò a scender nel battello. Di chi
un sofia, non potendo ralfrenar la colle-
la, si mise a gridare a tutta possa, dicendo
esser stata profanata la persona del suc-
cessore di Maometto pel tocco d'un cri-
stiano ! Dopoché sul Danubio si agglo-
merò impotente esercito auglo francese,
l'Austria comineiò a minacciar la Russia
insistendo sullo sgombero de' princi-
pati, per non voler tollerare sommos-
se a' suoi confini, e per essere liberata
dalle penose conseguenze che il rifiuto
farebbe pesare sopra i suoi alleati ger-
manici, x\nche la Prussia impose tal com
dizione a'rtissi per noti dichiarar loro la
guerra. Gli altri governi tedeschi della
confederazione Germanica colle discus-
sioni di Bamberga e di Fraucfort si mo-
strarono irresoluti sul partito da pren-
dere e temporeggianti, propensi alla più
stretta neutralità tinche le loro terre non
venissero invase. E ciò non senza ragio-
ne, perchè i! mettersi in campo della Ger-
mania equivaleva ad una guerra gene-
rale fra tutte le maggioii potenze d'Eu-
ropa, aila rottura degli antichi trattati
che regolano i loro reciproci diritti, alla
creazione d'un nuovo giure intemazio-
nale e ad uno spartiuieulo de' popoli di-
verso dal presente! Soltanto aV^^o''0
la dieta acconsenti finalmente al trattato
austro-prussiano e all'articolo addiziona-
le, tranne i due granduchi di Meklem-
burgo, che poi apertamente si mostraro-
no molto favorevoli alla Russia. Per to-
gliere all' autocrate russo il pretesto di
voler proteggere la da lui denominata
fede ortodossa della chiesa greca, fu pre-
sentata ad Antimo patriarca scismatico
TUR 4^3
dalla Sublime Porta una lettera enciclica
da pubblicarsi alla sua nazione, a' suoi
metropoliti e vescovi. In essa si dichiarò
esser la chiesa greca di Costantinopoli di-
versa da quella de'russi in molti riti e an-
co in qualche dogma, senza parlare del
governo ecclesiastico, adduceudosi d'ogni
cosa le prove e i fatti. Il patriarca sapen-
do che vi avea contribuito alla compda-
zione 1' ambasciatore inglese, non volle
pubblicarla e rinunziò la dignità a Re-
schid, il quale non accettò e lo esorlò a
ubbidire al sultano, che volea così sot-
trarre la chiesa greca dalle pretensioni
russe. Tuttavolta il patriarca si ostinò nel
rifiuto, e de' 1 2 metropolitani del suo si-
nodo u'mno volle succedergli e pubblicar
la circolare. Questo altare non ebbe con-
seguenze e restò sopito. Nel giugno, per
hulisposizione di salute di Reschid pa-
scià, il sultano affidò per interini gli alfa-
ri esteri a Chekib pascià ch'era presiden-
te del consiglio di stato, quello che si recò
in Roma a complimentare il Papa Pio
IX. Nella provincia di Rais nell'Arme-
nia Maggiore ebbe luogo un rilevante fat-
to d'armi col vantaggio de'russi, i quali
sconfìssero la truppa irregolare turca dei
bascibozueh, soldati di ventura come gli
italiani del medio evo, che profittando
dell'occasione spogliavano e scannavano
i cristiani de' luoghi remoti da Costanti-
nopoli. Le flotte alleate ridussero in ce-
nere il porto d'Odessa, indi riparato proli
lamenti1; inutilmente sfidarono la squa-
dra russa a uscir da quello di Sebastopoli,
porto assai forte, magnifico e importante,
giacente formidabilmente nella punta me-
ridionale della Criaiea,che sporge sul mar
Nero, come posto avanzalo presso il capo
Chersoueso. Di più catturarono i basti-
menti mercantili russi iti mare o iu rade
aperte, rovmarouo i 1 5 forti eretti sul li-
torale di Circassia abbandonati da'russi,
oltre altri e anche di Giorgia, cacciando
la loro bandiera dal marNero che preten-
devano signoreggiare, restando così sco-
perto il fianco dell'esci cito russo in Asia.
; i4 tu r
i\è anche la flotta di Cronstadt volle ti-
*,cùe, alla vista di quelle di Napier e dei
francesi, pei* cui si osservò clic senza im-
mensi sforzi la Russia non poteva lunga-
mente lottare colPEuropa, sebbene essa
più volle dichiarò che avrebbe resistito
fino all'ultimo uomo e (ino all'ultimo
rublo. Di latto si può dire che quasi tut-
ta la Russia divenne un campo di esercizi
e movimenti militari, tra l'entusiasmo
delle truppe e la fedeltà de'popoli. Anche
essa ricevè copiosissime offerte dalla no-
biltà e altri ricchi sudditi per sostener la
guerra, e si alleò con alcuni kan dell' A-
sia, come con quello di Khiva, promet-
tendo di non intromettersi mai ne'domi-
itii e nelle leggi del kan sino alla fine del
inondo. 1 turchi perdettero l' eroico co-
mandante di Silislria Mussa pascià, uc-
ciso da una palla quando rendeva grazie
a Maometto della vittoria riportata; ed
Hussein pascià gli successe. Dopo enormi
perdite fatte sotto i muri diSilistria di cir-
ca 24,000 morti, fra' quali più generali,
i russi a' 1 4 giugno l'abbandonarono, ed
il principe Paskewitch ritirandosi, ripie-
ne il comando come generalissimo Gort-
schakofl. 1 russi battuti sul Dauubio vin-
cevano in Armenia contro Selim pascià
■vicino a Guriel, pel valore del generale
Andronikolf: essi in Asia aveano mag-
giori forze ed esperti generali. Nel luglio
Nicolò I ordinò, che per breve tempo le
truppe si ritirassero dalle posizioni insa- „
lubri del Danubio verso le più salubri
de'mooti, inquieto per l'incredibile resi-
stenza fatta da' turchi nell'improvvisata
fortezza di Calafat. I turchi se non furo-
no sempre vincitori, furono però sempre
buoni soldati, e lungi da lasciar in pace
il nemico lo tormentarono con frequen-
tissimi assalti, riducendolo alla difensiva
ed a fortificarsi perciò in Bukarest e in
Gioì gevo, dalla qual ultima posizione riu-
scirono di cacciarlo a'7 luglio con un fat-
to d'arme onorevolissimo. Nel declinar
di tal mese alla linei russi, per-tlifende-
re l.e coste del maj- Nero e la Crimea, e
T U R
col prelesto di molivi strategici, comin-r
ciarono a ritirarsi da'principati Danubia^
ni, immediatamente occupali nell'agosto
prima da' turchi e poi dall' Austria, in
conseguenza delle sue rimostranze e dei
precedenti accordi colla Porta, e di que-
sta ne ristabilì l'autorità, nominando ca-
pitano generale delle truppe d' occupa-
zione il luogotenente feld- maresciallo con*
le Gio. Coronini con residenza a Bukarest,
la quale per aver festeggiato i turchi e O-
mer pascià nel loro ingresso, la Russia si
propose punirla a suo tempo. 11 barone
Bach fu eletto commissario civile ue'prin-
cipati, per ristabilirvi l'ordine e la fidu-
cia, impedire e sopire qualunque contro-
versia. Così l'Austria assicurò le foci del
suo Danubio,e francò il commercio degli
stali Germanici sopra il mar Nero. Men-
tre Napier danneggiava in più modi la
Prussia nel Baltico, le coste Bolniche e
Finniche erano desolate dall'ammira-
glio Plumridge, perchè secondo l'istru-
zioni del suo governo inglese, di pren-
dere, bruciare e distruggere, colla sua
squadra a vapore piombò sui legnelti di
poveri pescatori e mercanti, li disperse,
arse e spogliò; egualmente incendiò e di-
strusse molti magazzini e depositi di mer-
ci, con parecchi cantieri, e le navi anco-
rate ne' porti. Non avendo [ancora nel
Baltico la flotta francese catturato verun
bastimento, l'odiosità cadde tutta sugli
inglesi. Intanto la Francia nel luglio spe-
dì una nuova divisione nel Baltico, sotlo
gli ordini del general Baraguay d' Hil-
liers. A'i41ug'i° improvvisamente morì
d'apoplessia al Cairo il viceré d' Egitto
Abbas, di biasimevole vita, alieno dagli
europei e nemico del progressivo incivi-
limento. Gli successe lo zio Mohammed
Said pascià figlio del celebre Mehemet
Ali di 32 anni, che siccome educato in
Europa si sperò fondatamente dalle sue
tendenze e ingegno grandi benefizi e l'iu-
troduzione di que' miglioramenti di go-
verno di cui abbisogna l'Egitto; perciò la
popolazioue solennizzò la sua assunzione
TUR
al potere con illuminazione e feste. Said
scelse a sua ordinaria residenza Alessan-
dria. Dopo la visita fatta da Napier alle
formidabilissime fortificazioni di Cron-
stadt, esse crebbero molto di fama, e sem-
pre più si dissero impossibili a superarsi;
laonde si perde allora la speranza di bom-
bardare il propugnacolo di Pietroburgo.
Bensì Napier nel Baltico bombardò Bo-
niarsund, che lo era stata altre volte, e
quindi ue'pi imi d'agosto l'espugnò e poi
distrusse Baraguay d'Hilliers dichiaran-
do le isole d' A land libere dal giogo russo,
e pochi giorni dopo fu egli promosso a
maresciallo di Francia, ove ritornò colla
flotta comandata dall'ammiraglio Par-
se vai. Anche Napier si restituì in Inghil-
terra, ma tra il malcontento de'suoi con-
nazionali, che pretendevano che avesse
dovuto attaccare Gronstadt e Sveaborg,
biasimandolo per aver fatto poco nel Bal-
tico. Ne! mar Bianco fu bombardata Rola
die andò in fiamme, ma il bombarda-
mento del monastero di Scholovez non
produsse guasti. Nel mar Pacifico poi le
squadre inglesi e francesi danneggiarono
il forte e la città di Pelropolowski. Re-
gnando nelT estate le febbri perniciose
nelle vicinanze del Danubio, i malati fran-
cesi portati (Ja Verna negli spedali presso
Costantinopoli, molti morirono, e sulle
loro tombe furono innalzate grandi croci
co' nomi scritti de' defunti, cosa insolita
fino a questo tempo in Turchia. Il cho-
lera scoppiato in Gallipoli e Vania fa-
cendo deplorabile strage ne' campi, dila-
zionò la partenza degli alleati per la Cri-
mea o altro punto del territorio russo,
colla loro famosa spedizione. Con noia
de'22 luglio di Drouyn de Lhuys mini-
stro degli affari esteri della Francia si fe-
cero nuove pratiche diplomatiche per la
pace, colle seguenti domande inchiuse
nel protocollo de'g aprile, soltanto ten-
denti a salvare l'integritàe l'indipenden-
za della Turchia. i.° Che cessi il [ elet-
torato russo sui principati di Moldavia,
Valacchia eServia; ponendo però sotto
TUR 425
la guarentigia comune delle potenze quei
privilegi che il sultano concesse a quelle
provincia. o.° Che la navigazione alle foci
del Danubio sia libera, e regolata secon-
dogli atti del congresso di Vienna. 3.°Che
il trattato de' 1 3 luglio 1 84 1 sia riveduto
in guisa che venga sminuita la potenza
russa nel mar Nero. 4«° Che ninna po-
tenza eserciti una prolezione officiale so-
pra una parte de' sudditi turchi, come
finora fece la Russia; ma che la Francia,
I' Inghilterra, 1' Austria, la Prussia e la
Russia s'accordino insieme nel chiedere
alla Porta i privilegi religiosi pe'suoi sud-
diti cristiani, salva sempre la sua indi-
pendenza. L'Austria approvò tali arti-
coli e le guarentigie che la Francia e l'In-
ghilterra chiedevano alla Russia, e pro-
mise di non trattar con questa senza ot-
tenerle. La Russia rispose con un rifiuto
molto chiaro, benché in termini mode-
ratissimi, e d'aver richiamato le truppe
da' principati Danubiani pegli interessi
austriaci e tedeschi, secondandone i voli,
abbandonando il solo punto militare che
potesse ristabilire in suo favore l'equili-
brio delle posizioni dell'immenso teatro
dell'operazioni di guerra. Avendo fatto
tale sacrifizio e concessione per amor del-
la pace inutilmente, inoltre dichiarò la
Russia, di vedersi nella necessità di rien-
trare ne' principati, di prender davvero
Silistria, di sconfiggere Orner pascià e di
volare a Costantinopoli! L'accettazione
de'4 articoli presentati dall'Austria aNt-
colò I,l'avea raccomandata anche la Prus-
sia, come base d' ulteriori pratiche. Le
flotte alleate fecero una nuova visita a
Sebastopoli, ma i vascelli russi rimasero
nella loro difesa inespugnabile.
Verso la Crimea e specialmente verso
Sebastopoli, l'orgoglio della Russia nel
mar Nero, si rivolse l'attenzione dell'Eu-
ropa, aspettando con impazienza l'esito
d' una gigantesca spedizione intrapresa
con tanti gravi dispendii, e da cui sem-
brava dipendere le sorti della clamorosa
guerra, sotto il supremo comando del
fri x u a
maresciallo Saint- A maini. A'5 settembre
i854 si mosse la flotta francese ila Vania
e il 7 da Baltcick 1' inglese : fbrtnotti di
1 5o legni di guerra, de'quali 80 a vapo-
re, ed un convoglio di 600 legni da cari-
co. L' esercito era composto d» 70,000
uomini,di cui 35,ooo francesi, 2 5, 000 in-
glesi e 10,000 turclii scelli. 1 mai inai e-
inno 25, 000, di cui 5ooo potevano al-
l'uopo prestar aiuto all'esercito di terra.
Sui legni di carico si contavano 5ooo ca-
valli,80 cannoni ila campagna,colle provi-
sioni di 1 000 colpi per ogni cannone, e vi-
veri per due mesi. Si stabili bloccar cou 1 5
vascelli il porto diSebastopoli per impedir
che la flotta russa u'esca per inquietar lo
sbarco. Una riserva di 4o,ooo uomini e di
6000 cavalli restò per allora a Vania : e si
dispose, che quando il grosso dell'eserci-
to sarebbe a lena, vi si recherà tal riser-
va e così sommeranno 160,000 uomini i
pronti ad assalir la fortissima Sebasto-
poli. Sebbene si previdero le difficoltà
della stagione avanzata, la necessità di
prevenire V arrivo de' soccorsi russi for
zò gli alleali di precipitare i preparativi
d' impresa tanto pericolosa ; ma la spe-
ranza di finire con un sol colpo la guer-
ra prevalse, ad ogni altra considerazione.
La spedizione fu delle più arrischiate, do-
vendosi assalire forse a numero eguale
un nemico difeso da fortezze che molti
reputa vano inespugnabili. Conquistar Se-
bastopoli e laCrimea a qualunque costo od
abbandonar allallussia l'oriente, ecco l'al-
ternativa in cui INicolò I pose le potenze
d'occidente. Dopo esplorata la costa dal
CapoChersoueso fino adEupaloriae alCa-
poLukul, a' 1 £ settembre francesi, inglesi
e turchi, deludendo la vigilanza de'russi,
presero terra a Eupatoria, città forte po-
sta a 20 leghe circa da Sebastopoli, con
porto sicuro e rada difesa da' venti del
nord, e luogo opportuno alla sicurezza
delle truppe. Pare che non vi sia stata op-
posizione alcuna, e senza ferir colpo s'im-
padronirono della città che si rese a di-
screzione. Già iu Costantinopoli era slato
TUR
obbligato lo scismatico patriarca Antimo
a pubblicare col suo nome da' enciclica
composta dall'ambasciatore inglese pro-
testante e destinata a' greci scismatici,
per eccitarli contro la Russia e a favore
degli alleati, ed intesa a far maledire ila
un greco patriarca il greco sovrano del-
la religione greca. In essa si esorta i greci
scismatici a non offender gli alleali venuti
a sostenere i diritti dell'impero ottomano
contro P esigenze della corte di Russia,
che sotto pretesto di difender l'ortodos-
sia nasconde disegni furbi e politici, co-
me già lo mostrò in varie occasioni. Es-
sa, mentre intende a cose noci ve e funeste,
non fa che manifestare pubblicamente
altre intenzioni, e si sforza il' attirare i
semplici alle sue promesse fallaci... Dun-
que voi conoscendo ora la menzogna del-
la Russia, non badate alle sue chiacchie-
re indegne dell'attenzione de'savi. Qua-
si contemporaneamente in Atene G. A,
Maurocordato pubblicava : V Ultra-
moiitanisnie tUmasqué par lui mane.
Dice la Civiltà Cattolica, 2 .a serie, t. 8,
p,226, nel darne contezza riprovandolo,
che il contenuto del libro, il cui titolo
sembra promettere tutt'altra trattazione,
si riduce ad essere un'apologia dell'im-
peratore delle Russie nella corrente que-
stione orientale, e un'invettiva contro la
Chiesa cattolica. L'autore pretese dimo-
strare che lo czar avea diritto a tutte ie
sue pretensioni sulla Turchia, come pro-
tettore nato della Chiesa orientale, e che
queste pretensioni erano legate co'più vi-
vi interessi della Grecia. Che se lo czar
avea prima protestalo all' ambasciatore
inglese che *non avrebbe giammai per-
messa la restaurazione dell'impero di Bi-
zanzio o l'ingrandimento territoriale del
regno ellenico di Grecia, ciò non fa da
lui detto ex animo, ma fu, come a dire,
una bugia officiosa, o, se meglio pi a ce, uri
dola* bonus, adoperato per ispiare in tal
materia i sentimenti dell'Inghilterra. Del
resto i greci dover stare tranquilli; che le
intenzioni del russo cratio diiinteressate,
TUR
e mirare unicamente al bene della nazio-
nalità greca e,sua chiesa ortodossa. Esse-
re il gran principio filosofico e sociale del
dolus bonus t vero inganno, sempre stato
la nonna pe'greci iti tutte le loro relazio-
ni co' crociali, co' turchi, co' cappuccini
e gesuiti allorché questi volevano con-?
vertii li al callolieisnio, e perciò da loro
tenuti per nemici. Sui rinnovellati capi
d'accusa di Maurocordato e suoi correli-
gionari contro la Chiesa romana, la Ci-
viltà richiama le sue confutazioni già
fatte e ricordate disopra, nella Coi {filia-
zione (V 'Antimo , nella Risposta alla pa-
rola ortodossa (Vini greco russo, e nel-
la Risposta a Mareorau. Dimostrò iu
fine che la prediletta teorica di Mauro-
cordato, sopra la distinzione del dolus
bonus dal dolus mal u s in occidente non
suona bene, credendo lecito d equivoca-
le nelle parole. Anche il dotto mg. "Mas-
simo Mazlum patriarca greco-melchila
d'Antiochia, Gerusalemme e Alessandria,
dulia sua residenza di Damasco emanò
a'suoi connazionali una circolare, savis-
sima e conveuienlissima e degna d'un di-
gnitario cattolico. In essa celebro la vit-
toria riportata dal proprio sovrano il sul-
tano, nella sconfìtta de't ussi, che forti di
80,000 uomini assediavano Silistria, ri-
cacciali oltre iiPanubioe resi inabili alla
pugna 25,ooo ; acciò si raddoppiassero Je
pi eghiere a Dio affinchè proteggesse i pre-
ziosi giorni del sultano, facesse prospera-
re il suo impero, e concedesse la vittoria
finale alle sue truppe, come a'suoi eccel-
si alleati cristiani,! quali in modo si no-
bile l'aiutavano a difendere i propri di-
ritti, non che impedisse un ulteriore spar-
gimento di sangue. Così e mediante soli-
da pace, sia il glorioso risullamenlo della
guerra impresa dall'amato sultano, l'in-
tegrità dell'impero, onde pocsa il monar-
ca assicurare il ben essere de'suoi popoli,
la libertà di coscienza e 1' indipendenza
della patria. A' 20 settembre gli alleali
incontrarono per lai.' voltai russi iu nu-
mero di enea 5o,ooo sulla riviera d'Al-
T U \\ 427
ma formidabilmente trincerati, per im-
pedirgliene il passaggio; li cacciarono e
sconfissero dopo 4 ore d' accanito e san-
guinoso combattimento, e la mancanza
di cavalleria impedì di perseguitarli nella
ritirata e mutare la 1." vittoria degli al-
leati iu piena sconfitta del nemico coman-
dalo in persona dal principe M enzikoff. Si
distinsero tra' francesi, che pe'primi va-
lorosamente assalirono, i generali Cauro-
beri e lìousquel; tutte le posizioni furono
prese colla baionetta in canna al grido di
/ iva l'Imperatore, l'Alma fu traversa-
ta a passo di carica. GF inglesi ebbero
1 5oo uomini fra morti e feriti, i francesi
lamentarono la perdita di i3oó uomini
circa e io33 feriti ; i russi peiderono
5ooo ovvero 8000 uomini. L'artiglieria
russa danneggiò assai, ma migliore fu re-
putata la francete; gli zuavi si fecero am-
mirare da' due eserciti, chiamali i primi
soldati del mondo dalla relazione di Saint-
Arnaud, che defluì la battaglia dell'Al-
ma, piena vittoria e bella giornata da ag-
giungere a* fasti militari della Frauda.
Napoleone 111 la celebrò a Parigi con 21
colpi di cannone; altrettanto fece in Co-
stantinopoli Abdul- Medjid. I russi scora-
ti per l'audacia degli alleali, senza arre-
starsi nelle posizioni formidabili di Rat-
eila e di Delbeck, entrarono iu Sebasto-
poli, di cui con determinazione disperata
colmarono V ingresso calandovi a fondo
5 vascelli e 2 fregate; non conservando
così nell'interno del porto che 9 vascelli,
per affondarli se Sebastopoli venisse pre-
sa. La chiusura del porlo mutando pie-
namente l'aspetto alla condizione di Se-
bastopoli, fece cambiare agli alleati il pia-
llo d'attacco, dileguarsi la speranza della
prossima espuguazione di Sebastopoli e
prepararsi a lungo e regolare assedio, ne-
cessariamente modificando lutto il dise-
gno delia campagna, con dolore de' co-
mandanti per tale deplorabile operazione
de'russi, senza che la tenibile flotta del
Baltico potesse riscuotere gli onori della
campagna. 11 2 3 gli alleali erano iu mar-
4i3 TUR
era per prendere posizione dinanzi alla
città. L'importante Balaklava con porto
ampio e sicuro, distante 8 miglia e al sud
di Sebastopoli, con via postale e comodis-
sima, fu presa a'25 dagl'inglesi superan-
done le difficoltà ; e cosi l'esercito fu in
piena e sicura comunicazione colle flotte,
die ivi felicemente sbarcarono l'artiglie-
ria per l'assedio di Sebastopoli, la cui 2.*
linea di difesa fu egualmente espugnato.
Tentò una divisione navale russa d'uscir
dal porlo, dalla piccola apertura lascia-
tavi in vista della batteria del nord, ma
fu respinta dal francese ammiraglioBruat
com4 "ascdli. L' esercito allealo si col-
locò stabilmente in Crimea. Per quanto in
mezzo iillo strepito dell'armi poco si badi
alle pratichediplomalicbe, nondimeno gli
storici contemporanei le riferirono, come
quelle tra l'Austria, e la Prussia e la dieta
Germanica, per prevenire gli attacchi del-
la Russia, mostrandosi la Prussia appro-
vare l'unione di Germania in favore d' Au-
stria, quando la Russia volesse assalirla
per l'occupazione de'principati Danubia-
ni, nel qual caso farà essa altrettanto, pe-
rò confidare che la Russia sarà fedele
alla promessa di non aggredirla. LaRus-
sia dipoi non cessò di minacciar le fron-
tiere tedesche, con eserciti che inondaro-
no la Polonia e marciarono a 'confini. Se-
guirono ancora varie altre note e dichia-
razioni tra Austria e Prussia, la quale in
alcuni punti non si mostrò d'accordo; vo-
lere restare alleata dell' Austria, ma non
veder ancora giunto il tempo di mobiliz-
zar l'esercito per assalir quindi la Russia.
Le potenze alleate inviarono alla Prussia
note premurose, invitandola a uscire dal-
la sua politica dubbia nella questione o-
rientale. E siccome anche l'Austria con-
centrò truppe a' confini, così ebbero luo-
go tra essa e la Russia molte note per do-
mandar spiegazione de' loro movimenti
reciproci. Entrali gli alleati in Balaklava
si trovarouo sicuri da' russi, possessori
d'un bel porto e vicini a Sebastopoli; ma
i v» perderono il maresciallo Sainl-Ar-
TUR
nauti, il quale tormentato già da lungo
tempo da crudèle malattia, non potè re-
siviere all'ultime fatiche, e specialmente
per le [2 ore passate sul cavallo Della gior-
nata dell'Alma. CedèduiKjue il comando
al general Canrobert, ferito in detta bat-
taglia, come avea destinalo l' imperato-
re, e s' imbarcò per Costantinopoli, ma
morì prima di giungervi a' 29 settembre
sul vapore che lo conduceva, e da buon
cristiano, dopo avere ricevuti tutti i sa-
gra menti e con piena rassegnazione al vo-
lere di Dio, che gli toglieva la vita nel
più bello forse di sue speranze, e nell'au-
ge della sua gloria militare. Mentre gli
alleati strenuamente allestivano ogni co-
sa per stringere al più presto la piazza, e
mulatodiseguo d'attacco dal nord al mez-
zogiorno per l'ardita mossa di Menzikolf,
spedirono a difesa d'Eupatoria 8000 tur-
chi, protetti dalla flotta turco-egizia; ed
il principe Menzikolf affidò il comando
di Sebastopoli al geueral Sciooiutoff, che
da Perekop avea condotto il soccorso di
1 5.000 russi. La guerra d'oriente si com-
batteva intanto sotto le sole mura di Se-
bastopoli^ la questione d'oriente si agi-
tava pressoché esclusivamente tra l'Au-
stria e la Prussia al modo accennato. Pre-
sero posizione al mezzodì di Sebastopo-
li, gl'inglesi alla dritta e i francesi alla si-
nistra, e si dierono a fare opere fortifica-
torie, ad aprir le trincee e ad eseguire
gli altri apparecchi necessari per comin-
ciare il bombardamento della città e dei
torli, sturbati continuamente da' canno-
ni, dalle bombe e dalle sortile de' russi.
A '9 ottobre gli alleati aprirono la trincea
a 700 metri dalla piazza, ed a'i 7 comin-
ciarono a cannoneggiare la città da terra
e da mare, cui risposero gli assediati colle
loro batterie molteplici: le perdite e i dan-
ni non furono piccoli né dall'una uè dal-
l'altra parte. Dinanzi al porto della Qua-
rantena, all'entrata di Sebastopoli, 7 va-
scelli francesi cominciarono a bombar-
dare i forti della Quarantena, d'Alessan-
dro e di Nicolò: le due squadre inglese e
TUR
turca presero a battere il forte di Comari*
tino ed al tre batterie, ridncendo il i ."for-
te a non poter più rispondere, al fuoco
loro. Il comandante del forte Costantino
l'ammiraglio RornilolF vi restò Ucciso, e
gli successe il sunnominato ammiraglio
JNakhimoiFche alla sua volta vi perì. L'e-
sercito francese diviso in due parli, l'una
attendeva all'assedio sotto il general Can-
robert,raltra capitanata dal generalbous-
quet era opposta all'esercito di MenzikofF
e a' rinforzi condottigli dal general Li-
prandi, il quale,comedirò, sforzò un cana-
po degl'inglesi e ne disfece la cavalleria.
Il bombardamento di Sebastopoli e il con-
seguente avanzarsi lentamente si e mici-
diale, ma pure costante degli alleali sotto
le mura nemiche, comincialo il 17 otto-
bre,andò continuando fino a'25, nel qual
giorno assaliti daLiprandi dovettero pen-
sare piti che all'assedio a difendersi. Gli
attacchi furono respinti, mai lavori d'as-
sedio restarono assai danneggiali, ed al-
lontanato da' russi il pericolo d'un pros-
simo assalto generale, destinato pel 5 no-
vembre. Gl'inglesi patirono a Balaklava
la delta strage per imprudente ardore,
nel difendere i turchi costretti alla fuga:
di 700 cavalieri usseri tornarono appena
i8oal campo inglese. Lord Raglan sospe-
se il loro comandante lord Caidigan, eia
Porta fece giudicare da un tribunal di
guerra Selim pascià incolpato di negli-
genza e imprevidenza. Per questo rove-
scio gli alleati si videro piantalo dietro di
loro il general Liprandiben afforzato in
una posizione che prima serviva loro di
difesa. Procedendo però a'iavori d'asse-
dio a' 5 novembre aveano avanzato la
trincea sino a 200 metri dalle fortezze.
Nel qual giorno temendo il divisalo assal-
to, di buou mattino animati dalla presen-
za de' granduchi Michele e Nicolò, figli
dell'imperatore, guidati da'generali Men-
zikofF e Dannenberg, e favoriti dalle te-
nebre e dalla nebbia, con grande appara-
lo di Iruppe attaccarono la destra della
posizione inglese, mentre la guarnigione
T U II 429
lieve una sortita al fianco sinistro contro
la linea francese. Si combattè per 1 2 ore
con indicibile accanimento e con danni
gravissimi d' ambo le parti, e maggiori
assai quelli de'russi per 9000 feri li circa,
oltre i generali e 5ooo morti. Restarono
feriti più di 5generali inglesi, oltre Smor-
ti, e le altre perdite per metà alle nemi-
che. Però i russi fallirono il loro scopo
principale di liberar Ja piazza dall'asse-
dio, rovinandone bensì le operazioni on-
de procrastinare l'assalto generale. Que-
sta terribilebattaglia,detta dlnkermann,
si qualificò la maggiore dopo le famose
combattute da Napoleone 1, poiché Ni-
colò I avea fermamente risoluto, col pia-
no che si disse immaginato da lui, che il
giorno 5 novembre dovea esser l'ultimo
dell'assedio di Sebastopoli, e perciò vi avea.
mandato i figli per l'esatta esecuzione e
per eccitare V ardore delle truppe com-
poste da circa 60,000 uomini. Sorpresi
8000 inglesi dall'improvviso impeto del-
le masse lusse e da \i pezzi d'artiglieria
che vomitavano fuoco e morte dalla gua-
dagnala altura adiacente al campo, me-
ravigliosamente tennero fronte per 2 ore,
finché corsi i 7000 francesi condotti dal
Rousquel li salvarono. Allora i russi retro-
cederono, perderono l'altura che ripiglia-
rono per ben 3 volte i francesi e inglesi,
a 'quali riuscì di manlenervisi. e fuggendo
furono vittime della strage che facevano
i cannoni francesi posti sull'altura che
domina il ponte della Chernaia. Mentre
si combatteva a corpo a corpo così alla
diritta, la guarnigione di Sebastopoli fe-
ce alla sinistra una sortita contro le trin-
cee fi ai! cesi, la quale con istento fu re-
pressa e non senza la morte del general
Lourmel che comandava 3ooo uomini.
In tal modo soli 18,000 alleati presero
parte alla battaglia, sostenuta o vinta con-
tro almeno 5o,ooo russi; il qual numero
tanto sproporzionato segnalò il trionfo
degli alleati e rese famosa la vittoria di
Inkermann, vocabolo turco che significa
città da basso, nelle cui vicinanze si com-
43o T u a
battè. Tultavolla fu questa una ili quel-
le vittorie che indeboliscono così il vinci-
tore come il vinto. 1 russi restarono per
qualche tempo d'assalir gli alleati, e que-
sti non attesero che a fortificare il cam-
po. 1 granduchi Nicolò e Michele parti-
rono per la Bessarabia. Gli alleali cessa-
rono dal bombardare per la sproporzio-
ne che passava tra la loro artiglieria e
quella de'russi, i quali armarono la piaz-
za co'cannoni de'disarmati legni da guer-
ra ili lunghissima portata, maneggiati con
grandissima giustezza di tiro da'loro bra-
vi artiglieri. Ormai non si trattò più di
assalir la città, quanto di sostenere una
vera campagna d'invernocombatluta tra
due eserciti potentissimi , e le procelle
grandi del mar Nero, massime de' «4 no~
vembre la quale infranse circa 32 legni
da carico, indebolendo vieppiù gli alleati.
L'uragano fu spaventoso, e il danno de-
plorabile e gravissimo. Durante tal for-
tuna di mare i russi invano tentarono di
ricuperare Enpatoria. In Francia quindi
e in Inghilterra non si pensò che a man-
dar poderosi rinforzi in Crimea, ove le
truppe doveano combattervi indefessa-
mente una penosa guerra d* inverno e
lottando ancora con l'asprezza del clima.
Frattanto Mohammed .Said pascià viceré
d'Egitto, die saggio di elevala mente, pel
suo celebre firmano de' 3o novembre
i854, col quale e con diverse condizioni
concesse al francese Ferdinando Lesseps
(forse quello stesso di cui feci parola nel
voi. LUI, p. 21 1), già console francese in
Egitto, l'autorizzazione esclusiva di for-
mare e dirigere una Società 0 compagnia
universale del canale marittimo di Suez,
composta di azionisti 6 capitalisti di tut-
te le nazioni, ed a tutte sue spese esclu-
sivamente, l'impresa gigantesca e d'altis-
sima importanza del taglio dell' Istmo
di Suez, disegno aulico e in questi ullimi
anni con incredibili sludi maturato pei
sommi vantaggi che ne doveano deriva-
re all'Egitto, per l'unione cioè del mar
Mediterraneo col mar Rosso, mediante
TUR
l' escavazione d'un gran canale marini
1110 navigabile da glandi navigli tra'due
mari; non che per costruire o acquistare
due mfficenti ingressi, uno sul mar Rosso,
l'altro sul Mediterraneo, e per stabilire
ilue porti. La durala della concessione
la stabili a 99 anni dal giorno dell'aper-
tura del canale in poi; indi dovendo su-
bentrare in tutti i diritti della società il
governo egiziano, insieme al pieno pos-
sesso degli stabilimenti. vSi dichiara inol-
tre nel firmano, che (salvo le condizioni
della ratifica del sultano) l'Egitto lascerà
per sempre aperto il canale a tutti i ba-
stimenti di commercio che tragittano da
Pelusio a Suez senza veruna distinzione
o preferenza di persone o di nazione, a
patio solo diesi paghino le lasse e si a-
dempiano i regolamenti stabiliti dalla
compagnia universale. 1 capitali per sì
grande e utile impresa vennero tosto of-
ferti da varie parti al Lesseps; ma egli
non volle stringere le pratiche e avven-
turare l' esecuzione prima che la parte
teorica della questione non fosse recala
a chiarissima e universale evidenza dalla
Commissione scientifica internazionale)
che pronunziò la sua sentenza. L'Istmo
di Suez unisce l'Africa all'Asia, ed è ser-
rato tra il Mediterraneo e il golfo diSuez
0 golfo d' lleroopolis il più occidentale
de' due bracci che il mar Rosso o golfo
Arabico forma nella sua parte settentrio-
nale, golfo posto all'estremiti nord-ovest
del mar Rosso. L'Istmo di Suez ha 2 5 le-
ghe d'estensione. L' Osservatore Trie-
stino intorno al taglio dell'Istmo di Suez
pubblicò le seguenti nozioni storiche, che
omplierò colle posteriori pubblicate dal-
la Civiltà Cattolica nella 3. a serie. Que-
sta nel t. 2,p. 378, dicendo del firmano
concesso per l'apertura e fora mento del-
l' Istmo di Suez, lo chiamò nuovo por-
tento dell'arditezza umana che meravi-
glierà il mondo. Indi nel t. 4j P« 34, ci
diede il dotto articolo: // canale di Suez.
1 vi lo dice gran disegno, che originato 3o
secoli fa, sembra finalmente avvicinarsi
T U R
fella sua compiuta esecuzione. Dichiara
pure che non deve far meraviglia il tanto
e universale ardore destato per !a sua
costruzione, poiché non è solo un gigan-
tesco lavoro idraulico e una queslioue di
commercio d' altissimo valere pe' t indi-
canti, ma la conseguenza dell'aprimento
dell'Istmo egiziano ha relazioni cosi stret-
te colla politica e colla civiltà universale,
che vincono di gran lunga la sua mate-
riale importanza. Il perchè ne die bella
contezza storica e descrittiva dell' intra-
presa, con alcune riflessioni intorno a'ri-
sultati grandiosi che nel mondo traffi-
cante e civile ne seguirebbero, conside-
randolo sotto i precipui aspetti eh' esso
presenta. Nel declinar del secolo passalo
il problema di congiungere i due mari
Mediterraneo e Rosso fu rimesso in cam-
po dalla gran mente di Bonaparte Na-
poleone, e durante la narrata spedizione
sua nell'Egitto lo diènei 1799 a studiare
e a risolvere a que'dotti, di cui avea con-
dotta seco un'eletta schiera.Tuttavia non
si potè spinger oltre la grand' opera, la
quale e pel ritorno di Bonaparte in Fran-
cia , e per l'immatura morte del genera-
le Rleber s'arenò in sul bel principio. Ma
Enfantin, dopo avere acceso in Europa
nuovo ardore per la questione, radunò
in Egitto fino dagli ultimi del 1847 un
corpo d'ingegneri francesi e di varie na-
zioni insigni, tra' quali De Bruck attua-
le ministro delle finanze dell'impero au-
striaco, Negrelli celeberrimo ingegnere
del medesimo, Roberto Stephenson no-
tissimo per le sue imprese gigantesche di
architettura idi aulica, e Paolino Talabot
autore della ferrovia da Lione al Medi-
terraneo. Si recarono sul!' Istmo per far-
vi colla maggior diligenza gli studi op-
portuni alla scavazione d' un canale ma-
rittimo che unisse idue mari. Riuscirono
a chiarire e correggere gli eri ori del se-
colo scorso de' geometri francesi, sebbe-
ne valenti, trovando principalmente, che
i due mari a bassa marea hanno livello
eguale, salvo le maree. Quindi sui nuo-
T U R 43 1
vi e profondi studi e misure prese, si for-
marono i nuovi disegni proposti e di-
scussi in tutta Europa intorno al fura-
mento dell'Istmo. E siccome la Francia
non desistè mai dal suo progetto, poi vi
inviò il Lesseps a recarlo in atto, con ri-
prendere l'opera della società europea
concepita da Enfantin. L' Istmo che si
trattò di tagliare ha circa 120,000 metri
di larghezza tra Suez e la riva al nord di
Vai amali presso l'antico Pelusio : ora le
terre di alluvione estendendosi a un 5ooo
metri, ne consegue che il minimo della
distanza tra'due punti estremi è di circa
1 1 5,ooo metri. Non è moderna 1' idea
della formazione d' un canale che met-
tesse in comunicazione i due mari: vuoisi
che Sesostri la intraprendesse pel i.°,inca-
nalandoil braccio Pelusiaco del Nilo e re-
candolo in comunicazione col mareRosso.
Altri con Erodoto più probabilmente as-
serisconOjChe ciò avvenisse sotto Necao fi-
glio di Psammetico,ina che da Necao fosse
interrotta per ubbidienza a un oracolo.
PeròDario figlio d'Istaspe, impadronito-
si dell'Egitto, ne ripigliò i lavori ed aprì
nuovamente il canale. Secondo Erodoto
eStrabone esso fu ristorato,eompito e reso
navigabile da Tolomeo II Filadelfo, con-
ducendo il canale fino ad Arsinoe sull'E-
ritreo. All' opera de'Faraoni, de're per-
siani e de'greci s'aggiunse più tardi quel-
la degl'imperatori romani. Ne' primi an-
ni del regno d'Antonino era in piena at-
tività, o meglio apiì un altro canale da
lui chiamalo in onore di suo padre adot-
tivo, Hamnis Traianus, che partendo
da Babilonia d'Egitto (il Cairo) correva
fino a Pharbaclis o Bnlheis, e qui s'allac-
ciava all'antico. E vi ha luogo a credere
che continuasse ad esserlo durante il sèco-
lo degli Antonini. S'ignora in qual epoca
precisa questo canale fosse lascialo ostrui-
re dalle sabbie; si sa però che ri ma se eli in*
so fino alla conquista dell'Egitto fatta
dagli arabi, cioè dal principio del III se-
colo dell'era corrente fino quasi alla me-
tà del VII. Fu ristabilito dal calilfo d'O-
43a TUR
mar, e ne continuò la navigazione fino al
califfo Abu-Giafar-Almanzor. che il fì;ce
ch'iutiere verso gli anni 762-767 per im-
pedire il ti asporto di viveri al ribelle Mo-
li.untt-Ben-Abdullà. Da quell' epoca in
poi il canale non fu più ricostruito, ma se
ne vedono le vestigia. Il celebre calilTo
lIurum-al-Rascid del 786 lo voleva ri-
storare, ma ne fu stornato per timore che
ì mussulmani non venissero distolti dal
recarsi in pellegrinaggio alla Mecca. Nel
1 5 1 7 il sultano Selim I insignoritosi del-
l'Egitto s'avvisò anch' egli di riaprire il
canale, ma la morte ne troncò il disegno,
Solimano II suo figlio riprese il concetto
ereditato dal padre, e v'impiegò di molti
denari e operai, senza però riuscire nel-
l'intento. E a vuoto parimenti riuscirono
le speranze de' suoi successori fino a Mu-
stela III del 17 57, frastornate sempre dal-
la morte oda ostacoli che sarebbe lungo
a ridire. Né miglior esito incontrarono le
istanze che presso i sultani d'Egitto mos-
sero i veneziani, quando si videro rapire
la suddetta signoria de' mari da' porto-
ghesi scopritori del Capo di Buona Spe-
rante le premure di Luigi XIV, il quale
consigliatovi da Leibnitzio, ne fece tener
vive pratiche alla Porta dall' ambascia-
tore Nointel. Trovasi l'Istmo di Suez al-
l'oriente del Delta o triangolo della pia-
nura del Basso Egitto, in forma di breve
lingua di terra, che correndo da Suez a
Pelusiodivideilmare Rosso dal Mediter-
raneo; e forse negli antichissimi tempi in
cui il Delta era una gran baia, l'Istmo non
era che un Bosforo, ossia stretto di mare.
Tenendola via più breve, cioè la dritta
che fila da mezzodì a tramontana, s'in-
contrano lande montuose e difficili; men-
tre facendo un po' di curva si trova una
strada agevolissima e lunga più di 120
chilometri, che la natura sembra avere
preparata appunto per ricevervi un ca-
nale, ed alimentato con l'acqua dei. due
mari, per quindi sboccare sul Mediterra-
neo nella baia di Tineh pel porto Said.
Aperto il canale, le spiaggie vicine del
T LI R
mar Rosso e del Mediterraneo sa ranno il-
luminate con fari di 1 /'ordine, per indi-
carne a'vascelli l'entrata. Le conclusioni
da ultimo recate dalla commissione scien-
ti fica internazionale sembrano avere pie-
namente risoluta ormai la questione del
taglia mento dell'Istmo egiziano,per(j uà il-
io riguarda il suo lato scientifico. Resta
ora, che ella venga decisa anche dal lato
politico, mediante il consenso delle na-
zioni europee, delle quali siccome comuni
sarebbero i grandissimi vantaggi che l'in-
trapresa promette, cosi vuole anch'essere
comune il concorso e la cooperazioue ad
eseguirla. Tra esse la sola Inghilterra si
è mostrala avversa (sebbene ottenne da
Abbas pascià di costruire tra Suez ed A-
lessaudria la strada ferrata che ora serve
per la loro posta dell'Indie), non già per-
chè non abbia a sperarne anch' ella ric-
chissimi profitti pel suo commercio del-
l'Indie; ma perchè dovendo l'apertura
dell' Istmo tornare più. vantaggiosa alle
nazioni che siedono sul Mediterraneo, che
nona lei rilegata nell'Oceano, l'accresciu-
ta prosperità di queste ridonderebbe in
suo danno e le scemerebbe forse quella
signoria de' mari di cui è sommamente
gelosa. Ella teme ehe non incontri a lei
per 1'tipri mento dell'Istmo quel che av-
venne a Venezia per lo scoprimento del
Capo di Buona Speranza. Secondo i cal-
coli de'perili, 6 anni basterebbero a com-
piere un' opera che farà succedere nel
mondo una rivoluzione meravigliosa e u-
niversale, qual non si vide più dal secolo
di Colombo in qua. E chi mai ne potrà
presagire tutte le conseguenze ed enume-
rare le intricale e lontanissime serie d'ef-
fetti che ne risulterebbero non solo nel-
l'ordine materiale del commercio e delle
ricchezze, ma eziandio nel più elevato del
politico e morale incivilimento. Aprendo
l'Istmo di Suez, la via dell'Indie orientali
viene accorciata a'navigli europei di circa
3700 leghe, cioè di più della metà. Ora
questo semplice fatto non è a diredi quan-
ti nuovi e importantissimi risultamcnti
TUR
possa essere fecondo. Le ricchezze del-
l'Indie e della Cina affluirebbero in Eu-
ropa con profusione, ed a buonissime der-
rate. La spesa necessaria a quest'impre-
sa fu già calcolata da alcuno 4°, da altri
070 milioni di franchi. Pel taglio dell'I-
stmo di Suez i due mari Mediterraneo e
Rosso venendo congiunti, il commercio
dell'oriente riprenderà le antiche strade
per l'Italia, abbandonate dopo lo scopri-
mento della via marittima intorno all'A-
frica. A questo lauto banchetto tutte le
nazioni d'Europa sono convitate, benché
non tutte certamente vi godrebbero egual
parte. Quelle cui bagnai! Mediterraneo o
che vi hanno porti e stazioni marine sa-
rebbero sema dubbio le più avvantag-
giate. Le piazze mercantili maritlimesul-
l'Adriatico e sul Mediterraneo attireran-
no di bel nuovo in gran parte a se quel
commercio. Ciò viene mostrato dalla Òro-
nacaò\ Milano, del eh. cav. Ignazio Can-
tù anno I, p. 1 19 e seg., col testo del fir-
mano di concessione ecogl'imporlanti ar-
ticoli: i.°ll Mediterraneo. 1. °L'Italia lito-
rale. 3.° L'Italia insulare. 4-° Conclusione.
In questa si dice: » Cosi la patria che Dio
ci diede, privilegiata per clima, per ab-
bondanza, per suolo, grande nella storia
del passato, decaduta nelle rovine succes-
sive al medio evo, ebbe dalla natura doni
che ninno le può negare. I suoi porti di
Savona, Nizza, Genova (la quale si vuole
giacere nella situazione migliore in faccia
all'Europa), Spezia, Livorno, Civitavec-
chia, Terracina, Gaeta, Palermo, Messi-
na, Brindisi, Manfredonia, Fermo, Anco-
na, Ravenna, Venezia, sono altrettante
località in aspettativa di miglior fortuna.
La società de'battelli che percorrono l'A-
driatico, 1' .Tonico, l'Arcipelago, e vanno
a toccare la capitale del mondo mussul-
mano, o(fre un sempre più soddisfacente
prospetto delle sue operazioni. Tutto dun-
que fa credere che tra poco il commercio
dell'Europa coll'lndia aumenterà l'atti-
cità de'porti italiani; non foss'allro alme-
no come stazione de' vapori passeggeri.
VOI. LXXXI.
TUR
433
L'esperienza dimostrò che se nel seco-
lo XV si preferì l' interminabile via del
Capo di Buona Speranza (V.) alla molto
più breve strada di terra, perchè i disagi
di chi cammina per le vie terrestri sono
ben altri da quelli che scivolano sulle on-
de, l'esperienza provò altresì ch'è quasi
impossibile stabilire una linea regolare di
bastimenti a vapore dall' Europa a Cal-
cutta lungo quella via, per motivo del-
l'immensa distanza che separa le stazio-
ni, e per l'impossibilità d'approvvigiona-
re sullìcientementei navigli del necessario
combustibile, mentre già sono sovrab-
bondanti di mercanzie. Ma quando la
strada dell'Istmo di Suez sarà compinta,
i battelli del Mediterraneo faranno il viag-
gio da Venezia o da Genova a Bombay
in cinque o sei settimane al più, in vece
del triplo di tempo ch'è indispensabile
ossidi. La medesima encomiata Crona-
cadì Milano, in aggiunta al riferito sul
taglio dell'Istmo di Suez e grandioso sca-
vo del canale fra il Mediterraneo e il mar
Rosso, a p. 277 e seg. pubblicò diversi pe-
riodi storici interessanti d'un relativo ar-
ticolo, i quali terminano con queste pa-
role. » Trieste e Venezia, le quali dalla
congiunzione de' due mari si ripromet-
tono incremento a'ioro commerci, hanno
fin dal principio accompagnata quest'im-
presa co'Ioro voti, e seguono ora con in-
teresse i passi ch'essa fa verso il suo com-
pimento... Dopo la scoperta del passaggio
del Capo di Buona Speranza, Venezia ri-
cevè de' colpi mortali, per cui il suo com-
mercio si diresse da quel punto in mano
de'portoghesi, poi in quelledella Spagna,
indi dell'01anda,e finalmente degl'inglesi,
i quali seppero eludere sempre i progetti
di canalizzare l'Istmo... La Rivista Fene-
ta scrisse 4 lunghi e ragionati articoli su
tale proposito, che poi raccolti insieme
col titolo complessivo, Il commercio del-
l'India e V Istmo di Suez, memoria del
d.r Girolamo Errerà, Venezia 1 856, co-
stituiscono una dotta monografia di tale
argomento ... È bello il leggere il Bolle t»
434 TUR
tino <Ir IT Istmo di Suez, che il eli. Ugo
Cilindri pubblici a Tei ino ogni 1 5 gior-
ni ". Ne trotta V Enciclopedia contempo-
ranca di Fono. Dice la Civiltà Cattoli*
ca, che non meno grandiosi saranno i
risultamenli, clic spettano al solo ordine
materiale della ricchezza, degK effetti mo-
rali, politici e religiosi che tutti enumera.
In tal modo l'umana stirpe, benché dila-
tata per lutto il mondo, si andrebbe rav-
vicinando a gran passi verso quell'unità
che già ebbe in Oriente i suoi primordi!,
e che secondo l'oracolo divino deve avere
uè' tempi novissimi il suo compimento.
Abbreviandosi di tanto il viaggio dell'In-
die, immenso sarà il vantaggio che ne
trarrà l'apostolato cattolico, per la con-
versione dell' Oriente. Lo zelo de* mis-
sionari riacceso di nuovo ardore si slan-
cierà per la novella carriera e coglierà
in campi vastissimi feracissima messe e
conquiste. Quando le parti estreme del
mondo saranno men lontane da Roma,
centro e capo dell' Orbe cristiano, anche
per l'apertura dell'Istmo di Panama) di
cui feci parola altrove, e potranno ascol-
tare quasi presenti la voce del Pastore su-
premo; allora che più mancherà perchè
la grazia dell'Evangelo trovi spianata la
via a far di tutto il mondo un solo ovile?
La religione dunque non meno che la ci-
viltà devono rallegrarsi sull'incremento
rapido del commercio e sull'impresa del-
l' Istmo egiziano. L'Istmo di Panama è
oggi la strada la più battuta da' viaggia-
tori di tulle le nazioni, i quali vanno nel
l'Oceano Pacifico o che ne fanuo ritorno.
Vi si è costruita una Strada ferrata, e
presto o tardi vi si scaverà il canale. Quel
popolo che giungesse a farsi padrone di
queste due vie di comunicazione diverreb-
be l'arbitro della navigazione e del com-
mercio di tutto il mondo. Gl'inglesi, me-
no di qualsiasi altri, potrebbero sostene-
re una tale sovranità, come dice il Con-
stilliti onne l. L'Istmo di Panama ha co-
mune la sorte col resto dell'America cen-
trale. E stalo a principio compreso ne'li-
T U II
miti della Nuova Granata; ma in seguito
delle turbolenze di quella repubblica,
l'Istmo è stalo elevalo al grado di stato
libero e indipendente, vale a dire è stato
investito del diritto di darsi una costitu-
zione. Nondimeno la Nuova Granata ha
ritenuto il privilegio di regolare gli affari
esterni dello stato e di mantenerci forze
militari per momenti; ma in tal modo lo
ha fatto chegli americani degli Stati Uniti
sono divenuti i veri e soli padroni del ter-
ritorio. Essi hanno stabilito una ferrovia
e fondata sul suo principio nell'Atlantico
la città d'Aspinwal,di più vi hanno sta-
bilito una stazione navale fra le due estre-
mità della strada. Il Giornale di Roma
ancora riferì diverti articoli sull' Istmo
di Suez, il firmano di Mohammed Said a
p. 87 del i855,e il firmano dello stesso
viceré de' 20 luglio 1 856, a p. 840 di tale
anno. Quest'ultimo firmano riguarda la
esecuzione de' lavori del canale maritti-
mo di Suez, onde provvedere al buon
trattamento degli operai egiziani che vi
saranno impiegati, e vegliare nello slesso
tempo agi' interessi de' coltivatori, dei
proprietarie intra prenditori del paese, il
tutto stabilito di concerto di Lesscps pre-
sidente fondatore della compagnia uni-
versale dei detto canale. Fu annunziata la
formazione della compagnia egiziana di
cabottaggio a vapore nel mare Rosso, la
quale si connette colla canalizzazione del-
l'Istmo di Suez. Allorché le merci saran-
no giunte a Suez per mare, esse non han-
no più da subire il trasporto a cammello
sino al Cairo. Inoltre Suez avrà quanto
prima l'immenso vantaggio della ferro-
via che lo porrà a poche ore da tolto il
resto dell'Egitto e dal Medi Ieri aneo,poi-
chè la via ferrala va di già dal Cairo ad
Alessandria, e Suez non è più d'8o leghe
da questa. L'ingegnere inglese Gisborne
ottenne dal viceré d'Egitto la concessio-
ne d' un telegrafo elettrico da stabilire
fra Alessandria e Suez, sulla linea della
ferrovia egiziana, pei* la comunicazione
fra l'È uropa e le 1 udie.Nel dicembre 1 856
T U R
^rnvi ostacoli incontro a Costantinopoli
il grandioso progetto del taglio dell'Istmo
di Suez, favoreggiato con gran calore
dalla Francia. Onesti ostacoli proveni-
vano principalmente dall'Inghilterra, la
quale si è falla promotrice d'un altro pro-
getto non meno gigantesco e tendente al-
l'istesso scopo d'unire l'Europa coll'Indie
Orientali. Onesto consiste nella ferrovia
dell'Eufrate, intrapresa che tentarono di
screditare i fogli francesi. Adonta di que-
sti due progetti rivali per congiungere
l'Europa gli' Asia, pare che prevalere il
taglio dell'Istmo di Suez; intanto si voi
le deliberare l'eseguimento d'un piccolo
canale, che parte dal Nilo. E indispensa-
bile che io termini queste generiche no-
zioni sull'Istmo di Suez, con riportare
quanto la lodata Cronaca di Milano ri-
ferisce a p. 53 i dell'anno 2.° » Anche il
i 856 entra nella storica serie del passa-
to e confida al suo successore una quan-
tità di lavori incompiuti, a cui esso o
diede l'iniziativa, o che raccolse già ini-
ziati del suo antecessore. Basterebbe an-
che la sola questione de' due tagli degli
Istmi di Suez e di Panamà,destinati a fon-
dere tra loro le sinora disunite acque del
Mediterraneo e dell'Eritreo, e quello del
Golfo Messicano e del Pacifico, per atte-
stare quali sono le immense questioni
che stanno sul tappeto dell'Umanità. Ef-
fettuati che sieno questi due tagli, la cui
esecuzione non può esser mollo lontana,
un viaggiatore partirà supponiamo il di
di Pasqua da Gibilterra, e alle feste di
Pentecoste ritornerà a Gibilterra. E se gli
domanderete dove sia stato ? potrà nien-
te meno che dirvi : ho percorso 3cj,ooo
kilometri, ho visitato il Messico, la Nuo-
va Guinea, flndostan, P Arabia, l'Egit-
to, insomma ho veduto P Europa, P A-
inerica, l'Oceania, l'Asia e l'Africa, ho
provato in questi 38 giorni le modifica-
zioni di tutte le 4 stagioni; ebbi la pri-
mavera in Europa, Pinvernoin Ameri-
ca, l'autunno all'Australia, Pesiate inA-
sia; ho veduto tutte le razze umane dal-
TUR 435
le più colte alle più ignoranti, dalla più
bianca alla più nera, ho ripetuto i famo-
si viaggi dell' intrepido Cook. Così sarà
ridotto a questione di giorni il più lungo
de'possibili giri mondiali; quel piroscafo
viaggiatore avrà fatto scorrere la sua
chiglia nell'acque dell'Atlantico, del Pa-
cifico, del mar Indiano, del mar Rosso e
del Mediterraneo, avrà veduto gli splen-
didi Arcipelaghi dell'Azzorre, delle An-
tille, dell'Oceania, della Sonda; avrà su-
perato gli stretti di Torres, di Sumatra,
di Babel-Mandel, di Gibilterra; avrà ve-
duto i capi di Comorino e di Guardami,
che formano i punti geografici eminenti
del globo e che statino a migliaia di ki-
lometri disuniti fra loro".
Tornando alla guerra di Crimea, do-
po la battaglia d'Inkermann, gli alleati
munirono i loro campi con formidabili
difese, e persino provvidero alle pioggie,
alle tempeste e a' geli per la sicurezza
dell'armata; imperocché le pioggie con-
tinuate, il freddo e i venti toi ritentarono
P esercito più che non avrebbero forse
fatto micidiali combattimenti. Oltre le
truppe che mandava Francia e Inghilter-
ra in Crimea, la Turchia inviò gran parte
dell'esercitod'Oiner divenuto inutile alla
difesa de' principati di Moldavia e Va-
lacchia, dopo che P Austria col trattato
de' i dicembre, concluso con Francia e
Inghilterra e riportato a p. i 2o3 del G/'or-
nale di Roma deli 854, se ne incaricò;
laonde presto l'armata sotto Sebastopoli
dovea giungere a i5o,ooo uomini. Impor-
tantissimo fu il detto trattato, poiché ri-
ferendosi alle dichiarazioni d'anteriori
protocolli, si obbligarono le alte parti con-
traenti a non entrare in nessun accomo-
damento collaRussia, prima d'aver collet-
tivamente deliberato in proposito. L'im-
peratore d'Austra avendo occupato col-
le sue truppe i due principati, in virtù
del trattato stipulato a' i4 giugno colla
Porta, si obbligò difenderne i confini dai
russi, e per l'autorità delegata dalla Por-
ta a Francia e Inghilterra, non recava pre-
436 TUR
giudizio a'movimenti di loro truppe (ale
occupazione. Che in Vienna le dette 4
potenze formeranno ima commissione per
regolarne le questioni, sia stillo stato ec-
cezionale de* principati, sia pel libero pas-
saggio dell'armate. Qualora scoppiassero
ostilità fra l'Austria e la Russia, l'impe-
ratore d'Austria, quello de'francesi, e la
regina d' Inghilterra, si promisero mu-
tuamente alleanza offensiva e difensiva
nella guerra presente; e di non accogliere
dalla Russia veruna proposizione, senza
essersi intesi fra di loro. Qualora il rista-
bilimento della pace generale non fosse
assicurato nel corso del presente anno
i854, le 3 potenze delibereranno senza
ritardo sui mezzi efficaci per raggiungere
lo scopo di loro alleanza. Le 3 corti sta-
bilirono comunicare il trattato al re di
Prus
issia, e ne riceveranno con premura la
sua adesione, se volesse obbligarsi alla
cooperazione nello adempiere l'opera co-
mune. La Prussia non aderì a questo
trattato, Densi sottoscrisse un articolo ad-
dizionale a quello concluso coli* Austria
a'2oaprile, obbligandosi assisterla se fosse
assalila da'russi, con 100,000 uomini, e
sperare che anco gli altri confederati te-
deschi accetteranno quest' articolo ; ma
poi si negò di porre in istato di guerra
le sue truppe. Pretese di stringere par-
ticolari e separati trattati con Francia e
Inghilterra, e d'esser ammessa confiden-
zialmente alle conferenze che si tenevano
a Vienna per la pace, ma le fu negato ;
quindi interminabili furono le moltepli-
ci pratiche diplomatiche fra Y Austria e
la Prussia, tra esse e le altre potenze dì
Germania. La discordia tra l'Austria e la
Prussia sopra il punto del porre in moto
le truppe federali, finì coll'accettare che
fecero entrambe il mezzo termine propo-
sto dalla Baviera : fu cioè definito che i
governi tedeschi sieno invitali a ordinar
le loro truppe in guisa che, comandan-
dolo la dieta, possano essere poste in mo-
to nel tempo di i5giorni. Così la dieta
concesse all'Austria una parte del da lei
TUR
chiesto, e salvo insieme l'onor della Prus-
sia. Questa potenza sempre sostenne che
non si togliesse alla Russia veruna parie
di territorio, che si tenesse lontano quan-
to poteva sapere di rivoluzione, che non
si chiedesse più di quello che importa-
vano le 4 condizioni, e che in ogni caso
non s'imponessero alla Russia condizioni
troppo dure e umilianti. Le potenze al-
leate si andavano lagnando, che in Ber-
lino trionfava la parte russa, e che il ga-
binetto tratteneva la Germania dall'en-
trare in aperta guerra colla Russia, per
essere con questa legata con reciproche
promesse. A' 28 dicembre P Austria, la
Francia e 1' Inghilterra segnarono i\n
nuovo protocollo, quale articolo addizio-
nale al trattalo de'2 dicembre, nel quale
concordarono unanimemente l'interpre-
tazione de'4 articoli surriferiti, della nota
francese de' 22 luglio, per stabilirne il
senso. Cominciò l'annoi 855 con un bar-
lume di pace sul fosco orizzonte, pel ma-
nifesto di Nicolò I disposto a condizioni
eque di pace, e per trattarsi questa seria-
mente a Vienna. L'imperatore non ve-
deva che con turbamento P unione del-
l'Austria colle formidabili potenze occi-
dentali, alle quali stava per unirsi la Sar-
degna; e siccome la lega contro di lui o-
gni dì si faceva più universale in Euro-
pa, pensava d'uscir con onore da un con-
flitto che ormai sembrava superare le sue
colossali forze. Dall'altro lato non desi-
deravano troppo la continuazione della
guerra gli alleati, tranne 1' Inghilterra
che sembrava temere che si concludesse
la pace, ad onta che vedeva Io stato de-
plorabile del suo esercito in Crimea e
decimato: pare che amasse di veder on-
ninamente prima distrutta la flotta rus-
sa. L'esercito inglese sotto Sebastopoli si
trovò sprovvisto di molte cose necessa-
rie, senza tende, senza fuoco, accampato
in un mare di fango, coraggioso peròsem-
pre e immobile, non solo avanti il nemi-
co, ma ancora alle prove forse più dine
che l' intemperie degli elementi, per le
TUR
privazioni pressoché d'ogni cosa ; le nuo-
ve reclute inesperte e non avvezzate alia
fatica, appeua giunte in Crimea amma-
lavano, e non servivano che a ritardar
le mosse e ad empiere gli ospedali, men-
ile erano privi di medici e infermieri;
laonde il governo venne nella determi-
nazione di arrotare alcune migliaia di
forestieri agguerriti, ad onta dell' oppo-
sizione delle camere, che biasimarono la
sua poca previdenza nel fornire l'eserci-
to dell'occorrente, il che produsse la ca-
duta del ministero Àberdeen-Russel. Al
nuovo si pose alla testa lord Palmerston
e nuovamente Russe!. Cosi ad un parti-
giano della pace successe l'acerrimo so-
stenitore di calda guerra, ed un ministe-
ro ardente per continuarla. In vece nel
campo francese, oltre l'essere provvedu-
to senza paragone meglio del suo allea-
to, seppe trovar maniera di difendersi dal-
l'umidità sì fatale alla salute de' soldati;
e per le condizioni infelici dell'esercito in-
glese, rimasero iti certo modo i soli fran-
cesi incaricati dell'assedio e della guardia
delle trincee. Oiner pascià a' 5 gennaio
era nel campo allealo sotto Sebastopoli,
per porsi d' accordo cogli altri generali
sopra i movimenti de' 3 eserciti, ed a' 6
partì per Vania, per poi ritornare in Cri-
mea, dopo aver sopra v vegliato all' im-
barco de' turchi, de' quali si recarono a
Eupatoria circa i6,ooocon aumento di
fortificazioui, perchè i russi 1' andavano
circondando. A* 26 gennaio il redi Sar-
degna Vittorio Emanuele li entrò nel
trattato della lega di confederazione, sti-
pulato a? 1 2 marzo e a' 1 o aprile del pre-
cedente anno tra la Turchia, la Francia
e 1' Inghilterra, sottoscritto dal conte di
Cavour, successo nel ministero degli af-
fari esteri al general Dabormidache non
volle firmarlo. Il re si obbligò di som-
ministrare 1 5,ooo uomini e uua brigata
di riserva, di fanteria, cavalleria e arti-
glieria in proporzione; esercito che dovrà
conservarsi sempre in detta cifra con suc-
cessivi rinforzi, e venne allidato al coruau-
T U R
437
do del generale Alfonso La Marmora.Le
alleate Francia e Inghilterra guarentiro-
no il territorio sardo durante la guerra,
promisero d'aprire i loro magazzini per
le provviste, e il governo inglese impre-
stò al re di Sardegna perallestire le trup-
pe un milione di lire sterline. Nella di-
scussione delle camere di Torino, il trat-
tato ebbe propugnatori e impugnatori.
Indi a' 1 5 marzo seguì l'alleanza tra il re
e la Porta ottomana. Nel febbraio i 25,ooo
russi comandati da Osten-Sacken fecero
uua ricognizione contro i turchi d'Eupa-
toria, e ve ne trovarono 4o,ooo, onde de-
posero il pensiero di espugnarla, essen-
done stati respinti a' 1 7. Tal generale poi
successe nel comando in Crimea a Men-
zikoff richiamato a Pietroburgo. Dopo la
battaglia d'Alma, il combattimento diBa-
laklava, la giornata d'Iukermanu e il re-
spinto assalto d'Eupatoria, il fatto d'ar-
mi più segnalato ch'ebbe4 luogo in questa
guerra fu il combattimento alla torre di
Malakoff innanzi a Sebastopoli, dal destro
lato de' lavori d'assedio, succeduto nella
notte tra il 23 e il 24 febbraio. Aveano i
russi innalzati alcuni lavori di difesa tra
le mura di Sebastopoli, divenuta più forte
e sicura di quello che non fosse al primo
giungere in Crimea degli alleati, e le trin-
cee uemiche; co'quali, oltre all'impedire
il proseguimento dell'opere d'assedio, po-
tevano anche facilmente danneggiar le
fitte. Di che, avendo il Canrobert inca-
ricala una parte del suo esercito di di-
struggere que'lavori di contrapproccio, il
tentativo fu eseguilo nella delta notte.
L'assalto fu respinto da'russi, dopoché i
francesi visi erano stabiliti con gravi lo-
ro perdite. Mentre l'imperatore Nicolò I
avea accettato i famosi 4 articoli per trat-
tare la pace e le successive interpretazioni
di tali guarentigie, convenendo alla con-
ferenza da teuersi a Vienna per discuter-
le; mentre in pari tempo faceva nuovi e
formidabili preparativi perla guerra, au-
mentando i mezzi di difesa e ordinando
la leva della milizia generale dell' itupe-
438 TUR
NI, mori nella mattina de'2 inalzo 1 855,
dopo breve e grave malattia, ed il princi-
pe ereditario Alessandro li fu proclamato
solennemente imperatore nel corso della
stessa giornata, e gli i\\ prestato il giura-
mento d'ubbidienza. Non ostante l'inten-
sità del freddo, Nicolò I avea continuato
ad attendere a'suoi soliti esercizi ; tutto
volea veder da se e ben paratamente; visi-
tava i soldati nelle loro caserme; passava
lunghe e frequenti riviste, dimenticando
le precauzioni e i riguardi che la sua età
di circa 60 anni (e ne regnò 3o) richiede-
vasoltoun tal clima ein una stagione rigi-
da.Tullavolla per le osservazioni de'suoi,
da un anno curava la propria salute, ma
in un modo tutto suo e per evitar la pin-
guedine che assai temeva. Si ammalò di
grip e si pose a letto a'28 febbraio, e au-
mentandosi rapidamente il male, con pa-
ralisi nel polmone, prese congedo da'suoi
1' ultima nofle di sua vita nel modo più
commovente, dirigendo ad ognuno paro-
le di conforto e dando la sua estrema be-
nedizione. Nicolò 1 di vasta mente e di
ingegno singolare, dotato di molte qua-
lità degne d' un possente sovrano, ebbe
naturale attitudine per le scienze militari
e soprattutto per l'arte delle fortificazio-
ni ; coltivò eziandio le arti amene e in
ispecie la musica nella quale compose va-
rie marcie militari. Si disse, che 1' esito
della strepitosa guerra gli abbreviò il suo
vivere. Si disse ancora che il disegno da
Nicolò 1 fatto su Costantinopoli non era
per aggiungerla a' suoi stati, e che nep-
pure mirava di formare delle sue beile
e ricche contrade uno stato indipendente
pel 2.0 de'suoi figli granduca Costanti-
no. Usuo disegno era molto più accorto e
più vasto. Egli voleva fare della grande
Costantinopoli e de' suoi dintorni un do-
minio temporale pel patriarca greco sci-
smalico della medesima, cui voleva in-
nalzare al grado di Pontefice della Chiesa
orientale. Le milizie russe avrebbono a-
vuto loro stanza nella città residenza del
patriarca, e così fatta all'imperatore si-
TUR
curia di quel porto, di que'golfi e di quel
mare ; mentre un ambasciatore russo gli
avrebbe assicuratola piena aderenti a
docilità del patriarca, e per essa tutto il
prestigio dell'autorità esercitata da tal
patriarca sopra 1' oriente scismatico sa-
rebbesi rivolta a vantaggio dell'impera-
tore delle Piussie. Quest'inaspettata mor-
te accrebbe alquanto quelle speranze di
pace, che la prudente politica dell' Au-
stria, le pressoché eguali forze delle parti
combattenti e la prossima apertura delle
conferenze di Vienna aveano già ingene-
rato negli animi di molti. E vero che il
nuovo imperatore Alessandro II nel suoi.0
manifesto o proclamazione dello stesso 2
marzo, che si legge a p. 2 53 del Giornale
dì Roma, pregò fra l'altre cose la Prov-
videnza a voler fare in modo ch'egli >» po-
tesse compiere i disegni e i desideri i di
Pietro I, di Caterina li, di Alessandro I
e di Nicolò d'eterna memoria"; il che in-
dusse di per se 1' opinione eh' egli fosse
propenso alla guerra come suo padre.
Ma il ben nolo carattere d'Alessandro II,
che potè ammirare anche Roma, lodalo
da tutti come dolce e pacifico, e il sapersi,
o almeno Udirsi che si era fatto, ch'egli
avesse altamente disapprovate le spaval-
derie del Menzikoff a Costantinopoli, e
l' invasione de' principati, produssero e
crebbero in molti la lusinghiera creden-
za che la pace dovesse uscire dalle con-
ferenze viennesi più facilmente che non
una lega più stretta di vincolo, o più am-
pia d' alleati contro la Russia. Tali lieti
speranze aumentarono per un dispaccio
circolare russo de' io marzo, in cui fu
detto: «Le intenzioni dell'imperatore Ni-
colò i saranno religiosamente osservate.
Esse ebbero per iscopo di ridonare alla
Russia e all'Europa il benefizio della pa-
ce: di assicurare la libertà del culto e la
prosperità de'cristiani nell'oriente senza
distinzione di riti; di porre le immunità
de' principati Danubiani sotto una gua-
rentigia collettiva; di assicurare la libera
navigazione del Danubio in favore del
T U R
commercio di tolte le nazioni; di far ces-
sare nel Levante la rivalità delle grandi
potenze per prevenire novelle discordie:
da ultimo di porsi d'accordo colle mede-
sime sopra la revisione detrattali coi qua-
li esse sancirono la chiusura degli stretti
del Bosforo e de' Dardanelli, giungendo
così ad una sanzione onorevole per tutti.
Una pace fondata sopra questi principii,
ponendo fme alle calamità della guerra,
richiamerà sul nuovo regno le benedizio-
ni di tutte le nazioni. Ma la speranza di
pace sarebbe vana se le condizioni varcas-
sero i limili seguati dalla dignità della co-
rona di Russia. L'imperatore attende la
manifestazione de' pareri de* vari gabi-
netti con un sincero desiderio di concor-
dia ".
Sotto i favorevoli auspicii della seria
volontà che aveano i potentati di porre un
termine alla guerra d'oriente, salvato l'o-
nore militare d' ambo le parti, si apriro-
no in Vienna a'7 marzo le conferenze, co-
minciale a'i 5 da'loro ambasciatori, cele-
bri e segnalati uomini di stato, in base dei
4 articoli e loro interpretazione accettati
dalla Russia. I plenipotenziari chiamati
alla grand'opera del ristabilimenlo della
pace furono: per la Porta Aridelfeudi e
Riza bey ambasciatore ordinario del sul-
tano a Vienna, con quelle speciali istru-
zioni riferite dal Giornale di Roma, a
p. 3 io, dovendo limitarti a prendere le
questioni che vi si tratterebbero solamen-
te ad referendum j poiché le questioni
concernenti la futura pace,essere d'un'im-
portanza troppo capitale per l'impero ot-
tomano, perchè si debbano decidere col*
la più grande circospezione e le più ma-
ture riflessioni. Indi vi prese parte auche
Aali pascià ministro senza portafoglio. Per
la Prussia il principe AlessandroGortscha-
kolfambasciatore ordinario a Vienna, di-
verso dal generale supremo di tal cogno-
me, col Titofì già ambasciatore a Costan-
tinopoli. Per l'Inghilterra il suddetto lord
John Russel ministro delle colonie, col
conte Westmoreiand ambasciatore ordi-
T U R 439
nario a Vienna. Per la Francia l'amba-
sciatore residenziale barone di Bourque-
ney, istruitissimo degli altari d'oriente,
al quale poscia si aggiunse il ministro de-
gli esteri Drouyn de Lhuys. Per l'Austria
il ministro imperiale degli affari esteri il
conte Buoi Schauenstein, che regolò le
conferenze nella sua qualità di r.° pleni-
potenziario dell'Austria, ed il presidente
della dieta di Francfort barone di Pro-
ckesch, molto esperto negli alfari d'orieu-
le. La Prussia di fatto non vi fu ammes-
sa dagli alleati, ad onta delle perorazio-
ni de'rappresentauti russi, bramando che
prima si obbiigasse a qualche cosa nel-
l'ipotesi che leconferenze tornassero vaue.
Intanto i lavori di contrapproccio de' rus-
si avanzavano, procurandogli alleati per
quatito più potevano d'impedirli. Alcuni
di questi assalti alle nuove difese russe
furono sanguinosi assai dall'una e dal-
l'altra parte; tra' quali una sortita fatta
forse dai 5, ooo russi, per un assalto ge-
nerale contro i lavori d' assedio degli al-
leati intorno alla torre di MalakoiF, fu
respinta nella notte del 2 3 al 2/\. marzo,
dagl'inglesi e francesi, restando di questi
sul campo 3oo e de'russi 1000. ludi que-
sti calarono a fondo sulla bocca del porto
altri 4 legni da guerra per impedire viep
più l'assalto di Sebastopoli, sebbene l'im-
padrunirseue in tal modo e senza rego-
lare assedio si riconosceva impossibile,
per l'ini meuse sue forze di natura ed ar-
te, unite alia bravura incontrastabile dei
suoi prodi difensori. La flotta del Baltico
partì dall' Inghilterra alla volta del de-
cantato inespugnabile Croustadt, con me-
no entusiasmo dell'anno passato, ma pro-
babilmente con maggiori speranze, come
più forte per esser tutta a vapore e pel
nuovo genere di barche cannoniere onde
penetrare in tutti i bassi fondi, capitana-
ta dall'ammiraglio Dundas, diverso da
quello che avea comandato la flotta del
mar Nero. Dopo la 12.* conferenza di
Vienna se ne sospese la continuazione,
avendo la Russia dichiarato non poter
440 TUR
accettar l' aliti nativa, o la diminuzione
tli sua flotta nel mar Nero, né riguardar
questo come mare comune e neutrale.
Taki proroga esentò l'Austria dall'espo-
sizione di esser spinta a una convenzio-
ne militare, perchè restando un' ombra
di negoziati pacifici non era vi necessità
d'unir le sue all'armi alleate. Drouyn de
Lhuys avcmlo dato ascolto a qualche pro-
pósta di pace non pienamente conforme
alle sue istruzioni, si licenziò dal mini-
stero e gli successe il conte Colonna Wa-
IcAvski ambasciatore in Londra. Per lo
stesso motivo venendo biasimato Russel,
die la sua dimissione al ministero. Un
compendio delle conferenze di Vienna,
la Civiltà Cattolica riporta nella 2." se-
rie,!, i o, p. 7o3, e parla delle note circo-
lari del conte di Nesselrode per difender
la Russia in faccia all'Europa dall'accu-
sa di non voler in realtà quella pace che
tante volte avea desiderato; e del conte
Walewski che combattè e rettificò l'as-
serzioni di parecchi principii sostenuti
dal Nesselrode. A'g aprile cominciò il 2.°
bombardamento di Sebastopoli o alme-
no d'una parte principale di sue fortifica-
zioni di contrapproccio tra le mura e il
campo allealo; la sua durata di ^gior-
ni, meno la presa d'alcuni di que' lavori
folta nella notte venendo il 2 maggio, non
fruttò quasi nulla agli alleati, in vece
sempre minacciati dall'esercito esteriore
di osservazione del Liprandi situato in
posizione vantaggiosa, e perciò più che
mai si conobbe doversi prima disfare tale
esercito e poi procedere all' espugnazione
di Sebastopoli. Intanto non cessavano gli
arrivi di nuove truppe io Crimea che
sommarono a 1 66, 000, per cui gli alleati
ne inviarono colla flotta 1 5,ooo a Rertch
o Celerei che fu bombardato, e occupato
porlo e città: tosto tali forze superarono
200,000 uomini. Non per questo si po-
teva conquistare Sebastopoli, dovendosi
procedere nell'assedio secondo le regole
della tattica militare, le quali richiedono
giau tempo; oltre l'aver gli assediati au-
T U R
cor libero il passo verso Sinferopoli e di
là aperta la via di l'erekop, comunicante
col resto del vastissimo impero, il che gli
affrancava dal timore di mancare d'uo-
mini e d'ogni genere di provvigioni. Dal-
l'altra parte i russi stessi confessavano che
i lavori de^h assediatiti erano di così gi-
gantesca intrapresa, che forse non si co-
nosceva esempio d'altrettanta operosità
nelle storie de' militari assedii. Il ricor-
dato ultimo bombardamento vomitò da
4oo bocche fuoco infernale, come lo
chiamò GortsehakofF ne'suoi dispacci, e
per 9 giorni continui tanta strage che si
credeva giunti alla vigilia del sospirato
assalto; tultavolta la piazza assediata po-
co ne risentì, dovendosi le artiglierieav-
vicinar di più onde producessero il loro
terribile effetto. Il generale del genio
Totlleben, ingegnere capo della direzio-
ne de' lavori di difesa generale di Seba-
stopoli, munì questa col suo straordina-
rio ingegno e con regole del tutto nuove,
d' inespugnabili fortificazioni, che reca-
rono immensi danni agli alleati. Mentre
gli slessi russi confessarono, che se il ne-
mico appena sbarcato in Crimea l'avesse
assalita da vicino sarebbe certamente ca-
duta in suo potere, ala ora essere assai
dillìcile, considerali i 175,000 accorsi a
difendere la città e le incredibili opere di
difesa che poi vi furono innalzate. Can-
robert comandante supremo de'francesi
chiese e ottenne la dimissione, per motivi
di salute. Educato sui campi d'Africa,era
nel fiore dell' età, nella pienezza del vi-
gore, ed amatissimo da'soldati. Ne'6 mesi
del suo penoso comando, tra la pioggia,
la neve e il fango, non solo couservò le
posizioni e respinse valorosamente gli at-
tacchi del nemico, ma si avvicinò sempre
più alla piazza, superando tutte le diflicol-
là,e vinse la battaglia d'inkermann. Non-
dimeno l'impazienza con che attendevasi
la rovina di Sebastopoli, infastidita la fer-
vida soldatesca del lungo indugio, lo fece
giudicare lento e irresoluto. Avendo egli
stesso proposto per suo successore il gè-
TUR
neral Pelissier, questi gli surrogò l' im-
peratore, e Canrobert con rara generosità
e mirabile abnegazione, rimase al campo
qual comandante del corpo capitanato
prima dal suo successore.il nuovo coman-
dante generale de' francesi in Crimea di
circa 60 anni, ma pieno d'ardore mar-
ziale, godeva fuma d'attivissimo, arditis-
simo e d'immenso coraggio, perito assai
Dell'arte della guerra, singolare ne'ripie-
gbi subitanei e uegli slanci decisivi. Nell'e-
strema punta orientale della Crimea />ve
il mar JNero comunica con tpiel d'Azoff,
sorgono due città, Kertch e Jeuikaleb, la
I. 'famosa per esservisi avvelenato Mitri-
date VII re di Ponto per non cader nelle
mani di Pompeo; la 1. "edificata nel 1703
da'lurchi per chiudere a' russi V entrata
nell'Emilio. Per queste due città passa-
vano le munizioni di guerra e di viveri
dall'interno dell' impero a' combattenti
russi della Crimea. Avvedutisi gli alleati
dell'importanza vitalissima di talicomu-
nicazioni, troncarono quest'arteria della
Crimea con insignorirsene a'22 maggio, e
cou e>se il mare d'AzolF passò nelle loro
mani, distruggendo le flotte di Lyons e
Bruat tutti i legni, ed impadronendosi di
unaenoroiequanlilàdi provvisioni e mu-
nizioni de* russi : porli e città furono vi-
sitati dal cannone distruggitore, ed im-
mensa quantità di viveri fu data alle
fiamme. Così furono spietatamente dan-
neggiate e rovinate le sostauze russe nel
mate d'Azoff, già impenetrabile. La città
di Cherci fu orribilmente saccheggiata
dagl' inglesi e da' turchi, distruggendone
il prezioso museo, e vessando gli abitanti
crudelmente, il che mosse l'indegnazione
generale. Contemporaneamente Pelissier
colse anch'esso un bell'alloro sotto le
mura di Sebastopoli, con gettarsi furio-
samente la notte del 11 al 2:3 maggio sul
gran campo d' armi che i russi aveauo
latto al lato del mezzodì, nel luogo detto
il Cimitero, per impedir ulteriori approc-
ci e per distruggere le parallele del ne-
mico, n uscenti 0 la mischia assai micidiale;
TUR 44<
nella notte seguente si rinnovò l'attacco
dagli alleati, i quali rimasero padroni del
campo. Si calcolarono le perdite russe a
5ooo uomini, enormi quelle degli alleati,
ma assai meno numerose di quelle nemi-
che. Imbaldanziti di questa vittoria, mos-
sero gli alleali verso la Chernaia, fiume e
valle che piegano d'oriente in occidente
fino a perdersi nel golfo di Sebastopoli; si
impadronirono dell'alture che ne forma-
no la sponda sinistra, vi piantarono uu
campo e cominciarono fortificazioni. Uà
altro fatto d'armi presso Sebastopoli, av-
venuto a'7gi ugno, meritò parimente gran-
de onore agli alleati, sebbene lo pagarono
a largo prezzo di sangue. Fu esso l'assal-
to e la presa del poggio Mamelon Vert,
straordinariamente fortificato perchè ser-
visse di difesa alla terribile torre di Ma-
lakolf presso cui giace verso levante,che
da quel lato Malakoff è la chiave maestra
delle fortezze di Sebastopoli. Tale impor-
tantissima posizione dominando parte del-
la strada di Sinferopoli e l'estrema baia,
onde si poteva nuocere alla flotta russa ivi
ricovratasi, GortschakolF dovè trarla dal
porto militare. Si disse periti 5ooo russi e
degli alleali metà circa. Col poggio cadde-
ro in mano di Pelissier 5oo prigionieri, 70
cannoni e diversi ridotti circostanti. Ma
l'assalto sanguinosissimo al GranRedan,a
Malakolfe alle batterie che ne dipendono,
costò a' 1 8 agli alleali più di 3200 uomini,
morti, feriti, prigionieri o in altra guisa
scomparsi. L' esercito sardo ben accolto
dagli alleati in Crimea, i cui lidi ancora
risuonano delle prodezze de' reali di Sa-
voia e della possanza della marina geno-
vese, fin qui non avea avuto parte a qual-
che grave scontro, ed invece furono fla-
gellali dal cholera, che vi faceva stragi
nel loro campo di Kamara ed a Balakla-
va, morendone il fratello del comandan-
te, il bravo generale Alessandro La Mar-
mora istitutore del corpo de' bersaglieri,
non meno rinomali e intrepidi de' famosi
cacciatori di Vincennes e de'zuavi france*
si. CusUuliuopoli olire Y essere il conli-
4'p TUR
mio deposito de'ferili e maiali ili Crimea,
pali anch'essa ripetutamente il funesto
morbo ed aliti giavi infortuni!. A' f) giu-
gno un incendio ridusse in cenere il vasto
e magnifico palazzo imperiale di Alimed
Fethi pascià gran maestro d'artiglieria e
cognato del sultano, che fu il I .° degli am-
basciatori ottomani a rendere omaggio a
Gregorio XVI in Roma, siccome già nar-
rai : il danno si valutò a più di 1 o milioni
di piastre turche. L'incendio però ch'eb-
be luogo a' 24 Tu più assai pernicioso e
deplorabile, in 8 ore riducendo in cenere
5ooo case e botteghe turche e parecchi pa-
lazzi, oltre 5 moschee, 1 6 scuole e una bi-
blioteca. 11 danuo fu incalcolabile. Gioii-
stadt sempre era vagheggiata dalla flotta
nemica a rispettosa distanza, e sembrava
che dal suo durissimo scoglio intimasse
al Duudas ciò che l'anno scorso avea in-
timalo a Napier : Guardami finche vuoi,
purché non mi tocchi. Il generale russo
INI ura wielfo per combattere Sciamyl,o le-
mendu qualche bombardamento diLyons
oBruat, abbandonò la fortezza d'Auapa,
la piazza de' russi più valida sulla costa
asiatica del mar Nero, e la chiave de'loro
possedimenti nel Caucaso. L'ambasciato-
re inglese in Costantinopoli fece a nome
del suo governo una convenzione col sul-
tano, per prendere 20,000 turchi asoldo
inglese per l'esercito. Indi gl'inglesi for-
marono delle legioni straniere d'avven-
turieri svizzeri, italiani e tedeschi. Presero
al soldo un corpo d'irregolari turchi det-
ti basci-bozuch,i quali non furono potuti
domare ne da Omer pascià, né dal gene-
ral Yussuf, per cui riuscirono veri brigan-
ti. Benché Francia ricordasse all'Austria
le sue promesse, di mutar il trattato in
alleanza offensiva e difensiva, se le confe-
renze mancavano, a dimostrare l'Austria
che per allora non intendeva sguainarla
spada, diminuì notabilmente il suo eser-
cito. Restò all'Austria il favorire la pace
sui punti convenuti nelle conferenze, an-
co coli' armi occorrendo, di mantenersi
armata ne'piincipati Danubiani, ed allea-
TUR
ta della Porta per conservare l'integrità e
l'indipendenza de'suoi stati. A'3o giugno
si fondò canonicamente in Colonia V As-
sociazione del s. Sepolcro, pev la conser-
vazione e l'avanzamento del cattolicismo
in Terra Santa, colle norme riferite dalla
Civiltà Cattolica) serie 3.1, 1. 1, p. 2^4-
L'Opera de' pellegrinaggi in TerraSan-
ta fu istituita anche in Francia, più volte
ne ragionò la stessa Civiltà, celebrandone
il fervore tanto delle carovane de' pelle-
grini francesi che tedeschi, noncheilGVor-
nale di Roma, cornea p. 862 del i856,
ove si dice de' nuovi viaggi organizzali
dal comitato dell' opera, oltre quelli per
la settimana santa e altre epoche, anche
per le feste del s. Natale, ed avverte. « La
partenza sarà da Marsiglia il giovedì 27
novembre. Le persone che desiderasse-
ro farne parte, dovranno dirigerne la do-
manda alla segreteria del comitato, via
Furslemberg n.° 6,al più presto possibile.
La durata del viaggio è di due mesi (an-
data e ritorno), de'quali 36 giorni in Pa-
lestina. I prezzi restano fissi ai2DO fran-
chi, 1.* classe, e 1000 franchi, 2/ classe,
prezzo totale del viaggio". Il 28 gingilo
1 855 fu l'ultimo di vita pel capo gene-
rale inglese in Crimea, lord Raglan, mor-
to di malattia in età di 67 anni. Gli suc-
cesse il generai Simpson, allora capo dello
stato maggiore in Crimea, vecchio esperi-
meulato. Nel Baltico avendo gl'inglesi
patito altri gravi danni dallo scoppio del-
le macchine infernali de'russi, ne pesca-
rono da 5o e impararono a disarmarle ;
eco'francesi bombardarono Sweaborg la
rocca marittima o la Gibilterra del Bal-
tico, ed oltre altri piccoli bombardamenti
distrussero moltissime navi di commercio
e barche pescarecce, onde vendicarsi di
non poter guerreggiar le navi chiuse nei
porti. Volendo i russi occupare le linee
della riva sinistra della Chernaia, la qua-
le si teneva dagli alleati, nella mattina dei
1 6 agosto in numero di quasi 60,000 pas-
sarono il fiume o torrente sopra vari pon-
ti fabbricati all'improvviso, esi gettarono
TUR
sopra il campo piemontese principalmen-
te, che in sulle prime dovette sopportare
quasi solo l'urto del potente nemico. So-
praggiunsero poi i francesi con Pelissier,
e in 4 ore circa 40,000 tra francesi e sar-
di poterono fare ripassare la Chernaia ai
russi, i quali nella precipitosa fuga abban-
donarono tutti gli attrezzi da fabbricar
ponti; e si ritirarono sopra Makenzie, do-
po aver fililo il maggior sforzo sul ponte
di Traktir, per cui si chiamò la battaglia
della Chernaia e di Traktir. Gì' inglesi
giunsero dopo il ritiro de' russi. I morti
dalla parte de' russi si disse più di 3ooo,
i feriti 5ooo,e fra gli uni e gli altri 7 ge-
nerali^ de'prigioni circa 800: dalla parte
degli alleati caderonoi 81, e feriti poco più
di 1000. Tra' sardi restò ferito il general
conte Rodolfo Moutevecchio di Fano e
poi morì a' 1 2 ottobre religiosamente, con
quella edificazione che rilevò la Civiltà
Cattolica, dicendo benissimo che si può
essere prode soldato e fervido credente.
Inoltre il general Moutevecchio partico-
larmente fu encomialo pel valore, e de-
plorato anco dall' Enciclopedia contem-
poranea di Fano sua patria. Napoleo-
ne 111 scrisse congratulazioni a Pelissier,
dicendogli: Questa è la 3/ volta che i russi
mostrarono, che in campagna aperta noti
ponuo stare a fronte degli alleali. Sog-
giunse, Sebastopoli cadrà presto, e ma-
nifestò il rammarico di noti poter rag*
giungere l'esercito in Crimea, com' erasi
proposto. 11 bombardamento di Sebasto-
poli ricominciò a' 1 8 agosto, ed il principe
Gortschakolf essendo costretto per l' in-
cessante tiro degli assediami a rallentare
l'esecuzione de' lavori di difesa, mentre
prima nottetempo i russi riparavano i dan-
ni del giorno, e vedeudo che le gallerie
nemiche guadagnavano terreno,ela torre
di Malakofl bersagliata a soli io metri,
temendo sulla sorte di Sebastopoli, pensò
di preparare uno scampo al suo esercito
in caso di grave disastro. Perciò verso il
fine d'agosto fece gettare attraverso della
gran rada un ponte di barche che potesse
T U R 443
tragittare sicuramente da Sebastopoli ai
forti del nord i suoi guerrieri, e fu capo-
lavoro d'arte militare. Gli alleati creden-
do che i russi volessero tentare una sor-
tita si tennero pronti ad accoglierli, sen-
za lasciar il bombardamento e il pensiero
dell'assalto della città. Ne' giorni 6, 7 e 8
settembre raddoppiarono con insolito ar-
dore la tremenda opera di distruzione,
vomitando spavento e morte sull'infelice
Sebastopoli da ben 700 bocche di canno-
ne, mentre la flotta alleata comandata da
Lyons e Bruat facea grandinare senza po-
sa le sue bombe specialmente sul forte
della Quarantena, onde de* russi ne'20
giorni che precedettero il 5 settembre
morivano non meno da 5ooaiooo uo-
mini al giorno pel bombardamento, e ne-
gli ultimi 3 giorni 25oo al giorno! Giunti
i lavori francesi del genio a^So/Jo me-
tri dall'opere principali della piazza, ter-
minato l'allogamento di 100 batteria con
35o bocche da fuoco pegli attacchi di si-
nistra e 200 per que' della destra, e ap-
postati gl'inglesi a 220 metri dal gran Re-
datl alla Ivarabelnaia con 200 cannoni,
fu deciso da Pelissier e Simpson, d'accor-
do co'generali del genio a dell'artiglieria,
di procedere all'assalto finale della città
assediata. Venne quindi affidato al gene-
ral de Salles e al suo i .° corpo francese,
rinforzato all' uopo d'una brigata sarda,
l'attacco del bastione centrale. Agl'inglesi
il gran Redan, al generale lìousquet la
torre di Malakoiì'e il piccolo Redan sulla
baia del Carenaggio. Quest'ultimo assa-
liremo come il piti difficile e decisivo fu
cosi disegnato : il general Mac Mahon a
sinistra dovea impadronirsi di Malakolì;
il general Dulaca destra soggiogare il pic-
colo Redan, e il general Mollerouge do-
minar nel centro la cortina che legava le
due opere anzidette. Pochi tratti storici
sono paragonabili alla strage che vado ad
accennare, poiché a migliaia i valorosi si
lanciarono a morte pressoché inevitabile.
Avvicinale adunque di nascosto le colon-
ne; disposte le milizie del genio con ap-
4 i ì '* u R
parecchi per gittar ponti; forniti gli ar-
tiglieri d'attrezzi per inchiodar e schiodar
cannoni e volgerli a danno del nemico;
muniti altri d'utensili per aprir passaggi,
colmar fossi e creare impedimenti ; assi-
curatosi infine tutto l'esercito dalle spal-
le e dal lato più esposto, dopo aver can-
noneggiato spaventosamente pe' detti 3
giorni le fortificazioni, venne il momento
dell'assalto cioè il meriggio dell'8 settem-
bre. Appositamente erasi scelta tale ora
affinché rimanesse tempo agli assalitori
d'eseguir il colpo, e non vi fosse pericolo
che l'esercito russo campato fuor di città
potesse prima della notte accorrere in soc-
corso. Giunto il momento prestabilito,
uscirono dalle trincee i generali Mac Ma-
hon, Dulac e Motterouge ; e i tamburi
e le trombe battendo e suonando il passo
di carica, alle grida di Viva V Impera*
(ore mille volte ripetuto, si precipitarono
contro le fortezze le loro truppe. La di-
visione Mac Mahon si lanciò contro Ma-
lakolf: ivi la larghezza e la profondità del
fosso, l'altezza e Io scoscendimento del-
l'erta ne resero difficilissima la salita; ma
ogni dillìcoltà svanì davanti a'fervidi guer-
rieri; infiammati di valore, pervenuti al
parapetto piombarono addosso a' russi
che prodi si fecero piuttosto uccidere che
indietreggiare, e perduti i fucili si difesero
colle zappe,colle pietre e con quanto loro
venne alle mani. Quivi s'ingaggiò terri-
bile tenzone a coi pò a cor pò; in tanto i fran-
cesi guadagnato terreno, saltarono entro
Je opere, e pochi momenti dopo la loro
aquila sventolò vincitrice stilla torre. Già
a destra e al centro le divisioni Dulac e
jMollerouge si erano impadronite del pic-
colo Redan e della Cortina spingendosi fi-
no alla 2. "cinta ancora in costruzione,
quando ogni cosa pericolò per la disgra-
zia avvenuta all'intrepido general I3ous-
quet, il quale colpito da grossa scheggia
di bomba dovè abbandonar il campo. Gli
successe nel comando il general Dulac.
Intanto il genio colmava le fosse, apriva
passaggi gittava pouli, Allora fu dato il
TUR
segno dell' attacco agl'inglesi e più tardi
al general de Salles. Gl'inglesi aveanoaoo
metri a varcare sotto una terribile pioggia
di mitraglia; in un momento tutta l'area
restò coperta de'loro cadaveri. Nondime-
no le colonne non si arrestarono e giun-
sero imperterrite nella direzione del pun-
to culminante. Discese nel fosso scalaro-
no, malgrado gli sforzi de'russi, la scarpa,
ed espugnarono il saliente del Redan;
ma colà giunti, dopo una prima zuifa che
costò assai cara a'russi, non trovando di-
nanzi a se che uno spazio libero e fulmi-
nato senza posa dalle palle del nemico che
sfavasi ritirato nascosto ne' suoi riposti-
li, e nou bastando i nuovi arrivanti a sur-
rogare i caduti, dopo due ore d'inegual
combattimento indietreggiarono con tal
intrepidocontegnoche i russi non furono
arditi d'inseguirli. Dal canto suo il gene-
ral de Salles moveva i suoi all'attacco del
bastione centrale. Auch' ivi fu spostalo
sulle prime il russo; ma questi mercè al-
cuni cannoni già nascosti, della grandine
di palle che i suoi moschetti vomitavano
da ogni parte, di alcuni fornelli fatti scop-
piar opportunamente, e soprattutto d'una
carica impetuosa e numerosissima, rigua-
dagnarono il perduto terreno e costrin-
sero anche i fraucesi a cessarsi dopo aver-
vi tollerali gravissimi danni. Si volle ri-
tentare il fatto, sperandone miglior for-
tuna; ma il general Pelissier lo credè inu-
tile, e perciò ne mandò a tempo il divie-
to. Parimente l'assalto del piccolo Redan
e della Cortina, sebbene sostenuto lungo
tempo con incredibile valore, riuscì qua-
si interamente a vuoto. Imperocché alla
difesa di questo punto cooperarono assai
le batterie de'forli del nord, i cannoni dei
vascelli nemici, e lo scoppio fortuito di
una gran polveriera de'russi. Tre volte le
divisioni Dulac e Motterouge s'impadro-
nirono del piccolo Redan e della Cor-
tina, e 3 volte ne furono respinti. Indar-
no i russi tentarono più volte di ricacciare
i francesi da MalakolF: questa torre era
presaecou questa fu presa Sebastopoli,
TUR
come quella eh' era la chiave delle for-
tezze meridionali della città, e formida-
bilissima sopra tutte giganteggiava. Pian-
tate colassù le artiglierie degli alleatala
guarnigione di Sebastopoli sostenne un
fuoco infernale, respinse 6 assalti, ma le
fu impossibile sloggiare il nemico dal ba-
stione Kornilofi di Mulakoff: indi fu faci-
le a'francesi il far tacere la a.* linea di for-
tificazione, il che vedendo i russi sgom-
brarono con fuga così rapida che a molti
costò la vita e non lasciò agio di prov-
vedere bastevolmente al trasporlo dei
mortiede'ferili. Anche i tìedan vennero
abbandonati, e col favore delle tenebre i
russi lasciarono la città varcando sopra
il ponte anzidetto alle fortificazioni del
nord, onde a'g settembre gli alleati furo-
no padroni della sospirata Sebastopoli,
baluardo della potenza russa nel mar Ne-
ro e regina di questo. Intanto che i russi
si ritiravano, l'esercito alleato salì sugli
spaldi della città, ma dell' entrarvi era
nulla f perchè Gortschakoff, fosse per pro-
teggere la sua ritirata dalla dolorosissima
pei dita, o più probabilmente perseguire
l'uso antico di sua nazione di distruggere
ciò che non si può salvare, avea prima Ge-
mmate le vie di gran quantità di bombe
e appiccato il fuoco alla città, e fra le pro-
prie fumanti rovine scomparve la sua
grandezza. Fortezze, arsenali, pubblici e
privati edifìzi, tranne alcune eccezioni ,
tutto saltò in aria con tale spavento che
sembrò un finimondo. Anche la flotta
disparve affondata e distrutta per opera
de' russi medesimi, che non patirono di
lasciar in mano altrui sì ricco bottino.
All' arrivo degli alleati nel porto di Se-
bastopoli erano in tutto 1 08 bastimenti di
ogni dimensione e armati da 2200 can-
noni 1 Si combattè valorosamente da am-
bo le parti, e la vittoria U\ da'iussi con-
trastata eroicamente, e fatta pagare a
caio prezzo di sangue. Nel numero totale
de' rimasti sul campo, gli alleali conta-
rono 8000 morti, de' quali 6000 fran-
cesi compresi 5 loro generali, oltre 4 fé-
tur 44$
riti e 6 contusi. La perdila de' russi, per
la crudezza della mischia, fu assai mag-
giore. Se è vero che il principe Gortscha-
koffinterpellasse Pelissier, se ritirandosi
i russi da' forti del nord esso s'incaricasse
di i 5,ooo feriti e malati, si può ben ar-
gomentare che quasi tutti quegl' infelici
cadessero nelP ultime giornate ; poiché
prima gl'infermi s'inviarono a Sinfero-
poli. Sono incredibili le. fatiche sostenute
da'guerrieri assalitori, la loro costanza e
rassegnazione; e nel dì solenne del memo-
rando e terribile assalto, quell'ardore cui
non arrestava né il fuoco delle batterie
nemiche, né i fulminanti cannoni, né la
grandine di mitraglia che continuamente
li decimava, né gli sforzi della flotta riu-
niti a quelli dell' armata di terra, né la
natura sconvolta e gli elementi infuriati,
che pareano congiurati a difendere que-
sta meravigliosa e grande Sebastopoli, ne
l'aspetto della superba città, che loro pre-
sentava fieramente le alte sue torri ed i
suoi formidabili baluardi, né 1' eroica e
disperata resistenza degli assediali. Fu co-
mune opinione, che l'ultima difesa di Se*
bastopoli costò tra morti e feriti 3o,ooo
guerrieri a' russi, pel micidiale bombar-
damento. Dall'apertura della trincea, fat-
ta a'g ottobre i 854, a'9 settembre 1 855,
passarono 33o giorni di lavori d' assedio
eseguiti quasi tutti nel vivo sasso sotto il
fuoco della piazza e malgrado le sortite
degli assediati. In vari punti furono fatte
fino a 7 parallele. Dall'apertura poi del
fuoco, 1 7 ottobre 1 854, corsero 332 gior-
ni di bombardamento e di cannoneggia-
mento. Cessate alquanto le fìammediSe-
bastopoli, per l'incendio appiccatovi nel
partile da'iussi, l'i 1 settembre Pelissier
percorse la terribile e domata città, e in-
di scrissi a Paiigi. •• Il pensiero non può
formarsi un quadro esatto della nostra
vittoria. La molteplicità di difesa e i mezzi
materiali che sono stati posti in opera
superano di gran lunga quanto si legge
nella storia delle guerre". Caddero in pre-
da de'conquistatori 4°oo bocche dafuo-
446 T U R
<o, i 5o,ooo pnllc da cannone e propor-
7Ìonnta quantità di mitraglia, di polvere
e di rame, e tutte quelle altre copiose
provvista e numerose munizioni di ricco
bottino, riportate dalla Civiltà Cattolica,
a/ serie, t. 12, p. 6o5. Il danno sofferto
da' russi si fece ascendere a 80 milioni di
rubli. Oltre la cattedrale di Sebastopoli,
restala quasi intatta, e dedicata tosto dai
francesi al culto cattolico, l'ammiraglio
Lyons nelle sua relazione al governo in-
glese, fece il novero dell'opere pubbliche
poco o nulla danneggiate venule nelle
mani degli alleati. Trovò che il forte del-
la -Quarantena non avea sofferto molto
dall'esplosione della polvere, così le fiam-
me poco nocquero al forte .Nicolò; rima-
sero pine in perfetto stato i 5 docks e i
magnifici bacini colle macchine a vapo-
re e destinate a riempirli dell'acqua del-
la Chernaia, ma poi si fecero saltare in
aria. La notizia della strepitosa e cele-
berrima vittoria venne accolla con im-
menso stupore e contrari affetti da tut-
ta Europa, la quale attendeva da un an-
no allo scioglimento del gran dramma
sanguinolento di carnificina umana. In
sulle prime v' ebbe di molti che non ci
presta van feóe, e non è poco vanto del ge-
neral Pelissier 1' aver eseguito un colpo
a lor giudizio incredibile: fu colmato d'e-
logi e di decorazioni ( lo fu pure il ge-
neral Simpson dalla sua regina, dall'im-
peratore de'francesi e dal re di Sardegna,
con singolari lodi), e da Napoleone III
fatto maresciallo di Francia, duca di Ma*
lakoff con pensione annua di 100,000
franchi. Ma dopo qualche giorno dove-
rono anch' essi chinar il capo e tributar
lode alla possente nazione, che condusse
a termine un assedio per innumerevoli
circostanze difficilissimo e non secondo a
verun'altra impresa di simil fatta. Nella
Francia e in Parigi specialmente le dimo-
strazioni di gioia furono stragrandi, per
festeggiar il glorioso avvenimento. Fu
cantato nella metropolitana di Parigi il
Te Deum al Dio degli eserciti colla mas-
T U R
sima solennità e intervento dell' impera-
tore e de'corpi diplomatici e militari; alla
(piai pia ceremonia assisterono pure, per
la potenza della vittoria, l'ambasciatore
del sultano Vely Edilio Rifaat pascià e
l'emiro Abd-el -Rader che trova vasi in
quella gran empitale! Anche in Inghilter-
ra si tripudiò senza fine, sebbene la glo-
ria dell' impresa propriamente militare
non sia divisibile in egual parte alle due
potenze alleale (e lo confessarono diversi
fogli inglesi, dicendo la nazione umiliata
del non aver avuto la parte ch'ebbero i
francesi, sia nella guerra, sia nel trionfo),
nonché a Torino, in Costantinopoli e nel-
l'impero ottomano. L'esultanza de' tur-
chi per la caduta di Sebastopoli fu oltre
ogni dire grandissima, e rese tra essi più
lemuto e rispettato il nome de' francesi.
L'alta provvidenza di Dio mena sempre
la sua Chiesa ad inaspettati trionfi. 1 cat-
tolici nell' impero ottomano gemevano
sotto il peso di doppia oppressione : dal-
l' una parte i turchi vietavano il libero
esercizio di loro religione, tranne alcune
eccezioni,e tenevanli in a obiezione presso-
ché di schiavi; dall'altra gli scismatici ne
invadevano il patrimonio cte'Luoghi San-
ti, da'quali all'ombra della potenza rus-
sa s'argomentavano di cacciarli del tutto
a poco a poco. Quando Dio colle vittorie
delle potenze cristiane, procurava l'intera
emancipazione de'crisliani e fiaccava l'ol-
tracotanza scismatica in Palestina. In que-
sta regione non solo i greci scismatici de-
posero l'usata baldanza, ma diverse co-
munità si posero sotto la prolezione del
patriarca latino di Gerusalemme, nella
qual città alzarono la bandiera nazionale
i consolidi Francia, Inghilterra, Austria
e Spagna, mentre prima non vi sventola-
va che la sola turca! Il Giornale di Ro-
ma a p. 58 e 62 riporta un erudito ar-
ticolo della Patrie sopra i 3 più grandi as-
sedi fatti sotto il grande impero di Na-
poleone I, cioè di Gaeta, Danzica e Sa-
ragozza, provando che ni uno può para-
gonarsi a quellodi Sebastopoli, operazio-
TUR
no di guerra ilei tutto eccezionale ne'fa-
sli degli attacchi delle piazze. Le partico-
lari difficoltà, che si presentarono in ta-
li assedi, esigerono senza dubbio per parie
degli assediatiti un gran valore, una gran-
de abilità e una ferma volontà di vince-
re; ma ninno di essi ebbe per se solo riti-
n'iti cotanti ostacoli, quanti convenne su-
perare per piantar la bandiera di Fran-
cia sulle mina di Sebastopoli, perchè ces-
si di minacciar il Rosforo e Costantinopo-
li. 1 fogli francesi fecero voti per la pace,
intanto che gl'inglesi e altri si mostraro-
no più di prima furibondi per la guerra!
1 pochissimi periodici che aveano abbrac-
ciato la causa russa tentarono di possi-
bilmente attenuare il valore del riporta-
to trionfo, e volevano far credere che il
russo era tuttavia poco men fòrte di pri-
ma per rimanergli la Sebastopoli setten-
trionale eie fortezze del nord piti formi-
dabili delle conquislatedel sud. Ma la Pa-
trie tra gli altri rispondendo a tali esage-
razioni osservò saviamente, che fino a'9
settembre non vi fu che una sola Seba-
stopoli, cioè quella delsu(l,ch'è la perdu-
ta; in questa esservi gli arsenali, i cantie-
ri, le provvigioni d'ogni fatta: al di là del-
la baia avervi bensì alcune fortezze, ma
meno formidabili delle già espugnate. Ed
il Moniteur rimarcò, ch'esse non supera-
no le fortificazioni che circondano Pari-
gi. Lasciali circa 3ooo uomini alla guar-
dia della città conquistata , Pelissier di-
spose le truppe per stringere sempre i più
forti del nord e interrompere la comuni-
cazione che restava aperta tra quelli e
Sinferopoli. Seguirono scambievoli scara-
m uccie, ed esplorazioni di terreno per par-
te degli alleali, i quali a'ig settembre dai
castelli e dalla rada cominciarono ener-
gicamente il bombardamento de' forti
del nord; mentre ad Eupatoria sbarcati
25,ooo uomini trasportativi da Ramie-
sch,checo'3o,ooo turchi ivi stanziati for-
marono un corpo assai forte, ed il general
Allooville con parie di essi, co'suoi fran-
cesi e gH egiziani a' 29 settembre slesso
T U R 4Ì7
sperperò la cavalleria russa del general
K.ot'Ìf,e le tolse6cannoni,i2 cassoni, 230
cavalli e r 69 prigionieri. Nello stesso gior-
no le milizie turche e inglesi chiuse den-
tro Kars, che con Erzerum sono le città
pi ti i ra portatili della Turchi a Asia lica ,co •
mandate dal prode general Williams, fu-
rono circondate d'ogni verso dall'eserci-
to russo capitanato dal valoroso e con-
dottiero vittorioso di molte fazioni guer-
resche general Mttrawieff, ed Omer pa-
scià inviato a soccorrere la piazza che tro-
vavasi in pericolose condizioni per lungo
assedio, non potè pervenirvi. Il combatti-
mento fu accanilo e micidiale nel nuovo
assalto dato da MurawiefF, ma gli asse-
diati benché ridolli a pochi per mancan-
za di viveri, tale resistenza fecero e con
tanta valentia respinsero il nemico , che
questi dovè ritirarsi con grandissima per-
dita. Ma questa splendida vittoria non
cambiò la (torte de'turchi assediati, per it
loro stato lagtimevole. Intanto la Russia
a mano a mano che Sebastopoli pericola-
va, andò aumentando le fortificazioni di
Nicolaiew, nuovo e ricchissimo arsenale
marittimo, situata a egual distanza tra O-
dessa e Perekop, per ridurla a piazza di
1 ."ordine e formidabile per molestar gli
alleati con flotte, mirabilmente prestan-
dosi la giacitura del luogo internato i\en-
Irò terra un i5 leghe e di tante discosta
dalle bocche del Dnieper, precipua arte-
ria dell'immenso impero, e così farla di-
venire una »." Sebastopoli, per cui vi si
recò Alessandro 11 ad affrettare i lavori
de'35,ooo operai diretti dal celebre ge-
nerale del genio Totlleben. La pace di-
ventava più difficile, sebbene si bramava
dalle (\ue parti guerreggiatiti, poiché A-
lessandro II annunziandola caduta di Se-
bastopoli allo zio redi Prussia, soggiun-
se, come fu detto: La Russia non indie
treggia giammai dopo un disastro. Ed al
governatore di Mosca dichiarò: Il popolo
russo è pronto a versar tutlo il suo san-
gue per conservar l'integrità dell'impero,
del (piale uon soffrirà mai che si stacchi
448
TUR
la minima parte. Da molti piccoli fatti fu
osservato, la Russia essere irreconciliabi-
le coll'lnghilterra, poiché a questa piut-
tosto che alla Francia cercò eli nuocere
nella campagna di Crimea; e ciò forse o
per antipatia o per malumore cagionato
dalla pubblicazione de'segreti documen-
ti relativi alle mire di Nicolò I sulla Tur-
chia , onde gì' inglesi furono particolar-
mcnte presidi mira. Osservò la Bilancia
di Milano, che i francesi si mostrarono in
questa guerra generosi e soldati d'onore,
secondo l'indole della nazione e per la be-
nefica influenza cattolica dell'illustre cle-
ro; laddove gl'inglesi dierono prove tal-
volta di cupidigia, di rapacità e d'animo
crudele.
Negli ultimi del memorabile settembre
1 855 fu raccolto in Costantinopoli il sino-
do greco scismaticOjConsigliere del patriar-
ca in tutti gli affari rilevanti e che veglia
con lui alla prosperità della chiesa, all'am-
ministrazione de'suoi beni e alla conser-
vazione de'suoi privilegi. Sebbene tutti i
vescovi e arcivescovi metropolitani han-
no diritto d'intervenirvi, pochi Io fanno,
ora ascendendo le sedi vescovili a circa
i3o e le arcivescovili a 80. Per l'elezio-
ne del patriarca intervengono pure con
voto il presidente de' diversi mercanti e
de'di versi corpi delle classi d'operai. Scel-
to il nuovo patriarca, spetta l'approvazio-
ne al sultano. Ora in detto sinodo fu e-
sautorato il famoso patriarca Antimo pei*
gravi lagnanze della nazione, di cui non
seppe discolparsi, e in suo luogo fu flet-
to patriarca Cirillo arci vescovo d'Amasia.
Il gran visir a uome del sultano lo rico-
nobbe e confermò, ordinando ad Antimo
d'abbandonare il trono patriarcale. Con-
siderandogli alleati chele città di Taman
e Fanagoria, poste sul pendio de' monti
che formano il lato orientale dello stret-
toci*! Kertcih, già Bosforo Cimmerio,sem-
bravano opportune a servir di base d'o-
perazioni militari in una campagna d'in-
verno, le fecero occupare ambedue. A* 17
ottobre le squadre alleate espuguarouo e
TUR
s'impadronirono dell'importante città di
Kinburn posta all' estrema punta che
chiude quasi lo sbocco del Dnieper e del
"Bug nel mar di Odessa, e domina così dal
lato del mar Nero la famosa Nicolaiew,
occupandola il generalBazainecon 1 2,000
uomini. La vittoria fu rilevante anche per
avere i russi fatto saltare in aria le cele-
bri fortificazioni d'OlschakofF di fronte a
Kinburn. I navigli alleati quindi getta-
rono l'ancora sull'imboccatura del Dnie-
per, impedendo così qualunque comuni-
cazione marittima tra Nicolaiew e Chcr-
8011 (altra volta centro del comando del-
la flotta russa nel mar Nero, e tuttora bel-
la città malgrado la vicinanza delle due
felici rivali, Nicolaiew e Odessa, che si di-
visero le sue spoglie, lai.3 togliendole la
marina militare, l'altra la commerciale)
da un lato, e dall'altro tra Nicolaiew e
Odessa, aspirando pure a rompere le co-
municazioni della Russia occidentale col-
la Crimea eziandio per terra da quella
parte e da Perekop, onde obbligare i rus-
si o a una decisiva battaglia o ad eva-
cuar la Crimea, per mancanza di riceve-
re munizioni e vettovaglie. Ma Gortscha-
koff non si mostrò affatto disposto a la-
sciar la Crimea, sperando che il prossimo
inverno avrebbe impedito agli alleati di
dargli grave molestia, e che in tale stagio-
ne si potesse iniziar qualche trattato di pa-
ce.Ricevè la visita d'Alessandro li, il qua-
le ispezionò tutti i luoghi dal campo di
Perekop fino alle fortezze nordiche di Se-
bastopoli, incoraggiando le milizie ci co-
mandanti. Inutilmente a'2 7 ottobre il ge-
neral d'Allonville mosse daEupatoria, per
provocare a battaglia i russi a Tchobatar
sulla via di Sinferopoli. In questo tempo
nell' oriente stavano a fronte de' russi
276,000 alleati, de 'quali più della metà
truppe scelte francesi; e nelle darsene e
officine d'Inghilterra, Francia eTurchia a-
lacrementesi lavorava un'immane quan-
tità di apparecchi di distruzione, di mor-
te e di spavento. Il perchè la Russia si ar-
mò sempre piti poderosamente, molti ar-
TUR
derido di continuar In guerra pei rifarsi
ad ogni costo delle palile sconfitte. Ala in-
sieme il partito della pace guadagnava o-
gni giorno aderenti , caldeggialo dalle
principesse imperiali, ed il popolo minu-
to ossia l'immensa maggioranza della na-
zione, non vedeva la necessità di conti-
nuar la lotta cotanto disastrosa. Perciò il
sinodo russo con nuova insistenza volle
darle colore di religione, con islimolare
i pastori a persuadere i soggetti loro che:
«Lo czar fa la guerra in qualità di capo
della chiesa orieutale; che come nel i 828
la Russia snudò la spada per liberare i
greci suoi fratelli in religione, così ora non
può patire che si attenti alla libertà di
coscienza gloriosamente acquistata : che
Infine il solo protettore della chiesa or-
todossa è lo czar, e chi ne dubita diven-
ta perciò apostata". A'6 novembre Omer
pascià forzò il passo lugur combattendo
co'suoi immersi nell'acqua sinoallespalle,
contro 16,000 russi che sbaragliò. Indi
continuò il suo viaggio alla volta di K.u-
tais per avvicinarsi a Kars ; ma le tribù
caucasee,a cui avea inviato legazioni e do-
ni, non si mostrarono propense ad abbrac-
ciar le parti de'turchi. Esse avversano e-
gualmente i russi per amore d' indipen-
denza, e i turchi per timore che loro im-
pongano la propria religione che abbor-
rono, seguendo varie riforme del mao-
mettismo. Riuscito fallilo a Murawieif,
anzi fatai issimo, l'attacco di Kars, che as-
sediava dalla metà di giugno, risolvette
d'espugnarla per fame. Omer pascià non
giunse in tempo a soccorrerla, ed il pro-
de Williams colla valorosa guarnigione
anglo-ottomana, a'28 uovembre furono
costretti a capitolare, ad onta della formi-
dabile posizione naturale della piazza.
Caduta Rais, s'accorse Omer pascià del
inai passo che avea fatto nel tentare la
campagna di Mingrelia elmerezia per di-
vertire il nemico dalla sua impresa. Do-
vette perciò retrocedere e recarsi a Tre-
bisonda per proteggere, se pur era anco-
ra tempo, la fortezza d'Erzeruui. oiinac-
VOL. LXXXl.
X 0 II 449
ciata da'russi è da MurawieiTche vi si re-
cò sollecitamente. Indi fu chiamato a Co-
stantinopoli a render conto di sua con-
dotta. Nel decimar del 1 855 osservò il Ti-
mes. » La rigenerazione dell'impero otto-
mano è una parte legittima delia politi-
ca degli alleati. Benché si conoscano as-
sai male i dettagli del governo turco, non-
dimeno se ne sa per convincere il pub-
blico che l'impero ottomano traversa una
fase di sua storia, che deciderà di sua po-
sizione ne' secoli avveuire. La preseuza
delle grandi armate sul suo territorio ha
già fatto rientrarci turchi in se stessi: il
sultano benché d'ora in poi meno espo-
sto alle intraprese de' diplomatici, è di-
venuto più seriamente responsabile in
faccia agli stati d'Europa e alla grande
famiglia de'sovrani, a mezzo cui tiene un
posto. Il turco stesso, non ostante il suo
coraggio e la sua nativa dignità, discen-
de ogni giorno dall'antica sua posizione
in conseguenza della sua mancanza di col-
tura intellettuale e morale. Le popola-
zioni cristiane crescono in numero e po-
tenza ". Caurobert non si trovò presen-
te all' espugnazione di Sebastopoli , ma
poi con Bousquet fu fatto maresciallo di
Francia: richiamato a Parigi, vi giunse
a' 16 agosto, indi fu spedito in ambasce-
ria straordinaria al re di Svezia e Nor-
vegia. Di tal missione fu conseguenza il
trattato concluso tra la Francia, l'Inghil-
terra, la Svezia e Norvegia a'2 i novem-
bre e ratificato a Slocolma a' 17 dicem-
bre. Ne fu il precipuo scopo, spirito e va-
lore, il prevenire ogni complicazione di
natura da turbare l'equilibro europeo,
nello scopo d'assicurare l'integrità de're-
gni uniti di Svezia e Norvegia; come l'op-
porre ima barriera insormontabile all'in-
vasioni della Russia sul Baltico e ue'ma-
ri del Nord, ottenere una garanzia con-
tro il progetto, che quella potenza nutri-
va e seguitava con ogni mezzo, di crear-
si stazioni navali sulle coste della Norve-
gia. Tale si è il 1 ."risultato positivo e ma-
teriale, che le potenze marittime occiden-
29
45o TUR
tali vollero assicurare e conseguire col
li aitato. Le garanzie in esso stipulate con-
tro il pericolo eventuale, di cui la Russia
minacciava le 3 potenze contraenti, sono
vicendevoli. Da una parte il re de'regni
uniti di Svezia e Norvegia s' impegnò a
non cedere alla Russia, ne cambiare al-
cuna porzione o diritti del suo territorio;
dall'altra le potenze occidentali garanti-
rono alla Svezia e Norvegia l'integrità dei
suoi possedimenti attuali, pronte a som-
ministrare forze navali e militari per re-
sistere alle pretese della Russia. Così la
Russia venne confinata nel suo territorio
continentale; il Baltico e il mare del Nord
sono perciò chiusi a'disegni della Russia.
In questo senso il trattato in discorso si
può dire che costituisce fra le 3 potenze
contraenti un vero trattato d'alleanza di-
fensiva, il cui testo leggesi nel n.°295 del
Giornale di Romaj mentre poi la Sve-
zia nel precedente anno erasi accorda-
ta colla Danimarca di restar neutra in
questa lolla, ora promise d' opporsi a
qualunque invasione russa, e accettò il
soccorso delle due potenze. In una paro-
I», questo trattato fu giudicato un'arma
preparata di difesa de'dirilti pure anco-
ra non bene chiariti. Non essendovi esem-
pio che il sultano accettasse mai decora-
zioni equestri da altri sovrani, Abdul Me-
djid ricevè con piacere il gran cordone
della Legione d'onore, che il ministro di
Francia Thouvenel gli presentò in nome ,
di Napoleone III, al cui discorso rispose
colle seguenti significanti parole.» Io con-
sidero queste preziose insegne d' onore
non solo come un particolare attestato
dell' amicizia di S. M. 1' imperatore dei
francesi, mio augusto alleato, ma ezian-
dio come una delle grandi conseguenze
della memorabile alleanza, ch'è destina-
ta a consolidare per sempre le relazioni
amichevoli de'due imperi. Io sono tanto
maggiormente commosso da questo con-
trassegno di attenzione, ch'esso è la i ."de-
corazione ch'io ricevo, e nello sfesso tem-
po mi gode l'animo di averla dalle ma-
TUR
ni d'un inviato sì distinto. Nutro ferma
speranza che la mia incessante premura
perla felicità de'miei sudditi sarà accom-
pagnata dal desiderato successo, e che il
mio iinpero}orrnai divenuto unode'mem-
bri della famiglia europea , mostrerà a
tutto il mondo ch'esso è degno d'assume-
re un posto tanto importante nel concer-
todelle nazioni incivilite. La Turchia non
dimenticherà mai i magnanimi sngrifizi
che i suoi alleati s'imposero per conse-
guire questo grande e felice risul lamento.
Scriverò direttamente a S. M. l'impera-
tore per ringraziarlo; ma prego in antici-
pazione il sig. 'ambasciatore di partecipar-
gli i miei sentimenti di gratitudine".Dipoi
la regina d'Inghilterra Vittoria conferì al
sultano l'ordine della Giarrettiera ,e in-
viò a Costantinopoli il re d'armi o gran
maestro di ceremonie dell' ordine Carlo
Young, per eseguire la ceremonia dell'in-
vestitura. Questa seguì con gran pompa,
e lord Stratford de RedclifFe rimise al sul-
tano l'insegne dell'ordine, previo un di-
scorso a cui con altro rispose il sultano:
ambedue si leggono a p. io64del Gior-
nale di Roma. Ero no presenti sirE.Bul-
wer commissario britannico ne'pnncipa-
ti, e l'ammiraglio Lyons a cui il sultano
avea donato una bellissima spada con
brillanti di straordinario valore. Anche
l'imperatore d'AustriaFrancesco Giusep-
pe I rimise al sultano l'insegne in bril-
lanti del gran cordone dell'ordine di s.
Stefano /, a mezzo del barone di Roller,
commissario austriaco ne' principati, con
tutta formalità. La nobile ceremonia seguì
nel palazzo imperiale diDolma-Bagsci, e vi
assisterono i principali ministri. Decorazio-
ni equestri da sovrani cristiani già ne a vea-
no ricevute parecchi ambasciatori della
Porta a loro in via ti, anzi la legioned'onore
fu conferita dal reLnigi Filippo al defunto
bey di Tunisi, e nel settembre dell'asino
decorso il regnante imperatore d'Austria
inviò l'insegne dell'ordine di Francesco
Giuseppe all'attuale viceré d' Egitto, e
Soid poscia nel riceverle dal console gè-
TUR
nerale, mostrò d'apprezzare molto bene
la dignità della decorazione di cui fu o-
nornto. Incominciò ili 856 co'parlari di
probabilità di vicina pace, pel gran de-
siderio che ne aveano i popoli, mentre e-
l'ansi pure rannodate le relazioni tra !a
Porta e la Grecia. L'Austria ne prese l'i-
niziativa avventurosa, alquanto diversa
nelle condizioni, pe'successi della campa-
gna del precedente anno, dalle due prò*
posizioni da essa esibite nel maggio e ri-
ferite dal Giornale di Roma del 1 856 a
p. 70. Pertanto dopo aver comunicato
agli alleati le sue proposte, a Pietrobur-
go le inviò pel conte Estei hazy con nuo-
ve basi di pace, onde venire alle tratta-
tive de' suoi preliminari. La Russia pu-
ramente e semplicemente a' 16 gennaio
accetta rido c\ues\.' ultimatum >(> meglio at-
to officioso e consiglio amicbevole,fece un
atto di saggia politica e un immenso pas-
so verso la pace. Siccome l'indole pacifi-
ca di Alessandro II è compresa intima-
mente dell'obbligo ingente che ad un so-
vrano assoluto di 65 milioni di uomini
corre di procurarne il ben essere, perciò
con pena vedeva prolungar la guerra, ver-
sare tanto sangue, e tanti rovesci conse-
guenza di lotta cos'i micidiale. In un di-
scorso che avea fatto Bright membro del-
la società della pace a Manchester, rile-
vò che già 1' Inghilterra avea perduto
5o,ooo uomini, la Francia 100,000, la
Russia i5o. 000: l'Inghilterra avere spe-
so 100 milioni di lire sterline, la Francia
altrettanto, la Russia 5o milioni. Al gran-
de annunzio, piacque generalmente ai
buoni l'accellazionede'preliminaridi pa-
ce, e che la peripezia del terribile dram-
ma volgesse a tanta gloria de' tre primi
imperi del mondo, restando alla Francia
l'onor della bravura militare, all'Austria
il merito della combinata pace, e allaRus-
sia il vanto di generosità e di sincero amo-
re de'suoi popoli; trionfo morale che con
espansione d'animo celebrai nel volu-
me LXXVII, p. 58; solendo dire il ven. e
dottissimo cardinal Bellarmino, che va-
TUR 45i
leva pia un' oncia di pace, che una lib-
bra di vittoria. In seguito della gene-
rale accettazione del progetto austriaco
de' preliminari di pace, i rappresentanti
d'Inghilterra, Francia, dellaSublime Por-
ta e dellaRus^ia si riunirono il i.°febbraio
in Vienna (nel qual giorno morì a Varsa-
via il principe Paskeswitcb luogotenente
imperiale nel regno di Polonia, dignità
conferita al principe Gorlschakoff coman-
dante supremo della guerra, che condus-
se con tanta valentìa e nobiltà d'animo, e
caldo favoreggiatore della pace) per sot-
toscrivere, in unione al conte Buol-Scha-
uenstein rappresentante dell'Austria, un
protocollo a mezzo del quale tali prelimi-
nari ebbero una forza obbligatoria. Con-
temporaneamente fu fissata in massima
la conclusione da farsi d' una tregua o
armistizio, e disposto inoltre che i pleni-
potenziari delle 5 corti si l'accogliessero a
Parigi per concludere il definitivo trat-
tato di generale pacificazione. La Gaz-
zetta ufficiale di Vienna divulgò le 5
proposte austriache e patti fondamentali,
li quali riprodusse la Civiltà Cattolica \
nella 3.* serie, 1. 1 , pt 5 1 o. Ormai la que-
stione d'oriente non si agitò più a colpi
di cannone nella Crimea, ma abbando-
nata con ottimi auspicii alle amichevoli
trattazioni della conferenza di Parigi av-
vicina vasi di suo scioglimento. Il Giorna-
le di Roma, dal n.°3y nell' appendice co-
minciò a pubblicare diversi articoli per
chiarirla, e intitolali: Parte diplomatica
della questione d' Oriente. Essi conten-
gono un epilogo de'falti ch'ebbero luogo
per
per
servire di guida alla storia.
La novella dell'accettazione della pace
fatta dall'imperatore delie Russie, ven-
ne accolta ancora a Mosca con segni di
grande allegrezza; l'entusiasmo si propa-
gò per tutto l'impero, e si aumentò quan-
do l'imperatore emanò 1' emancipazione
de'servi. Le manifestazioni in favore della
pace furono quindi universali e apertissi-
me, ed in Russia perciò vi fu cambiamen-
to di pubblici ufiìziali. I cattolici dalla
45* TUR
giustizia di Alessandro li furono sottratti
eli) I giogo ilei loro nemico Skripitzyne, eil
aprirono il loro cuore a dolci t perente;
massime i greci ruteni, la cui illustrechie-
sa dal 1 839 cessi) d'avere un'esistenza le-
gale per l'apostasia de'3 vescovi greci u-
liiti che allora la reggevano. Tutti gli am-
miratori dell'equità, della mansuetudine
di Alessandro 11. della nobiltà de'suoi sen-
si co'quali ama di lasciare il suo nome in
benedizione, ritengono che riparerà un
male da lui non commesso, rendendo agli
infelici ruteni cattolici i propri sacerdoti
dalla violenza dispersi, i quali veraci con •
fessoli della fede seppero conciliarsi la sti-
ma e la venerazione del clero non unito,
in mezzo al quale furono collocati. E col
sospirato loro ritorno tra le fedeli popo-
lazioni rutene, sieno a queste dati i prò
pri vescovi, onde impedire il fine d* una
chiesa tanto rispettabile. Avendo l'augu-
sto monarca dichiarato di sua voceaGre-
gorio XVI, che l' impressioni giovanili
sempre restano scolpite nell'animo, nel
ripetergli la venerazione affettuosa che
avea saputo inspirargli nella sua fausta
venuta in Roma; voglia Iddio che il suo
bel cuore benignamente rammenti an-
cora le vivissime preghiere fattegli dallo
zelo e amore paterno di quel Papa, a fa-
vore de' cattolici latini e ruteni del russo
impero, e sia il loro consolatore; sia colla
perfetta esecuzione del concordato stipu-
lato colla s. Sede, sia col far cessare la ve- ,
dovanza delle chiese rutene, come ha fatto
colle primarie earcivescovili di Mohilowe
di Varsavia, e colle vescovili d' Uladisla-
via e Podlachia. Per le benevole inten-
zioni d'Alessandro 11 a favore de'caltolici,
cessò il sistema di persecuzione del regno
precedente, il quale con astuto accorgi-
mento maliziosamente dava opera a di-
struggere la chiesa cattolica in Russia ,
ed uno de'principali sistemi era di lasciar
lungamente le sedi vescovili vacanti, o di
non farle occupare che da pastori vili o
infedeli, mentre non mancano ecclesiasti-
ci egregi, Tutto induce a fare sperure pei
TUR
cattolici un avvenire molto migliore del
passato lagrinievole. Avendo Alessandro
Il nel principio del suo impero donato
alla comunità cattolica di Pietroburgo un
terreno, per fare un cimiterio riserbato
alle persone che professano il cai tolicismo;
indi si raccolsero fondi per edificarvi li-
na cappella cattolica. Quanto alla Polo-
nia, dice la Civiltà Cattolica : Un sag-
gio della presente letteratura polaeea.
» Ora se egli é vero che la letteratura è
lo specchio vivente del secolo e della na-
zione in cui fiorisce... oggi in Polonia col
rifiorir delle lettere s'è ravvivato non so-
lo l'amore e lo studio delle cose patrie e
delle tradizioni nazionali,scuotendo il ser-
vaggio dell'imitazioni straniere; ma si è
altresì felicemente rinfocolato quell'ardo-
re religioso e sinceramente cattolico, per
cui la Polonia dacché nel secolo X sotto
il regno di Micislao 1 si convertì al ci istia-
nesimo,fu sempre insigne, e per cui, ben-
ché stretta da ogni parte e fieramente
assediata dall'eresia e dallo scisma,si man-
tenne fedele alla cattedra di Pietro. Il
catolicismo è la gloria più pura del no-
me polacco, e tutte le sue glorie sono a
questa intimamente associate. La fede e
il valore de'polacchi salvò più d'una vol-
ta l'Europa dalle invasioni degl'infedeli
tartari e turchi; e quando sopra il setten-
trione si addensò così folta e così vasta la
notte dell' errore, la Polonia serbò viva
la face della verità cattolica, quasi faro di
salute e di speranza. Egli ha quindi ben
ragione quel popolo magnanimo di ser-
bare inviolata e cara l'eredità di questa
sua gloria, e di stringersi oggidì con amo-
re e con fede sempre più salda al vessillo
del cattolicismo". A'21 febbraio i856 il
sultano Abdul Medjid pubblicò il celebre
Halti-Humayoun, sull'emancipazione dei
cristiani, equiparandoli a'turchi ne'diritti
civili, che interamente riportai quasi nel
principio di quest'articolo, discusso in
molte conferenze col divano, e coll'inter-
vento degli ambasciatori d'Austria, Fi an-
ela e Inghilterra, che segna un'era novel-
t u a
la alle cose religiose d' oriente; e le po-
tenze ehe hanno provocato il firmano
saranno sollecite dell'esecuzione e veglie-
ranno percliè non resti come altri una
lettera morta. L'atto destò in tutti gran-
de meraviglia, i mussulmani di antica
stampa ne restarono inviperiti, dicendo
che il maomettismo avea ricevuto un
colpo mortale, i greci scismatici malcon-
tenti, e lieti generalmente i cattolici; pe-
rò molli di quelli dell'impero ottomano
dubitarono forte se si porrà in pratica,
auzi trepidando sul riseutimento e irri-
tazione de' turchi fanatici ne' pregiudizi
antichi. I pubblici fogli celebrarono il
firmano come uno degli atti più onore-
voli e de' più fecondi del sultano regnan-
te. Questo sovrano e gl'illuminati mini-
stri, organi del suo pensiero, in questa
memorabile occasione non potevano me-
glio rispondere a'voti delle potenze occi-
dentali ed a' disinteressati sacrifizi fatti
da esse per la causa dell'indipendenza
della TurcbiA e del diritto europeo, en-
trando con lealtà e risolutezza nelle vie
dell' interne riforme. L' eroica difesa di
Silistria , I' ammirabile resistenza della
guarnigione di Kars, i combattimenti nei
principati Danubiani, nella Bulgaria e
altrove, hanno provato al mondo, che la
Turchia avea conservalo quello spirito
militare, abnegazione e valore tanto ne-
cessari alla salvezza degl'imperi. Il cele-
brato firmano, dettalo da saggia politica
e da pensiero d'umanità, attesta che l'at-
tuale governo ottomano conosce, che non
vi ha miglior mezzo per compiere e sta-
bilire l'opera della guerra se non quello
di risolutamente agire per introdurre nel-
l'impero ottomano le riforme, che devo-
no assicurare la sua rigenerazione,e strin-
gere alla sua causa le simpatie dell'Eu-
ropa e quelle di sue popolazioni. Quanto
si temeva si verificò. Il firmano in gene-
rale inasprì gli animi. Nelle moschee fu
letto, benché la redazione ne venisse ap-
positamente modificata ed attenuala in
parecchi punti : ma iuveee nelle ciùe*i
T U li 453
greche e armene scismatiche, e nelle sina-
goghe degli ebrei, il governo non potè
ottenere altro se non che ne venisse data
al popolo la notizia sommaria senza let-
tura, e que'che n'ebbero l'incarico lo fe-
cero in guisa che, in luogo di notificar
la sentenza della cosa, lasciarono questa
da parte e si distesero con sottile artifi-
cio nelle lodi de'seutimeuti di benevolen-
za e paternità del sultano e del suo go-
verno verso i propri sudditi. In somma
ali'u>cir di chiesa e della sinagoga non si
conosceva qual fosse la legge più che al-
l'entrare. In quanto poi alle popolazioni
turche, non è a ridirsi il rancore de' mus-
sulmani, ed agli stessi rajà o cristiani i
nuovi provvedimenti riuscirono di terro-
re, paventando l'esasperamento de'turchi,
e in diversi luoghi scoppiò a loro grave
danno coti ispargimeuto di sangue; deplo-
rabili conseguenze d' una rabbiosa e bol-
lente intolleranza, per vedere i turchi coin-
pletameule eguagliati a loro i cristiani.
Fra' pochi luoghi in cui il firmano fu beu
accolto,contribuendovi i magistrali, me-
ritano ricordo speciale Gerusalemme e l'i-
sola di Creta. In Gerusalemme fu pub-
blicato a' 7 aprile con grande solenuilà,
per la prudenza e l'energia di Kiamil pa-
scià. Vestito questi splendidamente,por-
tava sul petto le due croci di commenda-
tore conferitegli dall'Austria e dal Belgio,
per le attenzioni falle a'ioro principi nel-
la visita de'Looglti Santi. I turchi e spe-
cialmente gli elfeudi, guardavano mera-
vigliati la novità, come un riuegameuto
d'ogni costume ancor più aulico e più ra-
dicato. Alla sua destra il pascià avea il pa-
triarca mg.r Valerga, segno anche questo
inaspettato della stima del governo ver-
so i prelati ialini. Molti colpi di cannone
annunziarono la promulgazione del fir-
mano, e da' mussulmani fu accollo con
calma. Nell'isola di Greta o Candia si con-
verti rono varie persone dall' islamismo
al cristianesimo, ed è il i.° esempio che
l'apostasia de'turchi uou fu punita. Per
la saggia anaittiuUU azione di Vcly pascià,
454 TUR
già ambobciatore a Parigi in tempo della
guerra, nobile e umano, Cu permesso alla
popolazione greca d'edificare un tempio,
ed il sultano a istanza del pascià donò per
le prime spese 100,000 piastre turche.
Fece pur dono agli europei d'un sito per
fabbricare un ospedale civile, e introdusse
molti costumi europei, la polizia, l' illu-
minazione Dottorila, stabilii tribunali prò
vincigli per la campagna, aprì strade e
prete cura del pubblico insegnamento.
IN un è dubbio clic il lirmano sarà esegui-
to con minor fervore e precipitazione ili
quello che si adoperò a proclamarlo. Bi-
sogna in esso distinguere due parti: quel-
la che si riferisce alle riforme pratiche e
possibili; e l'altra delle riforme destinate
a soddisfar l'opinione pubblica dell'Eu-
ropa. Sarebbe certamente a temere che
questa seconda parte, irritando gli ani-
mi, potesse recare qualche grave ostaco-
lo alla prima. Ma la Porla Ottomana ha
date soddisfacenti assicurazioni alle po-
tenze alleate sull' attuazione del firmano
in favore de' cristiani. Il viceré d'Egitto
emanò un'ordinanza in virtù della quale
i soldati cristiani al suo servizio ora pou*
no praticare il loro cullo in piena liber-
tà, ma uella Civiltà Cattolica^ serie 3.",
t. 2, p. 252, si dimostra e deplora quanto
è dannoso in Turchia, alla fede de'eristia-
ni il servizio militare, di cui furono liberi
ab antico. 11 viceré di più ha permesso e
favorisce l'impresa, vagheggiala anche
dal padre, la spedizione per trovare le
sorgenti misteriose del Nilo,, il maggiore
fecondatore e insieme il maggiore di tut-
ti i fiumi, onde conoscerne la tanto bra-
mata origine nell'ignoto centro dell'Afri-
ca. La spedizione novera italiani, france-
si, inglesi, tedeschi, americani ec.;i2 scien-
ziati o militari, 24 artigiani, 4°° solda-
ti egiziani, e molti conduttori di cammel-
li, battellieri e domestici: in tutti 5oo per-
sone.Quest'impresa darà bella fama anche
al vicerè,il quale presea suo carico le spese
della spedizione , fornita di strumenti e
mezzi straordinari, non che di viveri e mu-
T 0 11
nitiopi da guerra per due anni. I plenipo-
tenziari destinali a concludere d trattato di
pace furono i seguenti, l'er la Francia il
conte Alessandro Colonna Walewsky mi-
nistro degli all'ari esteri ,e il barone Fra nce-
sco Adolfo di Bourqueney ambasciatore a
Vienna. Per l'Austria il conte di Buoi*
Schauenstein ministro degli alfari erteli,
e il barone Hùbner ambasciatore a Pari-
gi. Per l'Inghilterra Giorgio Guglielmo
Federico conte di Clarendon segretario
degli alfari esteri, e lord Enrico Riccardo
Carlo Cowley ambasciatore a Parigi. Per
la Russia il conte Alessio Orlolf membro
del consiglio imperiale, e il barone Filip-
po di Bruno vv inviato straordinario pres-
so la confederazione Germànica. Per la
Sardegna il conle di Cavour presidente
de'ministri, e il marchese di Villauun ina
ainbascialore a Parigi. Per laTurebja Mo-
hainmed Einiu Aaaii pascià gran visir, e
Melicene t-Djem il bey ambasciatore a Pa-
rigi. Fino allora venne negato alla Prua»
sia di far parte alle conferenze diploma-
tiche. A' 25 febbraio si adunarono i ple-
nipotenziari in Parigi nella vasta sala
detta degli ambasciatori nel palazzo del
ministro degli alfari esteri, riccamente
addobbata con in mezzo la tavola roton-
da coni 2 sedie in giro, ed una 2.a tavola
pe' plenipotenziari che volessero scrivere
a parte ; altra tavola servi pe' segretari,
venendo incaricato stendere il protocollo
delle conferenze Benedetti capo ilei di-
partimento politico al ministero degli af-
fari esteri. Per voti unanimi fu eletto a
presidente il conte Walewaki, che fece il
discoi so d'apertura. 1 pieni potenziali pre-
sero posto alla destra e a sinistra del pre-
sidente, secondo 1' ordine alfabetico sta-
bilito da' regolamenti del congresso di
Vienna. Nella 2/ seduta a'27 febbraio fu
conclusa, riguardo solo agli eserciti di
terra, la pi estabilita nella I.* Conferenza;
tregua e armistizio, conservando le trup-
pe le rispetti ve posizioni, fino al terminar
di marzo, spirato il qual mese, se non si
firmava la pace doveausi riprendere le o*
T U R
etililà: il telegrafo annunziò dappertutto
l'armistizio, conservandosi il blocco dei
porti. Ignorandosi in Crimea che le con-
ferenze si doveano subito cominciare, i
Cannoni e le bombe delle due parti tuona-
rono con esplosioni più di prima frequenti
eclamorose. I russi maudaronoda'fortidel
nord ima salva di proiettili sopra i miseri
avanzi di Sebastopoli, e tentarono di sfor-
zare un passo dellaCheruaia, donde venne-
ro non senza danno respinti. Gli alleati poi
oltre al rimandare al nemico abbondanti
le bombe e le mitraglie, distrussero com-
piutamente quanto rimanea de' forti e
degli arsenali meridiani della vinta città.
Indi la proclamazione della tregua e del
l'armistizio fu accolta in Crimea da'belli-
gerauti come una notizia di famiglia. Bus-
si e francesi particolarmente, per le loro
scambievoli simpatie, già ripetutamente
manifestate nell'ardore stesso della guer-
ra, >i abbracciarono e felicitarono nelle
future gioie della pace, trattandosi con
reciproci rinfreschi e altre aifettuose di-
mostrazioni. Tosto anche le armate di
mare ebbero l'ordine di sospendere le o-
stilità, senza venire sciolto il blocco dei
porti russi, beusi quello del Baltico. Uu
fausto avvenimento rallegrò a' 16 marzo
Napoleone III, Parigi e la Francia, men-
tre le conferenze della pace proseguiva-
no alacremente. L' imperatrice Eugenia
nel lieto giorno delia domenica delle Pal-
me die alla luce il principe imperiacene
sembrò esser comparso con in mano il
ramo del pacifico olivo e in fronte il tito-
lo d'apportatore di pace. Essendo pa-
drino Pio IX e madrina Giuseppina regi-
na di Svezia e Norvegia, fu battezzato col
nome di Napoleone Eugeuio; dipoi le ce-
remonie solenni si fecero invece del Papa
dal cardinal Patrizi legato a Intere, con
quella pompa e circostanze che narrai nel
voi. LXXIX,p. 280 e seg. A'buoni augu-
ro de'pleuipotenziari delle potenze rispo-
se Napoleone 111 : » Son lieto chela Prov
viden za m'abbia inviato un figliuolo in
uu momento in cui s'auuuuzia pei TEu-
TUR 455
ropa un'era di riconciliazioue generale.
Io l'educherò con questo sentimento: che
i popoli non debbono essere egoisti, e che
la tranquillità d' Europa dipende dalla
prosperità delle sue singole nazioni ".
Nella seduta de' 12 marzo la conferenza
de' diplomatici invitò la Prussia a man-
dare suoi plenipotenziari al congresso, co-
me segnataria del trattato de' i3 luglio
i84-i>eper ragioni d'interesse europeo
partecipare alle trattazioni del cougresso;
ed il re Federico Guglielmo IV v' inviò
il presidente del consiglio de'ministri ba-
rone O. Tommaso de JYIanteuffel, oltre
il conte Massimiliano d'Hatzfeld amba-
sciatole a Parigi. A'3o marzo 1 856, gior-
no memorando e domenica in A Ibis t fu
sottoscritta la pace, eia grande e fausta
notizia guizzò sulle ali dell'elettricità dal-
l'uno all'altro capo d'Europa,apportatri-
ce in ogni luogo di vivissima esultanza.
Siccome la Pace è conseguenza della Tre-
gua, così a quest'articolo solennemente
la celebrai e ne magnificai lo spirito e i
vantaggi, perchè regolando la famosa que-
stione d' oriente, con nobili modi e mo-
derazione pose fine alla sanguinosa guer-
ra d'oriente, e stabilì il riposo d'Europa.
Riportai pure alcuni particolari che ac-
compagnarono la sua sottoscrizione, eco-
ine dall' universale fu ricevuto il lietis-
simo annunzio j ne tacqui le deluse fal-
laci illusioni de' tristi nemici dell'ordine
pubblico, ne gì' inutili sforzi e tentativi
fatti con alcune biasimevoli rimostranze
contro alcuni potentati d'Italia inclusiva-
mente al governo pontificio. Ma il nar-
rare gli ultimi avvenimenti percorrispon-
dere al titolo di questa mia opera, fino
a nostri giorni, è uno scoglio pericolo-
so. Quindi trovo giustissima la sentenza
dichiarata dal cav. Ignazio Cantò, Crona-
ca diMilano,anuo 2.°,«>emestre2.0,p. 2o5.
«I fatti appena compiuti entrano subito è
vero ne'dominii della storia... ma la storia
ha bisogno del suggello del tempo ".
Quasi tulli i periodici riferirono il te-
sta dei trattalo, fra' quali il Giornale di
t56 TUR
iiornn nel n.° i o i , e la Civiltà Cattolica
lidia serie 3/, t. 2, p. 4^3. Ommesse le
solite furinole e i titoli e qualità de'singo-
li plenipotenziari, eccone il contenuto.
** Art.°i. Vi sarìi a dotare dallo scambio
delle ratifiche del presente trattato, pace
ed amicizia tra S.M. f Imperatore de'fran-
cesi, S.M. la Regina dellaGran Brettagna
ed Irlanda, S. M. il Re di Sardegna, S.M.
I. il Sultano da una parte, e S. M. l'Impe-
ratore di tutte le Russie daH'altra,delpnri
che tra' loro eredi e successori, loro stati
e sudditi rispettivi in perpetuo, i. Esten-
do felicemente stabilita la pace tra ledet-
te LL.MM. i territorii conquistali o occu-
pati dalle loro armate durante la guerra
.saranno reciprocamente sgombrati. Spe-
ciali accomodamenti regoleranno il modo
dello sgombramene, che dovrà effettuar-
si al più presto che sia possibile. 3. S. M.
l'Imperatore di tutte le Russie s'impegna
a restituire a S. M. i! Sultano la • iltadella
di Kars, come pure le altre parti del ter-
ritorio ottomano, di cui le truppe russe si
trovano in possesso. 4- Le LL. MM. l'Im-
peratore de'francesi eia Regina del regno
unito di Gran Brettagna e d'Irlanda, il
Re diSardegna ed il Sultano s'impegnano
a restituire a S.M. l' Imperatore di tutte
le Russie la città ed i porti di Sebastopoli,
Ralaklava, Kamiesch,Eupatoria,Kerlch,
Jenikaleh, Kiuburn, come lutti gli altri
territorii occupati dalle truppe alleate.
5. Le LL. MM. l'Imperatore de'francesi,
la Regina del regno unito della GranBret-
tagna e d'Irlanda, l' Imperatore di tutte
le Russie, il Re di Sardegna ed il Sultano
accordano un'amnistia piena ed intera a
quelli fra' loro sudditi che fossero stati
compromessi con una partecipazione qua-
lunque agli avvenimenti della guerra in
favore della causa nemica. Egli è espres-
samente inteso che quest' amnistia si e-
stenderà a'sudditi di ciascuna delle parti
belligeranti, i quali avessero continuato,
durante la guerra, ad essere al servizio
di uno degli altri belligeranti. 6. 1 prigio-
nieri di guerra saranno immediatamente
t u n
restituiti da una parte e dall'altra. 7.S.
M. l'Imperatore d'Austria, S. M. l'Impe-
ratore de' francesi, S. M. la Regimi del
regno unito di Gran Brettagna ed Irlan-
da^. M. il Re di Prussia, S. M. l'Impera-
toredi tutte le Russie e S. M. il Re diSar-
degna, dichiarano la Sublime Porta am-
messa a partecipare de' vantaggi del di-
ritto pubblico e del concerto Europeo. Le
LL. MM. s'impegnano, ciascuna dal *uo
canto, a rispettare l'indipendenza e l'in-
tegrità territoriale dell'Impero Ottoma-
no, garantiscono in comune la stretta
osservanza di quest'impegno, e conside-
reranno, in conseguenza, ogni atto che
potesse recargli offesa, siccome una que-
stione d'interesse generale. 8. Se soprav-
venisse fra la Sublime Porta el'una o più
delle altre Potenze segnatane un dissenso
che minacciasse il mantenimento delle
loro relazioni, la Sublime Porta e ciascu-
na di queste Potenze, prima di ricorrere
all'impiego della forza, porranno le altre
parli contraenti in misura di prevenire
una tale estremità col mezzo della loro
azione mediatrice. 9. S. M. I. il Sultano,
nella sua costante sollecitudine per il be-
nessere de' suoi sudditi, avendo concesso
un firmano, che, migliorando la loro con-
dizione, senza distinzione di religione ne
di razza, consagra le sue generose inten-
zioni verso le popolazioni cristiane del
suo impero; e volendo dare una novella
testimonianza de'suoi sentimenti a questo
riguardo, ha risoluto di comunicare alle
Potenze contraenti ildettofirtnano, spon-
taneamente emanato dalla sua volontà
sovrana. Le Potenze contraenti constata-
no l'alto valore di questa comunicazione.
E ben inteso che non saprebbe, in nessun
casolare il diritto alle Potenze d'ingerir-
si, sia collettivamente, sia separatamente,
nelle relazioni tra S. M. il Sultano e i suoi
sudditi, né tampoco nell'amministrazione
interna del suo impero, io. La convenzio-
ne de'/ 5 luglio 1 84i, che mantiene l'an-
tica regola dell'impero ottomano relati-
va alla chiusura degli stretti del Bu&foio
T U I
e de'Dardanelliè stata riveduta di comu-
ne accordo. L'atto conchiuso a tale og-
getto, e conformemente a questo princi-
pio, tra le alte parti contraenti, è, e rima-
ne annesso al presente trattato, ed avrà
anche forza e valore come se ne facesse
parte integrante, i i. Il mar Nero è neu-
tralizzato: aperto alla marina mercantile
di tutte le nazioni. Le sue acque e i suoi
porti sono, formalmente e in perpetuo,
interdetti alle bandiere di guerra, sia del-
le potenze finitime, sia di tutt' altra po-
tenza, salvo le eccezioni menzionale negli
articoli 1 4 e 1 9 del presente trattalo. I*. Li-
bero da qualunque intoppo, il commer-
cio ne' porli e nell'acque del mar Nero,
non sarà soggetto che a de' regolamenti
di sanila, di dogana, di polizia, concepiti
in un senso favorevole «dio sviluppo del-
le transazioni commerciali. Per dare agli
interessi commerciali e marittimi di tutte
le nazioni la sicurezza desiderabile, la
Russia e la Sublime Porta ammetteranno
de'consoli ne' loro porti situati sul litora-
le del mar Nero, in conformità de'princi-
pii del diritto internazionale. 1 3. 11 mar
Nero essendo neutralizzalo, a termini del-
l'art.! 1, il mantenimento o lo stabilimen-
to sul suo litorale di arsenali militari ma-
rittimi diventa senza necessità comeseu-
za oggetto. In conseguenza S. M. l'Im-
peratore di tutte le Russie e S. M. il Sul-
tano si obbligano a non costruire ne con-
servare, su questo litorale, alcun arsenale
marittimo. 1 4. Le LL. MM. l'Imperatore
di tutte le Russie ed il Sultano, avendo
couchiusa una convenzione all'oggetto di
determinare la forza ed il numero de* ba-
stimenti leggeri, necessari al servizio del-
le loro coste, che si riservano d' intrat-
tenere nel mar Nero, questa convenzio-
ne viene annessa al presente trattato, ed
avrà la stessa forza e valore come se ne
facesse parte integrante. Essa non potrà
essere né annullata, né modificata, senza
il consenso delle Potenze segnatane del
presente trattato, 1 5. L'atto del congres-
so di Yicuua avendo stabilito i princinii
T U B 4)7
destinati a regolare la navigazione de'fiu-
mi che «eparano e traversano più stali, le
Potenze contraenti stipularono tra loro
che per l'avvenire questi principii salati-
no egualmente applicati al Danubio ed
alle sue imboccature. Esse dichiarano che
questa disposizione fa d'ora in poi parte
ilei diritto pubblico dell'Europa, e la pren-
dono sotto la loro guarentigia. La navi-
gazione del Danubio non potrà essere
soggetta ad alcun intoppo uè imposizio-
ne che non fosse espressamente previsti
dalle stipulazioni contenute negli arti-
coli seguenti. In conseguenza, non sarà
percepito alcun pedaggio basato unica-
mente sull'atto della navigazionedel fiu-
me, né alcun diritto sulle mercanzieche
si trovano a bordo de' navigli. I regola-
menti di polizia e di quarantena da stabi-
lire, per la sicurezza degli stati separati o
traversati dal fiume, saranno concepiti in
modo da favorire, per quanto sarà possi-
bile, la circolazione de'na vigli. Salvo que-
sti regolamenti, non sarà frapposto alcun
ostacolo, qualunque ei sia, alla libera na-
vigazione. 16. Nello scopo di realizzare le
disposizioni dell'articolo precedente, una
commissione, nella quale la Francia, l'Au-
stria, la Gran Brettagna, la Prussia, la
Russia, la Sardegna e la Turchia saranno,
ciascuna, rappresentate da un delegato,
sarà incaricata di designare e far esegui-
re i lavori necessari, al di là d'Isatcha, per
sgombrare i' imboccature del Danubio,
non che le vicine parti del mare dalle
sabbie e altri intoppi che l'ostruiscono,
affine di mettere questa parte del fiume e
le dette parti del mare nella miglior con-
dizione possibile di navigabilità. Per co-
prir le spese di questi lavori, non che
luelle desìi stabilimenti che hanno
per
oggetto di assicurare e facilitare la navi-
gazione alle bocche del Danubio, potran-
no essere prelevali de' diritti fissi d' una
misura conveniente stabiliti dalla com-
missione a maggioranza di voti, solto la
condizione espi essa, che, sotto questo rap-
porto, come sotto tutti gli altri, le bun-
4)8
x u n
diere di tutte le nazioni saranno trattate
kul piade il' una perfetta eguagliatila.
17. Sarà stabilita una commissione e si
comporrà dì delegati dell'Austria, della
Baviera, delta Sublime Porla e del Wiir-
temberg (uno per ciascuno di queste po-
tenze), a' quali si uniranno i commissari
de'4 principali Danubiani, la cui nomina
sarà approvata dalla Porta. Questa aom-
ii)issione,clie sarà permanente: 1 ^elabore-
rà i regolamenti ili navigazione e di poli-
zia fluviale; 2.0 farà scomparire gl'imba-
razzi di qualunque natura potessero esse-
re, che si oppongono tuttavia all'applica-
zione al Danubio delle disposizioni del
trattato di Vienna; 3.° ordinerà e farà
eseguire i lavori necessari su tutto il cor-
so del fiume; 4«P veglierà, dopo lo seio-
gJimento della commissione europea, al
mantenimento delia navigabilità dell'im-
boccature del Danubio e delle vicine par-
ti del mare. 18. È ben inteso che la com-
missione europea avrà fornito il suo com-
pilo, e che la commissione fluviale avrà
terminato i lavori designati nell'articolo
precedente sotto i numeri i.°e 2.0 nello
spazio di due auni. Le Potenze segnatane
riunite in conferenza, informate di questo
fatto, pronunceranno, dopo averne pre-
so atto, lo scioglimento della commissio-
ne europea; e da quel punto la commis-
sione fluviale permaueule sarà investita
degli stessi poteri di cui la commissione
europea era stata fino allora, ig. All'og-
getto di assicurare l'esecuzione de' rego-
lamenti che saranno stati stabiliti di co-
mmi accordo, dietro i principii sopra e-
nunciati, ciascuna delle Potenze contra-
enti avrà il diritto di far stazionare in o-
gni tempo due bastimenti leggieri all'im-
boccatura del Danubio. 20. In cambio
delle città, porti e territori* enumerati nel-
l'ari. 4 del presente trattato, e per viem-
meglio assicurare la libertà della naviga-
zione del Danubio, S. M. l'Imperatore di
tutte le Russie acconseute alla rettifica-
zione della sua frontiera di Dessarabia.
La novella frontiera partirà dal marcerò,
TUR
ad un chilometro all'est del lago Bourna*
Sola, raggiungerà perpendicolarmente la
Strada di Akermann, seguirà quella stra-
da sino al Vallo Traiano, passerà al sud
di Bolgrad, risalirà lungo la riviera dì
Jalpuck sino all'altura di Saralsika, e an-
drà a terminare a Katamori sul Pruth.
Àll'insù di questo punto, l'antica frontie-
ra tra'due imperi non subirà alcuna mo-
dificazione. De' delegati delie Potenze
contraenti fisseranno ne' dettagli la de-
marcazione della nuova frontiera. 21. Il
territorio ceduto dallaRussia sarà annes-
so alla Moldavia Sotto la sovranità della
Sublime Porta, Gli abitanti di questo ter*
ritorio godranno de' difilli e privilegi as-
sicurati «'principati, e durante lo spazio
di 3 anni sarà loro permesso ili traspor-
tare altrove il proprio domicilio, dispo-
nendo liberamente delle loro proprietà,
22. 1 principati di Valacchia e di Molda-
via continueranno a godere sotto la sopra*
sovranità della Sublime Porta, e sotto la
guarentigia delle Potenze contraenti, i
privilegi e l'immunità di cui sono in pos-
sesso. Verun protettorato esclusivo non
sarà esercitato su di essi da una sola delle
Potenze garanti. Non vi sarà alcun dirit-
to particolare d' ingerenza ne' loro affari
interni. 23. La Sublime Porta s'impegna
a conservare a'suddetti principati un'am-
ministrazione indipendente nazionale,non
che la piena libertà di culto, di legislazio*
ne, di commercio e di navigazione, Lo
leggi e statuti oggidì in vigore saranno ri-
veduti. Per stabilire un completo accor-
do sopra questa revisione, uua commis-
sione speciale, intorno alla composizioue
della quale s'intenderanno l'altre Poten-
ze, si riunirà senz'indugio a Bukarest con
un commissario della SublimePorta. Que-
sta commissione avrà per incarico d'in-
formarsi dello slato attuale de' principa-
ti e di preparare le basi della loro futura
organizzazione. 24- S. M. il Sultano pro-
mette di convocare immediatamente uu
Divano ad hoc, in ognuna delle duepro-
viucie, composto iu Uiodp da formare ia
t u a
rappresentanza più esatta dcgl' interessi
di tutte le classi della società. Questi Di-
vaoo saranno chiamali ad esprimere i voli
delle popolazioni relativamente all' or-
ganizzazione de'principati. Una istituzio-
ne del Congresso regolerai rapporti della
commissione col Divano.25. Pigliando in
considerazioue l'opinione espressa da'due
Di vani, la commissione trasmetterà senza
indugio alla sede attuale delle conferenze
i risultamenti del proprio lavoro. L' ac^-
cordo finale colla potenza sovrana sarà
consagralo da una convenzione couehiusa
a Parigi tra le alte parti contraenti, e un
Halticheriff conforme alla stipulazione
della convenzione costituirà definitiva-
mente l'organizzazione di queste provin-
cie, poste da qui innanzi sotto la garan-
zia collettiva (li tutte le Potenze segnata-
ne. 26. Rimane convenuto che vi sarà, nei
principati una forza armata nazionale,
ordinata allo scopo di mantenere la si-
curezza e d'assicurare quella della fron-
tiera. Non si potrà opporre alcun ostacolo
a' provvedimenti straottima rii di difesa,
che d'accordo colla Sublime Porta, i prin-
cipati fossero coslrelti a pigliare per re-
spingere qualsivoglia aggressione stranie-
ra. 27. Se la quiete interna de' principali
si trovasse minacciata o compromessa, la
Sublime Porta s'intenderà colle altre Po-
tenze contraenti sulle misure a prendersi
per mantenere o ripristinare l'ordine le-
gale; e un intervento armato non "potrà
aver luogo senza un precedente accordo
tra coteste potenze. 28. Il principato di
Servia continuerà a rimanere in dipen-
denza della Sublime Porta, conforme-
mente agli Hats imperiali, che fissano e
determinano i suoi diritti e immunità, po-
sti quind'innauzi sotto la guarentigia col-
lettiva delle Potenze contraenti. Per con-
seguenza il detto principato conserverà la
propria amministrazione indipendente e
nazionale, come benanco piena libertà dì
culto, di legislazione, di commercio e di
navigazione. 29. li diritto di presidio della
Sublime Porta, come trovasi stipulato
X U R 4%
da' regolamenti interni, è mantenuto:
ninno intervento armato potrà aver luo-
go in Servia, senza previo accordo tra le
altre Potenze contraenti. 3o. S. M. l'Im-
peratore di tutte le Russie e S. M. il Sul-
tano mantengono nella sua integrità lo
stato de' loro possessi in Asia, come esi-
steva legalmente avanti la rottura. Per
antivenire qualsivoglia contestazione lo-
cale, la demarcazione della frontiera ver-
rà rettificala, se farà mestieri, senza che
possa risultare un danno territoriale per
l'un* o l'altra delle due parti. A questo
effetto una commissione mista e coiti po-
eta di due commissari russi, di due com-
missari turchi, d' un commissario fran-
cese, d'un commissario inglese, sarà man-
data sul luogo immediatamente dopo il
ripristinamento delle relazioni diploma-
tiche ti a la corte di Russia e la Sublime
Porta. Il suo lavoro dovrà essere termi-
nato in fra 8 mesi, a datare dallo scambio
delle ratifiche del presente trattato. 3 1. 1
territorii occupati durante la guerra dalle
truppe delle LL. Mi\l. l'Imperatore dei
francesi, l'Imperatore d' Austria, la Re-
gina del regno unito della Gran Bretta-
gna e d'Irlanda, e del Re di Sardegna, a
termini delle convenzioni sottoscritte a
Costantinopoli il 12 marzo 18 ~4 tra 'a
Francia, la Gran Brettagna e la Sublime
Porla, il Sghigno dello stesso anno ira
l'Austria e la Sublime Porta, e il 1 5mar-
zoi855 tra la Sardegna e laSublimePor-
ta, saranno sgomberati dopo lo scambio
delle rattifìche del presente trattalo, to-
sto che sarà fattibile. Lo spazio di tempo
e i mezzi d'esecuzione formeranno 1' og-
getto d'accomodamento tra la Sublime
Porla e le Potenze le cui truppe occupa-
no il suo territorio. 82. Fintantoché i
trattati o le convenzioni esistenti prima
della guerra tra le Potenze belligeranti
sieuo stati o rinnovati o surrogati da atti
nuovi, il commercio d'importazione e di
esportazione avrà luogo reciprocamente
iu basede'regolamenti vigenti prima del-
la guerra ;e i loro sudditi iu qualsiasi al-
46o
TUR
tr;i materia saranno trattati sul piede del-
le nazioni più favorite. 33. La conven-
zione conclusa in questo giorno tra le
LL. M \1. T Imperatore de' francesi e la
Regina del regno unito della Gran Bret-
tagua e d'Irlanda da una parte, e S. M.
l'Imperatore di tutte le Russie dall'altra,
relativamente all' isole d' Alami, è, e ri-
mane annessa al presente trattato, ed avrà
la lituo forza e valore come se ne facesse
parte. 34- Il presente trattato sarà ratifi-
cato e le ratifiche saranno scambiate a
Parigi nello spazio di 4 settimane, o pri-
ma, se è possibile, lu fede di che, i pieni-
poteuziani rispettivi lo hanno sottoscritto,
e vi hanno apposto il suggello delle loro
armi. Fatto a Parigi, il 3o marzo 1 856".
Seguono le firme de'plenipoteuziarii. Ar-
ticolo aggiunto e transitorio. Le con-
venzioni che riguardano gli stretti dei
Dardanelli noti saranno applicabili a'ba-
stimeuli da guerra, ne cominceranno ad
aver effetto prima che le Potenze abbiano
ritirato da'lerritorii occupati le loro ar-
mi. Annessi. Nel i .° il Sultano iu tempo
di pace si obbliga a tener chiusi alle navi
di guerra gli stretti de'Dardanelli e il Bo-
sforo, tranne il caso di bastimenti legge-
ri destinati al servizio delle legazioni di
potenze amiche, per la cou venuta stazio-
ne alle bocche del Danubio, o all'uso di
che si parla nel secondo annesso; le Po-
tenzesegnatariesi obbligarono rispettare
tale determinazione. Nel 2.° la Russia e
la Turchia si obbligano di non mantene-
re ciascuna nel mar Nero neutralizzato
altri legni da guerra se non sei bastimen-
ti a vapore di 5o metri di lunghezza a fior
d'acqua e della capacità d' 8oo tonnel-
late al più; e altri quattro bastimenti leg-
geri a vapore od a vela di 200 tonnellate
al sommo. Nel 3.° L'Ino pera tore delle Rus-
sie promette di non fortificare l'isole di
Aland,nè vi sarà mantenuto alcun stabi-
limento militare o navale. XXXI F Pro-
tocolli. Sono questi i lunghi dibattimen-
ti delle diverse sessioni nelle (piali si di-
scussero i putiti poscia stabiliti nel Uat-
TUR
lato generale di pace. I men/.ionati atti
si poDilo leggere distesamente nel Gior-
nale di Roma n.° 1 02 e seg. Ne 'protocolli
vi è pure il discorso inaugurale e di rin-
graziamento del conte Walevvski per la
presidenza affidatagli dalla conferenza. In
alcune tornate e segualamente in quella
dell'8 aprile credettero i plenipotenziari
di dover toccare di altre questioni più o
meno connesse coll'argomento cheavea-
110 tra mano. Disse la Civiltà Cattoli-
ca. » La demagogia menò gran trionfo
del protocollo 32, nel quale si discorse di
alcuni stati d' Italia, segnatamente del
Pontifìcio e del Napoletano; e s'affrettò
di pubblicarlo prima d'averlo ben letto
e meditato. Ora che il bollore è dato giù,
sembra avvilita della sua troppo faede
esaltazione". Le dicerie si misero in cam-
po e si esagerarono per alimentare il fuo-
co della rivoluzione, a cui sempre sono
intenti i nemici della pubblica tranquil-
lità. Mentre essi confidavano nel gabi-
neltodi Londra, questo giudicò per allora
gettar acqua sul fuoco acceso nel congres-
so di Parigi dalla nota verbale del conte
Cavour; altrettanto fece quello di Fran-
cia, e cos'i le illusioni sembrarono dile-
guarsi. Utinamì Pare che vi contribuis-
se l'energica « grave circolare del princi-
peGortschakolfjchesi legge nel Giornale
di Roma a p. 9 1 6, e nella CiviltàCattoli-
ca, serie 3.a, t. 4, p. ^43. A'3i marzo in
PietroburgoAlessandroll pubblicò il ma-
nifesto imperiale, che si legge a p. 34^ del
Giornale diRoma,[>ev annunziare all'im-
pero la soscrizione della pace,dell'accan ita
e sanguinosa lotta che per tre anni avea
scompigliato l'Europa. Giustifica l'augu-
sto genitore per averla intrapresa ; loda i
fedeli popoli e i bravi soldati, per essersi
mostrati degni della foro alta vocazione,
non risparmiando uè sostanze, ne vita
per la difesa della patria, rivaleggiando
tutti di abnegazione, e di nuove e glorio-
se gesta. Esalta come fu combattuto il
nemico, e l'eroica difesa per lo spazio d'i 1
toeti delle fortificazioni dalla parte sud di
TUR
Sebastopoli, rizzate sotto gli ocelli e sotto
il ftioco degli assalitori.che vivrà nella me-
moria della più lontana posterità.» Frat-
tanto, da' decreti impenetrabili e salutari
della Provvidenza si preparava un fatto
conforme a' voti dell'amatissimo fu au-
gusto nostro padre, a* nostri, a quelli del-
la Russia intera, e che compieva lo scopo
della guerra. La sorte futura e il diritto
di tutti i cristiani del Levante oramai so-
no garantiti. Il Sultano solennemente li
riconosce, e in conseguenza di quest'atto
di giustizia l'impero ottomano entra nel
concerto degli stati europei !. .. Onde ac-
celerare la conchiusione del trattato di
pace, ed allontanare anche per l'avve-
nire sino il pensiero di mire ambiziose o
di progetti di conquiste che potrebbero
esserci attribuiti, noi abbiamo acconsen-
tilo di adottare certe misure di precau-
zione, destinate a prevenire una collisio-
ne de* nostri bastimenti da guerra con
quelli della Turchia nel mar Nero, come
anche di stabilire una linea di limitazio-
ne nella parte meridionale della Bessa-
labia la più. vicina al Danubio. Le con-
cessioni non sono gravi, se si pongano in
bilancio co' pesi d'una guerra prolunga-
ta e i vantaggi che ci promette la tran-
quillità dell'impero di cui Dio ci ha af-
fidati i destini ". Della vastità dell'impe-
ro russo, il Giornale di Roma a p. 665
ci die parte dell'introduzione dell'opera
del eh. J. H. Schn itzer: V Impero degli
Czari) un settimo del globo secondo lo
stato presente della scienza. Oltre al
patto di pace firmato dalle 7 Potenze, la
Francia, l'Austria e I' Inghilterra sotto-
scrissero a' i5 e ratificarono a' ig aprile
un trattato particolare del seguente te-
nore. I. Le alte parti contraenti assicura-
no unitamente e separatamente l'indi-
pendenza e l'integrità dell'Impero Otto-
mano fissate nel trattalo de' 3o marzo.
II. Ogni infrazione alla stipulazione di
detlo trattato sarà considerata dalle po-
tenze sottoscritte qual caso di guerra.
Esse andranno d'accordo eolla Sublime
t u a 46 1
Porta pe' provvedimenti elicne divenis-
sero necessari , e regoleranno fra loro
l'impiego delle forze militari e navali. A-
vendone il conte Orlolldomnndoto spie-
gazione, ebbe dalle 3 potenze soddisfacen-
terogione dell'operato. Alessandro li vo-
lendo riconoscere i segnalati e memoran-
di servigi resi alla patria dal conte Or-
ioli, coronati coll'opera salutare della pa-
ce tra la Russia e le poterne europee ar-
male contro di essa, l'innalzò a presiden-
te del consiglio dell' impero e alla di-
gnità ereditaria di principe del medesi-
mo trasmissibile a tutta la suadiscenden-
?a. Egli viene chiamato il Paciere, per
la gran parte eh' ebbe al congresso di
Parigi nel concludersi la sospirata pace.
La guerra di oriente è durata in tut-
to, due anni meno due giorni. La notizia
della pace riuscì gratissima anche agli
eserciti della Crimea, che per la malsa-
nia della campagna furono negli ultimi
mesi travagliali da diversi morbi che me-
narono orribili strage, ne'russi eziandio.
Festeggiarono il ben augurato giorno del
ritorno della pace con grandissima esul-
tanza, con visite reciproche, banchetti e
festeggiamenti. Sventuratamente i detti
parecchi morbi che dominavano, tempe-
rarono e funestarono alquanto la gioia
comune. Riferisce la Civiltà Cattolica.
» L'esercito francese d'oriente ebbe a lot-
tare colle malattie e col nemico, in con-
dizioni tenibili per tutto un rigidi} imo
inverno e una estate niente meno mici-
diale ; e ognuno presumeva che le per-
dite ne fossero state enormi. Il Moni-
teur de V Armée per togliere sopra ciò
ogni incertezza e cessare ogni esagerazio-
ne, pubblicò il quadro de' morti di cia-
scuna categoria, e sono: Uffiziali d'ogni
grado, compresi 12 cappellani, 1284; sot-
to-uffiziali, caporali o brigadieri 44°3 ;
soldati 56,8o5; in tutto 62,492 uomini,
periti di ferro, di fuoco e di malattia,dal
i.°sbarco delle truppe in Turchia, fino
al trattato di Parigi. Sono ancora sco-
nosciute le vere perdite fatte dall'esercito
46a TUR
inglese, ma furono gravissime ; e basti
dire qui che del reggimento delle guar-
die reali, composto di 3200 uomini, me-
no d'6oo rividero l'Inghilterra. Il corpo
di spedizione sardo, compresi i rinforzi
mandatigli aoocèsaivamenle, giunse al nu-
mero di i 7, 584 uomini, de'quali fino ai
3 1 ottobre 1 855 erano periti i632; cioè
I2i idi cholera, 170 dal tifo, 25 idi ferite
od altre cagioni. In questo numero sono
compresi 56 uffizioli, 1 563 sotto ulìiziaìi
e soldati, e 1 3 impiegati d'amministra-
zione. Dal 3i ottobre fino allo sgombro
il corpo di spedizione ha ancora perdu-
to sottosopra 900 uomini. In tutto 2 532.
Non può negarsi che la presa di Sebasto-
poli e il trattato di Parigi costano caro!
Per altra parte i russi, secondo un calcolo
che pare ben fondato, quantunque non
sia officiale , perdei teio per la guerra
nientemeno che 277,000 uomini dal mo-
mento che passarono il Proti) fino ali.0
maggio 1 856. Inoltre poco meno di 2 3,ooo
uomini appartenenti all'armata del mar
Nero, e che parteciparono alla difesa di
Sebastopoli, vi trovarono la tomba. Laon-
de in tutto sono un 3oo,ooo vittime 1
Queste perdite sono per certo assai mi-
nori di quanto presumevasi, massime se
si tien conto dell'immensa estensione del-
la loro linea di difesa, delle distanze enor-
mi che doveano percorrere a marce for-
zale pel gelo e per le steppe del deserto, e
a tante altre cagioni, aggiuntesi a quella
de'combattimenti militari. Tuttavia ba-
stano a far capire quanto urgente debba
essere la necessità che spinge alla guerra
affinchè si possa giustamente imprende-
re ". Nel seguire lo sgombero della Cri-
mea, il general supremo dell'esercito rus-
so fece sapere a'generali francesi, inglesi
ec, essere volere d' Alessandro II che si
rispettino in ogni tempo le tombe deca-
duti sotto le mura di Sebastopoli. Al dire
d' un giornale russo gli assediali a Seba-
stopoli tirarono 1 38:6o8 colpi di canno-
ne, il totale delle cariche de'quali sommò
a 56 milioni di libbre. Visi consumarono
TUR
più d'8 mi'ioni di libbre di polvere e mr-
glio di a 5 milioni di cartucce. In questi
calcoli non si compresero i tiri de' pez/.i
di campagna. Indi la Civiltà Cattolica
osservò, doversi aggiungere a tali cifre il
di più che i russi consumarono in tante
oltre parti sì d'oriente e sì di settentrione,
e poi se ne raddoppi almeno il mimerà
per unirvi il fatto dagli alleati, e si avrà
una qualche idea del quanto sia costata
sotto questo riguardo la guerra orientale.
Il generale maggiore bagdanowitsch pub-
blicò un opuscolo sull'assedio di Sebasto-
poli, nel quale dice, che le trincee degli
alleati misuravano 1 1 0,000 passi, mentre
la massima estensione de' precedenti la-
vori d'assedio non importò oltre 20,000
passi. Nell'assedio di Sebastopoli furono
impiegali 80,000 cestoni, 60,000 fascine
e circa un milione di sacchi di terra. Ne-
gli assedi ordinari non vengono impiegati
cheio ai 5,ooo cestoni, altrettanti sacchi
di lerra e 100,000 fascine. Neil' ultimo
tempogli alleati contavano nelle loro bat-
terie 800 pezzi, eia loro artiglieria tirò in
tutto un milione e 600,000 colpi. 1 pezzi
collocali contro Sebastopoli erano d' un
calibro impareggiabilmente maggiore de-
gl' impiegati in tutti i precedenti assedi.
Il capitano dello stato maggiore genera-
le Anitskolf in rosso rese di pubblica ra-
gione un libro intitolato: Schizzi storici
della spedizione di Crimea. L' autore
profittò di tutte le notizie russe ed este-
re, e parlando del valore russo egli rese
giustizia anche a quello del nemico. Ta-
le sua opera, scritta con chiarezza, pre-
senta in ogni riguardo a tulli i russi una
lettura piacevolissima. Contiene pure la
descrizione dell'assedio di Sebastopoli, e
la carta de'suoi dintorni coll'indicazione
delle linee nemiche di circonvallazione,
oltre quella dell'assedio e difesa. Nel de-
clinar d'agosto 1 856 pubblicò il Moni'
teur de la Flotte. Sei mesi fa, i prelimi-
nari della pace erano stati sottoscritti, ed
i francesi aveanoda ricondurre in Fran-
cia e in Algeri un esercito di 100,000 110-
TU Ì
mini, ! 5oo a 2000 catelli e più di ao,ooo
tonnellate di materiale. Con 8 1 legni e in
4 mesi fu condotto a buon fine Jo sgom-
bro dell'esercito d'Oriente, ardua e com-
plicata impresa per le circostanze epide-
miche e per altri ostacoli. Dall' ammira-
glio al marinaro, tutti hanno diritto di
rivendicare a se l'onore di questa ulte-
riore campagna, poiché tutti vi concor-
sero nella misura della loro buona volon-
tà. Dal cominciar della guerra sino al suo
fine, la flotta francese pagò largamente il
suo debito; ne vide soccombere meno di
34i6 uffiziali o marini sui campi di bat-
taglia di terra e di mare. Dipoi il Moni*
teur de'23 ottobre ci diede la relazione
indirizzata dal maresciallo Vaillant mi-
nistro della guerra a Napoleone III, che
presenta in qnadro»particolarizzato l'or-
ganizzazione completa delle forze e elei
mezzi militali, co'quali la Francia ha com-
piuto la guerra d'oriente; relazione che
comprende 3 parti, il personale dell'ar-
mata, la sua organizzazione materiale,
l'insieme de'mezzi marittimi impiegati pei
trasporti. Questo importantissimo docu-
mento, che descrive quali sforzi, quali stu-
di e quali spese costasse alla sola Fran-
cia il trattato di Parigi e la distruzione
della flotta russa, lo riprodussero ancora
il Giornale di Roma a p. 996, io4o e
io43, e la Civiltà Cattolica, serie 3.*,
1. 4 j P- 4^6. Lo stesso Giornale a p.
io45 riportò il quadro del materiale e
delle munizioni fornite dall' impero ot-
tomano durante la guerra alle varie ar-
mi dalla direzione dell' artiglieria tur-
ca, per le cognizioni e attivi là di Ahmet
Fethi pascià gran mastro dell'artiglie-
ria e cognato del sultano. Potentemente
contribuirono alla guerra sostenuta dal-
le potenze occidentali contro la Rùssia, le
ferrovie e la navigazione a vapore, non
che le comunicazioni telegrafiche fra la
Crimea, Londra e Parigi. Il AJorning
Post ci disse, che le spese della guerra per
1' Inghilterra sono ascese a 80 milioni di
lire sterline. Ma trovo nella Civiltà Cat-
TUR 463
tolica, che il Times parlando delle spese
confessò che l'Inghilterra non le farà mai
conoscere separatamente. Ad ogni modo,
considerando l'ultimo rendiconto officiale
ne ricava che l'anno scorso la guerra in-
goiò circa un bilione di lire allaGranBret-
tagna. La qual somma immensa profusa
ne'soli 12 mesi del 1855 fa esclamare al
giornalista : La guerra è il più costoso di
tutti i piaceri, e senza fallo la Provviden-
za volle cosi perchè vi sono popoli che
sterminerebbero volonlieri tutta la terra,
se ciò potessero fare a buon mercato ! Poi
soggi
unge. Una parte della nazione ingle-
se è proclive allaguerra, perchè le perdile
che ne derivano si sentono da poche fa-
miglie! Una corrispondenza parigina del-
l' Indépendanee Belge calcolò le spese
della sterminatricee gigantesca guerra nel
modo seguente. La Francia ha speso un
miliardo e mezzo, oltre al suo bilancio
straordinario per la guerra di circa mez-
zo miliardo. L' Inghilterra due miliardi
e mezzo, oltre al bilancio straordinario.
La Turchia 120 milioni, i quali però sono
una piccola parte delle sue perdite. La
Russia ha chiesto in imprestito 1 54 milio-
ni e vuotati i fondi delle sue finanze. L'Au-
stria solo per tener l'esercito sul pie di
guerra, ad onta che buona parie ne licen-
ziò, ha speso un miliardo e i4o milioni.
La Prussia avea destinato 97 milioni per
esser pronta all' esigenze della guerra e
ne spese la metà. Il Piemonteo Sardegna
consumò 80 milioni. In tutto sette mi-
liardi di lire 1! Anche la Turchia coniò
medaglie militari destinale a tutti gli uf-
fiziali di terra e di mare degli eserciti al-
leati che assistettero all'assedio di Seba-
stopoli, cioè d'oro pe'generali e d'argento
pegli uffiziali d'ogni grado. La medaglia
rappresenta da un lato le 4 bandiere del-
le potenze alleate, con un cannone e la
caria della Crimea svolta per metà, po-
sala sopra un'aquila russa abbattuta, e al
di sopra è inciso il nome di Sebastopoli in
lingua francese. Dall'altro Iato è il nome
del sultano e la parola Sebastopoli in
TUR
idioma (ureo. La Civiltà Cattolica, serie
3.',t. 3,p. 585, parlando della Germania
nella questione d'oriente, osserva la sua
coi rispondenza, die tal questione fu sciol-
ta senza die la confederazione Germanica
abbia fatto, come propriamente tale, il
più lieve sforzo odine di conseguirne lo
scioglimento favorevole il più die li po-
tesse a' propri interessi ; il die qualifica
segno non dubbio di politica debolezza.
Poiché la sua postura geografica, la sua
popolazione, le sue forze le davano natu-
ralmente il potere far pendere la bilancia
«la quel lato che avesse voluto. Mancò l'e-
nergia necessaria per dir la parola deci-
siva, perchè i suoi membri non erano con-
giunti da mire e da tendenze uniformi,
seguendo una politica di espeltazione,mol-
ti stati vagheggiando il protettorato rut-
to. Chi guardava oltre il Reno, chi oltre
Ja Neva; chi ingelosivasi della prevalenza
d'uno stalo alemanno, chi temeva 1' in-
fluenza di qualche stalo forasliero. I più
guardavano pieni di sospetto verso le po-
tenze occidentali, e speravano il tutto dal-
la Russia, e queste inclinazioni furono il
principal ritardo d'ogni partito decisivo.
Se ciò non ostante la pace di Parigi ha
cagionato dell'utile e non leggero all' A-
lemagna, devesi un tal successo all' Au-
striaca quale colla sua condotta seppe pre-
pararlo ed ottenerlo. Quando essa vide la
Prussia che sai ebbe uscita dalla sua pre-
tesa neutralità, determinò d'operare da,
se sola, e allora s' avvicinò alle potenze
occidentali. L'etfetto di tal politica fu V ul-
timatum spedito a Pietroburgo, 1' accet-
tazione della Russia, e la conclusionedel-
la pace. L'Austria rimase fedele alla sua
politica veracemente alemanna e nazio-
nale, fin anche nel congresso di Parigi.
Essa dimandò ed ottenne che fosse la
Prussia invitata ad inviare suoi rappre-
sentanti al congresso; essa propose e con-
seguì che la Prussia avesse parte all'ordi-
namento de' principati Danubiani; essa
riuscì a render il Danubio fiume aleman-
no, aprendo per le sue acque alla Germa-
T U R
nia il cammino dell' oriente, e lo sgorgo
naturale e vastissimo delle patrie derrate
e manifatture ; essa ottenne quegli altri
non pici-oli vantaggi morali e materiali
che dal trattato di Parigi derivano a tut-
ta l'Alemagna. Abbiamo, La Crocee la
Spada. Racconti della guerra, aV 'Orini*
te, campagne deliSS^. ei 855, versione
dal francese cC Aurelio Casini capita-
no in riposo del redi corpo d 'artiglie-
ria toscana, Firenze i 856. Nel declinar
d'agosto 1 856 Costantinopoli tornò nel-
lo stato normale, non essendovi più uè le-
gni da guerra, né soldati francesi, ingle-
si e sardi. Dopo la pace 1' impero otto-
mano provò il disastro di Tessalonica o
Saloniehi , le catastrofi dell' Egitto , di
Caudia e di Rodi, dell' insurrezione del-
la Mecca e de'gravi movimenti del Mon-
te Negro, cominciati durante la guerra coi
russi. L' i i luglio uno spaventoso incendio,
di cui s'incolpò uno Schilizzi, avvalorato
dall'impeto del vento, distrusse più della
metà di Tessalonica, con immensi danni
e diverse vittime umane. In Egitto la not-
te de' 12 ottobre fu desolante pel terre-
moto ondulatorio con alquanto sussulto:
dessa è la più forte scossa udita a memo-
ria d'uomo nell'Egitto. Crollarono diver-
se moschee e case , né mancarono delle
vittime. Quasi simultaneamente in Cau-
dia il terremoto la ridusse un mucchio
di rovine, e ne' dintorni cagionò orribili
guasti. Nella città e provincia furono di-
strutte 5686 case, 23 moschee, 68 chie-
se greche; i morti si dissero 5 17, i feriti
6o5. Pure in tale giorno anche l'isola e
la città di Rodi fu devastata per simile
flagello. Prolungato e funesto terremoto
ondulatorio fece crollare moltissimi fab-
bricati, e gli altri restarono più o meno
rovinati , annientando le illustri memo-
rie del benemerito ordine Gerosolimita-
no, oltre la sua torre degli Angeli situa-
ta nell'imboccatura del porto. Tutti i 44
villaggi dell'isola soffrirono gravemente,
ed alcuni furono pressoché adequati al
suolo;e si compiansero numerose vittime.
T U R
II tei remoto si estese altresì a tutte l'iso-
le dell'Arcipelago, le quali però non tut-
te egualmente soffrirono, ed a gran par-
te delle coste d'Asia; sentendone pure l'in-
flusso del triste fenomeno il mare e con
violenza. Mentre Rodi deplorava la sua
sciagura, a'6 novembre il fulmine fece sal-
tare tremendameute in aria la polveriera,
situala nella sommità della città presso il
campanile della già celebre chiesa di s.
Giovanni de'cavalieri gerosolimitani, ri-
dotta a moschea. La terribile esplosione
inandò in aria un 3.° della derelitta cit-
tà, con oltre 3oo vittime sepolte nelle ma-
cerie, e gran numero di malconci. Fuo-
ri della città 9 monumenti, tutti dell'an-
tica Rodi , andarouo perduti. La detta
chiesa di s. Giovanni eretta nel declinar
del XV secolo, rimase completamente di-
strutta; e quel che più devesi deplorare
nell'interesse della scienza, restarono di-
strutti gli archivi de'cavalieri gerosolimi-
tani, murati, come porta la tradizione, in
un angolo della stessa. La maggior par-
te del famoso palazzo, già del gran mae-
stro di detto ordine, venne del tutto rovi-
nalo; lo stesso dicasi delle torri e delle for-
tificazioni. Quanto alla rivoluzione della
Mecca si deve sa pere, che fin da tempi im-
memorabili è io uso un commercio fre-
quentissimo di schiavi traMassua oMasso-
va dell' Abissinia,e Gedda d'Arabia distan-
te 3o miglia dallaMecca nel dominio otto-
mano. In Massua, borgata di circa 4ooo
abitanti, si aduna la sventurata merce, la
quale giunta a formare circa un migliaio
di vittime tragittasi al di là del mar Ros-
so fino a Gedda che sorge sull' opposta
sponda. Dicesi che durante il breve tra-
gitto una 4«" parte del carico venga me-
no di morbo o di suicidio. Gli schiavi si
prendono d'ordinario dal popolo di Gal-
las, nell'Africa centrale e dagli abissini, e
la metà di essi è cristiana. Ultimamente
il sultano, che prima era gran protettore
della schiavitù, soppresse uelia Turchia
l'infame commercio degli Schiavi (al qua-
le articolo avea fatto voti perchè dessa e
VOJL. LXXXI.
TUR 465
T Egitto imitassero i nobili esempi delle
altre nazioni, anche mussulmane cornea
Tunisi) per l'abolizione dell'infame com-
mercio, che mosse 1' eroica carità del sa-
cerdote Olivieri, a cui orasi sono associa-
ti i Trinitari scalzi^ istituire la santa
opera del riscatto degli schiavi, portando-
si a comprarli nell' Egitto, massime di
morette), e mandò ordini alle autorità di
Gedda e della Mecca perchè fosse esegui-
ta la sua legge. Magli ulemi di quest'ul-
tima città, ove è concentrato il fanatismo
mussulmano, negarono di assoggetlarvi-
si, adducendo ch'esso si oppone al Cora-
uo. Iudarno il kaumukuu cercò di far
intendere la ragione a'forsennati; questi
in vece si ammulinarono e vennero alle
mani. Allora le milizie dierono addosso
al popolo e uccisero l'ulema che andava
alla preghiera, il che mise lo scompiglio
al colmo; neli.° scontro un centinaio di
abitanti rimasero morti sul campo,quin-
di la sollevazione fu universale e le poche
soldatesche costrette a chiudersi nel for-
te. In questo istante giunse alla Mecca il
potente capo de' malcontenti, lo sceriffo
Abu Talib che altri chiamano Abdel-el-
Montalib, e poco dopo arrivò pure Re-
schid pascià, uno de' generali dell' Ara-
bistan, diverso dal celebre, con istruzione
di farlo arrestare e spedirlo a Costanti-
nopoli. Fu intanto nominato a governa-
re provvisoriamente la Mecca lo scerif-
fo Nazir fino all' arrivo del governatore
definitivo Mahomedbin Aun. A Gedda
successero eguali disordini, ed ambe le
piazze furono poste in istato d' assedio.
Siccome gì' insorti attribuirono l'aboli-
zione della schiavitù all' influenza ingle-
se e francese, perchè il sultano era sta-
to sempre promotore e ardente difeosore
della medesima, vollero che i consoli del-
le due nazioni abbassassero le bandiere
e fossero espulsi. Ne prese la protezione
Mahmud pascià di Gedda, e iutanto da
Bombay giunse un vapore inglese per
sostenere i consoli e i cristiani, e tentare
una couciliazioue tra il governo e il pò-
3o
4<;r> t u r
polo commosso da'furiosi ulema. Questa
i»<nrrczinnc era promossa dallo sceri ilo
Abn Talil), poiché gli sceri/li della Mec-
ca, come narrai più sopra, considerarono
sempre ilYemen come un litro appannag-
gio. Dopo però la sua ribellione, a di Ini
provocazione uscì in campo lo sceik I! is-
sai! col suo nipote sceik Galib, figlio del
proprio fratello Hussein defluito sceriffo,
alla testa di numerose masnade d'avven-
turieri. Hassau pretendeva aneli* egli es
sere lo sceriffo della Mecca, e perciò d'a-
ver diritto al governo dell'Arabia Felice.
Nullità antico rancore contro la Porta
per essere stalo nel i85i disfallo dalle
truppe ottomane sotto le nudi di Lidie-
ja, onde s'impadronì di vari luoghi. La
Porta destituì il pascià Mahmud come
inetto, egli surrogò il famoso knrdo
Ahmed pascià. Il sultano inviò una bel-
lissima spada a Said vicerèd'Egitlo, invi-
tandolo a mandile due reggimenti al nuo-
vo governatore del Yemen per reprimere
i ribelli. In fatti questi vennero disfatti, e
in pari tempo morì Aitl-Bin Osman fa-
moso capo.de'vecabiti, clieavea preso una
parie attiva a' torbidi della Mecca. Abu
Talibfu destituito dallo sceriffato, e gli
fu sui rogato Ben A un già sceriffo, che
partì da Costantinopoli per recarsi al suo
posto, e giunto alla Mecca vi fu ricevuto
colla più viva gioia. Quindi radunato un
esercito, assalì Abu Talib, disfece i suoi
4o,ooo uomini, lo fece prigione e lo man-
dò a Costantinopoli per essere esilialo a
Tessalonica. In tal modo ebbe fine una
sollevazione che avea preso un aspetto
grave e minaccioso. Circa al Monte Ne-
gro, ilVIadika principe Danilo profittan-
do della guerra prelese di far fissare i con-
fini del suo territorio e anche di estender-
li fino al Tar e Lima, chiedendo quelli di
Baniun, Piva e Drobniac, pomo eterno di
discordia fra' suoi sudditi e quelli della
Turchia : domandò inoltre il porto d'Au-
liva ri, e che alle coste fossero riconosciuti
di nuovo gli antichi confini della Ivanbe-
govina, la quale comprende pure Seuta-
T U II
n\ Alessio o Lisso, Podgoritza ce. A tale
e ilei lo non solo invocò la mediazione del-
l'Austria, ma anche quella della Kussia e
di Napoleone 111. Intanto ricusandola tri-
bù di Kuci o Kuli di ubbidire Danilo, in-
viò colle truppe a punirli il suo fratello
vaivoda Mirko Petrovich, che vi porlo il
ferro e il fuoco, restando il paese nel lutto
e nella desolazione. La tribù di Kuti abi-
ta la parte orientale del Monte Negro o
de'Berda e sui confini dell'Albania, il cui
distretto si chiamaRutschka egli abitanti
anche kutschkieni, e pe'doni de'pascià di
Scolari erasi sottratta dal principato dì
Monte Negro, e 60 anni addietro a questi
eia stala nuovamente riunita. Ma parteg-
giando pe'liuchi i Kuti, qtìando volevano
comballerei connazionali montenegrini, a
questi poi si univano per opporsi a'turchi
e Iure scorrerie in Albania a loro danno.
Quindi tradimenti e violazione di patti e
di tregue, cambiamenti continui compro-
mettevano ilMonteNegiOjOnde il principe
Danilo volle castigarli severamente. Tut-
tavia l'eccidio di Kuci provocò Y univer-
sale indignazione del mondo incivilito, e
fece considerare la nazione bellicosa della
Cernagora, per le sue orde montenegrine,
seno-selvaggia. I consoli inglese e france-
se di Scutari s'intromisero per pacificare
gli albanesi co' montenegrini, ch'erano
accorsi in aiuto di Kuci. 1 consoli austria
co, francese, inglese e russo s' interpose-
ro per pacificare il distretto di Kutsehka
e il principe Danilo. E siccome i mon-
tenegrini invasero poi Berda, territorio
ottomano presso Podgoritza, parve che la
Porta prendesse misure energiche per far-
la finita cogl'irrequieti montenegrini. Pe-
rò la comunanza di religione colla Russia
e la prolezione di questa, non che la me-
diazione d'altre potenze modificò la col-
lera de'turchi. Il 1 omaggio il Vladika Da-
nilo, qual principe del Monte Negro e del-
la Berda, presentò alle potenze segnala-
rle del traltatode'3o del precedente mar-
zo il Memorandum, che si legge nel n.°
228 del Giornale di ' Hotna 9co\ qualein-
t u a
tese provare, i ."Esseri; necessaria l'indi-
pendenza del Monte Negro per via diplo-
matica, essendolo di fililo da oltre i5o an-
ni, giacché dal i ro3 non diede mai nò un
obolo, uè un soldato al sultano; il quale
sebbene ottenesse a quando a quandoal-
cuna vittoria, non potè più introdurvi la
propria amministrazione, né mantenervi
presidio. 9..° Doversene aggrandire il ter-
ritorio colla giunta d'una parte delle pia-
nure vici ne dell'Erzegovina e in Albania,
essendo impossibile che i i 20,000 abitan-
ti delle rupi della Cernagora e della Berda
possano vivere co'prodotti del suolo per
essi finora posseduto, e finché non abbia-
no altro mezzo di procacciarsi alimenti,
saranno costretti di adoperare le scorre-
rie armale soprai doviziosi vicini. Laste-
r iti là del suolo, di cui appena una 5o.»ia
parte è capace di collina, vi cagiona spes-
so la desolazione della fame, laonde non
di rodo da 5 a 600 famiglie, sopra i
1 20,000 abitanti, sono costrette ad emi-
grare. 3 °Delineazione definitiva del con-
fine verso la Turchia, quale esiste pe'con-
fini austriaci. 4-° Annessione del porlo
d' Antivari al principato, con un tratto
di marina adiacente. Danilo basò le sue
domande principalmente pef seguenti ri-
flessi. Il popolo montenegrino per lo spa-
zio di 466 anni ha ricusato sottometter-
si ad alcuna potenza e di riconoscere la
sovranità di chicchessia; sempre avendo
colle armi combattuto per la sua indi-
pendenza, sostenendo per tutta la detta
epoca una continua lolla coll'itnpero tur-
co, una volta il più. potente d'Europa, a
cui dinanzi tremavano gli slati europei, e
perciò avere reso segnalali servigi al cri-
stianesimo e fatto per essi continui sagri-
fizi, difendendosi fieramente fra lesueste
rili e alte montagne, di cui ogni sasso è
baguato del sangue de'suoi eroi, in mez-
zo a regni tulli caduti sotto le scosse dei
turchi. Il Monte .Negro non rivendica i
lerrilorii,che possedeva ad un'epoca assai
rimota; ma richiama i territori!, per cui
ha combattuto ne'tempi i più critici, coti
T U R 467
ardore simile a quello di sua indipenden-
za, per la quale in ogni tempo ebbe il di-
ritto di far pace e guerra colla Turchia.
In tempo delle guerre delle nazioni cri-
stiane contro l'islamismo , i governi eu-
ropei hanno chiesto il concorso de'mon-
tenegrini, i quali sempre sono accorsi,
e ponno farne fede l'Austria e la già re-
pubblica di Venezia ; ed i francesi e gl'in-
glesi nel 1806 e ueh8i4- I montenegri-
ni acquistarono a prezzo di sangue tutta
la costa di Cattaro, da loro posseduta fi-
no al 1 8 1 4> che Alessandro I imperatore
di Russia invilo il metropolita e il popo-
lo montenegrino a cedere il litorale di
Cattaro all'Austria, a cui l'attribuì il con-
gresso di Vienna. I montenegrini ubbi-
dirono, si ritirarono ne'Ioro monti, ma fu
una grande ingiustizia allontanarli affatto
dal mare e non lasciar loro un solo por-
to. Senza la libertà del commercio pel
Monte Negro e pel suo popolo non vi può
essere sviluppo interno, ne base propria
a stabilire una politica organizzazione re-
golare, né rapporti convenienti co'popo-
ii vicini. AH'incominciardel secolo XVIII
il Vladika tentò restituire al territorio
montenegrino il distretto d'Auti vari, che
per lungo tempo ne avea fallo parte; ten-
tativo che costò torrenti di sangue. Con-
cluse Danilo, col domandare alle grandi
potenze europee di proteggere ii debole
contro il forte, garantire a'monlenegrini
1' integrità del loro territorio, ed accor-
dare ciò che può conservare la nazionali-
tà de'montenegrini e garantire il loro di-
ritto. Il Memorandum da alcuni si trovò
strano e in contraddizione alla garantita
integrila dell'impero ottomano; mentre
la Cernagora è un'anomalìa in mezzo al-
la civiltà europea, abitata da un popolo
primitivo mezzo-barbaro, perciò diversi
opinarono doversi lasciar così, poiché non
si può pensare a riformarlo, ma non fa-
vorirne T accrescimento. Si parlò quindi
vagamente d'indurre Danilo ad un trat-
tato colla Turchia, alla quale si dovea di-
chiarare appartenere il Monte Negro e la
4G8 T U R
Dei da, innalzandoli a ducato, aunientan-
clone il territorio, senz'obbligo di tribu-
to, posto sotto la sovrunità della dinastia
diPeti ovich, riservandosi il sultano la con-
iii ma del principe. Si disse pure,che Da-
nilo soltanto avrebbe riconosciuto il sul-
tano non più come suo signore, ma come
uua potenza europea ammessa alla con-
ferenza di Parigi, assumendo in tal mo-
do uua posizione al pari delle altre poten-
ze. Certo è, ebe la Porta sospese gli ap-
prestamenti militari per marciare contro
il Monte Negro; ma definitivo accomo-
damento ancora non si conosce. Queste
nozioni ponno servire di giunta alle no-
tizie storielle ebe riportai sul Monte Ne-
gro e sulla Leida all'articolo ScuTAiu;ed
uno brano slot icosu'montenegrini si può
leggere a p. 996 del Giornale di Roma.
Abbiamo la Bibliografia della Dal/ua-
zia e del Monte Negro. Saggio di Giu-
seppe Falentinelli. membro della socie-
là slavo-meridionale, Zagabria 1 855.
La guerra d'oriente lia aperto questo
vastissimo paese alla civiltà europea, e il
sultano slesso col rendere la libertà civile e
religiosa a'eristiani de'suoi domimi met-
te i popoli alleati in condizione di dar com-
pimento all'opera e di aiutarlo a rigene-
rare 1' impero da essi salvato. A questo
scopo si è stabilita una società francese,
la quale vuol partecipare alla gì aud'im-
presa con mezzi i pili elementari, quali
sono le fondazioni di scuole popolari. L'o-
pera è già cominciata da'fratelli della dot-
trina cristiana, e dalle suore della Carità,
ebe nella guerra provocarono l'ammira-
zione e la riconoscenza anche de' turchi.
Quindi furono aperte scuole a Costanti-
nopoli, a Tessalonica, Smirne, Monte Li-
bano ec. ; aperte non solo acattolici, ma
a'greci, a' giudei ed agli stessi turchi. Di
questa benefica e pia istituzione, col lito-
Io d' Opere delle scuole d' Oriente ^ ra-
giona la Civiltà Cattolica , serie 3.a,t. 2,
p. 470. La guerra finalmente ci ha dato
il singolare .spettacolo, di vedere armate
e impegnate le potenze cristiane in disa-
TUR
strosa lotta, per sostenere e difendere la
esistenza dell'impero della Turchia, the
ne' passati secoli aveauo combattuto per
frenarne le conquiste e ricacciarlo nell'A-
sia ! Ripristinatele antiche relazioni tra la
Turchia e la Russia,quesla nell'agosto in-
viò aCostanlinopoli il sig.DeBoutentil per
ambasciatore, e il sultano spedì a Pietro-
burgo per ambasciatore Mehemet Kipri-
sli pascià per congratularsi coli' impera-
tore Alessandro 11 per Y assunzione al
trono, ed assistere alla coronazione. Que-
sta fu effettuata in Mosca, dopo il trion-
fale ingresso d' Alessandro 11 nella gran
metropoli, soleunementee colla più splen-
dida pompa in mezzo all'indiale giubilo
universale a' 7 settembre. La maestosa e
imponente ceremouia della coronazione
dell'imperatore Alessandro li e dell'im-
peratrice Maria d'Assia, e della loto pro-
clamazione di czar e czarina incoronali
di tutte le Russie, fu celebrata col massi-
mo entusiasmo e strepitose commoventi
acclamazioni, fra il magnifico fasto d'una
moltitudine di principi sovrani, di tanti
grandi e di tante distinte dame. Disogna
aver veduto questo sontuosissimo spet-
tacolo per comprenderlo: per descriver-
lo neppur basta d'averlo veduto. L'im-
peratore ricevè moltissime manifestazio-
ni d'affetto, e ricchissimi e preziosi dona-
tivi da'suoi sudditi d'ogni condizione; ma
niente meno egli si mostrò generoso col
suo popolo, con onorificenze, largizioni e
amnistie, approvando eziandio 3 colos-
sali società per la navigione a vapore, ol-
tre quella per 1' aumento notabile delle
ferrovie russe. Alessandro 11 si fa rende-
re conto periodicamente delle produzio-
ni letterarie, e fa quindi esprimere la sua
benevolenza e premia vari dotti. Non tar-
derà la Pi ossi a a sentirei benefìci effetti
del novello avviamento dato dal senno
e dal cuore di Alessandro 11 a tutti gli or-
dini dell'impero. L'imperatore sostituì a*
Roma all'encomiato ambasciatore ii sig.r
Nicola de Risseleff, dalla cui moderazio-
ne, equità e lealtà i cattolici s'impro-
TUR
mettono bene dello spirito onà"«sso ma-
neggerà gli affari che dovrà trattare, co-
me rilevò la Civiltà Catto lica^evìe 3/,
t.i,p. 49^- Ed il Papa mandò per am-
basciatore straordinario della santa Sede
mg.r Flavio de'principi Chigi, dopo aver-
lo consagrato arcivescovo di Mira, il qua-
le giunse a Mosca l'8 settembre riceven-
do molte distinzioni. Fu ricevuto a' io in
formale udienza dall' imperatore e dalla
sua augusta consorte, cui facevano corona
gl'imperiali figli, con tutti i riguardi cor-
rispondeuti all'alta sua rappresentanza ;
indi passò a complimentare l'imperatri-
ce vedova. Nel giorno seguente, onoma-
stico dell'imperatore Alessandro II, mg/
Chigi ebbe pur l'onore di presentargli,
alla testa del corpo diplomatico, le sue
felicitazioni per sì fausta ricorrenza. La
presenza di mg.r Chigi fu una gran con-
solazione pe'cattolici della Russia. Nel ve-
dere l'accoglienza che gli veniva fatta, i
felici successi ch'egli otteneva dappertut-
to dovechè si mostrasse, i cattolici senti-
rono più vivo il desiderio di vederne fis-
sato il soggiorno in Russia in modo sta-
bile ; ma egli era destinato nunzio apo-
stolico di baviera, ed ora risiede a Mo-
naco. A Mosca mg.r Chigi ebbe un lun-
go colloquio con mg.r Philaroti metropo-
litano russo non unito di Mosca. Voglia
Iddio, che la celebrala operetta: La Rus-
sie sera-t-elle Catholique? At\ p. Gagà ri n
russo convertito e presentemente mem-
bro della compagnia di Gesù, possa otte-
nere il santo scopo propostosi dall'illu-
stre autore. Questi volle provare, che se
non fossero i pregiudizi, l'ignoranza e le
passioni, tanto i veri interessi del clero
russo, quanto quelli del governo dovreb-
bero certamente indurre l'uno e l'altro a
procurare l'unione colla s. Sede. Nel pas-
saggio di mg.1 Chigi per Varsavia, i cat-
tolici fecero una vera ovazione al rappre-
sentante del Papa Pio IX. Frattanto il
seminario istituito dal patriarca di Ge-
rusalemme va di bene in meglio e conta
26 alunni. Nella medesima città si è a-
TUR 469
perta una missione armeno-cattolica, per
avere il Begh armeno-cattolico Antonio
Misirlian con pia generosità dato 1 70,000
piastre. Con questa somma si comprò il
suolo da erigervi chiesa e casa, ed è il luo-
go sul quale Gesù cadde lai.avolta sotto
la croce, presso cioè a quello dove seguì
1' incontro di Gesù colla B. Vergine sua
Madre. Anche altri cattolici , ora che lo
possono, fabbricano case e cappelle, pro-
fittando dell'ultime concessioni pure gli
scismatici , non meno che gli ebrei, con
fare altrettanto. Mediante firmano otte-
nuto dalla Francia, i cattolici con loro im-
mensa consolazione in Gerusalemme rice-
verono e presero possesso il 1 .° novembre
dell' area contenente il santuario, di cui
erano possessori dal ri 87, e antica chie-
sa di s. Anna ossia della Concezione del-
la B. Vergine , cioè la casa di s. Gioac-
chino e di s. Anna genitori della Madon-
na , posta presso la porta di s. Stefano,
perciò detta Bah-Siti-IVf ariamo porta del-
la Vergine Maria. Essa mette alla valle
di Giosafat, e resta vicino alla probatica
piscina; luogo da s. Giovanni Damasce-
no distinto col nome di Domus pr oh ali-
ene piscinae. Allorché Saladino conqui-
stò Gerusalemme, il monastero delle mo-
nache diesi trovava in quel sito fu di-
strutto; la chiesa convertita in moschea
e scuola mussulmana, e parte in istalla,
precisamente il luogo ove seguì l'Imma-
colato Concepimento e la nascita della Ma-
dre di Dio. Il santuario formasi di due
fabbricati, uno sopra l'altro; l'uno la chie-
sa superiore, di stile bizantino con 3 na-
vate e rimonta al tempo delle crociate;
l'altro, l'interno del santuario, che secon-
do la costante tradizione non è altro che
l'interna abitazione di s. Gioacchino e di
s. Anna. Ora esso consiste in una grotta
sotterranea, divisa in due parti da un mu-
ro di giudaica costruzione. Nella più gran-
de vedonsi gli avanzi del primitivo alta-
re, collocato nel luogo medesimo ove la
stessa tradizione stabilisce il fausto nasci-
mento della ss. Vergine: sopra questo ai-
.;-,, T U R
lare, sulla volta, scorgonsi gli avauzi di
antiche pitture. Tutta questa parte ilei
sotterraneo è d'una limola antichità. Fu
considerato come una miracolosa dispo-
sizione della divina provvidenza, che quel
santo luogo, il quale ha una relazione co-
sì intima col mistero dell'Immacolata
Concezione, fosse da'ttirchi, che l'ebbero
in possesso per quasi 700 anni, restitui-
to a' cattolici latini poco dopo che Pio
I \ aspo della chiesa latina decise che la
Madonna fu concepita senza macchia, nel
modo che narrai nel vol.LXXIH, p. 65,
avendo nella precedente p. 55 detto pa-
role sui luoghi abitati da' santi suoi ge-
nitori. Di tale reintegrazione del santua-
rio, ne restarono soddisfatti gli stessi tur-
chi, ne' quali il nome della ss. Vergine è
in grande rispetto, e la chiesa di s. Anna
tengono in venerazione , considerandola
quale argomento di gratitudine del sul-
tano pe'grandi servigi recentemente resi
dalla Francia alla loro amata patria. Fi-
no alla nuova consagrazione della chie-
da di s. Anna, seeondo il rito latino, in es-
sa non si celebrano che messe lette su al-
tari portatili, e le prime due si celehraro-
no secondo l'intenzione dell'imperatorie e
dell'imperali icede'francesi,l'8 dicembre
fèsta dell' Immacolata Concezione nella
grotta sotterranea, da fr. Leone d'Aven-
ches cappuccino, e dal p. Badour gesui-
ta missionario nella Siria, il quale con
paiole piene d'unzione e d' insegnamen-
to, si fece eloquente interprete de'senti-
menti del rispettabile uditorio. Giorno
memorabile per singolar coincidenza poi-
ché in Napoli succedeva il manifesto pro-
digio operato dalla stessa Immacolata
Concezione, mentre se ne celebrava la so-
lennità, liberando dalla morte il religioso
Ferdinando II re delle due Sicilie, a cui
empiamente attentò un pessimo soldato
per mandalo de'libertini, onde sommove-
te il popolo, per il quale invece fu novel-
la occasione di entusiasticamente mani-
festare il suo amore pel degno e provvi-
do suo re e per l'oidine pubblico. Tutti
T U R
i buoni con Tremito d' indigna/ione ap-
presero l'iniquo attentalo, l'esercito regio
subito decretò di erigere sul luogo del
misfatto e del miracolo un tempio all'Im-
macolata Concezione, e la città di Napo-
li un benefico stabilimento adiacente. Era
da poco che l'encomiato e pio Ferdinando
II avea mandato in dono alla chiesa del
ss. Salvatore di Gerusalemme, ed a quel-
la di s. Caterina di Bettlemrae, due ma-
gnifiche campane di bronzo fuse in Na-
poli. Nel corso deh 856 in Palestina si a-
prirono 3 nuove missioni, ed il numero
de'convertiti alla chiesa cattolica non fu
mai così considerevole, contandosene piii
dii5o. L'avvenire pertanto sorride alle
glorie della chiesa cattolica in oriente, e
possano le preghiere de' fedeli niìrettar-
ne il pieno trionfo, poiché ormai pare cine
il fanatismo ridesto ne' turchi dall'I Iatli-
houmayoum fu esagerato soverchiamen-
te dalle notizie sparse da'novelliei i, e Dio
sa con qual fine. Circa alle condizioni po-
litiche e conseguenza del trattato di pa-
ce, narrerò per ultimo. II 1 .°novembre se-
guì in Costantinopoli una crisi ministe-
riale,con modificazioni del ministero. Ne
furono cagioni, lo sgombro de'principati
Danubiani dalle truppe austriache, seb-
bene poi si decise sulla prolungazione, fi-
no alla soluzione completa delle questio-
ni insorte di litigio colla Russia per Tese*
dizione del trattato, la Porta sempre av-
versando l'unione de'medesimi principa-
li. II prolungato soggiorno della flotta in-
glese nel Bosforo e nel mar Nero, volen-
dovi restare l'ammiraglio Lyons, finche
le questioni sull'isola de'Serpenli e di Bol-
grad, volute dalla Russia, siano compiuta-
mente definite. E che la Porta non avea
ancora chiuso gli stretti de'Dardanelli e
del Bosforo. Il nuovo ministero si com-
pose de'seguenti pascià; Reschid, gran vi-
sir; Ahmet-Fethi,gran maestro d'artiglie-
ria ; Mebemed Ali, grande ammiraglio e
ministro della marina; Ethem, ministro
degli affari esteri; Mehemed Riprisli, pre-
sidente del consiglio delTanzimat; She-
T L II
sik, presidènte del gran consiglio ili giu-
stizia; Mouktar , ministro delle finanze;
Moussa Saffelti, ministro del commercio;
Tz/et, ministro di polizia; Aalì , Fuad,
Riami!, Pieouf, Muslafà , ministri senza
portafoglio. Cosi per la moltiplicità del-
l'importanti questioni pendenti e la neces-
sità d'una buona amministrazione, il sul-
tano richiamò al visirato, in surrogazio-
ne d'Aalì, il pascià Heschid. Ne'rnomen-
ti i più difficili il sultano chiama alla dire-
zione degli affari la capacità straordina-
ria, l'abilità sovente provala, d'esperien-
za consumata di tale illustre uomo di sta-
to. Ad onta del convenuto, spirata a'28
ottobre l'epoca stabilita dalle potenze al-
leate,per l'evacuazione dal terrritorio tur-
co, alcune navi inglesi restarono nel l5o-
sforo e nel mar Nero; più l'ammiraglio
Lyons formò una squadra per le diver-
genze e difficoltà insorte nell' esecuzione
del trattato di pace, per la rettifica dei
confini della Bessarabia, pretendendo la
Russia, Rolgrad e l'isola de' Serpenti; il
pur detto mantenimento dell'occupazio-
ne austriaca de' principati Danubiani, e
circa l'unione de'medesimi. Queste nuo-
vecomplicazioni fecero dire al marescial-
lo Vaillaut, ministro della guerra in Fran-
cia, all'imperatore, nel sunnominato rap-
porto sull'ordinamento dell'armata d'o-
riente. » Riandare i conti delle perdile e-
nonni d'umane vite,e del colossale dispen-
dio di denaro e di materiale d'ogni lat-
ta, cui die luogo una guerra che non pro-
dusse risul lamenti stabili ne precisi (!), e
che oggidì, fra tante nuove complicazio-
ni, mal saprebbesi se sia finita o se sor-
damente duri tuttavia ; dev' essere cosa
istruttiva ed atta a spiegare le ripugnan-
ze odierne de'popoli verso le guerre, che
nello stalo economico de' tempi nostri e
colle risorse delle scienze presentano co-
sì ambiguo e difficile esito ". Adunque le
numerose complicazioni minacciando di
turbare di nuovo la pace d'Europa, in Ro-
ma il cardinal Patrizi vicario, nell'invito
per la noveua dell'immacolata Coucezio-
T U R 47 1
ne, rammentò d'ordine del Papa. » Che
le attuali grandi vicende che commovo-
no il mondo , le quali presentano tante
speranze e tanti timori, esigono ora più
che mai dal popolo cristiano straordina-
rie preghiere, affinchè le bilance poste nel-
le mani di Dio pieghino non a giustizia,
ma bensì a misericordia ". Soffiarono uel
fuoco della discordia diversi giornalisti,
massime inglesi, gettando con quanto vi
ha di più infiammabile, scintille nelle ce-
neri de' pregiudizi, per ridestare le me-
morie d'una rivalità con Francia di più
secoli. Tutlavolta dopo diverse trattative
diplomatiche delle potenze , e il Memo-
randum con nota della Russia, che poti-
no leggersi nel n.° 292 del Giornale di
Roma, si convenne alla riunione d'uu'al-
tra conferenza a Parigi per spianare scio-
gliere le dispute insorte sull' accennate
controversie, in base dell'anteriore trat-
tato ivi concluso, il cui eseguimento fece
sorgere le nominate difficoltà, chiarite an-
co dalla Civiltà Cattolica, serie 3.*, t. 4>
p. 707, 708, 7 1 1 e seg., t. 5, p. 1 1 6. Le
conferenze si aprirono in Parigi il 3i di-
cembrei856, con ispirilo di conciliazio-
ne, rimossi gli ostacoli che si frappone-
vano all'esecuzione del trattato di pace
de'3o marzo. Si composero de'secondi ple-
nipotenziari di detto congresso e nomina-
ti di sopra, tranne quello di Francia per-
chè il conte Walewski presiedè le confe-
renze, e la Piussia al suo plenipotenziario
aggiunse il conte di Risseleff suo amba-
sciatore in Parigi. A'7 gennaio 1 8 T7 fu
firmalo il seguente protocollo per la con-
clusione del congresso, secondo il dispac-
cio telegrafico e altre notizie pubblicate
a p. 26 e 34 del Giornale di Roma del
i857, e che mi piace qui aggiungere su-
gli stamponi a compimento del gravissi-
mo argomento. « La nuova frontiera se-
guirà il vailo di Traiano fino al fiume
Yalpouk, lasciando Colgrad e Tocbak
alla Moldavia. La Russia riterrà la ci Uà
di Komrat con un territorio di circa 33o
werste quadrate. L'isola de'Serpenti sarà
472 T 0 R
considerata come unn dipendenza delle
boccÉM tlel Danubio. I territorii all'ovest
tifila nuova delimitazione saranno aggre-
gati alla Moldavia, fuori del delta del Da-
nubio clie tornerà in possesso della Tur-
chia. A' 3o marzo la delimitazione sarà
compita, e gli austriaci e gl'inglesi avran-
no rispettivamente evacuato i principati
Danubiani e il mar Nero".
TURCHINE. V. Torchine.
TURD1TA, Turili tam, Tisdra. Sede
vescovile dell'Africa nella provincia Bi-
7;i<ena, sotto la metropoli d'Hadrainito.
Ebbe a vescovi Elpidio, che celebrò coi
donatisti il concilio o conciliabolo di Ca-
bnrsnssa nel 3g3; Navigio,che assistè coi
vescovi cattolici alla conferenza di Car-
tagine nel 4' i ; Benerio, che sottoscrisse
nel 64 1 Ja lettera mandata dal concilio
Bi/aceno all'imperatore Eraclio Costan-
tino. Morcelli, Afr. cìir. t. i.
TUREJO o THLjREY o TURUSO
Pietro, Cardinale. Vedi il voi. HI, p.
1 1 4, e i?>i e seg.
TURI AVO (s.), vescovo. Nacque nella
diocesi di Vannes, nelle vicinanze del-
l'abbazia di Ballon. Recatosi a Dol in età
giovauile, vi fu allevato nella pietà e nel le
scienze da s. Tiarmailo, ch'era contem-
poraneamente abbate di s. Sansone e ve-
scovo di Dol. Questi, dopo avergli con-
ferito gli ordini, lo fece suo vicario e Co-
r-episcopo (Z7.), e dopo la sua morte, av-
venuta verso il 733, l'ebbe a successore,
S. Turiavo si rese commendevole per la
sua vita penitente, pel suo zelo, carità e
fervore, non che per la sua fermezza nel
sostenere la disciplina, di che diede lumi-
nosa prova all'occasione, che un signore
chiamato Rivallone avea commesso molti
atti di violenza. Il santo vescovo gli fece
con energia conoscere l'enormità de'suoi
delitti, e gl'impose una penitenza cano-
nica, cui Rivallone si sottomise, assog-
gettandosi a varie soddisfazioni che si e-
sigetlero da lui, e riparando le sue ingiu-
stizie. S. Turiavo morì a' 1 3 luglio, secon-
do la più comuneopinione nell'anno 749.
TUR
Nelle scorrerie de'normanni le sue reli-
quie, ch'erano a s. Leufredo nella diocesi
d'Evreux, furono trasportate all'abbazia
dis. Germano de' Prati, ove tuttora sono
in venerazione. La sua festa è segnata il
i3di luglio, e leggesi nel Breviario di l*a-
rigi, che iu virtù delle sue reliquie fu-
ronoalcune volte miracolosamente spen-
ti degl'incendi.
TURIBIO (s.). V. Toribio (s.).
TURIBOLO, TURIBILE o TURRl-
BULO. V. Incensiere, Turiferario.
TURIFERARIO, Tliurificator, Thu-
riferarius. Accolito o altro ecclesiastico
che nelle sagre funzioni porta il Turi-
bolo (J^-Jj chierico che porta l'incensie-
re, ed è incaricato d'incensare nel Coro
agli ecclesiastici seduti negli stalli, se non
lo fa il diacono. Veste di cotta, sostiene
il turibolo colla destra, e apposto il pol-
lice all'anello maggiore, e il dito anulare
della stessa mano all'anello minore della
catenella che solleva il coperchio, lo sor-
regge e porta la navicella 0 navetta, Na-
vicula, Navetta deW Incensiere (/^.),nel
qual vaso d'argento o di rame inargen-
tato si tiene l' Incenso (V.) da bruciare
ne^luribolo, apponendo la sinistra al di
lui piede. Porgendo il turibolo al cele-
brante, perchè vi ponga l'incenso, il tu-
riferario porta colla destra la navicella
e colla sinistra il turibolo; dovendo av-
vertile, che la parte della navicella che
deve aprire riguardi sempre il suo petto.
In questo modo poi sostiene il turibolo
innanzi al celebrante. Alza l'anello raa£-
gioie colla sinistra, e solleva l'altro anel-
lo del coperchio colla destra, e colla stessa
mano unisce le catenelle alla di loro me-
tà, le sostiene quasi genuflesso, purché
non si noli altrimenti. Indi datasi dal ce-
lebrante la benedizione sul turibolo an-
cora aperto, e ricevuta la navicella colla
sinistra, il turiferario lo porge chiuso al
Diacono (?y.)o all'assistente, il quale Io
presenta al celebrante, che deve incensar
V Altare. Se il turiferario tiene la navi-
cella nella sinistra, deve porgere il turiba-
TUR
lo colla destra. Ma se egli sfesso dovrà
porgerlo iniuiediatamente nelle mani del
celebrante, odi altro che dovrà incensa-
re, lo consegna allo stesso modo del dia-
cono, cioè con ambo le mani, tenendo
colla destra la sommità delle catenelle,
e colla sinistra la di loro estremità, pur-
ché non tenga la navicella : bacia poi il
turibolo quando lo porge al celebrante
e non ad altri. Non si deve genuflettere
assolutaménte quando il celebrante im-
pone l'incenso nell'incensiere o turibolo,
ma sia quasi genuflesso, sempre che non
amministri al vescovo, al cardinale, alPa-
pa, perchè in allora dovrà genuflettere.
Così pure deve avvertire non chiudere il
turibolo, se prima il celebrante non abbia
benedetto l'incenso. Come si deve porta-
re il turiferario nell'ecclesiastiche funzio-
ni, lo descrissi ne' relativi articoli. Avver-
te il Magri nella Notizia de vocaboli ec-
clesiastici, essere abuso contro i riti eccle-
siastici e i sagri canoni, il mettere nell'in-
censiere molti aromati odoriferi con po-
co incenso. Dice inoltre che il turibolo,
Turibulum, non fu detto Incensorium,
ma con questo vocabolo si volle significar
la navetta, nelie due aperturedella qua-
le si ripone l'incenso. In fatti nella Cro-
naca cassinese facendosi menzione d' al-
cuni donativi offerti al monastero diMon-
te Cassino, dopo aver nominati due turi-
boli, soggiunge, Incensorium de argento
unum. Parlando il cardinal Bona, Rerum
liturg. lib. i,c. i5, § 9, dell'antichità del
rito dell'incensazione ne' sagri misteri, e
dell' Incensazione, che si dà pure come
la Pace (I7 •), spiega il significato di que-
sto rito. Quod vero Minislris Altari.?,
ac postea circumstantibus etiam laicis
Tliuris suffìtus praeberi solcai, non ad
dignità ti s praerogativam pertinet, ut
per abusimi irrepsit, sed ad religionem
pertinet; ut. nimirum excitet adoratio-
ncm et effectum divinae gratiae reprae-
sentct. Unde ApocaL 8 : Incensus sunt
orali ones Sanctorum, et in psalmo ca-
nimus. Dirigatur, Domine, oratio meo.,
TUR 47 3
sicutinccnsum in cospectu tuo. Nelle Per-
secuzioni della Chiesa, si dissero caduti
0 Lassi (V.) quelli che per timore ab-
bandonarono la cattolica religione, fra i
quali vi furono i Turificati, così chia-
mati per aver offerto incenso agi' Idoli
ne' Sagrifizi idolatri.
TURINGIA, Thuringia, Thuringen.
Antico paese di Germania, in oggi com-
preso ne' ducati di Sassonia-Coburgo-
Gotha, Sassonia- Meiningen , e Sasso-
nia- TVeimar (P\). Nel 1 1 o5 vi fu tenu-
to un concilio da Enrico IV re de'roma-
ni, che pentito delle sue fiere persecuzio-
ni contro la chiesa romana, alla comu-
nione di questa vi volle riunire tutta la
Sassonia, per consiglio di Rotario arci-
vescovo di Magonza, e di Gebeardo ve-
scovo di Costanza e legato apostolico di
Papa Pasquale II. Questo concilio fu te-
nuto nella casa reale di Northus.Fnrono
rinnovati i decreti de'concilii precedenti.
Si condannò la simonia, e l'eresia de'ni-
colaiti, cioè il concubinato de'preti, e fu
confermata la tregua di D'io. Conci l.t. io.
TORIO o TURRIO, Tkurium, Thw
rii. Città vescovile antica d' Italia nella
Magna Grecia, sul golfo di Taranto, già
abitata da' famosi sibariti, da' tessali e
da'peloponnesiaci. Turio ripete l'origine
dalla famosa Sibari, i cui abitanti si re-
sero rinomati pel raffinato loro gusto ai
piaceri e per gli eccessi della loro mollez-
za, per cui si resero i più spregevoli fra i
popoli conosciuti. Si vantavano di non a-
ver mai vedutone il levare ne il tramon-
tar del sole, ed affinchè i loro sonni non
fossero interrotti, bandirono tutte le arti
ches'esercitanocon qualche strepito e pro-
scrissero persino i galli. Proponevano dei
premii a'cucinieri, i quali avessero inven-
tate le migliori e più. squisite vivande, ed
accordavano all' inventore un privilegio
esclusivo d'un anno onde arricchirlo e nel
tempo stesso animare l'industria degli al-
tri colla speranza di non minor fortuna.
1 pescatori, i tappezzieri, i coltivatori di
fiori, i profumieri erano esenti da qualuu-
i-i TUR
que pubblica imposta. I sibariti nvcnno
delle s.ile sotterranee pe'loro pasti, onde
guarentirsi dall'estivo calore, e dal fred-
do dell'inverno. Decretavano delle coro-
jie d'oro a qua' cittadini che aveano da-
to i più sontuosi e più delicati banchetti.
Su terreno oggi divenuto palustre e Insa-
lubre tra le foci del Crali e del Coscile,
che Sibari amicamente chiamatasi, edi-
ficarono gli achei ed i trezeni del Pelo-
ponneso, d'eolica stirpe, 8 secoli innanzi
l'era nostra, la colonia di Sibari, che tosto
conquistò rinomanza per la sua possanza
e corruzione, e poi per la sua caduta. Po-
sta a profitto e aumentata con regolari
irrigazioni 1' libertà del suolo, trassero i
sibariti il centuplo dalle loro semente, e
colla navigazione del Crati diretta da ar-
tificiali canali, recavano per acqua le der-
rate ne' magazzini urbani. Quindi dalla
progressiva opulenza si fecero scala alle
più ardite commerciali imprese, veleg-
giando per la Grecia, sull'Egeoe nell'Asia
Minore. Ci ebbe in breve siifattamenfe la
loro potenza, che sulla rifa del Tirreno
fondarono le colonie di Pesto e di Scidro,
l'area delle quali è del tutto ignota, e di
Laino presso l'imboccatura del Lao, e di-
venne la più florida tra le repubbliche
degl' Italioti, nome che i greci davano ai
loro compalriolli stabiliti nella parte me-
ridionale d'Italia, i quali occupavano tut-
to quel tratto che da Locri stendesi fino al
promontorio Japigeo lungo il mare Sicu-
lo. Era colonia divisa iuro tribù di io di-
verse nazioni, intitolate dalla varia loro
origine.Nefu legislatore il celebreCaron-
da di Catania, che poi si uccise per aver
violato le ptoprie leggi. Avendo egli proi-
bito sotto pena di morte di trovarsi ar-
mato nelle assemblee del popolo, ed es-
sendovi un giorno andato egli stesso fret-
tolosamente, reduce della campagna, per-
chè il popolo era raccolto in assemblea
piena di turbolenze, senza badare che a-
vea la sua spada, appena gli ebbero ac-
cennalo lo sbaglio, e di violar pel primo la
sua legge, se la piantò nel seno, verso l'an-
TUR
no44oav*nti l'era corrente. Altro legis-
latore fu Za letico di Locri, il quale aven-
do ordinato che agli adulteri fossero ca-
vali gli occhi, a suo figlio che ne fu con-
vinto, il popolo volea fin* grazia a di lui
riguardo, ma il padre se ne fece cavar uno
perchè al figlio toccasse la metà della pe-
na incorsa. La sua popolazione sommò
nel più grande auge a 3oo,ooo cittadini, e
»5 città ubbidivano alle sue leggi, che di
rado si derogavano. Ma dalle città Jonie
ben presto ereditarono l'asiatica mollezza
e il lusso, per cui in un baleno ne rimase
oscurata la gloria. Si cominciò dal par-
teggiare tra le due-razze de'fondatori, ed
i discendenti da' trezeni, cacciati in ban-
do dagli achei, ripararono a Crotone, da
que' popoli impetrando vendetta. Teli,
fatto tiranno di Sibari, osò provocare i
crotoniati col domandar la consegna de-
gli esuli, ed il rifiuto accese la guerra. Co-
mechè minori di numero nella giornata
del Trionto, i crotoniati condotti dal fa-
moso allelaMilone riportarono una com-
piuta vittoria, indi saccheggiarono e di-
strussero Sibari, dopo due secoli di prospe-
rità, ad allagarla essendovisi volle l'acque
delCrati.Tultavolta i sibarili,dopo 58 an-
ni aiutati da diversi tessali avventurieri,
impresero a riedificar la patria, ma gì' i-
nesorabili crotoniati li cacciarono di nuo-
vo. Chiesero allora i profughi aiuto alle
repubbliche greche e trovarono in Pericle
un sostenitore che inviò in soccorso co-
loni ateniesi,edin amena pianura alquan-
to più internata nelle terre fabbricarono
Turio, nobilissima città, di cui era l'eu-
ritmia sorprendente per le 4 rettilinee vie
principali denominate da Ercole, Venere,
Olimpia e Bacco, che dalle tre, dell'Eroe,
di Turio e di Turino venivano interse-
cate, e per la comodità dell'ampio porto
Roseiano. Gli abitanti delle io tribù per
l'arroganza degli antichi sibariti eccitaro-
no gravi discordie, sicché dopo larga elfu-
sione di sangue, gli autori della sedizio-
ne furono cacciali in bando e miseramen-
te perirono in odio alle circostanti nazio-
TUR
ni, cessando così il nome sibaritico, ri-
masto a' Seguaci della voluttà licenziosa,
della mollezza, della crapula e dell' ec-
cessivo lusso. I turii condotti dal generale
spartano Gilippo, guerreggiarono vantag-
giosamente contro i tarantini, obbligan-
doli a divider con essi il dominio di Siri,
ove immisero nuovi coloni, che poi passa-
rono co' vecchi tarentini a popolare Era-
clea. Le severe leggi di Torio tratte dai
codici di Caronda e di Zalcuco caddero
a poco a poco in obblivione, e il gover-
no degenerò in oligarchia militare; quin-
di notabilmente decadde, e dopo il con-
quisto de'romani fu distrutta in progres-
so da'barbari. DiTuriose ne vedono le
rovine presso al mare vicino a quelle di
Sibari, nella Calabria. Fra' suoi illustri
ricorderò Papa s. Tclesforo deh^. Di
Turio e de'turiani fanno menzione Pli-
nio, Tito Livio e Tolomeo. Già città flo-
ridissima, quando i romani vi condusse-
ro dopo il conquisto la colonia, le die-
roiio il nome di Copine ; nondimeno pre-
valse l'antico e continuossi a chiamare
Turio. Distrutta interamente, si vuole
che ne* tempi posteriori riedificata, poi
avesse a patire altre diverse distruzioni,
finche dalle sue rovine stirpe Terranova,
borgo del regno di Napoli, provincia del-
la Calabria Citeriore, presso la sponda si-
nistra del Crati, in una pianura. Contie-
ne 2 chiese parrocchiali, 4 conventi e cir-
ca 2000 abitanti, tra'quali alcuno si fe-
ce distinguere nelle buone lettere. Fu det-
ta prima Turio Novo e poi Terranova.
Dell'antico Turio e di sua sede vescovile
parla eruditamente ilColeti nell'aggiunte
airUghelli,/bz//a sacraA. io,p.i 72: T/iu-
rinusEpiscopalus. .. Thuriis quoque He-
rodotus, graecae historiae parenst hi-
storias scripsit, ac sepultus est; et O-
ctavianus Angus tushinc genus duxittsi
quidemM. Antonius eiproavum expro-
b r ab at proveniente in ex agro Thurino.
Ncc impar thurinorwn gloria, ex quo
vis vera ìlluxit Christiana Jides ; ex il-
liscnini prodii t Telesphorus ì/fe, qui A-
T U 11 475
poslolica sedit in cathedra Jesu Christi
Vicarius , prò cujus etiam nomine sub
Antonino Pio illustre mar ty riunì per-
pessusesl: iisdcmquc accessit episcopa-
lis di gnitatis fulgor, linde sequentes re-
periuntur lliurinorum sacris praefuisse
Jìitis-tites. Giovanni, che fu il i.°vescovo
che si conosca , intervenne a' concilii di
Roma del 5o 1 e del 5o4« N. essendo mor-
to nel 600, Papa s. Gregorio I affidò la
cura della diocesi a Giovanni vescovo di
Squillate {V '.). Il vescovo Valentino fu
presente al sinodo romano del 649- Teo-
fane si portò al concilio di Roma tenuto
nel 680. Giovanni vivea nelio3i.G. tro-
vossi al celebre concilio di Laterano adu-
nato da Papa Pasquale II nel 1 1 1 1. Indi
la diocesi di Turio fu unita a quella di
Rossano (V\ e pare parte anche a quel-
la di Squii lace.
TURLUPINI. Setta di eretici o piut-
tosto d'infami libertini, i quali audace-
mente e con aperta sfrontatezza faceva-
no pubblica professione d'impudenza, so-
stenendo che non si dovea avere rossore
di tuttociò ch'è naturale, poiché è opera
di Dio. Si pretende che il nome di Tur-
lupini loro fosse dato da Turris, torre,
e da Lupus, lupo, perchè si ritiravano in
torri abbandonate o negli antri e nelle fo-
reste tra'lupi, e sembravano come selvag-
gi. Questi settari presero per titolo, Con^
fraternità de Poveri. Andavano nudi, e
si mischiavano colle donne in pubblico
mercato all'usanza dell'impudicizie che si
rinfacciano a'einici. Erano una setta dei
F reroti o Beguardi[F.)} ed ebbero ori-
gine ne'secoli XIII e XIV nelle monta-
gne del Delfinato e della Savoia, da do-
ve si sparsero in Francia e in Germania,
specialmente ne'Paesi Bassi. Sotto il ve-
lo d'una falsa spiritualità, sedussero un
grandissimo numero di persone dell'uno
e dell'altro sesso, sprezzarono le censu-
re e le condanne scagliate da molti con-
cilii contro di essi, e quelle pure fulmi-
nate da Papa Clemente V nel concilio ge-
nerale di Vienna neli3i i, ed ebbero l'ar-
(J76 T U R
diredi dogmatizzare a Parigi. Nell'anno
precedente era stata bruciata viva Mar-
gherita Correità, con Dnlcino caposetta
di DìiUinisti (/ .) e suo preteso marito
in tal città. Neh 372 Papa Gregorio XI
lornò a scomunicare i turlupini, e Car-
lo V re di Francia ne!i3y3 fece brucia-
re pure a Parigi vivi Giovanni d'Aban-
tona loro predicante e altri loro capi, ed
nitri principi seguirono il suo esempio,
facendo bruciare pubblicamente i turlu-
pini co'loro riprovevoli libri. Insegnava-
no questi eretici, che le donne aveano ri-
cevuto da Dio il potere di predicare co-
me gli uomini; che per conformarsi al-
la vita degli Apostoli bisognava che il cri-
stiano fosse povero, scalzo e quasi tulio
nudo; che quando l'uomo è giunto al più
alto grado di perfezione, può senza ti-
more soddisfare tutte le sue passioni, e
che non eranvi che gl'imperfetti che po-
tessero sgomentarsi e averne vergogna.
Tra questi settari fanatici e odiosi, che co-
minciarono colla falsa spiritualità e ter-
minaronocol libei tinaggio,vi fu laPorret-
ta, che per la scandalosa sua condotta pe-
rì del narrato supplizio, la quale in un li-
bro si sforzò empiamente di provare, che
J' anima quando è assorta nell'amor di
Dio, non è più soggetta a veruna legge,
e che può senza rendersi rea d'alcun de-
litto soddisfare a tutti gli appetiti natu-
rali. Insomma tutti i turlupini riguarda-
vano il pudore e la modestia come segui
di corruzione interna, come il caratte-
re d'un'anima soggetta al dominio dello
spirito sensuale ed animale, ^turlupini
tutta volta trovarono in diversi Prote-
stanti de'sedicenti difensori, i quali nella
loro innocente semplicità non fecero rei
i turlupini d'altro delitto, se non di aver
scosso il giogo delle leggi tiranniche e
delle superstizioni della chiesa cattolica,
che noi chiamiamo morali e veneriamo
santissime.
TUROVIA o TUUOW. Città vesco-
vile di Lituania nell'impero di Russia,
governo di Minsk, a 23 leghe da Piti'
TUR
srn (Tr.)o Pinsk, in mezzo a vaste paludi,
sulla sponda destra del Pripef, presso il
confluente della Slucia. Fu già capoluo-
go d'un piccolo principato d'appannag-
gio del suo nome, e sede d' un vescovo
sullìaganeo di Kiovia. Il vescovato fon-
dato nel secolo XII, ebbe a vescovi Leon-
zio Peluzicski cbe lo fu pure di Turovia,
il quale sottoscrisse al concilio di Miche-
le metropolitano di Kiovia, ed alla cele-
bre lettera di quel prelato al Papa Cle-
mente Vili, relativamente all'unione col-
la santa Sede. Giona Hobel sottoscrisse lo
stesso concilio e la medesima lettera, co-
me designato successore di Leonzio. A-
lessio Dubovisch, che avea fatto i suoi
studi a Roma. Oriens christianus t. r,
p. 1285. In seguito le sede di Turovia col-
la diocesi fu unita a quella di Pinsco, di
rito ambedue greco ruteno unito.
TURQUESTAN oTOCARISTAN,
Turquestania.Vfizse dell'Asia della 7V?.r-
taria (F.),(\ìì\ quale alcuni crederono
derivati i Turchi (F.)y XXIX.a provin-
cia de Caldei, che abbracciò la fede cri-
stiana nel IX secolo, di cui fu metropoli-
tana Casgara (Jr.) o Rasgar, soggetta al
cattolico di Seleucia che rappresentava
il suo vescovo quando era vacante la se-
de. Il Turquestan ebbe i suoi particolari
vescovi, de' quali ci restano i nomi dei
seguenti. Giovanni nominato dal cattoli-
co Elia III, il quale eresse in metropoli-
tana Casgara con 3 vescovi sulhaganei.
Gli successe dopo ili 176 Serba jeso. Il ve-
scovo Deuha sedeta al tempo d'Uncham
o Giovanni re de'turchi. Malassia o Ab-
delmessia conferì il battesimo al kan de'
tartari Rincai o Hyocay, e a 1 8 provincie
di sua nazione. Oriens cìiristianus t. 2,
p. 1297.
TURRECREMATA. V. Torrecre-
MATA.
TURKIOZZl Fabrizio, Cardinale.
Nacque nobilmente in Toscanella delega-
zione di Viterbo, a' 16 novembre ij55t
da'conti del suo nome e patrizio di det-
ta città, e di quella di Anagni in uno alla
TUR
sua famiglia. Sorti dalla natura pronto
e perspicace ingegno, che successivamen-
te ornò cogli studi, a cui diligentemeute si
dedicò uel seminario di Monte Fiascone
ed in Roma, massime nella giurispruden-
za e nella teologia, in cui ebbe reputazio-
ne non comune. Il Papa Pio VI scorgen-
do in lui altitudine agli affari e prontezza
nel concepire le cose difficili, lo credè at-
to alla diplomazia de' negozi ecclesiasti-
ci, e reputò degno d'inviarlo per incari-
cato della s. Sede a Torino presso il re
Carlo Emanuele IV. Restando il Papa
soddisfatto di sua condotta e capacità, uel
i 797 trovò opportuno di spedirlo a Ra-
sladt nel granducato di Baden, con mis-
sione diplomatica, onde assistere al con-
gresso e conferenze per la pace dell' im-
pero Germanico, che secondo il tra Ita lo
di Campo Formio sarebbesi dovuto te-
nere a Berna. V'intervennero pure i ple-
nipotenziari dell'impera loreFraneescoII,
e della repubblica francese, insieme aNa*
poleoue Bonaparte allora generale in ca-
po dell'armata d'Italia. JNel segueute an-
no invaso da' francesi e democratizzalo
lo stalo papale, detronizzalo Pio VI e tra-
dotto in Francia ove morì, eletto per suc-
cessore Pio VII, questi nel i 802 a'2 apri-
le lo ammise tra 'referendari delle segnatu-
re di grazia e di giustizia, e poscia io di-
chiarò prelato domestico, e governatore
di Jesi ; ma nel 1809 gl'imperiali francesi
avendo occupato i dominii della s. Siide3
il prelato fu dal general Miollis governa-
tore generale di Roma rilegato a Tosca-
nella. Ricomposte le cose pubbliche d'Eu-
ropa neli8i4, e tornato Pio VII aPioma,
gli afiidò nuovamente il governo di Jesi,
poi lo fece delegato apostolico di Fresi-
none, non che prolonotario apostolico so-
prannumerario ; quindi P8 marzo 18 16
avendo promosso alla sagra porporaMal*
vasia assessore del s. Offìzio, conferì que-
sta cospicua carica a Fabi izio, che inol-
tre fece canonico della basilica Vatica-
na. JNel 18 1 7 il Papa gli conferì il benefi-
cio semplice, ossia cappellata di s. Fi*
TUR 477
lippo, eretto nell'altare di quel santo nel-
la chiesa parrocchiale di Civitanova arci-
diocesi di Fermo. Avendo egregiamente
esercitalo nella sagra romana e universale
inquisizione tale grave e delicato uffiziolo
stesso Pio VII nel concistoro de'io mar-
zo 18 23 tra' 12 cardinali che creò e pub-
blicò, vi comprese nell'ordine de' preti il
prelato. Nell'allocuzione che il Papa pro-
nunziò, disse che avea protratto la pro-
mozione sino a quel giorno, perchè era
per entrare Bell'anno 24.° del suo ponti-
ficalo. In globo di tulli fece quest'elogio.
«Uomini egregi, de'quali abbiamo speri-
mentata la fedeltà, la probità, la dottri-
na, la diligenza eia sagacità nell'adempi-
mento degl'incarichi loro afì';dati,e dall'o-
pera de'quali abbiamo certa fiducia di es-
ser coadiuvati nel supremo governo del-
la Chiesa". Tanto riportasi ueln.°20 dei
Diario di Roma. Pio VII quindi gli as-
segnò per titolo cardinalizio la chiesa di
s. Maria d' Araceli, e le congregazioni
de'vescovi e regolari, del concilio, della
rev. fabbrica di s. Pietro, e di consulla.
Morto Pio VII nell'agosto dello stesso an-
no, il cardinale entrò in conclave,che du-
rato 26giorni,ebbe in ciascuno degli scru-
timi del mattino e del pomeriggio, meno
6, sempre de'voti al pontificalo, ma non
superarono il numero di 4> '1 che dimo-
stra l'estimazione che godeva, e lo ricavo
dal quadro de'voti del conclave pubbli-
calo dall' Arlaud nella Storia di Leo-
ne XII, che fu l'eletto. Questo Papa l'eb-
be in particolare estimazione, per cui gli
affidò il carico di presiedere alla riforma
del codice civile, e lo nominò legato di
Bologna, ma per motivi di salute rinun-
ziò a quell'onore. Leggo nel n.° 90 del
Diario di Roma del 1826 annunziala
con vivo dispiacere la morte del cardi-
nale seguita in R.oma nell'età di 72 anni
meno 7 giorni, la sera de' 9 novembre.
Tormentato spesso da podagra e minac-
ciato da idropisia, in fine una violenta
complicazione di mali gli tolse la vita.
NeH'emiueute diluita a cui era stato e-
À>8 T 0 R
levalo, fu spesso atloprato in affari gra-
vissimi, lasciando viva memoria ili se
presso quelli che ne aveano conosciute
le qualità dell' animo e della mente, la
vasti dottrina, la probità, Io zelo e le al-
ile viriti che lo fregiavano. Il tk'gi dello
slesso J Ha rio descrive hi pompa fu nel ne
colla (piale fu portato il cadavere nella
sua chiesa litolare d' Araceli, ornata a
lutto, ed ove esposto in mezzo su magni-
fico letto vestito pontificalmeuse e cir-
condalo da 100 cerei, dopo il canto del
r uffizio de' defunti, e la celebra/ione co-
piosa di messe, seguì quella di requie
pontificata dal cardinal Pedieini, coll'iu-
ti rvento del sagro collegio, della prela-
tura e degli altri che sogliono assistere
alle cappelle papali. Terminata l'esequie
colle consuete assoluzioni, dipoi il cada-
vere fu tumulalo nella steste chieda, in-
nanzi t'aitare maggiore nel suo mezzo,ove
il fratello eonta Giuseppe gli pose prolis-
sa, dipinta e onorifica lapide di marmo
(questi morì neh 836, e nel n." 5o delle
Notizie del giorno di Roma di tale an-
no si legge il suo elogio, rimarcandosi la
sua prodigalità co'poveri in tutte le oc-
correnze). Il cardinale amò assai la sua
patria Toscanella, e specialmente al suo
alleilo e al celebralissimo cardinal Con-
salvi, di famiglia pur toscanese, devesi la
totale restaurazione dell'aulico e insigne
tempio di s. Pietro, che per colpa de'tem-
pi era ridotto a pessimo stato di rovina,.
e forma oggi l'ammirazione di lutti i fo-
rastieri che si recano a goderne le molte
bellezze, come di lutto tenni proposito a
Toscanella. Inoltre il cardinal Turriozzi
prese cura della patria gioventù, ed al-
l'uopo istituì e protesse un istituto poli-
tecnico neli'allora ex-convento del Ripo-
so, il quale però disgraziatamente termi-
nò con lui.
TURSI (Tur sieri). Città con residen-
za vescovile deU'anticaLucania,nella pro-
vincia di Basilicata del regno delle due
Sicilie, posta su d' un colle che guarda
il golfo di Taranto, e la pianura ove sboc-
X U I
inno i (lumi Acri e Sinno, fra' quali tro-
vasi il lag») dell'Olino. Poco lungi e o i 3
leghe al nord-est sono le vestigia dalla
celeberrima Angiomi (?*), già chiamata
Àquilonia, ePandosia perchè da evsn cre-
deei originata, di cui tratta I' Ughelli,
Italia sacra t. 7,p. 68 : Anfkmenses et
Tursienses Episcopi, Tursi è soggetta
eoi suo distretto al circondario di Rolou-
della, e vantò un tempo il titolo di ducea
cu propri duelli particolari, e per ultimo
ne furono duchi i Daria- Pampliilj (V .).
Credasi fondata da'saraceni, quae iti suo
duorum circiter nulli ariwn ambitu i ooo
(ìomos et 4.000 ci rei ter eo/nplectitur in*
co las, secondo l'ultima proposizione con-
cistoriale. In latino si chiama Tursiu/n,
Tur sìa, Tursi. Contiene diversi palazzi
di mediocre architettura , ed ogni anno
vi si Itene una fiera a'26 luglio. La cat-
tedrale basilica, mediocre edilìzio, è sot-
to l'invocazione dell'Aimunziazione del-
la B. Vergine, con ballislerio e cura d'a-
nime affidata all'arciprete 2. a dignità del
capitolo, coadiuvato dal prete economo.
Il capitolo si compone di 3 dignità, cioè
l'arcidiacono, ch'è la 1 ,a, l'arciprete e il
decano, d' 1 1 canonici comprese le due
prebende del teologo e del penitenziere,
dì 1 o preti ebdomadari partecipanti, e di
altri chierici inservienti al divino servi-
gio. L'episcopio trovandosi in cattiva con-
dizione, il vescovo nell'inverno abita nel-
la casa della congregazione de'filippini, e
nell'estate nel decente suo palazzo del vi-
cino borgo di Chiaratuonte, il quale è po-
sto sul pendio orientale dell'elevato mon-
te della Noce, donde scaturisce il Coglian-
drino influente nel Sinno, in aria saluber-
rima. Ivi sono due vaglie chiese, una del-
le quali collegiata erelta da Margherita
contessa di Chiaramonte moglie di Gia-
como Sanseverino conte di Tricarico;di
più vi è una certosa fuori del suo recin-
to. Conserva le vestigia di Gruuientum,
antichissima e celebre città di Lucania,
onde poi fu della Agrimonie e Chiara-
munte: conia quasi 2 5oo abitanti. In Tur«
T D 11
si tra le allre chiese vi sono due altre par-
rocchie umilile de! *. ionie, e quella di
s. Maria de Icona è collegiata. Ha pu-
re una casa religiosa, ilconsei valoiiodel-
le donzelle ed alcuni sodalizi. Un tem-
po ebbe l'ospedale e l'ospizio pe'pellegri-
ìii. Prima di pai lare della sede vescovile
trasferita in Tursi da Anglona, dirò dei
vescovi greci e del rito greco che un tem-
po vi lìoiì, col Rodotà, Dell'origine del
rito greco in Italia. 1 patriarchi di Co-
stantinopoli tentarono d'imprimere, par-
ticolarmente nell'animo de'pugliesi e dei
calabresi, av\ersione al rito della chiesa
romana, ondesottrarli all'ubbidienza del
Papa,, censurandone l'azioni per render-
lo odioso. Pertanto nel 968 fu pubblica-
to un editto imperiale di Nieeforo Foca,
col quale s'impose a'vescovi di Puglia (la
quale comprendeva le due proviucie d'O-
tranto e di Basilicata) e di Calabria , re-
gioni dipendenti dal greco impero, che
bandito dalle loro chiese l'esercizio del
rito latino, introducessero le ceremonie
ilei rito orientale, e che in avvenire non
si valessero ne'sagriiìzi del pane azzimo,
ma del fermentato. Inoltre fu ordinato che
l'autorità di consagrare i vescovidi Tursi
e altri fosse tolta al Papa e se ne trasfe-
risse l'esercizio all'arcivescovo d'Otranto,
cui dovessero essere sulìraganei e ubbidi-
re i vescovidi 5 vescovati, compreso quel-
lo di Tursi. Per cui l'ambizioso patriar-
ca Polyeucto ordinò l'esecuzione del de-
cretatOjCOsì al vescovo di Tursi, commet-
tendolo a Pietro arcivescovo d'Otranto.
Ma appena questi pubblicò l'odiosa dispo-
sizione, generale fu l'indignazione, tran-
ne pochi spiriti incostanti e leggeri. Os-
serva il Rodotà, che i delti vescovati, in
uno a Tursi, non furono istituiti per l'e-
ditto del 968, ma già ne godevano la pre-
rogativa, e che solamente allora ricevero-
no una nuova forma di polizia con sot-
tomettersi al nuovo arcivescovo d'Otran-
to. Nondimeno crede lo stesso Rodotà,
che la chiesa di Tursi per la prima volta
fu onorata della sede vesGoviieper l'au-
T u 1 479
turila dell'editto imperiale, e che il pa-
triarca Polyeucto nel medesimo 968 l'e-
rigesse in cattedrale in grazia dell'arcive-
scovo d'Olrauto a cui fu resa soggetta. Il
rito greco fu introdotto poi nelle chiese
inferiori, ed i canonici assunsero per in-
segne corali le mezzette uere, adottando-
si T uso di cantare I' epistola e 1' evange-
lo in lingua greca. L'esempio de'sacerdo-
li greci ammogliati mosse i preti latini
della Puglia e d' altre provincie di fare
altrettanto; pernicioso disordine che per
sradicarlo esercitò l'indefesso zelo de'Pa-
pi, principiando da Nicolò II pe' canoni
falli nel concilio di Melfi, celebralo da lui
nel 1059. Perciò in questo furono de-
posti il vescovo greco di Tricarico e il
vescovo di Monte Peloso. Che il vescovo
di Tursi erasi immerso ne' medesimi e
altri disordini, lo scrisse san Pier Da-
miani conlemporaueo. Quindi Nicolò II
destinò Godano in arcivescovo d'Aceren-
za, e costituì suo legato Arnolfo a rei ve -
scovo di Cosenza, per prendere gli op-
portuni provvedimenti. Godanoadunò in
Tursi, città di sua provincia, unitamen-
te col legato apostolico, un sinodo. In es-
so vi fu elello il 1 .°vescovo Ialino di Tri-
carico Arnaldo, a cui neh 060 indirizzò
un diploma. Nel medesimo concilio di
Tursi si fecero canoni contro i vizi de-
gli ecclesiaslici latini, eia riforma de'lo-
10 scandalosi costumi, tollerandosi però
il matrimonio ne'sacerdoti greci; anzi di-
poi dichiarò Innocenzo III, che non erano
ostacolo a conseguire il vescovato d'Anglo-
na i natali che traeva l'eletto a quella
sede da un sacerdote di rito greco. Il Ro-
dotà non dice altro del vescovo greco di
Tursi , la cui sede probabilmente cessò
quando fu conquistata colla provincia dai
normanni, i quali reintegrarono i Papi
de'loro diritti e ripristinarono nelle chie-
se il rito latino. Crede l'Ughelli, che la
fei\e cristiana fu predicata in Anglona dai
discepoli degli apostoli. Episcopatus An-
glonensis vetustiis est, et Acheruntino
archiepiscopo sitffraganeu3tcujus mai-
48o TUR
sae episcopali* animus censite ducalo-
rum fere trium millium, qui coiligun-
tur ex vectigutibut cwitatièt et pascuit
agri Anglonensis, quae cani pieno j uve
Federicui Ilirnp. episcopi* Angionen-
siòut donami , ettmmue donatione con-
firmarunt postea Ludovicus, etJoauna
I Siciliae reges, et novissime Carolus
F Augustus. Prima la diocesi conteneva
3 abbazie concistoriali: s. Maria de'cister-
ciensi, ss. Elia e Anastasio de'basiliani; e
s. Angelo di Monte Rapaio. Della i. TU-
ghelli riporta il prodigio che promossela
sua fondazione; e della 2." l'elenco di 47
abbati e archimandriti, compresi i com-
mendatari, 3 de'quali cardinali e il pe-
nultimo Pampbilj divenne Innocenzo X.
Altri furono illustri per dottrina e santi-
tà di vita. 11 i.° vescovo fu Simone del
1077, egregio per morali virtù, Anglo-
nensis Episcopus. Peronella carta di do-
nazione fatta al celebre monastero de'ss.
Elia e Anastasio, si sottoscrisse: Si/neon
Dei gratta Tursitanae sedis Episcopus
interfuit. Su di che scrive TUghelli: Cur
aule ni sic se deiiominaverit, nescìo, ta-
si divi/tare velimus, lune ternpor. s. Ali-
glonensi, jam diu a gothis diruta civi-
tate, a pud Tursium Episcopus manti*-
se j certuni tamenhabentus hoc anno Si-
ìtieonem sederti A.iglonensem rexisse.
Dopo di lui trovasi Giovanni /Inglo/ien-
sis Episcopus, che intervenne alia con-
sagrazione della chiesa di Catanzaro, fat- t
ta neh 123 da Papa Calisto 11. Neh 1 39
sottoscrisse una donazione pel monaste-
ro de'ss. Elia e Anastasio, da'principi nor-
manni arricchito ripetutamele, il che ri-
levasi da' documenti riferiti da Ughelli.
Riporta pure il diploma col quale il re di
Sicilia Guglielmo li donò nel 1 1 67 a Gu-
glielmo 3.° Anglonensis Episcopus, il ca-
stello di Nucara, per rimedio e salute del-
l'anima di suo padre Guglielmo I. Indi
Roboamo Anglonensis Episcopus, fu nel
1 1 79 al concilio generale di Laterauo. E
pure nominalo nel diploma presso l'U-
ghelli, col quale neh 1 9 1 Tancredi re di
TUR
Sicilia confermò al detto monastero i be-
ni donati da' predecessori. Il vescovo N.
postulato dal capitolo, fu eletto da An-
drea arcivescovo d'Acerenza, con autori-
tà d'Innocenzo III, a cui scrisse nel 1 202,
essendo il Papa a Ferentino. Pietro An-
glonensis Episcopus violatore di sua di-
gnità e dilapidatore di sua chiesa, nel 1 2 19
fu deposto da Onorio III, e per sostentar-
si ebbe un assegnamento. Gli fu surroga-
to nel 1220 N. A questi 0 al successore,
l'imperatore Federico II neh 23 1, per la
maggior gloria del Redentore e della ss.
Vergine, per rimedio dell'anima di suo
padre Enrico VI e de'suoi predecessori,
donò in feudo ecclesiastico, Civitatis, ca-
salisAngloniLucaniae proviuciae,e con-
speda Tarentinae regionis, onineni ter-
ritorium,et teninientum Anglonen. cutti
pertinentiis suis, quoderal dictac ch'i-
tatis casalis, necnoii codein muniflcen-
tiae dono dedit eidem Ecclesiae civita-
tetn ipsam casalis Anglom,homines9vas-
salloscpic ejusdem , nonnullasque do-
jnus lioniinum habilantium in castro
Tursii, necnoii alias donius in terra s.
Angeli, ut in donatiotiis documento ha-
Z>etar.L'Ughelli ne riprodusse il diploma,
in unoa quello col quale Federico II con-
ferma il privilegio concesso all'archiman-
drita del monastero de'ss. Elia e Anasta-
sio, e lo pacilìcò col vescovo d'Anglona.
Roberto dall'abbazia cislerciense di s. Ma-
ria fu assunto al vescovato nel pontifica-
to di Gregorio IX, lodato per esimie vir-
tù e ingegno. Morto verso il 1 253, nel se-
guente Inuocenzo IV per far piacere a Gio-
vanni diMoute Fosco signore d'Anglona,
elesse fr. Deodato di Squillace francesca-
no, dotto e perito in ogni affare, con e-
pistola diretta al capitoloe presso Ughel-
li. Visse pochi mesi, e nell'islesso anno il
Papa fece vescovo il detto Giovanni di
Monte Fosco signore d'Anglona. Trasla-
to a Nola, gli successe Leonardo mona-
co cisterciense di s. Maria, che nel 1269
sottoscrisse in uno a'eauonici la conven-
zione riferita da Ughelli, coli' abbate di
T U B
detto cenobio. Il vescovo Gualtiero è ri-
cordato nel 1 296, indi arcivescovo di Ta-
ranto. Marco deli 3o2 convenne col ca-
pitolo a quell'alto di concordia coli' ar-
chimandrita de'ss. Elia e Anastasio, rife-
rito da Ughelli. Neh 322 Silvestro nobi-
le di Matera; quindi Francesco della Mar-
ra nobile napoletano, neli33o trasferito
all'arcivescovato di Cosenza, e gli fu sur-
rogato Guglielmo. Nel 1 333 Giovanni, al
cui tempo morì santamente il b. Giovan-
ni de Calamolatolosano, con verso cistcr-
ciense di s. Maria, la cui vita riprodusse
Ughelli. Al vescovo Riccardo nel 1 352 col
diploma presso Ughelli , Lodovico re e
Giovanna I regina confermarono i privi-
legi da Federico If, Ecclesia Anglonen-
si concessi accepit contro, Tursienses ,
Ecclesiac Anglonensis perturbalores.
Confirmationis diploma itarecitatur in
tabulis ejusdem Ecclesiaeì quibus sane
cef tìsici aliis idgenus documentis liqui-
do consta t Anglonensem civitatem ad
Episcopum spedasse. Da Minori nel
1 363 vi fu traslato Filippo, che morto nel
1 364 m questo gli successe Fdippo Sar-
luca primicerio salernitano, al cui tem-
po nel contado di Chiaramonte il conte
Venceslao Sanseverino, duca di Venosa,
Tricarico e Chiaramonte, fondò il nobile
monastero di s. Nicola pe'cisterciensi,con
atto riportato da Ughelli,in uno al diplo-
ma in favore del medesimo d'Antonello
Sanseverino principe di Salerno , conte
di s. Severino, di Marsi, di Tursi e ammi-
nistratore del regno di Sicilia. Bonifacio
IX nel i3g9 fece vescovo Giacomo, nel
i4oo lo traslatò a Strongoli, e gli sosti-
tuì Ruggero de Morescalli, al quale re
Ladislao con diploma confermò quello
del conte Venceslao pel monastero di s. Ni-
cola, e si legge nell'Ughelli. Da Capaccio
neh4i8 Martino V promosse a questa
sedeGiovanuiCaracciolo napoletano, det-
to Giovanello Paneila. Nel 1439 Giaco-
mo di Tursi arcidiacono d'Anglona, poi
sepolto nella chiesa di s. Michele di Tur-
si. Nel 1468 Lodovico Fiouoblet consi-
VOL. LXXXI.
TUR
48 r
gliere di Ferdinando le nella romana cu-
ria oratore, a quo exemptioncm a solu-
tione veetigalium per decenniiun, nuri-
dinarumque indictione prò sua Anglo-
nensi civitate gratiose impetravit. Nel
1472 Giacomo Guasconi, in tempo del
quale Ferdinando I emanò il diploma
pubblicato da Ughelli, pel monastero de'
ss. Elia e Anastasio. Morto nel 1 000 gli fu
surrogato Giacomo di Capua nobilissimo
napoletano, il quale nel i5o8 si dimise
cedendo la sede al nipote Fabrizio di Ca-
pua. Indi fu vescovo Gio. Antonio Scot-
ti napoletano, che nel 1 5i 2 fu al concilio
di Laterano V, lodato per ingegno e dot-
trina : rinnovatesi sotto di lui le frequen-
ti e gravi vertenze coll'archimandrila dei
ss. Elia e Anastasio, sostenne le sue ra-
gioni e poi si pacificò. Nel 1028 ammi-
nistratore il cardinal Gio. Vincenzo Ca-
rafa (V.) arcivescovo di Napoli, il quale
rassegnò la sede al nipote Oliviero Cara-
fa a'6 settembre 1 536. Per sua rinunzia,
Paolo III nel i542 fece amministratore
perpetuo il proprio nipote cardinal Gui-
do Ascanio Sforza (V.) a'24 novembre:
però egli dopo pochi giorni con regresso
a*2 0 dicembre cede la sede al proprio se-
gretario Bernardino Elvino di Sora Te-
soriere generale (V.). Nel suo vescova-
to, per essere la città d'Anglona distrut-
ta, Paolo I II con decreto concistoriale del-
l'8 agosto 1 546, presso Ughelli, ne sop-
presse la cattedrale, l'arcidiaconato, il de-
canato, il cantorato e tutti gli altri bene-
fizi ecclesiastici, eresse in città Tursi, in
cattedrale la chiesa parrocchiale di s. Mi-
chele, istituendovi il capitolo colle digni-
tà dell'arcidiaconato e decanato, con io
canonici e le altre prebende. Stabilì per
mensa 3ooo ducati, il godimento al ve-^
scovo de'palazzi episcopali di Anglonae
Tursi; trasferì nella cattedrale di Tursi
tutti i privilegi e i diritti della soppressa,
e volle che Bernardino e i successori s'in-
titolassero vescovi d' Anglona e Tursi y
e continuassero ad essere suffraganei de-
gli arcivescovi d'Acerenza, e lo sono tut-
3i
48j tur
loia, Bernardino morì in Roma nel 1 548
e fu sepolto in s. Maria del Popolo, con
epitaffio riferito da Ughelli, alla quale B.
Vergine divotissimo avea fatto voto pel
doloroso male che lo affliggeva. A'27 lu-
glio Paolo III gli sostituì l'intimo suo fa-
migliare Giulio deGrandis ferrarese, ca-
ro a'prineipi d'Este e presidente della ca-
mera apostolica, che restò in Roma qua-
le oratore del duca di Ferrara. Morì nel
declinar del i55y in Roma, ed il nipote
Giulio Saraceni gli fece celebrare il fune-
rale nella chiesa de'ss. Simone e Giuda,
e tumulare con iscrizione riprodotta da
Ughelli. Pio IV nel i56o fece vescovo
d'Anglona e Tursi Gio. Paolo Amarti di
Crema, che fu al concilio di Trento, a
forma de'cui decreti ridusse la sua chie-
sa; lodato per ingegno, virtù, dottrina, no-
bile esperienza e benignità , amato dal
cardinal d'Este. Rinnovatesi le vecchie li-
ti col monastero de'ss. Elia e Anastasio,
le sostenne virilmente. Moti nel i58o e
fu sepolto nella terra di Sinesio nella dio-
cesi d'Anglona, nella tomba da lui eretta
per se e successori, dentro la cappella e-
legante della Conversione di s. Paolo da
lui edificata. Gli successe Nicola Grana di
Ferrara suo coadiutore sinodali 578. Nel
1 5c)5 Ascanio Giacobazzi nobile romano,
referendario delle due segnature, nunzio
della s. .Sede a Ferdinando I granduca di
Toscana; lodato pel suo sapere, Paolo V
nel 1 609 lo richiamò a Roma, ove rinun-
ziò il vescovato e poi morì neliGi 1, se-
polto nella chiesa di s. Paolo a piazza Co-
lonna de' barnabiti, non più esistente. Nel
1609 Bernardo Giustiniani de'signori di
Scio, canonico di Messina , ben istruito
nella scienza. Celebrò il sinodo con uti-
lissimi decreti, riordinò la diocesi, riven-
dicò i diritti alla sua chiesa: ogni dome-
nica istruiva o faceva istruire i fanciulli
nella dottrina cristiana. Istituì ogni saba-
to il canto solenne delle litanie dopo la
compieta, in onore della B. V'ergine, e de-
cretò l'istituzione nella cattedrale dell'e-
sposizione del ss. Sagramento, ut tertio
TUR
quoque cujusìibct anni ; restaurò il di-
ruto pai acro vescovile di Chiaramente,
ed ivi morto nel 1G16, fu sepolto nella
cappella del ss. Sagramento della chieda
di s.Gio. Battista, ove gli fu innalzata una
lapide riconoscente dall'arciprete. Nello
stesso anno Ionico de'conti Siscara napo-
letano illustre, ornalo di scienza e di vir-
tu, referendario delle due segnature, eb-
be tomba nella chiesa di s. Gio. Battista.
Nel 1619 Alfonso de'conti Giliolo nobile
ferrarese, benigno e virtuoso, già nunzio
al duca d'Urbino e a Ferdinando II gran-
duca di Toscana, protonotario apostoli-
co e assistente della cappella pontifìcia,
non che governatore di Camerino; non
fu tumulato nella cattedrale di Tursi, co-
me vuole Ughelli , ma nel sepolcro dei
Gonzaga nella chiesa della ss. Annunzia-
ta di Firenze, come prova Coleti. Nel 1 63o
Gio. Battista Deli patrizio fiorentino di
egregie qualità, traslato da Castro d'O-
tranto, morto nel 1 63 1 e sepolto in Cina-
ramonle nella chiesa di s. Gio. Battista
con epitaffio dell'arciprete e del cantore.
Dopo pochi giorni gli successeli fratello
Alessandro, che morto in Sinesio, fu de-
posto nella suddetta sepoltura , ove già
Io era stato il fratello Pietro Francesco
Deli con suo onorifico epitaffio. Nel 1 638
Marc' Antonio Coccini nobile romano, e-
rudiroe dotto, poi traslato a Imola. Nel
1 646 FlavioGalletti romano monaco vai-
lombrosano, ma inetto e incolpato di di-
verse mancanze, fu chiamato in Roma
posto in carcere nel convento di s. Ma-
ria del Popolo, ove morì nel 1 653. Nel se
guente Francesco Antonio de Luca no-
bile di Melfi, di cui molto scrisse il Cole-
ti, per le sue virtù e per la sua gran di-
vozione a S.Filippo Neri, ed alla congre-
gazione di recente istituita in Tursi , e-
dificòindi lui onore da'fondamenti nobi«
lissima cappella, la dotò e arricchì di m;
gnifiche suppellettili; e siccome tosto per
l'esenzione dalla peste la città ne provò il
patrocinio, così fu decretata di precetto
la festa de) santo. Zelantissimo pastore,
TUR
non è a dire quanto curò l'istruzione del
clero, e la santificazione della diocesi , a
vantaggiodella qualecelebrò il sinodoso-
lennemente e pubblicò colle stampe nel
i656. Edificò io Tursi 1' episcopio e lo
abbellì, e nuocendogli il clima della città
fu traslalo a Nazareth nel 1667. Nel 1672
Matteo de'marchesi Consentini calabre-
se, fregiato di probità e dottrina, valen-
te predicatore, ricevuto dalla città a mo-
do trionfale. Corrispose alle concepitespe-
ranze pel gran bene spirituale che fece,
padre de'poveri e degl'infermi generosis-
simo. Nel 1674 edificò il monastero per
le nobili vergini, riparò e con gran dispen -
ilio decorò l'episcopio con ornamenti, fe-
ce doni alla cattedrale e alla chiesa diChia-
ramonte, ripristinò 1' ordine delle sagre
ceremouie e fu acerrimo difensore dell'im-
munità ecclesiastica. Celebrò due sinodi
e il i.°fece stampare nel 1700. Mentre fa-
ceva la visita pastorale, piamente morì
nel i 702 in Rocca Imperiale, la cui chie-
sa largamente beneficò. Trasferito a Tur-
si tra il pianto di tutti, fu lodato con o-
razione funebre, e sepolto nella cattedra-
le colla iscrizione da lui ordinata : Hic
jaccnt ossa miserabilis peccatoris. Nel
1 702 gli successe Domenico Carlo Sab-
batini nobilissimo di Strongoli,camerlen-
go del clero di Roma, che avea ricusato
egual dignità a Iunocenzo XII_, e ubbidì
pel comando di Clemente XI. In Tursi
eresse da'fondamenti il seminario evi po-
se ottimi precettori, perfezionò l'episco-
pio, elegantemente abbellì la cattedrale,
massime la cappella del ss. Sagramento,
e fabbricò la simmetrica torre campa-
naria. Rifece l'antica basilica d'Anglona,
e la fornì degli occorrenti utensili sagri.
Consagrò la chiesa di s. Filippo, e quella
di s. Maria de' cisterciensi. Giusto, vigi-
lante, pio e benigno, più volte visitò la
diocesi, la quale santificò in vari modi. Di-
fensore de' propri diritti, fece riconosce-
re la sua giurisdizione all'abbazia de' ss.
Elia e Anastasio, che pretendeva l'esen-
zione e giurisdizione quasi episcopale. Ab-
T U R 483
belli la residenza e la villa episcopale di
Chiaramente. Generoso co' poveri, colle
zitelle, cogl'infermi, a questi assegnò far-
machi e ministri dell'arte salutare. Adii
nò due sinodi nel 1706 e nel 17 18, ed in-
trodusse nella diocesi i cappuccini, gli a-
gostiniani , i minori osservanti , e fece
quanto altro descrive Coleti, il quale ter-
minando con esso la serie de' vescovi di
Anglona e Tursi, la compirò colle Notizie
di Roma. Nel 1 72 1 Ettore del Quartodei
duchi di Belgioioso, di Laurenzano feu-
do di sua casa. Nel 1735 Giulio Capece
Scondito napoletano. Nel 1763 Gio. Bat-
tista Pignattelli napoletano, traslato dal-
l'arcivescovato di s. Severina, colla riten-
zione del titolo arcivescovile. Nel 1778
Salvatore Vecchioni napoletano filippino.
Nel 18 19 Arcangelo Gabriele Cela di Bi-
saccia. Nel 1824 Giuseppe Saverio Poli di
Molfetta. Gregorio XVI nel concistoro
de' 19 maggio 1837 preconizzò Antonio
Cinque di Morano diocesi di Cassano, di
quella collegiata di s. M.a Maddalena pre-
posto e 1. "dignità e parroco, predicatore,
esaminatore pro-sinodale, convisitatore
della diocesi, dotto e prudente. Per sua
morte il regnante Pio IX nel concistoro
di Gaeta de' 20 aprile 1849, promulgò
l'odierno vescovo mg.1 Gennaro Acciai-
di napoletano, dottore in sagra teologia,
professore di liturgia e d' eloquenza nel
seminario di Napoli, zelante predicatore,
e caritatevole co'carcerati e cogl'infermi,
grave, prudente, probo e pieno d'esperien-
za. Ogni nuovo vescovo è tassato ne' li-
bri della camera apostolica a fiorini 100,
ascendendo la mensa a 1000 ducati, pw
b lieti deductis oneribus. La diocesi si e-
stende per circa 80 miglia di territorio,
e contiene 36 luoghi.
TURUDA. Sede vescovile dell'Africa
proconsolare sotto la metropoli di Car-
tagine, alla cui conferenza nel 41 * assi-
stè il suo vescovo Venusto. Morcelli, Afr.
chr. t. 1.
TURUZA, TVzo.Sedevescoviled'A-
frica nella provincia proconsolare, soffra-
484 TUS
ganea delia metropoli di Cartagine, e Se-
rotino suo vescovo intervenne alla con-
ferenza di tal città nel 4 1 1 • Morcelli, Afr.
chr. t. l.
TUS o THUS. Sede vescoviledella dio-
cesi de'Caldei, e città rovinata di Persia
nel Korassan presso Meshehed, situata
nella satrapìa diNisabouro Nisapor,detta
tinche Tausa-Masclicd e Mescat. Ebbe
a vescovi, Samuele ordinato dal cattoli-
co Dadjcsus verso il 43o, e Simeone Bar-
Kalig trasferito alla metropoli di Tan-
gulli dal cattolico Mar-Denha. Oriens
chr. t. 2, p. i33y.
TUSCANIA. Sede vescovile d'Africa
nella Mauri tiana Cesai iense sotto la me-
tropoli di Giulia Cesarea, il cui vescovo
Massimo trovossi uel 484 nella conferen-
za di Cartagine, e venne esiliato da Un-
werico re de' vandali, perchè si ricusò sot-
toscrivere l'erronee proposizioni de' do-
natisti. Morcelli, Afr. chr. t. I.
TUSCANIA. V. Toscanella.
TUSCO. V. Toschi.
TUSCOLO o TUSCULO. V. Fra-
scati, Grotta Ferrata, e pe'famosi con-
ti Tusculani, Roma e i molti articoli nei
quali ne ragionai. Paolo III trovandosi iu
Frascati il venerdì 2 gennaio 1 538 tenne
concistoro, ed in esso decretò: Quod Op-
pidum,óelto Frascati, deinceps esset Ci-
i'itas Tusculanacum resti turione pristi-
ni nominis Tusculani. Da' 2 3 giugno
i854 u'è vescovo il cardinal Anton M.* r
CagianodeAzevedo,dicui ne'vol.LXVl,
p. 262, LXVII , p. 218 e altrove. Non
posso qui tacere almeno un fugace cenno
di due recentissime glorie tusculane av-
venute nel 1 856, pel divotocelebrato cen-
tenario e pel compito tratto di ferrovia.
Da'i5 a'24 giugno 1 856 Frascati solen-
nizzò decorosamente il 2.0 patrio cente-
nario del prodigioso discoprimento, av-
venuto nella chiesa di s. Maria del Viva-
io a' 18 giugno 1 656, dell'immagini dei
patroni i ss. Sebastiano e Rocco, che per
la loro potente intercessione presso la di-
vina misericordia salvarono la città dal-
T U S
la furiosa peste in detto anno, e la tute*
larono poi sempre anche a'nostri giorni
per 3 volte dal desolatole morbo coleri-
co. La nobile e magnifica esecuzione del-
la fausta ricorrenza si deve alla solerte
cura della pia unione di 24 primari cit-
tadini a'quali è affidata la custodia nel-
la nominata chiesa di quel prezioso teso-
ro, presieduta dal vigile suo priore Giu-
seppe Senni; d'accorcio e colla cooperazio-
ne del R.mo clero, dell'illustre magistra-
to, dell'università deli'arteagraria, di cin-
que corporazioni di divoti e dell'intera
popolazione, che gareggiarono in proni o-
verue il culto e le dimostrazioni colle qua-
li degnamente lo espressero. Perciò con
religiose e splendide pompe si celebraro-
no processioni, e nel duomo, ove furono
trasportale le ss. Immagini, vesperi e mes-
se pontificate dagli E.m* cardinali Amai,
Cagiano e Altieri, accompagnali da varie
grandiose musiche vocali e islromentali,
magistralmente eseguite colla direzione
degli egregi maestri compositori cav. Gae-
tano Capocci eGiuseppe Augusto Mililot-
ti; come pure da faconde orazioni sagre
del p. Minini gesuita, del p. de Ferrari
domenicano, e del can. Sebastiani tuscu-
lano. Inoltresi fecero sorprendenti lumi-
narie anche notturne, fuochi artificiali,
corse e altri pubblici spettacoli. Termi-
narono le feste lietissime colla solenne ac-
cademia Tusculana, una delle coloniedel-
la romana Arcadia, tenuta nella chiesa di
s. Maria del Vivaio, con decoro addob-
bata dall' intelligente zelo di Francesco
Senni presidente dell' accademia stessa,
ove pronunziò eloquente prolusione il
cardiual Altieri, venendo quindi le poe-
sie intramezzateda una cantata dell'enco-
miato Mililotli. Festeggiamenti tutti che
annunziati dal Giornale di Roma a p.
5i8 , descrisse poi elegantemente il eh.
Vincenzo Prinzivalli neln.°i2 del suo
sempre più gradito e applaudi to/^ta<or-
do giornale dell' accademia Filodram-
matica Romana. Nel voi. LXX, p. i63 e
164 parlai del tronco di Strada ferrata
T U S
da Roma a Frascati, ili.0 (il 2.° è quello
della sezione della linea Pio-Centrale che
da Uoma mette a Civitavecchia, i cui la-
vori furono inaugurati da mg.1 Tizzani
arci vescovo di Nisibi colle benedizioni del-
la Chiesa a'9 ottobre 1 856, al modo de-
scritto nel a/ 1Z1 del Giornale di Roma,
ove si legge che questa ferrovia iu bre-
vissimo tempo sarà portata a compimen-
to) costruito nello stato pontificio, per poi
proseguirlo a incile tri (P.). A' 7 luglio
i856 mg/ Giuseppe Palermo di Mazza-
ra vescovo di Porfirio e sagrista (già prio-
re generale degli agostiniani, morto in
Palermo a'29 del seguente ottobre: gli
successe uella carica e nel titolo episco-
pale mg.r Francesco Marinelli di Tolen-
tino, già priore del convento di s. Ago-
stino di Roma, indi sotto-sagrista) ne fe-
ce la solenne benedizione, e indi subito
seguì l'apertura con gran pompa e 6 bel-
lissimi vagoni. Il municipio Tusculano
per eternarne la memoria fece coniare
una medaglia monumentale, con l'iscri-
zione: Non. fui. An.Chr. MDCCCLVL
Pio IX P. M. Alidore. In Ditione Pon-
tificia. Ferreae Viae Commoditas. Ro •
ma Tusculum. S. P. Q. T. Tutto viene
narrato e celebrato da'ti.» i54e i56 del
Giornale di Roma.
TOSINO, Ordine equestre e milita-
re. Si attribuisce la fondazione agli arci-
duchi d'Austria figli dell'imperatoreFer-
dinando I, cioè agli arciduchi Ferdinan-
do d'Innspruk e Carlo di Gratz, sotto la
regola di s. Basilio, per l'Austria e la Boe-
mia neh 562 circa. Lo scopo fu l'esalta-
zione della fede cattolica e la sua difesa
contro i turchi, che i cavalieri combatte-
rono valorosamente in piti incontri. Pro-
fessavano! voti di castità coniugale, e ub-
bidienza alla chiesa romana ed al pro-
prio sovrano. Portavano un manto rosso,
con semplice croce verde. L'imperatore
n'era gran maestro. 11 p. Helyot crede che
il Giustiniani abbia confuso questi cava-
lieri, con quelli di altro ordine militare
che fiorì io Ungheria, i quali vestivauo
T U T 485
contali insegne. Gli scrittori parlano del-
l'ordine con incertezza e dubitano di sua
esistenza. Il p. Bonanni nel Catalogo de-
gli ordini equestri e militari, ne ripor-
ta la figura a p. 119.
TUSURITA, Tusurus, Tizurus. Se-
de vescovile d'Africa nella provincia Bi-
zaceua sotto la metropoli d'Hadramito.
Ne furono vescovi, Benenato che interven*
ne nel 393 al concilio di Cabarsussa e fa-
vorì il partito de' donatisti, contro Prt-
tuiano di Cartagine che restò condan-
nato; Asselico, il quale co' vescovi cat-
tolici di sua provincia nel 4 1 1 fu alla
conferenza di Cartagine, e si oppose vi-
rilmente a' donatisti; e Fiorentino che
venne nel 4^4 esiliato da Unnerico re
de' vandali, per non aver sottoscritto l'er-
ronee proposizioni dei donatisti nella con-
ferenza tenuta a Cartagine. Morcelli, Afr.
chr. t. 1.
TUTORE, Tutor. Quegli che ha in
protezione e cura il pupillo; colui eh' è
destinato a prendere cura della persona
d'un minore e rappresentarlo in tutti gli
atti civili, e ad amministrare i beni da
buon padre di famiglia. Pupillo, secondo
il diritto romano, è un figlio o una figlia
di famiglia, che non arrivò ancora all'e-
tà della pubertà , e che è in tutela. Nei
paesi di diritto scritto si distinguono con-
formemente al diritto romano , i pupilli
da' minori. Per questi s'intendono i fi-
gli che hanno passato l'età della puber-
tà, ma che non sono maggiori , cioè che
non hanno compito il 24.° anno di età,
secondo il diritto civile. La tutela, tutela,
patrocinium, praesentia, è l'autorità che
le leggi danno a'tutori per difendere co-
loro, che per la debolezza dell'età non pon-
no difendersi da per se stessi, né prende-
re cura de'propri affari. Secondo il dirit-
to romano vi sono 3 sorta di tutela: la
testamentaria, ch'è deferita per Testa-
mento (V.) del padre; la legittima, ch'è
deferita naturalmente dalla Legge al più
prossimo Parente, tranne il caso, se qual-
che impedimento non 1' escluda da tale
486 TUT
incarico, oppure legittime ragioni lo di-
spensino dall'accettare; la dativa, che in
mancanza delle due precedenti viene de-
ferita dal Tribunale o Magistrato ad uua
persona idonea e capace. Chiamasi altre-
sì tutela officiosa quella che alcuno si as-
sume volontariamente a favore d'un in-
dividuo durante la sua minorità, con-
traendone l'obbligo di nudrirlo e porlo
nel caso di guadagnarsi il vitto. Il codice
de'rispettivi slati determina i doveri e i
diritti de' tutori fino all'estinzione della
tutela. I sordi, i ciechi, i muti, i parali-
tici, gl'insensati e tutti quelli che sono af-
fetti da qualche considerabile infermità
sono dispensati da ogni tutela. Gli eccle-
siastici negli ordini sagri non ponno esse-
re obbligati ad accettare una tutela o cu-
ratela. Propriamente la curatela è la ca-
rica del tutore, ed è reputata pubblica.
Si mettono in curatela anche i prodighi,
gl'interdetti, i minori emancipati, Osser-
va il Rinaldi negli Annali , quanto agli
ecclesiastici che non ponno esser falli tu-
tori e curatori, che nel 257 s. Cipriano
vescovo di Cartagine cogli altri vescovi
suoi colleghi insieme celebrarono un
concilio, ove fra l'altre cose fu proposta
la famosa querela, che morendo un cri-
stiano nominò nel testamento per luto-
re de' suoi figli un prete, contro di che
procede il sinodo, come contro gravis-
simo delitto. Per cui dice s. Cipriano:
Essendosi determinato in un concilio di,
vescovi, che niuno possa lasciar per te-
stamento tutore e curatore alcun chie-
rico; e che se alcuno avesse a tal decre-
to contravvenuto, in pena di ciò non si
olfrisse per lui, ne si celebrasse per l'ani-
ma sua il sagrifìcio; non meritando d'es-
ser nominato all'aliare nell'orazioni dei
sacerdoti, chi si sforza di ritrarre dall'al-
tare i sacerdoti egli altri ministri; pertan-
to avendo Vittore avuto l'ardimenlo di
far tutore Geminio Faustino prete, con-
tro la forma dianzi data nel concilio, non
si dee da noi fare oblazione o orazione
nella chiesa a nome suo ! Ne'primi secoli
T U Y
della Chiesa i vescovi non aveano riguar-
do alle leggi civili, che impedivano gli uf-
fizi ed esercizi ecclesiastici, anzi l'annul-
lavano. Eranvi molle leggi a favore dei
pupilli, per le quali niuno, di qualunque
dignità o stalo si fosse, poteva rifiutar la
tutela loro, e nondimeno i vescovi nel con-
cilio ne fecero una a quelle contraria, or-
dinando che i chierici non si ponno no-
minare lutori ne'testamenti. Favo» irono
poi gl'imperatori cristiani questo decre-
to, disponendo, che i chierici e i monaci
non potessero esser costretti ad accettar
la tutela. Ma il concilio generale di Cai-
cedonia nel 4^'> volle che i chierici non
fossero scusati dalla tutela legittima, e da-
tiva comandata dal vescovo loro. Tulore
finalmente dicesi figuratamente, d'un
Protettore^ d'un Difensore, d' un Pro-
curatore (/ .). Un buon Sovrano (V.)
è il Padre e il tutore de'suoi sudditi. V,
Povero, Vedova, e gli altri articoli re-
lativi.
TUTTI I SANTI. F.OgNISSANTI^AN-
ti, Beati, Martiri.
TXJY (Tuden). Città con residenza ve-
scovile di Spagna nella Galizia, provin-
cia di Vigo e a 6 leghe distante da tal
città ei8 daOrense, alla destra del Min-
ilo, che la separa dal Portogallo, per cui
si chiama Tudae ad Fines. Città forte,
giace sopra un'eminenza, circondata da
3 ruscelli affluenti di detto fiume, sui qua-
li sono 4 ponti. E sede d'un governato-
re militare e di altre autorità: ha buoni
ripari, parecchi forti e una cittadella guar-
nita di numerosa artiglieria. Resta incon-
tro a Valencia piazza forte portoghese,
situata alquanto più sopra dall'altra par-
te del Minho. Tuy è ben fabbricata, con
vie regolari ben insipidale e pulite. Ha
una bella piazza e varie piccole, 3 fonta-
ne, ameni passeggi, e diversi rimarcherò*
li edilizi. La cattedrale, d'antica e solida
struttura, è dedicata alla B. Vergine As-
sunta in cielo. Tra le reliquie è in gran-
dissima venerazione in bella cassa d'ar-
gento il corpo di s. Telmo o Pietro Goti-*
TU Y
zalcz Telmo (V.) patrono della ci Ita e
della diocesi, e protettore di tutti i mari*
nari di Spagna e di Portogallo, delle cui
predicazioni provarono i meravigliosi ef-
fetti auche le diocesi di Tuy e Compo-
stella, morendo fra le braccia del suo a-
mico vescovo di Tuy in questa città. Si
chiama pure s. Elmo, nome con otto se-
condo il p. Papebrochio, derivativo da
quello di s. Erasmo, uno de'santi tutela-
ri che s'invocano ab antico sopra il Me-
diterraneo da 'marinari, in uno a s. Tel-
mo. Vi è il batlisterio, ch'è l'unico del-
la città, come la cura d'anime, ammini-
strata da due vicari approvali dal vesco-
vo. 11 capitolo, secondo le lettere aposto-
liche del Papa Pio IX , Ad T icariani,
deve essere composto di 5 dignità, lai.a
il decano, l'arciprete, l'arcidiacono, il can-
tore, il prefetto della scuola; di 4 cano-
nici chiamati de officio , cioè magistrale,
dottorale, lettorale e penitenziere, fra i
quali è compreso il teologo; di 1 6 cano-
nici detti de grada, e di li beneficiati.
II palazzo vescovile, contiguo alla catte-
drale, è bello, comodo e decente. Tra le
al tre chiese della città niuna è parrocchia-
le; vi è un monastero di monache, diver-
si sodalizi, il seminario cogli alunni, il col-
legio, parecchi oratori*!, l'ospedale, l'ospi-
zio de'lrovatelli e 2 caserme. Vi si fabbri-
cano principalmente biancherie da tavo-
la e cappelli comuni , e vi hanno concie
di pelli; traffica col Portogallo, e tiene an-
nualmente 3 fiere. Il clima è benigno, ma
poco salubre a cagione dell'acque palu-
dose che le stanno vicine. La campagna
è bella e fertile di grani, vino, frutti d'o-
gni specie e altre produzioni. Tuy è cit-
tà antichissima, che Plinio disse Castel-
limi, il che annunzia che al suo tempo era
fortificala. Alcuni scrittori spagnuoli pre-
tendono che occupasse un alti osito, e che
Ferdinando II re di Leon del i i5y la fa-
cesse costruire nel luogo ove oggi si tro-
va. La sede vescovile istituita ne' primi
anni del VI secolo, fu suffraganeadi Bra-
ga, poi di Compostella, alia quale luelro-
TUY 487
polita na fu confermata nel concordalo del
1 85 1 . 11 1 ."vescovo di Tuy fu Epitacio che
la chiesa di Placencia onora come un mar-
tire a'28 maggio. Furono suoi successo-
ri, Evasio onorato esso pure come mar-
tire dalla suddetta chiesa ili.°dicembre;
Anila, assistè al 2.0 concilio di Braga nel
572; Neumfila, sottoscrisse il 3.° concilio
di Toledo nel 58g; Anastasio, firmò il 4»°
e il 6.° concilio di Toledo; A di miro, sot-
toscrisse al 7.0; Beato all'8.° nel 653, ec.
Fiorì nel secolo XIII Luca detto di Tuy
o Tudensis, perchè fu diacono, poi ve-
scovo di Tuy. Scrisse la vita di s. Isido-
ro di Siviglia; una storia della Spagna,
dal principio del mondo fino al 1274
dell' era spagnuola ; ed un'opera contro
gli eretici albigesi, confutandone gli er-
rori e palesandone le infinite frodi, fal-
sità e corruzioni. Il vescovo Luigi Mar-
liani milanese fu eletto a' 6 febbraio
i5i7, e fti medico dell'imperatore Car-
lo V monarca di Spagna, del quale go-
dè la grazia con somma autorità. Per-
ciò il celebre nunzio di Leone X Alean-
dro,grandemente raccomanda vasi a'buo-
ni uffici di lui nella causa dell'aposta-
ta ed eresiarca Lutero, ed ebbegli pron-
tissimi e larghissimi, come dimostra uu
breve del Papa de'4 maggio i52i, sino
ad essersi impegnato di scrivere un'ora-
zione, o due come vuole Tiraboschi, con-
tro quel pericoloso novatore. 11 nunzio
mandòu lloma l'orazione, e piacque tan-
to, specialmente a Giacomo Sadoleto ed
a Camillo Porcari, duo romani cloquii
fulmina, come dice l'illustre poeta Mar-
cello Palonio nella dedica al cardinal Ar-
mellino , che questi volle allora subito
stamparla, non ostante temesse di far di-
spiacere all'autore. Morì il vescovo Mar-
liani alla corte dell'imperatore in Worms
nel settembre o ottobre di detto anno,
e l'Aleandro se ne mostrò assai tristo.
Tanto rilevo dal Marini, Archiatri t. 1,
p. 3o4- Le Notizie di Roma registra-
no i seguenti vescovi di Tuy. Ferdinan-
do Ignazio d'Arangoe Queipo. Nell'an-
\ ss x u z
no 17 i*> Giuseppe de Larumbedi Lum-
brer diocesi di Pamplona. INel 1 7 5?. Gio.
Emanuele Rodriguez Castaoon di Leo-
ne di Spagna, traslato da Utica ìli par-
tiluts e già suflraganco di Saragozza.
Nel 1770 fr. Luca Ramirez minore os-
servante di Valalcazar diocesi di Cordo*
Aa, trasferito dall'arcivescovato di s. Fe-
de in America, colla ritenzione del ti-
tolo arcivescovile. Nel 1775 Domenico
Fernandez de Angolo di Focea diocesi di
Burgos. Nel 1797 Gio. Garcia Benito di
s. Maria del priorato di s. Giacomo della
Spada nulli us. Nel 1 Si 5 Francesco Gar-
cia Casarrubios-y-Melgar, della congre-
gazione benedettina cistcrciense, di Lillo
areidiocesi di Toledo, traslato da Ceuta,
morto nel fine di gennaio 1 8 55.1 1 regnan-
tePio IX nel concistorode'a 8 seguente set-
tembre preconizzò l'attuale mg.r Telmo
3VlaceiradiTiiy,chea'27 settembre 1 852
avea fallo vescovo di Mondonedo, già ca-
nonico teologo della caltedralediTuy, poi
decano e amministratore della diocesi, lo-
dandolo per dottrina, gravità e altre vir-
tù. Ogni nuovo vescovo è tassato ne' li-
bri della camera apostolica in fiorini 696,
la mensa avendola regolata il concorda-
to colla Spagna (/ •)• La diocesi è gran-
de circa 12 leghe per lunghezza e 5 per
larghezza, contenendo più di 270 par-
rocchie.
TUZUDRUMA. Sede vescovile del-
l'Africa proconsolare sotto la metropoli
di Cartagine, il cui vescovo Ottaviano si
trovò tra' vescovi cattolici che nel 525
sottoscrissero il concilio diCartagine.Mor-
celli, Jfr. chr. t. 1.
TVER o TWER. Città arcivescovile
di Russia in Europa, capoluogo del go-
verno e del distretto del suo nome, di-
stante 35 leghe da Mosca eio5 da Pie-
troburgo, in situazione amenissima sul
Volga che la traversa e vi riceve laTverlza
e la Tmaka. Tver,una delle città più bel-
le dell'impero, nel centro della Russia, si
divide in /(.circondari, ha numerose piaz-
ze pubbliche, 35 chiese in pietra, 38 0-
T V E
ratorii, 3 monasteri, il seminario, scuole
ecclesiastiche, l'istituto della nobiltà, il
ginnasio, scuole d'orfani militari e * lei
popolo, l'ospizio de'lrovatelli, 2 ospeda-
li, il teatro. Rimarchevoli sono: la ca tte-
drale, beli' edilizio gotico costruito nel
1687, e dove si trova il corpo di s. Mi-
chele Jaroslawitch principe di Tver in
ricca custodia; il magnifico palazzo arci-
vescovile, quello del governatore, il mu-
nicipale e il palazzo della ragione; il ba-
zar, il grazioso passeggio del Vauxhall,
il giardino pubblico dell'arcivescovo, so-
prannominato Tre volle santo; le case
che fiancheggiano il Volga , il ponte di
battelli che lo traversa, e quello in forma
di zattera sul quale si varca la Tvertza,
ed il bel canale di Caterina scavato nel
1 8 1 2. Questa città vantaggiosamente si-
tuata sopra due fiumi navigabili e tra-
versata dalla strada di Pietroburgo a Mo-
sca, è il centro d' un traffico rag"uarde-
vole. Lo slerlet quivi si pesca iu abbon-
danza nel Volga. Deve Tver la sua ori-
gine ad un folte che Vsevolod Jurewitch,
principe di Vladimir, fece costruire nel
1 182 sulla sponda sinistra del Volga al
confluente della Tvertza, per cuoprire i
suoi stati da quel lato contro le incursio-
ni di Novogorod; ma essendo poi la de-
stra sponda del fiume più. vantaggiosa a-
gli abitanti del luogo, il granduca Jaro-
slaw , figlio di Vsevolod, lo trasferì nel
1 240 nel sito che oggi occupa la parte
principale della città. Divenne allora la
città il capoluogo d'un principato, di cui
i.°sovrauo fu Jaroslaw, figlio del prece-
dente e fratello di s. Alessandro Newsky,
che vi stabilì una sede vescovile nel 127 1.
Si conoscono i vescovi Vasiano che assistè
alla coronazione d'Ivan III nel 1 49^, e
Teofìlatlo Potauski o Lopandiski del
1 725. L'arcivescovo Metodio deplorò l'ir-
ruzione fra 'russi della dottrina calvinisti-
ca, e riconobbe il diritto della Chiesa di
far Simboli (f^.). In seguitogli altri prin-
cipi di Tver ingrandirono di molto i lo-
ro stati o per mezzo di conquiste 0 per via
T VE
d'eredità, oper concessioni volontarie dei
principi di Vladimir e di Suzdal e della
repubblica di Novogorod, che assumeva
di sovente alla propria testa principi di
questa casa. Nel 1 3 1 8 fu Tver attaccato
da Giorgio Danilowilch principe di Mo-
sca, il quale venne compiutamente battu-
to da Michele Jaroslawitch figlio postu-
mo del i.°sovrano, ch'era salilosul trono
nel i 3o4,e che fu assassinato nel 1 3 i g da
Uzbek kan della gran orda de'lartori. Il
suo figlio Dmitri fu continuamente in
guerra con Giorgio Danilowitch, che in
fine uccise di propria mano nel i326, e
fu pur egli posto a morte da detto kan.
Questi neh 3^7 avendo inviato ad Ales-
sandro, fratello e successore di Dmitri, e
come lui principe di Vladimir, un amba-
sciatore, lo fece bruciare con altri tarta-
ri; onde mandò contro la sua capitale un
esercito che tutta la pose a fuoco e san-
gue. Nel i 365 il potere, dopo i due altri
principi Costantino e Basilio, toccò a Mi-
chele figlio d'Alessandro, il quale fece cru-
del guerra al granduca di Mosca, Dmi-
tri Ivauovilch Donskoie, al quale ei di-
sputava il gran principato, di cui avea ri-
cevuto rinvestitura da Marnai kan e che
incendiò Tver nel i 3y4« Cinque sovrani,
i cui regni niente offrono di rilevante, gli
successero sino a Michele III Borisowitch,
il quale giunse al potere nel 1 46 1 , e la cui
sorella Maria avea sposato Ivan Vasile-
witcb I gran principe di Mosca, col qua-
le si collegò per attaccare i novogorodia-
ni; atterrilo poi dalla grande possanza di
suo cognato, cercò d'indurre il re di Po-
lonia a fargli guerra; ma Ivan istruito del
tradimento, nel j 4^6 piombò sopra Tver,
se ne impadronì e lo concesse a suo figlio
Ivan, il quale vi morì 4 anni dopo. Que-
sta città fu allora unita al gran principa-
to di Mosca, e ne ha poi sempre segui-
to le sorli. Sotlo i czar Ivan Vasilewitch
e Boris Godounow, vi fu rilegato Simeo-
ne re di Razau, al quale quest'ultimo fe-
T Z U 489
cedipoi cavargli occhi. Nel 1606 fu Tver
presa da'polacchi, che ne vennero discac-
ciati 3 anni dopo da' russi, aiutati dagli
svedesi. Ebbe questa città molto a soffri-
re dalla peste, massime nel 1 655 che ne
rapì tutti gli abitanti, sicché per ripopo-
larla bisognò mandarvi delle colonie.Fre-
queuti incendi i pur afflissero Tver, ed è
ad uno di tali disastri che deve l'attuale
sua bellezza, e d'allora in poi essa fu sem-
pre in incremento. Anticamente il vesco-
vatodi Tver era suffraganeo della metro-
politana di Kiovìa, ma poi divenne arci-
vescovato, e gli fu attribuita per suffra-
ganea la chiesa di Kaschiow. L'arcivesco-
vo fa l'ordinaria sua residenza in Raschio,
a 27 leghe da Tver sulla Raschinka che
la divide in due parti. E antichissima, ed
ha 20 chiese, un convento, scuole, casa
di carità e ospedale. Questa città fu pur
lungo tempo uu appannaggio de'priuci-
pi di Tver.
TWYFORD. Parrocchia d'Inghilter-
ra, nella contea di Southampton, distan-
te una lega da Winchester. Vi fu tenuto
un concilio nel 685 per l'elezione di Cut-
berto. Reg. t. 17, Labbé t. 6, Arduino
t. 3, Ànglic. t. 1.
TYN1CE. V. Tarnovia.
TYRNAW o T1RNAVIA. V. Stri-
GONIA.
TZAR e AUTOCRATE. V. Czar e
Russia.
TZUVOLLOES 0 TZORULI. Sede
vescovile della provincia d'Europa, sot-
to la metropoli d'Eraclea, unita a quel-
lo di Petzi e di Sergentza. Secondo Com-
manvillesi chiama TurulusoChiourlìky
e la dice eretta nel IX secolo. Ne furono
vescovi Sisinnio, che assistè e sottoscris-
se il VII concilio generale; Baside all' Vili
ed a quello di Fozio sotto Papa Giovan-
ni V 1 1 1; N. fu al concilio del patriarca Ge-
remia II, contro la simonia; Teona ne
occupava la sede nel 1579. Oriens chr.
t. 1, p. 1129.
u
UBA
Ui
BADA. Sede vescovile d'Africa nel-
la Mauritiana Cesariense, sotto la metro-
poli di Giulia Cesarea, il cui vescovo In-
genuo nel 484 intervenne alla conferen-
za di Cartagine» e fu esiliato da Un neri-
co re de'vaudali, fautore degli errori dei
donatisti. Morcelli, Afr. dir. t. 1.
C BALDINI Ottaviano, Cardinale,
Patrizio fiorentino, nato in Mugello pres-
so Firenze, arcidiacono di Bologna e udi-
tore di iota, dal capitolo di detta città fu
postulato per vescovo , come quello che
nell'età di 3o anni già fioriva per virtù,
onde Gregorio IX benignamente condi-
scese con breve onorifico pel prelato. Per
l'età a tenore delle leggi canoniche non
potendo ricevere l'episcopale consagrazio-
ne, fu costituito amministratore di Bolo-
gna, ritenendo l'arcidiaconato. Innocen-
zo IV l'incaricò di prendere giuridica in-
formazione sull'elezione di Guglielmo da
Fogliano vescovo di Reggio, per esami-
nare se fosse seguita giusta il prescritto
de'canoni,e gli comandò di togliere il go-
verno dell'abbazia di s. Stefano all'abba-
te che se n' era reso indegno. Quindi in
Lione nel dicembre 1 244 1° creo cardi-
nale diacono di s. Maria in Via Lata, e
perciò fu uno de'piimi a ricevere il cap-
pello cardinalizio , sostituendogli nella
chiesa di Bologna il domenicano Boncom-
pagni. Inoltre lo fece vice-cancelliere di s.
Chiesa, e legato di Romagna, che toltala
dall'invasione di Federico II, ben presto
la ridusse alla divozione e ubbidienza del-
la s. Sede. Altri Papi dipoi si servirono
di lui utilmente contro diversi tirauuet-
UB A
ti che infestavano la detta provincia, e che
ridusse al dovere. Lo stesso Innocenzo IV
nel 1247 lo spedì con Buon nerbo di trup-
pe in soccorso di Parma, e nel 1 249 Io fece
amministratore di Rimini. Alessandro IV
l' inviò in Puglia con numerosa milizia
per tenere in freno il tiranno Manfredi,
col quale venne ad un accomodamento,
ma il Papa ricusò il suo beneplacito. Nel
1257 Alessandro IV gli affidò la protei-
toria dell'ordine camaldolese, e fu ancora
destinato alla legazione di Francia, do-
ve terminò la causa dell'arcivescovo di
Bourges, fissando le regole da osservarsi
dal primate di Bourges nel visitare la pro-
vincia di Bordeaux, con decreto confer-
mato poi dalla s. Sede. Nel passare da
Bologna la prosciolse dall' interdetto , e
restituì a'cittadini tutti i loro antichi pri-
vilegi. Essendo legato in Lombardia, con
consenso d'Urbano IV, conferì la chiesa
di Milano a Ottone Visconti, già suo no-
bile famigliare, il quale dovette aspettar
molto tempo per prenderne possesso, vi-
vamente contrastatogli da'Della Torre o
Tulliani, i quali l'arcivescovo non man-
cò perseguilaresino all'ultimo sterminio;
mentre essendo assai potenti tra'mi lane-
si, gettatisi al partito del popolo, eransi
dichiarati nemici della nobiltà. Il cardina-
le era pure fortemente sdegnato contro i
Turriani,de'quali fattosi capopopoloMar-
tino della Torre difendeva valorosamen-
te la plebe contro i nobili, di cui avea fat-
to sanguinoso macello ; e tra le altre cose
avea cacciatoio esilio l'anteriore arcive-
scovo Leone Perego, aperto fautore del-
UBA
la nobiltà. U motivo dello sdegno conce-
pito dal cardinale contro i Turriani, in-
cominciò allorquando passando per Mi-
lano e alloggiato nel monastero di s.Ain-
brogio,neirammirare !e rarità di quell'an-
tichissima basilica, gli venne tra le altre
cose mostralo un carbonchio, che per la
sfavillante sua luce e straordinaria gros-
sezza era oltremodo vago e prezioso, on-
de il cardinale l'avrebbe volentieri acqui-
stato se non l'impediva Martino, ad onta
che nel vagheggiarlo il cardinale ripetè
che sembrava una gemma nata fatta per
la tiara pontificia più. preziosa. Fondò in
Firenze il monastero di s. Chiara, e sta-
bilì per ispeciale commissione d'Alessan-
dro IV, alcuni decreti pel buon regola-
mento del clero di Siena, confermali poi
con bolla pontificia. Fu une de'6 cardi-
nali compromissari, all'arbitrio de'quali
nelconclave per l'elezione di Gregorio X
fu dal sagro collegio rimesca la scelta del
nuovo Papa, Taute e sì preclare azioni
rimasero non poco oscurate dal soverchio
impegno mostralo dal cardinale a favore
della fazione de'ghibellini nemici del Pa-
pa, per cui Innocenzo IV avea determi-
nato privarlo della porpora, e ne fu im-
pedito dalla morte. Dopo esser interve-
nuto a 4 conclavi, pagò nel 1273 il de-
bito alla natura in Mugello, essendo in
alta reputazione non meno tra'principi,
che presso i Papi, singolarmente Grego-
rio X che l'ebbe carissimo, onde nel por-
tarsi al concilio di Lione 11, si fermò per
tutto l'estate uell'amena vdla che il car-
dinale possedeva in Mugello. Abbiamo
V Istoria dalla casa degli Ubaldi/ii, e
de fatti d'alcuni di quella famiglia, Fi-
renze 1 588.
UBALD1NI Roberto, Cardinale. Na-
to di nobili genitori in Firenze, pronipo-
te di Leone XI per parte di sorella , fu
fatto cauonico della metropoli lauti, e la
docilità dell'eccellente suo ingegno lo fe-
ce sino da'suoi verdi anni distinguere tra
i suoi condiscepoli, che di gran lunga tut-
ti superò. Datosi nell'università di Perù-
UBA 491
già allo studio delle leggi, ne riportò la
laurea in quella di Pisa.II cardinal Medici
suo prozio, ritornato dalla legazione di
Francia, lo volle tra* suoi famigliari, e
quando nel i6o5 fu elevato al pontificato,
conoscendo Roberto l'amore che avea per
lui, concepì le più liete speranze; ma sva-
nirono in 16 giorni di regno, non volen-
do il Papa agonizzante cedere alle insi-
nuazioni di crearlo cardinale. Desse pe-
rò rinverdirono coll'elezione di Paolo V,
il quale o penetrato di sua disgrazia o
mosso dalle sue rare virtù e singoiar me-
rito, subito lo lece suo maestro di came-
ra, e dopo avere sperimentato la sua fe-
deltà e industria, cominciò a valersene
negli affari di maggiore importanza, e
quando dovea scrivere a'sovrani e ad al-
tri personaggi di rango, si serviva di lui;
protestando, che fra tanti scrittori nou
conosceva chi con più gravità di senti-
menti e proprietà di vocaboli sapesse co-
me l'Ubaldini esprimerei di lui concet-
ti ; il che quanto gli guadagnò la grazia
pontificia, altrettanto gli sollevò contro
la bassa invidia della corte e precipua-
mente de'congiunti del Papa, i quali con
dispetto vedevano il prelato amato e pre-
giato assai più di loro, A fine pertanto di
allontanarlo dal fianco di Paolo V con o-
nore e insieme con sua soddisfazione, si
appigliarono al partito di persuadere ar-
tificiosamente il Papa, che le circostanze
de'tempi esigevano che il nunzio da in-
viarsi a Parigi fosse uomo di vaglia, for»
nito di nobiltà, credito, talenti, autorità
e prudenza; onde fra quanti prelati Irò-
vavansi allora nella curia romana, ninno
era più a poi tata di quell'importantissi-
mo carico dell'Ubaldini, nel quale a me-
raviglia concorrevano tali prerogative. Il
Papa, quantunque di malavoglia, tutta-
via s'indusse alla fine ad acconsentirvi, e
lo nominò nunzio di Parigi, dopo averlo
sinodal 1 607 dichiaralo vescovo di Mon-
te Pulciauo. L' esito del prelato confortò
Paolo V, al (piale i parenti giustamente
lo aveauo proposto; ma quando ueliai.a
4<p UBA.
promozione de'nunzial cardinalato, do-
vea comprendervi l'Ubaldini, si adopra-
rono perchè fosse preterito, per cui il pre-
Iato se ne gravò con lettera al cardinal
Borghese, non già perchè a lui dispiaces-
se il ritardo a M'onori ficenta della porpo-
ra, ma perchè la corte di Francia riguar-
dò tal no\ilà come pregiudizievole alla
maestà del re. Finalmente, dopo avere
passali q anni nella nunziatura con suo
gran decoro, e di aver conclusi rilevan-
tissimi e scabrosi affari, maneggiali con
prudente destrezza e pari felicità, con pia-
cere e soddisfazione della corte di Fran-
cia e del Papa, questi a'2 dicembre i6i5
lo creò cardinale prete, e quando venne
in Roma gli assegnò per titolo la chiesa
di s. Matteo in Merulana. 11 suo ritorno
per l'accoglienza ricevuta da tutta la cit-
tà fu equivalente a un trionfo. Fu ascrit-
to a diverse congregazioni , nelle quali
riusciva autorevole il suo volo; dipoi fu
prefetto di quella del conci Iio,e venne ben
provveduto di beni ecclesiastici, per so-
stenere con decoro e splendore la digni-
tà. Morto Paolo V, contribuì molto al-
l'esaltazione del successore Gregorio XV,
il quale conoscendone il merito e aman-
done la virtù, Iodestiuòalla legazione di
I3ologna,nella quale fu confermato da Ur-
bano Vili, sebbene non ne favorisse l'e-
lezione. 11 nipote di Gregorio XV gli as-
segnò, finché fosse vissuto, l'uso della vil-
la che possedeva in Frascati. Co'suoi do-
mestici si portò più da padre che da pa-
drone,inclusivamentea'piùinfìmi,a 'qua-
li ancorché infermi abbonda nlemente
somministrava il bisognevole per vivere
con agiatezza. Rinunziato il vescovato e
lasciato il i.°titolo,passòa quello di s.Pras-
sede. Mecenate de'lelterati, donava loro
considerabili somme per sollevarli nelle
occorrenze e augustie, e il situile usò con
Agostino Mascardi, sebbene nelle con-
versazioni inaratamente ne biasimava la
o
condotta: infermatosi costui e abbando-
nato dagli amici, ritrovò per unico con-
forto la geucrosilà esimia del cardinale,
UD A
il quale nel visitarlo gli lasciò i oo scudi.
Anche Francesco Calducci poeta insigne,
ridotto poveramente, ne sperimentò la li-
beralità, somministrandogli il cardinale i
mezzi per campar la vita. Avea traspor-
to pel suono e pel canto , onde teneva
presso di se non pochi musici e suonato-
ri, per mezzo de* quali veniva sollevato
dalle cure e sollecitudini, che lo tenevano
assiduamenleapplicato. Innalzò nella ba-
silica Vaticana alla memoria di Leone XI
quel superbo mausoleo di cui riparlai nel-
la biografia di quel Papa, con l'opera del
celebre scultore Algardi. Morì in Roma
nel i635, di 54 anni, e fu sepolto nella
chiesa di s. Maria sopra Minerva. Dichia-
rata erede de'suoi beni la congregazione
di propaganda/?^, questa come a insi-
gne benefattore nella propria chiesa gli
eresse un busto di marmo bianco, con e-
legante iscrizione.
UBALDO (s.), vescovodi Gubbio nel-
l'Umbria. Nacque a Gubbio, di nobile fa-
miglia (dicesi della famigliaBaldassini,co-
me riportai all'articolo Gubbio, nel qua-
le inserii varie notizie del sauto vescovo),
ed allevato nel seminario di s. Mariano e
di s. Giacomo, fece grandi progressi nel-
la letteratura sagra e profana. Non si la-
sciò sedurre dal cattivo esempio de'suoi
compagni, e non potendo sopportare cer-
ti abusi che vedea tollerarsi, abbandonò
quel seminario, ed entrò nell'altro di s.
Secondo, ove terminò i suoi studi, essen-
dosi già proposto di passare la sua vita
nel celibato. Il vescovo di Gubbio, che
conobbe il suo merito, lo nominò priore
del capitolo della sua cattedrale, allineile
riformassealcuni disordini introdottisi ira
i canonici. Egli si accinse a quest' opera
coi digiuni e coli' orazione, e tratti dalla
sua tre canonici che gli parvero meglio
disposti degli altri, gl'indusse a vivere in
comunanza con lui, e il loro esempio eb-
be molta forza su tutto il capitolo. Reca-
tosi poi a visitare i canonici regolari di s.
Maria in Porto nel territorio di Ravenna,
ch'erano in gran fama di santità, prese
UBA
In loro regola, egli riuscì di farla adot-
tare dal suo capitolo. Allorché la casa ca-
nonicale e il chiostro restarono consuma-
ti da un incendio, Ubaldo riguardò que-
sto disastro come un' occasione che Dio
gli presentava onde lasciare il priorato e
ritirarsi in qualche solitudine. Avviossi
dunque verso il deserto di Fonte Avel-
lana, ove partecipò il suo disegno a Pie-
tro da Rimini; ma questo servo di Dio lo
esortò a tornare alla sua chiesa, e conti-
nuare a farvi del bene, seguendo la sua
prima vocazione. Ubaldo tornò quindi a
Gubbio, e rifabbricò la casa del suo ca-
pitolo , che divenne fiorente. Morto nel
1 1 26 il vescovo di Perugia, venne Ubal-
do acclamato successore,ma tosto chesep-
pe la sua elezione si andò a nascondere
in luogo romito, dove non fu possibile sco-
prirvelo. Recatosi quindi a Roma, scon-
giurò Onorio II di dispensarlo dall'ac-
cettate l' episcopato. Il Papa si lasciò al-
lora piegare dalle sue pressanti ragioni;
ina poi lo nominò vescovo di Gubbio nel
1 128, ordinando al clero della città di
procedere alla sua elezione secondo le for-
me ordinarie , e la cei emonia della sua
consagrazione fu fatta l'anno seguente.
Animato da zelo veramente apostolico,
morto al mondo e a se stesso, vivea in
un'assoluta mortificazione de'sensi, inde-
fesso nelle fatiche del ministero episcopa-
le, sobrio, umile, sincero, e pieno di ca-
lila per tutti. Insorta un giorno una fie-
ra sedizióne nella città, si gettò in mezzo
de'combattenti e cadde tra loro. Gli am-
mutinati credendolo morto, deposero le
armi pieni di dolore. Il santo vescovo, ren-
dute grazie a Dio della cessazione del tu-
multo, calmò lo spavento del popolo, as-
sicurandolo che non avea riportato alcu-
na ferita. Minacciando l'imperatore Fe-
derico 1 Barbarossa di far strage di Gub-
bio, come avea fallo di Spoleto , si recò
Ubaldo ad incontrarlo, ne disarmò la col-
lera , e ottenne grazia per l'amalo suo
gregge. Gli ultimi due anni di sua vita
furono travagliati da crudeli malattie,
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ch'egli sopportò con eroica pazienza,e mo-
li santamente il 16 maggior 160. Gli a-
bitanli delle vicine provincie assisterono
a'suoi funerali, e furono testimoni di mol-
ti miracoli operati da Dio alla sua tom-
ba, avendo egli avuto anche in vita il do-
no de' miracoli, e guarito molti infermi
colle sue orazioni e col segno della cro-
ce. Celebrasi la sua festa il 16 di maggio,
ed è nominato nel martirologio romano.
UBALDO Cornelio, Cardinale. Da
Lucca, fu creato da Adriano I del 772
cardinale prete de'ss. Quattro.
UBALDO, Cardinale. Vescovo diSa-
bina,trovossi insieme con Alessandro lì
neh 071 alla dedicazione della chiesa di
Monte Cassino, e vi consagrò 1' altare di
s. Gregorio : a favore di tal monastero
avea sottoscritto la bolla che il detto
Papa emanò a' io maggio 1067, ne fir-
mò ancora delle altre, e mori nel pon-
tificato di s. Gregorio VII, sebbene al-
tri con poca probabilità gli prolunghino
la vita.
UBALDO, Cardinale. Prete del tito-
lo di s. Maria in Trastevere e di Calisto,
sottoscrisse la bolla spedita in Anagni da
Alessandro II nel 1062.
UBALDO, Cardinale. Nel 1 090 circa
fu da Urbano li creato cardinale vescovo
di Sabina, e sottoscrisse le sue bolle a
favore de'monasteri di Monte Cassino e
della Cava. Morì nel 1092 : altri dicono
nel 1 093, e che in quell'anno si trovò in
Roma alla consagrazione di Lamberto
vescovo d'Arras.
UBALDO, Cardinale. Innocenzo II
nel 1 1 33 o 1 1 34 in Pisa lo creò cardinale
diacono di s. Maria in Via Lata, ed egli
confermò col suo nome molte bolle di quel
Papa, e di Celestino li nel cui pontifica-
to e sul principio deli i44camkiòil tem-
porale coll'eterno, dopo aver contribui-
to col suo suffragio all'elezione di Cele-
stino II.
UB ALDO, CtfrdzW/e. Da Lunata,pic-
cola terra dell' arcidiocesi di Lucca, fu
da Innocenzo 11 nel 1 1 33 0 11 34 in Pi-
286054
4s4 uba
sa creato cardinale prete. Oltre la men-
zione che di lui fa s. Bernardo, si vede
ricordato nella bolla che detto Papa spe-
dì nel i 1 35 a favore de'canonici regola-
ri Lateranensi di s. Frediano di Lucca.
Morì nel i i j j, e alcuni dubitano di sua
punizione.
UBA
UBALDO, Cardinale. Prete cardi-
nale di s. Lucia si trova sottoscritto ad
una bolla d' Adriano IV nel i 1 56 a fa-
vore di Rocco preposto di s. Costanzo
d' Orvieto e riportata da Ughelli, Italia
sacni, t. i.
FINE DEL VOLUME OTTAìNTESIMOPRIMO.
BX 841 .M67 1840
SMCR
fioroni , Gaetano,
1802-1883.
Dizionario di erud
izi one
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AFK-9455 (awsk)